Latest Posts

"Un governo per la nuova Europa", di David Sassoli

Giuliano Amato e Romano Prodi nel loro articolo sul Sole 24 Ore di martedì 6 dicembre sollecitano i deputati italiani al Parlamento europeo ad assumere un ruolo attivo nel promuovere la costruzione di un vero e democratico governo economico dell’eurozona. Questa sollecitazione non cade nel vuoto, perché da mesi la delegazione italiana del Pd è in prima fila su questo fronte e sta offrendo un ricco contributo di idee e di proposte all’iniziativa del gruppo dei Socialisti e dei Democratici e all’azione più complessiva di un più largo fronte europeista presente all’interno del Parlamento europeo.

Anche noi, come Amato e Prodi, riteniamo che dal Consiglio europeo del 9 dicembre debbano uscire risposte forti, che puntino, in primo luogo, a una piena attuazione delle possibilità offerte dal Trattato di Lisbona in linea con il metodo comunitario. Ciò consentirebbe già da ora di rafforzare in modo sostanziale la convergenza delle politiche fiscali. Su questi punti abbiamo elaborato proposte puntuali che consentirebbero di evitare la strada insidiosa di una lunga e controversa riforma dei trattati per introdurre innovazioni già consentite da Lisbona come per esempio quella, davvero esiziale, di un accordo solo tra alcuni stati membri.

Naturalmente la notevole flessibilità offerta dai trattati attuali non dovrebbe essere utilizzata solo per rafforzare il patto di stabilità, ma anche per promuovere un’Unione della crescita e della solidarietà. Per questo, al centro del nostro impegno ci sono da tempo misure, richiamate anche da Amato e Prodi, come i project bonds, lo sviluppo del mercato interno e il rafforzamento della sua dimensione sociale, la tassa sulle transazioni finanziarie, la riforma del bilancio europeo con l’introduzione di nuove risorse proprie, una più efficace regolamentazione delle agenzie di rating, l’emissione di stability bonds sostenuti da garanzie comuni.

Queste misure (contrastate finora in modo miope dalla maggioranza di centro-destra del Consiglio europeo) potrebbero accompagnarsi all’introduzione di una circoscrizione elettorale paneuropea e alla possibilità per i cittadini di esprimersi direttamente sul Presidente della Commissione, la cui funzione potrebbe essere accorpata (anche ciò a trattato vigente) con quella di Presidente del Consiglio europeo rafforzando la dimensione democratica delle istituzioni dell’Unione.

Queste proposte urgenti e fattibili già oggi a Trattati invariati non negano l’esigenza di una più complessiva riforma dei Trattati, che consenta di completare la costruzione di una vera Europa politica dotata di un forte e democratico governo economico. Ciò richiederebbe una serie di interventi che vanno dal ruolo della Bce sino alla trasformazione delle raccomandazioni di politica economica in decisioni e il passaggio per esse al metodo della codecisione e il superamento del divieto all’armonizzazione della legislazione sociale.

Ma, deve essere chiaro, che i contorni di tale “grande riforma”, finalizzata alla costruzione degli Stati Uniti d’Europa, non potranno che scaturire da una Convenzione sulla base della procedura prevista dell’articolo 48 Tue, che noi naturalmente sollecitiamo ma che trovano l’opposizione di quegli stessi governi conservatori che, per motivi di politica interna, richiedono oggi strumentalmente la modifica dei Trattati. L’esperienza del trattato costituzionale e dei referendum che l’hanno bocciato dovrebbe spingere l’Unione europea a compiere le scelte indispensabili per superare la crisi ed evitare la dissoluzione dell’euro, senza rinviare tali decisioni alla “grande riforma” e dimostrando così ai cittadini europei che l’Unione è in grado di dare da subito risposte efficaci e risolutive.
Gli obiettivi sono chiari. Adesso si tratta di riuscire ad affiancare al necessario impegno delle famiglie politiche europee, che per parte nostra non faremo mancare, l’indispensabile mobilitazione delle opinioni pubbliche. L’Europa ha bisogno di tutti e le scelte decisive per il suo futuro dovranno essere, per avere gambe forti, le più partecipate e condivise possibili.

Il Sole 24 Ore 08.12.11

"Le parentele pericolose di Cosentino. I fratelli sposati con le figlie dei boss", di Stella Cervasio

