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"L'ultima giravolta del partito senza memoria", di Michele Prospero

Nel dibattito parlamentare sulla manovra è andata in scena una recita a soggetto che per molti mesi ancora accompagnerà la destra. Alla decadenza del confronto pubblico non sembra
esserci più argine. Mentre il Paese si sta giocando la sopravvivenza, a destra si dividono i ruoli in commedia. Da una parte c’è chi cerca di smarcarsi da un governo votato ma poco gradito. E dall’altra chi assume i toni agitatori e annuncia una chiamata alle armi per una battaglia all’ultimo sangue. La Lega è la più triviale manifestazione di quella sfacciata politica che, diceva Machiavelli, ha una doppia anima, una in piazza e una in palazzo. Dopo aver occupato così a lungo il potere, ed essersi anche distinta per la solerzia nell’attacco ai
diritti sindacali (l’imposizione dell’arbitrato nelle controversie di lavoro venne schivato dal Colle che negò la firma), ora il Carroccio scopre una improbabile anima proletaria. È ridicolo passare dalle auto blu, dai fastosi consigli di amministrazione e dalle allegre cene di Arcore ai proclami insurrezionali redatti in nome degli umiliati e offesi. Con la insulsa sceneggiata di
vestirsi in aula con gli abiti operai, le satolle truppe di Bossi cercano di far dimenticare (troppo in fretta!) la loro responsabilità storica per la crisi e la decapitazione del diritto del lavoro. Il famigerato articolo 8 contenuto nella manovra estiva era stato difeso con le unghie anche dalle camicie verdi. Pure nelle occasioni più cupe, la Lega ha fatto da sentinella alle volontà di rottura di ogni coesione sociale sprigionata da Sacconi. Per una mai dissimulata ingordigia di potere, la Lega ha calato le braghe sulla vicenda Milanese e ha scritto in atti parlamentari che Ruby era la nipote di Mubarak. Proprio il partito del ministro degli Interni ha poi protetto i sodali di
maggioranza accusati di collusione con la mafia e la camorra. Sono stati anni fallimentari che hanno devastato l’economia e decurtato i fondi per i servizi locali (alla faccia del federalismo fiscale). Invece della sofferta meditazione sulle malefatte, il Carroccio preferisce dare fuoco alle polveri e coprire le sue colpe epocali sotto il fumo compiacente che tutto oscura. Uno spirito di rivolta agita anche il Cavaliere ritornato parlante pur di ottenere il rapido oblio sulle responsabilità che hanno provocato il disastro. Il suo piano è di una semplicità infantile. Se le cose, come si augura, non daranno segnali di ripresa, il discredito ricadrà soprattutto sulle vecchie forze d’opposizione contagiate dal governo tecnico. E il Cavaliere potrà risorgere dalle ceneri una volta ancora come il nuovo che avanza dopo i salassi amari delle tasse volute dai truci poteri forti. L’antipolitica è l’eterna sua carta. Al populismo contro il tecnogoverno cavalcato con impeto da Ferrara si aggiunge ora il rusticano anticapitalismo di Di Pietro. Per il miraggio di avere qualche pugno di voti in più, il partito neoideologico e veteropersonale dell’ex magistrato manda in aria ogni prospettiva coalizionale. Si apre un ciclo insidioso di insana demagogia. La ossessiva campagna antipolitica che il giovedì va in onda a reti unificate, e ogni giorno conquista i titoli conformistici della grande stampa d’opinione, sono una gradita boccata d’ossigeno per il Cavaliere e per chiunque coltivi il
progetto di una uscita da destra dalla crisi di sistema. Colpire le cariche più prestigiose e minare i partiti rientra nel disegno di chi rispolvera persino il caldo concetto novecentesco (ed
eversivo) di stato di eccezione per dipingere il ruolo del capo dello Stato, reo di aver sospeso la legalità costituzionale e sospinto le istituzioni in una bellica terra di nessuno priva di garanzie legali e senza più custodi! Berlusconi si è detto già pronto a rivendicare il potere supremo di dare ordini dopo il tempo inutile del «disperato Monti». L’antipolitica che ha arruolato tanti interpreti cerca ora di saldare il grave disagio sociale con la auspicata crisi dei partiti più sensibili ai richiami del bene pubblico. Lo scenario di una contrazione della democrazia in tempi di recessione non è da fantapolitica. L’antipolitica si arresta solo con partiti dalle radici sociali solide. La sinistra ha modificato su molti punti la manovra, correggendone palesi distorsioni e clamorose omissioni. La battaglia però continua. Dalla crisi non si esce certo con la mistica del rigore. Servono le grandi idee della sinistra: crescita, dignità del lavoro, lotta alle ineguaglianze, sostegno alla domanda e quindi al reddito, politiche pubbliche, ricostruzione su base europea di un controllo politico del ciclo economico, della moneta e dei flussi finanziari. Anche nell’emergenza, le differenze con la destra restano abissali e solo le idee della sinistra possono battere la crisi.

