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"Le donne riconquistano la piazza "Solo con noi si esce dalla crisi" , di Benedetta Tobagi

Il movimento aveva già dato chiari segnali di voler continuare a partecipare a pieno titolo al dibattito pubblico nel corso dell´anno. A Siena, il 9 e 10 luglio, erano state duemila le partecipanti al primo raduno nazionale del movimento, in rappresentanza di 130 comitati territoriali, per una maratona di seminari per confrontarsi ed elaborare proposte concrete. Nei giorni del frenetico toto-ministri tutto maschile che ha preceduto la nascita del governo Monti, il movimento Snoq si è fatto subito sentire con una lettera alla Presidenza della Repubblica: a parità di competenze, che non si cadesse nell´assurdo di un governo in cui le donne non fossero rappresentate. Confermando che questo movimento, senza diventare partito, rappresentava un nuovo canale per convogliare rapidamente verso i partiti e le istituzioni le istanze di centinaia di migliaia di donne. Ma le dimensioni della mobilitazione di ieri hanno superato le aspettative.
Sono la migliore risposta a chi, un anno fa, esprimeva perplessità circa una manifestazione nata sull´onda dello sdegno per le “olgettine” e il bunga bunga, a chi temeva che, scendendo in piazza, le donne sarebbero state un semplice strumento dell´antiberlusconismo. A dieci mesi di distanza abbiamo toccato con mano che dietro l´imponente mobilitazione del 13 febbraio c´era molto di più: la consapevolezza che l´Italia è un paese che penalizza gravemente le donne, i problemi strutturali permangono, per molti versi minacciano di aggravarsi ulteriormente, con la crisi, e le donne sono determinate a farsi sentire.
In un momento di forte tensione sociale, mentre sulla rete si rincorrono insulti e invettive all´indirizzo del nuovo governo e dei rigori della manovra, la manifestazione è stata composta, la gravità della “questione femminile” non si è tradotta in aggressività di toni, slogan o comportamenti. Anzi, la manifestazione ha avuto un carattere sereno (a tratti persino gioioso, nei molti momenti musicali). È un segnale importante, quest´attitudine ferma, ma aperta e dialogante, una differenza significativa, all´indomani dell´attentato a Equitalia. La galassia dei movimenti femministi, o più semplicemente femminili, porta nel suo dna il carattere nonviolento e propositivo che lo contraddistingue sin dai tempestosi anni Settanta.
“Il potere di unire”: così la filosofa Elena Pucini ha definito in un bel saggio lo specifico che può contraddistinguere la partecipazione femminile alla politica. In questo solco si colloca l´altro segnale positivo che mi pare di poter leggere negli slogan – a cominciare da quello che lanciava la manifestazione: “non sentirti sola, ti aspettiamo in piazza” – e nelle dichiarazioni di molte partecipanti: una forte solidarietà intergenerazionale. Nelle parole delle donne che dichiarano di essersi mosse non solo per sé, ma per le loro figlie e nipoti. Nei concetti ribaditi con insistenza dalle promotrici: senza le donne, è il paese tutto che non riparte. I dati parlano chiaro: un incremento nella quota di occupazione femminile, che avvicinasse l´Italia alla media europea, sarebbe decisivo per rimettere in moto la crescita. Ma il nuovo governo finora ha fatto troppo poco: non bastano gli sgravi alle aziende che assumeranno donne e giovani. Le partite risolutive si giocheranno nei prossimi mesi, quando arriverà sui tavoli la riforma del lavoro, quando, nella recessione attesa dal prossimo anno, sarà necessario ripensare il welfare e gli ammortizzatori sociali. E la manifestazione di ieri non era una protesta, ma un avvertimento al nuovo governo: le donne non staranno passivamente a guardare.

La Repubblica 12.12.11

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Centomila donne nelle piazze di tutta Italia “Il governo è cambiato, i nostri problemi no”, di Caterina Pasolini

“Da Monti solo sacrifici e niente welfare, ci metta al centro dello sviluppo”. Ventimila manifestano a Roma. Camusso: “Ingiuste le misure dell´esecutivo” Comencini: “Siamo noi a fare lo Stato sociale”. «Women got the power» cantano migliaia di donne arrivate in piazza del Popolo da tutt´Italia. Convinte di poter fare la differenza, persuase che senza di loro dalla crisi non se ne esce. Sono studentesse e precarie ma la maggioranza sono donne dai volti vissuti, con genitori e figli di cui occuparsi dopo l´ufficio perché i servizi sono stati tagliati, sono lavoratrici che la pensione rischiano di non vederla mai. Chiedono un futuro che ancora una volta non imponga di scegliere tra bambini e lavoro, vogliono contare in politica e avere metà del Parlamento al femminile, domandano la cittadinanza per chi nasce qui e un welfare che funzioni se si vuole alzare l´età pensionabile.
Torna in piazza il movimento «Se non ora quando» che a febbraio vide in strada un milione di persone in tutto il paese per rivendicare la dignità dell´altra metà del cielo e chiedere le dimissioni di Berlusconi. Ecco di nuovo il movimento delle donne, è tornato per presentare, sull´onda dello slogan «Se non le donne chi?», richieste e critiche al premier Monti.
«Siamo in piazza perché il governo è cambiato ma la situazione delle donne no. Le donne hanno tenuto in piedi il paese per anni compensando le mancanze dello Stato, ora chiediamo al governo di metterci al centro dello sviluppo. Ripensando al welfare che non è una spesa ma un investimento».
Cristina Comencini, regista scrittrice, tra le promotrici della manifestazione guarda soddisfatta la piazza che si riempie – alla fine gli organizzatori parlano di ventimila presenze a Roma e centomila in tutt´Italia. Sul palco si alternano brani musicali e interventi, sono testimonianze, proposte per «appianare le differenze tra uomini e donne, uguali solo nei sacrifici». Per cercare di cambiare un paese dove gli uomini guadagnano il 30 per cento più delle colleghe, dove ritrovarsi in lista alle elezioni è un´impresa, dove sono «le donne a fare il welfare che non c´è»
Donne come Angelica. Archeologa ora insegnante precaria, due figlie e un posto all´asilo trovato solo perché ha un marito invalido, non rinuncia a lottare: «Sono venuta sperando serva a creare un futuro migliore per le mie bambine, sognare di fare le scienziate». Donne precarie a 53 anni come Roberta Montanari, un impiego con gli anziani: è stanca di «dover come tutte le donne sopperire alle mancanze dello Stato sociale».
Le da ragione Livia Turco del Pd: «Non devono essere le donne a pagare così pesantemente la crisi. Chiediamo al ministro Fornero di reinvestire nei servizi sociali». Rincara la dose la sociologa Chiara Saraceno che non ci sta all´innalzamento dell´età della pensione femminile. «Senza riequilibrare le responsabilità nel lavoro di cura è un provvedimento miope e ingiusto. Lascia tutte le responsabilità e i costi sulle spalle delle donne, delle più vecchie come delle più giovani».
Ragazze ventenni come Anastasia, Marianella e Viola, arrivate qui da Puglia e Toscana, in mezzo ad un mare di over quaranta, «perché bisogna esserci, al di là della retorica». Loro sognano un Parlamento metà al femminile: «Sarebbe già così se si puntasse sulla meritocrazia». E le donne della politica, quelle che ce l´hanno fatta, ci sono in piazza, arrivate da opposti schieramenti: oltre a Paola Concia e Livia turco del Pd, Bongiorno e Perina del Fli, anche loro a raccontare con la loro presenza la voglia di cambiare. In mezzo alla folla Susanna Camusso, leader Cgil dura sui provvedimenti del governo: «Speravamo in una discontinuità nella discriminazione delle donne che non c´è stata», dice ribadendo la necessità di provvedimenti forti per il rilancio del lavoro femminile. Convinta che «queste donne non sono di destra o sinistra, ma semplicemente convinte che siano ingiusti i provvedimenti del governo e persuase di essere fondamentali per l´economia del paese». Sul palco, dopo l´orchestra sinfonica di “Europa musica”, cala il sole mentre la folla batte le mani a Emma, idolo dei teenagers, a Paola Turci e Marina Rei. Voci forti che trascinano e fanno cantare “People got the power”, riformulata per l´occasione in “Women got the power”. Le donne hanno il potere. «Se non ora, quando?».

