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"Un professore senza allievi", di Sergio Romano

Gli ostacoli, piccoli e grandi, che il governo Monti ha trovato sulla sua strada dimostrano quanto fosse fragile e spesso ipocrita il fronte della solidarietà nazionale che sembrava essersi costituito all’inizio del suo mandato. Vi è una parte della classe politica che ha fatto un passo indietro per ragioni di forza maggiore, ma non ha mai rinunciato al desiderio di continuare a tenere nelle sue mani, senza pagarne il prezzo, i fili del potere.
Monti, dal canto suo, ha dato a tutti una lezione di stile politico a cui eravamo disabituati. Ha ascoltato i suoi interlocutori. Ha risposto e argomentato con pacatezza e senso dell’umorismo. Ha cercato di tenere conto delle richieste che avrebbero reso la manovra più equa, ma non ha permesso che l’impianto dell’operazione venisse tradito e snaturato. Ha spiegato perché certe misure richiedano uno studio accurato dei loro effetti e non possano venire adottate sull’onda della rabbia o dell’indignazione. Ha evitato di lasciarsi trascinare in quegli sterili litigi che fanno la gioia delle telecamere, ma si lasciano alle spalle un vuoto sconcertante di idee e di programmi. Chi temeva che un governo tecnico tradisse la volontà degli elettori dovrebbe almeno confessare che il «tecnico» non sta facendo nulla che possa pregiudicare, alla fine della legislatura, le sorti della democrazia italiana.
Dietro le difficoltà frapposte al governo di Mario Monti vi è la vista corta di coloro che non hanno altro orizzonte fuor che quello della prossima scadenza elettorale. Non si chiedono che cosa accadrà dell’Italia se i mercati continueranno a scommettere contro il suo piano di risanamento economico e finanziario. Si chiedono soltanto che cosa accadrà delle loro modeste persone quando il Paese sarà chiamato alle urne. E se il prezzo della rielezione è rappresentato da qualche cedimento all’Italia delle mille famiglie corporative, sono pronti e premere perché venga pagato dal governo.
La Lega è ancora più spregiudicata. Il partito di Umberto Bossi non ha né memoria né programmi. Dimentica di essere stato al governo per più di tre anni. Dimentica di avere sottoscritto tutte le manovre di Giulio Tremonti e di avere avuto accesso, in quel periodo, a tutti i dati sulle reali condizioni economiche del Paese. Chiamato a parlare del futuro, brontola soltanto qualche sgangherata battuta sulla secessione e l’indipendenza monetaria della Padania. Declama slogan contro gli speculatori, i banchieri e gli affaristi, ma si comporta come i mercati quando scommettono contro un’azienda o un Paese e fanno di tutto perché la loro previsione si realizzi. Sa che nella società italiana, come in ogni altra società europea, vi sono legittime preoccupazioni per il futuro e spera soltanto di trasformarle in voti per sé stessa. Non partecipa alla discussione sulle misure da prendere e le cose da fare. Vuole soltanto le elezioni il più presto possibile ed è pronta a trattare qualsiasi dibattito parlamentare come l’occasione di un comizio preelettorale.
Mi chiedo se la Lega si renda conto che uno spettacolo come quello offerto al Paese e all’Europa durante la seduta di ieri al Senato rende il governo Monti ancora più necessario di quanto fosse al momento della sua costituzione.

