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"Libera concorrenza in libero stato", di Luca Landò

A pensar male ci si azzecca sempre, diceva Andreotti. E i cattivi pensieri hanno cominciato a decollare dopo la frase pronunciata ieri da Silvio Berlusconi commentando la possibilità di vendere all’asta le frequenze liberate nel passaggio dall’analogico al digitale: «Non ho un’opinione – ha detto in margine al vertice Ppe di Marsiglia – ma temo che se ci fosse una gara sulle frequenze potrebbe essere disertata da molti». Che è poi lo stesso messaggio lanciato, sempre ieri, da Gina Nieri, numero due di Mediaset, che in una lettera a Il Fatto si chiedeva: «Siamo sicuri che arriverebbero a frotte contendenti disposti a pagare miliardi nel caso di un’asta per le tv?». Il sospetto è che la “non opinione” di Berlusconi sia in realtà la strategia offensiva di Mediaset: indebolire l’ipotesi dell’asta prima che questa venga presa in considerazione dal
governo come misura per alleggerire il peso sociale della manovra. Che è poi quello che stanno chiedendo da giorni Pd, Idv e Fli. Lo ha ribadito ieri il Democratico Paolo Baretta a proposito della possibilità di inserire in un emendamento unico le possibili orrezioni alla manovra. A dell’indicizzazione delle pensioni: «La Ragioneria stima che la copertura necessaria sia di circa due miliardi di euro, risorse che potrebbero essere trovate anche con l’asta delle frequenze».
Un’asta che non c’è, come l’isola di Peter Pan. Un decreto del governo Berlusconi a firma del ministro Paolo Romani prevede infatti che le nuove frequenze (cinque per la tv digitale e una sesta per veicolare immagini su cellulari e tablet) siano assegnate non con il principio del “chi offre di più” ma con una curiosa procedura, chiamata “beauty contest”, dove contano altri criteri (fatturato, numero di dipendenti) e che sembra fatta apposta per favorire Mediaset e Rai. E non è finita: perché a differenza dell’asta al rialzo (che secondo alcuni potrebbe portare 4 miliardi di euro) il beauty contest è gratuito. Ed è questo l’aspetto che sta provocando una vivace rivolta da parte di giornali e partiti. «Ogni giorno che passa, la scelta di non indire l’asta delle frequenze appare più insopportabile”, dice Matteo Orfini, responsabile cultura e informazione del Pd. «Come si fa a chiedere sacrifici ai più deboli mentre si regalano beni pubblici ai soliti noti?».
Già, come si fa? Eppure il “beauty contest” sta continuando il proprio cammino, anche se rallentato da una serie di ricorsi da parte degli stessi partecipanti (Mediaset esclusa) che lamentano l’assurdità di un concorso a senso unico, al punto che il 30 novembre Sky Italia ha annunciato il ritiro.
Oltre all’aspetto economico – che in questo periodo di sacrifici è
tutt’altro che secondario – c’è un altro corno che vale la pena afferrare. Se non ci saranno ripensamenti, a decidere chi potrà utilizzare gratuitamente le frequenze saranno tre esperti nominati da Paolo Romani: ex giornalista Mediaset ma soprattutto ministro di un governo guidato dal fondatore di Mediaset. Già questo sarebbe un buon argomento per indurre il governo Monti a rivedere le regole di assegnazione di un bene pubblico: senza nulla togliere al gruppo del “biscione”, che resta una solida realtà del panorama imprenditoriale italiano, siamo sicuri che le regole del gioco non debbano essere decise in maniera più limpida e trasparente? Non sarebbe meglio annullare tutto e ricominciare da capo? Magari con un’asta pubblica? Monti, quand’era commissario europeo, ha condotto una vittoriosa battaglia contro il dominio assoluto di un gigante come Microsoft.
Sarebbe singolare che “l’uomo della concorrenza” chiudesse un occhio proprio adesso.

L’Unità 09.12.11

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«Asta per le frequenze tv E poi nuove regole», di Alessandra Mangiarotti

Beauty contest o asta? Francesco Siliato, docente di Sociologia della comunicazione al Politecnico di Milano, non esita: «Assolutamente asta. Anche se per l’assegnazione delle frequenze televisive lasciate libere nel passaggio dall’analogico al digitale l’Europa si è mossa diversamente».
Vale a dire?
«In Francia e Germania è stato scelto proprio il “concorso di bellezza”. Cosa diversa è stata fatta per le frequenze di telefonia che sono state assegnate attraverso asta».
L’asta per le frequenze telefoniche è cosa fatta anche in Italia, perché azzerare allora il «beauty contest»?
«Perché in nessun altro Paese ci sono broadcaster che già con l’analogico avevano tre reti. La nostra anomalia impone un approccio diverso se non si vuole incorrere in nuove sanzioni Ue».
Quella in corso è congelata.
«È scattata quando, dopo la legge 66 del 2001, ci è stata contestata la limitazione all’acquisto di frequenze solo da parte di chi aveva già concessioni analogiche. La sanzione si è poi aggravata con la Gasparri. Oggi è sospesa in attesa dell’assegnazione delle frequenze e dell’apertura del mercato».
Il percorso è più lungo del previsto.
«Più lungo, ma come previsto. Almeno all’inizio, per mantenere uno status quo e tenere lontana Sky. Poi però Sky per le eccessive lungaggini si è ritirata, l’asta per le frequenze telefoniche si è conclusa portando nelle casse dello Stato 3,4 miliardi e la crisi ha reso ogni cosa più difficile».
Ma in caso d’asta, ci sarebbero partecipanti?
«Oltre a Rai, Mediaset e Telecom Italia Media, partecipano al beauty contest altri quattro gruppi. Pochi e piccoli. Un segnale preoccupante. Nessun operatore del calibro di Disney, Turner, Universal. Gli stessi che hanno partecipato e rinunciato alla gara per la cessione del 40% della capacità trasmissiva dei broadcaster con più di due concessioni».
Il motivo?
«Che in un Paese dove Rai e Mediaset possono contare su cinque multiplex (30 reti!) non ci sono le condizioni per entrare nel mercato. Se non c’è conflitto d’interessi c’è interesse a operare in Italia. Diversamente…».
Ma la sensazione è che in molti casi tutto si riduca a una battaglia ideologica.
«Il problema non è Berlusconi ma l’anomalia del nostro sistema radiotelevisivo. Per questo è necessario riscrivere tutte le regole, mettendo mano se non al conflitto d’interesse a un codice antitrust che vieti concentrazioni nella proprietà e nella raccolta pubblicitaria».
Adesso però sul tavolo c’è il «beauty contest». Che dire al ministro Passera?
«Se fossi in lui andrei a Bruxelles a concordare l’annullamento del beauty contest e la definizione di nuove norme. Facendo in modo di impedire agli editori con più di 2-3 multiplex di partecipare all’asta. I pro non mancano: la necessità di racimolare denaro, le pressioni della gente, i tanti ricorsi, il rischio di nuove sanzioni. Quelle frequenze valgono tra i 3 e i 5 miliardi. In un Paese normale non ci sarebbero dubbi».

