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Mega-deposito di Gas, il Pd "chiama" il governo

Interrogazione degli on. Ghizzoni e Miglioli ai ministri Clini e Passera: “Che atteggiamento avrà il nuovo esecutivo sul progetto di Rivara?” Il governo Monti avrà in agenda al più presto anche la questione del progetto di stoccaggio del gas a Rivara. A sottoporlo all’attenzione dei ministri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico, rispettivamente Corrado Clini e Corrado Passera, sono i deputati del Pd Ghizzoni e Miglioli. Nella loro ultima interrogazione chiedono di conoscere l’atteggiamento del nuovo esecutivo sul progetto che prevede la realizzazione di un mega-deposito di stoccaggio del gas nella bassa modenese.

“Anche alla luce dell’impegno già assunto dal precedente ministro Prestigiacomo – precisano i due parlamentari – con l’approvazione della risoluzione che prevedeva di assumere una posizione politica precisa sull’inopportunità della scelta della realizzazione del deposito di gas a Rivara. Risoluzione che – é bene ricordarlo – ottenne il voto contrario del Pdl”.

Nella loro interrogazione gli on. Ghizzoni e Miglioli chiedono anche conto del comportamento della Commissione di valutazione d’impatto ambientale (VIA). “Dopo aver dato il via libera a giugno alle indagini per accertare la realizzabilità del deposito gas di Rivara – spiegano i due parlamentari – la Commissione ha deciso di riconvocarsi il 25 novembre per ribadire quella decisione, senza però invitare all’incontro – e questo è l’aspetto più grave – il rappresentante della Regione Emilia-Romagna. Perché? E’ vero che a pensar male si fa peccato ma, come diceva quel tale, a volte ci si prende. Non sarà per caso – si chiedono Ghizzoni e Miglioli – che la Regione Emilia-Romagna è stata di fatto estromessa per la sua posizione di ferma contrarietà al progetto di stoccaggio del gas a Rivara? E come mai negli ultimi tempi si assiste, come denunciano i comitati dei cittadini, a un rinnovato attivismo da parte di una minoranza che vorrebbe la realizzazione del mega-deposito?

Sarebbe bene – concludono i parlamentari democratici – che anche il nuovo governo si facesse carico al più presto della questione tenendo nel massimo conto il parere fortemente contrario espresso non solo dai cittadini della bassa modenese ma anche dai tecnici della Provincia e della Regione, oltre che da tutte le forze politiche tranne il Pdl”.

"Una sinistra a misura d’uomo. Diritti e valori, la politica è questa", di Alain Touraine

La globalizzazione ha distrutto ogni istituzione sociale. Il fondamento dei giudizi e dell´azione diventa solo morale
Il sociologo su “MicroMega”: “Bisogna occuparsi della vita concreta degli individui”. Una distinzione fondamentale con la destra è come ci si pone nei confronti della situazione delle donne. Il teorema da tempo accettato secondo cui il centro della vita sociale è il sistema economico, cioè la stretta corrispondenza delle categorie della vita economica con quelle della vita sociale, non è più accettabile. L´economia si è separata dalla vita sociale: è questo il significato profondo della globalizzazione. Il mondo delle istituzioni sociali, politiche e giuridiche sta crollando. La costruzione dei giudizi sociali non può più avere altri fondamenti se non morali.
Qual è il posto del lavoro nella vita individuale e collettiva: questo è il tema che meglio definisce lo spirito di una concezione “morale” della vita sociale; l´unione di una politica di questo genere con la repressione delle condizioni economiche illegali trasformerebbe in modo fondamentale la vita sociale di tutti. Bisognerebbe attribuire molta più importanza di quanto non si faccia oggi a tutti i problemi che riguardano le minoranze di ogni tipo, che si tratti dei giovanissimi, dei vecchi, dei disabili o delle minoranze culturali, linguistiche, sessuali, religiose o altro ancora.
Il problema è che siamo stati abituati a sentire la destra parlare il linguaggio della morale, e la sinistra quello dei rapporti di forza e della lotta del profitto contro i salariati. Ma si può ancora sentire questo discorso quando la speculazione trionfa ovunque, e quando vediamo l´impossibilità di ricostruire l´economia? E quando, nel vuoto o nella debolezza dei discorsi fatti da partiti e governi di sinistra, le voci che sentiamo e che rappresentano più attivamente la sinistra sono al contrario cariche di indignazione, di appelli alla giustizia, di rivendicazione dell´accesso reale, e non soltanto legale, alla soddisfazione dei bisogni più fortemente sentiti – non è chiaro che i temi “morali” mobilitano molto più di quelli strettamente economici?
Non esiste più altra sinistra se non quella che prende la parola o se ne impadronisce, come già avevano fatto i movimenti pionieristici degli anni Sessanta del secolo scorso, soprattutto negli Stati Uniti e in Francia.
Sinistra o destra sono prima di tutto delle concezioni della società, delle definizioni del Bene da difendere e del Male da combattere. La sinistra o la destra si possono definire anche a livello sociale dal punto di vista delle categorie sociali a cui appartengono gli elettori o i simpatizzanti, ma la posta in gioco e la natura del conflitto non si possono più definire in termini sociali. Non sono più i contadini poveri o gli operai della grande industria a costituire la sinistra. Lo vediamo tutti i giorni, più o meno chiaramente a seconda del paese che osserviamo e delle categorie che analizziamo.
Ma noi abbiamo bisogno di identificare le nuove categorie che condividono la visione appena evocata. Dobbiamo individuare negli ambiti principali della vita sociale – produzione, distribuzione, finanziamento, educazione, salute, occupazione del territorio, politica culturale eccetera – le scelte che permettono di collocare la destra e la sinistra e di contrapporre l´una all´altra, compito immenso ma che è tuttavia indispensabile almeno iniziare a intraprendere.
L´elemento di definizione che per primo viene alla mente è che la destra pensa in termini di oggetti e di rapporti tra gli oggetti, e che definisce gli attori tramite le loro situazioni oggettive. Tanto più colpisce dunque che tale tentativo sia stato, in un passato già lontano, identificato con la sinistra. Il che impone di rompere con le ideologie che sopravvivono alle realtà storiche che hanno cercato di interpretare. Ciò che definisce, all´opposto, la sinistra, è che pensa e agisce in termini di diritti.
Il populismo di destra, che lamenta le deplorevoli condizioni dell´infanzia, dei poveri, delle donne e dei prigionieri è sempre esistito. Ma il pensiero e l´azione diventano di sinistra solo quando il pensiero si interroga sulle ragioni della disuguaglianza, o della dipendenza e della violenza, cercando nelle vittime i possibili protagonisti di volontà e desiderio d´azione.
Il settore in cui è più facile definire la sinistra è il giudizio espresso sui diritti e sulla situazione delle donne; forse perché i progressi verso la parità tra uomini e donne sono così lenti, quando non sono assenti del tutto. Le nostre società sono ancora in effetti, in questo ambito, in stragrande maggioranza di destra. Se ciò che meglio definisce la sinistra è il giudizio sulla condizione della donna, la destra si definisce meglio per l´importanza attribuita all´identità, che si traduce nella paura delle minoranze, soprattutto quelle di recente formazione. Le politiche dell´identità sono politiche di destra. Il che non significa che alcuni orientamenti di sinistra non possano identificarsi con un ideale nazionale o religioso, cosa ovviamente innegabile.
Questo è il cammino che occorre seguire per dare un contenuto reale alle idee di destra e di sinistra. Solo quando un gran numero di individui, di gruppi e di organizzazioni si impegna con decisione in tali compiti ci si può preoccupare dei problemi di organizzazione politica. Con ciò non si vuole certo sostenere che si debba ripartire da zero ma, al contrario, che la costruzione di una tendenza politica deve fare i conti con un retaggio di partito che è un ostacolo, più che un aiuto, allo sviluppo di nuove idee, di nuove prassi, di nuove mobilitazioni. A partire dalla nostra riflessione odierna, questi sono gli interrogativi che dovremmo continuare a porci: su quali punti decisivi la sinistra e la destra si oppongono? E quali differenze devono esistere tra le forme di azione politica delle persone di destra e delle persone di sinistra?
(Traduzione di Anna Tagliavini)

