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"Il ministro Profumo alla sua prima uscita", di Antonio Valentino

E Il mondo della scuola? Liberato di una presenza inadeguata e rovinosa a capo del Ministero, è nella necessità – e forse anche nella condizione – di recuperare un suo ruolo positivo e propositivo. Nella sua prima apparizione pubblica (convegno ANP a Fiuggi, dei giorni scorsi), il neo Ministro Profumo ha presentato alcuni orientamenti sulle questioni di politica scolastica che risulteranno probabilmente centrali nella sua azione ministeriale. E questo, ovviamente, se il governo riuscirà a superare i giudizi – finora in gran parte problematici – del Parlamento e dei sindacati e ad arrivare a fine legislatura (Come probabilmente, sarebbe auspicabile, se si guarda allo sfascio degli ultimi tre anni del governo Berlusconi e ai problemi economico-finanziari che il Paese, con l’Europa, si troverà ad affrontare).

Prima di considerare alcuni aspetti del discorso che più anticipano le linee programmatiche del Ministro, vale la pena rimarcare due passaggi che attengono, sì, a questioni di cornice, ma il cui richiamo probabilmente esprime una preoccupazione significativa e speriamo preluda ad un impegno nel merito.

Mi sto riferendo a quella parte dell’intervento dove viene sottolineata la “relazione diretta tra i risultati del rapporto OCSE – PISA sugli apprendimenti e il livello del PIL, quale emerge da numerose indagini internazionali”, e tra “qualità degli apprendimenti, (…) mobilità sociale e ricchezza individuale”. E dove si coglie visibilmente il riferimento al dato molto pesante del rapporto PIL / investimenti nel settore scuola nel nostro paese – che è tra i più bassi nei paesi OCSE (4,8% contro una media del 6,1%) – e al fenomeno di “immobilità sociale” che ci caratterizza. ormai da diversi lustri, e che è anche il portato di un sistema di istruzione e formazione a vari livelli bloccato e inefficace.

Ma le considerazioni che forse prefigurano successive linee programmatiche mi sembrano essere le seguenti:

Una prima, che coglie una esigenza abbastanza diffusa nelle scuole, suona testualemnete così: “In questa fase, non abbiamo bisogno di scrivere sulla carta nuove riforme, né dobbiamo intraprendere opere di ingegneria istituzionale”; c’è bisogno piuttosto di “obiettivi chiari, risorse certe, monitoraggio continuo”, che facciano leva anche sulle “responsabilità” delle scuole autonome.

Parole assolutamente condivisibili, anche se va osservato in proposito che occorre di certo evitare di “scrivere sulla carta” nuove riforme (anche perché non ci sarebbe tempo), ma che sarebbe comunque più che auspicabile che venissero messe in agenda misure di accompagnamento e di sostegno sugli aspetti innovativi e migliorativi dei nuovi ordinamenti, soprattutto del secondo ciclo. Non possono bastare, al riguardo, le Linee guida o le Indicazioni nazionali. Bisognerà pur mettere le scuole nelle condizioni di tradurle positivamente nella pratica didattica, attraverso strumenti appropriati (formazione, socializzazione delle pratiche più significative, supporti metodologici, ambienti adeguati, riconoscimenti). Purtroppo è cultura diffusa di questo nostro strano paese che le innovazioni basti inserirle in provvedimenti legislativi; la costruzione delle condizioni di fattibilità e la rimozione di quanto è di impedimento a soluzioni operative più condivise, sono invece generalmente viste come optional. Speriamo di registrare in proposito una inversione di tendenza.

La seconda considerazione riguarda l’autonomia. A proposito della quale viene rimarcato, nell’intervento, l’orientamento a superare “logiche e pratiche dirigistiche da parte del MIUR”. E’ un buon segnale. Vedremo. Troppe cose storte si sono verificate al riguardo dai tempi della Moratti fino alla gestione Gelmini, certamente la più disastrosa.

Una terza considerazione riguarda la governance interna alle scuole; governance che – dice il ministro – “non identifichi come unici soggetti i dirigenti scolastici e il collegio dei docenti, ma che consenta di individuare e promuovere altre articolazioni dell’organizzazione del lavoro”.

E’ questo un tema che riveste particolare importanza in questo periodo in cui le delicate questioni del dimensionameto (su parametri molto più elevati rispetto al passato) pongono problemi nuovi, e non più rinviabili, di riorganizzazione delle nuove istituzioni autonome e di governace complessiva delle scuole. Non so se il ministro pensa a forme di “middle management”, da garantire attraverso riconoscimenti e investiture formali per figure e organi professionali chiamati a compiti di responsabilità; figure e organi che consentano al DS di focalizzare la sua leadership sulla qualità e lo sviluppo della scuola come servizio e sulla unitarietà di gestione. Comunque, c’è, nelle nostre scuole, la necessità di ripensare e rivitalizzare le figure dei collaboratori del DS e le funzioni strumentali, anche per dare gambe ai dipartimenti che i nuovi ordinamenti enfatizzano, senza però esplicitarne forme e strumenti.

Da sottolineare anche il richiamo, all’interno del discorso dell’autonomia scolastica, ai processi di verifica dei livelli di apprendimento, all’“autovalutazione delle scuole, ma anche alla valutazione esterna”. Ad essi, sembra di capire, si assegna il compito di consentire al ministero e alle scuole “di riflettere sulla reale efficacia del lavoro scolastico”. Sostanzialmente pare di cogliere un approccio soft alla questione e comunque lontano da quello, conflittuale e polemico, che si coglieva nelle posizioni della Gelmini e di Brunetta.

C’è ovviamente dell’altro, anche se l’intervento, almeno dalla lettura, è, nell’insieme, piuttosto sobrio e contenuto.