Il Corriere della Sera 09.12.11

"L’università dimenticata", di Luciano Modica

Caro ministro Profumo, l’università italiana vive da dieci anni una situazione sempre più difficile. Lei ne è una figura autorevole e non c’è quindi bisogno di illustrarle i dati oggettivi che sono reperibili in qualunque analisi internazionale indipendente: una cronica carenza di finanziamenti, soprattutto per le infrastrutture e per la ricerca; un carico contributivo sulle famiglie degli studenti tra i maggiori in Europa; un drastico ridimensionamento numerico del personale docente e tecnico. Sono tutti fattori che hanno indebolito l’azione e la capacità innovativa degli atenei italiani.
Ma ancor più li ha indeboliti il furioso attacco mediatico alla credibilità del sistema che, anche se giustamente motivato da gravi episodi di malcostume da estirpare con decisione, ha finito col travolgere la fiducia nell’intera università.
Questa fiducia deve essere assolutamente ristabilita. È il primo obiettivo politico di un ministro che non si voglia trasformare nello spietato accusatore dello stesso sistema che governa.
È un obiettivo per il quale ci sono tutti i presupposti. Infatti la ricerca universitaria italiana dà ancora oggi risultati eccellenti su scala internazionale, soprattutto se rapportati all’esiguità dei finanziamenti e del numero di ricercatori.
La formazione degli studenti, pur in presenza di problemi infrastrutturali e organizzativi, è di ottimo livello se comparata con gli standard europei. Il ruolo culturale, economico e sociale di ciascun ateneo nel suo territorio è in costante crescita e permette di recuperare importanti spazi di sviluppo. La dedizione al lavoro del personale universitario è, salvo eccezioni, ammirevole nonostante che cominci a diffondersi scoramento. Si tratta di un patrimonio nazionale che va difeso e rafforzato, non svilito e disperso. Non c’è del resto alcuna speranza di sviluppo duraturo per un paese che non “ama” la sua università.
È giusto che le chieda sempre i massimi risultati e la massima trasparenza, ma anche che ne riconosca il ruolo cruciale.
Servono dunque chiare discontinuità rispetto al recente passato. In questo momento di crisi non sarà facile reperire risorse finanziarie che compensino i pesanti tagli già subiti o addirittura riportino il finanziamento a crescere gradualmente verso le medie europee.
I segnali di inversione di rotta, forse limitati in termini finanziari, devono però essere forti in termini politici. Si ridia innanzitutto più autonomia e meno burocrazia agli atenei e contemporaneamente si punti ad una valutazione stringente della qualità dei risultati ottenuti, senza sconti e senza ritardi. La si smetta con l’esasperato centralismo dirigistico, col delirio dei prerequisiti numerici, con la confusione dei ruoli negli organi di governo e di controllo del sistema.
Le leggi potranno essere modificate o abrogate nei loro aspetti meno condivisibili ma intanto vanno applicate in forma non occhiuta né burocratica, attenti a incentivare le innovazioni e le pratiche più efficaci per un miglioramento continuo, piuttosto che il cieco rispetto delle norme.
La ricerca universitaria va rivalutata perché costituisce l’ossatura e la parte maggiore del sistema ricerca del paese, oltre che il presupposto per una formazione avanzata di buona qualità. Si privilegi la curiosità innovativa e l’avanzamento della conoscenza, in ogni campo.
Si sostengano i progetti di ricerca di interesse nazionale il cui finanziamento è sceso ai minimi storici, per giunta in uno stato di perenne incertezza su tempi e regole, ma si riveda il meccanismo di assegnazione dei finanziamenti con l’uso di metodologie e competenze internazionali per eliminare i conflitti di interesse.
Non si dimentichino le dotazioni infrastrutturali universitarie, il cui capitolo sul bilancio statale è stato chiuso nel 2002 e mai più riaperto. Sono ormai al lumicino tanto che spesso le condizioni logistiche di lavoro sono da terzo mondo e la strumentazione scientifica obsolescente. Sulla didattica il ministero, anche in vista della valutazione e dell’accreditamento, monitori e indirizzi senza imposizioni burocratiche il passaggio dalle facoltà ai dipartimenti per evitare che nei corsi di studio si indeboliscano la progettazione culturale, soprattutto negli aspetti multidisciplinari, e l’organizzazione.
Un altro settore in cui l’Italia è paurosamente indietro è il welfare studentesco, in particolare per il sostegno agli studenti capaci e meritevoli provenienti da famiglie non abbienti. Ne risultano ostacolate sia la mobilità sociale che quella geografica, mentre diminuiscono gli immatricolati e non aumentano come dovrebbero le percentuali di laureati sulla popolazione attiva. Occorre innanzitutto garantire i servizi del diritto allo studio a tutti coloro che rientrano nei requisiti di reddito e merito per le famiglie prive di mezzi.
Ma occorre intervenire, con prestazioni graduate rispetto alle necessità, anche nei confronti di studenti meritevoli provenienti da famiglie con mezzi ridotti. Non si dimentichi poi che tutti gli studenti hanno diritto ad avere gli strumenti e le opportunità per una soddisfacente crescita personale, culturale e professionale, per una rapida conquista dell’indipendenza, per una compiuta cittadinanza attiva.
Occorre infine riaprire e regolarizzare sia il reclutamento di giovani ricercatori e professori di talento, sia le progressioni di carriera per coloro che lo meritano. Il sistema è bloccato da anni, la sua fluida regolarità è un miraggio.
Con le ultime leggi i giovani hanno visto aumentare sempre più l’età d’ingresso nei ruoli universitari. Così molti hanno rinunciato a questa carriera o hanno accettato offerte di lavoro all’estero. Si sciolgano almeno le incertezze delle nuove procedure concorsuali, semplificandole e accelerandole sia per i professori che per i ricercatori a tempo determinato, lasciando la funzione meritocratica alla valutazione ex post piuttosto che a intricate regole ex ante.

