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Bersani: «Ora però gli ammortizzatori sociali», da unita.it

«Dopo la riforma delle pensioni si deve affrontare immediatamente il problema degli ammortizzatori sociali e specialmente dei giovani». Il segretario del Pd alla riunione dei deputati alla Camera, tornando a spronare il governo a fare di più sulle liberalizzazioni. Pier Luigi Bersani è tornato a spronare il governo a fare di più sulle liberalizzazioni. «Sulle liberalizzazioni non siamo ancora a posto, aspettiamo il governo al prossimo appuntamento», ha riferito il segretario del Pd al termine della riunione del gruppo alla camera. «Diremo qualcosa su quello che è necessario e non è solo il mercato del lavoro», ha spiegato Bersani, «se non lo si capisce subito prima o poi si capirà meglio».

«Domani diremo ciò che ci piace ma anche che resta del lavoro da fare. Ciò che non abbiamo ottenuto fin qui, ci impegneremo insieme per ottenerlo in futuro». Pier Luigi Bersani garantisce così, all’assemblea dei deputati, l’impegno ad incidere nei prossimi provvedimenti del governo. «Noi domani diremo – spiega Bersani – che siamo fedeli al nostro impegno e a essere chiari e trasparenti con gli italiani. Diremo tutto ciò che ci piace delle misure e delle modifiche perchè molto certo ha la nostra impronta ma diremo anche ciò che non va e che il mondo non finisce». La «nostra bussola – sostiene il segretario – è sacrifici sì ma non senza cambiamento».

La rassicurazione di Bersani su lavoratori precoci e penalizzazioni hanno avuto l’effetto di compattare il partito e convincere gli scontenti, come Stefano Esposito, a votare la manovra. «La battaglia politica la incarno io e di fronte a questa posizione, chi vota no non vota contro il governo ma contro di me», ha detto il segretario durante la riunione del gruppo, a quanto si è appreso. Bersani ha poi confermato il suo impegno. «Bisogna avere fiducia che quello che non si è ottenuto fin qui lo si otterrà se stiamo assieme», ha sottolineato, «dunque tutti quanti per favore lavoriamo assieme alla ditta».

«Davanti alla riforma delle pensioni certamente non può sfuggire che si è andati a toccare meccanismi che implicano anche gli ammortizzatori sociali», ha sottolineato Bersani. «Il governo, ne sono certo, si rende conto che deve dare risposte. Cosa gli diciamo a chi a 55 anni si trova senza lavoro?», ha insistito. «Non ho dubbi che quando si parla di riforma del mercato del lavoro non si intende l’articolo 18», ha assicurato, «la riforma dell’articolo 18 non è una questione, il problema dell’uscita non c’è visto che, come dimostrano i dati di Confindustria, i lavoratori escono alla grande. Dunque non mi si venga a dire che il problema è quello». Invece serve «un sistema di ammortizzatori all’europea per giovani e fasce d’età che non arrivano al pensionamento», ha proseguito, «su questo si potranno mettere le risorse risparmiate. La riforma delle pensioni apre questo tipo di questioni, come la flex security all’europea».

La riforma del mercato del lavoro non può cominciare dall’articolo 18, «non è ‘la questionè», quello che bisogna fare è usare i risparmi ottenuti sulle pensioni per approntare un sistema di ammortizzatori sociali che tuteli chi «perde il lavoro magari a 55 anni…». Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani lo ha detto a margine dell’assemblea dei deputati democratici: «Davanti a questa riforma delle pensioni non può sfuggire il fatto che ora è necessario toccare il sistema degli ammortizzatori sociali. Il Governo non può non sapere – e lo sa! – che ora si tratta di dare una risposta a questo tema: cosa diciamo a chi rimane senza lavoro a 55 anni?». Insomma, «sono sicuro che quando si parla di riformare il mercato del lavoro non si parla tanto di articolo 18, ma di chi perde il lavoro in età avanzata. L’articolo 18 non è la questione, la questione è questa qui: come fare finalmente la famosa ‘flexsecurity’. I soldi risparmiati sulle pensioni si devono usare per questo. Oggi non c’è davvero il problema delle ‘uscitè (i licenziamenti, ndr), lo ha detto anche Confindustria… Dopodiché, in un quadro di riforme che parta da questo, si può discutere». Ma è prioritario «affrontare il tema degli ammortizzatori e dell’accumulo dei contributi previdenziali per i giovani, che devono avere contratti che permettano di accumulare contributi. Sono sicuro che il ministro Fornero e il Governo sanno come stanno le cose. Ho gli elementi per dirlo».

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"Dall´assalto ai rom alla furia omicida l´Italia scopre la polveriera nera", di Carlo Bonini

La diaspora neo-nazista si è fatta “cultura egemone”, senso comune delle grandi cinture metropolitane. E in difesa dei militanti accusati di violenze si riaffacciano “vecchi maestri” come Franco Freda. Le mazze dei giustizieri nel campo Rom di Torino, il sangue senegalese innocente di Firenze, il culto osceno di “Militia” e il suo nazional-socialismo antisemita che dovrebbe farsi “avanguardia rivoluzionaria”. In quattro giorni, il vulcano di risentimento e odio sociale su cui è seduto il Paese torna a dare segni di sé. E interpella innanzitutto una “diaspora” neofascista e neo-nazista che, negli ultimi dieci anni, è stata “cultura egemone”, perché diventata “senso comune” nelle cinture urbane delle grandi aree metropolitane. «Purtroppo, temo che si sia arrivati oltre la soglia – dice Ugo Maria Tassinari, uno dei più acuti osservatori da sinistra della storia della destra in Italia dal dopo-guerra ad oggi – Perché nella radicalità della nostra crisi sociale ed economica, i codici di impazzimento dei singoli, come delle piccole comunità, si moltiplicano. Si rischia di non riuscire più a ricacciare il genio dalla lampada da cui è uscito». Un´urgenza di cui ora diventa in qualche modo indizio anche una voce a lungo silente come quella del neofascista Franco “Giorgio” Freda, imputato assolto in via definitiva per la strage di piazza Fontana. Ieri, con una lunga e-mail indirizzata anche a “Repubblica”, ha difeso “CasaPound”, da quello che definisce «un affronto grave», figlio della «menzogna antifascista». «In questa Napoli assoluta (intendo per l´immondizia a cielo aperto) che è il nostro Sistema – scrive – non è follia tentare ancora di nascondere il marcio che inquina l´aria, abbarbicarsi ancora sul fronte della Resistenza che fu?». Torino, Firenze, Roma riaprono un «album di famiglia» che, oggi, è rilegato in nero. Le “tribù” neofasciste d´Italia, la «fascisteria del Terzo Millennio» raccontano un pezzo del nostro presente, ma sono figlie legittime del nostro passato, da cui non hanno mai reciso le radici. Eccole.

