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Dichiarazione di voto di Dario Franceschini sul decreto 'Salva Italia' alla Camera dei Deputati

Signor Presidente, in questa stagione di comprensibili tensione sociali, di paure, in questa situazione di sfiducia nei confronti della politica, in cui, purtroppo, tutto sembra scaricarsi sui parlamentari e sul loro lavoro, vorrei rivendicare in quest’Aula, non per il gruppo del Partito Democratico ma, se mi è consentito, per l’intero Parlamento, il lavoro che è stato fatto su questa manovra, in una situazione politicamente difficile, inedita. In soli nove giorni, è stata esaminata, corretta e approvata la manovra, e la fiducia viene messa non sul maxiemendamento del Governo, ma sul testo approvato dalle Commissioni (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
È stato un lavoro di miglioramento lasciando intatti i saldi, il carattere strutturale della manovra, gli impegni assunti con l’Unione europea, una manovra indispensabile, urgente per la situazione di crisi del nostro Paese – sull’orlo del fallimento, è stato detto dal Presidente Monti -, indispensabile per far uscire l’Italia dalla situazione in cui si trova dopo gli ultimi tre anni.
Abbiamo ascoltato i deputati e le deputate della Lega: sembrano scesi dalla luna (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania)! Invece siete stati saldamente al Governo negli ultimi tre anni e saldamente incollati alle poltrone romane per otto degli ultimi dieci anni. E quando eravate seduti su quelle poltrone non sembravate, come oggi, guerrieri padani, sembravate solo soldatini ubbidienti (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro per il Terzo Polo, Futuro e Libertà per il Terzo Polo, Italia dei Valori e Misto-Alleanza per l’Italia – Dai banchi del gruppo della Lega Nord Padania si grida: Venduto!)!

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi!

DARIO FRANCESCHINI. È una manovra talmente indispensabile per la ragione stessa che ha portato le forze politiche a far nascere questo Governo e a sostenerlo in Parlamento.
L’impegno del Partito Democratico è stato, sin dall’inizio, per correggerla, e abbiamo detto: più equità. Lo ha riconosciuto anche il Presidente Monti, che questi risultati ci sono stati. Ci siamo sentiti dire da nostri elettori – ed è doloroso -: non è abbastanza. Allora utilizziamo la diretta per dire ai cittadini, per dire ai nostri elettori, quelli che sono delusi perché volevano di più, perché volevano che ci fossero tutte le nostre posizioni dentro, che noi in quest’Aula, non è che improvvisamente siamo diventati maggioranza. I numeri sono quelli di prima.
Ragioni politiche e regione numeriche fanno sì che qualsiasi modifica deve passare attraverso l’intesa fra noi e la destra, tra noi ed i nostri avversari. E il Partito Democratico, sapendo quante sono le distanze, ha scelto questa strada difficile di tentare di migliorare la manovra, per sostenere le fasce più deboli. Non siamo riusciti in tutto, vi siamo riusciti in parte. Siamo orgogliosi di quanto abbiamo ottenuto, perché abbiamo fatto una scelta difficile, certo, molto più difficile di quella dell’Italia dei Valori e di Di Pietro, che hanno scelto di cavalcare il disagio e cavalcare la protesta (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro per il Terzo Polo, Futuro e Libertà per il Terzo Polo e Misto-Alleanza per l’Italia).
Vorrei che gli italiani sapessero che, se avessimo fatto noi come l’Italia dei Valori, la manovra sarebbe rimasta la stessa e non vi sarebbe stato alcun miglioramento, ma soltanto qualche applauso per noi (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Invece i miglioramenti vi sono stati. Ne ricordo solo come titoli alcuni, per il nostro lavoro nelle Commissioni: l’aumento dell’indicizzazione all’inflazione garantito alle pensioni fino a 1.400 euro pagato con i soldi sottratti agli evasori dello scudo fiscale.

Ricordo, inoltre, la riduzione delle penalizzazioni per ogni anno per i pensionati che vanno in anticipo rispetto ai 62 anni, le deroghe alle nuove regole per i lavoratori che sono in mobilità, la riduzione dell’impatto dello scalone, l’aumento della detrazione dell’ICI o dell’IMU sulla prima casa per le famiglie con più figli, il nuovo tetto agli stipendi più alti della pubblica amministrazione e il divieto del doppio stipendio, il controllo e la trasparenza sulle operazioni finanziarie, strumento fondamentale della lotta all’evasione, l’esenzione dell’imposta di bollo per facilitare l’accesso ai conti correnti anche alle fasce più deboli.
Poi restano dei limiti, delle cose che mancano. Volevamo di più sull’evasione e sulla tracciabilità, volevamo uno scalone meno improvviso dell’innalzamento dell’età e poi ricordo due emergenze sociali. Ci sono due ordini del giorno firmati da tutti i gruppi che sostengono il Governo e siamo certi che il Governo li accoglierà.
Riguardano due cose che sono solo buon senso e giustizia, non c’entra niente destra e sinistra: i lavoratori precoci, quelli che hanno iniziato a lavorare a 15-16 anni, quando i loro coetanei avevano la fortuna di poter andare a scuola o all’università (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico), e quelli che sono senza lavoro e che hanno visto allontanarsi il momento della pensione e hanno visto allontanarsi la salvezza del ritorno di un reddito con cui riuscire a vivere.
Poi, sulla frenata alle liberalizzazioni, vorrei essere molto chiaro. Abbiamo letto le parole di alcuni membri del Governo, come il Ministro Passera e il sottosegretario Catricalà. Allora, non buttate più comodamente sul Parlamento la frenata sulle liberalizzazioni (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Futuro e Libertà per il Terzo Polo e Misto-Alleanza per l’Italia).
Se volete essere chiari, chiamate per nome e per cognome le forze politiche che ci sono in questo Parlamento e riconoscete che la frenata su taxi, autostrade e farmacie è avvenuta contro il parere del Partito Democratico (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Noi avremmo voluto di più, ma continueremo la battaglia per la crescita e per la giustizia sociale.
Infatti, il cammino non finisce con questa manovra, ma il cammino comincia con questa manovra. Noi saremo dentro questo percorso, saremo dentro questo percorso con le nostre proposte, con i nostri valori, soprattutto come voce di tutti quegli italiani che non hanno più voce e che non riescono ad essere ascoltati.
Per questo voteremo convintamente la fiducia al Governo, non a un Governo tecnico, ma al Governo della Repubblica, al Governo espressione della democrazia parlamentare, al Governo espressione di questo Parlamento. Presidente Monti, lei sa con quanta costruttività ci siamo mossi in queste settimane e continueremo a fare così e quindi accetti questo consiglio con spirito costruttivo: non dica più nelle Aule parlamentari «noi e voi» (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico ), non dica più «ci avete chiamato perché voi non siete riusciti».
Potremmo rispondere troppo facilmente che eravamo all’opposizione, ma non vogliamo farlo. Ci limitiamo a dire: chiudiamo tutti questa fase del «noi e voi», dei politici e dei tecnici. Diciamo tutti insieme soltanto «noi» (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico) perché ognuno in quest’Aula o su quei banchi, con la propria storia, con la propria professionalità, con il proprio cammino, con la diversità delle proprie idee, noi tutti abbiamo la stessa missione: salvare il nostro Paese, salvare l’Italia (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro per il Terzo Polo e Misto-Alleanza per l’Italia – Congratulazioni – Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania ).