Nicola Cosentino e i suoi fratelli. Presi singolarmente non hanno commesso reati. Ma pare abbiano puntato quasi tutti su nozze “eccellenti”, in qualche modo inscritte nella gerarchia dei clan. Parlano chiaro le carte dell´operazione “Il Principe e la (scheda) ballerina” che ha portato a 57 arresti e alla richiesta di autorizzazione a procedere inoltrata dal gip alla Camera dei deputati nei confronti di Nicola Cosentino, già sotto processo a Santa Maria Capua Vetere per concorso esterno in associazione camorristica, e del presidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro. Il giorno della cattura del superlatitante dei casalesi Zagaria, l´ex sottosegretario all´Economia non ha voluto far mancare il suo commento: «È un segnale tangibile di come possiamo estirpare la camorra e ridare ai nostri territori martoriati coraggio e dignità. Mi complimento con le forze dell´ordine e in nome della fiducia nella magistratura ho deciso di rimanere in silenzio dinanzi all´ennesimo colpo. È necessario uscire dal circo mediatico a causa di una parte minoritaria e risibile della magistratura che cerca fama attraverso la mia persona e la posizione politica che mi miei tanti elettori hanno voluto conferirmi».
LA DYNASTY
Le carte processuali raccontano una “dynasty” di parentele che sembrano costruite sulle mappe del potere camorrista. Una famiglia, un paese del Casertano, Casal di Principe, e un comportamento che si ripete. Tre fratelli e un cugino di primo grado per quattro consorti con legami pericolosi. Il primo dei figli di Silvio Cosentino e Olga Schiavone, mamma e papà dell´ex sottosegretario, di cui si parla nelle carte degli arresti per gli affari dei Casalesi è Aurelio Cosentino, 46 anni. «Quand´era trentacinquenne impalmò Giuseppina Diana», il cui padre Emilio, coltivatore diretto della frazione Borgo Appio di Grazzanise, è uno degli arrestati dell´operazione Spartacus 2. Il reato contestatogli: associazione a delinquere di stampo mafioso. Un altro fratello di Cosentino, il più anziano Giovanni, del ‘54, amministratore unico dell´Aversana Petroli, ha anche lui al suo attivo un matrimonio importante: a Casapesenna il 10 giugno ‘82 sposa Maria Diana, stesso cognome ma nessuna parentela con la cognata. Tuttavia anche lei è figlia d´arte: il padre non c´è più dal 2005, ma da vivo faceva l´imprenditore edile, e con il soprannome di “‘o repezzato” (il rattoppato) dimostrava di avere contiguità con la malavita. Più di un fiancheggiatore: fu infatti anche lui arrestato per mafia, questa volta però nell´operazione della Dda Spartacus 1.
I VOTI PER NICOLA
C´è poi un quarto Cosentino, Mario, 47 anni, che è andato via da Casal di Principe, quartier generale della famiglia, e dal 2006 abita a Formia. Un apparentamento di rispetto non può mancare neanche per lui, come rivela l´ordinanza sul centro commerciale Il Principe, che ha svelato gli affari di famiglia. La moglie di Mario Cosentino, Mirella Russo, calabrese di Capo Rizzuto, è sorella di Giuseppe Russo che a differenza di lei è nato a Casal di Principe nel ‘64 e ancora ci abita, e, come indica il soprannome, “‘o Padrino”, è un esponente di spicco del clan dei Casalesi. Nel corso del suo interrogatorio, Raffaele Ferrara, un fedele di Bidognetti, racconta che fu appoggiata la candidatura di Cosentino alle regionali del ‘95. «Me lo disse Aniello Bidognetti – racconta Ferrara – che “la cupola” aveva deciso di appoggiare Cosentino Nicola, in quanto parente di Russo Giuseppe detto “Il Padrino”». Fin qui, i fratelli Cosentino.
I LEGAMI CON SCHIAVONE
L´ultima delle parentele pesanti per il parlamentare è quella con il cugino di primo grado, Palmiro Cosentino, del ‘74, che da otto anni si è trasferito da Casal di Principe a Santa Maria Capua Vetere. Il più giovane della famiglia è il marito di Alfonsina Schiavone, figlia di Francesco Schiavone detto Cicciariello, ma anche “´O becchino”, cugino dell´omonimo Francesco Schiavone, “Sandokan” in persona. Da sempre nella storia delle dinastie il matrimonio è la modalità scelta per sancire un vincolo saldo e inscindibile, che con la sua sacralità fa e disfa alleanze e crea obblighi irrinunciabili per i parenti acquisiti. A raccontare del matrimonio di Palmiro è anche una collaboratrice di giustizia, Anna Carrino, ex convivente di Francesco Bidognetti, detto Cicciotto ‘e Mezzanotte. «Ricevemmo l´invito e discutemmo su chi si doveva mandare alla cerimonia in rappresentanza della famiglia, dopo aver ricevuto l´invito. Ci andarono mia figlia e il fidanzato».