L’Unità 17.12.11

"Debito e sviluppo le nuove tappe", di Alessandro Barbera

In cima alla lista ci sono il taglio del debito pubblico, la riforma del mercato del lavoro e il rilancio della crescita, azzoppata dall’ennesima (ma inevitabile) manovra finanziaria. Il governo è solo all’inizio del suo lavoro: come dimostrano le pressioni di partiti e lobby contro le liberalizzazioni, l’agenda Monti è lunga e piena di incognite. Il primo scoglio sarà la prossima settimana, quando il decreto salva-Italia sarà in Senato per la sua approvazione definitiva. Il governo ha detto sì a diversi ordini del giorno, dunque si è impegnato a farli propri nella manovra. Lo farà? Alcuni di questi riguardano materie delicatissime, come la gara per l’assegnazione delle frequenze del digitale terrestre o la modifica della norma che esclude gli immobili della Chiesa dal pagamento dell’Imu. «Io disperato? Sono pieno di speranza», diceva ieri il premier rispondendo a Berlusconi. Per fare il lavoro che lo attende, ce ne vogliono dosi massicce.

Pensioni & famiglie
Lavoratori precoci e penalizzazioni i ritocchi possibili
Ritocchi al pacchetto pensioni ce ne sono già stati: dalla norma che salva l’indicizzazione degli assegni fino a 1400 euro e l’introduzione di un contributo di solidarietà per chi riceve più di 200mila euro annui. Ora però i partiti che sostengono il governo chiedono, durante il passaggio in Senato, altre due modifiche. Un ordine del giorno accolto dal governo e firmato da Pd, Pdl e Udc, chiede di intervenire a favore dei lavoratori «precoci», tutti coloro che hanno iniziato a lavorare molto giovani, oggi vicini ai sessant’anni e che per via della riforma dovrebbero attendere diversi anni prima di avere la pensione: fra questi molti sono in mobilità o cassa integrazione, e di qui a poco rimarranno senza lavoro. Di qui la richiesta di riconoscergli il diritto alla pensione secondo le vecchie regole. L’altro ordine del giorno chiede la modifica del sistema delel penalizzazioni per chi, pur avendo raggiunto i requisiti di anzianità contributiva (42 anni e un mese per gli uomini, 41 anni per le donne) ma non l’età minima, saranno costretti a subire le penalizzazioni previste dalla manovra per l’uscita anticipata. Dopo la stangata della reintroduzione dell’Ici, i partiti chiedono anche qualche intervento a favore delle famiglie. Ieri il Pdl ha ottenuto dal governo il sì ad un ordine del giorno per introdurre «quanto prima» il quoziente familiare «in ogni forma di tassazione diretta». Si tratta però di un obiettivo molto difficile nel breve periodo: un abbattimento delle tasse sulle persone fisiche costa caro alle casse dello Stato.

Fisco & lotta all’evasione
Troppe nuove tasse ma si può sfoltire la giungla delle esenzioni
Fatto salvo il pacchetto pensioni, la manovra altro non è che un’enorme stangata su tutto quel che si poteva colpire: la casa, le addizionali regionali, le auto di grossa cilindrata, le barche, la benzina. Secondo le stime di Confindustria, a fine 2012 raggiungeremo la pressione fiscale monstre del 54%. Per evitare una pesante recessione l’unica strada sarebbe quella di una riduzione delle tasse. Viste le condizioni di bilancio, c’è solo da sperare che non aumentino. L’Iva, ad esempio: nelle tabelle della manovra è previsto un aumento delle entrate di altri 13 miliardi di euro a partire dal primo ottobre 2012. Per allora è previsto infatti l’aumento di ben quattro punti di due delle tre aliquote dell’imposta: quella al 10% passerebbe al 12%, quella al 21 al 23%.
Una misura che avrebbe effetti pesantissimi sull’inflazione, oltre che per le tasche degli italiani, ed evitabile in un solo modo: tagliando la giungla delle agevolazioni fiscali in vigore. Dopo una lunga ricerca fra i meandri dell’italico diritto, Vieri Ceriani, l’esperto della Banca d’Italia ora scelto come sottosegretario, ne ha contate seicento. L’alternativa è compensare parte di quel gettito con nuovi tagli ai costi della macchina pubblica o tirare dritto sulla strada della lotta all’evasione. Contro di essa il governo ha già preso alcune decisioni: la riduzione da 2.500 a mille euro del limite per i pagamenti in contanti, ha introdotto una norma che impone a chi ha aderito allo scudo fiscale il pagamento di una sovrattassa, ha ulteriormente rafforzato le norme che permettono al Fisco di controllare i conti bancari. Ma il governo potrebbe fare di più, e il Pd insiste perché ciò avvenga.