da www.camera.it

"Bossi, il richiamo della foresta", di Francesco Merlo

Il governo Monti ci ha restituito la Lega nella sua oscena verità. Il Calderoli che urla e fa pernacchie in Parlamento è molto più vero del Calderoli vicepresidente del Senato lodato per la sua correttezza notarile persino da Anna Finocchiaro. Maroni e Gianluca Bonanno, Roberto Castelli e Fabio Rainieri sono molto più se stessi come ruspante ed eversivo presidio da osteria che come classe di governo.

E bastava osservare la felicità e il piacere che provavano nell´insultare Fini e le Istituzioni per capire che è un ritorno alla natura, lo stesso richiamo della foresta che spinge Bossi a liquidare Berlusconi con il massimo della raffinatezza di cui è capace: «Se lo vedo, mi metto a ridere».
Ma se è vero che Berlusconi è grottesco è anche vero che l´altro è ormai patetico come randagio della politica italiana. La malattia trasfigura e persino affascina ma in politica è capriccio, piedistallo, messa in scena, indifferenza o pietà: non più consenso, ma colore. E bisogna ricordare come i due leader si toccavano, e gli sguardi d´intesa con i quali si scambiavano la pelle, e la tracotanza plebea con cui Bossi ogni lunedì faceva il suo ingresso nella villa pacchiana del brianzolo, e quando rifiutava il bitterino e le tartine al caviale e chiedeva invece Coca-Cola e pizza.
Berlusconi, ogni volta che parlava alla Camera, se lo metteva al fianco per meglio rappresentare l´alleanza e l´amicizia. E Bossi gli offriva sì la sua attenzione ma involontariamente gli partiva una raffica di sbadigli alla quale rimediava con pugni di incoraggiamento sul braccio (dolente) di Berlusconi. Oggi Bossi è tornato ai tempi del Berluskaz e del Berlsuskaiser, i tempi dello slogan (strumentale?) dalemiano sulla Lega «costola della sinistra», ma le loro facce non sono più le stesse, definitivamente corrose dall´acido del potere. Grottesco e patetico sono le due facce della stessa decadenza.
Ma gli altri leghisti sono di nuovo fedeli alle proprie facce mentre insolentiscono Monti, manipolo di piazza, movimentisti e situazionisti sbracati ma meno indecenti di quando al governo applicavano il delirio creativo e razzista: dal permesso di soggiorno a punti al reato di clandestinità, dall´anagrafe dei barboni alla banca del dna e alle ronde.
C´è una parentela di linguaggio, una complicità tribale tra l´eversione istituzionale della Lega e le tragedie di Firenze e di Torino. Non perché sia di per sé eversivo lo schiamazzo d´opposizione in Parlamento. Quella dei cartelli scritti con il computer è la stessa tecnica di folclore parlamentare usata dall´Italia dei Valori, e l´insulto è stato praticato anche nei tempi più nobili della Prima repubblica. Ma qui, nel marasma della crisi economica più grave del dopoguerra, c´è il contesto velenoso della secessione come orizzonte: l´interminabile brontolio razzista di Radio Padania Libera, gli sputacchi sugli immigrati e i poveri, l´isteria dell´ordine e della spazzatura umana che ingombra le strade. Dove hanno potuto, gli amministratori leghisti hanno proibito l´elemosina, vietato le panchine ai clochard, usato il dialetto come arma sociale. E ora in Lombardia hanno aperto i «caffè padani», riservati alla clientela del nord: «Non vogliamo romani», «Serviamo aperitivo a base di maiale». Bossi ha annunziato che presto batteranno moneta padana «e Tremonti sarà con noi». Un dirigente della Lega è stato costretto a dimettersi perché hanno scoperto che aveva affittato un locale ad un turco che ne farà una bottega di kebab.
Il razzismo non è più quello novecentesco: l´eugenetica, il segregazionismo, la purezza ariana, Lombroso e De Gobineau. Paghiamo il prezzo del nostro ritardo multietnico ed è probabile che la crisi economica ingigantirà il conflitto sociale mentre il nativismo di Bossi, che invita la plebe del Nord a gettare il tricolore nel gabinetto, assorbe il neomeridionalismo che si disperde in un inferno di sigle separatiste, movimenti neoborbonici, leghe autonomiste.
In questo scenario di babele plebea, il raid di Torino contro il campo dei Rom e le ossessioni del ragioniere di Firenze che ha ucciso due senegalesi e si è sparato, sono follia. Ma la ragione sociale di questa follia non è il fascismo, il saluto romano, la camicia nera. Nella testa del ragioniere non c´era la Firenze di Pavolini e Malaparte, e neppure le squadracce di Farinacci. C´era invece la Firenze deformata in città mussulmana da Oriana Fallaci che raccontava che gli immigrati facevano pipì sul Battistero, c´è la rabbia contro l´Eurabia e l´orgoglio del proprio territorio, l´ossessione dei barbari a Santa Croce, la voglia di armare il crocifisso, c´è Savonarola che non si scaglia più contro i vizi ma contro i forestieri africani. Ecco uno scampolo della Fallaci in crociata contro la moschea, in un´intervista al New Yorker: «Se sarò ancora viva andrò dai miei amici di Carrara, la città dei marmi. Lì sono tutti anarchici. Con loro prendo gli esplosivi e faccio saltare in aria la moschea. Non voglio vedere un minareto di 24 metri nel paesaggio di Giotto quando io nei loro Paesi non posso neppure indossare una croce e portare una bibbia. Quindi lo faccio saltare per aria». Ed è importante ricordare che gli anarchici di Carrara la smentirono con un comunicato di diffida. La Fallaci che, giovane e moderna, era stata un faro di cultura liberale e libertaria venne invece brandita come un manganello dalla Lega e da Forza Italia. Ecco: se un ragioniere triste e disturbato che si nutre di letteratura gotica e si sente un emarginato di destra, un esule in patria, insomma se un Casseri, con le sue pistole nascoste, prende sul serio quelle pagine della Fallaci su Firenze, ebbene quanto meno si sente in compagnia.
Va anche detto che un pamphlet razzista ben scritto è pur sempre un libro di qualità. E però la psicopatologia di massa non si specchia mai nella solitudine di un libro ma nelle battaglie giornalistiche che non solo a quel libro sono ispirate. Martellanti campagne stampa hanno avvelenato i pozzi al punto che non ci è più consentito distinguere. Non ci possiamo neppure permettere di studiare i rapporti tra la criminalità e l´immigrazione perché appunto la Lega e i tanti fallaciani di complemento hanno spacciato lo scontro di civiltà come droga quotidiana, e tutti si sentono in diritto di interpretare il proprio Clash of Civilizations, con la Santanché che strappa il velo alle ragazze che vanno in moschea, Calderoli che porta i maiali e sparge l´urina sul suolo della preghiera mussulmana, Borghezio che trovò le idee dello stragista Breivik: «Comunque condivisibili».
Ecco perché c´è un rapporto tra la risata eversiva di Calderoli e delle truppe leghiste in Parlamento e le cupisssime follie di Torino e di Firenze. Non so se possiamo chiamarli cattivi maestri. Impegnati nella guerriglia parlamentare contro Monti sicuramente mettono al riparo le loro cattive coscienze dandoci in cambio quattro streghe neofasciste da bruciare.