Il Corriere della Sera 15.12.11

"Serve un Keynes per salvare il Belpaese", di Salvatore Settis

Ambiente, paesaggio e beni culturali in tempo di crisi: a governo tecnico, qualche appunto tecnico. Primo: ancora più fragile dell´economia italiana è il suolo della Penisola. Sono state censite almeno mezzo milione di frane, che interessano poco meno del 10% del nostro territorio. Non si tratta solo di morfologia naturale: il degrado è velocizzato dall´abbandono delle coltivazioni e da incendi boschivi spesso dolosi. Ma anche dalla cementificazione (infrastrutture e insediamenti abitativi) che sigillando i suoli accresce la probabilità di frane e alluvioni e ne rende più gravi gli effetti, dall´incuria per il regime delle acque, che riduce le risorse idriche e genera disastrose esondazioni. Queste traumatiche alterazioni del suolo comportano enormi danni (almeno 5 miliardi di euro negli ultimi sette anni, secondo l´Ispra) e continue perdite di vite umane. Molto vulnerabili anche le nostre coste, quasi 5.000 chilometri già in continua erosione e a rischio allagamento per almeno il 24% (dati Ispra), eppure ancora devastate dalla proliferazione di porti turistici, a celebrare i fasti di una prosperità che non c´è più. Eppure, mentre il degrado del territorio avanza con ritmo spietato, sentiamo ripetere la favola di uno “sviluppo” economico basato sul moltiplicarsi di autostrade e ferrovie (anche se inutili) e sul rilancio dell´edilizia (mediante condoni, sanatorie, “piani casa”). Ma se così fosse, perché questo tipo di sviluppo ha prodotto la crisi profonda che attraversiamo? Dopo la frana di Giampilieri presso Messina, che nell´ottobre 2009 uccise quaranta italiani, Bertolaso ne attribuì la colpa all´abusivismo edilizio, ma si affrettò a dichiarare che per consolidare quel tratto di costa mancano le risorse, «due o tre milardi di euro». Due giorni dopo, il ministro Prestigiacomo dichiarò che «il ponte sullo Stretto non è alternativo alla protezione dell´ambiente», e il ministro Matteoli disse che i lavori per il ponte devono continuare. Questa è l´idea dello “sviluppo sostenibile” che ci è stata fino a ieri propinata: non un centesimo per consolidare le coste dello Stretto, “uno sfasciume pendulo sul mare” secondo la celebre definizione di Giustino Fortunato, sì invece a una pioggia di miliardi per costruire su quelle frane un´opera faraonica (la definizione è del presidente Napolitano). Questo governo avrà la forza di mettere in discussione le favolette che ci sono state ammannite? Vorrà studiare caso per caso, con esperti terzi e non legati alle banche e alle imprese appaltatrici, la sostenibilità reale della Tav in Val di Susa e altrove? O vorrà allinearsi all´elegante dichiarazione dell´ad di Trenitalia, Moretti, secondo cui a sollevare dubbi contro la TAV sarebbero solo «quattro fessi»?
Secondo: il paesaggio italiano è fra i più devastati d´Europa. A fronte di un incremento demografico nullo, abbiamo il più alto consumo di suolo d´Europa. Incentivi, sanatorie e condoni hanno seminato per il Paese migliaia di capannoni “industriali” dove non si produce nulla e nulla viene immagazzinato (ma che “producono” vantaggi fiscali per chi li fa). Almeno due milioni sono gli appartamenti invenduti (centomila solo a Roma e dintorni), eppure si continua a costruire. Città preziose come Bologna vedono svuotarsi il centro storico, mentre si favoleggia di grattacieli, imitando gli sceicchi del Golfo Persico in una provinciale corsa a una “modernità” già stantia. La retorica delle energie rinnovabili aggrava la situazione: l´Italia è il Paese europeo con più incentivi a chi installa eolico e pannelli solari, mentre non spende quasi niente in ricerca per massimizzarne gli effetti e ridurne l´impatto. Se davvero credessimo nelle rinnovabili, dovremmo fare esattamente il contrario. Perché non dare, invece, incentivi a chi riusa edifici abbandonati, anziché costruirne di nuovi? O a chi salva o incrementa l´uso agricolo dei suoli? Cura del suolo e riuso degli edifici abbandonati potrebbero innescare un processo virtuoso, assorbendo manodopera di un´edilizia comunque in crisi e allo sbando.
Terzo: da quando il governo Berlusconi tagliò quasi un miliardo e mezzo al già languente bilancio del ministero dei Beni culturali (luglio 2008), le strutture pubbliche della tutela hanno visto un vertiginoso ridursi di funzionalità e capacità d´intervento. Mentre cala ogni giorno il numero degli addetti, per pensionamenti e assenza di turnover, e la loro età media si avvicina ormai ai 60 anni, aumentano sulla carta i loro compiti. Soprintendenti-superman devono reggere due, tre, quattro uffici spostandosi da una città all´altra, e intanto mancano i soldi per telefono, benzina, luce elettrica. Per rimediare, qualcuno ha una soluzione pronta: chiudere le Soprintendenze, accorpando gli ultimi superstiti in uffici regionali senza competenze, senza bilancio, senza poteri. Piccola osservazione tecnica: la tutela del paesaggio e del patrimonio artistico della Nazione, imposta dall´art. 9 della Costituzione, non si può fare se non c´è chi tutela. E nessuno al mondo ha mai inventato un sistema migliore delle Soprintendenze territoriali italiane, gloriosa istituzione che ha un secolo e deve essere rinnovata e migliorata, ma non messa in soffitta.
Il governo Monti ha raccolto altissime competenze, a cominciare da quelle del presidente del Consiglio e del ministro dello Sviluppo Passera. Da un governo come questo abbiamo il diritto di aspettarci un´analisi fredda e professionale dei dati, e la capacità laica di dirsi, e di dirci, la verità. È un dato positivo della “manovra” di questi giorni l´assenza della voce “dismissioni del patrimonio pubblico”, una fonte d´introiti assai amata da Tremonti. Ed è da augurarsi che il patrimonio culturale e il paesaggio, protetti dalla Costituzione, non vengano mai più messi in vendita. È deludente, invece, che manchi un tentativo minimamente adeguato di combattere l´evasione fiscale: 120 miliardi l´anno di tasse non pagate sono una enorme risorsa economica non sfruttata, anzi generalmente rimossa dalla pubblica attenzione, con sfumature non poi tanto grandi fra centrodestra e centrosinistra. Attingervi potrebbe risparmiarci qualche lacrima sui sacrifici che ci attendono. Sarebbe essenziale per rispondere al sempre attuale invito di Keynes: sconfiggere “l´incubo del contabile”, e cioè il pregiudizio secondo cui nulla si può fare, se non comporta frutti economici immediati. «Invece di utilizzare l´immenso incremento delle risorse materiali e tecniche per costruire la città delle meraviglie – scrive Keynes – stiamo creando ghetti e bassifondi; e si ritiene che sia giusto così perché “fruttano”, mentre – nell´imbecille linguaggio economicistico – la città delle meraviglie potrebbe “ipotecare il futuro”». Questa «regola autodistruttiva di calcolo finanziario governa ogni aspetto della vita. Distruggiamo le campagne perché le bellezze naturali non hanno valore economico. Saremmo capaci di fermare il sole e le stelle perché non ci danno alcun dividendo» (è ancora Keynes che parla). Il paesaggio, l´ambiente, il patrimonio culturale sono come il sole e le stelle: illuminano e condizionano la nostra vita, corpo e anima. Perciò hanno un ruolo così alto nella Costituzione, dove incarnano l´idea che ne è il cuore: il bene comune e l´utilità sociale, sovraordinati al profitto privato. Paesaggio, ambiente, patrimonio richiedono sapienza tecnica per essere tutelati: ma richiedono anche un´idea d´Italia, un´idea declinata al futuro.