La Repubblica 08.12.11

"Storia simbolo per il Governo", di Roberto Saviano

Vorrei che questa storia fosse letta dal premier Mario Monti, dal ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera e dal ministro dell´Interno Annamaria Cancellieri. So che la loro sensibilità non rimarrebbe muta se approfondissero questi temi. La storia che racconto è stata scritta dalla procura antimafia. Dai pubblici ministeri Federico Cafiero De Raho, Antonello Ardituro, Catello Maresca, Raffaello Falcone, Franco Roberti e Raffaele Cantone. Dalla polizia, dai carabinieri, dalla Guardia di finanza. E soprattutto è una storia che riguarda non la mia sfortunata terra, non semplicemente Casal di Principe, il comune più sciolto nella storia d´Italia, ma riguarda l´intero paese e l´economia di questo paese.
Michele Zagaria era un imprenditore, è un imprenditore. È un imprenditore camorrista, non un camorrista imprenditore. Sembra uno scioglilingua, ma non lo è. Non è un camorrista che ha fatto soldi e quindi si è messo a fare impresa con denaro sporco. Al contrario è un casalese e precisamente di Casapesenna – un piccolo paese vicino a Casal di Principe e San Cipriano d´Aversa, i tre paesi dell´Agro Aversano con i maggiori problemi – partito come costruttore, come imprenditore, e ha sempre continuato a comportarsi da imprenditore.
Michele Zagaria è stato una pedina fondamentale, ad esempio, nella storia della Parmalat. Quando la Parmalat decide di fornire dati sulle vendite in grado di poter giustificare quotazioni elevate in borsa, ha bisogno di vendite sicure, e queste vendite gliele garantisce Michele Zagaria. Come? Semplice: decidono di pagare un estorsione settimanale al boss che in cambio impone a tutti i supermercati, a tutti i dettaglianti, a tutto il mondo distributivo e commerciale di acquistare latte Parmalat. E lo fa attraverso una strategia semplice, da imprenditore, non solo con le pistole puntate. Va dai grandi distributori di latte e gli propone di distribuire i prodotti Parmalat a una percentuale di sconto elevata. Accade, naturalmente, che tutti siano soddisfatti perché il garante di questo sconto si fa Michele Zagaria con Pamalat stesso. Cioè lui decide di imporre ovunque Parmalat a un dato prezzo che deve necessariamente andare bene anche alla Parmalat. A questo punto tutti i concorrenti di Parmalat non riescono a reggere quelle percentuali di sconto, e quando uno solo ci riesce, Foreste Molisane, gli uomini di Zafaria gli bruciano i camion per il trasporto.
Michele Zagaria è stato imperatore del cemento in Emilia Romagna; sono note le società riconducibili a suo fratello Pasquale Zagaria, detto Bin Laden. E quelle imprese avevano nomi altisonanti (Ducato, Stendhal Costruzioni) e costruirono addirittura un edificio nell´ex area Mondadori, nel cuore di Milano, in via Santa Lucia 3.
Michele Zagaria è un uomo che mette le mani nei più importanti centri commerciali d´Italia. Al centro commerciale Campania, un colosso dello shopping alle porte di Napoli, lui applica una doppia strategia. Da un lato chiede la singola estorsione alle imprese che non fanno parte del suo cartello; dall´altro partecipa con le sue aziende alla vittoria dell´appalto e chiede quindi dei negozi da poter gestire. Quindi estorsione e costruzione.
Ho raccontato questa breve storia perché desidero chiedere a questo governo di avere uno sguardo diverso sui tesori delle mafie. Il precedente ha attuato unicamente una strategia di repressione, ma ora la logica deve necessariamente cambiare. Il nuovo esecutivo può fare molto.
L´inchiesta svelata due giorni fa e che coinvolge anche l´onorevole Cosentino, spiega nel dettaglio come funziona il sistema finanziario che il clan dei casalesi utilizza per garantirsi i crediti. Accade che un´impresa, in questo caso la “Vian srl” del boss Nicola Di Caterino, impegnata nella costruzione del centro commerciale fantasma “Il Principe” a Casal di Principe, non abbia i requisiti per ottenere un finanziamento dall´Unicredit, eppure il responsabile della gestione crediti per il Sud Italia, Alfredo Protino, e il direttore della filiale Unicredit di Roma Tiburtina, Cristofaro Zara, decidono di accordarlo ugualmente. Questo è un modo per riciclare denaro, perché Di Caterino, che avrebbe dovuto costruire un importante centro commerciale con soldi sporchi, avrebbe giustificato quel denaro come proveniente da Unicredit. Sono decenni che le banche collaborano al riciclaggio del denaro sporco delle mafie. Le banche, non tutte per fortuna, e spesso attraverso dirigenti infedeli, finanziano le imprese legate alle mafie.
Chiedo a questo governo di mostrarsi risoluto nell´aggredire i patrimoni criminali che costituiscono miliardi di euro accumulati illegalmente. Chiedo a questo governo di esortare le banche che hanno avuto dirigenti infedeli di poter riparare non soltanto collaborando con l´antimafia, ma investendo al Sud e dando credito all´imprenditoria sana, la stessa che è stata spesso accantonata preferendo sostenere le imprese protette dai capitali mafiosi. C´è molto da fare, moltissimo, e non bisogna credere che siano altre le priorità, perché l´enorme tesoro saccheggiato dai clan può tornare alla società civile. Deve.