da Europa Quotidiano 09.12.11

“Il nepotismo si batte con regole valide per tutti gli atenei italiani”, di Andrea Rossi

Le racconto il mio primo giorno al Cnr. Arriva un impiegato con un faldone di telegrammi da firmare. Da buon ligure chiedo quanto costa. E lui: 500 euro ciascuno. E io: non se ne parla, d’ora in poi si mandano le mail. È rimasto stranito. Dopo un po’ è tornato per dirmi che aveva consultato i regolamenti: si potevano convocare le riunioni via posta elettronica». La scuola che Francesco Profumo ha in mente è così: senza burocrazia, senza carta, forse anche senza cattedre, magari con pochi soldi, però spesi bene. Quanti? Il ministro dell’Istruzione di una cosa è certo: non saranno meno che in passato. Basta tagli. «Questo governo, pur nelle difficoltà, pur tenendo ferma la barra del rigore, avvierà una politica per il futuro partendo da giovani, scuola e ricerca».

Ministro, il passato non promette bene. La scuola è stata immolata sull’altare dei conti pubblici.

«È vero. Però dobbiamo riflettere su un dato: non si è investito in tecnologia. La conseguenza è che una parte della spesa è parassitaria».

Soldi buttati?

«Già. Io voglio usare bene le risorse che ci sono. Finora non è stato fatto. C’è poca attenzione al controllo della spesa. Non si curano i dettagli. Invece chi governa dovrebbe avere a cuore che ogni euro sia impiegato bene. E solo a quel punto chiedere più risorse».

Da investire in che modo?

«Dal punto di vista tecnologico l’Italia è rimasta nel vecchio millennio. La pubblica amministrazione non ha investito in de-materializzazione, semplificazione, tecnologie. Sono convinto che a parità di risorse, semplicemente spostandone una quota su questi versanti, si possano rilanciare formazione e ricerca».

Basta la tecnologia? O nella scuola mancano i saperi?

«I nostri figli acquisiscono non più del venti per cento delle loro competenze in classe. Assimilano informazioni attraverso un’infinità di mezzi. Però non sanno organizzarle. La scuola deve insegnarlo».

Il ruolo dell’insegnante cambierà?

«Ha senso passare trent’anni e più a ripetere le stesse nozioni? Dobbiamo chiederci se la scuola in cui uno spiega e gli altri ascoltano abbia ancora ragione d’essere».

Intanto le classi scoppiano: 30 allievi non sono troppi?

«Se superiamo il meccanismo delle lezioni frontali e il concetto dei laboratori, trasformando tutta la scuola in un vettore 2.0, allora trenta studenti possono persino essere pochi».

Cambierà le riforme Gelmini come molti le chiedono?

«Ho trascorso parte della vita occupandomi di gestione dei sistemi complessi. E ho imparato una cosa: quando si inizia un lavoro è indispensabile far funzionare quel che c’è. La riforma ha aspetti positivi e altri meno, ma questo Paese non può campare in eterno con rivoluzioni e fasi transitorie. Ha bisogno di stabilità».

Ad Alessandria un concorso per ricercatore, l’ennesimo, è finito nella bufera.

«Non conosco nei dettagli la vicenda. Però il sistema dei concorsi si rende immune da contaminazioni con regole valide pertuttigliatenei: più valore alle pubblicazioni, meno ai test. E incentivi alla mobilità. Dobbiamo mescolare il sangue».

Come costruirà la scuola che ha in mente?