C’è un accenno alle modalità di finanziamento delle scuole – che “assicurino sin dall’inizio dell’anno risorse certe, tendenzialmente senza vincoli di destinazione” – e alle forme di reclutamento. A quest’ultimo proposito, l’assicurazione, certamente non nuova, è che le soluzioni al riguardo “garantiscano procedure snelle, trasparenti e definite, per permettere una immissione periodica certa, e dare opportunità concrete ai docenti che escono dai nuovi percorsi di formazione universitaria, senza creare nuovo precariato”.

Ai precari di oggi non ci sono accenni. Una omissione, non l’unica ovviamente, che sarebbe grave se non la si rapportasse al fatto che il nuovo ministro è in carica da meno di 20 giorni e che altre, in questo momento, sono le priorità collegiali del nuovo governo.

Così il Mnistro alla sua prima uscita.

E Il mondo della scuola della scuola? Liberato di una presenza inadeguata e rovinosa a capo del Ministero, è nella necessità – e forse anche nella condizione – di recuperare un suo ruolo positivo e propositivo: dar voce nuova al bisogno di una diversa e più profonda consapevolezza del disagio di docenti e studenti, sviluppare consapevolezza dei livelli di incultura diffusa tra i nostri giovani: soprattutto sul frontre delle competenze chiave di cittadinanza che tardano a trovare spazio nelle nostre aule. Consapevolezza – son sufficientemente diffusa – che la democrazia degli incolti e degli incompetenti porta un paese verso un sicuro declino, nel quale soprattutto i deboli sono destinati a soccombere.

Su questi temi – e altri – sono già usciti due primi tempestivi documenti, diversi tra di loro – ma non poteva essere altrimenti – di indicazioni e proposte, precedenti a questo primo discorso del Ministro: quello dell’ANDIS che propone all’attenzione del nuovo ministro sette idee / proposte per ridare slancio alla scuola pubblica e quello della FLC-cgil che, con toni tranquilli e propositivi, dice la sua sulle priorità di questa fase per il mondo della scuola.

C’è da augurarsi che anche altre voci, altrettanto realistiche, chiare ed aperte, si aggiungano a queste. C’è urgente bisogno di un nuovo protagonismo del pianeta scuola.

da ScuolaOggi 08.12.11

"Dare un senso alla rinuncia", di Michela Marzano

Quando si parla di sacrifici non è tanto difficile deciderli quanto saper convincere gli altri che devono farli. Difficile è dare un senso alla rinuncia che viene chiesta. Perché il principio di utilità, che secondo Bentham è l´unico criterio con cui si può giudicare l´adeguatezza dell´azione umana, funziona perfettamente sul piano teorico, ma poi, quando dalla teoria si passa ai fatti, diventa molto meno seducente. Quando si parla di sacrifici, infatti, non è più solo una questione di calcolo razionale o di massimizzazione del bisogno collettivo. La voglia di agire per il bene del proprio paese e delle generazioni future – quello dei propri figli e dei propri nipoti – non può che scontrarsi con la durezza della realtà e con la necessità di mettere tra parentesi il proprio benessere individuale. Il desiderio di agire bene, si infrange inesorabilmente contro la violenza intrinseca del sacrificio. Soprattutto quando il sacrificio non riguarda solo il “superfluo” ma anche il “necessario”. Come si fa a sacrificare il poco, talvolta il “quasi niente”? Si può rinunciare a un beneficio, ottenuto grazie al proprio lavoro, solo perché si deve?
Originariamente, il sacrificio era un´offerta fatta agli dei: seguendo alcune cerimonie, si offrivano alle divinità vittime e doni. Come nel caso di Ifigenia. Ed è sempre nel nome del bene generale, che alcuni utilitaristi contemporanei continuano a giustificare il ricorso al sacrificio. Il filosofo John Harris , di fronte al problema della scarsità di organi da trapiantare, teorizza la possibilità di utilizzare un individuo, sacrificandolo, se questo permette poi di salvarne molti altri. Certo, ormai non si parla più di sacrificio in termini religiosi. E d´altra parte i sacrifici di oggi, dettati dalla crisi, riguardano le singole persone: ognuno dovrebbe “cedere” qualcosa di suo, rinunciare, lavorare di più, ancora. Il problema di fronte al quale ci si trova, allora, non è tanto quello della giustificazione morale del sacrificio. È piuttosto il suo “costo” in termini psicologici e umani. Visto che, nonostante tutto, saranno altri a godersene i frutti. Come fare allora a sopportare questo peso individuale? Solo dando un senso, appunto.
Chiunque abbia un po´ di dimestichezza con la psiche umana e il suo delicato modo di funzionare, sa bene che, oltre all´utilità economica, esiste anche un´utilità psichica. E che, a livello psicologico, la consapevolezza di sacrificarsi per una causa importante ha talvolta il merito di dare un senso alla propria vita. Ecco perché, in termini di economia psichica, anche chi sacrifica qualcosa di sé riceve sempre qualcosa d´altro. Come Babette, nel racconto di Karen Blixen, che sacrifica tutto quello che ha vinto alla lotteria per organizzare una grande festa. Perché l´unica cosa che resta, alla fine della propria vita, è tutto quello che si è donato agli altri, dice Babette. Dietro tanti sacrifici, oltre all´arida utilità economica, c´è anche la nozione di dono. Quando doniamo qualcosa, non possiamo mai essere sicuri che il dono fatto sarà poi ricambiato. La maggior parte delle volte non lo è. Eppure è proprio il dono che permettere alle relazioni interpersonali di esistere e di svilupparsi. Dunque l´unico modo realistico per convincere a sopportare un peso psicologico così grande è quello di entrare in una economia collettiva dove si deve pensare che si sta “regalando” una parte di sé per salvare qualcosa, qualcuno. Il presente, il futuro.