La Repubblica 08.12.11

"Evasione, è stato fatto tutto il possibile?" di Enrico Marro

Nella manovra Monti ci sono cose molto importanti per la lotta all’evasione, ma ne mancano tante altre. E il contribuente onesto si chiede perché. Per esempio: il premier, domenica scorsa, illustrando il decreto-stangata, ha solennemente annunciato che aveva deciso «per i membri di governo di adottare un criterio di trasparenza. Sulle nostre dichiarazioni dei redditi abbiamo deciso di dichiarare per intero i patrimoni, perché non vediamo per quale ragione il possesso di obbligazioni, azioni e fondi di investimento debba essere esentato da una dichiarazione patrimoniale». Giusto. Ma visto che c’era perché questa decisione non è stata estesa a tutti i contribuenti? Tanto più che un suggerimento del genere era arrivato da due economisti della Bocconi che Monti conosce molto bene: il rettore Guido Tabellini, che tra l’altro è stato in corsa per entrare nella squadra di governo, e il professor Angelo Provasoli.
I due, in un articolo sul Sole 24 Ore del 3 settembre, proponevano questa soluzione: «La dichiarazione annuale dovrebbe fornire non solo i dati dei redditi conseguiti ma anche quelli della consistenza del patrimonio. I rapporti con gli intermediari finanziari dovrebbero essere documentati con l’attestazione delle disponibilità detenute dal contribuente, comprese quelle in strumenti finanziari». Sarebbe un deterrente all’evasione, perché delle due l’una: o se si dichiarano imponibili Irpef irrisori si mente sulle proprie disponibilità finanziarie, assumendosi tutti i rischi del caso, o si rende la propria denuncia più veritiera.
Si dirà che la dichiarazione patrimoniale non c’è, ma che una delle principali misure antievasione della manovra è la costituzione di un «grande fratello» fiscale che consentirà all’Agenzia delle entrate di ottenere, dal 2012, da tutti gli operatori (banche, poste, finanziarie), tutti i rapporti e le movimentazioni, sul conto e fuori conto (cambio assegni) fatte dai propri clienti. E quindi di conoscere essa stessa la situazione finanziaria di ciascuno. Queste informazioni verranno incrociate con le dichiarazioni dei redditi per tirar fuori le liste dei sospetti evasori sui quali concentrare i controlli. Bene. È chiaro però che questo «grande fratello» potrà funzionare solo se l’amministrazione disporrà di personale. Ma di un rafforzamento dell’esercito antievasione non c’è traccia.
Ora, uno dei tanti motivi per i quali, rispetto a un’evasione che si stima sottragga ogni anno almeno 120 miliardi di euro alle casse dello Stato, si riesce a recuperare poco, è che l’esercito appunto è ridotto. Nel triennio 2008-2010 l’Agenzia ha svolto quasi 74 mila accertamenti sintetici. Quest’anno l’obbiettivo è di 35 mila, fissato tenendo conto che su 32 mila dipendenti, quelli addetti ai controlli sono 13-14 mila. Per recuperare più evasione dovrebbero essere potenziate le banche dati e gli incroci, e questo c’è nella manovra — così come è importante la configurazione del reato per chi dichiari il falso nel contraddittorio con l’amministrazione — ma ci vorrebbero anche più controllori: assunzioni che si autoripagherebbero. Tanto per dire, ieri abbiamo appreso che la Guardia di Finanza, nella sola provincia di Roma, nei primi 11 mesi del 2011, ha scovato 537 evasori totali, totalmente sconosciuti al Fisco: ristoratori, imprenditori edili, immobiliari, di call center, di autotrasporto, di pulizie e commercianti ambulanti.
Se invece uno volesse sposare un approccio diverso, cioè non quello della punizione ma della prevenzione, allora si potrebbe facilmente sostenere che il tetto all’utilizzo del contante a mille euro è insufficiente e facilmente aggirabile frazionando le operazioni. Fin troppo semplice, infine, osservare che sui capitali scudati — ben 182 miliardi di euro — Monti avrebbe potuto chiedere ben più di un altro 1,5% di prelievo. Resta il fatto che le grandi ricchezze evase sono le più difficili da colpire. Si stima che nella sola Svizzera siano nascosti almeno altri 100 miliardi di euro. Tassare barche, aerei, elicotteri e auto di lusso, come fa la manovra, è il minimo, ma può avere conseguenze negative sul turismo. I ricchi sanno spostare rapidamente beni e capitali, ne ha accennato anche Monti giustificando la decisione di non varare una patrimoniale che, secondo lui, avrebbe dato poco gettito. Difficile avere opinioni certe. Nessun dubbio invece che davanti a un altro aumento della pressione fiscale, che arriverà al 46%, c’è una sola cosa da fare: diminuire le tasse sui contribuenti che non possono evadere, quelli col sostituto d’imposta. Infine due questioni. 1) Non si poteva introdurre un po’ di contrasto d’interessi, magari per vedere se funziona? Tipo: se chiamo l’idraulico posso scaricarmi la fattura. 2) La tassa più evasa è il canone Rai: perché la manovra si preoccupa di recuperare solo quello evaso dalle imprese, obbligate a indicare nella dichiarazione dei redditi il numero di abbonamento, e non dice nulla sulle persone?

Il Corriere della Sera 08.12.11

"L'OCSE promuove la valutazione italiana… anzi no (Un Profumo "smart")", di Red Rom da ScuolaOggi

Parterre delle grandi occasioni, quello allestito dal MIUR il 7 dicembre al CNR, a Roma, per parlare di valutazione di sistema, soprattutto dei progetti sperimentali che lo stanno implementando, e di ciò che l’Europa ci chiede nelle ormai famose domande n. 13 e 14 rivolte al Governo italiano, che riguardano direttamente la valutazione delle/nelle scuole. Il meeting ha dato anche il destro al neoministro Francesco Profumo per “esternare” la sua visione di scuola, alle prese con le inedite ma affascinanti sfide della società contemporanea, ma ancora attardata dai suoi annosi malanni.

Diciamo pure che la “vision” è forte: costruire una “smart” school (intelligente, elegante, efficace, forse risparmiosa..) in una “smart” city (una comunità che deve riscoprire la voglia di guardare al futuro e di coinvolgere tutti ad un più alto livello di cittadinanza).

Ma in questa sede non parleremo né di questo (non mancheranno i commenti, mano a mano che il disegno sarà “svelato”), né della piega che sta assumendo il dibattito sul sistema di valutazione, a partire dalle risposte che il governo italiano (il vecchio? Il nuovo?) ha inoltrato ai nostri commissari europei. Argomenti che meritano spazi più distesi e un supplemento di informazioni.

Qui ci concentriamo sull’oggetto specifico del seminario, che era la presentazione degli esiti della ormai famosa sperimentazione “Valorizza”, che ha coinvolto lo scorso anno 33 scuole italiane nella ricerca di meccanismi per individuare e premiare gli insegnanti migliori, anzi quelli con la migliore “reputazione”. Va anche ricordato che è in atto, contemporaneamente, un secondo progetto sperimentale, denominato “VQS”, che è orientato invece a valutare le scuole, 77 nel campione prescelto, sulla base della misura del valore aggiunto negli apprendimenti dei ragazzi e di una osservazione diretta del modo di operare, compiuta da equipe coordinate da ispettori.

Del complessivo sistema nazionale di valutazione (SNV) in fieri, articolato su tre “gambe” (Invalsi, Indire, Corpo Ispettivo), ha parlato il Capo-Dipartimento Giovanni Biondi, che ne è in larga parte l’ispiratore. Il nuovo SNV, comunque, è già in Gazzetta (legge 10/2011 e legge 111/2011).

Com’è andata la sperimentazione?

Il progetto “Valorizza” ha coinvolto 33 scuole italiane, collocate in Piemonte, Lombardia e Campania, che “volontariamente” si sono impegnate in un percorso di valutazione interna (condotta da un nucleo formato dal dirigente scolastico e due docenti scelti dal collegio), per scegliere i colleghi considerati migliori, secondo il giudizio espresso dai genitori, dagli studenti (nelle scuole superiori) e (appunto) dai colleghi (oltre che dal preside).