La Repubblica 12.12.11

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Giulia Bongiorno sfila in piazza con il figlio

“Che fare? Lo sciopero rosa così gli uomini capiranno”

«Ho portato mio figlio perché capisca subito la situazione, la voglia di lottare e le difficoltà che incontrano le donne. Lui, avuto a 40 anni suonati, è la dimostrazione che se vogliamo lavorare siamo costrette a ritardare la maternità». Giulia Bongiorno deputato Fli spinge la carrozzina sorridendo in mezzo alla folla. Aveva un mese suo figlio quando lei partecipò alla prima iniziativa del movimento.
Perché è tornata?
«In un momento così difficile le donne chiedono di non essere le uniche a dover pagare così tanto, più degli altri. Penso così che si possa alzare l´età in cui lasciano il lavoro, ma se allo stesso tempo le si aiuta quando devono conciliare le esigenze familiari».
Donne diverse a casa e in piazza?
«Qui le vedo determinate a chiedere rispetto ma poi in famiglia fanno tutto loro. Bisogna costruire nuovi rapporti in famiglia se si vuole cambiare la società».
Che fare?
«Lo sciopero delle donne, forse così l´uomo si renderebbe conto di quanto indispensabile e impegnata sia la sua compagna, mamma o sorella».

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Emma Marrone sul palco come a febbraio

“Troppe le nostre rinunce per mancanza di servizi”, «Le donne hanno tanto da dare a questo paese, hanno voglia di esprimersi, di dimostrare quanto valgono». Emma Marrone, cantante idolo dei teenager sorride con grinta. È la sua seconda volta sul palco delle donne dopo la manifestazione di febbraio.
Allora c´era Berlusconi…
«Non mi interessa chi sia al governo, perché l´Italia non la salva Monti da solo o chi per lui. La salviamo tutti assieme. Le donne in primo luogo avrebbero tanto da dare per uscire dalla crisi, se solo non dovessero sacrificarsi per mancanza di servizi»
Donne che si sacrificano?
«Non vanno a lavorare per occuparsi dei figli, perché mancano gli asili, o ritardano la maternità perché il lavoro non è sicuro. Si sacrificano per genitori, compagni, figli. Mi ricordo mia madre, lei aveva sempre le stesse scarpe, vecchie come il cappotto, per risparmiare, per far studiare me e mio fratello. Ecco bisognerebbe pensare anche a loro».
Alle casalinghe?
«Sì, fare la casalinga è un vero e proprio lavoro, dovrebbe essere riconosciuto tanto sforzo, tanto impegno con uno stipendio, almeno simbolico».

La Repubblica 12.12.11

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Tornano le donne: «Stanche di essere il welfare del Paese»
Centomila in piazza in tutta Italia, di Alessandra Arachi

Scendono in piazza e già lo sanno: Silvio Berlusconi non è più il capo del governo. Escort e olgettine sono il ricordo di un anno che va esaurendo i suoi giorni. Sanno che Piazza del Popolo non sarà mai la piazza che lo scorso 13 febbraio debordava per tutto il centro di Roma, quella domenica da non riuscire a muoversi. Ma ieri le donne del comitato «Se non ora quando?» sono scese in piazza lo stesso. A maggior ragione dirà qualcuna. Meglio: lo sosterranno tutte le donne di questo comitato promotore, dove la regista Cristina Comencini mette la grinta e la bellezza della sua arte ed ognuna, tante, mette quanto di meglio ha, sa, e può.
«È cambiato lo stile del governo, ma la situazione delle donne non è certo mutata», è l’insegna della manifestazione che ieri pomeriggio ha avuto il suo fulcro a Roma, ma si è poi snodata in almeno una ventina di piazze italiane, da Genova a Messina, da Torino a Sassari, a Venezia, ad Ancona, a Napoli. E a fine giornata le organizzatrici garantiscono: «Eravamo più di centomila».
Centomila non è il milione del 13 febbraio. «Ma nessuno ha mai pensato di eguagliare quel record», sussurra la giovane Ilaria Ravarino, soddisfatta che la pioggia dell’ora di pranzo non abbia scoraggiato la partecipazione. Non più di tanto, perlomeno. È anche una domenica di ponte, e questo chissà se qualcuno lo aveva messo nel conto.
«Le donne italiane hanno salari più bassi del 30% rispetto agli uomini e lavorano più di tutte in Europa. Vergogna. Oltre 800 mila donne in Italia sono state licenziate o costrette a dimettersi perché in gravidanza. Vergogna…». È Luisa Rizzittelli che inaugura il grande palco di Roma (allo scoperto perché più economico, dato che la kermesse è autofinanziata) sciorinando cifre da terzo mondo, seguita a ruota da Lunetta Savino.
Piazza del Popolo si va popolando di volti noti che rimangono rigorosamente lontani da un palco dove il comitato non vuole bandiere e partiti e dove per tutto il pomeriggio si alterneranno filosofe e sociologhe, cantanti, musicisti, lavoratrici. Non fanno fatica ad obbedire all’ordine di rimanere lontane Paola Concia, del Pd, e anche Nichi Vendola di Sel, insieme con Flavia Perina e Giulia Bongiorno (Fli) che in piazza del Popolo ieri è arrivata con il bimbo e la tata ed è contenta di potersi muovere nella prima manifestazione femminile dell’era post-berlusconiana.
«Il nostro Paese è al settantaquattresimo posto su 135 per indice di parità di genere», questa volta le cifre sono garantite da Annamaria Testa, pubblicitaria che non trova difficoltà nel mostrare le immagini degli spot dove le donne sono corpi in vendita. Ne sono piene le pubblicità. E davanti a quelle foto Susanna Camusso scuote la testa con diniego. Il segretario della Cgil si è mescolata in maniera anonima tra una folla che man mano che passa il tempo riempie gli spazi vuoti e fa crescere il sorriso sulle labbra di chi questa manifestazione l’ha voluta a dispetto di una difficoltà evidente fin dal principio.
«Non sempre si deve manifestare per protestare. Questa volta vogliamo manifestare per costruire. Per cambiare. Vogliamo dire a questo governo che le donne non devono più essere il welfare del Paese», denuncia Cristina Comencini che è rimasta tutto il tempo dietro le quinte a dirigere, come il suo mestiere consiglia, ma non ha mai smesso di ripetere l’importanza delle donne per uscire da una crisi strutturale come la nostra.
Arriva il buio, la piazza è finalmente piena ed esplode sulle note di Paola Turci e Marina Rei che non esitano a tingere di rosa la famosa canzone di Patty Smith. «Women have the power», cantano. E per un attimo ci credono tutte che sì, they can.