La Repubblica 08.12.11

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“Una storia che ritorna”, di GUIDO CRAINZ

“Oro per la patria” chiese il fascismo agli italiani per sostenere la guerra di aggressione all´Etiopia, e nella “giornata della fede” le donne furono chiamate a donare l´anello nuziale.
Cominciò così il percorso che ci avrebbe portati alla tragedia della seconda guerra mondiale, e la Liberazione vide un Paese piegato e piagato. Un Paese che seppe però trovare la forza per risollevarsi e dare avvio ad una Ricostruzione materiale ed etica. In un quadro di drammatica miseria e di inflazione senza freni la moderazione responsabilmente scelta dal sindacato portò a sacrifici pesanti per i lavoratori ma fu decisiva. Ad essa non corrisposero però altre misure: ad esempio una imposta patrimoniale straordinaria e progressiva, e un cambio della moneta volto a colpire gli arricchimenti occulti. Le avevano proposte con forza le sinistre, che parteciparono al governo sino al 1947, ma vi si opposero la destra conservatrice e i grandi poteri economici e finanziari. E le sinistre furono poi estromesse dal governo nel clima della “guerra fredda”.
Per risollevarci furono certo decisivi gli aiuti americani e il Piano Marshall ma quel clima pesò negativamente. Alimentò un´offensiva anticomunista e antisindacale che aprì la via a licenziamenti massicci, ad uno sfruttamento intenso nelle fabbriche e al mantenimento di salari bassissimi: profonde iniquità sociali segnarono così il nostro sviluppo e contribuirono alla sua interna debolezza. Ebbero radici qui le tensioni che emersero negli anni del “miracolo”, ulteriormente alimentate poi da una dura controffensiva padronale. E destinate inevitabilmente ad esplodere: vennero così l´”autunno caldo” del 1969 e una “conflittualità permanente” che rese più acuta da noi la crisi degli anni settanta. Una crisi aggravata dallo shock petrolifero del 1973, che accentuò la nostra fragilità e mandò in frantumi la più generale illusione di uno “sviluppo senza limiti”.
Negli anni Ottanta rimuovemmo quei nodi e dimenticammo colpevolmente che stavano crescendo ormai “i figli del trilione”, come fu detto: si stava avvicinando infatti a cifre stratosferiche il debito pubblico che gli adulti stavano scaricando sulle loro spalle. E che salì dal 60% del Pil nel 1981 al 120% e oltre dei primi anni Novanta. La crisi internazionale mise allora impietosamente a nudo le nostre responsabilità, ruppe il “patto di finzione” su cui era apparentemente prosperata l´Italia craxiana e ci fece giungere in pessime condizioni alla sfida europea. Una sfida che apparve allora quasi impossibile ma che venne affrontata positivamente grazie al duro sforzo di risanamento iniziato dai governi guidati fra il 1992 e il 1994 da Amato prima e da Ciampi poi. Furono aiutati da sofferte scelte sindacali sul costo del lavoro (e dal coraggio di leader come Bruno Trentin), e furono meno condizionati che in passato dai partiti, travolti dalla bufera di Tangentopoli. Un paradosso, a ben vedere, che avrebbe dovuto imporre una riflessione profonda e una rigenerazione radicale della classe dirigente: così non fu, e ad una parte del Paese il “nuovo” parve identificarsi allora con le illusioni del populismo antipolitico e mediatico.
Il severo risanamento fu proseguito invece dal primo governo Prodi, che ci assicurò l´ingresso in Europa. Forse in qualcosa fu troppo debole: ad esempio nel farci comprendere il significato profondo del progetto che giustificava i sacrifici. Nell´aiutarci a dare corpo e soprattutto anima ad un futuro europeo da costruire. Oggi abbiamo di fronte lo stesso nodo, ulteriormente aggravato.

La Repubblica 123.12.11

"L'ultimo camorrista della scuola siciliana", di Francesco La Licata

La cattura di Michele Zagaria, capo storico della «mafia dei Casalesi» e conosciuto ai più con l’eloquente nomignolo di «Capastorta», può davvero considerarsi una pietra miliare della lotta alla criminalità organizzata. Le stesse modalità dell’arresto (il bunker, la cintura protettiva dei fedelissimi, l’assenza di cellulari intercettabili, l’ostinata presenza nel «suo» territorio, l’ironia del capo che concede ai poliziotti la palma della vittoria), ci consegnano il profilo di una grande operazione per la presa di un grande capo.

Grande, ma anche l’ultimo di una generazioni di criminali che, in Campania, hanno creato un gruppo nuovo e diverso, lontano dalla «cartolina» del guappo «anema e core» e molto più prossimo alla ferrea disciplina della mafia siciliana tutta tesa soprattutto alla concretezza degli affari. Michele Zagaria rappresenta l’ultimo discendente di una camorra cresciuta all’ombra e alla scuola della «migliore» Cosa nostra, quella della mafia di Ciaculli e di Michele Greco il «papa».

Sono ormai decenni che i giornalisti, gli osservatori più accorti sottolineano la particolare pericolosità dei casalesi, giustamente considerati un qualcosa di diverso, di particolare rispetto alla camorra rinchiusa e concentrata nella gestione dell’illegalità diffusa. No, i casalesi – come la mafia siciliana – hanno sempre dimostrato quella attitudine alla corruzione delle istituzioni e delle coscienze di tanti cittadini, specialità che ha consentito a Cosa nostra di assumere la leadership criminale fino a divenire la più potente del mondo.