La Repubblica 15.12.11

"Il virus dell'odio etnico", di Adriano Prosperi

Non è solo a Bruxelles che l´Italia è sotto esame. Esiste un altro esame che riguarda il tasso di civiltà del paese. E chi ci esamina sono i 5 milioni di abitanti che non sono ancora giuridicamente italiani e che cominciano a desiderare di non diventarlo perché temono non sia possibile convivere con noi. I nodi sono venuti al pettine tutti insieme: e tutti insieme vanno affrontati. Con singolare coincidenza il tentato pogrom di massa di Torino e la sparatoria del ragioniere nazista di Pistoia rivelano una diffusione del virus razzista e dell´odio etnico in un´Italia senza attenuanti, l´Italia ricca, colta e civile delle due città che furono le capitali storiche dell´Italia risorgimentale: Torino e Firenze. Anche in questo caso il Paese è costretto a prendere brutalmente coscienza di qualcosa che è accaduto quasi sotto pelle, strisciando, riempiendo goccia a goccia gli interstizi sociali della convivenza, le maniere di pensare, i comportamenti, le pratiche istituzionali. Chi ricorda ancora il decreto Maroni sull´”emergenza nomadi” del 2008? Proprio in questi giorni, appena caduto il governo Berlusconi-Bossi, il Consiglio di Stato ha dato ragione alla sentenza del Tar di Roma che aveva bocciato il decreto e ha avviato lo smantellamento delle sovrastrutture amministrative create per quella minacciata, fantomatica emergenza. Ma chi smantellerà un pregiudizio che si è intanto radicato in profondità e si esprime nello stillicidio di una violenza quotidiana fatta di discriminazione a piccole dosi, per lo più impalpabile, diffusa nell´aria che si respira? Non basta la caduta del governo che ha lungamente e pervicacemente cavalcato il populismo e l´ostilità etnica come strumento di dominio sulle menti impaurite della sua base. È col suo lascito nella coscienza collettiva che si devono fare i conti. Si pensi a tutto il parlare di identità, l´odiosa parola che ha eretto un muro di differenza e di diffidenza verso tutto ciò che viene da fuori, che non coincide con le abitudini e coi pregiudizi dell´autosufficienza.
E quando si parla di mercatini delle città italiane come quelli di Piazza Dalmazia e di San Lorenzo, si dovrebbe provare a fare il conto delle misure vessatorie contro quei tappetini stesi sui marciapiedi, contro i borsoni dei venditori africani. Noi forse le abbiamo dimenticate. Ma loro no: è sulla pelle dei discriminati che l´odio e la sopraffazione lasciano il segno. Noi, gli italiani: loro, gli altri. Ecco la parola che fa problema: italiani. È venuto il momento di ridefinire questa parola. Il problema, come ha segnalato il presidente Napolitano, è quello della cittadinanza: che da noi ha un connotato sostanziale del razzismo, impermeabile com´è al dato di realtà del nascere, vivere e lavorare in un luogo. È una questione urgentissima. I segnali di questi giorni hanno portato allo scoperto il fondo melmoso e fetido dove si è iscritto il razzismo come vincolo sociale tipico della società dove vige l´eccezione giuridica.
Un anno fa il rapporto sul razzismo in Italia firmato da Alfredo Alietti e Dario Padovan ha denunciato la diffusione di tendenze razziste nel 51% della popolazione italiana: un numero che coincide con la percentuale di chi si ritrae dalla partecipazione politica. Non a caso. Nella società dell´eccezione giuridica la cultura del razzismo è un sentimento di rifiuto e di diffidenza verso tutto ciò che viene da fuori. È qui che bisogna incidere. E non bastano i buoni propositi. Certo è di buon auspicio il fatto che il ministro Andrea Riccardi abbia rilanciato l´invito giunto dal presidente della Repubblica proprio davanti alla tomba di Jerry Maslo, il sudafricano ucciso a Villa Literno. Ma, come e più che per altre urgenze italiane, quella culturale e giuridica del diritto di cittadinanza non può più essere rinviata. Ce lo diceva lo sguardo dei senegalesi riuniti a Firenze: quei morti loro devono diventare i nostri morti.

La Repubblica 15.12.11

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Blitz contro gli estremisti di “Militia”. Cinque arresti e perquisizioni a Roma “Preparavano la guerra rivoluzionaria”

Gli arrestati sono accusati fra l’altro di associazione per delinquere e di azioni contro la comunitàebraica romana e il suo presidente Pacifici, contro il sindaco di Roma Alemanno, Schifani, Fini, l’ex presidente Bush e cittadini rumeni. Volevano «porre le basi di una guerra rivoluzionaria, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare. Cinque arresti e una decina di perquisizioni da parte del Ros contro esponenti dell’organizzazione di estrema destra Militia. Sono accusati, tra l’altro, di associazione per delinquere e di azioni contro la comunità ebraica romana e il suo presidente Pacifici, contro la figura del sindaco di Roma Alemanno, di Schifani e Fini, G.Bush e cittadini rumeni.

L’operazione «Lama» dei carabinieri, che costituisce lo sviluppo di un’indagine precedente, è coordinata dal pool antiterrorismo della procura di Roma. Gli arresti e le perquisizioni, sia locali che personali, sono in corso dall’alba e riguardano persone inserite tutte nell’estremismo politico di destra. Ai militanti di ’Militià è stato contestato, oltre al reato di associazione per delinquere, anche la violazione della legge Mancino, la diffusione di idee fondate sull’odio razziale ed etnico, l’apologia del fascismo, il deturpamento di cose altrui, il procurato allarme e le minacce alle istituzioni e ai loro rappresentanti. Nel mirino sarebbero finiti, come detto, la comunità ebraica romana e il suo presidente Riccardo Pacifici, il sindaco Gianni Alemanno, i presidenti di Senato e Camera, Renato Schifani e Gianfranco Fini, ma anche l’ex presidente Usa Bush e i cittadini rumeni. Soggetti contro cui gli arrestati avrebbero prospettato una serie di azioni violente.

Due degli arrestati in particolare, Schiavulli e Boccacci, avrebbero agito «con il proposito di ricorrere alla violenza e di impiegare ordigni esplosivi per colpire gli obiettivi (come Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica romana)», ma nessun attentato di questo genere è stato poi realizzato. Gli indagati sono tra l’altro accusati, a vario titolo, di aver diffuso «ideee fondate sull’odio razziale ed etnico», sia attraverso la rivista bimestrale ’Insurrezionè, sia «con striscioni, scritte murarie e manifesti, sia con riunioni e volantinaggio». Bersagli: i rumeni, la comunità ebraica (in particolare quella romana e Pacifici), rappresentanti delle istituzioni (Alemanno, Schifani, Fini e George Bush). Il reato di apologia del fascismo si sarebbe poi concretizzato, si legge nell’ordinanza, attraverso una serie di iniziative finalizzate ad «esaltare principi, fatti e metodi del fascismo»: ancora una volta attraverso la rivista e le scritte, ma anche utilizzando la «Palestra popolare Primo Carnera», a Roma, «per svolgere l’attività di proselitismo e di indottrinamento politico».