Il Corriere della Sera 12.12.11

In Sudafrica risultati scarsi la società civile è più avanti", di Luca Mercalli

La notte bianca della conferenza sul clima ha dato alla luce un accordo sufficiente per non dichiarare il fallimento di dodici giorni di negoziati. Dato il rischio che i delegati di 190 governi se ne tornassero a casa con un nulla di fatto, è un bicchiere mezzo pieno. Ma considerando che questa è la diciassettesima conferenza delle parti (Cop) voluta dalla Convenzione quadro delle nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc), che ogni volta si chiude con decisioni sofferte e mai all’altezza delle aspettative, allora il bicchiere è ancora mezzo vuoto. È dal primo incontro tenutosi a Berlino nel 1995 che il mondo cerca di assumere provvedimenti incisivi per ridurre il rischio climatico. Nel 1997 la Cop3 di Kyoto emanò almeno il noto protocollo, ora in scadenza, ma a causa del rifiuto degli Stati Uniti toccò attendere il 2005 perché entrasse in vigore con l’adesione della Russia. Vi fu pure un’edizione italiana della Cop, la numero nove, nel 2003 a Milano, chiusa con risultati modesti. La burrascosa Cop15 del dicembre 2009 a Copenhagen aveva creato vivaci attese e terminò senza raggiungere un accordo vincolante. La Cop16 messicana dell’anno scorso a Cancùn si accontentò di confermare il finanziamento del fondo di adattamento ai cambiamenti climatici nei Paesi in via di sviluppo. E ora Durban riesce a portare a casa un impegno concreto per un nuovo accordo di riduzione delle emissioni legalmente vincolante entro il 2015. Una buona prospettiva, ma che fatica!

Dal 1992, quando a Rio de Janeiro venne stilata l’Unfccc, il clima ha fornito tutti gli avvertimenti utili a confermare i coraggiosi scenari teorici di allora e ad accelerare i negoziati. I tredici anni più caldi delle osservazioni globali iniziate nel 1850 saranno tutti registrati dopo il 1996, nell’estate 2003 l’ondata di calore in Europa causerà 36.000 vittime, nel 2007 si raggiungerà la minor estensione nota della banchisa artica, nell’estate 2010 l’ondata di caldo in Russia si porterà via 56.000 vite, i ghiacciai di tutte le montagne del mondo batteranno in ritirata come non mai, senza contare tutte le alluvioni, gli uragani e le tempeste in cinque continenti. Eppure più sono andate accumulandosi le anomalie climatiche, più le pastoie della diplomazia internazionale e gli interessi di cartello sono andati intensificandosi, a riprova che la capacità dell’uomo di guardare lontano e stabilire priorità politiche efficaci contro catastrofi annunciate – e quindi evitabili – è ancora nella sua infanzia.

Ciò non significa che in questi anni il mondo sia stato fermo ad aspettare le decisioni della conferenza delle parti. Una transizione silenziosa che guarda all’ambiente come a un irrinunciabile bene comune è in corso in Europa e in moltissimi altri Paesi, e vede decine di migliaia di iniziative individuali, locali e nazionali che puntano sullo sviluppo delle energie rinnovabili, sull’efficienza energetica degli edifici, sulla riduzione dei rifiuti, l’ottimizzazione dei trasporti, l’abbattimento degli sprechi, il recupero delle filiere corte, l’educazione nelle piazze e nelle scuole, la ricerca scientifica e la formazione di nuove professioni. Un formicolare di attività che attendono solo un quadro normativo più solido e credibile per sbocciare in un nuovo paradigma economico mondiale, basato sulla consapevolezza dei limiti fisici del pianetino su cui abitiamo in sette miliardi nonché sull’utilizzo delle nuove tecnologie non al servizio dell’irrealizzabile dogma della crescita infinita dei consumi, bensì dell’equo soddisfacimento delle necessità primarie dell’uomo. Lasciando ovviamente spazio alla crescita della conoscenza e dei valori morali e spirituali dell’umanità, che non alterano il clima.

La Stampa 12.12.11

"Il bisogno di giustizia sociale", di Massimo Giannini

Monti l´aveva annunciato: questo governo sarà costretto a rinunciare a certe liturgie, molto gradite nel passato. Ma la rottura che si è consumata con i sindacati è qualcosa di più di un semplice strappo al metodo della concertazione. È una lesione del principio dell´equità.l governo, dunque, ha ascoltato ma non ha raccolto le richieste formulate da Cgil, Cisl e Uil, e le proteste sollevate da tante parti della società italiana. Non era obbligatorio dal punto di vista politico: l´emergenza economico-finanziaria impone decisioni urgenti e, per quanto dolorose, non necessariamente condivise. Forse non era opportuno dal punto di vista istituzionale: mentre sulle modifiche alla manovra si sta trattando in Commissione alla Camera, non si possono fare concessioni al sindacato su altri tavoli. Ma era doveroso dal punto di vista della giustizia sociale. Graduare l´Ici-Imu sulla casa secondo i redditi e i carichi familiari, e innalzare almeno a 1500 euro al mese il tetto al di sotto del quale non scatta il blocco della rivalutazione delle pensioni, sono esigenze sacrosante di imparzialità redistributiva, e non pretese di autotutela corporativa.
Si capisce la difficoltà del governo, che sul decreto Salva-Italia è stretto tra la comprensibile domanda di equità che si coglie nel Paese e l´irresistibile “assalto alla diligenza” che si rischia in Parlamento. Tenere insieme le due cose non è semplice, con le confederazioni che scendono in piazza da una parte e i 1.400 emendamenti che stazionano in Commissione dall´altra. Ma una quadra, senza intaccare i saldi finali di una manovra che non deve cedere un centesimo sul terreno del rigore, andava e andrebbe trovata. Cinque miliardi non sono semplici da reperire, per far fronte al mancato gettito che deriverebbe dall´accoglimento delle proposte di modifica al testo sulla parte che riguarda casa e previdenza. Ma se è vero che l´azzeramento del “beauty contest” e il lancio di un´asta vera sulle frequenze tv non darebbero risorse immediate, è altrettanto vero che tra un ritocco dell´aliquota sull´una tantum a carico dei capitali scudati e un anticipo dell´aumento dei contributi previdenziali a carico dei lavoratori autonomi, parecchia “cassa” si potrebbe fare subito. In caso contrario, il cammino del governo si fa più impervio.
Ogni discorso sull´equità perde di senso, quando deputati e senatori scoprono la Grosse Koalition solo per difendere i propri emolumenti, che ogni mese cumulano 5.246 euro di indennità, 3.503 euro di diaria, 3.690 euro di rimborsi forfettari, 3.323 euro di rimborso viaggi. In gioco non c´è più il rispetto giuridico-costituzionale dell´equilibrio tra governo e Parlamento, ma la decenza etico-morale del rapporto tra eletti ed elettori. Sia detto senza cedere alle derive populiste e qualunquiste: gli onorevoli si conquistano sul campo la pessima reputazione di cui godono nel Paese. Così il Parlamento della Repubblica diventa la Casta dei bramini. Di fronte a tanta impudenza, il governo non può limitarsi a ripetere che «il Parlamento è sovrano». C´era una via, e l´ha indicata Tito Boeri: senza intervenire sulle indennità, la manovra avrebbe potuto tagliare i fondi di Camera e Senato, e i tagli sarebbero arrivati di conseguenza.
Ogni discorso sull´equità perde di senso, quando la manovra non incide sulla vergognosa metastasi italiana dell´evasione fiscale e sulla scandalosa distribuzione tra il reddito e il patrimonio. Cioè quando il 42,4% delle barche di lusso, il 31,7% delle automobili oltre i 185 cavalli e il 25% degli aerei da diporto risultano intestati a contribuenti che dichiarano meno di 20 mila euro l´anno. Quando l´aumento degli estimi, che ammonta al 60% per le case di milioni di italiani, si riduce al 20% per gli immobili delle banche, per gli alberghi e per i porti e quando si rinuncia ad innalzare le rendite (ferme al 2006) per gli immobili della Chiesa «non destinati all´esercizio del culto». Di fronte a tanta disparità, il governo non può limitarsi a dire «non abbiamo ancora studiato il dossier». C´era una via, e l´ha aperta addirittura il Cardinal Bagnasco: rivedere la formula troppo ambigua della legge, che esenta dall´Ici i cespiti ecclesiastici di natura «non esclusivamente commerciale».
Monti ha già acquisito un merito oggettivo: con la credibilità del suo governo, ha riportato l´Italia agli onori del mondo. Ora gli è richiesto uno sforzo in più. Con l´equità della sua manovra, deve riportare gli italiani a credere nella politica. Se non lo farà, i cittadini onesti pagheranno, ma non capiranno.