La Repubblica 15.12.11

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Monaci dell´odio che coltivano l´eredità hitleriana

“MILITIA” è la storia di un´ossessione che si fa «progetto» di odio e «avanguardia rivoluzionaria». Un´ossessione figlia di chi “Militia” l´ha creata – Maurizio Boccacci – e del dna di una delle famiglie del neofascismo del dopoguerra. Quello di “Avanguardia Nazionale” e di uno dei suoi padri, Stefano Delle Chiaie. Boccacci la custodisce come un sacro Graal (tra le metà degli anni ‘80 e il 1993, prova a darle forma con il “Movimento Politico Occidentale”). Convinto che l´eredità nazionalsocialista, l´esperienza hitleriana, possano transitare nel XXI secolo e farsi «cuneo» tra i modelli sociali proposti dai regimi post-comunisti e dalle democrazie liberali di mercato. “Militia” ricorda una setta, prima che un´organizzazione. Per i numeri (i rapporti dell´Antiterrorismo la stimano inferiore ai 100 militanti attivi) e per il suo radicamento nel territorio (ha testa e gambe nella zona di Grottaferrata, in un fazzoletto di cintura extraurbana alle pendici dei Castelli romani), per i modi del suo leader, un monaco nero cui non interessa fare proselitismo, ma creare le condizioni per far detonare la rivolta. “Militia”, esattamente come nella tradizione di “Avanguardia Nazionale”, lavora sulla provocazione violenta, nelle parole, nei simboli, negli obiettivi dichiarati (la Comunità ebraica su tutti, ma anche i camerati che hanno “tradito” inginocchiandosi ad Auschwitz, come il sindaco Alemanno), perché quello è lo strumento «necessario» a gonfiare l´esasperazione e allargare le basi del conflitto. È un lavoro tetro di chi si percepisce “élite” su teste fragili, che ha buon gioco nell´assenza di memoria (o comunque nella sua interruzione), osceno nel richiamo alle teorie negazioniste, alla purezza della razza, all´antisemitismo, che “Militia” ripropone, aggiornando alla globalizzazione dei mercati del XXI secolo «il complotto demo-pluto-giudaico». Riproponendone gli stilemi e gli epiteti.

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Xenofobi e antisemiti i crociati di Fiore custodi dell´ortodossia

Custode di un´ortodossia nazionalsocialista clericale, razziale, xenofoba e antisemita, «Forza Nuova» è il suo padrone, Roberto Fiore. È l´esito del passaggio di secolo dell´esperienza di “Terza Posizione” (di cui Fiore fu tra i fondatori). Di un “ritorno” e di uno sdoganamento. Che porta la data del 25 marzo 1999, quando, dall´Inghilterra, dopo vent´anni di latitanza da “rifugiato politico”, Massimo Morsello (ex Nar) rientra in Italia (Fiore lo seguirà il mese successivo), accolto in aeroporto dagli allora deputati di Forza Italia e Alleanza Nazionale Francesco Storace, Enzo Fragalà, Carlo Taormina, Teodoro Bontempo. L´idea di allargare a destra di An un consenso che peschi a piene mani nel pozzo nero della “destra” italiana antiabortista, antisemita, revisionista, xenofoba, nazionalista, omofoba, trova Fiore disponibile. L´impensabile, diventa un pezzo del paesaggio politico italiano degli anni 2000. Nel 2001, “Forza Nuova” si presenta alle elezioni politiche (13 mila voti alla Camera, 39 mila al Senato). Tra il 2003 e il 2006 è nel cartello di “Alternativa Sociale” di Alessandra Mussolini e le nuove elezioni politiche misurano il suo radicamento (255 mila voti alla Camera, 214 mila al Senato). Che si dimezzerà, almeno numericamente, nelle politiche del 2008 e alle europee del 2009. Presente con sedi in tutta Italia, “Forza Nuova” si muove spesso in rotta di collisione con “CasaPound”, di cui insegue tuttavia l´agenda. Fiore lavora su uno stesso risentimento sociale, ma ha l´ambizione di trasformarlo in ideologia. In conflitto per la «purezza», per la «rigenerazione» che deve risvegliare il fantasma dell´uomo bianco. L´immigrato – è una delle ultime campagne di Forza Nuova – prima ancora che «concorrente» nel mercato della precarietà, è «portatore di rischio biologico». Quando “sputa” per strada o quando mette al mondo un figlio ammalato di tubercolosi.

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Librerie, radio, web così l´ideologia diventa fabbrica

Il tempo è stato generoso con CasaPound e il suo architetto, Gianluca Iannone (l´ottavo anniversario dell´occupazione dello stabile di via Napoleone III a Roma, prima sede dell´organizzazione, cade il 26 dicembre). Il contesto, la collateralità della giunta Alemanno (in estate, un Comune che piange miseria si è impegnato ad acquisire l´immobile occupato da CasaPound per 11,8 milioni di euro) hanno fatto il resto. I «fascisti del terzo millennio», la «fascisteria trendy» e trasversale del nostro presente sono loro. Di se stessi scrivono: «Costruiremo il mondo che vogliamo! La vita, così come ci è stata confezionata, la gettiamo volentieri nel cesso. L´uomo deve essere liberato. Il mercato uccide l´anima». Il «pragmatismo militante» delle “tartarughe” (il simbolo dell´organizzazione) si è fatto holding. 2 mila tesserati in tutta Italia, con sedi nel Lazio, Toscana, Umbria, Campania, Sicilia, Trentino, 15 librerie, 20 pub, 8 associazioni sportive, una web radio (“Bandiera Nera”) con 25 redazioni, un mensile (“L´Occidentale”) e un trimestrale (“Fare Quadrato”). Il «presidio del territorio», le occupazioni di immobili, le campagne e i “flash mob” contro “l´usura di Stato”, un´ambiguità furba sui temi dell´immigrazione, dell´antisemitismo, sono diventate fabbrica di linguaggio, musica, in un Pantheon che è una maionese impazzita di suggestioni del ‘900. Non tutte necessariamente figlie del “fascismo sociale”, certo tutte decontestualizzate per poter essere declinate nel presente. Arnesi da prendere a piacimento da uno scaffale. La presa su un´intera generazione (i nati dopo il ´94) è stata formidabile. Si è fatta, anche in questo caso, organizzazione (“Blocco Studentesco” ha superato le 11 mila preferenze nelle ultime elezioni studentesche provinciali a Roma e Manfredi Alemanno, figlio del sindaco, ne è uno dei leader) e presenza nelle curve degli stadi.