«In questi anni sono state avviate sperimentazioni di grande valore. Nei prossimi mesi voglio girare l’Italia, raccogliere queste esperienze, metterle a sistema, farne i cardini di un grande progetto Paese. Il momento è difficile. Purtroppo a lungo non abbiamo voluto dircelo. Adesso sono necessari sacrifici. Però l’Italia è meglio di quel che appare. Custodisce grandi individualità. Ma non possiede il senso del collettivo».
“In questi anni sono state avviate sperimentazioni di grande valore Adesso vanno messe a sistema anche se si è perso molto tempo”

La Stampa 09.12.11

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“Iscrizioni a scuola con l’aiuto di internet”, Flavia Amabile

Sul sito del ministero le mappe per cercare quella più vicina ma anche valutazioni sugli istituti e l’offerta formativa. Finora si ricorreva ad un metodo unico e infallibile: il passaparola. Quando si inizia ad avvicinare la scadenza dell’iscrizione all’anno scolastico successivo, chi deve cambiare istituto tartassa di domande gli altri genitori fino a confondersi totalmente le idee, o chiarirsele e scegliere. Da gennaio il ministero dell’Istruzione fornirà qualche elemento in più. Il ministro Francesco Profumo l’ha definita la «carta d’identità delle scuole italiane». Sarà visibile sul sito del Miur da gennaio, basterà cliccare sul logo «La scuola in chiaro» ed appariranno alcune informazioni che possono essere utili nell’orientarsi tra un istituto e l’altro. Chi vorrà conoscere le scuole più vicine alla propria casa o all’ufficio non dovrà fare altro che scegliere il sistema di geolocalizzazione: attraverso Google maps si potrà collocare geograficamnete le scuole. Quest’informazione esisteva già, faceva parte di un progetto precedente chiamato «Cerca la scuola» ma era poco usato e altrettanto poco visibile.

Una volta collocata la scuola che interessa da gennaio il sito fornirà molte altre informazioni: i docenti di ruolo e quelli precari, il numero delle classi, il numero degli studenti nelle aule, i promossi e i bocciati, le infrastrutture in dotazione e anche numero e tipologia dei laboratori offerti. Obiettivo successivo sarà poi quello di chiedere alle scuole di inserire, su base volontaria e attraverso un sistema di inserimento semplice, i dati relativi alle valutazioni Invalsi dell’apprendimento e dell’offerta formativa. In questo modo i genitori possono avere un quadro piuttosto organico delle scuole e scegliere se è il caso di iscrivere il figlio.

Ad annunciare la novità è lo stesso Francesco Profumo, nel corso del suo intervento al convegno «L’avvio del sistema di valutazione in Italia come fattore di miglioramento e di sviluppo» che si è tenuto ieri al Cnr. Il ministro vuole una scuola «smart», ovvero accessibile, come la società attuale. «Il legame virtuoso tra valutazione e miglioramento – avverte – è in genere ancora tutto da sviluppare nel contesto culturale della nostra scuola, che in questa prospettiva sarà chiamata a rendere disponibili tutti i suoi dati all’interno di un più ampio concetto di smart society». «In questo modo – prosegue il ministro – la valutazione si collega a un più ampio processo di condivisione e di trasparenza che non riguarderà solo la scuola, ma il più ampio orizzonte delle smart city, dove i servizi ai cittadini saranno accessibili, trasparenti e condivisi».

È questa dunque la scuola immaginata dal neo ministro. Un luogo dove non vi saranno altre riforme. «C’è bisogno di stabilità», precisa. E c’è bisogno di valutazione, a dispetto delle proteste che lo scorso anno hanno accompagnato la sperimentazione voluta dall’ex ministro Mariastella Gelmini in 33 istituti italiani. «La valutazione – sostiene Profumo – è centrale in ogni processo di cambiamento, non deve essere vista come un atto sanzionatorio nei confronti dei docenti, ma in funzione di un miglioramento della qualità della scuola, tramite prove strutturate e s t a n d a r d i z z a t e , che consentano confronti tra i risultati».

Positivo il commento del Pd. «Finalmente oggi dal ministro Profumo abbiamo ascoltato parole nuove per ricostruire il clima di fiducia nella scuola pubblica e di pieno coinvolgimento di insegnanti, dirigenti scolastici, studenti, famiglie, necessario per fare i passi avanti che servono verso una nuova cultura della valutazione, su cui il nostro paese è parecchio indietro» afferma in una nota Francesca Puglisi, responsabile scuola della segreteria del Pd.

La Stampa 09.12.11

"Pendolari, i treni della vergogna", di Fabio Tonacci e Corrado Zunino

Per andare in treno da Matera a Potenza, 102 chilometri, un´ora e ventinove minuti in auto, servono sette ore e due cambi. Bisogna transitare in Puglia, cambiare a Bari, quindi a Foggia e rientrare in Basilicata. Si sale e scende tra regionali e nazionali.
La velocità media del trasferimento è di 14,5 chilometri orari. Un fondista con tempi da Olimpiade, correndo tra i due capoluoghi, impiegherebbe un´ora in meno. L´alternativa per il Matera-Potenza è un regionale su binario unico con cambio ad Altamura: impiega dalle tre ore alle quattro e quaranta, ma in “orario da pendolare” ne passa soltanto uno al giorno.
Da Cosenza a Crotone (110 chilometri tutti in Calabria e un cambio) si impiegano tre ore. Per coprire Ragusa-Palermo (250 chilometri tutti in Sicilia, tre cambi) i convogli regionali di Trenitalia hanno bisogno di sei ore e dieci minuti. L´orario invernale prevede due treni, tutti e due a ridosso dell´ora di pranzo. O a Ragusa becchi questi o cerchi un pullman o fai l´autostop. La littorina è così lenta, poi, perché non è stata progettata per affrontare le curve del percorso: se aumenta la velocità, deraglia. Ma lo “slow train” non è solo un problema da profondo Sud. Per coprire la distanza da Acqui Terme a Genova (74 chilometri) ci vuole un´ora e mezza e si viaggia a 50 l´ora. Mauro Moretti, l´amministratore delegato del risanamento e rilancio delle Ferrovie di Stato, in questi giorni sta presentando i vagoni del silenzio sui nuovi Frecciarossa, annuncia un “Roma-Parigi” tutto coperto con la luce del giorno. Lo scorso maggio, a Piacenza, sul treno pendolare destinato a Fiorenzuola un impiegato bancario di 55 anni è dovuto uscire dal finestrino. Le porte del treno erano bloccate, quasi tutte.
Treni lenti, sporchi, in ritardo. E sempre di meno. Della Ferrovia Porrettana – il primo collegamento attraverso l´Appennino tosco-emiliano, dal 1864 scavalca la dorsale collegando Bologna a Pistoia – sono rimaste sei coppie di treni. Carrozze eliminate, la Rete ferroviaria italiana (ancora Fs) ha rimesso su strada 24 pullman. E in Calabria è dato in via d´estinzione un altro storico treno per pendolari, il “Tamburello” che collega Melito di Porto Salvo a Reggio Calabria quindi a Rosarno. Le politiche ferroviarie di questi tempi si possono osservare in maniera chiara nel Tigullio ligure: sono saltate diverse fermate per i treni a servizio universale, i rivieraschi devono prendere altrove freccerosse più care a cui poi mancano le coincidenze per tornare a casa. Su questo tratto di costa a forte richiamo turistico due Intercity non si fermano più, altri due non si fermeranno nel 2012. È per questo che i pendolari occupano i binari? È per questo che dal Veneto alla Puglia si assiste alla rivolta degli abbonati?