Una struttura, la palestra, «impiegata anche quale base logistica per effettuare le attività proprie dell’ ’Organizzazione politica di stampo Nazional-Rivoluzionariò, con finalità antidemocratiche proprie del disciolto partito fascista e antimperialiste, denominata ’Militià». Gli indagati, secondo l’accusa, si sarebbero dati da fare per costituire «una struttura politica più ampia», sempre proiettata a«esaltare la violenza quale metodo di lotta, per fini xenofobi e antidemocratici», cercando «ulteriori seguaci» (attraverso volantinaggio, «contatti in chat Skype e di persona») e «alleanze con altri gruppi, come ’Avanguardia Laziò», fino ad organizzare per il 22 maggio 2010, sempre nella ’Palestra popolarè, una ’Adunanza nazionalè «alla quale avevano aderito non
meno di 87 ’cameratì»: riunione poi saltata a causa di un altro intervento del Ros.
Otto delle persone coinvolte, poi, sono accusate di aver dato vita ad una vera e propria associazione per delinquere finalizzata a compiere una serie di «azioni delittuose»: dai reati già indicati di apologia del fascismo e diffusione di idee fondate sull’odio razziale ed etnico, al deturpamento di cose altrui, alla ricettazione. Tutti gli episodi si sarebbero verificati a Roma nell’arco di un triennio, dal settembre 2008 («momento nel quale Militia esordiva
nella capitale con una serie di azioni delittuose, xenofobe, antisemite, dirette contro rappresentanti delle Istituzioni e della comunità israelitica»), fino al settembre 2011.

La Stampa 15.12.11

"Un diplomato su due pentito della scelta", di Lorenzo Salvia

Forse a quell’età è inevitabile essere scontenti se non proprio arrabbiati. Ma non basta la variabile generazionale a spiegare il pentitismo di massa della scuola italiana.
Dopo la Maturità uno studente su due (il 46%) non rifarebbe la stessa scelta. E pur avendo tutta la vita davanti si guarda già alle spalle con rimpianto: se potesse tornare indietro, cambierebbe indirizzo o almeno scuola. A dircelo è un studio di Almadiploma, il consorzio di scuole superiori che sul modello del fratello maggiore Almalaurea ha raccolto i giudizi, le sensazioni e le paure di 30 mila diplomati dopo l’esame di Stato del 2011.
A sorpresa il pentitismo è più diffuso proprio in quelle scuole da sempre considerate di serie A: non rifarebbe la stessa scelta il 48% dei ragazzi usciti dal liceo, mentre l’insoddisfazione scende negli istituti professionali (45%) e in quelli tecnici (43%). Abbassando ancora la lente di ingrandimento i ricercatori di Almadiploma hanno scoperto che i più contenti sono i geometri mentre i più delusi quelli del liceo socio pedagogico, le vecchie magistrali.
Ma perché un ragazzo su due cambierebbe strada?
In cima alla lista, quattro volte su dieci, c’è il desiderio di studiare materie diverse da quelle (evidentemente) sopportate per cinque anni. Ma ci sono anche indicazioni più precise: il 25% dei ragazzi vorrebbe un percorso che prepari meglio al lavoro, il 15% che costruisca basi migliori per all’università. Cos’è che non funziona? «Più che l’orientamento — dice il sottosegretario all’Istruzione Elena Ugolini — il problema riguarda il tipo di proposte e di esperienze fatte degli studenti sui banchi».
Insomma, se la scuola non stimola e non coinvolge, che scuola è? E il problema è che la metà dei diplomati 2011 boccia le superiori per una serie di «materie» non proprio secondarie, come le condizioni delle aule e quelle dei laboratori ma anche la pianificazione dell’orario e la distribuzione del carico di lavoro.
I professori, invece, vengono promossi a furor di popolo: sono competenti secondo l’83% degli studenti ma chissà se quel giudizio è sincero fino in fondo oppure frutto della paura di chi può bocciare per davvero e non solo in un sondaggio.
Lo studio di Almadiploma dice molto altro ancora, ed è una vera miniera per chi deve disegnare la scuola del domani e collegarla all’università e al lavoro.
«Se il sistema venisse esteso a tutte le scuole superiori italiane — dice il direttore di Almalaurea, Andrea Cammelli — potremmo ridurre gli sprechi e le mortificazioni dei giovani che non trovano lavoro e di quelli, il 18%, che abbandonano l’università al primo anno. A spanne costerebbe due tre milioni di euro».

Il Corriere della Sera 15.12.11

Scuola, piano straordinario per il Sud "Più matematica e lavagne digitali", di Corrado Zunino