La Repubblica 12.12.11

Donne: «100mila in piazze, manovra ci penalizza»

Manifestazioni in tutta Italia, con piazza del Popolo a Roma come “cuore” pulsante che si è chiusa con un canto collettivo, le cantanti Paola Turci ed Emma Marrone, la colonna sonora di Patti Smit: le donne sono tornate in piazza e misurandosi con la manovra del governo. Sulla quale il messaggio lanciato è chiaro: la metà femminile del paese la paga più cara, anche perché non esistono sostegni e aiuti al carico familiare. E alzare la pensione delle lavoratrici “senza riequilibrare le responsabilità del lavoro – ha osservato la sociologa Chiara Saraceno – è “ingiusto e miope”. Con un altro messaggio lanciato in modo netto e limpido ai partiti: “Il prossimo governo sia almeno al 50% fatto da donne”. «Il problema – hanno proseguito – non è la mancanza di donne autorevoli, ma l’occupazione del potere da parte degli uomini. Anche se non ci sono elezioni in vista, lo diciamo chiaro: noi daremo il nostro voto solo su programmi concreti e sulla certezza che almeno la metà del prossimo governo sia composto da donne». Come parole d’ordine: «Le donne hanno mostrato che la loro dignità è la dignità dell’Italia. E ora vogliono cambiarla, l’Italia». «Il nuovo governo dice ciò che da tempo sosteniamo: non c’è crescita, né democrazia senza le donne, i loro interessi sono gli interessi del Paese. Ma sappiamo che è solo un inizio».

«A Roma eravamo circa ventimila, in tutta Italia stimiamo siano scese in piazza circa centomila persone». Lo afferma Cinzia Guido, del comitato promotore ‘Se non ora quandò, che oggi ha organizzato manifestazioni in diverse città italiane con lo slogan ‘Se non le donne chi?’: da Torino, a Genova, da Venezia, ad Ancona, a Sassari e a Messina. «Il governo è cambiato – affermano dal comitato – ma anche questa manovra penalizza molto le donne. Chiediamo al governo che le donne non siano più il welfare del Paese».

Chiara Saraceno: “Miope alzare così età pensione delle donne”
«Alzare l’età della pensione delle donne senza riequilibrare le responsabilità nel lavoro di cura è miope e ingiusto. Lascia tutte le responsabilità e i costi sulle spalle delle donne, delle più vecchie come delle più giovani». Lo dice la sociologa Chiara Saraceno alla manifestazione in piazza del Popolo. «Non possiamo accettarlo, per noi ma anche per i bambini e per le persone non autosufficienti – prosegue Saraceno -. Questo Paese sta costruendo le condizioni per un deficit di cura enorme, che neppure la disponibilità delle donne potrà colmare».

Livia Turco, Pd: “Donne pagano crisi pesantemente”
«Non devono essere le donne a pagare così pesantemente la crisi. Facciamo fronte comune per l’occupazione femminile e per i servizi sociali». Lo ha detto la parlamentare del Partito democratico Livia Turco, che sta partecipando alla manifestazione ‘Se non le donne chi?’ a piazza del Popolo a Roma. «Ci sono delle leggi per i servizi sociali che vanno rifinanziate – spiega Turco – Bisogna tornare a reinvestire».

Giulia Bongiorno, Fli: “Alle donne si chiede supersacrificio”
Il 13 febbraio, durante la prima manifestazione delle donne di ‘Se non ora quandò, «c’era anche un forte sentimento nei confronti del premier Silvio Berlusconi, ma secondo me è importante che a prescindere da Berlusconi la battaglia vada avanti, perché la battaglia delle donne non può ridursi a Berlusconi». Lo afferma il deputato Fli Giulia Bongiorno alla manifestazione a piazza del Popolo a Roma. «Oggi la piazza chiede che in un momento così difficile – spiega il deputato – le donne non siano le uniche a cui viene chiesto un supersacrificio. L’età pensionabile – prosegue – si può allungare ma contemporaneamente non si può non dare aiuto quando la donna è più fragile, durante la gravidanza o quando deve conciliare le esigenze familiari ed extra».

Luisa Rizzitelli: “Anche questo governo non può sempre chiedere alle donne”
«Noi diciamo anche a questo governo, arrivato solo un attimo prima della caduta nel baratro, che non si può chiedere sempre alle donne, alle donne adesso si deve dare e non bastano parole nuove, ci vogliono fatti». Lo dice Luisa Rizzitelli, del comitato ‘Se non ora quando’, dal palco di piazza del Popolo: «Le donne hanno sostenuto tutto il Paese sulle loro spalle. Tutta l’Italia deve alle donne di non essere caduta in pezzi. Di aver mascherato con il loro lavoro, ai limiti della sopravvivenza, la mancanza di servizi per le persone e per la famiglia. Le donne italiane lavorano 60 ore settimanali, più di tutte in Europa. Tre milioni e mezzo sono le donne che non lavorano per assenza di servizi, 800 mila le donne licenziate o costrette a dimettersi perchè in gravidanza. Le donne hanno salari del 30% più bassi degli uomini. Le donne anziane sono le più povere e percepiscono le pensioni più basse – prosegue – perchè hanno accudito figli, nipoti, genitori. Le donne giovani sono più laureate e al tempo stesso più disoccupate e precarie dei giovani uomini. Le donne sono sistematicamente escluse dai luoghi decisionali».