La Repubblica 21.12.11

"In difesa della politica", di Francesco Piccolo

L’ossessione per Berlusconi è stata prontamente sostituita dall’ossessione per la Casta. C’era un improvviso vuoto di rabbia da sfogare, ed è stato semplice e rapido occuparlo. Sia chiaro: ci sono giornalisti meritevoli che da anni cercano con minuziosa razionalità di denunciare le magagne costituite da eccessivi privilegi e anche eccessivi tornaconti; ci sono dati di fatto sulla irrilevante attività legislativa di questo Parlamento. E soprattutto c’è la questione fondamentale di questi anni e di questa legislatura: i deputati non rappresentano direttamente la popolazione perché non sono stati direttamente indicati. In più, si cerca dai politici quel gesto esemplare che autoelimini privilegi e indennità eccessive per comunicare al resto della popolazione la partecipazione diretta ai sacrifici di questi tempi.
Insomma, di ragioni per criticare la classe politica, e i rappresentanti di questa legislatura in particolare, ce ne sono (ma ce ne sono sempre state!). Quello che è preoccupante, adesso, è la facilità con cui i limiti di questa critica siano stati superati, con quella disinvoltura e quella violenza di chi è sicuro di stare dalla parte giusta e non ha timore di esagerare. La critica problematica agli eventi politic, e la rabbia generica “contro quelli che stanno lassù” che è sempre stata indicata come una questione risolta nei discorsi in autobus o mentre si faceva la fila alle Poste queste due categorie così diverse, si sono fuse; è la storia di questi anni: si mescola con facilità una critica mirata e razionale, un’idea di miglioramento dello stato delle cose, con un’avversione irrazionale e distruttiva. Le due modalità si sono mescolate, a tutto vantaggio di quella più violenta. Così, alla fine, in questi ultimi mesi, si è parlato del barbiere o della buvette e dei prezzi che elargiscono, quasi quanto l’ici e le pensioni. Come se le due cose fossero uguali; e come se il Parlamento esistesse soltanto per permettere ad alcuni privilegiati di farsi la barba e di mangiare pesce fresco a pochi euro.
Nessuno sembra più voler ricordare che la nostra Repubblica ha ancora il suo punto d’appoggio per sollevare il mondo, ed è il Parlamento. Lo si può dimezzare, cambiare, si possono diversificare i due rami; si può continuare insistentemente a fare richiesta di eliminazione di indennizzi, privilegi, rimborsi spese poco chiari e pensioni eccessive. Bisogna farlo, certo. Ma credo che un paese che voglia restare solido e ritrovare una strada per la crescita, debba consolidare e rendere più degni e avere ancora rispetto sia della professione politica, sia dei partiti politici, sia della classe dirigente che verrà scelta per andare a legiferare. La politica, quella in cui bisogna credere, va difesa, non attaccata. Non è quello che sta accadendo.
Non sono qui a difendere la classe politica così com’è soprattutto, ripeto, quella specifica di questa legislatura, così poco rappresentativa. Però la questione che preme di più è questa: si può delegittimare così interamente, così intensamente, così irrazionalmente un intero sistema politico, un’intera idea della politica? Già con la fine della Prima Repubblica, il mestiere della politica era stato messo in discussione in maniera apocalittica. Si parlava di gente che doveva venire dalla società civile (ma perché, i politici da dove vengono?), che significava che non dovevano aver fatto una carriera politica ma dovevano “scendere in campo” da un giorno all’altro, abbandonando il proprio mestiere e andando a legiferare in sede parlamentare. Questo pensiero si è consolidato, e infatti la maggior parte dei rimproveri che i cittadini fanno ai politici si concentra soprattutto su coloro che stanno in politica da molti anni, anche i migliori.
Stare in politica, fare politica, crescere all’interno di un partito, organizzare un partito, un gruppo dirigente all’interno di esso, ha sempre più una connotazione negativa, sospettabile alla meno peggio, una sfiducia pregiudiziale.
Eppure, il mestiere della politica, è ancora uno dei mestieri più affascinanti. I partiti politici, il dibattito delle idee al loro interno, e le idee di un partito confrontate con le idee di un altro partito, hanno ancora un aspetto decisivo, anche in tempi in cui nuovi mezzi si impongono: i partiti sono organi semplificatori degli indirizzi della società, sono aggregatori di persone che si assomigliano e vogliono lottare insieme. C’è ancora un lunghissimo elenco da citare, di italiani di sinistra, di centro e di destra che hanno onorato o addirittura illuminato questo mestiere. E ci sono ancora ora, in questo momento, in questo Parlamento, delle persone che onorano la loro scelta di vita. Allo stesso modo, molte volte, sempre troppe, il mestiere della politica è stato interpretato male: di sicuro la gestione del potere a lungo termine mette in moto dei meccanismi compromissori. Credo che sull’esempio di altri paesi si possano trovare degli aggiustamenti per proteggere il potere dalla politica, e anche gli elettori dagli eletti. Ma l’idea che si possa aspettare liberamente fuori dal palazzo di Montecitorio i parlamentari che escono, per insultarli, fischiarli e indicarli come la feccia del paese, è un’idea che non funziona e che non può essere alimentata da un compiacimento consapevole. Può essere tollerata, può essere comprensibile nei momenti tragici, nei momenti in cui la rabbia prende il sopravvento. Ma il problema di questo paese sembra proprio questo: si sta abituando a vivere in un eterno moto di collera e irrazionalità; e non solo: comincia a compiacersene, ad affezionarsi. E non può funzionare. Per due motivi bisogna stare attenti ad abbattere la politica così come la conosciamo: è facile farlo e quando è facile bisogna sempre averne sospetto; e non è sostituibile a meno che non si voglia credere che il Qualunquismo possa tornare ad avere una presenza fisica in Parlamento, come ai tempi di Guglielmo Giannini.
Insomma, l’antipolitica che chiunque la pratichi, nega di praticarla, e dice che è la vera politica; ma ne dubito può avere senso per brevi periodi e soltanto come reazione, come accadde per esempio nel periodo di Tangentopoli. Subito dopo, va ricostruito il rispetto per il mestiere della politica, per la centralità dei partiti. E il compito diventa smettere di insultare, e di nuovo tornare a vigilare su coloro che abbiamo eletto. Perché questo paese, la sua costitutiva Repubblica, di cui stiamo contando le varie fasi la prima, la seconda, e ora la terza ha le sue basi potenti e inaffondabili nel parlamento, nei partiti che cercano di indirizzare le idee. Guai se queste istituzioni fondanti si perdessero guai se venissero indicate soltanto come il cancro di cui liberarsi. È così che molti paesi, racconta la storia, hanno spazzato via la democrazia. E, in modo più modesto ma non poco devastante, è nella rabbia antipolitica che ha trovato terreno fertile qualcuno che è sceso in campo contro la classe politica e che è rimasto lì vent’anni. Facendo credere che il suo non era un mestiere. Oggi, se ci fosse un nuovo Berlusconi, se parlasse come Berlusconi parlò venti anni fa, vincerebbe le elezioni, approfittando della rabbia degli italiani contro la politica. È possibile che siamo ancora fermi lì?