Arrivano i primi provvedimenti sulla scuola, un mese e tre giorni dopo l´insediamento all´Istruzione del ministro Francesco Profumo. Saranno formalizzati oggi all´ora di pranzo, dopo l´incontro tra governo e regioni del Sud voluto dal premier Mario Monti: il Patto d´azione e coesione. Si parlerà di soldi europei, «perché i fondi strutturali vanno usati fino in fondo visto che sono le ultime risorse del paese», ha detto il ministro nel corso della recente visita alle scuole pugliesi. Il premier Monti ha chiesto al ministro delle Infrastrutture, Corrado Passera, e a Fabrizio Barca, ministro per la Coesione territoriale, di lavorare per migliorare le performance delle regioni nella spesa dei finanziamenti strutturali. Diversi progetti approvati dal governo Berlusconi la scorsa estate saranno ridiscussi con i governatori, «e a gennaio sbloccheremo i fondi», ha detto Barca.
Per la scuola si è trovato un miliardo e trecento milioni, da destinare a sei regioni del Sud (con la Puglia regione pilota). Il ministro Profumo, a cui Monti ha appena consegnato la delega per l´Innovazione tecnologica, sta discutendo con i suoi uomini dove impiegarlo. Investirà, innanzitutto, nello sviluppo della scuola digitale. La diffusione delle lavagne interattive multimediali nelle classi del paese prosegue. Gli ultimi dati, risalenti al ministero Gelmini, che sulla voce investì 100 milioni, parlano di 25.800 Lim installate e altre 9.000 previste nel corso di quest´anno. Sono 71mila i docenti fin qui formati e 550mila gli studenti coinvolti. Quindici milioni di euro, poi, sono stati previsti dal precedente governo sulle classi 2.0. Su questo versante Profumo vuole accelerare e dirotterà sulle classi digitali e la banda larga interna agli istituti buona parte delle risorse a disposizione.
A Brindisi Profumo si è seduto tra i ragazzi dell´Istituto tecnico industriale Majorana, una delle scuole più avanzate d´Italia: i libri di testo, lì, sono stati sostituiti con dispense digitali. Spostandosi a Lecce ha visitato il liceo Banzi Bazoli, recente vincitore delle Olimpiadi di Fisica e Matematica. Non è un caso che un capitolo di spesa andrà ai laboratori di matematica e scienze per far crescere i risultati degli studenti italiani, su queste materie in fondo alle classifiche europee. A fianco dei laboratori scientifici ci saranno progressivi investimenti sulla formazione per gli insegnanti. «Questo paese ha perso il governo delle risorse e le competenze per spendere bene», ha detto Profumo, «dal punto di vista tecnologico, poi, è rimasto nel vecchio millennio. A parità di finanziamenti possiamo rilanciare formazione e ricerca». Un esempio virtuoso arriva dal circolo didattico “Regina Elena” di Civitanova Marche, dove sono state allestite ventisei aule con lavagna interattiva, una piattaforma e-learning, un sistema audio-video per collegamenti tra scuole lontane.
Una corposa parte del “miliardo e tre” a disposizione andrà all´edilizia scolastica, «questione che vivo con angoscia», ha confessato Profumo. In Italia, spiega un vecchio report della Protezione civile, una scuola su due è vecchia e insicura: servirebbe un investimento per 80 miliardi. E ancora, cresceranno i 2,2 milioni a disposizione dell´Agenzia per la valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur). I tagli alla scuola e all´università, ha confermato ieri Profumo alla Camera, sono finiti.

La Repubblica 15.12.11

"Dal mare di Ventotene alle brume di Bruxelles", di Federico Orlando

Partiva settant’anni fa, dalle isole pontine, il messaggio degli Stati Uniti d’Europa di Spinelli, Rossi, Colorni, ispirati da Einaudi e dagli illuministi inglesi del Settecento