Dacia Maraini: “L’Italia non aiuta le donne con famiglia”
Dacia Maraini a Rainews24 ricorda un problema annoso, ripetuto più volte, eppure sembre bruciante: “Se non si dà possibilità alle donne di avere assistenza sul piano privato è un problema; sul piano della famiglia, il peso è tutto sulle donne, con il lavoro è un carico doppio e l’Italia è il paese con meno strumenti per aiutare le donne con famiglia”.

«Riprendiamoci la politica»
«Quando una donna fa politica cambia la donna, quando tante donne fanno politica, cambia la politica. Noi vogliamo riprenderci la politica». Con queste parole scandite ad alta voce dal palco allestito in piazza del Popolo a Roma si è aperta la nuova manifestazione delle donne di «Se non ora quando», il movimento che il 13 febbraio scorso aveva portato in piazza in tutto il Paese oltre un milione di persone per rivendicare la «dignità rosa». «L’Italia può salvarsi solo se si mettono al centro le donne – spiega una delle organizzatrici dal palco -. Diciamo a questo nuovo governo che non si può chiedere alle donne di lavorare di più senza dare indietro nulla. Noi non facciamo sconti a nessuno nè al governo precedente, nè a questo governo».

Centinaia di donne a piazza del Popolo
Centinaia le manifestanti e i manifestanti accorsi in piazza del Popolo, a distanza di circa dieci mesi dall’ultima grande manifestazione al femminile italiana. «Se non ora chi?», è il titolo di questa nuova edizione, scandita dalle rivendicazioni e dalla musica. «Ci siamo incontrate per la prima volta lo scorso 13 febbraio – spiega Anna, una manifestante romana -, da allora non ci siamo più perse di vista. Il comitato è cresciuto e si è strutturato in tutta Italia, perchè l’Italia ha bisogno di noi».

da unita.it

"Se la maternità è una colpa", di Luigina Venturelli

L’arretratezza culturale nei confronti delle lavoratrici donne e della maternità è stata finora considerata un vizio strutturale del sistema imprenditoriale italiano, una debolezza da lamentare ma comunque da sopportare. Adesso, però, qualcosa dovrà necessariamente cambiare: con l’attuale crisi finanziaria e il precario stato dei conti pubblici, per usare le parole dell’economista Paola Profeta, «è uno spreco che non ci possiamo più permettere». E non si tratta di uno spreco di poco conto, ma di un’enorme perdita di risorse umane ed economiche: solo nel 2010 sono state circa 800mila le donne che hanno dovuto lasciare il lavoro per cause legate alla maternità.

Certo, la stima elaborata dalla Cgil comprende sia le lavoratrici che sono state licenziate o costrette alle dimissioni dalle aziende, sia quelle che hanno scelto autonomamente di lasciare il posto per dedicarsi alla cura dei figli. Ma questo non cambia in alcun modo l’allarme lanciato ogni al nostro sistema produttivo da quasi un milione di donne sull’impossibilità di coniugare maternità e vita professionale, soprattutto per le donne giovani (13% dei casi), che vivono al Sud (10%) e con bassi titoli di studio (10%).

Rimandate a casa
«A volte le imprese sono apertamente ostili nei confronti delle dipendenti divenute madri, altre si limitano ad imporre un’organizzazione del lavoro difficilmente coniugabile con la nuova situazione. A volte i servizi sociali non ci sono, altre volte sono troppo cari, e la donna sceglie di restare a casa perchè non può pagare l’asilo nido» racconta Rossana Rosi, la responsabile Pari opportunità del sindacato di Corso Italia. «In ogni caso le donne vengono lasciate sole ad affrontare la situazione e solo il 40% ritrova in seguito un’occupazione». Non stupisce, dunque, che il tasso di occupazione femminile nel nostro Paese sia al 46%, il livello più basso di tutta Europa, e che il tasso d’inattività, di chi nemmeno cerca più un impiego, sia al 48,9%.

«Questo stato di cose non è più sostenibile, soprattutto oggi: l’occupazione delle donne è uno strumento di crescita e noi non possiamo escludere metà della nostra forza lavoro» spiega Profeta, docente di Scienza delle finanze all’Università Bocconi di Milano. «Secondo una nostra recente ricerca, 100mila donne in più al lavoro porterebbero ad un aumento del Pil dello 0,28%. Secondo stime della Banca d’Italia, inoltre, se il tasso raggiungesse il 60% previsto dagli obiettivi di Lisbona, il Pil crescerebbe addirittura del 7%».

LE DIMISSIONI IN BIANCO
Gli strumenti per iniziare a sanare questa perdita economica – senza soffermarsi su quella sociale, culturale e demografica – sono noti: investimenti in servizi sociali, agevolazioni fiscali per le donne con carichi familiari, introduzione dei congedi parentali per i padri, e strumenti per incentivare la conciliazione lavoro-maternità e punire le discriminazioni. Ad esempio, si potrebbe cominciare ripristinando la legge 188 del 2007 – abrogata dall’ex governo Berlusconi – per prevenire le dimissioni in bianco, pratica illegale, in base alla quale le aziende spesso fanno firmare alle neoassunte delle dimissioni senza data da compilare in caso di futura gravidanza.

«Nell’ultimo anno, al Centro donna della Camera del lavoro di Milano – racconta la responsabile Maria Costa – abbiamo ricevuto un migliaio di segnalazioni di discriminazioni sul lavoro: le aziende hanno un forte pregiudizio culturale nei confronti delle neo-mamme e le donne troppo spesso, capendo che tira brutta aria, si dimettono entro l’anno di vita del bambino per non perdere otto mesi di assegno di disoccupazione».

L’Unità 11.12.11

"In cerca del popolo europeo", di Gian Enrico Rusconi

Che fine ha fatto il «popolo europeo»? Dov’è il demos europeo su cui sino a qualche anno fa si sono esercitati filosofi politici, giuristi costituzionalisti e pubblicisti? Intimiditi dalle brutali oscillazioni delle Borse, schiacciati dagli spread, frastornati dai toni apocalittici di politici e giornalisti, tartassati in modo più o meno consensuale dai rispettivi governi riemergono i popoli nazionali tradizionali. In carne ed ossa, con i loro giudizi e pregiudizi reciproci che si tenta invano di esorcizzare, correggere, rivisitare.
Pensiamo agli imbarazzi con cui tedeschi e italiani oggi si guardano attraverso i loro giornali. È inutile protestare contro i giornalisti, che spesso scrivono sciocchezze da una parte e dall’altra. Rispecchiano una diffusa situazione sgradevole.

Prendiamo atto che – a dispetto della retorica diffusa a larghe mani in questi anni – non si è formato affatto un «popolo europeo» inteso come comunità politica solidale quale anni fa si sperava fosse in fase di gestazione, se non di sviluppo. Il processo che avrebbe dovuto faticosamente costruire questo popolo unitario e solidale sembra ora essersi interrotto. È stupefacente l’emarginazione dell’unica rappresentanza democratica comune degli europei, il Parlamento europeo.