Imprese
Per riformare il mercato del lavoro il governo pensa al contratto unico
I pochi sgravi concessi dalla manovra sono stati a favore delle imprese: taglio dell’Irap nella componente costo del lavoro, incentivi alla ricapitalizzazione delle imprese, bonus per chi investe in nuove aziende e per la ricerca. Per far ripartire la crescita italiana ci vuole però altro. In cima ai pensieri del governo c’è una riforma che divide profondamente la politica: quella del mercato del lavoro. Il Pdl è favorevole al superamento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sul diritto al licenziamento, il Pd è in gran parte contrario.
La soluzione di compromesso alla quale sta lavorando il governo somiglia molto ad un’idea lanciata ormai qualche anno fa dagli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi: il cosiddetto «contratto unico». Su come applicare il meccanismo circolano diverse ipotesi, ma la ratio è una: garantire al lavoratore neoassunto una garanzia crescente dal licenziamento. In questo modo si supererebbe la dicotomia fra insider ed outsider, fra coloro che oggi hanno un posto di lavoro ipergarantito e coloro che, soprattutto fra i più giovani, ottengono solo contratti a tempo.

Tagli & costi della politica
Enti inutili e stipendi dei grand commis :tutto rimandato
Se c’è un punto sul quale il governo ha fatto meno di quanto si sperasse, è sui costi della politica e della macchina pubblica. Fatto salvo l’accorpamento degli enti previdenziali, l’abolizione delle Province è stata rimandata al 2013, non c’è stato il taglio degli enti inutili, si è introdotto un limite agli stipendi degli alti burocrati, poi ritoccato. Si è affermato un principio (ovvero che nessuno potesse guadagnare più dei 310mila euro del primo presidente della Corte di Cassazione) e lo si è subito negato. L’ultima versione della norma prevede infatti che per le «posizioni apicali delle rispettive amministrazioni» vengano concesse «deroghe motivate». Una pantomima che viene da lontano, sin dai tempi del secondo governo Prodi.
Da premier di un governo per così dire «tecnico», Monti ha l’onere di dimostrare che invece si può e si deve cambiare marcia. Un primo banco di prova saranno gli enti pubblici, che né Prodi né Berlusconi sono riusciti a sfrondare. Dal Cnel all’Aci, dall’Unire al Formez, dall’ente per la Montagna fino allo Svimez la lista degli enti dei quali possiamo fare a meno è lunga. Poi ci sono le società partecipate degli enti locali: Comuni, Province e Regioni che controllano enti o inutili o, nella migliore delle ipotesi, privatizzabili. Secondo le stime di Unioncamere arriverebbero ad essere ottomila: almeno uno per Comune. Ciascuno di questi ha un consiglio di amministrazione formati, molto spesso, da ex consiglieri o ex assessori. Le norme per incentivare le cessioni non mancano ma finora sono state largamente insufficienti.

Privatizzazioni & liberalizzazioni
Sconfiggere le lobby la sfida dell’esecutivo. Poi via alle cessioni
Di quel che c’era nella prima versione della manovra è rimasto poco: niente apertura del mercato delle farmacie, dei taxi, né degli ordini professionali. Le lobby di riferimento hanno ottenuto che quelle norme venissero spuntate. Un peccato anzitutto per i consumatori, che da una maggiore concorrenza potrebbero avere servizi migliori a prezzi più bassi. Ora il premier ha promesso di rimettere mano alla questione. «Le liberalizzazioni sono essenziali alla crescita del Paese», ha detto ieri alla Camera. L’intenzione è quella di farlo a gennaio, in maniera compiuta ma non più per decreto, attraverso il disegno di legge annuale sulla concorrenza e, per quanto riguarda le professioni, con un tavolo fra il ministro Severino e gli ordini. Il governo ce la farà a imporre liberalizzazioni degne di questo nome? Quel che è certo è che dovrà fare i conti con il partito dell’ex premier, il quale ha detto di non considerare le liberalizzazioni una priorità. L’altro grande banco di prova che attende il governo è quello delle privatizzazioni. Con un debito pubblico che ha nuovamente sfondato il muero dei 1.900 miliardi di euro, l’Italia ha bisogno di una cura d’urto per abbattere il costo degli interessi necessari a finanziarlo: oggi sono più di ottanta miliardi di euro l’anno, due terzi dell’intera spesa sanitaria. Dopo essersi avvicinato al 100% in rapporto al prodotto interno lordo, oggi il debito è tornato al 120%, una zavorra insopportabile per un Paese a bassa crescita. L’obiettivo minimo del governo è tornare rapidamente attorno al 100%. Come? Vendendo immobili pubblici (ce ne sono per decine di miliardi) e tutte le partecipazioni: da Poste alla Rai, dalle Fs alla Sace fino alle quote in Eni, Enel e Finmeccanica.