Le radici non tradiscono: fu il gran capo Antonio Bardellino, socio fondatore della premiata ditta dei casalesi, a inglobare la «famiglia» dentro il redditizio guscio della mafia palermitana dei Greco, dei Bontade e dei Riccobono. Il piatto da spartire era, allora, il contrabbando delle sigarette. Quando cominciarono a prevalere i corleonesi, i fratelli Zaza e Lorenzo Nuvoletta andarono in quella direzione.

Il business delle bionde produceva lauti guadagni, ma i casalesi guardavano oltre. La «scuola siciliana» li portava ad ambire ai grandi affari. E così a furia di investire e intrecciare fortunate amicizie politiche – come dimostra la vicenda ancora aperta dell’on. Nicola Cosentino – si ritrovano oggi, proprio con Zagaria, dentro la realtà dei ricchi appalti che travalicano i confini del proprio territorio per spingersi verso zone erroneamente ritenute immuni dal contagio mafioso, come l’Emilia o la Lombardia.

Sono davvero sorprendenti le affinità del film visto ieri mattina con la moviola delle precedenti catture. Certo, la latitanza di «capastorta» non è stata lunga come quella di Provenzano o di Riina, ma anche le forze dell’ordine e la magistratura di oggi non sono quelle degli Anni Sessanta e Settanta. E’ difficile non accostare Zagaria ai grandi latitanti, tutti uguali nelle regole e nella disciplina: capaci di stare mesi interi segregati in una stanza che scompare in una botola (un meccanismo simile era nella casa di Giovanni Brusca), limitatissimi nei contatti con l’esterno e con gli estranei, sospettosi nell’uso dei cellulari e della tecnologia (Provenzano non li usava, Zagaria dicono usasse schede internazionali sempre diverse). E poi le immancabili immagini sacre e le foto dei propri cari in una cornice a forma di cuore.

Ma attenzione: finisce, come giustamente fa notare il procuratore Piero Grasso, il mito di un imprendibile, non si chiude la battaglia col mostro. L’animale feroce, anzi, può solo diventare più pericoloso perché il nuovo che avanza, anche nelle consorterie criminali, non promette nulla di buono.

La Stampa 08.12.11

"Il bisogno di equità sociale nell´epoca dei sacrifici", di Carlo Galli

La crisi e la manovra del governo impongono scelte radicali. Ma le élites, per essere credibili, non possono aumentare le disuguaglianze. Le situazioni di pericolo eccezionale dovrebbero produrre leadership che sanno condurre la lotta all´esterno e imporre la pace all´interno. Chi è veramente il nemico? Il nostro debito o chi ci specula sopra? La Bce o la politica che ha sempre rinviato la soluzione dei problemi?
Il 13 maggio 1940, alla Camera dei Comuni, il nuovo premier e ministro della Difesa, Winston Churchill, presentando il suo governo e accingendosi a «guidare gli affari di Sua Maestà Britannica» nel momento più duro della storia inglese, disse: «non ho da offrirvi che sangue, sudore, fatica e lacrime. La nostra politica è fare la guerra: nostra mèta, la vittoria». La Camera gli diede unanimemente la fiducia, e anche tutta «la nazione fu unita e piena d´entusiasmo come non mai».
Dopo la battaglia di Canne (216 a. C.) anche un altro impero, quello romano, era stato in pericolo mortale; perduti almeno sessantamila soldati, un console morto in battaglia, il nemico più formidabile di Roma, Annibale, libero di agire nel cuore dell´Italia meridionale. Tuttavia, la città non si perse d´animo. Effettuò gli ultimi sacrifici umani della sua storia per placare gli dei, e il popolo si affidò alla dittatura informale del ceto senatorio. La Roma repubblicana non ebbe allora un leader capace di alta retorica come Churchill, ma un abile attico della guerra di logoramento, Quinto Fabio Massimo. Alla fine, però, Cartagine fu vinta, come Berlino.
Lacrime e sangue, dunque – il dolore per la sconfitta, che però non annienta; la ferita aperta, che però non abbatte –, dicono di un caso d´emergenza, di una necessità che rafforza l´animo di chi la deve fronteggiare. E dicono anche che questa condizione eccezionale di pericolo produce l´emergere di una leadership, individuale o collettiva, per condurre la lotta all´esterno, e per imporre, al tempo stesso, la pace sociale e politica all´interno. Come dopo Canne s´interruppe il confronto fra patrizi e plebei, così nell´imminenza della battaglia di Francia Churchill formò un governo di unità nazionale e non accontentò coloro che chiedevano la testa dei politici conservatori che avevano voluto Monaco, nel settembre del 1938: «se il presente cercasse di erigersi a giudice del passato, perderebbe il futuro», rispose il premier.
Non sempre è andata così: la Francia rivoluzionaria, minacciata nel 1792 dal prussiano Brunswick, risponde con la guerra – la battaglia di Valmy –, ma al tempo stesso con le stragi di settembre, cioè con l´uccisione di qualche migliaio di aristocratici prigionieri. In questo caso, la logica amico-nemico che scatta nelle emergenze – serrare i ranghi per resistere all´ora difficile, e per passare al contrattacco – si manifesta anche all´interno, e non solo verso l´esterno. Una rivoluzione, infatti, contro il nemico che sta davanti alle porte trae forza dalla guerra civile contro il nemico che sta dentro le mura; i sacrifici umani con cui Roma aveva cercato di propiziarsi gli dei diventano atti sacrificali della nuova religione rivoluzionaria. Il sangue e le lacrime non sono solo quelle dei cittadini; anche i nemici del popolo piangono e muoiono, mentre l´esercito sanculotto – formato dalla leva in massa – corre alle frontiere.
Ma quando non si va alla ricerca di un capro espiatorio, “lacrime e sangue” indica una situazione di necessità davanti alla quale tutti sono uniti e tutti sono uguali; senza che le differenze sociali e politiche vengano cancellate, sono tuttavia momentaneamente neutralizzate da una mobilitazione corale dei cittadini, chiamati alle armi per salvare la patria. Se è vero che le categorie di giusto e ingiusto spariscono davanti allo stato d´eccezione, in cui vale solo la logica dell´efficacia e dell´inefficacia, è anche vero che senza l´attenuazione dei privilegi, senza la consapevolezza che tutti sopportano gli stessi rischi e sacrifici, anche la risposta all´emergenza viene indebolita. Nei momenti di crisi, l´equità – il far sì che i piatti della bilancia siano pari, livellati, senza che uno penda a terra, gravato da oneri vessatori e l´altro salga al cielo, libero e leggero da ogni gravame – è una delle condizioni dell´efficacia. Si possono richiamare tutti al coraggio e al sacrificio solo se nessuno fa affari con l´emergenza.
Tutto ciò vale anche ai tempi nostri, anche se la guerra è solo economica e se non è neppure ben chiaro chi sia il nemico: esterno o interno? il nostro debito o chi ci specula sopra? Le logiche severissime su cui si fonda l´euro o quelle speculative dei mercati? La Bce con le sue lettere o la Germania con la sua riluttanza a una politica economica europea centralizzata? La crisi finanziaria nata a Wall Street nel 2008 o, in ultima analisi, noi stessi e la politica, da noi voluta, che ha sempre rinviato la soluzione dei problemi? E vale ancor più nel momento in cui a gestire la cosa pubblica sono chiamati gli esponenti delle ultime élites che il Paese ha a disposizione, le ultime riserve della Repubblica: professori universitari e manager cattolici. Che devono trovare la forza di dare segnali chiari e forti di equità e di lotta ai privilegi; sia perché solo così la manovra può essere condivisa, e quindi sostenibile, sia perché la qualità e la legittimità delle élites – di quelle politiche e di quelle sociali – si rivela proprio quando a esse un Paese si affida, aspettandosi che diano l´esempio. Dopo tutto, non si chiedono sacrifici umani, né guerre civili ideologiche; ma ragionevole uguaglianza nel portare il peso dell´emergenza. Forse le rispettabili lacrime di un ministro equivalgono simbolicamente al gesto d´espiazione delle matrone romane che, dopo Canne, spazzavano i pavimenti dei templi con le loro lunghe chiome sciolte. Ma oggi alle élites si chiedono altri segni, più tangibili, di partecipazione alle lacrime e al sangue di tutti.