La Repubblica 15.12.11

"La sfida della sinistra va oltre Monti e questa manovra", di Vincenzo Visco

Sulle pagine dell’Unità, all’ interno del PD e del più ampio mondo della sinistra è in corso un dibattito sulla natura del governo Monti: è un governo di destra? Conservatore? Progressista? È il «nostro governo»? Il dibattito appare per certi versi surreale. Il governo Monti infatti è nato come governo di salvezza (unità) nazionale, ed è sostenuto in Parlamento da tutte le forze politiche con l’eccezione della Lega e dell’Idv, quindi non può che rappresentare (nella composizione e nella linea) un punto di equilibrio, un minimo comune denominatore, delle forze politiche e degli interessi rappresentati. Il governo Monti quindi è un governo di tutti che, in quanto tale, potrebbe anche diventare improvvisamente di nessuno. Èquesto il tentativo in corso ed è bene per tutti che possa riuscire.
Analoghi interrogativi riguardano le posizioni di Monti. Ho conosciuto per la prima volta personalmente l’attuale presidente del Consiglio molti anni fa negli Stati Uniti, dove ambedue studiavamo in diverse università, e ho avuto modo di incontrarlo successivamente più volte e di lavorare insieme, io da ministro e lui da commissario europeo. Ebbene al di là della indiscussa competenza, del rigore personale, dell’equilibrio e della prudenza nell’azione, dell’autorevolezza che si esprime quasi come un dato caratteriale, Monti è, a mio modo di vedere, un tipico rappresentante di una certa borghesia lombarda, cattolica, moderata ma molto attenta al sociale. Da commissario europeo, oltre a combattere i monopoli, cercò di limitare la concorrenza fiscale dannosa tra gli Stati, e provò ad introdurre una tassazione minima uniforme per i redditi da capitale.
Favorevole ad una finanza pubblica in equilibrio, Monti riteneva tuttavia che le spese di investimento potessero essere finanziate in disavanzo; anche nella sua prima uscita in Europa da primo ministro ha sostenuto una linea volta a coniugare l’austerità (di alcuni) con lo sviluppo per tutti. In sostanza Monti è il tipico personaggio con cui la sinistra riformista (e non solo) può trovare in più di una occasione motivi di accordo e convergenza. Smettiamola quindi con questa sciocchezza del banchiere conservatore e cerchiamo di analizzare i fatti.
Grazie soprattutto al contributo dei governi Berlusconi a partire dal 2001 l’Italia era (e rimane) a rischio di default, cioè di fallimento. Vale a dire una situazione in cui lo Stato non sarebbe più in grado di onorare i suoi impegni (salari, pensioni, interessi, ecc.) con conseguenze devastanti per l’intera economia mondiale. Pur di evitare tale eventualità qualsiasi intervento, per quanto invasivo e doloroso, risulta giustificato oltre che necessario. Ed in proposito va innanzi tutto sgomberato il campo dall’idea che un aggiustamento delle dimensioni necessarie a salvare l’Italia potesse essere messo in conto solo «al 10% più ricco» del Paese. La manovra nel suo complesso appare abbastanza equilibrata; certo è molto generosa per le imprese e molto severa per le famiglie. Dal punto di vista della sinistra si poteva incidere maggiormente sui più abbienti. Ma non bisogna dimenticare che la maggioranza parlamentare è quella che è. Certo, un’imposta sulle grandi fortune poteva coesistere con la nuova Ici; ma anche solo la nuova Ici è un prelievo che, contrariamente a quanto alcuni sostengono, colpisce i ricchi parecchio più dei poveri: ed infatti i «ricchi» (e i vecchi) si caratterizzano proprio per avere più patrimonio mobiliare e immobiliare dei «poveri» (e dei giovani), e in misura crescente
con il reddito. Certo, l’imposta si poteva strutturare meglio rendendola molto più equa facendo riferimento ai prezzi di mercato e differenziando l’entità dell’abbattimento per la prima casa a seconda del valore medioimmobiliare di ciascun comune o zona; ma in ogni caso il ritorno a una imposizione patrimoniale è una novità positiva. Certo, sull’evasione fiscale si poteva (e a mio avviso si doveva) fare di più. Tuttavia il fatto che sia apparso (o per lo meno che si sia venuti a conoscenza) dopo le due conferenze stampa di Monti e ministri nelle quali non se ne era fatta menzione, l’articolo 11 del decreto che prevede la possibilità di trasmissione al fisco dei conti finanziari e bancari dei contribuenti, è un fatto positivo.
Per quanto riguarda le pensioni, vorrei ricordare che nel 1995, nel corso della discussione sulla riformaDini, la Cgil e il Pds avevano sostenuto la soluzione del pro-rata per tutti, poi prevalse, un altro orientamento che ha fatto sì che la spesa pensionistica abbia continuato a crescere molto più del pil, a scapito di altre spese, in particolare quelle per l’istruzione. Anche dopo la manovra di agosto la spesa previdenziale
è l’unica a mantenere un trend di crescita previsto positivo. Tale stato di cose non è accettabile, e non solo perché insostenibile finanziariamente, ma perché non è equo. Certo, il blocco delle indicizzazioni, nonostante gli aggiustamenti introdotti, è doloroso e personalmente avrei preferito il ricorso
a un contributo di solidarietà da parte dei pensionati di anzianità. Ciò detto, però, l’orizzonte cui deve guardare la sinistra nel nostro Paese va ben al di là della manovra in atto. Essa è necessaria per (cercare di) salvare il Paese, ma i nostri compiti vanno oltre questo pur indispensabile obiettivo. Vi è
da parte di alcuni la tendenza ad identificare e risolvere nell’equilibrio dei conti il fine, ultimo e unico, della riflessione e dell’azione economica e politica, se non della stessa ragione d’essere, del Pd. Così non è perché nei prossimi anni si dovranno affrontare problemi enormi, interrogativi molto seri che pongono primarie questioni di carattere politico etico e culturale soprattutto per i Paesi avanzati del mondo.
Dopo la catastrofe finanziaria recente la credibilità di un modello di sviluppo iperliberista, che produceva ricchezza ipotecando il futuro, fino al big bang del 2007-08, è venuta meno. Con cosa sostituirlo? Nella storia del capitalismo esiste
un solo periodo in cui non si sono verificate crisi finanziarie rilevanti: quello compreso tra la fine della guerra e l’inizio delle politiche di deregolamentazione di Reagan e Thatcher. Quel modello entrò in crisi sia per «eccesso di successo», sia perché ormai percepito come un freno ad una crescita ulteriore
(la globalizzazione ). Lo abbiamo quindi sostituito con un modello aggressivo, individualista, rapace che alla fine ha portato una seria ipoteca sul nostro futuro; come uscirne?
Certo non si può tornare a Bretton Wods, ma un nuovo sistema di regolazione dell’economia internazionale è necessario. Che ne pensiamo? Come ovviare alla perdita di peso e di autorità del paese tradizionalmente leader nel dopoguerra? Con quale assetto multipolare? Con quale nuovo equilibrio di interessi? Con quale ruolo dell’Europa? Con quale sistema monetario internazionale? E ancora, quale deve essere il ruolo della politica in futuro? Il governo del mond o può continuare ad essere affidato solo ai banchieri (e quando serve ai generali)? E come superare l’imbastardimento e l’imbarbarimento della politica attuale che non sembra, e non è, assolutamente all’altezza dei nuovi compiti? Non è un caso che, nonostante tanto desideriodi «rottamare» i vecchi, se l’Italia si salverà, il merito sarà di un anziano signore, Giorgio Napolitano, e – speriamo- del non più giovanissimo Mario Monti. Il problema comunque non è solo italiano: basta guardarsi intorno. E non sembra essere un problema di leggi elettorali. Né va sottovalutato che il problema attuale dell’ assetto economico vigente sembra ancora una volta un problema di legittimazione: un sistema economico che non appare più ingrado di produrre ricchezza e di distribuirla equamente, di fornire occupazione ai giovani, di assicurare
benessere e opportunità a tutti in un contesto di libertà e democrazia (come era stata capace di fare in passato) può diventare oggetto di contestazione e rifiuto e riportarci a soluzioni autoritarie, autarchiche e nazionalistiche e regressive.
Siamo sicuri che la linea deflazionistica imposta dalla signora Merkel e adottata in Europa sia quella giusta? O hanno ragione
gli economisti di maggiore fama internazionale (praticamente tutti) che la ritengono molto pericolosa per il futuro dell’Europa e dell’Euro e quindi da cambiare rapidamente salvo riconoscere che per i Paesi come l’Italia una manovra di riequilibrio serio era comunque inevitabile? Si potrebbe continuare, tuttavia mi sembra evidente che la sinistra italiana dovrebbe cominciare ad occuparsi più seriamente di questo tipo di questioni e guardare oltre la manovra al futuro, e cercare di partecipare al dibattito in corso a livello internazionale, piuttosto che dividersi tra nostalgici della socialdemocrazia e nostalgici della terza via. Cerchiamo di ragionare sul nostro futuro e non solo sul passato