La Stampa 17.12.11

"Anni di tagli, le "pubbliche" calano, boom di iscritti alle scuole paritarie", di Salvo Intravaia

Pubblicati i dati dell’Ufficio Statistica del Ministero. Negli scorsi sei anni incremento alle “private” del 10%. Il taglio dei servizi per carenze di fondi (e la minor assistenza agli alunni disabili) la causa principale. Il sospetto lo avevano in molti, adesso arriva la conferma dei numeri. In pochi anni, le scuole paritarie hanno visto crescere il numero dei propri iscritti. Mentre le statali, travolte dai tagli soprattutto dell’ultimo governo Berlusconi, segnano il passo. In appena sei anni – dal 2004/2005 al 2010/2011 – gli iscritti nelle scuole elementari, medie e superiori delle paritarie sono cresciuti del 10 per cento, nelle statali si registra una sostanziale stabilità. Il dato degli alunni delle private è stato pubblicato ieri dall’Ufficio statistica del ministero dell’Istruzione nell’ambito del dossier sugli alunni disabili e mancava dalle statistiche ufficiali da circa 10 anni.

Nei conteggi elaborati da Repubblica.it si è preferito tralasciare il complesso mondo delle scuole dell’infanzia, dove si rischia di fare confusione perché la quota di alunni iscritti nelle scuole gestite dagli enti locali – e quindi, di fatto, pubbliche – è piuttosto cospicua. Discorso che cambia per gli altri ordini di scuola. In poco più di un lustro, alla primaria statale gli alunni sono cresciuti dell’1,8 per cento, contro un corrispondente incremento dell’8 per cento registratosi nelle paritarie. In queste ultime, i servizi di accoglienza pre e post-scuola danno una mano alle famiglie in cui mamma e papà lavorano. Ma non solo: il tempo pieno consente anche ai genitori di evitare rocamboleschi rientri per andare a prendere i figli a scuola e farli pranzare.

Nelle statali, invece, tutto

dipende dai fondi disponibili: se ce ne sono in cassa si possono anche organizzare servizi aggiuntivi molto richiesti dalle famiglie, diversamente i genitori devono arrangiarsi. I dati sono ancora più significativi se si volge lo sguardo alle scuole medie e alle scuole superiori. In entrambi i casi, a fronte di un calo degli alunni delle statali si registra un incremento nelle private. Il più consistente riguarda le scuole secondarie di primo grado: in calo dell’1,1 per cento quelle pubbliche, in aumento del 12,3 per cento quelle paritarie. Un trend che si ripete anche al superiore: meno 0,2 per cento per le statali e più 7,3 per cento a favore delle paritarie. A conti fatti, è come se circa 22 mila studenti di medie e superiori in questi anni si fossero trasferiti dalle statali alle private.

Ad incidere sulle scelte dei genitori, potrebbero avere influito il taglio al personale, l’aumento del numero di alunni per classe e la situazione degli alunni disabili, meno seguiti alcuni anni fa. I tagli operati al personale docente creano spesso situazioni di “vacanze forzate” per intere classi, “costrette ad entrare a scuola una o due ore dopo l’orario canonico delle lezioni o ad abbandonare le mura scolastiche in anticipo per mancanza di supplenti. Situazione di caos che si ripete quando gli alunni si ritrovano in classi da trenta o più elementi e magari in presenza di uno o più disabili. In genere a farne le spese sono gli alunni “meno attrezzati”, che avrebbero bisogno di essere seguiti con maggiore cura dagli insegnanti. Ma quando in classe se ne hanno 30 tutto diventa più difficile e le famiglie preferiscono ricorrere alle “cure” delle private