In questi mesi di convulsa ricerca di una uscita dalla crisi è rimasto tagliato fuori da ogni ruolo decisionale.
Ma la situazione è davvero così senza prospettive? «L’unione fiscale», quasi coatta, decisa a Bruxelles dai governi sotto pressione tedesca, non potrebbe invece essere una strada tortuosa e costosa per ri-costruire un «popolo europeo»? Il guaio è che si diceva così anche con l’introduzione dell’euro e poi in modo più specifico con la creazione della «zona dell’euro» che ora è alla radice dei problemi. Ancora una volta ci si concentra esclusivamente sulla moneta, sul fisco, sulle banche. Protagonisti rimangono i governi nazionali, a dispetto del fatto che la loro immagine non sia mai stata tanto bassa come oggi nella stima popolare. Eppure i governi nazionali sembrano essere gli unici attori della politica che si esprime in misure fiscali, economiche modulate su esigenze nazionali (o più realisticamente tarate sull’ammontare del proprio debito).

Che resta dei grandi discorsi e delle grandi aspettative verso la «società civile europea», i suoi potenziali di solidarietà e di giustizia? Quali attori alternativi – non necessariamente antagonisti – emergono dalla «società civile europea»?
Anziché limitarci a parlare in modo sommario di deficit democratico dell’Europa o di denunciare i criteri economico-monetari che uccidono la democrazia, cerchiamo di guardare dentro alla società europea. Per cominciare constatiamo una scarsa conoscenza delle differenze che caratterizzano le singole società europee nei loro meccanismi istituzionali e nelle loro culture politiche. Queste realtà vengono generalmente sottovalutate nei discorsi sulla «comunanza dei valori» europei. Invece sono le differenze che contano e che vengono fuori prepotenti proprio in tempo di crisi.

Prendiamo le due realtà tedesca e italiana che sono esemplari di quanto stiamo dicendo. Giorni fa su un grande giornale tedesco è uscito un pezzo di un noto pubblicista, eccellente conoscitore e amante deluso dell’Italia (come molti intellettuali tedeschi di oggi) che conclude così: «Affinché l’inevitabile futura messa in comune dei debiti europei (tramite eurobond o similari) non diventi un materiale incendiario del risentimento popolare dei tedeschi, non deve essere un assegno in bianco. Infatti chi ci garantisce che con il venir meno della pressione esterna non ricompaia ancora sulla scena un Berlusconi?».

Riemerge così il vecchio problema della «inaffidabilità» italiana e quindi della necessità di prendere misure cautelative. Il tutto ben al di là della composizione del governo. È vero che Mario Monti ha incontrato in Germania un pronto e diffuso consenso – con il rischio addirittura di provocare attese esagerate. Le foto di Monti accanto alla Merkel sono diventate subito familiari all’opinione pubblica con un sospiro di sollievo. Ma dietro alla cancelliera e dietro al presidente del Consiglio italiano ci sono due sistemi politico-istituzionali, due classi politiche, due culture e società civili difficilmente comparabili. Lo si vedrà già nelle prossime settimane che saranno cruciali.

Per il momento, ritornando al tema del «popolo europeo», mi preme dire che esso non nascerà per decreto né a Bruxelles né a Strasburgo, tantomeno a Francoforte per effetto delle misure di disciplina comune. Ma sarà il risultato (di lungo respiro) della ripresa intensa dei contatti di conoscenza diretta tra tutti gli attori politici, sociali e culturali che ora lavorano a testa china nel rispettivi Paesi, illudendosi che basti delegare a Strasburgo alcuni parlamentari per «fare l’Europa», quando in realtà spesso ci vanno per piantare in quella sede i propri paletti «identitari» nazionali. Non serve poi protestare che l’Europa – da lassù lontano – ci imponga vincoli e costrizioni che non fanno giustizia alla concretezza della nostra realtà. Se vogliamo davvero diventare (o, detto più elegantemente, ritrovarci come) popolo europeo dobbiamo cercare contatti diretti, senza aspettare sempre iniziative ministeriali.

La Stampa 11.12.11

Centomila a Mosca «Putin, devi andartene», di Roberto Brunelli

Cose mai viste, nell’era di Putin. A Mosca erano almeno centomila (il doppio, secondo gli organizzatori) a gridare slogan contro il premier. Ben oltre ogni aspettativa. «Chiamatela rivoluzione della neve». Una cosa così non l’aveva mai vista nessuno, negli anni di Putin. «L’avresti detto, tu, Nikolaj, l’avresti detto?», gridava una ragazza felice ieri a piazza Balotnaja, a due passi dal Cremlino. Una massa umana abnorme per dire di no a Putin, per ribellarsi all’esito di un voto che un russo su due considera truccate. Sfidando neve e temperature al di sotto dello zero, a decine di migliaia sono scesi per le strade di tutta la Russia per chiedere l’annullamento delle legislative del 4 dicembre e nuove elezioni libere. Dall’estremo porto orientale di Vladivostok all’occidentale Kaliningrad, la Russia sembra essersi svegliati dal lungo torpore putiniano. A Mosca il colpo d’occhio era impressionante: 200 mila persone secondo gli organizzatori, 100 mila per la polizia, con le bandiere arancioni, rosse e blu e i nastri bianchi al polso. Numeri enormi, per una realtà come quella russa, parole fino a poco tempo fa inaudite nel Paese della «democrazia guidata», del consenso plebiscitario. Un solo coro, ieri: «Russia senza Putin! Ladri! Corrotti! Putin vattene a casa!».
Tutti spiazzati, nelle stanze del potere, dalla «rivoluzione bianca» della neve, dei garofani e dei nastri bianchi simbolo del movimento di protesta.
Spiazzate le forze di sicurezza, spiazzato il governo che pur avendo dispiegato un ingente numero di forze di sicurezza, tra esercito e polizia ha scelto di non usare la mano pesante, come invece era successo negli ultimi giorni di proteste. Nessun incidente, nessun arresto, niente. Il potere è rimasto come paralizzato. «L’espressione di questo punto di vista è estremamente importante e sarà ascoltato dai media, dalla società e dallo Stato», è riuscito a balbettare Andrei Isayev, alto funzionario del partito Russia Unita.
Eppure le avevano provate tutte, per scoraggiare le proteste con la paura: a cominciare dai cingolati che giravano da giorni per le strade della capitale, agli elicotteri, dal reggimento delle teste di cuoio cecene, per finire con la contropropaganda di regime. Tra sarcasmo e provocazione, i manifestanti ringraziano la polizia, più abituata ad disperdere raduni e arrestare chi protesta che a sorridere un po’ imbambolati come succede qui. Bravi, vi siete comportati come poliziotti di uno Stato democratico», grida qualcuno. «La polizia è con il popolo», «Urrà alla polizia», «la polizia è con noi»: questi gli slogan. Una ragazza regala dei garofani bianchi ad un agente. Lui rimane di sasso.
Le bandiere ci sono tutte: dal Partito comunista Kprf al movimento Solidarnost’ di Boris Nemtzov. Tra i partecipanti, a sorpresa, anche il movimento Jabloko, e il suo leader Grigory Javlinsky, filo-occidentale ma finora tenutosi lontano dalle proteste. Ma i veri protagonisti sono loro, quelli del cosiddetto «popolo di internet»: soprattutto giovani con nastri e fiori bianchi, diventati il simbolo di una specie di rivoluzione «morbida» che potrebbe anche finire per cambiare il volto del gigante russo. Studenti, ma anche pensionati, ecologisti, persino signore in pelliccia, e pure forse non poi così sorprendentemente alcune star vicine al potere, come la «Paris Hilton russa» Ksenia Sobchak.
COSE MAI VISTE
Ilya Ponomariov, deputato di Russia Giusta ed esponente dell’opposizione, sorride dietro il palco. Mostra anche lei il nastrino bianco ma spiega: «Non paragonatela alla “rivoluzione arancione” dell’Ucraina: noi abbiamo come colore il bianco che unisce tutti i colori, compreso il rosso dei comunisti o il blu che è il colore di Russia Unita, perchè anche loro dovrebbero indignarsi per delle elezioni che devono essere oneste e libere, e invece non lo sono. Chiamatela Rivoluzione della neve».
L’entusiasmo è palpabile. L’opposizione è davvero convinta di riuscire a far annullare il voto di domenica scorsa. Ponomariov & co ripetono che scenderanno nuovamente in piazza il 24 dicembre, se non saranno accolte le richieste avanzate ieri, tra cui l’annullamento delle elezioni legislative, nuove elezioni e la liberazione di tutti i «prigionieri politici».
Un altro miracolo: Russia-24, di proprietà dello Stato, che finora aveva opposto un silenzio tombale alle manifestazioni, ha seguito la manifestazione in diretta. Anche Ntv ha dato notizia dei cortei. Cose mai viste, nel regno di Putin.