L’Unità 15.12.11

Università, Pd: bene approvazione unanime a modifiche riforma Gelmini

Ghizzoni: introdotto anche adeguamento stipendiale per ricercatori assunti nel 2010. “Per la prima volta la commissione Cultura ha votato all’unanimità il parere di modifica ai decreti legislativi applicativi della riforma Gelmini. Si tratta di un voto importante posto a valle di un processo di confronto tra tutte le forze politiche presenti in commissione che servirà a superare gli elementi di criticità presenti nei decreti approvati dal precedente governo sulla centralità degli Atenei e sul sistema di valutazione e accreditamento del sistema universitario. Un metodo nuovo che ci auguriamo possa caratterizzare i futuri lavori di esame dei restanti decreti attuativi della riforma Gelmini. La modifica dei due decreti, nell’indirizzo indicato dalla commissione che è stato accolto anche dal ministro Profumo, consentirà l’autonomia responsabile delle università attraverso un sistema di valutazione e di assicurazione della qualità degli Atenei e di accreditamento periodico secondo le linee guida europee. Positivo infine che sia stato riconosciuto l’adeguamento stipendiale ai ricercatori a tempo indeterminato assunti nel 2010”. Lo dichiara la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni.

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Schema di decreto legislativo recante introduzione della contabilità economico-patrimoniale, della contabilità analitica e del bilancio unico nelle università. (Atto n. 395).

PARERE APPROVATO DALLA COMMISSIONE

La VII Commissione (Cultura, scienza ed istruzione),
esaminato lo schema di decreto legislativo n. 395, recante introduzione della contabilità economico patrimoniale, della contabilità analitica e del bilancio unico nelle università (Atto n. 395);
tenuto conto delle audizioni svolte;
considerato che:
il nuovo sistema contabile previsto dalla legge 240/10 e contenuto nei suoi principi di riferimento nel presente decreto legislativo rappresenta una significativa innovazione nella gestione delle università;
tale nuovo sistema avrà un forte impatto sull’organizzazione del lavoro degli atenei e richiederà notevoli costi sia per gli investimenti tecnici, sia per la formazione del personale, sia infine per la necessità di mantenere, anche a regime, la contabilità finanziaria oltre a quella economico-patrimoniale e a quella analitica;
i tempi previsti dallo schema di decreto in esame appaiono estremamente ristretti, in considerazione non solo delle forti innovazioni tecnologiche, culturali e organizzative richieste, ma anche dei tempi necessari per l’emanazione dei non pochi decreti ministeriali successivi già indicati nello schema di decreto;
il patrimonio delle università presenta alcune specificità, sia per quello immobiliare che è ampiamente demaniale o di provenienza demaniale, sia per quello mobiliare che contiene particolari tipologie – come la strumentazione scientifica d’avanguardia o prototipale, le raccolte bibliografiche e museali o altre ancora – che impongono di realizzare idonee speciali procedure nel loro trattamento contabile;
si ritiene necessario salvaguardare le scelte di autonomia organizzativa degli atenei, con particolare riferimento alle strutture dipartimentali che nella legge 240/10 sono identificate quali articolazioni di riferimento della ricerca e della didattica e che da decenni godono di autonomia amministrativa e gestionale che va accuratamente preservata pur nell’unicità del bilancio dell’ateneo, assicurando loro l’autonomia decisionale nell’utilizzo del budget disponibile per consentire di continuare a svolgere in modo tempestivo ed efficiente le loro funzioni istituzionali;
esprime

PARERE FAVOREVOLE

con la seguente condizione:
si preveda all’articolo 5, comma 3, in relazione alle specifiche esigenze di ciascun ateneo, di riconoscere ai centri di responsabilità ai quali è attribuito un budget economico e degli investimenti una autonomia gestionale e amministrativa e si modifichi, di conseguenza, l’articolo 11, comma 4;
e con le seguenti osservazioni:
a) con riferimento all’articolo 9, si valuti l’opportunità di prevedere un concreto ed efficace supporto ministeriale agli atenei nella sperimentazione e implementazione del nuovo sistema contabile e nella formazione degli addetti;
b) con riferimento all’articolo 2, si valuti l’opportunità di tener conto delle caratteristiche specifiche del patrimonio immobiliare e mobiliare delle università nello stabilire i principi contabili e gli schemi di bilancio;
c) si valuti l’opportunità di mantenere o meno gli incentivi previsti al comma 4 dell’articolo 7 anche in relazione all’effettiva adozione del sistema di contabilità economico-patrimoniale e del bilancio unico entro il 1o gennaio 2013.