La Repubblica 17.12.11

"Lazio, vitalizio anche agli assessori esterni", di Sergio Rizzo

Come biasimarli? Costretti a ingoiare l’amara pietanza, anche se soltanto a partire dalla prossima legislatura (mai che un taglio colpisca chi taglia), almeno l’hanno addolcita. Alle due e un quarto della scorsa notte, e non è certo il caso di domandarsi perché certe cose succedono sempre quando calano le tenebre, mentre la commissione Bilancio del Consiglio regionale del Lazio stava discutendo l’abolizione dei vitalizi decisa qualche settimana fa dall’assemblea delle Regioni italiane, è spuntato un emendamento furbetto del quale da tempo si vociferava nei corridoi. Ma che nessuno aveva ancora visto. Una norma che mentre toglie ai futuri consiglieri eletti per la prima volta nel 2015 il diritto alla pensione da «onorevole» regionale, lo estende agli assessori esterni dell’attuale giunta di Renata Polverini. Oltre, naturalmente, a quelli cessati dal mandato. A nulla sono purtroppo servite le proteste di buona parte dell’opposizione, con in testa i radicali Rocco Berardo e Giuseppe Rossodivita.
Il regalo della pensione dopo soli cinque anni per 14 dei 16 componenti dell’attuale giunta, tanti sono i componenti esterni, è semplicemente meraviglioso. Anche perché consentirà a un paio di assessori perfino di raddoppiare. Luciano Ciocchetti, ex senatore che nel governo regionale targato Polverini ha la responsabilità delle Politiche del territorio e dell’Urbanistica, avrà in futuro la possibilità di sommare il vitalizio regionale a quello parlamentare. Esattamente come Teodoro «er pecora» Buontempo, storico esponente della destra, attuale assessore alla Casa e già deputato per ben cinque legislature. Che potrà così andare ad arricchire il già folto gruppo dei titolari di doppia «pensione» istituzionale, già nel Lazio forte di ben 21 esponenti, ripercorrendo peraltro la via previdenziale tracciata da altri suoi camerati. Per esempio, Giulio Maceratini: il quale, grazie alla sua lunga militanza (sei legislature) alla Camera e al Consiglio regionale del Lazio, si porta a casa due sontuosi vitalizi. In base alle tabelle, dovremmo essere complessivamente intorno ai 19 mila euro lordi al mese. Oppure l’ex governatore Francesco Storace, che ha sperimentato anch’egli per un annetto (finché nel 2010 non è stato rieletto in Regione e gli assegni gli sono stati sospesi) il brivido del doppio vitalizio da ex consigliere regionale e da ex senatore. Incassati entrambi a partire dal 2009, quando aveva appena compiuto 50 anni.
Nessuno stupore. La Regione Lazio è quella in assoluto più generosa con i suoi ex consiglieri. Che finora potevano calcolare il vitalizio prendendo come base non soltanto l’indennità (l’80% di quella dei parlamentari), ma anche la diaria (la diaria!). E lo incassavano, come dimostra il caso di Storace, anche raggiunti i 50 anni. L’ex governatore non è stato certamente l’unico ad approfittare di regole tanto assurdamente favorevoli. Qualche esempio? A quell’età hanno iniziato a percepire il vitalizio regionale anche il nipote di Giulio Andreotti, Luca Danese, e Alessandro Forlani, figlio dell’ex segretario democristiano Arnaldo Forlani. E prima di compiere 52 anni ha ritirato il suo primo assegno anche il predecessore di Renata Polverini, Piero Marrazzo: rientrato, dopo un’esperienza politica conclusasi in un modo da dimenticare, nel grembo di mamma Rai. Caporedattore, ovviamente con stipendio adeguato.

Il Corriere della Sera 17.12.11

"Protesta mondiale. Il rettore annulla il concorso dubbio", di Miriam Massone Raphael Zanotti

Numerose irregolarità. Tra le quali quella di non aver tenuto conto degli indici bibliometrici con i quali, di solito, si valuta il valore di un ricercatore. Non c’è stato nemmeno bisogno di un ricorso al Tar perché il contestatissimo concorso per ricercatore di Economia Politica alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università del Piemonte Orientale finisse nel cestino. Ieri il rettore dell’ateneo di Alessandria, Paolo Garbarino, ha annullato i lavori della commissione presieduta dal preside Salvatore Rizzello, rimandando gli atti alla commissione stessa.

Una decisione maturata in un clima surreale, sotto la pressione della più grande protesta via web mai nata per un concorso pubblico. Dopo la messa in rete del curriculum della vincitrice, discepola dello stesso Rizzello, il mondo della ricerca si era incendiato: pubblicazioni troppo mediocri a confronto di quelle degli altri dodici candidati. Il presidente Rizzello si era difeso: «È stata premiata l’originalità». Peccato che i lavori, nella quasi totalità, vedessero lo stesso Rizzello come coautore.