Deutschland, einig Vaterland, diceva il quarto verso dell’inno nazionale nella Germania comunista. «Sorta dalle rovine,/ rivolta al futuro/ nel bene lascia che ti serviamo,/ Germania, patria unita». Sono versi di una poesia di Johannes Becher. Negli ultimi anni della divisione del paese in Repubblica federale e Rdt, le autorità comuniste evitavano che nelle cerimonie si intonasse anche questa strofa.
Ma, per un beffardo gioco della storia, quando il Muro cominciò a crollare, a intonarla furono i berlinesi dell’Ovest, insieme a quelli di Honecker stanchi di dittatura e di separazione. Con la Germania unificata abbiamo fatto in queste settimane, e non è finito, il braccio di ferro, perché la grande idea europeista cammina ancora su “una sola gamba”, la politica monetaria, secondo la definizione di Massimo Giannini. Che si è chiesto se a un’Europa incapace di visione politica comunitaria basterà il «piccolo passo nella nebbia» fatto a Bruxelles dai 27 meno Inghilterra: cioè la manovra per placare il moloch dei mercati e disinnescare la dinamite dei debiti sovrani.
Il braccio di ferro continuerà, se perfino gli uomini di ferro, i mitici “due Mario”, mandati dall’Italia alla presidenza della Banca centrale e del governo di Roma, hanno dovuto fare buon viso alla suprema lex della contabilità tedesca. Come lunedì scorso ha contestato l’economista Stefano Micossi al governatore: «Finalmente la Bce ha allentato i freni, abbassando il tasso all’1 per cento, e offrendo alle banche nuovi strumenti di finanziamento. Ma l’intervento sarebbe stato meglio accolto dai mercati se Draghi, parlando alla stampa, avesse valorizzato l’aumento della liquidità invece di affannarsi a rassicurare l’azionista di riferimento tedesco sul fatto che gli interventi di sostegno ai mercati dei titoli sovrani sarebbero rimasti modesti».
È a questo che si pensa quando si parla o scrive di “Europa tedesca”? Senza entrare nella risposta, ci limitiamo a prendere atto che «la Germania sta deformando gli assetti istituzionali in maniera pericolosa» e forse s’avvicina per l’Italia, forte di un governo rispettabile, l’ora di «far sentire la sua voce e fermare questa deriva». Problema imprevisto settant’anni fa dai padri del progetto, nato in un’isoletta delle Pontine, degli Stati Uniti d’Europa. Quando, nel maggio 1941, il comunista Altiero Spinelli e il liberal-azionista Ernesto Rossi, in villeggiatura fascista a Ventotene, dopo le reciproche diffidenze cominciarono a concretizzare il manifesto Per un’Europa unita, Rossi ricordò che vent’anni prima il suo maestro all’università, Luigi Einaudi, aveva pubblicato articoli con lo pseudonimo di Junius, sulle vie per sottrarre l’Europa ad altri secoli di sanguinose guerre fra stati, in aggiunta a quelle fra sette religiose e alle rivolte sociali.
Complice o inefficiente la polizia fascista, Einaudi era riuscito a spedire a Rossi due volumetti di pensatori federalisti inglesi del Settecento, che per i confinati furono una rivelazione: l’unità del continente, avevano spiegato i precursori, «non può essere un’ideologia», si tratta invece di creare «un potere democratico europeo eliminando contemporaneamente ogni autarchia economica».
Il giovane socialista Eugenio Colorni e sua moglie Ursula Hirschmann (diventata musa e compagna di Spinelli dopo che il giovane Eugenio, redattore capo dell’Avanti! clandestino, fu ucciso dalla banda Cock a Roma nel 1944), portarono il manoscritto del Manifesto a Melfi, alla fine del 1941. Da quel confino lucano, il documento s’irradiò nei movimenti antifascisti e poi di resistenza in Italia e in Europa, trovandovi quel successo che non aveva riscosso tra i confinati di Ventotene: chi più chi meno legati ai miti dell’Urss, del marxismo, della repubblica, della lotta di classe, dello stato guida.
Ma né i settecentisti inglesi, né Einaudi dei primi anni Venti, né Spinelli Rossi e Colorni nel maggio-autunno del 1941, avrebbero immaginato un cammino così arduo per un disegno sia pure di lunga prospettiva: col quale l’Europa si sta misurando in concreto da sessant’anni, da quando nacque tra sei paesi prostrati dalla guerra la Comunità europea del carbone e dell’acciaio.
Via via evolutasi in Mec, Unione, Comunità, fino alle vicende di questi giorni, tra default, bond, eurobond, spread, che già nelle loro “orribili favelle” dimostrano come quella ch’era stata individuata causa profonda del disastro europeo, la sovranità assoluta degli stati nazionali, sia ancora viva, se non proprio vegeta.
Anche gli europeisti di altri paesi (per convinzione o per opportunità) non avrebbero allora immaginato tante difficoltà al cammino del loro sogno: non solo la dichiarata preferenza di Churchill per il “gran largo”, nel quale voleva che la nave di sua maestà continuasse a navigare (Commonwealth, Stati Uniti, Europa, con l’Inghilterra come perno); non l’intransigente ostilità di De Gaulle a un’Europa (Europa delle patrie, non patria europea) eterodiretta dall’altra costa della Manica.
Echi di questa cultura sono risuonati nei giorni scorsi a Bruxelles, negli interventi di Sarkozy e perfino nel suo gollistico rifiuto di stringere la mano a Cameron, a sua volta degno continuatore delle preferenze di Churchill e della Thatcher; col Reno che torna a gonfiare le acque, anche se nascoste dalle recite di Sarkozy sul presunto asse franco-tedesco, con cui la Germania maschera il suo “imperialismo” e la Francia la sua debolezza.
Secoli di guerre ed egoismi, e secoli di cultura ribelle. Uno storico amatissimo, il maggior discepolo di Croce Federico Chabod, scriveva nella sua Storia dell’idea d’Europa: «Così come noi l’abbiamo accolta, quest’idea è tipica dell’elaborazione settecentesca: i motivi già accennati nel Cinquecento solo ora ricevono forma compiuta e definitiva. Il sentire europeo è un sentire di schietta impronta illuministica».
Poi, strutturata e precisata, quell’idea era stata messa alla prova dalla “guerra civile europea”, iniziatasi nel 1914 con le rivoltellate di Sarajevo e terminata nel 1945 nel bunker di Berlino. Contro i crimini di quella trentennale guerra civile, più che il processo postumo di Norimberga, valse forse la cultura degli europeisti, che denunciavano il vero e massimo mandante del crimine: lo stato nazionale, con la sua sovranità illimitata.
È vero che gli Stati uniti d’Europa restano una soluzione “eurocentrica” (Piero S. Graglia, Altiero Spinelli, Il Mulino) ma i fatti di questi mesi confermano come desiderare di più significherebbe desiderare il troppo: anche se lungimirante resta l’invito di Emma Bonino che, da ministra degli affari europei e del commercio estero del secondo governo Prodi, lanciò da Ventotene l’idea di tradurre in arabo il Manifesto: «Ammonire che patria e democrazia si costruiscono tra gli stati e non negli stati, sarebbe un vero insegnamento». Forse precoce, come quelli dei federalisti inglesi del Settecento. Ma la storia cammina a passetti piccoli sulla spinta di grandissime idee.
E poi bisogna sempre avere un po’ di fiducia nella cultura dei grandi popoli: compreso il pragmatismo della Gran Bretagna, che, assicura Sergio Romano, s’accorgerà quanto sia sempre più difficile saltellare su un doppio binario, ora europeo ora atlantico, e prima o dopo farà scelte realistiche. «I paesi dell’euro, nel frattempo, non hanno l’obbligo di aspettarla».