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Schema di decreto legislativo recante valorizzazione dell’efficienza delle università e conseguente introduzione di meccanismi premiali nella distribuzione di risorse pubbliche sulla base di criteri definiti ex ante anche mediante la previsione di un sistema di accreditamento periodico delle università e la valorizzazione della figura dei ricercatori a tempo indeterminato non confermati al primo anno di attività. (Atto n. 396).

PARERE APPROVATO DALLA COMMISSIONE

La VII Commissione (Cultura, scienza ed istruzione),
esaminato lo schema di decreto legislativo recante valorizzazione dell’efficienza delle università e conseguente introduzione di meccanismi premiali nella distribuzione di risorse pubbliche sulla base di criteri definiti ex ante anche mediante la previsione di un sistema di accreditamento periodico delle università e la valorizzazione della figura dei ricercatori a tempo indeterminato non confermati al primo anno di attività (Atto n. 396);
tenuto conto delle audizioni svolte;
premesso che:
lo schema di decreto legislativo all’esame della commissione è emanato a seguito della delega al Governo contenuta nell’articolo 5, comma 1, lettera a), primo e terzo periodo, della legge 30 dicembre 2010, n. 240, sulla base dei principi e criteri direttivi contenuti nel sopracitato articolo di legge al comma 3, lettera a), b), c), d), e) e g);
l’obiettivo da conseguire è la valorizzazione della qualità e dell’efficienza delle università, con conseguente introduzione di meccanismi premiali nella distribuzione delle risorse pubbliche sulla base di criteri predeterminati, anche mediante un sistema di accreditamento periodico delle sedi e dei corsi di studio delle università;
tale obiettivo, in base all’articolo 5, comma 3, lettera d) della legge n. 240/210, richiede la definizione di un «sistema di valutazione e di assicurazione della qualità degli atenei in coerenza con quanto concordato a livello europeo, in particolare secondo le linee guida adottate dai Ministri dell’istruzione superiore aderenti all’Area europea dell’istruzione superiore»;
tale sistema di valutazione e di assicurazione della qualità degli atenei prevede, ai sensi delle lettere a), b) e c) del medesimo comma 3 sopracitato, in tre sottosistemi: I) sistema di autovalutazione della qualità e dell’efficacia delle proprie attività da parte delle università (da potenziare); II) sistema di valutazione periodica dell’efficienza e dei risultati conseguiti nell’ambito della didattica e della ricerca; III) sistema di accreditamento delle sedi e dei corsi di studio;
le linee guida europee sopracitate prevedono che la valutazione della qualità delle attività didattiche delle università europee è centrata su un confronto dialettico e costruttivo tra un’autovalutazione interna, affidata a docenti e studenti del corso di studio, e una successiva valutazione esterna, affidata ad esperti provenienti da altri atenei (visite in situ in peer review);
ciascuna procedura di valutazione si conclude con un rapporto di valutazione che indica punti di forza e di debolezza del corso di studio e suggerisce possibili interventi migliorativi o correttivi, in modo da ottenere un monitoraggio permanente della qualità e uno stimolo al miglioramento continuo;
in base agli esiti delle procedure di valutazione può essere rilasciato o meno un accreditamento del corso di studio che è destinato ad indicare a tutti i portatori di interesse (studenti, famiglie degli studenti, datori di lavoro, etc.) se il corso di studio è in grado di mantenere fede ai suoi impegni in termini di contenuti e di qualità;
considerato che:
è una necessità imprescindibile e urgente del sistema universitario nazionale dotarsi di un sistema di valutazione della qualità dei risultati in quanto l’autonomia e la responsabilità delle singole università dev’essere controbilanciata da continue e accurate valutazioni, in base alle quali sarà distribuita la quota premiale delle risorse pubbliche;
è recentemente entrata in funzione l’Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR) per cui è finalmente possibile mettere a regime un congruo sistema nazionale e locale di valutazione;
è conveniente, nel rispetto della legge delega e anche per ragioni di semplicità e economicità, definire un unico sistema nazionale di valutazione e assicurazione della qualità articolato in più sottosistemi e allineare le procedure di tale sistema a quelle europee;
ogni criterio, parametro o indicatore che sarà utilizzato per la valutazione dovrà essere, per ragioni di trasparenza e di equità, prestabilito con precisione e reso noto alle università, sia che si tratti di indicatori qualitativi e quantitativi ex ante, cioè relativi alla progettazione e alle risorse necessarie a priori per il funzionamento del corso di studio, sia che si tratti di indicatori qualitativi e quantitativi ex post, cioè relativi al processo didattico effettivamente realizzato e soprattutto alla qualità dei risultati ottenuti in termini di qualità della formazione e di successo personale e lavorativo dei laureati;
occorre coordinare il nuovo sistema di valutazione e assicurazione della qualità con la normativa di riferimento e con l’esperienza operativa dei nuclei di valutazione interna di ciascuna università;
occorre preservare il valore costituzionalmente garantito dell’autonomia universitaria, in particolare di quella didattica e organizzativa;
sono apprezzabili e condivisibili l’impianto generale dello schema di decreto e la possibilità di una rapida ed efficiente implementazione del sistema di valutazione e accreditamenti;
sono pienamente condivisibili le norme riguardanti il potenziamento del sistema di auto-valutazione (capo IV) con il ruolo assegnato alle commissioni paritetiche docenti-studenti e le incentivazioni per la qualità e l’efficienza degli atenei (capo V), con particolare riguardo alla rivalutazione del trattamento economico dei ricercatori a tempo indeterminato non confermati;
visto tutto quanto espresso nelle precedenti premesse e considerazioni,
esprime