La comunità scientifica non ha apprezzato. Una petizione on line che domandava al rettore di fare chiarezza ha raccolto in pochi giorni 1360 sottoscrittori. Professori emeriti, ordinari, associati, direttori di dipartimento, ricercatori delle più rinomate università del mondo, da Harvard a Oxford, passando per Stanford, Bicocca, Bocconi, California Institute of Technology – in pratica l’intera comunità scientifica internazionale – hanno chiesto lumi su quel concorso. Applicando uno qualunque dei quattro indici bibliometrici, la vincitrice avrebbe totalizzato zero punti. Una rivolta tale da aver fatto uscire allo scoperto uno dei tre commissari, il professor Damiano Bruno Silipo dell’Università della Calabria: «Tengo a precisare di aver espresso un voto difforme dalla maggioranza dei commissari. Nei miei giudizi ho tenuto in debita considerazione le pubblicazioni su riviste internazionali». Amaro il suo commento: «Mio padre è morto a 30 anni, mia madre era contadina. Tutto ciò che ho è la mia reputazione». Quanto agli indici: «Col senno del poi, forse, mi sarei dovuto impuntare quando il presidente ha suggerito di non adottarli, anche se il criterio dell’originalità è importantissimo». Detto questo, il suo candidato vincitore era un altro.

Il rettore, invece, dice che tutte quelle firme se le aspettava: «Economia è materia internazionale, è positivo che si sia aperto il dibattito anche oltre confine». Poco importa se il nome dell’università ha fatto il giro del mondo: «Non si può né si deve nascondere la sabbia sotto il tappeto». E sull’importanza delle pubblicazioni come criterio di valutazione ammette: «Credo che tenerne conto possa contribuire a soddisfare l’esigenza di maggiore trasparenza».

Un’esigenza diventata ancor più fondamentale vista la ridda di voci circolate subito dopo il concorso sugli approcci «poco ortodossi» del preside Rizzello nei confronti di alcuni studenti. Voci su cui lo stesso Rizzello ha chiesto che indaghi una commissione. Nel frattempo, delle nomine dei sette direttori di dipartimento, appena fatte, resta congelata solo quella di «Giurisprudenza, Scienze politiche, economiche e sociali» per cui era in lizza lo stesso Rizzello.