da www.europaquotidiano.it

"Zagrebelsky, Monti e il governo senza partiti", di Michele Prospero

Ma che tipo di governo è quello di Monti? È forse un governo di destra? Ed è vero che comanda sempre lui? Né di destra né di sinistra, quello di Monti è piuttosto un governo di compromesso, a visibile prevalenza moderata, espresso in una fase di chiara emergenza, priva delle normali risorse della politica.
Il fisiologico sbocco di una emergenza esterna (catastrofe economica) ed interna (dissoluzione non solo della maggioranza ma degli equilibri sistemici) altrove è una grande coalizione. In Italia questa strada è preclusa per ragioni storico-politiche. Non si può infatti passare da un ventennio di bipolarismo oltranzista a una condivisione esplicita di una stagione di governo.
Questa impossibilità politica di stipulare un accordo temporaneo ha imposto un surplus di iniziativa del Colle. Lo stato di eccezione di Schmitt evocato dal Corriere della Sera non c’entra proprio nulla. Accadde così già con il governo Ciampi. Con una modica forzatura delle regole tradizionali, il capo dello Stato fu anche vent’anni fa il regista delle operazioni necessarie per attutire i contraccolpi di una caduta repentina del sistema politico.
La parentesi tecnica è più volte comparsa come l’equivalente funzionale dei governi di grossa coalizione. Si è verificata non solo in occasione della crisi di regime (governo Badoglio) ma anche nel corso della crisi di sistema politico (governo Ciampi). Il dicastero Monti è dentro questa tradizione storica che scavalca la polarità maggioranza-opposizione, silenziosa quando a naufragare non è una semplice formula di governo ma un sistema politico.
Per questo è del tutto inadeguata la definizione di Gustavo Zagrebelsky che, su Repubblica di lunedì, ha parlato di un mero allargamento della vecchia maggioranza.
Intanto, non può esserci stata una assimilazione dell’opposizione nell’alveo della destra giacché proprio quest’ultima si è dissolta. Un blocco politico che è evaporato non può inghiottire altre forze che ad esso si opponevano. La Lega ha persino rotto ogni collegamento con il Pdl. Quindi non può parlarsi di un governo di destra ampliato perché quella coalizione di destra, proprio essa, non esiste più e pertanto non può in alcun modo allargarsi oltre i suoi confini.
Dal punto di vista istituzionale, non c’è affatto la vecchia maggioranza che sopravvive con l’innesto di apporti nuovi ma si è presentata una diversa formula politica. Le forze che prima erano assenti dall’esecutivo (il Terzo Polo, l’Idv e il Pd) sono diventate la parte più cospicua della maggioranza che in aula ha votato per Monti. E il Pdl, pur essendo un partner rilevante la cui presenza scongiura un ribaltone che nessuno ha mai cercato, rimane pur sempre minoritario entro la convergenza parlamentare (non si tratta di una coalizione riproponibile) che ha accordato la fiducia al governo.
Quindi non è vero che comanda sempre lui. Magari anche nel “consiglio di facoltà” dovrebbero rammentarsene ogni tanto e mostrare più coraggio politico, senza spezzare la logorante logica della mediazione. Dove Zagrebelski vede solo la fine della politica per l’abdicazione del Pd in realtà si nasconde una scelta politica, difficile e costosa, certo, ma politica. Il Pd, che accetta l’imponderabile, non è affatto un esemplare malconcio di una politica malata. Solo un vero partito può sopravvivere a una sfida di questa asprezza, tipica della grande politica.
O Zagrebelsky pensa che per “non alzare bandiera bianca” il Pd avrebbe dovuto affrontare la prova del fuoco delle urne quando tutte le armate delle potenze mondiali erano già schierate? Non era a disposizione del Pd la strada del voto. Avrebbe dovuto scatenare le ire di sua maestà il mercato, entrare in frizione con il Quirinale, rompere con il Terzo polo e, facendosi scudo con una maggioranza negativa (con Idv e Lega), prepararsi al duello finale? L’irresponsabilità può apparire vigore ma si tratta di una illusione di potenza, alla lunga assai costosa.
Per non siglare una “autodichiarazione di bancarotta”, come scrive Zagrebelski, il Pd avrebbe dovuto imporre il voto e sbarrare la strada a un governo senza i partiti? Che la vitalità della politica sia legata all’eccezione che gode dell’emergenza sembra molto difficile da sostenere. Né un novello Celestino V che rinuncia ad una vittoria scontata per incassare una variante spuria della grossa coalizione, né un irresponsabile amante del pericolo ma un politico di grande scuola che non ha avuto esitazioni dinanzi a certi dilemmi e ha imboccato la strada giusta, questo è apparso Bersani.
Un governo di emergenza non è una scelta, è una condizione che capita e il leader del Pd non poteva scartarla senza assumere rischi incalcolabili. Imporre grandi temi di sinistra anche a un esecutivo di compromesso, questo è ora il compito. Il resto è chiacchiera.

da L’Unita del 14 dicembre 2011

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“LA DEMOCRAZIA SENZA I PARTITI”, di GUSTAVO ZAGREBELSKY

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Ma, quando tutto questo sarà finito, che cosa sarà della politica e delle sue istituzioni? Diremo che è stata una parentesi oppure una rivelazione? Parentesi che, come si è aperta, così si chiude ridando voce al discorso di prima; oppure rivelazione di qualcosa di nuovo, sorto dalle macerie del vecchio?
Queste domande devono apparire insensate a coloro che pensano o sostengono che nulla di rilevante sia accaduto e che tutto, in fondo, sarà come prima, così forse credendo di meglio contrastare la tesi estremistica di coloro che, per loro irresponsabili intenti, hanno gridato allo scandalo costituzionale, al colpo o colpetto di stato. In effetti, chi potrebbe dire che la Costituzione è stata violata?
La scelta del presidente del Consiglio è stata fatta dal presidente della Repubblica; il presidente del Consiglio ha proposto al presidente della Repubblica la lista dei ministri e questi li ha nominati; il governo si è presentato alle Camere e ha ottenuto la fiducia; leggi e decreti del governo dovranno passare all´approvazione del Parlamento. Non c´è che dire: tutto in regola. Dovrebbero essere soddisfatti perfino coloro i quali pensano che la legge elettorale abbia sterilizzando poteri e possibilità del presidente della Repubblica.