PARERE FAVOREVOLE

con le seguenti condizioni:
1) si preveda un sistema nazionale di valutazione, assicurazione della qualità e accreditamento delle università, articolato in un sistema locale di valutazione e di assicurazione della qualità, dell’efficienza e dell’efficacia delle proprie attività didattiche e di ricerca attivato presso ciascuna università, un sistema nazionale di valutazione e di assicurazione della qualità, dell’efficienza e dell’efficacia delle attività didattiche e di ricerca condotte dalle singole università, affidato all’ANVUR e un sistema di accreditamento delle sedi e dei corsi di studio attivati presso le università;
2) si preveda che il sistema di valutazione funzioni in coerenza con gli standard e le linee guida per l’assicurazione della qualità nell’area europea dell’istruzione superiore e quindi ciascun processo di valutazione metta tra l’altro a confronto i rapporti di auto-valutazione e la valutazione esterna ad opera di esperti non appartenenti all’università (in peer review o revisione tra pari) anche a seguito di visite in loco;
3) sia meglio definita la differenza tra accreditamento iniziale, fondato su indicatori ex ante definiti dall’ANVUR e che consente al Ministero di autorizzare le Università all’attivazione dei corsi, e accreditamento periodico che dev’essere fondato principalmente sugli esiti della valutazione e su indicatori ex post;
4) le parole «ispezioni» vengano sostituite con le parole «visite in loco»;
5) si espliciti che le procedure di valutazione si riferiscono a tutte le tipologie e sedi dell’università, comprese le sedi decentrate, e alle articolazioni interne delle università, come prescritto dalle lettere a) e b) del comma 3 dell’articolo 5 della legge n. 240 del 2010;
6) sia esplicitato che della disposizione di cui all’articolo 15 beneficiano, in relazione al periodo che rientra nel primo anno di servizio ma successivo all’entrata in vigore della legge n. 240 del 2010, anche i ricercatori non confermati a tempo indeterminato assunti nel 2010;
e con le seguenti osservazioni:
a) sia meglio chiarito che l’ANVUR propone al Ministro l’accreditamento periodico o meno delle sedi decentrate e dei corsi di studio delle università in base agli esiti della valutazione;
b) sia chiarito il rapporto tra i sistemi locali di qualità attivati presso gli atenei, i rispettivi nuclei di valutazione interna e le procedure interne di auto-valutazione, sulla base di quanto previsto dall’articolo 3, comma 1, lettere c) e d), del decreto del Presidente della Repubblica 1o febbraio 2010, n. 76 e nel rispetto dell’organizzazione interna degli atenei.

«I miglioramenti alle misure, frutto del nostro lavoro», intevista a Dario Franceschini di Maria Zegarelli

Qui ci si sta dimenticando della premessa: questo è un governo
sostenuto in parlamento a forze politiche avversarie. Non è che siamo diventati maggioranza…». Dario Franceschini preferisce chiarire ancora una volta i «fondamentali» di questa vicenda politica che sta vivendo il Paese. Perché, aggiunge, «soltanto se teniamo bene a mente questo particolare, non proprio insignificante, allora si riescono a valutare le cose per quello che sono».
E alla luce del fatto che non è la vostra maggioranza, come giudica la manovra, alla fine di questa serrata trattativa tra i partiti e il governo?
«Come il meglio che potevamo ottenere considerando che ogni singolo cambiamento è stato frutto di un’intesa che abbiamo dovuto, e lo sottolineo, trovare con il Pdl. Questo non è il governo dei progressisti o del centrosinistra: è un esecutivo sostenuto da avversari politici. Quello che abbiamo ottenuto è un risultato positivo che, per certi versi, non mi aspettavo».
Cioè?
«Ma lei avrebbe scommesso, venti giorni fa, un solo euro sul fatto che saremmo riusciti a far tassare i capitali scudati e poi ad ottenere che dall’1,5% proposto dal governo si arrivasse all’attuale 4%? Siamo riusciti anche ad aumentare la franchigia
sull’Ici per la prima casa agevolando di più chi ha figli; ad aumentare l’indicizzazione permamente per le pensioni fino a1400 euro,una misura che riguarda 3,5 milioni di persone; a far tassare le rendite finanziarie, a stabilire un tetto per le retribuzioni dei dirigenti della pubblica amministrazione
e a vietare i doppi incarichi, oltre ad aver confermato i tempi per l’adeguamento dei compensi dei parlamentari a quello della media europea…».
Bersani però oggi ha duramente criticato il governo per le liberalizzazioni mancate.
«E ha fatto bene. Noi avevamo prensentato un emendamento, il governo invece ha avuto un cedimento sui taxi e le farmacie. Secondo noi è stato un errore e per questo continueremo la battaglia».
E rispetto all’asta sulle frequenze tv possiamo considerarlo anche quello un altro “cedimento”?
«Anche in questo caso il Pd ha presentato un emendamento, ma dobbiamo fare i conti con i numeri in Aula: lì passano soltanto le cose sulle quali si raggiunge un’intesa». Considerato che Berlusconi non accetterà mai intese su quel fronte, è una partita persa?
«Non credo, perché noi continueremo a fare il nostro lavoro e non è detto che le intese non si trovino in futuro. Ma anche il governo dovrà insistere in quella direzione».
L’Idv ha annunciato il “no” alla manovra. Questo che vuol dire in vista di una futura alleanza?
«Penso che alla fine di questa esperienza saranno cambiate molte cose e quando ci sarà la nuova legge elettoralene cambieranno altre ancora. Ma se guardo all’oggi sono sicuro
di una cosa: se avessimo fatto come l’Idv questa manovra sarebbe rimasta quella presentata dal governo, senza alcun cambiamento a scapito di milioni di cittadini. Preferisco “sporcarmi le mani”, stare lì in commissione giorno e notte per trovare un’intesa e le risorse per rendere meno pesanti per le famiglie gli interventi che comunque, alla luce della situazione economica del Paese, erano necessari».
Non temete un contraccolpo in termini di consenso?
«I sondaggi contano poco, ma oggi crescono i partiti che sostengono il governo e scendono gli altri. Gli italiani sanno cosa avrebbe significato una campagna elettorale oggi, in piena crisi dei mercati e nella situazione drammatica in cui ci ha lasciato Silvio Berlusconi, altro aspetto che spesso si dimentica e invece andrebbe sempre tenuto presente. Probabilmente il Pd pagherà anche uno scotto in termini di consenso immediato ma noi in questi giorni abbiamo agito in coscienza per migliorare le misure, rendere la manovra più equa, cercando di salvaguardare le pensioni più basse e le famiglie. Poi, è chiaro, se ci fossimo stati noi al governo avremmo fatto cose diverse».
Casini dice che la dovete smettere con questa storia e ognuno deve metterci la faccia.
«Chi, più di noi, ci sta mettendo la faccia? Ce la mettiamo ogni giorno e ce la metteremo votando la fiducia».
Franceschini, nei giorni scorsi c’è chi è tornato a chiedere ilm congresso anticipato perché, dice, ilquadropolitico è cambiato.
«Non capisco cosa vogliono quelli che tornano a chiedere di anticipare il congresso. Di cosa dovremmo discutere? ci sono diverse linee politiche? La linea l’abbiamo decisa tutti insieme come capita , purtroppo, raramente».
Secondo Maran bisogna ridiscutere anche le alleanze. E non è il solo a pensarla così.
«Temo si voglia solo ridiscutere la leadership. È sempre la stessa storia, so bene come funziona. Ho sfidato Bersani alle primarie, ha vinto lui e ho deciso di appoggiarlo perché è quello che ci chiede la nostra gente».