MENO CARROZZE, BIGLIETTO PIÙ CARO
Quarantaquattro “comitati contro” in nove regioni non sono nati a caso. Sul Lecco-Milano il gestore Trenord – il dieci per cento delle tratte regionali è gestito da imprese locali, il resto da Trenitalia – ha tolto 880 posti, il 20 per cento, e aumentato del 20 per cento il costo del biglietto. Tutti i giorni, e tutte le sere, la metà delle carrozze è senza luce. Sul treno diretto per Tirano delle 18,20, lo scorso 22 ottobre Trenord ha deciso di togliere quattro carrozze in male arnese. I pendolari della Valtellina hanno lasciato la banchina della Centrale di Milano occupando tutti i vagoni, anche quelli vietati. «Hanno chiamato un plotone di polizia per sgombrarci», racconta Giorgio Dahò del Coordinamento lombardo, «la maggior parte delle persone ha deciso di attendere il successivo e il treno sgombrato è partito semivuoto». Il Piacenza-Milano è stato bocciato dal 98 per cento dei clienti che l´hanno utilizzato: bagni rotti, sbarrati, così sporchi da essere inutilizzabili. Su ritardi e sporcizia una pendolare di Lodi ha vinto una causa contro Trenitalia per i suoi viaggi da San Zenone alla stazione Lambro: 500 euro di risarcimento dell´abbonamento e 2.000 euro per danni morali.
L´arretratezza del servizio è da allarme rosso. L´Aosta-Torino è percorsa da treni alimentati a diesel: non possono più entrare nella nuova stazione sotterranea di Porta Susa e i pendolari devono affrontare un nuovo cambio a Chivasso. Dei 29 treni regionali Rimini-Bologna, in media sedici sono inaccessibili per sovraffollamento: alcune carrozze vengono chiuse per non rischiare soffocamenti. Chi sale a Faenza può solo sostare davanti alle porte, a Imola i convogli sono così affollati che non può scendere chi è rimasto a metà vagone. Per tre anni consecutivi la Borgo San Lorenzo-Firenze è stata proclamata la tratta peggiore della Toscana: le carrozze sono vicine al collasso. Sull´Arezzo-Firenze i sei vagoni utilizzati si presentano con le porte rotte, le poltrone con la gomma piuma esondante, un riscaldamento da sauna estate e inverno, i finestrini bloccati, i cavi delle prese di collegamento tra le gambe dei passeggeri. Nessun appoggio per una bibita o il computer.
«Ogni mattina a Zagarolo restiamo a terra in centinaia», raccontano i gruppi organizzati attorno al disastro della Frosinone-Roma. I vandali contribuiscono all´opera di disfacimento sul Viterbo-Roma: l´ultima volta hanno spaccato 40 vetri, 25 mila euro e quattro giorni di stop per le riparazioni. Il conteggio dal 2 al 7 novembre ha messo in fila trentacinque fra finestrini e porte infrante, due estintori scaricati, sei sedute divelte, otto sedili tagliati e graffiti su tutto un convoglio. Un danno di 40 mila euro. Le stazioni della Val di Susa – servono il Torino-Modane – sono senza biglietterie: Chiomonte, Meana, Susa e Condove. A Ponte di Brenta, vicino a Padova, il degrado è salito al punto di favorire aggressioni e rapine. I chioschetti con i biglietti uno dopo l´altro spariscono dalle piccole stazioni dell´Alpago, nel Bellunese, e dalla provincia di Rovigo. Alla stazione Nomentana di Roma non c´è biglietteria né erogatrice, non ci sono servizi di ristoro, mai visto un controllore né una latrina. Dalle banchine d´attesa dell´hinterland napoletano hanno già tolto ventidue punti-vendita. In Sicilia la Barcellona-Castroreale, seconda stazione per bacino d´utenza della provincia di Messina, è semplicemente abbandonata. C´è una spiegazione a questa moria di stazioni, carrozze, servizi, riparazioni?