La Repubblica 16.12.11

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“Lega di lotta (interna)”, di Rudy Francesco Calvo

Perché il Carroccio perde la testa in parlamento? Resa dei conti tra maroniani e non
In via Bellerio non hanno mai avuto troppa fiducia nei sondaggi. Le telefonate a Radio Padania e le manifestazioni pubbliche (da Pontida in giù) hanno sempre rappresentato il termometro attraverso il quale Bossi and company misurano il grado di consenso attorno alla Lega (e ai suoi singoli dirigenti, Maroni in testa) in periodo preelettorale.
Così, mentre i numeri forniti dai vari istituti statistici indicano un Carroccio in perenne discesa, la reazione non si fa attendere: domenica 22 gennaio, elmo in testa e bandiera in mano, il popolo padano è convocato in piazza Duomo a Milano per protestare contro il governo Monti e la manovra salva- Italia, che sarà approvata oggi in prima lettura alla camera. «Governo ladro, giù le mani da casa e pensioni», è lo slogan.
Se Di Pietro, come sembrerebbe, è pronto a tornare sui propri passi pochi giorni dopo aver votato la fiducia all’esecutivo, i leghisti ormai più che opposizione fanno pura e semplice bagarre. Per avere più visibilità nell’elettorato, ovviamente, ma anche per nascondere una conflittualità interna destinata comunque ad arrivare presto alla resa dei conti.
La foto pubblicata in prima pagina sul Financial Times di ieri (con le immagini dei senatori leghisti che mostrano i loro cartelli nell’aula di palazzo Madama) li incoraggia a proseguire su questa strada: alla camera il loro ostruzionismo è andato avanti per tutta la notte di mercoledì e anche ieri mattina, accompagnato da una nuova bagarre, che portato all’espulsione di due deputati, Gianluca Buonanno e Fabio Rainieri, e a un accenno di rissa con i colleghi di Fli.
Lega di governo, addio, insomma. I padani sono tornati alla lotta dura e pura. Il governo Monti, da questo punto di vista, offre il destro al Carroccio per rispolverare tutti i suoi temi tradizionali: europeista, “tecnocrate”, liberalizzatore (per il momento più nelle intenzioni che nei fatti), solidale e unitario, l’attuale esecutivo rappresenta tutto ciò che la Lega ha sempre combattuto. Con il vantaggio di non dover più sottostare a vincoli di alleanze: il rapporto con il Pdl appare infatti sempre più flebile.
Non è un esito improvvisato.
Ci ha lavorato a lungo Roberto Maroni. L’ex ministro dell’interno sapeva di dover lasciare tempo al tempo quando, dopo l’astensione leghista che ha dato il via libera all’arresto di Alfonso Papa, tutti lo indicavano ormai come il vero leader del Carroccio. Pian piano ha vinto moltissimi congressi locali, ha curato i rapporti con gli “indisciplinati” veneti, ha accresciuto il suo radicamento nella base. Sapeva che Berlusconi non sarebbe durato a lungo e che allora i margini di movimento sarebbero aumentati, per il suo partito e soprattutto per lui. La fine dell’asse tra il Cavaliere e Bossi indebolisce entrambi e dà spazio a chi ha altri progetti in mente.
La linea autonomista per le elezioni amministrative, a esempio, propugnata dai maroniani, sta prendendo sempre più piede e potrebbe portare a esiti clamorosi in primavera.
Ma da gestire ci sono anche gli equilibri interni, di cui lo scontro per la poltrona di capogruppo alla camera è solo il vertice visibile di un gigantesco iceberg. Destinato a venire comunque a galla nel 2013, con le prossime candidature alle tanto deprecate cadreghe romane. Ma è meglio non correre troppo e lo stesso Maroni, d’altra parte, non ha intenzione di accelerare adesso.
Il tempo è tutto dalla sua parte. Nel frattempo, Bossi, Calderoli e il cerchio magico facciano tutto il baccano che vogliono. Lui continuerà a lavorare in silenzio.