L’Unità 21.12.11

"Ricerca, la qualità non è un'opinione", di Pietro Greco

Ha ragione il ministro Francesco Profumo: la valutazione deve entrare nel Dna del nostro sistema di ricerca e di istruzione superiore, se vogliamo migliorarlo. Per questo salutiamo con favore l’avvio della Valutazione della qualità della ricerca 2004-2010 presentato ieri a Roma da Stefano Fantoni e Sergio Benedetto alla presenza del nuovo ministro, ben cinque anni dopo la costituzione dell’Anvur, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca voluta dal governo Prodi e, in particolare, dall’allora ministro dell’Università e della Ricerca, Fabio Mussi. Lo screening coinvolgerà 95 università, 12 Enti pubblici di ricerca vigilati dal Miur e 24 altri Enti pubblici e privati che hanno chiesto di essere valutati; vagliando il lavoro di 65.000 tra docenti universitari e ricercatori degli Enti pubblici di ricerca, per complessivi 216.000 prodotti. Sarà certo un lavoro enorme. Che impegnerà oltre 450 esperti in un processo che si concluderà il 30 giugno 2013, con la pubblicazione di un rapporto finale. Il costo dell’operazione è di 10,5 milioni di euro. Sarà, soprattutto, un lavoro necessario. Perché affermerà il valore del merito in un sistema che quel valore in larga parte già lo conosce. Ma, proprio perché il primo passo è stato fatto (finalmente) e noi lo abbiamo salutato con sincero favore, entriamo nel merito del sistema di valutazione. Tre ci appaiono i punti essenziali da mettere a fuoco. Primo. La qualità della nostra ricerca è buona, in alcuni settori eccellente. Èla quantità dei ricercatori che è carente. Se l’Italia recupera solo l’8,5% delle risorse europee destinate alla ricerca, sebbene il Paese contribuisca per il 15% alla dotazione del fondo comune, non è per scarsa qualità, ma per scarsa quantità: gli scienziati italiani sono in numero molto inferiore a quelli di Germania, Francia, Regno Unito e anche Spagna. Secondo. I parametri bibliometrici proposti dall’Anvur sono necessari per la valutazione del merito, ma non sufficienti. Occorre avere il coraggio di proporre strumenti più raffinati, purché utilizzati da in maniera rigorosa da valutatori “terzi”. Terzo. Il più grande problema del sistema di ricerca e di istruzione in Italia è la burocrazia. Ove ce ne fossimo dimenticati, hanno provveduto a ricordarcelo le clamorose dimissioni rassegnate ieri, per motivi burocratici appunto, da Domenico Giardini, il presidente appena nominato dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Uno scienziato italiano di grande valore, docente del prestigioso Eth di Zurigo, cui di fatto viene impedito di tornare in Italia.