PENDOLARI ABBANDONATI
La manovra Monti ha previsto due miliardi di prossimi investimenti sui treni ad alta velocità. Sulla Milano-Genova (in tutto ne vale sei, si farà in vent´anni) e sulla Brescia-Treviglio (tratta, questa, della più ampia Milano-Verona). Sono nodi irrinunciabili, assi strategici. Per i treni a servizio universale – gli Intercity, i notturni e in generale la lunga percorrenza – mancano invece 134 milioni (sono i ricavi sui biglietti del 2011, Trenitalia non li ha realizzati e adesso taglia). Ancora, ai regionali dopo un serrato dibattito il governo ha scelto di togliere 800 milioni (su un miliardo e nove). L´Italia proiettata su un 2012 recessivo investe sui treni profit, comprime tutto quello che è un servizio.
Il trasporto pubblico locale su rotaia in Italia è un sistema iperstressato. Perde pezzi ovunque, soprattutto al Sud e nella capitale. Lo stato dei trasporti di Roma è utile per capire disagi e carenze strutturali di cui soffre tutto il sistema. Trecentocinquantamila pendolari ogni giorno raggiungono Roma sui 900 treni che viaggiano su otto linee regionali delle Ferrovie dello Stato. La Viterbo-Roma è una di queste, la più trafficata. E peggiora ogni stagione. «Nel Lazio non esiste materiale rotabile di riserva», spiega Valeria Mascoli, responsabile regionale Filt-Cgil, «non ci sono convogli che possano sostituire quelli che hanno bisogno di manutenzione e ripulitura. I 900 treni a disposizione sono sempre in circolazione, quando se ne rompe uno, scatta subito la soppressione e questo crea disagi sull´intera linea». È una carenza comune a tutti i grandi centri urbani dove si concentra il pendolarismo, Roma, Milano, Torino, Napoli. Ma nel 2012 che cosa succederà? Sono previste altre riduzioni?

I TAGLI LINEARI
La prossima stagione, sì, sarà peggiore. L´insieme dei contratti di servizio che Trenitalia ha stipulato con le Regioni, validi fino al 2014, vale 2 miliardi l´anno. È molto probabile che le amministrazioni regionali non riusciranno a mantenerli. Il decreto del luglio 2011 del Governo Berlusconi aveva tagliato 1,6 miliardi, lasciando un fondo di 400 milioni per il 2012. In queste ore sono stati recuperati 800 milioni. Il taglio finale, per l´anno prossimo, è di 800 milioni. Una cifra notevole, che inciderà proprio sull´elemento debole del sistema: il trasporto dei pendolari. Si rischia una soppressione di treni dal 10 al 20 per cento.
«È troppo presto per delineare un quadro preciso – spiega l´amministratore delegato di Trenitalia, Vincenzo Soprano – ma se ci saranno tagli, non dipenderanno da una nostra scelta industriale. A noi dallo Stato direttamente non arriva niente, i trasferimenti vanno alle Regioni che ci comprano il servizio». Servizio che per i pendolari lascia a desiderare. «Cosa ci possiamo fare se i treni hanno in media 30-35 anni di età e si rompono? Non ci sono risorse per rinnovarli. In Germania e in Francia il materiale rotabile è comprato direttamente dallo Stato. Da noi no. E poi parliamo delle nostre tariffe, le più basse in Europa. Ricaviamo 0,12 euro per passeggero/km, in Germania ricavano 0,2, in Gran Bretagna addirittura 0,5. Abbiamo già tagliato 1,6 miliardi di costi, non ci sono altri sprechi da eliminare». Si finisce sempre lì. Per avere un servizio migliore da Trenitalia con questo sistema servono più soldi. O dalle Regioni o dagli utenti (alzando il prezzo dei biglietti). Oppure si deve cambiare il sistema.
«Il vero scandalo italiano», sostiene Marco Ponti, professore di Economia dei trasporti al Politecnico di Milano, «è che non si fanno le gare pubbliche per l´affidamento dei servizi di trasporto regionali. Non le vogliono le Regioni, né i fornitori, né i sindacati. Negli ultimi anni ne sono state fatte soltanto due, in Friuli e in Emilia Romagna. Ed erano finte. Si è presentato un solo concorrente, Trenitalia». In Germania i servizi di trasporto locale assegnati con gara hanno consentito di ridurre i sussidi statali del 20 per cento.

La Repubblica 09.12.11

"Torna la scuola reale", di Fabrizio Dacrema

Archiviato l’ultimo governo Berlusconi, la nuova fase politica si giocherà su questa affermazione del nuovo premier: “Il vero costo della politica è aver guardato per decenni al consenso e non al futuro delle nuove generazioni”. Se, sull’orlo del baratro, il paese troverà il coraggio di accantonare la prevalenza degli interessi a breve termine, allora, nonostante l’emergenza finanziaria, si riscoprirà il buonsenso contadino secondo il quale, quando le cose vanno male, si tira la cinghia ma non si smette di seminare.

La conoscenza è, per eccellenza, un investimento a redditività differenziata, i suoi ritorni sociali e individuali sono certi e superiori a qualsiasi altro tipo di investimento, ma gli effetti si manifestano solo nel medio e lungo periodo.

Le stanze dei bottoni sono oggi popolate da persone che queste cose le sanno bene, non solo perché le hanno studiate, ma perché hanno promosso, realizzato e divulgato ricerche tese a dimostrare che investire in conoscenza conviene sempre. Penso all’Ufficio Studi della Banca d’Italia o alla recente pubblicazione dell’attuale Governatore Ignazio Visco significativamente intitolata “Investire in conoscenza. Per la crescita economica”.

Indipendentemente dall’orientamento politico, siamo di fronte a una nuova classe dirigente lontana anni luce dal populismo e accomunata da una visione della conoscenza come fattore strategico per lo sviluppo.

Un’ulteriore conferma è venuta dall’ascolto del Ministro Profumo al CNR il 7 dicembre.

Dopo le vagonate di “bullshit” gelminiane, sembra tornata la scuola reale, un grande corpo debilitato da trascuratezza, cure sbagliate e salassi demolitivi per il quale urgono interventi di rianimazione ed efficaci iniezioni di innovazione.