da Europa Quotidiano 16.12.11

"La Bce ha le cartucce, le usi", di Lucrezia Reichlin

La settimana scorsa la Banca centrale europea (Bce) ha annunciato nuove misure anti-crisi e affermato con una forza inaspettata la sua intenzione di non intervenire sul mercato dei titoli pubblici. Questo ha lasciato tanti delusi. Ingiustamente. I nuovi interventi Bce sono molto pesanti. Nel vecchio stile della Bundesbank, il presidente dell’istituto, Mario Draghi, parla da conservatore ma agisce in modo pragmatico. Il pacchetto non solo costituisce un’ingente immissione di liquidità nel sistema finanziario, ma comporta un rischio di credito nel bilancio delle banche centrali oltre a fornire una possibilità indiretta di finanziamento del debito pubblico. Nonostante i rischi che esse comportano, le misure sono necessarie, ma forse meno efficaci e più rischiose di un intervento sul mercato dei titoli pubblici con un target preciso sugli spread.
Con il nuovo pacchetto, le banche possono fare operazioni a pronto termine con la Bce a un tasso dell’1%, con un orizzonte fino a tre anni e offrendo in garanzia titoli (collaterale) i cui requisiti di qualità si sono molto allentati. In alcuni casi il mercato privato per quei titoli non esiste, cioè il prezzo di mercato è zero, ma le banche hanno interesse ad acquistarli solo al fine di poterli usare come garanzie a fronte dei prestiti Bce. In questo modo la Banca centrale rende liquidi mercati che non lo sono più, tenendoli in vita ed evitando la loro paralisi. Questo non è molto diverso da quanto fatto dalla Federal Reserve negli Stati Uniti soprattutto nelle prime misure anti crisi adottate nel 2008. Operazioni chiamate di «credit easing», ossia facilitazione del credito.
Con il «credit easing» la Banca centrale crea liquidità, ma assume un rischio di credito in bilancio che, nel caso dell’Eurosistema, viene ripartito in base alla dimensione del Paese indipendentemente dalla sua esposizione. Se il mercato riparte, il rischio non si materializza (la Federal Reserve ha finito per guadagnarci con il suo «credit easing», per esempio), ma in uno scenario negativo l’aumento del rischio produrrà la necessità di ricapitalizzazioni o addirittura di emissione monetaria.
Un altro aspetto importante del pacchetto è che le banche possono ora ottenere liquidità anche dalle loro banche nazionali offrendo a garanzia quei prestiti nel loro bilancio che non sono accettati nelle operazioni con Francoforte. Questo comporta un ulteriore allentamento della qualità delle garanzie. Inoltre, qualora il rischio su queste operazioni si materializzasse, le perdite sarebbero imputate alla Banca centrale del Paese dell’istituto di credito (e quindi al suo Tesoro) e non condivise dall’Eurosistema. In qualche modo questo costituisce un ritorno alla decentralizzazione, giustificato dalla natura quasi «fiscale» di queste operazioni. Infatti, anche se la motivazione delle operazioni è la liquidità, si rischia di tenere in vita, in alcuni casi, istituzioni finanziare il cui problema è la solvibilità e che quindi necessiterebbero un intervento pubblico.
Ci sono altri intrecci tra le nuove misure di politica monetaria e le politiche fiscali o di bilancio. Il legame è quasi diretto quando in cambio di liquidità si accettano come collaterali titoli di Stato il cui mercato non c’è piu. Pensiamo a quanto è successo per la Grecia per esempio: la Bce ha creato un incentivo alle banche a comprare quei titoli che altrimenti non avrebbero trovato acquirenti. C’è anche un legame indiretto. Le banche italiane, per esempio, possono usare come collaterali obbligazioni bancarie garantite dallo Stato. Lo Stato, come previsto dalle misure del governo Monti, fornisce garanzia a obbligazioni che altrimenti non sarebbero sottoscritte e queste vengono poi usate dalle banche per ottenere fondi all’1% dalla Bce.
Se le banche utilizzassero poi questa liquidità per comprare titoli di Stato, non soltanto ne otterrebbero un grande vantaggio economico, ma sosterrebbero indirettamente il mercato del debito pubblico, cosa che la Bce non può fare direttamente. Naturalmente questo significa creare un’enorme correlazione del rischio. Se lo Stato sovrano cade, anche le banche cadranno e viceversa.
Misure ben ambiziose quindi, ma non prive di rischi, rischi d’altronde presi da altre Banche centrali che hanno agito in forma diversa ma nello stesso spirito per far fronte alla crisi.
Da qui una domanda e una osservazione. La domanda. Non sarebbe più trasparente e meno rischioso per la Bce intervenire direttamente sul debito pubblico annunciando un target sugli spread dei tassi sul sovrano? L’osservazione. L’esperienza recente degli Stati Uniti e della Banca d’Inghilterra e quella del Giappone dieci anni fa, ci dice che l’effetto sui tassi di interesse delle misure di «credit easing» è dovuto soprattutto all’effetto della comunicazione della Banca centrale al momento del loro annuncio. Questo perché le parole che si usano hanno un effetto sulle aspettative dei mercati e ne influenzano i comportamenti. Draghi, ieri a Berlino, ha parlato di quanto la Bce faccia per le banche, ma le parole usate nella conferenza stampa a Francoforte pochi giorni prima non sono parse in sintonia con l’ambizione dell’azione monetaria che si annunciava in quella occasione e le sue conseguenze per il ruolo dell’Istituto nel finanziamento del debito sovrano. La Bce, imprigionata dal complicato rapporto con la Germania, fa senza dire, negandosi quindi uno strumento fondamentale della politica monetaria. Ma questi non sono tempi in cui ci si può permettere di non usare tutte le cartucce.