La Repubblica 08.12.11

"Editoria, fondi in estinzione Pluralismo in pericolo", di Roberto Monteforte

Cancellato il sostegno alla libertà d’informazione. Le risorse pubbliche saranno destinate a tutte le testate, compresi i grandi gruppi. A rischio sopravvivenza centinaia di giornali, da l’Unità a Il Secolo d’Italia. Pesa e in modo drammatico anche sull’editoria il decreto «Salva Italia» di Mario Monti. Al di là delle esigenze di rigore e di moralizzazione, si annunciano tagli che poco hanno a che fare con l’equità. Che anzi finiranno per mettere seriamente in discussione il pluralismo informativo del nostro paese. Quello che è stato annunciato con l’articolo 29 comma 3 della manovra sarà praticamente la cancellazione dell’editoria di idee, cooperativa, non-profit e politica. Dal 1 ̊ gennaio rischiano di non essere più in edicola testate come l’Unità, Liberazione, Europa, Il Secolo d’Italia, la Padania, il Riformista, Il Manifesto, l’Avvenire, Terra, i settimanali diocesani, periodici come Rassegna sindacale, Salvagente o Conquiste del Lavoro, giornali editi da cooperative e tutti gli altri che sino ad oggi hanno avuto diritto ai finanziamenti «diretti» da parte dello Stato.
I NUOVI CRITERI
Ieri è arrivato secco l’annuncio. In nome del pareggio del bilancio i contributi diretti o meglio quel poco che resta una ventina di euro finiranno con la gestione 2013. Dalla fine del 2014 saranno operativi nuovi criteri per assegnare le risorse. L’altro annuncio è che dal prossimo 1 ̊ gennaio 1012 il governo rivedrà i criteri per l’assegnazione dei finanziamenti «diretti» con l’obiettivo «di risanare» e «selezionare in modo più rigoroso» l’accesso alle risorse. I risparmi saranno destinati nel 2014 «alla ristrutturazione delle aziende, già destinatarie della contribuzione diretta, all’innovazione tecnologica del settore, a contenere l’aumento del costo delle materie prime, all’informatizzazione della rete distributiva». Ma quali resisteranno sino al 2014? Il contributo pubblico sarà destinato a tutti, compresi i grandi gruppi editoriali. Scompare, così, quell’impegno pubblico a tutela del pluralismo e della libertà di informazione per chi non ha alle spalle potentati finanziari ed industriali, richiamato recentemente e in modo autorevole dallo stesso presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
Sono oltre cento le testate che rischiano di morire per mancanza di quel «sostegno» che dovrebbe correggere un mercato nettamente sbilanciato. Rischiano di chiudere testate che esprimono spesso un punto di vista autonomo e critico sulla realtà. La linea del governo Monti pare così allineata con le posizioni della Fieg (la federazione editori) di cui l’attuale sottosegretario con la delega per
l’Editoria, Carlo Malinconico è stato sino a ieri presidente.
Che vi sia un’esigenza di «equità» anche nel mondo dei media lo ha sottolineato con una nota la Fnsi. «La manovra del Governo non ha cancellato le azioni pubbliche che rischiano di portare alla morte presto decine e decine di testate giornalistiche» osserva il sindacato giornalisti. Quale processo di innovazione si può attivare «senza risorse», visto che «nell’attesa centinaia di testate giornalistiche risulterebbero già chiuse, morte per asfissia e con essi cancellati migliaia di posti di lavoro»? «Le banche chiuderanno persino le linee di credito e andare avanti sarà impossibile. «Il Governo non può essere inerte, né limitarsi a registrare il disastro» afferma la Fnsi che indica al governo dove è possibile trovare le risorse «senza incidere sugli attuali capitoli di spesa dello Stato»: «cancellare i regali sulle frequenze tv facendone pagare il giusto valore in un’asta veramente aperta», attingere agli utili delle fondazioni bancarie, definire «un’aliquota di prelievo sulla pubblicità televisiva» per compensare le distorsioni del mercato. Così insiste non si perseguono equità e sviluppo, ma si favoriscono «solo i colossi e le concentrazioni». Parola chiare. Come quelle pronunciate dal segretario Cgil, Fulvio Fammoni che sottolinea come nella manovra ci sia «una pietra tombale sull’editoria». Ci si opporrà. Fammoni annuncia «la mobilitazione di tutto il mondo dell’editoria».