Come il potere di ricercare in Parlamento eventuali maggioranze diverse da quella venuta dalle elezioni. Per costoro, in caso di crisi, si dovrebbe necessariamente, sempre e comunque, ritornare a votare. Quella che si è formata per sostenere il nuovo governo, infatti, non è una maggioranza alternativa alla precedente; è – di fatto – la stessa, soltanto allargata a forze di opposizione chiamate a condividerne le responsabilità. Abbiamo girato pagina quanto alle persone al governo – il che non è poco – ma non abbiamo affatto rotto la continuità politica, come del resto il presidente del Consiglio, con atti e parole, continuamente, tiene a precisare. Onde potrebbe dirsi: prosecuzione della vecchia politica con altra competenza e rispettabilità. Nelle presenti condizioni politiche parlamentari, del resto, non potrebbe essere altrimenti.
Per quanto riguarda la legalità costituzionale di quanto accaduto, nulla dunque da eccepire. Semplicemente, il presidente della Repubblica ha fatto un uso delle sue prerogative che è valso a colmare il deficit d´iniziativa e di responsabilità di forze politiche palesemente paralizzate dalle loro contraddizioni, di fronte all´incombere di un rischio-fallimento, al tempo stesso, economico e finanziario, sociale e politico, unanimemente riconosciuto nella sua gravità e impellenza. Fine, su questo punto.
È invece sulla sostanza costituzionale, sotto il profilo della democrazia, che occorre aprire una discussione. È qui che ci si deve chiedere che cosa troveremo alla fine (perché, prima o poi, tutto è destinato a finire e qualcos´altro incomincia).
Di fronte alla pressione della questione finanziaria e alle misure necessarie per fronteggiarla, i partiti politici hanno semplicemente alzato bandiera bianca, riconoscendo la propria impotenza, e si sono messi da parte. Nessun partito, nessuno schieramento di partiti, nessun leader politico, è stato nelle condizioni di parlare ai cittadini così: questo è il programma, queste le misure e questi i costi da pagare per il risanamento o, addirittura, per la salvezza, e siamo disposti ad assumere le responsabilità conseguenti. Né la maggioranza precedente, che proprio di fronte alle difficoltà, si andava sfaldando; né l´opposizione, che era sfaldata da prima. Niente di niente e, in questo niente, il ricorso al salvagente offerto dal presidente della Repubblica con la sua iniziativa per un governo fuori dai partiti è evidentemente apparsa l´unica via d´uscita. Insomma, comunque la si rigiri, è evidente la bancarotta, anzi l´autodichiarazione di bancarotta.
Di fronte a grandi problemi, ci si aspetterebbe una grande “classe dirigente”, che cogliesse l´occasione propizia per mostrarsi capace d´iniziativa politica. Sennò: dirigente di che cosa?
Si dirà: e il governo, pur piovuto dal cielo, è tuttavia sostenuto dai partiti; anzi, il sostegno non è mai stato, nella storia della Repubblica, così largo; i partiti, quale più quale meno, per senso di responsabilità o per impossibilità di fare diversamente, alla fin fine, si mostrano in questo modo all´altezza della situazione. Sì e no. Sì, perché voteranno; no, perché il voto non è un sostegno e un coinvolgimento nelle scelte del governo ma è, piuttosto, una reciproca sopportazione in stato di necessità. Il governo, timoroso d´essere intralciato dai partiti; i partiti, timorosi di compromettersi col governo. Il presidente del Consiglio ha onestamente riconosciuto che i partiti, meno si fanno sentire, meglio è: votino le proposte del governo e basta. I partiti, a loro volta, sono in un´evidente contraddizione: devono ma non possono. Avvertono di dover votare ma, al tempo stesso, avvertono anche che non possono farlo impunemente. Gli stessi emendamenti di cui si discute in questi giorni sembrano più che altro dei conati: per usare il linguaggio corrente, non un “metterci la faccia”, ma un cercare di “salvarsi la faccia”.
In questa delicata situazione, i partiti devono esserci ma vorrebbero non esserci. Per questo, meno si fanno vedere, meglio è. I contatti, quando ci sono, avvengono dalla porta di servizio. Alla fine, si arriverà, con il sollievo di tutti, a un paradossale voto di fiducia che, strozzando il dibattito parlamentare, imporrà l´approvazione a scatola chiusa e permetterà di dire al proprio elettorato: non avrei voluto, ma sono stato costretto.
Ma c´è dell´altro. In un momento drammatico come questo, con il malessere sociale che cresce e dilaga, con la società che si divide tra chi può sempre di più, chi può ancora e chi non può più, con il bisogno di protezione dei deboli esposti a quella che avvertono come grande ingiustizia: proprio in questo momento i partiti sono come evaporati. Corrono il rischio che si finisca, per la loro stessa ammissione, per considerarli cose superflue, d´altri tempi. In qualunque democrazia, i partiti hanno il compito di raccogliere le istanze sociali e trasformarle in proposte politiche, per “concorrere con metodo democratico alla politica nazionale”, come dice l´articolo 49 della Costituzione: sono dunque dei trasformatori di bisogni in politiche. Una volta svolto questo compito di unificazione secondo disegni generali, ne hanno un secondo, altrettanto importante: di tenere insieme la società, per la parte che ciascuno rappresenta, nel sostegno alla realizzazione dell´indirizzo politico, se fanno parte della maggioranza, e nell´opporsi, se non ne fanno parte. Un duplice compito di strutturazione democratica, in assenza del quale si genera un vuoto, una pericolosa situazione di anomia, cioè di disordine politico, nel quale il governo si trova a dover fare i conti direttamente col disfacimento particolaristico, corporativo ed egoistico dei gruppi sociali, inevitabilmente privilegiando i più forti a danno dei più deboli. La dialettica tra governo e società non trova oggi in Italia la necessaria mediazione dei partiti. Di questa, invece, la democrazia, in qualsiasi sua forma, ha necessità vitale.
Gli storici avrebbero molto da dirci sulla miscela perversa di crisi sociale e alienazione politica, cioè sulla rottura del nesso che i partiti devono creare tra società e Stato. Non che la storia sia il prodotto di leggi ineluttabili, ma certo fornisce numerosi esempi, nemmeno tanto lontani nel tempo: nel nostro caso, esempi – che sono ammonimenti – del disastro che si produce quando le forze della rappresentanza politica e sociale si ritirano a favore di soluzioni tecnocratiche, apparentemente neutrali, né di destra né di sinistra, al di sopra delle parti. Può essere che in queste considerazioni ci sia una piega di pessimismo, ma vale l´ammonimento: non tutti gli ottimisti sono sciocchi, ma tutti gli sciocchi sono ottimisti.
E allora? Allora, il rischio è che, “quando tutto questo sarà finito” ci si ritrovi nel vuoto di rappresentanza. Una certa destra nel vuoto si muove molto bene, per mezzo di qualche facilissima trovata demagogica. Il vuoto, invece, a sinistra ha bisogno di ben altro, cioè di partecipazione e di fiducia da riallacciare tra cittadini, e tra cittadini e quelle istituzioni che esistono per organizzare politicamente i loro ideali e interessi. Questo – altro che sparire, arrendendosi alle difficoltà – è il compito che attende i partiti che stanno da quella parte, un compito che ha bisogno di idee e programmi, strutture politiche rinnovate e trasparenti, uomini e donne di cui ci si possa fidare. Non di salvatori che “scendono in campo”, ma di seri lavoratori della politica, degni del rispetto dei cittadini di cui si propongono come rappresentanti.

dala Repubblica del 12 dicembre 2011