L’Unità 15.12.11

"Liberalizzazioni, carniere (quasi) vuoto", di Dario Di Vico

È difficile dar torto ai delusi delle liberalizzazioni. Questo governo ha in squadra Mario Monti e Antonio Catricalà, il commissario europeo antitrust per antonomasia e l’ex presidente dell’autorità per la concorrenza, eppure si presenta con il carniere quasi vuoto. Le liberalizzazioni, dicono i sacri testi, sono importanti per un doppio ordine di motivi, creano un ambiente imprenditoriale propedeutico alla crescita e Dio sa quanto in questa congiuntura ne abbiamo bisogno. In qualche caso poi l’apertura dei mercati produce in tempi brevi nuovi posti di lavoro. Non è automatico ma è sicuramente una condizione necessaria.
In Italia il campo delle deregolazioni da attuare è vasto, proviamo a vedere come si è mosso il governo, dove ha trovato resistenza e dove forse non ha affondato il colpo per oggettiva debolezza. Se prendiamo in esame gli interessi dei grandi monopoli è facile individuare almeno tre dossier di grande interesse: il gas, le concentrazioni televisive e le autostrade. Nei primi due casi un difensore d’ufficio della coppia Monti-Catricalà sosterrebbe che sono mancati i tempi tecnici. Una scelta di liberalizzazione in quei due campi richiede una preparazione accurata e in trenta giorni nessun governo sarebbe stato capace di concludere alcunché. Però sulle autostrade l’esecutivo dei tecnici ha sicuramente segnato il passo, dando oggettivamente spazio alle dietrologie interessate. La materia autostradale in un primo tempo rientrava tra le competenze della nuova authority dei trasporti, nel secondo tempo invece ne è rimasta fuori? Cosa è successo nell’intervallo? Ci sono state pressioni sull’arbitro? E chi sono stati i Moggi della situazione?
In una seconda tipologia di deregolazioni possiamo comprendere quelle che riguardano poteri categoriali diffusi: libere professioni, farmacie e taxi. Liberalizzazioni che non sono mai andate avanti in Italia non tanto per l’esplosività del contenzioso politico ad esse legato quanto per la capacità delle categorie di intessere rapporti di scambio elettorale con quote significative di parlamentari. Questa condizione ostativa con un governo di tecnici non dovrebbe esistere, eppure la gestazione delle misure di deregulation è stata un entra-ed-esci. Risultato: i taxisti cantano vittoria, i farmacisti pure e gli Ordini hanno perlomeno allontanato l’amaro calice. Sia chiaro, la tesi tremontiana (e non montiana) secondo la quale la liberalizzazione dei taxi riguarda solo tre città risponde al vero, ciò non toglie però che nell’immaginario liberal la sconfitta della lobby del 3570 o del 4040 valga quanto una sanzione a Microsoft. E allora se il governo ha dovuto, almeno per ora, ritirarsi il motivo è sempre lo stesso, i modernizzatori non hanno un «popolo» da mobilitare mentre le lobby fanno presto a minacciare la paralisi del traffico o dell’aspirina. I consumatori si lamentano ogni giorno del servizio taxi, li vedete però andare in piazza per la liberalizzazione? E a loro volta le associazioni delle parafarmacie sono troppo deboli per reggere l’urto dei farmacisti. Idem per i giovani architetti e avvocati che sostengono la meritocrazia e non gli Ordini ma purtroppo non hanno sufficiente voce per far valere le loro istanze. Morale: un governo tecnico non deve far politica ma può spiegare all’opinione pubblica i vantaggi sistemici delle deregolazioni, senza un’operazione di questo tipo anche le piccole lobby ce la fanno a frenare.
Se questa è la lista dei rimpianti dei liberalizzatori sarebbe sbagliato omettere ciò che di innovativo il governo ha fatto. Liberalizzare gli orari del commercio e, soprattutto, dare all’autorità antitrust il potere di impugnare le delibere degli enti locali nell’affidamento dei servizi pubblici non è una novità da poco. È una picconata al nostro socialismo municipale. Per un governo classicamente incardinato sui partiti sarebbe stato molto più difficile assestarla.

Il Corriere della Sera 15.12.11

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Bersani: “Stupefatto da liberalizzazioni deboli”, di ALBERTO D´ARGENIO

Partiti perplessi, fiducia in arrivo. Il decreto “salva-Italia” firmato da Mario Monti sbarca in aula alla Camera. La Lega fa ostruzionismo, presenta cinquanta emendamenti e iscrive tutti i suoi a parlare. Quindici minuti per ognuno dei sessanta onorevoli padani. La seduta fiume si protrarrà per tutta la notte con i soli leghisti in aula. Poi, alle dieci di questa mattina, il governo metterà la fiducia. Domani il voto, con il via libera definitivo di Montecitorio previsto intorno a ora di cena. Quindi toccherà al Senato. Ma i partiti storcono il naso. Bersani è insoddisfatto, Berlusconi perplesso, Di Pietro annuncia il voto contrario.
Dalla festa del Milan Silvio Berlusconi dice che lui e il suo partito hanno «molte perplessità» sul decreto anche dopo le modifiche decise in commissione bilancio nella notte tra martedì e mercoledì. Ma il Pdl voterà. Così come il Partito democratico, anche se il segretario Bersani si dice «stupito, per non dire stupefatto, della debolezza sulle liberalizzazioni: su questo la questione è ancora aperta». Via Twitter l´ex ministro Maria Stella Gelmini (Pdl) commenta: «Tutto avrei immaginato tranne di andare d´accordo con Bersani, le liberalizzazioni sono troppo timide». Si consola La Russa: «Meno male che l´Inter ha vinto, altrimenti votare con la sinistra mi farebbe cadere in depressione». Sulle liberalizzazioni, comunque, il governo potrebbe tornare in un secondo momento, con un provvedimento ad hoc quando la manovra sarà al sicuro incassato il voto delle Camere. Bersani va oltre e sottolinea che la Chiesa dovrà essere costretta a pagare l´Ici almeno sugli esercizi commerciali.
Intanto da Di Pietro arriva il no alla manovra. Se in mattinata il suo partito aveva aperto uno spiraglio, in serata l´ex pm chiude la porta: «È una decisione sofferta ma obbligata, è una manovra classista, ingiusta, ingiustificata e iniqua», Monti dal canto suo di buon ora è al Senato a riferire sul summit Ue della scorsa settimana. Invita l´Unione europea a non dimenticare crescita e occupazione e ribadisce di avere cambiato la posizione italiana sulla Tobin Tax: se con Berlusconi il Paese era contrario a tassare le rendite finanziarie, con Monti la sostiene. È un modo anche per far scendere le tasse e abbattere il debito.