L’Unità 07.12.11

L’informazione nel dopo Berlusconi

Tra curiosità e necessità di una riconversione. Interviste a Stefano Menichini, Claudio Sardo e Antonio Padellaro.
E adesso di che cosa scriviamo? Scomparsa all’improvviso la corte, con i favoriti del giorno, il gran ciambellano, le amanti, dove si trovano le notizie? Chi sono i personaggi da inseguire? Dopo oltre tre lustri di egemonia culturale e politica, l’improvviso cambiamento dello scenario politico ha lasciato giornalisti politici e redazioni in apnea. In una settimana sono cambiati interlocutori, temi (adesso i contenuti della manovra, prima le beghe tra i favoriti del sovrano), comportamenti, perfino il linguaggio. E c’è voluto uno sforzo di riconversione. Il berlusconismo prevedeva il trionfo dell’immagine rispetto alla realtà, del gossip rispetto alla ricerca. All’improvviso è cambiato tutto.

I primi ad accorgersene sono stati i cronisti dei quotidiani e delle agenzie in Transatlantico. I primi giorni del dopo Berlusconi vagolavano da un capo all’altro non sapendo ancora bene come fare. Ma soprattutto si sono dovuti porre il problema quei quotidiani che per anni hanno, per convinzione, per collocazione politica, ma anche per collocazione sul mercato editoriale, lottato contro Berlusconi e il berlusconismo. A cominciare dai quotidiani che fanno riferimento al PD, come l’Unità ed Europa, ma parlando anche del fenomeno editoriale degli ultimi anni, nato proprio sull’onda dell’antiberlusconismo, Il Fatto Quotidiano. Per non parlare del cambiamento al quale si dovranno abituare i grandi magazine esteri, che in questi anni hanno giocato diverse copertine sul folkrore italiano e sulla figura di Berlusconi, per attaccare l’Italia e sminuirne ruolo e importanza.

Il sito del Partito democratico e YouDem proprio per questa ragione hanno intervistato i tre direttori dei quotidiani: per capire come pensano di impostare il futuro e il rapporto con la politica e con i lettori, sulla base di questo cambiamento di orizzonte.
Non che il declino del berlusconismo sia arrivato all’improvviso. E’ già cominciato da tempo, lo abbiamo visto progressivamente crescere con le manifestazioni di piazza, colorate, pacifiche ma anche molto partecipate, che hanno segnalato la rinascita di un desiderio di partecipazione e di cambiamento che sembrava finito in soffitta. Manifestazioni nate dall’orgoglio ferito di una società civile intimamente umiliata nei valori più basilari e defraudata di diritti che pensava di aver conquistato e consolidato negli anni delle grandi lotte. Onde di indignazione contro il sessismo inteso come uso e abuso del corpo della donna.

Centinaia di migliaia di cittadini senza bandiere, senza schieramenti, ormai saturi della pressione martellante e sibillina esercitata attraverso ogni mezzo di comunicazione possibile da un governo dell’apparenza. Stanchi del governo dei falsi proclami, delle promesse mancate, dell’esaltazione del futile, che ha cullato per quasi un ventennio intere generazioni nell’illusione che tutto andasse bene, esaltando il culto dell’”io” a scapito del “noi”. Questo era il messaggio sotteso in ogni dove: la collettività concepita come un fardello da cui fuggire, perché è giusto coltivare e difendere il proprio orticello con qualsiasi mezzo, l’altro non conta. “Silvio Berlusconi ha attinto direttamente con rozzezza agli istinti della società senza fare nessuna mediazione”, ha detto D’Alema in un’intervista, dopo la caduta del governo. Anzi, il vicino è addirittura percepito come un nemico da temere ed emarginare se è “diverso”, nel colore, nell’estrazione sociale, per le scelte sessuali o religiose, per la nascita o la provenienza geografica: tra il Nord e il Sud del mondo, tra il Nord e il Sud dell’Italia.

www.partitodemocratico.it

"Il Pd aveva presentato al premier un dettagliato piano di undici punti sul tema specifico", di Bianca Di Giovanni