L’Unità 11.12.11

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“Russia, esplode la protesta”, di Mark Franchetti

“Putin, restituiscici il voto” Migliaia in piazza a Mosca.Top manager e pensionati insieme nel primo grande corteo contro il leader. Almeno 40 mila manifestanti sono scesi nelle strade di Mosca ieri nella più grande manifestazione di protesta contro il Cremlino tenutasi nella capitale russa negli ultimi due decenni. Il corteo dell’opposizione ha protestato contro i presunti brogli commessi da Russia Unita, il partito di Vladimir Putin, nel voto di domenica scorsa per la Duma. Scandendo «Russia senza Putin», «Putin ladro» e slogan che chiedevano nuove elezioni, i manifestanti si sono dati appuntamento in una piccola isola vicino al Cremlino, sotto gli occhi di decine di poliziotti anti-sommossa e soldati del ministero dell’Interno. Si è trattato del più massiccio raduno anti-Putin da quando Putin è salito al potere in Russia, dodici anni fa, e ha concluso una settimana di scontri, in cui la polizia con uso della violenza ha arrestato più di mille oppositori spinti in piazza dall’evidenza dei brogli.
L’evento, senza precedenti, si è svolto in un clima da amici. La gente chiedeva la testa del premier, ma indossava anche graziosi nastrini bianchi, il simbolo del movimento di protesta. La folla era un mix sorprendente ed eclettico. Nazionalisti, liberali, comunisti, celebrità, mogli di celebrità, star del cinema, barbuti intellettuali impoveriti stavano accanto a – poche – signore impellicciate con manicure curata. Pensionati che hanno vissuto la maggior parte della loro vita sotto il regime sovietico e studenti nati dopo che l’Urss era già sparita, e che domenica scorsa avevano votato per la prima volta.
Nadia Kolstova, intelligente e ben pagata dirigente di una tv, abita in un appartamento vicino al Cremlino che costa diversi milioni di euro, possiede una casa in campagna in un compound circondato da guardie private e tratta con oligarchi, politici e celebrità. Ma ieri questa 36enne madre di due figli ha rischiato di venire picchiata con i manganelli e catturata dalla polizia pur di scendere in piazza. «È la prima volta che prendo una posizione, ma il Cremlino deve sapere che quando è troppo è troppo», dice. «Sento che è mio dovere far sentire la mia voce. Il Cremlino tratta il suo popolo come una manciata di imbecilli che non contano nulla. La gente al potere non ha pudore. È offensivo. Putin ha bisogno di venire ammonito».
Cappotto marrone lungo e cappellino per proteggersi dalla neve, Egor Kryavitsky ha 75, è un elettricista in pensione. Anche lui era a protestare, anche se non crede che servirà a mandare via Putin: «Non voglio una rivoluzione, voglionuove elezioni». Non lontano, nel mare di gente, qualcuno ha notato perfino Xenia Sobchak, la più famosa bellezza russa, figlia glamour di Anatoly Sobchak, che da sindaco di Pietroburgo negli Anni 90 fu boss e mentore di Putin. Xenia ha posato per riviste maschili e fatto arrabbiare i conservatori russi con un popolare reality show. Ma, segno dei tempi, anche lei è diventata politicamente impegnata e ha preso una posizione civica.
La maggioranza dei manifestanti sono russi del ceto medio, istruiti, liberali e utenti Internet. Come in altri sistemi autoritari che cercano di restare in sella nell’era della rete, i primi segni del dissenso trovano spazio solo grazie ai social network che per ora il Cremlino non ha osato bloccare. La più grande manifestazione dal 1993, quando Boris Eltsin bombardava il Parlamento, è stata organizzata in meno di tre giorni solo grazie a Facebook e al suo omologo russo VKontakte. «Temevo che ci sarebbe stata violenza, dopo aver visto come la polizia era intervenuta contro l’opposizione nei giorni scorsi, ma sono venuto lo stesso perché dobbiamo mostrare al Cremlino che non possono continuare a ignorare l’opinione pubblica», dice Igor Vinner, 24 anni, studente di economia che domenica ha votato per la prima volta. «Non mi aspettavo che le elezioni fossero oneste, ma la spudoratezza con la quale hanno spinto Russia Unita è stata troppo. Se non ci difendiamo penseranno di poter fare qualunque cosa. Non voglio permettere loro di rubare il mio voto», dice Masha Soldatova, 35enne madre di due figli che lavora in un’agenzia pubblicitaria. «Putin deve capire che i tempi sovietici sono finiti. Non possono prenderci per idioti. Stavolta se ne accorgeranno, ci scommetto».
La maggior parte dei manifestanti sono furiosi per le elezioni truccate, ma anche per la corruzione e l’abuso di potere da parte dei funzionari. Con una rara concessione, le autorità venerdì hanno concesso il permesso a manifestare dopo che circa 40 mila persone avevano annunciato la loro presenza in piazza sui social network. La manifestazione è stata organizzata da diversi gruppi d’opposizione, convinti che a Mosca le frodi abbiano aggiunto a Russia Unita il 20% dei voti. Fino a ieri, le manifestazioni dell’opposizione non riuscivano a raccogliere più di poche centinaia di persone. «È venuto il tempo di rompere le catene», ha scritto in un messaggio dalla prigione uno dei leader dell’opposizione, il blogger anticorruzione Alexey Navalny, arrestato durante le proteste di lunedì. L’irriducibile attivista sta scontando 15 giorni diprigione. «Non siamo bestie né schiavi. Abbiamo una voce e la forza di difenderla», ha scritto nel messaggio, letto dal palco.
La manifestazione è stata sorvolata da elicotteri. Nell’ultima settimana la città è stata pattugliata da circa 50 mila poliziotti e 2 mila soldati del ministero dell’Interno. Ma ieri a Mosca non c’è stato nessun fermo, mentre nelle altre città in tutto la protesta ha coinvolto diverse centinaia di persone in almeno 40 luoghi – ci sono stati arresti. Anche se ieri tutti i tre canali tv nazionali hanno per la prima volta mostrato le manifestazioni, presentandole come prima notizia dei tg, per ora non c’è nessun segno che Putin stia pensando di fare una qualunque concessione ai manifestanti, che accusa di essere al soldo dell’Occidente. Parlare di «primavera slava» sembra una fantasia. Putin vincerà senza dubbio le elezioni di marzo e diventerà Presidente. Ma per la prima volta ha perso l’aura di invincibilità. Ancora più importante è il cambiamento dell’umore. Indipendentemente dal fatto che la manifestazione di ieri porti a qualcosa, per la prima volta in tanti anni 40 mila russi hanno lasciato a casa il loro senso di impotenza per portare in strada il loro scontento. «Non è inutile farsi sentire», dice Valery, 30 anni. «Una voce è inutile, ma decine di migliaia si fanno sentire e prima o poi perfino il Cremlino dovrà prestare ascolto».