Il Corriere della Sera 16.12.11

"Ammainabandiera a Bagdad", di Vittorio Zucconi

Tutti a casa e non si capisce ancora se questa da Bagdad sia una fuga o una vittoria. È finita con un sospiro, non con un botto, la guerra che avrebbe dovuto inaugurare il “nuovo secolo americano” nel mondo. Da ieri, nessun soldato americano morirà più per Bagdad. Se ne stanno andando gli ultimi 4.500 rimasti, in una crudele ironia dei numeri: sono tanti quanti coloro che già se ne erano andati dal 2003. Da morti.
È finita in silenzio, quasi di nascosto, tra l´indifferenza e l´imbarazzo. Un´Apocalisse in bianco. Nessun volo di elicotteri dal tetto della ambasciata come nella Saigon 1975, con i disperati aggrappati alle porte. Niente folle assiepate per fuggire dal nemico in arrivo, nella Bagdad dell´addio alle armi americane. Soltanto un cortile interno protetto da mura altissime per evitare razzi e cecchini, accompagnati dalle note dell´inno eseguite, con qualche straziante stonatura di trombe, da una piccola banda di sette marine musicanti in uniforme mimetica da fatica, ha salutato la più dolorosa, costosa, sanguinosa avventura militare americana dopo il Vietnam.
Per un evento che da otto anni e mezzo, da quando i 150 mila soldati del generale Tommy Franks attraversarono la frontiera con il Kuwait nel marzo del 2003 e marciarono verso la capitale, era atteso, invocato, temuto, promesso come una catastrofe o un trionfo il finale è stato malinconicamente banale. Una scena né da inferno vietnamita 1975, né da paradisi europei 1945 con lanci di cioccolato e sigarette alle folle di fanciulle sorridenti ai «liberators», ma una cerimonia privata, tra soldati, davanti a un tavolo di autorità locali e americane ansiose di andarsene ciascuno per i fatti propri. Mentre un gigantesco sergente afroamericano affettuosamente avvolgeva la bandiera bianca con lo stemma della forza di spedizione Usa attorno alla propria asta coprendola, con il rispetto che si deve a un caduto, con la guaina di tela infilata come un profilattico perché non si rovinasse, parlava il segretario alla Difesa. Tutto qui. «Si chiude una fase della storia» ha dovuto dire Leon Panetta per dare un tono epocale a un rito che somigliava più alla fine di un anno scolastico senza gioia e cappelli lanciati in aria, che all´atto finale di una lunga tragedia. Il cui vero finale ancora non conosciamo.
Non ci saranno parate, bande più affiatate di quei temerari in uniforme che soffiavano lo «Star Spangled Banner», l´inno nelle loro incerte trombette, lungo la strada per l´aeroporto dal quale il resto dei 170 mila che furono lo zenith dell´occupazione dopo la «surge», la mini scalata ordinata da Bush per tamponare il disastro dei primi tre anni, s´imbarcheranno per tornare a casa e cercarsi, come tutti i reduci, un futuro nella vita civile. E dimenticare Bagdad, Falluja, le «mine improvvisate» e le jeep saltate in aria. Ma non ci saranno neppure grida di «Yankee go Home!», cortei di manifestanti anti americani, in una città che dimostra anche ora, nel momento del ritiro finale, di avere subito una guerra senza averci mai davvero partecipato. A lungo, e in molte occasioni, gli uomini, le donne, i bambini della «terra fra i due fiumi», dell´Iraq sono sembrati più passanti colpiti dal fuoco incrociato di altri più che attori. Figuranti per un massacro, in quantità che nessuno ha ancora calcolato.
Dall´abbattimento della statua di Saddam Hussein sulla piazza del Paradiso a Bagdad, rovesciata da soldati e da mezzi cingolati americani nell´aprile del 2003 per gli obbiettivi della telecamere («la sceneggiata più artificiale organizzata dall´innalzamento della bandiera a Iwo Jima» scrisse Robert Fisk) al mesto addio di ieri, questa guerra è sempre apparsa come una guerra americana in una terra che oscillava tra l´indifferenza e l´ostilità, tra la paura e il sangue versato in migliaia di attentati che uccidevano iracheni innocenti per colpire le forze di occupazione. Né i GI´s, l´Esercito, i marine, gli avieri e aviatori che combattevano e morivano a migliaia – almeno 150 mila i feriti che pesano sul bilancio della Difesa avendo diritto a cure mediche per il resto della loro vita – sapevano bene contro chi combattessero. Né gli iracheni che nella grande maggioranza non partecipavano né alla liberazione né alla resistenza capivano se il nemico fossero quegli stranieri in uniforme della confusa «Coalizione di Chi Ci Stava» – americani, ma anche inglesi o italiani che pagarono la loro tasse di vite umane a Nassiriya – o quegli insorti che insanguinavano le loro strade e i loro mercati.
Come nel concertino finale dei marine per l´ammainabandiera, così in tutta l´operazione «Iraqi Freedom» se lo spartito era chiaro, abbattere il regime, cambiarlo con uno favorevole agli Stati Uniti e legittimarlo con elezioni, l´esecuzione è stata stonata fin dalle prime stecche, dovute a quel viceré, Brenner, nominato da Bush, Cheney e Rumsfeld per rivelarsi un disastro. «Non dimenticheremo mai il sacrificio fatto dai nostri ragazzi e ragazze in questa battaglia» ha mentito Leon Panetta nel fervorino d´addio, sapendo benissimo che anche loro entreranno nell´immenso limbo del tempo che appanna ogni ricordo, anche quando l´immancabile memoriale sarà aggiunto nella spianata di Washington fra quelli di altre guerre.
Era importante, per lui, Panetta, ma soprattutto per il suo «boss», Barack Obama che la promesse di chiudere almeno questo fronte che tanto ha contribuito a sventrare il bilancio del governo americano per almeno mille miliardi di dollari, fosse mantenuta in tempo per l´avvio della campagna elettorale, che partirà nei primi giorni di gennaio 2012. Se fosse importato ancora a qualcuno, negli Usa, dell´«esportazione della democrazia», della «Guerra al Terrore» e della «Libertà per l´Iraq» quello di ieri sarebbe stato un successo, o almeno una spina in meno nella zampa di Barack che zoppica verso le elezioni di novembre. Ma c´erano pochi soldati in uniforme mimetica, una mezza dozzina di autorità civili e una banda di dilettanti per «chiudere una pagina della storia» con la stecca del trombettiere. Poi la musica è finita e tutti a casa. Meno gli iracheni, che in casa loro, o in quel che ne resta, già sono.

La Repubblica 16.12.11

Il Louvre: «Vi dimostriamo che la cultura rende», intervista a Hervé Barbaret di Stefano Miliani

Con 8,7 milioni di visitatori nell’ultimo calcolo annuale, il Louvre stacca tutti i musei del globo: il British Museum di Londra segue a 5,8 milioni,il Metropolitan di New York 5,2, la Tate Modern londinese a 5 milioni. Il sottosegretario ai Beni culturali Roberto Cecci puntualizza che confrontando gli ingressi con la superficie espositiva allora il primo museo al mondo diventa gli Uffizi con 1,5 milioni, ciononostante la casa della Gioconda parigina resta in testa, imbattibile, ed eccelle anche in quantità e qualità di servizi. Hervé Barbaret è l’amministratore del museo parigino e partecipa al convegno organizzato dall’associazione italiadecide presieduta da Luciano Violante, «Darevalore Averevalore»: nell’auletta presso la Camera a Roma si parla di come salvare i beni culturali e della possibile unione delle forze tra pubblico e privato Barbaret al convegno parla per oltre mezz’ora, segno che l’argomento gli preme.

Il vostro bilancio? Quanto dà lo Stato?

Abbiamo un budget totale di 200 milioni di euro di cui la metà viene dallo Stato, 50 milioni dai biglietti, gli altri 50 dai mecenati, dall’affittare spazi per eventi, poi dal ristorante, la libreria, la caffetteria.

Qual è la chiave del vostro successo?

È l’autonomia della gestione e dello staff dei dirigenti.

I piccoli musei potrebbero reggere un’autonomia come la vostra?

Con uno staff di almeno 100 persone possono essere autonomi, altrimenti è meglio che si uniscano più musei. È essenziale che ogni anno ci sia un rendiconto, anche per evitare che nasca una “mafia dei musei: i manager vanno controllati.

A suo parere i privati possono gestire musei?