Appena tre misure, per di più blande o inefficaci, e in alcuni casi infilate all’ultimo minuto. Questa la «mini-cura» antievasione proposta dalla squadra Monti, che tuttavia chiede sacrifici «per salvare l’Italia». Non si sa cosa dicono nell’Ue dei record di infedeltà fiscale: pare che a Bruxelles preferiscano parlare di pensioni (almeno così raccontano).
Così alla fine, come al solito, il Belpaese si salverà grazie agli onesti, che spesso si concentrano tra i meno abbienti e in quello sterminato ceto medio che sta diventando sempre più povero.
Tracciabilità dei pagamenti a mille euro, regime premiale per gli autonomi che accettano di essere «radiografati» dall’amministrazione, e comunicazione degli operatori finanziari (banche e simili) alle agenzie delle entrate dei movimenti dei loro clienti. Questa la lista degli interventi. L’ultimo punto è entrato in zona Cesarini nel testo finale solo dopo un poderoso pressing del Pd. Peccato che non sia entrato nella versione che i Democratici volevano. Su questo fronte c’è stato un braccio di ferro: Pier Luigi Bersani ha incontrato Mario Monti e ha messo sulla sua scrivania 11 punti da inserire. Ma di tutto questo non si è visto nulla. Almeno finora. Le tre misure, comunque, non funzioneranno. Lo sanno i tecnici e anche i professori. Difficile che la tracciabilità possa far emergere base imponibile, non soltanto per la soglia troppo alta (quante spese di mille euro fa in un anno una famiglia?). Il vero handicap sta nel fatto che chi non rispetta la regola va «pizzicato». Chi potrà davvero controllare questi pagamenti? Si sarebbe potuto imporre pagamenti elettronici ai professionisti con conti dedicati, o per gli affitti. Di questo neanche l’ombra.
COMUNICAZIONE
Quanto alla comunicazione dei movimenti finanziari all’anagrafe tributaria, anche in questo caso c’è un limite che depotenzia la norma. In tutti gli altri Paesi (a proposito di adeguamento agli standard europei) l’amministrazione fiscale può ordinariamente conoscere tali movimenti, cosa che non viene ritenuta un attacco al segreto bancario né alla privacy in nome del principio superiore della compliance alle regole della convivenza civile. Da noi, invece, lo si può fare solo con una procedura complicata, tanto che nel 2010 sono stati effettuati appena 9.300 controlli su 42 milioni di contribuenti. La manovra Monti non migliora le cose, e mantiene il vincolo dell’accesso solo in caso di apertura di un accertamento. La norma sul regime premiale, poi, non comporterà alcun maggior gettito ma solo più spese. Quello che più colpisce in questo caso è che si premiano i cittadini che si concedono benefici (sia fiscali che in termini di servizi, anche costosi) a cittadini che semplicemente
fanno il loro dovere: cioè pagare le tasse sui loro redditi. Il retropensiero è pericolosamente in linea con quanto il centrodestra berlusconiano ha predicato negli ultimi 15 anni: evadere a volte è necessario. Esattamente il contrario di quello che l’Italia dovrebbe sostenere per restare a pieno titolo tra i Grandi d’Europa. Si dirà: il testo aiuta le partite Iva e le ditte individuali ad avere un rapporto più friendly con il fisco. Si affidano all’amministrazione, che cura tutte le loro questioni fiscali (si evita così il commercialista) e in cambio avranno uno sconto. Il risultato sarà che aderiranno gli onesti, si dovranno pagare i servizi, si rinuncerà a una parte di gettito e i disonesti continueranno ad evadere. Semplice. L’unico effetto positivo sarà che si potranno concentrare i controlli su chi non aderisce. Per aiutare i piccoli, comunque, si poteva reintrodurre il prelievo fisso del 20% inserito dal governo Prodi.
Un bilancio davvero misero quello della lotta all’evasione. Si sarebbe potuto fare molto meglio. Non solo l’elenco clienti-fornitori, oggi anche poco costoso visti gli strumenti informatici. Non solo l’accordo con la Svizzera con un prelievo del 20% su tutti i depositi italiani nella Confederazione. Gli esperti della materia hanno sviluppato strumenti molto raffinati, che in questa fase di emergenza avrebbero potuto essere applicati. Sul sito fiscoequo.it Oreste Saccone, ad esempio, propone 7 obiettivi che costituiscono un vero piano sistematico di controlli. Tra le proposte, anche dati incrociati tra Agenzie delle entrate e Inps, banche, o accertamenti specifici sui dati Isee. Senza contare il recupero dell’Iva, l’imposta più evasa, superando i semplici accertamenti sintetici (solo sul reddito non giustificato dall’attività dichiarata). Le antenne del fisco, poi, dovrebbero finalmente intercettare le migliaia di case fantasma, ancora ignorate dal catasto, su cui nessuno pagherà l’Ici.

l’Unità 7.12.11

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Ancora cortesie con i soliti furbi «Tracciati» gli onesti, di Vincenzo Visco