Ciò è avvenuto attraverso un approccio definito “reputazionale” (chi sono gli insegnanti che godono di miglior fama in questa scuola?), di natura olistica (non si va a scomporre la professionalità in minute competenze, per poi ricomporle, ma si coglie l’insieme delle impressioni), affidato alle componenti interne della scuola (dunque una peer review), evitando di focalizzare l’attenzione sui test Invalsi (per cui non entrano in gioco i risultati degli allievi) o su un sistema di osservatori esterni (per cui non entrano in gioco i processi di insegnamento effettivo).

Tali aspetti sono stati illustrati dai ricercatori che più si sono dati da fare per validare il nuovo modello, come Luisa Ribolzi e Andrea Ichino, che ha messo in evidenza come i 2/3 dei “premiati” siano stati segnalati in modo condiviso dalle diverse componenti scolastiche (…ma il 40% dei docenti interpellati ha dichiarato di non fidarsi della valutazione dei colleghi).

L’operazione sperimentale si è conclusa con l’erogazione di un premio (una 14esima mensilità) a circa il 30% dei docenti che si erano sottoposti volontariamente a valutazione (i cui nominativi non erano noti). Dunque, in ogni scuola il gruppo docente si è sfilacciato in tre tronconi: il gruppetto di testa, in fuga solitaria; il gruppo di chi non ce l’ha fatta, all’inseguimento dei primi; ed il gruppone di chi non si è mosso (cioè non ha voluto partecipare alla sperimentazione). Sull’ammiraglia, il direttore di corsa (il dirigente scolastico) e due “decani” di prestigio (i valutatori).

La metafora ciclistica consente di fotografare bene le dinamiche che si sono messe in moto nelle scuole sperimentali e che sono di estremo interesse, come ha ricordato il rappresentante di Bankitalia, Paolo Sestito (ente da un po’ di tempo insolitamente attento anche allo “spread” degli apprendimenti).

Se la valutazione delle prestazioni individuali serve per promuovere il miglioramento delle performances dell’organizzazione (ci scusino i lettori se ci attardiamo ancora con il lessico brunettiano), allora è necessario assicurarsi bene che le logiche della premialità selettiva (ed il progetto “Valorizza” è pienamente dentro questo schema) non creino un effetto depressivo nei confronti dei non premiati e comunque una perturbazione “forte” all’interno della comunità scolastica.

L’obiettivo, infatti, resta quello di promuovere e diffondere la qualità in tutto il sistema, con un dosaggio equilibrato tra accountability (parola magica che potrebbe essere tradotta in valutazione e rendicontazione pubblica dei risultati sulla base di controlli esterni) ed improvement (sviluppo favorito da strutture di supporto e di accompagnamento). E’ su questa linea che si è assestato al momento il nuovo Ministro, che però aggiunge un forte richiamo alla trasparenza delle informazioni che ogni scuola è tenuta a dare ai suoi utenti potenziali ed alla comunità, a partire dal momento delle iscrizioni.

La pagella dell’Europa

I responsabili dell’Ocse (Mad.me Barbara Ischinger) e del Ceri (Mr. Dirk Van Damme) hanno espresso grandi elogi per la sperimentazione italiana sul merito e la valorizzazione delle professionalità, dando atto della originalità della proposta (la stima della buona reputazione dei docenti), dei bassi costi e della praticabilità dell’operazione (svoltasi in tempi insolitamente rapidi), dell’affidamento all’autonomia scolastica del compito valutativo (evitando la messa in campo di uno stuolo di “professionisti della valutazione”), del notevole gradimento dei genitori (elemento da non sottovalutare, se il problema è quello di un recupero di credibilità della scuola nei confronti della società civile), del clima di empowerment mostrato dai partecipanti (soprattutto dai dirigenti scolastici).

Tutto bene, quel che finisce bene, dunque? Tanto da meritare una promozione sul campo? Inclusa la ripetizione dell’esperimento e la sua estensione? Così hanno chiesto con piglio il responsabile della Fondazione Treellle, Titti Oliva, e della Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo, Anna Maria Poggi, sponsor e supporter del progetto ministeriale.

La cautela è d’obbligo e il Ministro, saggiamente, si è astenuto dall’esprimersi sulla vexata quaestio. E, a guardar bene, leggendo in controluce tra le righe delle felpate dichiarazioni dei rappresentanti internazionali, restano molte questioni aperte che la sperimentazione non ha dissipato. Anzi.

Gli appunti, che valgono come esigenza di approfondimenti sinceri, riguardano:

– la mancanza di standard professionali di riferimento, sulla base dei quali giudicare un buon insegnante;

– l’eccessivo peso dato ai fattori contestuali, per cui resta il dubbio di un approccio troppo “localistico”;

– lo spostamento verso una immagine “solitaria” del docente, quando le buone imprese di insegnamento sono certamente collaborative;

– il premio alla carriera prestigiosa (tradizionale?) piuttosto che a giovani talenti emergenti, con scarsa visibilità per gli elementi di effettiva innovazione nell’insegnamento;

– la scarsa ricaduta sulle dinamiche didattiche dell’intera scuola, perché è importante per i docenti avere un riscontro sulla qualità del loro lavoro (la ricerca internazionale Talis, 2008, lo testimonia).

Sono controdeduzioni di un certo peso, che non vanno sottovalutate, e che dovranno essere attentamente analizzate dai decisori politici, tanto più se si vuole –come è negli auspici di tutti – costruire un sistema di valutazione con gli insegnanti e non contro la scuola

da ScuolaOggi 08.12.11

******

Profumo cancella le ambiguità sulla valutazione”, di Francesca Puglisi,

Finalmente oggi dal ministro Profumo abbiamo ascoltato parole nuove per ricostruire il clima di fiducia nella scuola pubblica e di pieno coinvolgimento di insegnanti, dirigenti scolastici, studenti, famiglie, necessario per fare i passi avanti che servono verso una nuova cultura della valutazione, su cui il nostro Paese è parecchio indietro.