La Repubblica 15.12.11

E al Senato scoppia la rissa Lega insulta Schifani e Monti "Vergogna, pagliaccio", di Francesco Bei

Il capo del governo assiste terreo. Poi risponde “Scusate, valorizzo il Parlamento”. Il presidente del Senato sospende la seduta. Censura per il lumbard Montani. È la prova del fuoco di Mario Monti, la prima mischia d´aula dopo gli unanimismi delle prime settimane. A scatenare il circo è la Lega, con personaggi che fino a ieri erano ministri, come Roberto Calderoli, oppure la vicepresidente del Senato Rosy Mauro, e oggi giocano ad acchiapparella con i commessi, inalberando cartelli contro le tasse. «Vergogna», «Buuu», «Vattene». E il professore come reagisce? Resta zitto finché non smettono, a parlare per lui è la faccia. Terrea, come quella dei ministri Terzi e Moavero che gli siedono accanto. Volti che esprimono sconcerto e una distanza umana siderale rispetto a chi gli sta di fronte e urla.
I leghisti non demordono, insultano: «Sei un maggiordomo». Tanto che Schifani, duramente contestato, è costretto a sospendere la seduta: «Basta, è una pagliacciata!». Alla ripresa, quando il leghista Enrico Montani si guadagna una censura (ha dato del «buffone» a Schifani) e finalmente il presidente riesce a placare i padani, Monti riprende gelido e affonda il coltello senza pietà. Uno, mi avete chiamato voi: «E scusatemi se valorizzo il Parlamento». Due, siamo i primi a batterci in Europa, voi avete soltanto parlato: «È facile scagliarsi a casa nostra contro la supremazia di certi paesi, altra cosa è fare un lavoro pedagogico in Europa per convincere. Un lavoro che, in passato, non è stato nemmeno tentato». Tre, volete meno tasse? «Uno dei modi per arrivare non dico al “basta tasse” ma a “meno tasse” su chi produce e sulle famiglie è anche quello di avere una fiscalità europea estesa anche alla finanza». E mentre «il precedente governo aveva tenuto una posizione contraria alla Tobin tax, noi abbiamo segnalato che l´Italia è pronta a riconsiderare questa soluzione». Sempre chirurgicamente spietato per gli errori di chi l´ha preceduto. Specie per quanto riguarda l´Europa, dove Berlusconi viveva nell´isolamento totale e invece Monti si compiace del fatto che all´Italia adesso «è stato offerto di occupare un posto accanto alla Francia e alla Germania». Grazie a me, è ancora il sottotesto, siamo seduti nella sala comandi dell´Ue, con Berlusconi eravate sul predellino. Inoltre, confiderà Monti a un amico, «gli elettori del Nord in maggioranza sono con noi». Non stanno con Bossi.
Che fosse questo il nuovo “mood” di palazzo Chigi ne avevano avuto chiara percezione la notte precedente i deputati delle commissioni Bilancio e Finanze, sculacciati da Monti alla minima protesta. Come quando qualcuno si era azzardato a far notare che, per fare una manovra del genere, forse bastava la fantasia dei politici. «Non occorrevano i professori? Ma allora perché non le avete fatte voi queste cose?» Il sistema politico, ricorda, «era incartato in un bipolarismo ad alto conflitto: eravate paralizzati, sennò non saremmo arrivati noi». Un´analisi spietata sull´inadeguatezza della classe politica. Le liberalizzazioni? «Ho sentito considerazioni sulle insufficienti liberalizzazioni, fatte da noi in due settimane, espresse da una parte politica che è stata in maggioranza negli ultimi tre anni». Come a dire: voi dove eravate? «Io spero che torni presto il tempo in cui non avrete bisogno dei professori o dei tecnici perché sappiate voi eletti guardare abbastanza lontano per fare le cose che servono». «A noi – conclude pensando al falso ottimismo di chi c´era prima – è toccato parlare il linguaggio della verità». Né Monti accetta di essere considerato l´agente al servizio dello straniero. Perché «se l´Italia, negli ultimi tempi, ha perso qualche quota di troppo di sovranità è solo perché si è messa in una posizione di debolezza rispetto agli altri paesi: io non sarei stato lieto, fossi stato al governo, nel vedere Sarkozy e Merkel o la Bce che ci indicavano cosa fare».
Capita l´antifona, le reazioni sono altrettanto fredde. Non solo quelle del Carroccio. Che annuncia anche di disertare i lavori del Copasir «finché non saranno ripristinate le regole della democrazia». Anche Fabrizio Cicchitto nota il «tono altezzoso» e il «sarcasmo» del premier. E Gasparri ironizza sulla «imperizia di alcuni ministri che vedo spesso in affanno». La luna di miele con i partiti è già tramontata?

La Repubblica 15.12.11

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VERGOGNA IN CAMICIA VERDE di Pietro Spataro

La coerenza non è la virtù dei demagoghi, si sa. Ma la spirale perversa in cui si è avvitata la Lega non è solo un problema di coerenza ma una questione democratica. Gli anni al governo, fedeli al Cavaliere, avevano costretto i leghisti a indossare vestiti più consoni alle stanze ministeriali che ai prati di Pontida. Rotta l’alleanza, tornati all’opposizione e preoccupati di recuperare un consenso eroso, gli uomini di Bossi hanno ripresoi riti del passato, con un carico ulteriore di aggressività. Quel che è successo al Senato ne è la dimostrazione. Vedere, tra gli altri esagitati, due ex ministri contestare Monti con cartelli contro le tasse e contro la «manovra di rapina» è un
pessimo segno. Non è accettabile che ciò accada in un’aula parlamentare. E non è accettabile che voglia passare per paladino della giustizia sociale chi per otto anni è stato in un governo che ci ha ridotto così e ci ha costretto a una manovra dura: è una vergogna. Al Nord questa cosa la sanno bene. Bossi è ormai il malconcio comandante di un esercito di sbandati. Bisogna che venga fermato prima che sia troppo tardi. C’è ancora qualcuno in via Bellerio disposto a rinunciare ai sacri riti del Po e a impedire questa deriva pericolosa?

L’Unità 15.12.11