L’Unità 21.12.11

Modello danese? Ecco perché qui è impossibile» Cesare Damiano e quel viaggio a Copenaghen nel 2005 «La flessibilità unita a sicurezza da noi costa troppo», di Enrico Marro

«Già allora, sul posto, capimmo che la flexicurity non si poteva importare in Italia. Anche adesso, a chi guarda al modello danese, direi che la strada da seguire è un’altra perché troppe sono le differenze tra l’Italia e quel Paese del Nord Europa con appena 6 milioni di abitanti, dieci volte meno dei nostri, e un modello sociale e culturale molto diverso». Cesare Damiano (Pd), ex ministro del Lavoro del governo Prodi, in Danimarca ci andò per una settimana, nella primavera del 2005, a studiare il mercato del lavoro che veniva ritenuto dagli organismi internazionali il migliore del mondo.
Partirono lui, Tiziano Treu e Paolo Ferrero. I tre erano rispettivamente responsabili Lavoro dei Ds, della Margherita e di Rifondazione comunista. «Ci vedevamo a Trastevere nella casa dove allora abitavo e un giorno ci venne l’idea di andare a vedere come funzionavano le cose in Danimarca», ricorda Damiano. Il gruppetto si riuniva per scrivere i capitoli sociali del programmone dell’Unione, l’alleanza che un anno dopo vinse le elezioni portando Romano Prodi alla guida del governo. Nel quale Damiano fu ministro del Lavoro e Ferrero delle Politiche sociali, mentre Treu divenne presidente della commissione Lavoro del Senato.
Sembra un secolo fa, ma il tema sta sempre lì, all’ordine del giorno, pur in un contesto politico ed economico profondamente cambiato: come si fa a rendere il mercato del lavoro italiano più efficiente? A quale buona pratica ispirarsi?
Il modello danese, indubbiamente, ha funzionato. E non stupisce quindi che ancora pochi giorni fa il presidente del Consiglio, Mario Monti, abbia dichiarato che l’Italia guarda «con interesse alle esperienze danesi nel mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali». Parole non solo di cortesia, dopo l’incontro a Palazzo Chigi con il primo ministro danese Helle Thorning Schmidt, ma che ribadiscono la volontà dell’Italia di varare le riforme promesse all’Unione europea e annunciate dallo stesso Monti in Parlamento nel discorso programmatico.
In Danimarca, nel 2010, la disoccupazione è stata del 7,4%, ma era del 3,4% nel 2008, prima della crisi finanziaria mondiale. Ma sopratutto il tasso di occupazione è del 75%, contro il 57% dell’Italia. In media, un terzo della forza lavoro danese cambia attività ogni anno. Le imprese possono licenziare per motivi economici, ma il lavoratore licenziato riceve un’indennità tra il 70% e il 90% della retribuzione, con un tetto di 2 mila euro al mese, per un massimo di tre anni. Il sussidio è pagato in parte dallo Stato, in parte dai contributi delle imprese e in piccola parte anche dall’azienda che licenzia. Il lavoratore che perde il posto viene preso in carico da una rete di uffici di collocamento molto efficienti e ramificati sul territorio che si occupa di offrigli a ritmo serrato nuove occasioni di lavoro, impegnandosi a fornirgli anche la necessaria riqualificazione professionale. Se il lavoratore rifiuta di collaborare e non accetta le proposte di ricollocamento, perde l’indennità.
«Il ricordo che mi è rimasto più impresso — racconta Damiano — è proprio quello di questi uffici bellissimi. Sembravano degli studi di architettura: silenziosi, luminosi, eleganti, dove si svolgevano colloqui individuali tra i funzionari e i lavoratori licenziati finalizzati al loro ricollocamento. C’era uno di questi centri che aveva perfino un’officina per la formazione sul campo degli operai». Damiano, Treu e Ferrero si resero subito conto che l’Italia era molto lontana. «Quando divenni ministro del Lavoro cercai di tradurre in pratica qualcosa, ma subito vidi quali erano le difficoltà. Per esempio, misi la regola per cui se al lavoratore licenziato l’ufficio di collocamento fa un’offerta di lavoro equivalente e questi la rifiuta, perde il sussidio. Ma subito gli ispettori del Lavoro mi fecero notare che in certe realtà, in particolare nel Sud, dove la camorra controlla settori per esempio del mercato agricolo, sarebbe stato difficile applicare un sistema del genere. Insomma, parliamo di realtà molto diverse. In Danimarca c’è un’etica calvinista della responsabilità molto forte. E raramente si riscontrano atteggiamenti opportunistici delle imprese o dei lavoratori per approfittare di sostegni pubblici».
E comunque, conclude Damiano, fossimo anche uguali ai danesi, non potremmo importare la loro flexicurity, cioè la flessibilità unita alla sicurezza sociale, perché «costa tantissimo e non possiamo permettercela» con un debito pubblico del 120% del Pil, il triplo di quello della Danimarca.
Per stringere la questione all’Italia, su un punto sono tutti d’accordo: se si rendono più facili i licenziamenti, modificando l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, bisogna rafforzare il sistema degli ammortizzatori sociali, prevedendo in particolare una indennità di disoccupazione più estesa, più elevata e più duratura di quella attuale, e ci vuole un sistema di uffici di collocamento che funzionino, mentre oggi solo il 4% delle assunzioni passa attraverso questo canale. Conclusione: non ci sono le risorse economiche per finanziare un modello alla danese, né la cultura, né le strutture necessarie.
E allora? Il rischio che vede Damiano, lo stesso che vedono i sindacati, è che toccando l’articolo 18 in un momento di crisi come questo non si aumentino le opportunità di lavoro, ma si favorisca un aumento della disoccupazione. Anche l’ex ministro non può però negare che la riforma del mercato del lavoro sia necessaria. Per superare il dualismo tra lavoratori anziani garantiti e giovani precari e per innalzare il tasso di occupazione, vera anomalia italiana. Sono gli stessi problemi che c’erano al momento della missione a Copenaghen. Ma la ricetta per risolverli non può essere in salsa danese. «Tra l’altro si mangiava terribilmente», sorride Damiano. «In Italia servono sette cose: disboscare i contratti precari; ripristinare il divieto di dimissioni in bianco; estendere lo sconto Irap alle assunzioni degli over 50; adottare il contratto unico di inserimento formativo per i giovani, con un periodo di prova di tre anni durante i quali si può licenziare, ma poi si ha l’articolo 18; velocizzare il processo del lavoro; riformare gli ammortizzatori sociali; trovare una soluzione per chi a causa della riforma della previdenza resterà senza stipendio e senza pensione». Altro che flexicurity.