E’ stato proposto un metodo concreto di valorizzazione dell’autonomia scolastica per innovare la didattica, dimezzare la dispersione scolastica e alzare i livelli di apprendimento degli studenti italiani così come ci viene chiesto dall’Europa. Tutti oggi possono sentirsi pienamente coinvolti e chiamati a collaborare per una grande sfida che sappia rispondere ai bisogni formativi della nuova generazione dei nativi digitali.

Proprio le importanti affermazioni del Ministro confermano la nostra convinzione che la sperimentazione sulla valutazione e premialità degli insegnanti basata sulla loro reputazione, sia quanto di più sbagliato per quel lavoro di equipe e di cooperazione all’interno delle scuole, necessario all’innalzamento della qualità del sistema scolastico italiano e all’innovazione didattica, figlio di una cultura aziendalistica e competitiva del precedente governo. Parole come “ristrutturazione delle scuole che hanno basse performance”sono parole che vanno cancellate dal lessico del Miur.

Si possono diversificare le retribuzioni, differenziando le carriere degli insegnanti all’interno delle scuole autonome e concentrare le risorse per la valutazione delle scuole, di cui attendiamo i risultati della sperimentazione.

www.partitodemocratico.it

******

“Profumo lancia il progetto “La scuola in chiaro” e promuove la valutazione dei prof”, di A.G.

Durante un convegno al Cnr il Ministro annuncia che da gennaio ogni istituto metterà a disposizione di famiglie e studenti una scheda contenente le caratteristiche della propria offerta formativa. Sulla valutazione dei docenti sostiene che non deve essere vista come un atto sanzionatorio. Compagnia di San Paolo e Treellle gli danno ragione. A partire dal mese di gennaio gli studenti e le famiglie interessate a conoscere i nuovi istituti avranno la possibilità di acquisirne l’offerta formativa, le peculiarità ed il tipo di organizzazione scolastica tramite il portale del ministero dell’Istruzione: il progetto – denominato “La scuola in chiaro” – è stato presentato il 7 dicembre a Roma, presso la sede del Cnr, nel corso del convegno “L’avvio del sistema di valutazione in Italia come fattore di miglioramento e di sviluppo”, alla presenza del ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, del direttore dell’Educazione Ocse, Barbara Ischinger, del direttore Ceri/Ocse Dirk Van Damme e di diversi esperti d’istruzione.

Il Miur, in pratica, metterà a disposizione delle schede sintetiche contenenti informazioni sul corpo insegnante, sul numero delle classi e degli studenti, ma anche aule speciali, laboratori, palestre, numero di computer, lavagne interattive multimediali e via dicendo. “Si tratta – ha spiegato a margine del convegno un portavoce del Ministero – di un’evoluzione del ‘cerca scuola’, il servizio on line che già da qualche tempo consente di rintracciare la scuola più vicina alla propria abitazione”.

I circa 10 mila istituti, inoltre, saranno sensibilizzati dal dicastero di Viale Trastevere per rendere pubblici anche il loro Piano dell’offerta formativa, possibilmente corredato con i dati sugli esiti degli esami, delle prove, sulle assenze, sulla dispersione.

L’iniziativa è stata accolta con soddisfazione dal ministro, che ha sottolineato la diversità tra dati certi e informazioni che gli istituti renderanno solo su base volontaria: “in vista delle prossime scadenze sulle iscrizioni, il Ministero – ha detto Profumo – renderà disponibili i dati in possesso del sistema informativo e lascerà alle scuole, nella loro autonomia, l’inserimento di tutti quei dati relativi ai risultati delle valutazioni degli apprendimenti e dell’offerta formativa”.

In generale, Profumo ha aggiunto che “la valutazione, centrale in ogni processo di cambiamento, non deve essere vista come un atto ‘sanzionatorio’ nei confronti dei docenti, ma in funzione di un miglioramento della qualità della scuola, tramite prove strutturate e standardizzate, che consentano confronti tra i risultati”.

Nel corso del convegno sono stati presentati anche i risultati della sperimentazione sulla valutazione dei docenti, svolta lo scorso anno in 33 istituti del Piemonte, Lombardia e Campania, che (con non poca fatica per reperire “candidati”) ha premiato il 20 per cento degli insegnanti in servizio presso ogni scuola coinvolta: secondo i ricercatori della Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo e Treellle, che hanno svolto l’indagine, il metodo intrapreso dal Miur “non è una bacchetta magica e non è esente da problemi e controindicazioni, ma alla luce delle riflessioni teoriche sulla questione e nei limiti delle evidenze empiriche rilevate, lascia ben sperare e quindi merita di essere considerato, per ora almeno in via sperimentale”.