Modelli americani come il Getty funzionano, ma il Louvre è pubblico e funziona meglio di musei gestiti interamente da fondazioni private. Adottiamo strategie di marketing come i privati, però il personale è tutto dello Stato perché il patrimonio artistico è troppo importante. Ma tenete conto che la Francia è generosa con chi investe in cultura: può detrarre dalle tasse il 60% della somma data e, nell’acquisto di opere importanti, perfino il 90% (in Italia si arriva al massimo al 19%, ndr).

Con la cultura si mangia o no??

Una ricerca della Sorbona dimostra come ogni euro investito in cultura ne generi 10 tra ricaduta sul turismo, servizi e commercio. La cultura significa crescita.

L’Unità 16.12.11

Una cura psicologica per la crisi", di Mario Deaglio

Per l’Europa il 2012 non sarà un anno gradevole». Questo a dir poco singolare, ma probabilmente veritiero, biglietto di auguri per il Vecchio Continente porta la firma di Olivier Blanchard, il capo economista del Fondo Monetario Internazionale, ossia di quella grande istituzione i cui esperti verranno in visita (ispezione?) a Roma la settimana prossima. Gli ha fatto eco, a poche ore di distanza, il primo ministro polacco, Donald Tusk. Tusk ha pronunciato un durissimo discorso di saluto al Parlamento europeo, al termine del semestre di presidenza del suo Paese, l’unico in Europa che possa vantare risultati economici veramente buoni negli ultimi 2-3 anni. L’Europa, ha detto Tusk, è sull’orlo del precipizio, non si comporta più come una comunità ma come una somma di egoismi nazionali al punto che la crisi ormai si trova nei nostri cuori e non solo nelle nostre banche. Passando dai principi alle cifre, ancora una volta a poche ore di distanza, la Banca Centrale Europea ha rivisto ieri sensibilmente al ribasso le proprie stime per i Paesi dell’euro: mentre a settembre si prevedeva una crescita complessiva compresa tra lo 0,4 e il 2,2 per cento, in dodici settimane le cifre sono diventate -0,4 e 1,2 per cento.

La caduta non risparmia la (apparentemente) virtuosa Germania, dove l’Ifo, il maggior istituto di previsioni economiche, nel giugno scorso si aspettava per il 2012 una crescita del 2,3 per cento e ora è sceso allo 0,4 per cento.

Le stime del Centro Studi della Confindustria, rese note ieri, riflettono questo improvviso cambiamento di prospettive: il prodotto lordo italiano dovrebbe ridursi dell’1,6 per cento e non si tratterà certo di una decrescita felice, essendo accompagnata da un aumento della disoccupazione, da una stasi delle esportazioni e da una caduta secca (-4,8 per cento) degli investimenti. Come ha dichiarato il ministro delle Attività produttive, Corrado Passera, la situazione è peggiore delle attese e l’Italia «è già in recessione». A conferma di una situazione non certo lusinghiera, dal mondo dell’economia si ha notizia di innumerevoli casi di clienti che non pagano, fornitori che non vengono pagati, consumatori che riducono gli acquisti, imprese che riducono i programmi produttivi.

A settembre ci si cullava nella prospettiva di una dolce ripresa che si lasciasse finalmente alle spalle questa crisi così diversa dalle altre; ora siamo alle prese con l’anno sgradevole promesso da Blanchard. Il lettore può ben domandarsi che cosa sia successo tra settembre e dicembre per provocare un simile, brusco ridimensionamento e troverà gli esperti molto cauti nel dare risposte. Come tutti i fenomeni complessi, anche questa brutta caduta ha cause complesse ma, in estrema sintesi, si può affermare che gli europei si stanno strozzando con le loro stesse mani: pongono vincoli sempre più severi sia alle finanze pubbliche sia all’operatività delle banche. Dicono all’atleta di correre e poi gli tolgono le scarpe adatte alla corsa.

I tagli, più o meno orizzontali, ai bilanci pubblici di pressoché ogni Paese (ormai anche la Germania è entrata in quest’ottica) si uniscono infatti alla crescente impossibilità delle banche di fare il loro mestiere per mancanza di materia prima: siamo in presenza di una vera e propria carestia di liquidità, determinata da norme che, nel tentativo di blindare le banche di fronte alla prospettiva di una crisi, finiscono per rendere più probabile questa crisi per le difficoltà sempre più acute dei debitori, non blindati, delle banche stesse.

Chi aveva scommesso sulla capacità del Cancelliere tedesco, Angela Merkel, di mediare all’ultimo minuto tra posizioni diverse non può non soffrire una cocente delusione: dicendo «no» agli eurobonds i tedeschi hanno reso più ripida la strada verso la stabilità di bilancio dei loro partner europei e si stanno assumendo una responsabilità storica di portare l’Europa in acque sempre più difficili e di allontanare in maniera inaccettabile le prospettive di ripresa. Contemporaneamente nulla è stato fatto né si prevede di fare in merito al funzionamento dei mercati finanziari che continuano a condurre la danza di ballerini sempre più stanchi quali sono gli Stati europei.

In una simile situazione i rimedi sono psicologici prima che tecnici: occorre cominciare a pensare non tanto a come si gestisce una crisi ma come si esce da una crisi. Non tanto a come si può arrivare nudi alla meta, senza deficit e senza crescita, ma a come si possono rendere sostenibili i debiti, a come si può fare del mercato finanziario il proprio strumento, non il proprio padrone. E’ un discorso politico prima che tecnico che purtroppo lascia i politici europei spauriti e senza parole.