La Stampa 17.12.11

"La vittoria della ragione", di Giovanni Valentini

È una vittoria del buon senso, prima ancora che della politica, quella ottenuta ieri alla Camera sull´asta delle frequenze televisive. E dimostra la forza dell´opinione pubblica quando si mobilita con le armi della ragione. Quando l´opinione pubblica impiega l´arma della protesta civile, neanche un governo tecnico – impegnato a imporre pesanti sacrifici a tutti i cittadini per salvare il Paese – può sottrarsi al dovere di rispettare la volontà popolare.
Si impedisce così un misfatto, una rapina o uno scippo ai danni dello Stato. E si individua un´importante risorsa a cui attingere legittimamente, per ridurre o almeno alleggerire il peso della manovra economica e fiscale sulle spalle degli italiani. Non è una ritorsione né tantomeno una vendetta contro nessuno. Ma piuttosto un atto di giustizia e di equità nell´interesse esclusivo dei contribuenti, chiamati ora a sostenere il salvataggio della finanza pubblica.
In una situazione come questa, non si poteva più pensare di “regalare” un pezzo rilevante dell´etere, e quindi del patrimonio statale, favorendo gli stessi soggetti – in primis Rai e Mediaset – che già sfruttano da tempo le frequenze televisive, pagando canoni di concessione irrisori e lucrando lauti ricavi su un bene che appartiene a tutti noi. Sarà un´asta a stabilire adesso quanto valgono effettivamente le frequenze residue, a chi e come dovranno essere assegnate. Ma nulla vieta che, in mancanza di offerte adeguate da parte delle emittenti tv, la gara possa essere aperta anche agli operatori telefonici e quindi aggiudicata al miglior offerente.
Poco importa ormai che il governo precedente, rappresentato da Berlusconi e dal ministro Romani, avesse deciso di avviare la procedura del cosiddetto “beauty contest” (o concorso di bellezza), per pilotare in realtà la destinazione delle frequenze ai “signori dell´etere”. Vale a dire in buona parte al medesimo premier-tycoon e alla sua azienda. Il dovere di “autotutela”, come ricorda un parere giuridico dell´amministrativista Gianluigi Pellegrino, obbligava i successori a riaprire la questione per cercare di ottenere il massimo possibile, revocando o modificando il provvedimento precedente. E bisogna dare atto ai commissari di minoranza all´interno dell´Autorità sulle Comunicazioni, insieme ad alcuni irriducibili rappresentanti dell´opposizione, di aver contrastato apertamente e coerentemente quella improvvida decisione.
Era il 31 agosto scorso quando la direzione di questo giornale pubblicò in prima pagina un commento a firma del sottoscritto, intitolato “La truffa delle frequenze tv nel Far West dell´etere”. In quell´articolo, fra l´altro si leggeva: “È come se l´Italia avesse a disposizione un tesoro nascosto, una miniera invisibile, un immenso giacimento d´oro o di petrolio, ma non volesse sfruttarlo come si deve per ottenere il massimo rendimento. E anzi, invece di cederlo al migliore offerente, lo regala a chi già vi ha messo le mani sopra. Ma, prima di arrivare a vendere i gioielli di famiglia, uno Stato onesto e oculato non dovrebbe cercare di affittare a un giusto prezzo i beni di sua proprietà?”.
Se lo ricordiamo oggi non è per rivendicare meriti o per vanteria di testata, ma piuttosto per dire che non abbiamo aspettato la caduta del governo Berlusconi e l´insediamento del governo Monti per porre il problema all´ordine del giorno. A quell´epoca, era appena partita l´asta per le frequenze della banda larga di ultima generazione su una base di 2,3 miliardi di euro e lo stesso ministro Romani dichiarò che sarebbe potuta arrivare anche a tre: alla fine, invece, s´è chiusa a 3,5 miliardi.
Ora dovrà essere proprio la nuova gara a titolo oneroso, secondo gli ordini del giorno presentati alla Camera da Pd, Idv e Lega e accolti con un opportuno ripensamento dal governo in carica, a stabilire il valore delle nuove frequenze. In ogni caso sarà un prezzo di mercato, trasparente, frutto dell´incrocio fra la domanda e l´offerta. Non un “regalo”, una cessione a costo zero, una dismissione gratuita. E vogliamo essere sicuri fin d´ora che il ministro Passera, forte di una lunga esperienza di manager e risanatore, non procederà comunque a una svendita di Stato.
Il governo Monti rischierà forse di cadere in Parlamento su questo terreno minato? Non si può escludere. Ma allora risulterà chiaro, anche a chi non vuol vedere e non vuol sentire, che si pregiudica l´interesse nazionale e si compromette il risanamento del Paese per ragioni private, di bottega o di portafoglio.
Il partito (trasversale) della televisione ha già fatto troppi danni al Paese nell´ultimo quarto di secolo, per avallare un voto di scambio tra il risanamento e le frequenze. E non soltanto in termini economici. I guasti peggiori sono stati prodotti sul piano del pluralismo dell´informazione e della libera concorrenza. Ma forse ancor più nella cultura e nel costume della società italiana; in quella convivenza civile che – come si vede purtroppo nelle aule parlamentari e fuori – diventa di giorno in giorno sempre più incivile, anche per effetto dell´imbarbarimento televisivo.

La Repubblica 17.12.11

"No ai milioni della Eternit Vogliamo giustizia, non soldi", di Raffaello Masci

All’ingresso dell’Associazione Famigliari delle vittime dell’amianto c’è un albero di Natale con un cartello: «Non accettiamo pacchi natalizi da Schmidheiny». Stephan Schmidheiny è un miliardario svizzero ed è stato l’ultimo proprietario della Eternit. Il pacco che ha offerto per Gesù Bambino contiene diciotto milioni di euro e dovrebbe risarcire la città per i danni che la sua fabbrica ha prodotto: milleottocento morti fino ad oggi, e chissà quanti altri in futuro. Il Comune ha deciso di accettare ma i familiari delle vittime non ci stanno: «Non si scende – dicono – a patti con il diavolo». La Eternit a Casale è aperta nel 1907 e ha chiuso a metà degli Anni Ottanta. Produceva un materiale tanto resistente da sembrare, appunto, eterno: ma l’eternità che procurava è quella dell’altro mondo. La polvere di amianto prodotta dal logoramento dei tetti, e soprattutto quella usata nei selciati come ghiaia e nei sottotetti come coibentante è entrata nei polmoni e ha provocato malattie terribili: l’asbestosi e soprattutto un cancro chiamato mesotelioma pleurico, che non dà scampo. Sono morti prima i lavoratori, poi anche persone che non sono mai state in fabbrica, perché la polvere d’amianto è stata lasciata in giro dappertutto in città.