La Stampa 11.12.11

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“Allarme russo”, di Lucio Caracciolo

I russi non hanno paura dell´influenza. L´appello dell´ispettore medico capo Gennady Grigorievich Onishchenko li invitava a disertare le piazze perché a causa del “tempo gelido” gli assembramenti di “vasti gruppi di persone” avrebbero diffuso il morbo di stagione.
Eppure in decine di migliaia hanno protestato ieri contro le frodi elettorali di Putin. Da Kaliningrad a Vladivostok, passando per San Pietroburgo e soprattutto Mosca, i manifestanti hanno sfidato raccomandazioni mediche e moniti governativi. Le cifre come al solito ballano, ma almeno nella capitale si è trattato della più grande manifestazione dell´ultimo ventennio.
Non è ancora “primavera russa”. Ma la legittimità del sistema putiniano è per la prima volta apertamente contestata da una quota influente del pubblico. Soprattutto nelle componenti giovani e urbane, decisive nei grandi momenti della storia russa. Comunisti, nazionalisti e finora sparuti liberali mettono nel mirino Russia Unita, il partito di Putin e Medvedev. Pretendono nuove elezioni, stavolta vere.
Alcuni esperti calcolano che la manipolazione abbia regalato ai putiniani il 15-20% in più dei voti, altri si fermano a un più realistico 10%. Rispetto al 49,3% ufficiale, Russia Unita avrebbe quindi in realtà mantenuto il rango di primo partito, ma non disporrebbe più della maggioranza alla Duma. Una truffa troppo smaccata anche per gli standard russi. Almeno di questi tempi, quando la crisi economica mondiale è assurta a crisi globale di credibilità della politica. A partire dai governi e dai partiti che li sostengono.
A tre mesi dalle elezioni presidenziali che nelle previsioni generali riporteranno Putin al Cremlino – e forse Medvedev a vita privata – l´allarme è scattato nei palazzi del potere russo. Lo stesso premier aveva personalmente accusato il segretario di Stato Usa Hillary Clinton di eccitare le proteste e di supportare gruppi di opposizione: «Non vogliamo che la situazione in Russia si sviluppi come a suo tempo in Kirghizistan o in Ucraina». Tradotto: «Cari americani, fatevi gli affari vostri. In ogni caso, stroncheremo sul nascere qualsiasi ‘rivoluzione colorata’».
In attesa della prossima ondata di protesta, in calendario per il 24 dicembre, azzardiamo due provvisorie deduzioni. La prima riguarda la stabilità del sistema politico russo, la seconda le conseguenze geopolitiche della contestazione.
Quanto alla prima: Putin resta certo il leader più amato dal suo popolo. Anche perché gli aspiranti alla successione sono impresentabili o appaiono finora di taglia troppo ridotta. Ma il carisma dello zar si sta logorando. La decisione di ricandidarsi alla presidenza ha turbato non solo i pochi liberali russi, ma una fetta di opinione pubblica moderata, governativa per istinto e vocazione. Il pesante “ritocco” dei risultati elettorali, in omaggio al principio per cui importante non è come si vota, ma come si contano i voti, ha fatto scattare la scintilla. Evidentemente Putin aveva sottovalutato la sensibilità di molti suoi concittadini. Compresi alcuni di coloro che lo rivoteranno presidente, in assenza di alternative credibili.
Finora il sistema partitico russo era modellato sulle “democrazie popolari” dell´Est ai tempi della guerra fredda. Un partito centrale – non più i comunisti, ma Russia Unita – e vari partiti satelliti, deputati a fingersi di opposizione. A cominciare dai veterocomunisti di Zyuganov e dai nazionalisti di Zhirinovsky. Ai margini, a recitare più o meno gratuitamente il ruolo degli irriducibili, sparuti oppositori filo-occidentali. I quali erano ieri in piazza con comunisti e nazionalisti. Insieme a loro, molti giovani finora estranei all´impegno politico. Tutti a inveire contro Russia Unita, “partito di ladri e imbroglioni”. Se e quando tornerà al Cremlino, Putin dovrà dunque affrontare la crisi della costellazione partitica finora vigente. Al caso, con metodi spicci.
Quanto ai riflessi geopolitici, conviene misurarli nel triangolo Washington-Pechino-Mosca. Le tre principali potenze mondiali si studiano in cagnesco. Gli americani, inclini a vedere nella Cina un pericoloso competitore se non un nemico da battere come a suo tempo l´Urss, farebbero volentieri a meno di doversi confrontare anche con Putin tornato al Cremlino, di sicuro non un amico degli Usa. Altro che “reset”. Di qui il sostegno non solo retorico agli oppositori di uno zar che ha già dato filo da torcere agli occidentali. E di qui anche l´esplicito sostegno del regime di Hu Jintao a Putin. Fra cinesi e russi le relazioni restano tiepide. Su un punto di fondo Mosca e Pechino restano però sorelle: l´orrore per il “caos”, per le “rivoluzioni colorate”, intese come interferenze americane nei loro affari domestici, mascherate da sostegno a movimenti presuntamente democratici. I precedenti “colorati” nell´ex Unione Sovietica – Ucraina in testa – non sono comunque incoraggianti né dal punto di vista degli interessi geopolitici americani né quanto a progressi verso gli standard occidentali.
Eppure Putin appare nervoso. Le proteste l´hanno sorpreso. Certo il capo non si tirerà indietro. Ma quella che fino a ieri sembrava un´autostrada destinata a riportarlo al Cremlino fino al 2024, oggi si rivela un percorso tortuoso, pieno di trappole.
Putin passerà alla storia come lo zar che nei suoi primi otto anni da presidente ha salvato la Russia dalla disintegrazione totale. Ma saprà inventarsi un ruolo per il terzo mandato? Vedremo se il Putin 3.0 sarà quello della modernizzazione economica e di qualche prudente riforma di segno liberale, oppure se inaugurerà una nuova età dei torbidi.

La Repubblica 11.12.11