da Il Corriere della Sera 21.12.11

"Non è tempo di rigidità", di Giorgio Napolitano

Quello che sta per concludersi è l’anno in cui è stato scosso e messo alla prova come non mai, a sessant’anni dal suo avvio, il progetto europeo e si sono concretizzati per il nostro paese rischi assai gravi, dinanzi ai quali non hanno retto i preesistenti equilibri politici e si sono fatte sempre più stringenti nostre antiche e recenti contraddizioni e insufficienze.
Senza indulgere troppo a ricostruzioni e considerazioni retrospettive, conviene associare agli auguri che ricambio amichevolmente a voi tutti, qualche riflessione sulle condizioni in cui sta per aprirsi il nuovo anno, alla luce delle più recenti evoluzioni del contesto europeo e nazionale.
Rispetto alla crisi dell’Eurozona, alla sua persistente acutezza e alle sue ancora preoccupanti incognite, abbiamo da ultimo per riferimento anche le posizioni e decisioni del Consiglio svoltosi a Bruxelles l’8 e il 9 dicembre. Senza volerne dare qui una valutazione analitica, mi limiterò a rilevare l’impegno e la complessità di quel confronto, l’indubbio rilievo e tuttavia i limiti di alcune novità che sono emerse. Con esse – in continuità col pacchetto di regole già approvate dal Parlamento europeo – si è teso a rafforzare la governabilità e controllabilità delle politiche di bilancio degli stati membri, a prevenire il riprodursi di deficit eccessivi, a procedere verso una vera e propria “fiscal Union”.
Resto convinto che non si debba distogliere l’attenzione da quel che può essere fatto senza indugio entro il quadro giuridico attuale. E non poco resta da fare. Nemmeno con l’ultimo Consiglio è stata ancora eretta una barriera di corresponsabilità e solidarietà sufficiente per bloccare attacchi pesanti, sui mercati finanziari, ai debiti sovrani di stati come il nostro. Sono certo che il governo italiano continuerà a sollecitare in tal senso scelte più coraggiose e coerenti, entro il prossimo marzo, da parte delle istituzioni europee.
Nell’immediato, vanno segnalate come importanti, e seguite nella loro attuazione, le misure adottate l’8 dicembre dalla Banca centrale europea per rafforzare «il necessario impulso della politica monetaria all’economia reale», imprese e famiglie. In quanto alla decisione dei capi di stato e di governo dell’area euro di predisporre un “accordo internazionale” – vista la contrarietà del Regno Unito a procedere a una revisione del Trattato di Lisbona – due mi sembrano le preoccupazioni ovvero le esigenze da esprimere.
La prima: non scavare solchi incolmabili tra paesi che si sono tutti riconosciuti nei fondamenti essenziali del processo di integrazione europea. L’Europa non può in un modo o nell’altro dividersi e frammentarsi, secondo linee geografiche o sulla base di opposte intransigenze e di tendenziali esclusivismi. Comunque, la scelta del far ricorso a un “accordo internazionale” andrà ben chiarita nei suoi rapporti con il contesto comunitario, in particolare con il ruolo della Commissione europea e con quello del Parlamento.
La seconda esigenza è quella di cogliere fino in fondo la lezione della crisi dell’Eurozona in quanto conseguenza dell’incompiutezza e contraddittorietà del cammino seguito dall’Unione dopo Maastricht. E la lezione dovrebbe esser chiara: occorre non solo una politica monetaria, ma una politica fiscale, di bilancio e macroeconomica effettivamente europea, come oggetto di sovranità condivisa sotto la responsabilità politica dell’Unione, di sue credibili autorità di governo.
Insomma, piaccia il termine oppure no, è verso un’Europa più federale, di certo più integrata e più forte nella sua capacità di parlare e agire all’unisono, che è giocoforza muoversi. E’ di qui che passa l’affermazione non solo di una cultura della stabilità e di una prassi condivisa di stabilizzazione finanziaria, ma insieme di una cultura dello sviluppo e di una nuova strategia di crescita per l’Europa : quella che oggi latita, nonostante l’incombere della recessione.
Quanto ho detto finora può essere apparso una lunga digressione, ma in effetti è premessa e parte integrante di un’agenda per l’Italia nel tempo che viviamo, nell’anno che ci attende. D’altronde i problemi e le decisioni su cui ci stiamo oggi concentrando non hanno come quadro di riferimento precisamente quel che accade in Europa e nelle istituzioni dell’Unione, ovvero lo sforzo per fronteggiare e superare una crisi che è – in un complesso e incerto quadro globale – inscindibilmente italiana ed europea? E che cos’è il provvedimento in via di definizione in parlamento se non il contributo che offriamo alla causa della salvezza dell’euro, attraverso uno sforzo ulteriore che dobbiamo insieme e innanzitutto all’Italia per salvarla da rischi estremi ancora evidenti?
A ben vedere, questo è anche il senso del passaggio politico compiutosi nel nostro paese nel corso dell’ultimo mese. Passaggio da un’ordinaria, benché distorta, dialettica tra maggioranza e opposizione parlamentare in una logica di competizione bipolare, a un tentativo di mobilitazione straordinaria, la più vasta e consapevole, anche sul piano politico, in funzione di decisioni di emergenza a cui non ci si poteva più sottrarre. La soluzione di governo cui si è giunti un mese fa ha costituito lo sbocco di un lungo travaglio politico e infine di una serena, obbiettiva riflessione.
La maggioranza di governo scaturita dal voto del 2008 e dal meccanismo elettorale maggioritario, era stata già da tempo segnata da una rottura pubblica e aveva visto via via ridursi la sua coesione e stabilità e quindi accrescersi le sue difficoltà di decisione e di iniziativa. E quanto più appariva necessaria un’ampia convergenza attorno a scelte difficili e impegnative, tanto più risultava penalizzante il clima aspramente divisivo radicatosi nei rapporti politici. La sostenibilità anche internazionale di tale stato di cose era giunta a un punto limite. A me toccava solo registrare e seguire imparzialmente le reazioni delle forze in campo.
Fino a quando il presidente del consiglio Berlusconi, prendendo atto di una situazione così critica, dopo l’esito negativo di una votazione significativa in parlamento, si è risolto, con senso di responsabilità, a rassegnare le dimissioni.
Il tentativo di evitare un immediato scioglimento delle camere e ricorso alle urne, viste le ricadute dirompenti che ciò avrebbe potuto avere per il nostro paese nel burrascoso contesto dell’Eurozona, visto cioè l’incombere sull’Italia di un catastrofico aggravarsi della crisi finanziaria, era un mio preciso dovere istituzionale.
E la via obbligata da percorrere era quella di affidare la formazione di un nuovo governo a una personalità rimasta sempre estranea alla mischia politica, già sperimentata in funzioni di governo esercitate correttamente, per riconoscimento bipartisan, nell’arco di dieci anni al livello europeo, e dotata di indubbia autorevolezza internazionale.