Ancora oggi a Casale ci sono cinquanta nuovi casi di mesotelioma all’anno; e siccome l’incubazione è di trent’anni, si calcola che il massacro continuerà fino al 2020, più o meno. Il prossimo 13 febbraio a Torino verrà emessa la sentenza al processo per disastro doloso permanente: «doloso» perché secondo l’accusa, e secondo molta letteratura medica, l’azienda sapeva bene della pericolosità dell’amianto. Gli imputati sono gli ultimi due proprietari della Eternit: uno è appunto Schmidheiny; l’altro è il belga Jean Louis De Cartier de Marchienne. Per loro il pubblico ministero Raffaele Guariniello ha chiesto vent’anni di carcere. Nessuno dei due si è mai fatto vedere al processo. Ma mentre il belga – ultranovantenne – ha scelto il disinteresse totale, Schmidheiny, che tiene molto ad essere accreditato come filantropo ed ecologista, ha almeno cercato una transazione con le parti civili, offrendo risarcimenti. Tra i quali appunto questi diciotto milioni per il Comune. Giorgio Demezzi, ingegnere, 63 anni, sposato e padre di tre figli, Pdl, è il sindaco di Casale Monferrato. è lui che ha deciso di accettare l’offerta.

Lo incontriamo in Comune e sembra l’uomo più tormentato del mondo: si alza continuamente e parla camminando avanti e indietro. «Se dovessi dar retta all’emozione e al cuore, direi di no: nessuna cifra può risarcire il danno che ha subìto Casale. Ma come amministratore ho delle responsabilità: abbiamo chiesto un parere a un grande giurista e ci è stato risposto che se non accettiamo la transazione difficilmente verremo risarciti perché sarebbe difficile far eseguire una sentenza all’estero». Continua: «Capisco chi ha avuto familiari morti. Ma non mi vanno le mistificazioni. Ho letto che diciotto milioni vorrebbero dire diecimila euro per morto: è assurdo! I diciotto milioni sono per i danni subiti dal Comune. Per le morti ci sono altre richieste di risarcimento promosse dai familiari».

In realtà i familiari ancora in causa come parti civili sono poche centinaia. Più di mille famiglie hanno già chiuso la transazione con lo svizzero Schmidheiny: in media, hanno ricevuto 23.000 euro a testa, una cifra che dà la misura del valore della vita secondo gli ex proprietari della Eternit. «I familiari hanno accettato perché sono stati presi per la gola: a Casale c’è stata e c’è ancora una crisi terribile», dice Nicola Pondrano, che negli Anni Settanta era un operaio della Eternit e fu uno dei primi a reagire alle troppe morti sospette, scuotendo un sindacato ancora troppo preoccupato dall’idea di una possibile perdita di posti di lavoro. Adesso è contrario alla transazione dei diciotto milioni anche perché teme che possa influenzare la sentenza: «Schmidheiny ha già dato 23 milioni alle vittime, 5 e mezzo al Comune di Siracusa e due a quello di Cavagnolo. Se ne dà altri diciotto al Comune di Casale, in totale sono cinquanta milioni: difficile che un giudice non ne tenga conto». E invece qui a Casale si vuole una condanna esemplare. Assunta Prato è la vedova di Paolo Ferraris, l’assessore regionale che fece avere i primi finanziamenti per le bonifiche e che poi si ammalò di mesotelioma. «Se uno pensa solo alla convenienza – dice – il discorso del sindaco non fa una grinza. Ma Casale ha subito una ferita tale che non può essere sanata con alcun risarcimento economico. Vogliamo giustizia, non un accordo con chi ha procurato quella ferita». è anche per un segnale che si vuole dare a tutto il mondo, perché l’Eternit viene ancora prodotto: in Cina, in India, in Brasile, con gli operai usati come carne da macello. «E poi il danno – aggiunge Pondrano – non è solo passato. è anche presente e futuro: dall’inizio del processo, 10 dicembre 2009, a Casale ci sono stati 128 nuovi malati. Adesso l’incubo è per chi era bambino quando qui c’era la fabbrica».

«Pensi – ci dice Bruno Pesce, sindacalista, fondatore del comitato delle vittime – quale reazione psicologica può avere un malato di fronte all’accordo tra il Comune e la Eternit. S’è detto che questa storia per Casale è una ferita profonda: bene, accettare quei diciotto milioni è come spargere del sale su questa ferita». Insomma al sindaco si imputa una mancanza di sensibilità. Racconta la signora Romana Blasotti Pavesi, che ha 83 anni e per l’amianto ha perso il marito, una figlia, una sorella e due nipoti: «Venti giorni fa Demezzi è venuto a casa mia e mi ha detto che lui non ha mai avuto un malato in famiglia. Ecco, credo che anche per questo non ci capisca. Mi spiace dirlo, ma è venuto al processo solo una volta, per essere interrogato, e per dire che la sua amministrazione non era competente». Eppure lui, Giorgio Demezzi, giura: «Questa storia è un dramma e mi resterà sempre dentro».

La Stampa 17.12.11