La Stampa 16.12.11

"La democrazia economica", di Massimo Giannini

Non è un paese da economia liberale. L´Italia non lo è mai stata, e oggi lo è meno che mai. La furiosa vandea delle macro e micro-corporazioni, che si ribellano alle pur timide liberalizzazioni del governo Monti, è la prova di un drammatico limite culturale: la difesa di una rendita frutta molto di più dell´apertura di un mercato. L´operosa copertura delle categorie “in lotta”, assicurata in Parlamento da una destra provinciale e illiberale, è la confema di un tragico limite politico: garantire una lobby rende molto di più che scardinare un monopolio. Ma questo, oggi, è lo spettacolo desolante al quale stiamo assistendo, i danni del cittadino-consumatore già tartassato dalla crisi e dalla manovra. Il Paese è ufficialmente in recessione: di qui alla prossima primavera il Pil crollerà di altri due punti percentuali, nel 2013 avremo bruciato oltre 800 mila posti di lavoro. Ovunque, nelle democrazie occidentali, le liberalizzazioni sono state e sono uno dei principali fattori di sblocco dell´economia e di rilancio della crescita. Offrono un duplice vantaggio: aumentano la concorrenza (e dunque riducono prezzi e tariffe di beni e servizi) e sono a costo zero (e dunque non gravano sui bilanci pubblici).
Solo l´Italia, che non cresce e non crescerà chissà ancora per quanti anni, rifiuta di vedere questi vantaggi. Solo in Italia le liberalizzazioni sono vissute come una minaccia, e dunque vengono intralciate e sabotate da tutti: governi e Parlamenti, regolatori amministrativi e operatori economici. L´unico che ci ha provato sul serio è stato Prodi nel ´96 e nel 2006 con le “lenzuolate” di Bersani: un felice paradosso di quel centrosinistra, sostenuto anche dai “comunisti”. Berlusconi, venuto subito dopo, le ha ridotte in stracci: una vergogna per quella destra di liberisti alle vongole. Oggi la marcia indietro di Monti sulle farmacie e sui taxi è un pessimo segnale. Autorizza le poche nicchie conservative ancora coinvolte dalle riforme a ribellarsi a loro volta. Dopo i farmacisti e i tassisti, ora tocca agli edicolanti che proclamano lo sciopero dal 27 al 29 dicembre. Poi verranno tutti gli altri, dai commercianti ai benzinai. Una deriva protestataria “privata” che rischia di non finire più. E che si accompagna a quella “pubblica” del Palazzo, determinato a difendere i suoi privilegi.
Il Parlamento è il primo responsabile di questa trincea consociativa. Fa sponda e amplifica le rivolte, che dalla piazza tracimano nell´emiciclo. Ma il governo dei Professori, purtroppo, ci mette del suo. Subendo passivamente le pressioni esterne, o addirittura promuovendo direttamente le concessioni interne. Stupisce e inquieta, per esempio, che oltre ad arrendersi ai farmacisti e ai tassisti, Palazzo Chigi abbia ceduto anche di fronte alla formidabile lobby autostradale. Il decreto Salva-Italia ha istituito l´Autority per i Trasporti. Nel testo originario il ministro Passera aveva escluso le concessionarie autostradali dal controllo della nuova Vigilanza di settore. In Commissione c´era stato un ripensamento, grazie a un emendamento del Pd. Ma nella notte dell´assalto alla diligenza il governo ci ha ripensato, e su pressione dell´Aiscat, presieduta da Fabrizio Palenzona (altro preclaro esempio di conflitti di interesse irrisolti) ha nuovamente escluso le Autostrade dalla competenza regolatoria e tariffaria della nuova Autority.
Ma limitarsi a governo e Parlamento sarebbe un alibi. La concorrenza non c´è anche perché le stesse autorità amministrative, che dovrebbero essere “indipendenti”, finiscono per “dipendere” eccome. Una prova tangibile l´abbiamo avuta due giorni fa. Il primo atto ufficiale di Giovanni Pitruzzella da presidente dell´Antitrust, dove ha sostituito Antonio Catricalà promosso alla presidenza del Consiglio, è stato un sorprendente via libera alla Elettronica Industriale (gruppo Mediaset) per l´acquisizione della Dmt, società proprietaria di una buona parte degli impianti di trasmissione televisiva. Una scelta inopinata, che conferma il parere favorevole dell´Agcom, ma nega l´istruttoria predisposta proprio da Catricalà, prima di lasciare l´Antitrust. Quella fusione, secondo il documento istruttorio, crea “una posizione dominante nel mercato delle infrastrutture per il ‘broadcasting´ televisivo”. E naturalmente quella “posizione dominante” si riferisce a Mediaset. Di fatto, nasce un gigantesco monopolista dei trasmettitori e delle torri tv. E qualunque operatore televisivo voglia accedervi, per ampliare la propria capacità trasmissiva, deve passare per Fedele Confalonieri, cioè per Silvio Berlusconi. Alla nascita di questo ennesimo “trust” mediatico, e al trionfo di questa ennesima espressione del conflitto di interessi del Cavaliere, Pitruzzella ha dato il suo fattivo contributo. Oltre tutto, rinnegando il lavoro preparatorio fatto dai suoi stessi uffici.
Così muore l´economia liberale. Così soffoca la democrazia economica. E´ una questione italiana, che riguarda tutti. C´è un pezzo di Sistema-Paese che sembra impermeabile di fronte al cambiamento. Ma proprio per questo l´aspettativa per quanto saprà fare questo “governo tecnico” è almeno pari alla delusione per quanto non ha fatto finora. Il sottosegretario Antonio Catricalà, nell´intervista che pubblichiamo oggi, ammette la sconfitta ma annuncia l´imminente rivincita sulle corporazioni. Prendiamo per buona la promessa. Ma il cedimento di questi giorni, di fronte alle proteste di una minoranza che conserva, e che nuoce alla maggioranza che consuma, non è un buon viatico. Da commissario europeo Monti ha piegato Bill Gates, padre padrone del colosso Microsoft. Sarebbe il colmo se da premier si piegasse a Loreno Bittarelli, “caporione” dei tassisti romani.

La Repubblica 16.12.11

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“Liberalizzazioni, piegheremo le lobby”, di Claudio Tito