Il rapporto rivela, inoltre, che “nella maggioranza delle scuole coloro che non rilevano errori nella lista dei premiati sono stati più numerosi di chi invece ha rilevato errori. Questo è accaduto nell`87% delle scuole per i genitori, nel 75% delle scuole per gli studenti e nel 61% delle scuole per i docenti”. L’esperimento, quindi, sostengono le fondazioni, andrebbe replicato anche nell’anno in corso.

da La Tecnica della Scuola 08.12.11

"L’accordo possibile su pensioni e casa", di Francesco Lo Sardo

«Il ministro Michel dice che siamo vicini a un accordo sulle pensioni…», riferisce un deputato del Pdl a un collega della commissione bilancio. «Chi?». «Coso, lì, come si chiama… Martone», spiega il primo. «Ah sì, Martone… ma davvero?». Sono passate da poco le quattordici quando la giornata politica cambia di segno. La notte dei partiti era stata cupa. Pd e Pdl, ieri, s’erano si sono svegliati con l’amaro in bocca. La freddezza con cui nelle loro apparizioni televisive del martedì sera, dietro algide formule di cortesia, Monti e la Fornero, con accenti diversi, erano parsi liquidare ogni possibilità di serie modifiche al decreto salva-Italia, che i due principali partiti della maggioranza concentravano sui nodi casa e pensioni, avevano indispettito non poco Pd e Pdl. Il cambio di rotta annunciato ieri da Michel Martone, viceministro del welfare, approdato a Montecitorio e sbarcato al molo della commissione lavoro, ha fatto capire che le cose, nel corso della mattinata, stavano prendendo tutt’altra piega. I due partiti-pilastro della maggioranza, in poche parole, hanno puntato i piedi: e l’effetto dell’irrigidimento, nel giorno in cui l’Istat stimava il calo dello spread dopo il varo governativo del decreto in ben 19 miliardi di euro di risparmi all’anno, ha avuto immediate conseguenze. Fin dal primo mattino il Pd ha sparato con tutte le sue batterie a sostegno delle richieste di aggiustamenti del decreto su casa e pensioni. Bersani, Bindi, Enrico Letta, Franceschini. Un cannoneggiamento su tre obiettivi strategici: mantenere l’indicizzazione delle pensioni almeno fino alla fascia dei 1440 euro mensili; attenuare lo scalone del rinvio portato fino a sei anni per andare in pensione; aumentare la franchigia sull’Imu della prima casa. «Modifiche condivise con il Pdl e il Terzo Polo», spiegava ieri Letta, coperte da risorse che possono essere reperite – per quel che riguarda le pensioni – attraverso un prelievo più pesante dell’1,5 per cento previsto in decreto per i capitali rientrati grazie allo scudo fiscale. «Così – precisava Franceschini – non si toccheranno i saldi, né l’impostazione strutturale della mano- vra». Altre risorse compensative possono arrivare da un aumento del contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro o da un analogo ma più limitato contributo sulle baby-pensioni. Quanto all’Imu, un’esclusione della franchigia sulle case di lusso potrebbe consentire uno sconto sugli immobili di fascia inferiore.
Su tutto questo, però, niente emendamenti di bandiera bensì proposte: che Monti può accogliere in un maxi-emendamento su cui porre la fiducia in aula, dove il decreto arriva martedì. Il Pdl, che lavora prevalentemente sottotraccia, fa la sua parte. Alfano ripete, in risonanza col Pd, che «la manovra può essere alleggerita sulle pensioni e sulla casa» e che «l’esecutivo deve ascoltare le proposte che vengono dai partiti» assumendosi il compito di farne una sintesi. Il Pdl recalcitra. Ma dietro Alfano c’è sempre Berlusconi che tiene tutti ben imbrigliati o che, per dirla con l’eufemismo del segre- tario del Pdl, «sta “orientando” il partito che sostiene un governo tecnico». Chiudere un accordo con Monti sarà possibile? Pdl e Pd dicono con cortesia, ma non senza fermezza, che «deve» essere possibile. Anche Casini, finora più che scettico sulla possibilità di correzioni alla manovra, ieri ha fatto capire che almeno sulle pensioni una intesa è realizzabile. Un’illusione ottica dei partiti? Non pare. Il Pd è ottimista. Ma lo è anche il Pdl. «Vedrete che ci sarà qualche novità», diceva in serata Gianfranco Polillo. Sottosegretario all’economia, ma anche ex consigliere economico di Cicchitto, ora trait-d’union con Monti e Grilli.