Il Ministro, pur con la cautela di chi sta ancora studiando i dossier, ha toccato i tasti giusti:

· restituire reputazione e attrattività alla funzione docente;

· promuovere diffusamente processi di innovazione didattica per migliorare gli esiti di apprendimento e motivare le nuove generazioni “native digitali”;

· la valutazione non sanzionatoria ma strumento indispensabile per conoscere e migliorare il sistema;

· l’autonomia scolastica come responsabilità e partecipazione per superare i rischi di autoreferenzialità;

· accoutability, autovalutazione e trasparenza per promuovere il cambiamento attraverso processi bottom-up;

· la peculiarità del sistema scolastico rispetto ai modelli aziendali;

· la necessità per i sistemi formativi di giocare d’anticipo rispetto ai bisogni sociali ed economici (“nessuno immagina le professioni del 2030”).

Nel pensiero del Ministro traspare la convinzione della necessità del protagonismo del mondo della scuola per realizzare cambiamenti effettivi unita alla consapevolezza della presenza di resistenze al cambiamento e di una elevata inerzia del sistema.

Qui sta il nodo su cui si deciderà il successo delle politiche della conoscenza del nuovo governo. Difese, resistenze e inerzie potranno essere superate solo se il progetto del governo sarà coerente, credibile e condiviso. Ciò significa innanzitutto discontinuità con le scelte del precedente Ministro tese a rendere meno inclusivo il sistema scolastico e una decisa inversione di tendenza rispetto al progressivo disinvestimento nella conoscenza programmato da Tremonti (secondo il documento economico finanziario 2011-14 la spesa per l’istruzione, già oggi tra le più basse dell’Ocse con un magro 4,8 per cento, è destinata a precipitare entro il 2030 al 3,2% del Pil).

Nessuno chiede miracoli nel momento dell’emergenza finanziaria, ma le scelte di oggi saranno decisive per un futuro non breve.

Per questo lo sciopero del 12 e 19 dicembre, finalmente proclamato unitariamente, mira a ottenere una correzione della manovra economica che non è solo finalizzata a cambiare le misure inique e recessive che colpiscono i lavoratori dipendenti e i pensionati. Mira anche ad accrescere il prelievo sulle grandi ricchezze e sull’evasione fiscale al fine di potenziare gli interventi finalizzati alla crescita economica e alla ripresa degli investimenti nella conoscenza.

In un paese dove il 10 per cento dei cittadini detiene il 50 per cento della ricchezza e dove l’evasione fiscale ammonta a 120 miliardi all’anno non ci sono alternative, in queste due aree si devono trovare le risorse per “pensare a quel futuro delle nuove generazioni” che il nuovo Presidente del Consiglio ha giustamente posto come priorità.