Catricalà: andiamo avanti. Confindustria: è recessione. Berlusconi: Monti disperato. E cita Mussolini «Arrabbiato? Certo che sono amareggiato. La forza delle lobby in Parlamento è ancora potente. Io vengo dall´Antitrust, Monti è stato commissario europeo per la concorrenza. Vuole che non siamo delusi? Lo siamo, ma non ci arrenderemo». Il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Antonio Catricalà, non ci è rimasto affatto bene dopo la pesante retromarcia imposta dal Parlamento sul terreno delle liberalizzazioni.Soprattutto il passo indietro sui farmaci di fascia C rappresenta un colpo all´esecutivo. Ad una squadra che considera la concorrenza e le aperture dei mercati un «segno distintivo» della sua attività.
Per questo «non ci fermiamo». Promette battaglia e avverte: «Batteremo le lobby e da gennaio andremo avanti. Non intendiamo più fare brutte figure. Ripresenteremo tutto».
Nello studio che per tanti anni è stato di Gianni Letta, il nuovo sottosegretario non ha cambiato nulla nell´arredamento. Ad accezione di alcune foto di famiglia. «Sa, su queste cose è inutile spendere. Vogliamo risparmiare e comunque, noi tecnici siamo di passaggio. Nel 2013 torneremo ai nostri lavori. Io non ho portato nemmeno i miei libri». Sulla scrivania, però, ne campeggia uno. È messo lì in bella vista. Settanta pagine scritte l´anno scorso proprio da Catricalà e che fino a un mese fa erano un tabù a Palazzo Chigi. Un atto di accusa contro caste e corporazioni dal titolo che adesso sembra un presagio: «Zavorre d´Italia». La prima pagina del libro si apre con una frase di Friedrich Von Hayek, premio Nobel per l´economia nel 1974, che sembra fatta su misura per descrivere quello che è successo mercoledì alla Camera: «La competizione è il terrore di tutti i conservatori di destra, di centro e di sinistra. Uno dei tratti fondamentali dell´atteggiamento conservatore è il timore del cambiamento». «Del resto – si sfoga il sottosegretario – le lobby sono forti e in questo caso sono state anche aiutate dalla disattenzione di alcuni parlamentari. Una vicenda che ci ha fatto riflettere».
In effetti lei era presidente dell´Antitrust, Monti commissario europeo alla concorrenza, e siete stati battuti proprio nel vostro campo.
«Ed è una cosa che ci fa star male. Però alcune liberalizzazioni le abbiamo fatte. I servizi pubblici locali, ad esempio. L´Antitrust potrà impugnare i cosiddetti servizi “in house” (gestiti direttamente dagli enti locali). Ma abbiamo proceduto pure per i porti, gli aeroporti e le autostrade. Per le banche e le assicurazioni cadrà quel flusso informativo che non permetteva la concorrenza. Per gli ordini professionali abbiamo facilitato l´accesso bloccando l´abilitazione a 18 mesi e sei si possono compiere nell´ultimo periodo di laurea. Insomma ci sono stati passi avanti importanti».
Però anche dei passi indietro su questioni che venivano considerate da molti una bandiera.
«Sono stati oscurati dall´insuccesso sui farmaci di fascia C. È vero, si tratta di un vulnus alla coerenza del nostro intervento. Non c´è dubbio. Sono le famiglie ad essere danneggiate, il prezzo dei medicinali così non potrà calare. Ma questo vulnus, che ci fa star male, non sarà permanente. Noi abbiamo il dovere di fare una legge annuale sulla concorrenza e tutto ciò che non è stato possibile approvare ora, lo porremo presto all´attenzione dei partiti e dell´opinione pubblica».
Scusi, ma il presidente Monti che a Bruxelles ha sconfitto addirittura Bill Gates, qui si è fatto fermare dal RadioTaxi.
«Sui taxi, però, fin dall´inizio avevamo ritenuto che dovessero essere regolamentati da una Authority ad hoc. Non ci poteva essere una liberalizzazione immediata e in Parlamento ci si è limitati a chiarire questo aspetto».
Eppure il vostro è un esecutivo di tecnici. Avete il vantaggio di non dovervi candidare alle elezioni. Non potevate fare di più?
«Siamo tecnici ma vogliamo rispettare il Parlamento. Sappiamo che non avendo il vincolo elettorale, possiamo fare più di altri. Non rispondiamo alle lobby e siamo svincolati dai partiti, ma non dalle Camere. Le brutte figure, però, non vogliamo farle più».
Ma lei si aspettava tanta resistenza?
«Sì, so che è difficile ammorbidire le lobby. Per le farmacie si sono dimostrare molto forti. Ho dovuto cedere qualche centimetro al perimetro chilometrico delle loro esclusive. Ma so che nessun privilegio cade al primo colpo. Certe cose, poi, sono radicate nella convinzione politica di molti parlamentari».
Scusi, la soluzione l´altro ieri poteva essere semplice: il governo avrebbe potuto esprimere parere contrario a quell´emendamento?
«Lo stavamo per fare ma nella concitazione del momento non ci siamo riusciti. Anche nella maggioranza, molti si sono accorti dell´emendamento all´ultimo momento. Comunque, probabilmente anche con il nostro parere contrario, sarebbe passato ugualmente».
Quella modifica è stata opera del Pdl.
«So solo che Monti e io ci siamo resi conto di quell´emendamento in una fase avanzata e mentre si discuteva sulla remunerazione dei manager pubblici. Una norma, quello dello stipendio aumentato del 25% che – vorrei precisare per evitare spiacevoli equivoci – si applica solo ai manager e ai dirigenti, non ai ministri e ai sottosegretari. I quali continuano a percepire lo stipendio fissato dalla legge e che fa riferimento all´indennità dei parlamentari. Insomma, nessuno di noi si è alzato lo stipendio. Sui farmaci, comunque, anche il presidente del consiglio che solitamente non mostra i suoi sentimenti, mi è sembrato piuttosto seccato».
Non teme che i centri di pressione vi possano bloccare ancora?
«La forza delle lobby dipende dalla vicinanza ai portatori di privilegi e non dalla tutela fornita dall´intero Parlamento. Alla fine prevarrà la logica di togliere le rendite di posizione per favorire tutti i cittadini. Il difficile è convincere che un sacrificio di pochi può diventare un beneficio di tutti».
Anche sulla Autostrade avete subito uno stop?
«Nascerà – entro fine anno – un´Agenzia che vigilerà e regolamenterà il settore. Abbiamo ritenuto di non dover turbare la nascita di questo nuovo organismo. Viviamo una fase di work in progress. Dobbiamo pur sempre tenere presente che siamo qui da un mese».
La cancellazione del divieto per le banche di vendere le coperture assicurative abbinate ai prestiti e ai mutui, non è stata però letta come una fase dei “lavori in corso”.
«Ma non era una proposta del governo. Ci torneremo quando affronteremo la legge sulla concorrenza. Ma in quel settore ci sono altri aspetti che semmai destano qualche preoccupazione. Quell´1,5% fissato come tetto massimo di commissione per le carte di credito rischia di trasformarsi nella soglia cui tutti si adegueranno. È una questione che va risolta».
E il governo quando riproporrà concretamente le questioni non risolte?
«A gennaio, nella legge per la concorrenza faremo tutto quello che ci sarà consentito. Interverremo sulle farmacie e sul commercio. I taxi verranno liberalizzati dall´Authority per i Trasporti che, sempre gennaio, attende solo il varo di un regolamento per ufficializzare la nascita. Il punto è che troppi lacci e troppe leggi bloccano il mercato».
Ad esempio?
«I vincoli regionali e comunali. Ma lo sa che se lei volesse aprire una palestra a Roma dovrebbe fare riferimento a sei leggi regionali. Ci metterebbe un anno per fare tutto».
Interverrete anche sugli ordini professionali?
«Se ne sta occupando il ministro Severino. Farà un tavolo per tutti. Il problema lì resta la tariffa minima. Esistono ancora dei riferimenti legali e vanno tolti».

La Repubblica 16.12.11