Di qui l’incarico al senatore professor Mario Monti. Peraltro, la lunga irriducibile contrapposizione, al limite della incomunicabilità, determinatasi tra gli schieramenti di maggioranza e di opposizione, ha reso impraticabile ogni ipotesi di larga coalizione di governo, come il presidente incaricato ha potuto ben presto constatare. Tale impraticabilità si è tradotta nell’opzione delle stesse forze politiche a favore della non partecipazione di personalità di partito al nuovo esecutivo. Quello che è stato chiamato un “governo tecnico” o “di tecnici” non è stato che la conseguenza dell’opzione che ho ricordato.
La fiducia che un larghissimo arco di forze ha accordato in parlamento al governo Monti è stata al tempo stesso chiara espressione della convinzione largamente condivisa che occorresse scongiurare, in una fase così critica, una paralisi dell’attività di governo e parlamentare e uno scontro elettorale devastante.
È del tutto evidente che la soluzione della crisi apertasi con le dimissioni dell’on. Berlusconi non si è collocata entro i binari di un ordinario succedersi alla guida del paese di schieramenti che abbiano ottenuto la maggioranza nelle elezioni. Ma nessuna forzatura, né tantomeno alcuno strappo si è compiuto rispetto al nostro ordinamento costituzionale.
Solo con grave leggerezza si può parlare di sospensione della democrazia, in un paese in cui nulla è stato scalfito: né delle libere scelte delle forze politiche, né delle autonome determinazioni del parlamento e delle altre assemblee rappresentative, né delle prerogative degli organi di garanzia, né delle possibilità di espressione delle proprie istanze, e di manifestazione del proprio dissenso, anche da parte delle forze sociali.
E non mi risulta che si sia gridato allo scandalo per una presunta sospensione della democrazia in un altro grande paese europeo governato di norma secondo la prassi dell’alternanza tra diverse coalizioni politiche, la Germania, quando ancora in anni recenti essa è stata guidata per un’intera legislatura da una “grande coalizione”. Né mi risulta che si sia gridato al tradimento della volontà popolare in un egualmente grande paese, la Gran Bretagna, considerata un modello di rigido bi-partitismo, quando il partito che ha ottenuto alle elezioni la maggioranza relativa in parlamento ma non, sia pure per poco, quella assoluta, si è impegnato – per evitare un improvvido ritorno alle urne – in un’inedita e non preannunciata alleanza con un altro partito già suo concorrente.
La verità è che si vive nei paesi della nostra Europa una fase storica di drammatiche sfide esterne, di mutamento e di disagio sociale e politico, e può imporsi la necessità anche di soluzioni di governo fuori degli schemi tradizionali. E governi di grande coalizione, di unità nazionale, o di tregua e di transizione, sono risorse, sono riserve su cui i sistemi politici democratici debbono poter contare, e hanno contato, in momenti particolari, in situazioni bloccate o senza facili vie d’uscita.
In Italia, nel momento in cui la parola tornerà ai cittadini per l’elezione del parlamento – e la data-limite è già segnata dal termine naturale della legislatura – ciascuna forza politica avrà modo di prospettare l’alleanza tra partiti e la formula di governo che considera più appropriate nell’interesse del paese e in funzione delle quali chiede il consenso ai cittadini.
Ho già detto come la formazione del governo Monti abbia corrisposto a uno stato di necessità e alla scelta dei partiti di non parteciparvi con propri esponenti. I ministri sono stati liberamente scelti dal presidente del consiglio e da lui proposti, come vuole l’articolo 92 della Costituzione, al presidente della repubblica, che ha proceduto a nominarli nello stesso spirito di cooperazione istituzionale in cui aveva recepito le proposte sottopostegli a suo tempo dal precedente presidente del consiglio.
La Costituzione non prescrive che i membri del governo, a cominciare dai ministri, debbano essere parlamentari e rappresentanti ufficiali dei partiti, debbano essere – come si usa dire – dei politici e non dei tecnici. Ma non persuade l’uso di quest’ultimo termine. Più semplicemente, sono state chiamate da qualche settimana a far parte del governo persone politicamente indipendenti, che hanno accettato di porre al servizio del paese le competenze ed esperienze di cui sono portatrici. Il governo così composto può adottare e proporre decisioni necessarie benché talora controverse, ostiche, persino impopolari, senza essere condizionato da vincoli di convenienza partitica ed elettorale.
Aver dato fiducia a questo governo è stato segno di consapevolezza dell’estrema difficoltà del momento: è, per i partiti che lo hanno deciso, titolo di merito, non motivo di imbarazzo. L’ampiezza e la continuità del sostegno allo sforzo appena avviato – in quanto prova di un condiviso senso di responsabilità e impegno costruttivo delle forze politiche – è ciò che più rafforza e può rafforzare la credibilità dell’Italia.
Il ruolo della politica resta insopprimibile, non è neppure temporaneamente oscurabile. La formula del governo dei tecnici non è, dunque, da idoleggiarsi. Ma è necessario che i partiti facciano la loro parte, nella fase di transizione che si è avviata; la facciano rinnovandosi, aprendosi nuovamente alla società, acquisendo e valorizzando più fresche, giovani energie, ridefinendo e arricchendo le loro piattaforme ideali e programmatiche. Le loro diversità non sono state cancellate, le loro identità non sono state confuse da una convergenza straordinaria e temporanea nel pressante interesse del paese.
E facciano la loro parte nell’ampio spazio che hanno da occupare in questa fase, non solo nel rapporto col governo – un rapporto di distinzione e di corresponsabilità – ma più in generale nell’arena parlamentare, e sempre nell’ascolto del paese. C’è un programma del governo che non è onnicomprensivo, che non abbraccia temi rispetto ai quali è al parlamento, e dunque ai partiti, ai gruppi politici in parlamento, che spetta proporre soluzioni, concertarle a conclusione di un costruttivo confronto e approvarle.
Mi riferisco a temi di riforma istituzionale e anche costituzionale: mi si consenta di non tornare a indicare revisioni ordinamentali, modifiche della seconda parte della Carta, nonché modifiche dei regolamenti parlamentari, su cui già all’inizio della legislatura avevo creduto di poter registrare una tendenziale larga intesa. Purtroppo in questi anni non si è giunti alle decisioni che si attendevano e che oggi appaiono auspicabili, anche a proposito di legge elettorale. Ebbene, si recuperi il tempo perduto in un sussulto conclusivo di operosità riformatrice e di fecondità del parlamento, della legislatura, dei partiti.