Da ScuolaOggi 09.12.11

"I cinque nodi dell´equità", di Tito Boeri

La prima manovra del Governo Monti deve passare nel Paese prima ancora che in Parlamento. Solo in questo modo il nuovo esecutivo avrà il tempo di occuparsi davvero delle misure per la crescita, di cui sin qui non si ha traccia o quasi. Sono fondamentali per portarci fuori dal baratro perché con questa manovra, la pressione fiscale salirà ben oltre il 46 per cento e il peso delle entrate sul totale del reddito generato in Italia supererà il 50 per cento. Roba da uccidere un canguro di media stazza. Figuriamoci una lumaca come è stato il nostro paese in questi anni.
Perché la manovra sia accettata dagli italiani deve apparire equa, deve richiedere sacrifici ben distribuiti. Diverse critiche mosse alla manovra in nome dell´equità non sono affatto eque, nel senso che sono sbagliate o superficiali il che distoglie dal trovare correttivi adeguati. Ma è indubbio che l´equità della manovra può essere molto migliorata nel passaggio parlamentare. Cominciamo dalle tre aree fondamentali su cui si gioca la distribuzione dei sacrifici – casa, pensioni ed evasione fiscale – per poi passare a tasse sul lusso, costi della politica e frequenze del digitale terrestre.
La parte del leone nella manovra (un terzo del totale) è rappresentata dalla tassa sulla prima casa, la nuova Ici, chiamata Imu per non dare un dispiacere a chi l´aveva inopinatamente abolita. Si è scritto che colpirebbe soprattutto i cittadini più poveri. Non è così. Stime preliminari svolte su un modello di microsimulazione costruito sull´indagine sulle famiglie della Banca d´Italia suggeriscono che quasi la metà del gettito della tassa verrà raccolto tra il venti per cento più ricco della popolazione. La tassa ridurrebbe ancora di più le disuguaglianze nella distribuzione dei patrimoni se i valori catastali fossero allineati a quelli di mercato. Da anni si parla di rivalutare gli estimi catastali, ma nessun governo ha avuto la forza politica di farlo. Oggi sono magari gli stessi politici che hanno permesso a molti ricchi di pagare un nonnulla per immobili di grande valore ad accusare il governo Monti di inquità. A quanto pare, non c´è limite all´ipocrisia in politica. Per rimediare a questo problema si possono utilizzare i dati dell´Agenzia del Territorio che rilevano sistematicamente le transazioni immobiliari per tipologie di immobili in ogni quartiere ottenendo così valori di riferimento più vicini a quelli effettivi, in attesa del completamento della rivalutazione degli estimi. È un metodo senz´altro preferibile all´aumento proporzionale di tutti i valori catastali contemplato dalla manovra.
La mancata indicizzazione delle pensioni al di sopra di un certo importo (la soglia dovrebbe essere alzata a 1400 euro dopo la presa di posizione della Commissione Bilancio della Camera) è certamente iniqua, ma per ragioni molto diverse da quelle lamentate dai sindacati. I pensionati sono l´unica categoria il cui reddito disponibile non è diminuito durante la Grande Recessione, quando per l´italiano medio la perdita è stata dell´ordine dell´1,5%, con punte del 6% per giovani e famiglie con figli. Quindi può essere equo chiedere anche ai pensionati un contributo di fronte ad una crisi così grave. Stime preliminari di Massimo Baldini, basate su modelli di microsimulazione, (presto su lavoce.info i risultati) dicono che anche in questo caso più del 50% dei tagli colpirebbe il 30% di famiglie italiane più ricche. Ma ci sono due problemi. Primo, non pochi pensionati, soprattutto quelli più anziani, non sono in condizione di rispondere a questa riduzione permanente delle loro prestazioni pensionistiche mettendosi a fare lavoretti per compensare le perdite. Per fortuna sono relativamente pochi a trovarsi in questa situazione: guardando i dati Inps ci si accorge che i pensionati con più di 70 anni hanno mediamente pensioni tra i 500 e i 600 euro, dunque inferiori a qualunque soglia di esenzione sin qui contemplata. Questo spiega anche la relativa esiguità dei risparmi ottenuti col blocco delle indicizzazioni (meno di due miliardi a regime). Si potrebbe concentrare l´intervento su chi ha preso la pensione di anzianità negli ultimi dieci anni ottenendo pensioni fino a tre volte quelle medie di vecchiaia e ottenendo rendimenti dai propri contributi nettamente superiori non solo a chi andrà col contributivo, ma anche a chi ha avuto accesso alla sola pensione di vecchiaia col retributivo. Sarà come un contributo ritardato al regalo che hanno ricevuto in tutti questi anni. Secondo, nello stabilire le soglie si continua a ragionare come se contassero le prestazioni individuali, quando in realtà due terzi dei pensionati riceve più di una prestazione. E non pochi hanno altre fonti di reddito. Quindi alzare le soglie non necessariamente rende la misura più equa perché ci possono essere persone che ricevono una pluralità di prestazioni tutte al di sotto della soglia, totalizzando un reddito pensionistico superiore a questo livello. Bisognerebbe allora sommare tutte le prestazioni pensionistiche ricevute dallo stesso individuo e possibilmente tutte le sue fonti di reddito, esentando solo chi ha redditi al di sotto di un reddito minimo. Terzo, bisognerebbe comunque dare ai pensionati una chance di recuperare ciò che verrà loro tolto in questi due anni. Un modo per farlo è legare la parte di prestazione eccedente il reddito minimo all´andamento dell´economia italiana: se torneremo a crescere a tassi sostenuti, i pensionati potranno recuperare quanto è stato loro tolto con questa manovra. Servirebbe anche a creare quella constituency a favore della crescita che oggi manca nel nostro Paese.
Ciò che ha eroso il sostegno alle politiche di risanamento in Grecia è il mancato contrasto dell´evasione fiscale che ha permesso a molti di farla franca. Per evitare questo rischio la manovra doveva assolutamente aumentare gli strumenti di deterrenza all´evasione fiscale, a partire dall´incrocio delle fonti statistiche già disponibili sui patrimoni degli italiani. Non lo ha fatto, mettendosi in linea di continuità col governo precedente. È invece fondamentale cambiare rotta. Scoraggiando in partenza i comportamenti illeciti, anziché limitarsi ad accertarli una volta che sono stati compiuti, si riesce tra l´altro ad avere benefici immediati dalla lotta all´evasione senza aspettare i tempi lunghi del contenzioso. Non si capisce neanche perché il Governo Monti non intenda sottoscrivere un accordo con la Svizzera sui capitali esportati analogo a quello siglato da Germania e Regno Unito.
Nelle percezioni di equità contano anche i simboli. Il governo ha voluto puntare sulle cosiddette tasse sul lusso, che dovrebbero fruttare complessivamente non più di 300 milioni. Scelta discutibile perché si rischiano di colpire anche i lavoratori di industrie in cui il nostro Paese è all´avanguardia. Ma se proprio si vuole seguire questa strada bisogna farlo con perizia. La tassa sulle automobili di lusso prende come riferimento la potenza del motore, colpendo allo stesso modo chi ha auto usate con valori commerciali vicini allo zero e chi ha una Mercedes nuova di zecca, del valore di 150.000 euro. Il fatto è che le autovetture si deprezzano molto rapidamente. Perché non tassare allora in base al valore commerciale delle autovetture?
Per risultare più equi agli occhi degli italiani, il governo poteva portare i compensi dei parlamentari allo stesso livello dei politici in altri paesi europei. Può ancora farlo. Non c´è bisogno di una legge ad hoc. Basta decurtare il bilancio della Camera e del Senato obbligando così i due rami del Parlamento a tagliare drasticamente le componenti accessorie della retribuzione di deputati e senatori. Ad esempio, gli uffici di presidenza di Camera e Senato potrebbero decidere che i rimborsi vengono concessi solo a fronte di ricevute di spese effettivamente sostenute o che i collaboratori dei politici devono essere pagati direttamente dalle due Camere e non dagli stessi parlamentari –il che permetterebbe tra l´altro di regolarizzare la posizione contributiva di molti “portaborse” che oggi (sic!) lavorano in nero.
Infine equità significa smettere di regalare il patrimonio pubblico. Lo abbiamo chiesto al Ministro Passera fin dal giorno del suo giuramento: bisogna porre fine all´assegnazione gratuita dei canali sul digitale terrestre agli operatori televisivi. Se non è più possibile intervenire sulle procedure d´asta, bene almeno tassare gli operatori televisivi in base all´utilizzo delle frequenze. Se poi questi non vogliono pagare, dovrebbero restituire le frequenze allo Stato che potrà rimetterle a gara. E destinare i proventi di questa vendita alla riduzione del debito pubblico.

La Repubblica 09.12.11