da Europa Quotidiano 08.12.11

"Oltre il beauty contest", di Carlo Cambini e Antonio Sassano

L´idea di regalare frequenze televisive con un “beauty contest” non piace a nessuno. Tantomeno in questi giorni di duri sacrifici per tutti. L´asta che ha assegnato le frequenze banda 800MHz ha rivelato un valore di 50 milioni di euro a MHz e quindi un valore che potrebbe arrivare a 16 miliardi per i 40 canali dedicati alla Tv e di circa 2.4 miliardi per le sei frequenze assegnate con un “concorso di bellezza”. La cessione di questo patrimonio pubblico, a titolo gratuito e per un uso esclusivamente radio-televisivo, sembra davvero un grave errore.
È necessario partire da una premessa: l´orientamento di tutti gli organi di governo dello spettro elettromagnetico (Itu, Fcc, Commissione Europea, Autorità nazionali) è quello di un uso neutrale dello spettro sia in termini di servizi che in termini di tecnologia. Il nostro “beauty contest” viola sia la neutralità del servizio che quella tecnologica. Cinque frequenze sono destinate allo specifico servizio televisivo e alla specifica tecnologia digitale terrestre (Dvb-T). Una è riservata alla tecnologia digitale mobile (Dvb-H) o al futuro Dvb-T2 ed è da sempre tacitamente destinata a Telecom Italia Media, allo scopo di sanare il “vulnus” creato dalla regola: “due reti digitali per ogni tre analogiche”. Regola pensata per Rai e Mediaset (con tre reti) ma che condanna TiMedia ad un rapporto di conversione analogico-digitale del 50% (una sola rete digitale a fronte delle due analogiche in suo possesso), contro il 66% di Rai e Mediaset e il 100% delle altre reti nazionali.
Ma c´è di più. Il “beauty contest” è destinato a una specifica tipologia di operatori: gli operatori televisivi italiani verticalmente integrati. I punteggi infatti favoriscono operatori con forte presenza sul mercato nazionale e in grado di svolgere, al massimo livello qualitativo, sia il ruolo di operatori di rete che quello di fornitori di contenuti. Operatori di rete e fornitori di contenuti “puri” sono stati costretti ad associarsi a priori; e infatti si sono tenuti lontani dalla gara.
A peggiorare questo scenario sono poi intervenute le scelte “tecniche” del ministero nell´assegnazione delle frequenze di tutti i canali dal 61 al 69 alle emittenti locali in ogni regione del Nord, per poi decidere, pochi giorni dopo, che le stesse frequenze appena assegnate dovevano essere “espropriate” a pagamento ai neoassegnatari e messe ad asta per gli operatori mobili.
Tutto questo, oltre ad aumentare le difficoltà di liberazione della banda dell´asta Lte, ha provocato un aumento dell´interferenza e diminuito la qualità di tutte le frequenze del “beauty contest”, tranne due: i canali 55 e 58. Sfortunatamente, il ministero ha deciso di assegnare questi due canali al Lotto B, destinato a Mediaset, Rai e Telecom e precluso a Sky. Quest´ultimo operatore peraltro ritiratosi dal “concorso” a causa delle lungaggini burocratiche, togliendo di fatto dall´assegnazione l´unico vero entrante presente.
Insomma, un “beauty contest” che regala un bene pubblico di altissimo valore, che viola i principi di neutralità del servizio e della tecnologia, che favorisce gli operatori italiani verticalmente integrati e che assegna le frequenze migliori agli operatori “incumbent” e di fatto “cristallizza” il mercato. Soprattutto una gara che non contribuisce a creare le condizioni per un uso razionale dello spettro e non apre il mercato come richiesto dall´Europa per chiudere la procedura di infrazione.
Prima che tutto questo si realizzi e che il nuovo ministro scriva la parola fine a questa lunga storia vorremmo provare a dimostrare che una diversa strada è possibile.
Come primo passo si dovrebbe, in nome della neutralità tecnologica, consentire l´uso con tecnica digitale terrestre (Dvb-T) delle frequenze di “legacy” attualmente vincolate al digitale mobile (in mano a Mediaset e H3G). Simmetricamente, la frequenza a gara nel Lotto C, per la quale ha presentato domanda la sola TiMedia, le potrebbe essere assegnata, risolvendo una parte del contenzioso legale e sanando il “vulnus” di un fattore di conversione analogico-digitale pari a metà di quello garantito alle altre reti nazionali minori. Anche la Rai potrebbe restituire l´attuale “multiplex” Vhf sul canale 11 (destinato al Dvb-T2) e la frequenza extra ottenuta in ogni regione per ottenere, in cambio, uno dei “multiplex” attualmente a gara. Questa scelta aumenterebbe la qualità della copertura del servizio pubblico e libererebbe una frequenza Uhf e una Vhf in ogni regione per l´emittenza locale.
Tutte queste azioni risolverebbero gran parte del contenzioso legale e porterebbero il numero di “multiplex” di Mediaset e Rai a cinque. Esattamente il “cap” previsto dalla Commissione Europea.
I restanti 4 “multiplex” (valore di circa 1.6 miliardi di euro) del “beauty contest” potrebbero essere oggetto di un´asta a rilanci competitivi riservata ad operatori di rete “puri” (ovvero non verticalmente integrati con un fornitore di contenuti) che dovrebbero massimizzare la capacità trasmissiva disponibile e riservarla, per un periodo limitato (5 anni), alle trasmissioni televisive. Due terzi della capacità potrebbero essere riservati ai fornitori di contenuti nuovi entranti sul mercato nazionale mentre il terzo rimanente potrebbe essere destinato alle emittenti locali. Dopo il 2016 si potrebbe consentire un uso più flessibile dello spettro, coerente con l´evoluzione tecnologica.
Un´asta di questo tipo potrebbe essere appetibile per gli operatori di telefonia mobile ma anche per operatori come Tdf, Arqiva, Dmt o Dfree. L´asta potrebbe anche favorire, in modo virtuoso per il sistema, una separazione proprietaria di RaiWay e/o Elettronica Industriale dai rispettivi gruppi. Nessuno sarebbe costretto a separarsi verticalmente, i gruppi verticalmente integrati potrebbero semplicemente non partecipare alla gara e accontentarsi delle frequenze (non poche) già in loro possesso.
Nessuno sarebbe danneggiato da questa soluzione. Rai e Mediaset otterrebbero il massimo di “multiplex” consentiti dalla Commissione Europea. Telecom Italia vedrebbe riconosciuto il suo diritto ad un “multiplex” in più. Le emittenti locali guadagnerebbero due frequenze in ogni regione e fino a 1/3 della capacità trasmissiva dei 4 “multiplex” a gara. Inoltre, con opportuni meccanismi, parte dei proventi della gara potrebbe essere di nuovo destinata a favorire la liberazione dello spettro. Due terzi della capacità trasmissiva andrebbero a nuovi entranti e questi ultimi potrebbero essere fornitori di contenuti “puri” (come Sky) e non dovrebbero preoccuparsi di realizzare e gestire le reti. Gli operatori di rete potrebbero massimizzare, in ogni scenario tecnologico futuro, la capacità trasmissiva per gli utenti (Dvb-T2, Lte ecc.). L´obbligo di separazione verticale (proprietaria) richiesta ai vincitori della gara, condizionerebbe la configurazione del mercato nella restante parte della banda televisiva, preparandola al secondo dividendo digitale. Lo Stato incasserebbe almeno un miliardo di euro.
Insomma, uno scenario “win-win” che dovrebbe convincere tutti ad abbandonare quello “lose-lose” del “beauty contest”. Che ne dice ministro Passera?

da www.lavoce.info