Ritengo che ciò non sia impossibile, anche grazie al clima più disteso che si intravede nei rapporti politici, messi per così dire al riparo da un’esasperazione patologica del conflitto tra governo, maggioranza e opposizione. Consolidare questo clima è una delle grandi opportunità che si presentano nella fase attuale, anche per creare condizioni più serene in vista della competizione elettorale e del successivo, normale svolgimento della dialettica democratica. (…).
Guardiamo così al domani, nel fare i conti con le urgenze di oggi. In molti casi, queste si proiettano infatti in un orizzonte più lungo: l’emergenza giustizia, a cominciare dalle carceri, o l’emergenza economica e sociale Mezzogiorno, cui il governo sta mettendo mano, ripropongono l’esigenza di politiche non di breve termine. Così come l’urgenza che più ci incalza, quella del consolidamento dei conti pubblici, e la preoccupazione già oggi centrale e ineludibile di un rilancio della crescita e dell’occupazione, possono e debbono trovare risposte immediate ma resteranno di certo all’ordine del giorno anche nei prossimi anni, nella prossima legislatura.
Abbiamo perciò bisogno della straordinaria convergenza parlamentare appena avviatasi ma anche, successivamente, di un più sereno confronto tra forze protagoniste di una rinnovata democrazia dell’alternanza.
Alla fiducia nel confermarsi, ora, di un clima più disteso nei rapporti politici, unisco l’augurio che anche nel dibattito pubblico e nel confronto sociale su questioni e scelte di grande complessità prevalgano obbiettività e senso della misura. La triade del perseguire il rigore cui non ci possiamo sottrarre nella politica di bilancio, dell’intervenire con equità, e del puntare su una nuova prospettiva di crescita e sviluppo, non solo costituisce un esercizio assai arduo nell’immediato ma richiederà grande accortezza ed equilibrio anche nel futuro.
Ad esempio, per quel che riguarda l’equità, sappiamo che nella gestione della cosa pubblica e nella società italiana sono penetrati e si sono cristallizzati molti e diversi fattori di stridente disuguaglianza e iniquità: su cui lo stato dovrà via via attrezzarsi per incidere sempre più efficacemente.
E allora – non lo dico soltanto in rapporto all’attualità, ma anche agli interventi e alle scelte su cui ci sarà da confrontarsi nel futuro – credo non giovino, qualunque posizione di principio o gruppo sociale si rappresenti, i giudizi perentori, le battute sprezzanti, le contrapposizioni semplicistiche.
Si discuta liberamente e con spirito critico, ma senza rigide pregiudiziali e non rifuggendo da spinose assunzioni di responsabilità. Intanto, in tempi così difficili per il paese, si blocchi sul nascere ogni esasperazione polemica. Aggiungo che qualsiasi tema ci sia da discutere, oggi o domani, e a qualsiasi tavolo, è necessario dare seriamente la priorità alle condizioni dei “non rappresentati”, dei giovani senza lavoro o con deboli prospettive di occupazione e di pensione.
Il dovere di rispondere alle attese dei giovani, la necessità di valorizzare le risorse che essi e le donne oggi fuori del mercato del lavoro rappresentano, insieme con l’obbligo morale di non scaricare sulle spalle delle nuove e delle future generazioni il fardello di un proibitivo debito pubblico, sono le ragioni fondamentali dei sacrifici che si stanno chiedendo agli italiani di ogni ceto sociale. Nel proporli e deciderli, non ci si piega ad alcun diktat esterno, né ad alcun precetto di ortodossia monetarista, e non si dimentica l’imperativo della crescita.
Ci son cose che avrebbero dovuto apparire chiare da lungo tempo, e ben prima che la situazione minacciasse di precipitare, e che a taluno apparvero chiare già più di 20 anni fa. Mi riferisco a una delle maggiori figure di parlamentare e di uomo di governo dell’Italia repubblicana, l’onorevole Nino Andreatta, onorato alla camera nei giorni scorsi. Nell’intervenire sul bilancio e sulla legge finanziaria per il 1990 egli rilevò come al già allora indispensabile risanamento dei conti dello stato si opponesse – nella cultura politica corrente – la tendenza «a sopravvalutare l’effetto della spesa pubblica sullo sviluppo del paese» e a non tenere conto invece «degli effetti profondamente distorcenti che l’accumulo del debito pubblico e l’alto deficit hanno sull’attività produttiva». Quella lezione purtroppo inascoltata per troppi anni resta più che mai valida oggi (…)
È giusto chiedere che si assumano concretamente e senza indugio le loro responsabilità anche le forze politiche e il parlamento per quel che riguarda i necessari sacrifici finanziari e un non meno importante rigore nella riforma degli apparati istituzionali e dei loro costi. Ma c’è una tendenza, che sta diventando assordante, a svalutare ogni passo si compia in queste direzioni e ad alimentare reazioni di rigetto verso i politici, la politica, le istituzioni rappresentative. Invito a una seria riflessione sulla crescente pericolosità di questa tendenza.
Concentriamoci dunque sulle maggiori sfide che il paese ha davanti a sé, sui rischi cui è esposto, innanzitutto sul piano finanziario, nel turbine della crisi dell’Eurozona. Col decreto in via di approvazione in parlamento si pongono difese e premesse: ma la strada è lunga, e in salita. Possiamo farcela solo – non mi stanco di ripeterlo – attraverso un grande sforzo collettivo, una grande mobilitazione morale, civile, sociale.
Ho fiducia che ci stia aiutando in tal senso e ci aiuterà l’esperienza della partecipazione straordinariamente diffusa e significativa alle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Il paese ne è uscito più sicuro della sua identità, riconciliato con la propria storia ben più di quanto potesse prevedersi.
Abbiamo legato l’idea-forza dell’unità a istanze essenziali di diversità, pluralità, solidarietà, sussidiarietà, e al concreto impegno del superamento del centralismo statale. Si è in pari tempo confermata l’artificiosità e vanità della predicazione secessionista. Riscoprendo, con il percorso del Risorgimento e dello stato unitario, il senso e il valore di quel che ci unisce, il paese si è meglio predisposto a quel grande sforzo collettivo che ormai si impone. (…)
Non lasceremo turbare questa coesione, che non significa peraltro appiattimento o compressione delle diversità, dal virus della violenza, in qualsiasi sua manifestazione, da quella dell’ignobile intolleranza razziale a quella dell’infiltrazione con intenti eversivi e distruttivi nella pacifica protesta politica e sociale, fino all’estremo di nuovi rigurgiti terroristici. La vigilanza e la fermezza, non solo dei vertici dello stato, dovranno essere risolute e costanti. (…)