C’è continuità con il sistema Berlusconi. La deterrenza si ottiene se i contribuenti sanno che il fisco può conoscere le loro attività. Di questo nella manovra non c’è traccia. Nel programma del nuovo governo la lotta all’ evasione fiscale sembrava essere un punto centrale, caratterizzante. Guardando i provvedimenti effettivamente varati, così non sembra, così non è.
Quello che emerge è una sostanziale continuità con l’approccio seguito dal governo Berlusconi che, pur avendo fatto poco, era riuscito a convincere molti di aver realizzato successi strepitosi nella lotta all’evasione.
Si è parlato di 35 miliardi di gettito recuperato in un solo anno dall’ amministrazione. È stato tuttavia dimostrato che facendo bene i conti ed evitando di manipolare i dati, il presumibile recupero effettivo si riduce a circa 1,5 miliardi. A ben vedere l’unico risultato tangibile ottenuto dal precedente governo e dall’attuale amministrazione è stata la riduzione delle compensazioni Iva (6 miliardi) recuperando e rendendo più incisiva una norma già introdotta dal governo Prodi e subito abrogata da Berlusconi. In altre parole, la strategia seguita, basata prevalentemente sulle verifiche e sui controlli delle dichiarazioni, appare chiaramente insufficiente. Ciò è inevitabile se si continua a ritenere che l’evasione si combatte essenzialmente ex-post, con gli accertamenti (magari induttivi come quelli basati sul redditometro), e non anche ex-ante, con la de-
terrenza e la promozione sistematica dell’adempimento spontaneo, strategia seguita con successo negli unici due periodi in cui l’evasione si è effettivamente ridotta nel nostro paese, quelli tra il 1996 e il 2000 e tra il 2006 e il 2008).
La deterrenza si ottiene se i contribuenti sono consapevoli del fatto che il fisco può essere portato a conoscenza delle loro attività o dei loro guadagni da parti terze: questo e non altro è il significato del termine «tracciabilità» che riguarda essenzialmente la conoscenza delle transazioni effettuate. Nel dibattito corrente il termine «tracciabilità» viene spesso identificato con la riduzione dell’uso del contante. Non è così. La riduzione dell’uso del contante è sicuramente un obiettivo strategico nel contrasto all’evasione, va però perseguito non già fissando soglie generali, ma diffondendo l’uso di strumenti di pagamento elettronico anche, e direi soprattutto, per le piccole (e minime) transazioni (cosiddetto «borsellino elettronico») come avviene in Francia, Belgio e via dicendo. E individuando settori e pagamenti in cui si può imporre il ricorso a ritenute o si può imporre il divieto dell’uso del contante, come fu fatto per esempio dal governo Prodi per quanto riguarda i compensi dei professionisti.
Tracciabili sono anche i rapporti che prevedono il ricorso a ritenute che andrebbero generalizzate. A quanto è dato di sapere nella manovra vi sono (forse) alcune norme volte a incentivare i pagamenti elettronici ed è prevista la riduzione a mille euro dell’uso del contante, norma che risulterà di scarsa utilità pratica dal momento che potrà essere facilmente elusa e ha poco a che vedere con la «tracciabilità» ai fini fiscali. In altre parole, non bisogna confondere l’evasione fiscale con il riciclaggio.
Vi è poi una norma veramente singolare che a qualcuno potrebbe apparire addirittura provocatoria: si prevede, cioè un incentivo per quei lavoratori autonomi e piccole imprese che accettano un tutoraggio diretto dei loro conti e attività da parte delle amministrazioni finanziarie che prevede anche l’uso di strumenti elettronici di pagamento e fatturazione; in sostanza un incentivo a essere «onesti». Con il risultato che solo chi già paga le tasse perché già si trova nella condizione tecniche per non poter evadere aderirà (monomandatari, lavoratori precari con ritenuta d’acconto, eccetera), e quindi si verificherà una situazione paradossale per cui gli «onesti» saranno «tracciati» e i «disonesti» resteranno fuori dalla possibilità di controllo del fisco. Né si capisce perché mentre un lavoratore dipendente è costretto a essere «onesto», e cioè pagare fino all’ultimo euro (ritenuta alla fonte), un autonomo debba invece essere «incentivato».
Uno strumento di deterrenza-controllo molto importante è l’elenco clienti-fornitori (fonte fondamentale di third party information). Sollecitato in proposito, il governo ha sostenuto che reintrodurre questa misura, soppressa dall’esecutivo Berlusconi, ma che aveva dato risultati molto rilevanti nel breve periodo in cui era stata in vigore, era inutile perché è già prevista l’applicazione della fatturazione elettronica. Chi scrive ha varato le norme che hanno introdotto la fatturazione elettronica in Italia, ma ha anche introdotto l’elenco clienti-fornitori (previsto in via temporanea) nella consapevolezza che prima che la fatturazione elettronica possa andare
a regime potranno passare anche dieci anni, e che d’altra parte sarebbe pericoloso collegare fin dall’inizio il nuovo strumento all’attività del fisco.
Nel suo intervento alle Camere sul programma di governo il presidente Monti aveva indicato la necessità di pervenire alla conoscenza dello stato patrimoniale di ciascun contribuente: in proposito alcuni mesi fa Guido Tabellini e altri avevano proposto di prevedere una dichiarazione apposita. Tuttavia sarebbe inutile costringere i contribuenti a compilare una ulteriore dichiarazione la cui veridicità dovrebbe poi essere verificata (presso le banche). Più semplice sarebbe (stato) chiedere direttamente alle banche di inviare al fisco le consistenze iniziali, finali e medie dei conti gestiti e l’importo complessivo delle operazioni, così come avviene in Francia e in altri paesi, in modo da poter ricostruire, utilizzando anche i dati del catasto, la situazione patrimoniale complessiva di ciascuno.
Sfortunatamente i buoni propositi sono rimasti tali e la pubblicazione dello stato patrimoniale è stata limitata esclusivamente ai ministri!
Altre misure di «tracciabilità» potrebbero essere indicate. Purtroppo il governo ha rinunciato (rifiutato) a percorrere coerentemente questa via, impopolare forse, ma sicuramente efficace, e cioè di creare una rete di informazioni, generalizzata, omnicomprensiva, poco costosa perché si tratta di informazioni già disponibili e accessibili, in grado di fornire deterrenza ex ante e strumenti per l’accertamento ex post. Confermando invece una strategia perdente perché reticente e perché non affronta alla radice il problema dell’evasione di massa nel nostro Paese. Quasi che fosse più facile e meno impopolare bloccare l’indicizzazione delle pensioni piuttosto che aggredire evasione ed evasori.

L’Unità 07.12.11