(dal discorso di ieri alla cerimonia per lo scambio degli auguri con le alte cariche dello stato)

da Europa Quotidiano 21.12.11

"Un supermanager alla Rai", di Goffredo De Marchis

«La legge Gasparri non funziona, così la Rai è ingestibile». Da due settimane Mario Monti ha sul tavolo il corposo dossier che gli hanno consegnato il presidente Paolo Garimberti e il direttore generale Lorenza Lei durante il lungo incontro che precedette l´apparizione del premier a “Porta a porta”. Il Professore si è già fatto un´idea.
È UN´IDEA che presto potrebbe diventare un´iniziativa del governo per cambiare il modello di governo della televisione pubblica.
Per Monti la Rai ha due problemi fondamentali: i conti in rosso e la struttura gestionale. È soffocata dalla politica attraverso un consiglio di amministrazione elefantiaco e legato a doppio filo ai partiti. Su queste certezze, studia un intervento. Perché da sempre la Rai è lo specchio del governo, il suo biglietto da visita presso i cittadini-spettatori.
Quella sera di quindici giorni fa, Monti fece solo brevi considerazioni. Ma il suo pensiero è abbastanza definito. Quello che conta in un´azienda è l´efficienza. Non si capisce come faccia la Rai, è l´analisi di Palazzo Chigi, a essere efficiente con un cda di nove persone e un direttore generale che ha poteri limitati. Bisognerebbe ridurre il consiglio a tre membri e nominare un amministratore delegato che abbia deleghe veramente operative. Tradotto significa un capo azienda che possa nominare direttori di tg e di rete senza passare dalla voracità della politica, che sia in grado di firmare un contratto con Fiorello o Santoro saltando la mediazione con i consiglieri. È lo stravolgimento totale della Gasparri che invece ha consegnato più che mai Viale Mazzini al controllo ferreo della maggioranza, fatto salvo il presidente di garanzia. Scelto dall´opposizione, ma destinato a stare in minoranza. Monti coltiva l´ipotesi di consiglieri nominati uno a testa dai presidenti del Consiglio, di Camera e Senato. «Ma si possono trovare altre strade».
Il decreto di riforma della governance è allo stadio iniziale. Ci lavora Monti, come premier e azionista della Rai nel suo ruolo di ministro del Tesoro. Ci lavora Corrado Passera, che ha la delega delle Comunicazioni. Potrebbero muoversi già nelle prossime settimane. Se è vero, com´è vero, che l´attuale vertice Rai scade il 28 marzo. E se hanno pensato in queste ore di applicare al Senato lo “schema” provato la scorsa settimana alla Camera. Dopo una lunga trattativa, il governo decise di accogliere a Montecitorio gli ordini del giorno per bloccare il beauty contest sulle frequenze digitali. Quei testi furono approvati e neanche 24 ore dopo Passera annunciò il blocco del bando che regalava nuovi canali a Rai e Mediaset. Stavolta l´esecutivo ha pensato di cavalcare un ordine del giorno presentato al Senato da Luigi Zanda (Pd) nel quadro della manovra con il quale si chiedeva di commissariare l´azienda o di cambiare radicalmente «l´assetto gestionale». L´ordine del giorno alla fine si è perso nel calderone delle proposte presentate in commissione e non è stato esaminato. Monti e Passera però sono pronti ad andare avanti.
La vera tentazione del premier è la privatizzazione. «Sarebbe la cosa migliore». Ma non c´è il tempo necessario e «mi rendo conto – è il ragionamento di Monti – che la politica vivrebbe questa scelta come un dito nell´occhio». Ma la Rai è nel mirino. L´intervento sicuro è quello sui conti. Si pensa a un minimo aumento del canone del 2012. La stangata già inferta ai cittadini consiglia però una certa cautela. Qualcosa comunque è stato fatto nella manovra di Natale. L´evasione delle società (alberghi, laboratori, bar, altri luoghi pubblici) viene colpita con una norma che inverte l´onere della prova. Saranno le imprese a dover dimostrare di non usare la tv. Intanto dovranno pagare il canone. Con questa misura si calcola un gettito di 70 milioni.
Il Tesoro interverrà anche sul patrimonio immobiliare della Rai. Si possono vendere il meraviglioso Palazzo Labia sul Canal Grande (sottoposto però a rigidissimi vincoli artistici), la sede di Viale Mazzini (che ha il problema dell´amianto), immobili a Torino. Ma il vero valore di mercato è nei ripetitori, “bottino” molto desiderato da tutti gli operatori delle telecomunicazioni. Su questi asset, l´azionista Monti imporrà all´azienda una cura dimagrante. Le dismissioni sempre annunciate nei piani industriali stavolta diventeranno obbligate. Il governo intende andare fino in fondo. Perché ancora più della governance il premier è preoccupato del “rosso” di Viale Mazzini: 320 milioni nel 2011. Solo un decimo del patrimonio complessivo della Rai, 3 miliardi. Ma il 2000 per cento in più di quattro anni fa quando era fermo a 16 milioni.

La Repubblica 21.12.11