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Minzolini a processo per peculato "In 14 mesi spesi 65 mila euro", di Elsa Vinci

«Sessantacinquemila euro di spese non giustificate». Il direttore del Tg1, Augusto Minzolini, è stato rinviato a giudizio per peculato, ovvero conti di ristorante pagati per 14 mesi con la carta di credito Rai . «Senza indicare né i motivi di lavoro né gli ospiti». Il giornalista ha già restituito la somma in questione. In udienza ha detto di non «aver avuto la percezione di commettere un illecito», ma la procura ha sottolineato «l´uso disinvolto del denaro altrui». Il gup, Francesco Patrone, ha fissato l´inizio del processo l´8 marzo 2012 davanti al tribunale di Roma. La Rai ha annunciato la costituzione di parte civile. Cioè chiederà il risarcimento «per il danno di immagine». Pd, Italia dei valori e Fli sollecitano le dimissioni. Il comitato di redazione del Tg1 va all´attacco, chiede al direttore un passo indietro e all´azienda una nuova nomina «autorevole».
«Vogliono farmi fuori», sbotta Minzolini appena fuori dall´aula. «Per due anni nessuno mi ha contestato nulla. Poi improvvisamente, due settimane prima del voto di fiducia al Senato del 14 dicembre dell´anno scorso, quando si aspettava la caduta di Berlusconi, è scoppiato il caso. Quella carta di credito mi era stata concessa perché assumendo la direzione in Rai, dovevo lasciare una collaborazione con un settimanale. Infatti ora che ho restituito la carta sono tornato a scrivere per Panorama. Per me quelle spese erano per l´esclusiva che mi era stata richiesta». Il gup lo ha prosciolto dalle accuse relative a trasferte e soggiorni anche all´estero. Minzolini si infiamma: «Sfido chiunque. Non c´è un direttore in Italia che sulle note spese indichi il nome degli ospiti nei pranzi di lavoro». Ma per il giudice la carta Rai non è un benefit di cui disporre liberamente. Ed è proprio su questo che Minzolini se la prende con il suo ex direttore generale. «Mauro Masi è un pusillanime», dice.
Esiste un carteggio tra il direttore del Tg1 e l´ex dg della Rai. Masi ha scritto a Minzolini ma anche al consigliere Rizzo Nervo che chiedeva spiegazioni: «La carta aziendale è da considerarsi solo una facility». E al procuratore aggiunto Alberto Caperna, che ha condotto l´inchiesta, l´ex dg ha spiegato che, appunto, «quei 65 mila euro dovevano essere giustificati». Sicuramente da quando è in vigore la circolare Cattaneo del 2003.
«Ho verificato personalmente che i miei predecessori non hanno mai fatto nomi in nota spese – dice Minzolini – Ma la cosa che più non sopporto è che vengano utilizzati strumenti del genere per raggiungere l´obiettivo. Viviamo in una società di trogloditi». Di Pietro, che lo aveva denunciato, lo invita a «dimettersi e a lasciar lavorare la magistratura». Il Pdl fa scudo, parla di «tentata eliminazione del direttore del Tg1 per via giudiziaria». Solidarietà da Alfano e Cicchitto. «Non so quanti avrebbero restituito i soldi come me», insiste l´imputato. I suoi legali, Franco Coppi e Carlo Pandiscia, affermano che «la Corte dei conti ha archiviato l´indagine». Ma Pd e Fli sollecitano «l´intervento tempestivo» del cda e della direzione generale della Rai. «Un direttore che perde milioni di telespettatori verrebbe sollevato – dice Fabrizio Mori, capogruppo dei democratici in commissione di Vigilanza – Persino in assenza di processi per reati odiosi come il peculato».

La Repubblica 07.12.11

"Salvare l'euro ora o mai più", di Antonio Polito

Forse un giorno questo dolore ci sarà utile. Non perché possa bastare l’austerità o perché la salvezza dell’Italia dipenda da quanto sudore e lacrime verseremo: più dei nostri compiti a casa, a decidere sarà l’esame di maturità che aspetta l’Europa tra domani e venerdì. Ciò che ha fatto il governo Monti è però una precondizione perché tre giocatori ben più decisivi, la signora Merkel, il signor Draghi e il signor Mercato, possano fare ciò che devono. L’Europa è chiamata al suo «momento Hamilton», chiedono a gran voce gli investitori. Il riferimento è al primo segretario al Tesoro dei neonati Stati Uniti d’America, leader dei «federalisti»: dopo una battaglia durata sei mesi riuscì a risolvere la crisi del debito pubblico facendo assumere al governo federale anche quello dei singoli Stati. Però anche allora c’era chi resisteva. Gli Stati-formica, più forti e meno indebitati, erano riluttanti a farsi tassare per ripagare i debiti degli Stati-cicala. Ci volle una contropartita. In cambio dei voti degli Stati virtuosi del Sud, Hamilton accettò che la capitale fosse spostata al Meridione, sul confine tra la Virginia e il Maryland: fu così, per una crisi del debito pubblico, che nacque Washington.
L’Europa non raggiungerà venerdì un compromesso simile, impossibile in un’Unione in cui si parlano 27 lingue diverse e i nostri padri si sparavano ancora addosso 66 anni fa. D’altra parte, se consideriamo che la capitale è in Belgio, il presidente della Commissione viene dal Portogallo e quello della Bce dall’Italia, bisogna ammettere che gli Stati-cicala in Europa non hanno finora ceduto molto. Ma la contropartita ora c’è, secondo l’intesa raggiunta da Merkel e Sarkozy: l’estensione di una ferrea disciplina di bilancio tedesca all’intera eurozona, con sanzioni automatiche e definitive per chi non è diligente nel praticarla, e l’obbligo del pareggio di bilancio scritto in Costituzione per ogni Paese membro.
Questo la Merkel chiama «fiscal union», unione fiscale, e cioè di bilancio; ed è ciò che Draghi aveva chiesto come «fiscal compact», patto fiscale. Avendolo ottenuto, tutti scommettono che ora la Bce romperà gli indugi e farà capire ai mercati che, in nome della «stabilità finanziaria», intende usare il suo immane arsenale per garantire liquidità a banche e governi. Dal canto suo, venerdì la signora Merkel darà il via al processo di revisione dei Trattati, che per i Paesi dell’eurozona sarà un prendere o lasciare, e che forse un giorno porterà davvero l’Europa a mettere in comune, oltre che la moneta, anche i debiti, visto che per ora gli eurobond restano un tabù per la Costituzione di Berlino. Ne uscirà dunque sicuramente un’Europa più tedesca; ma, d’altra parte, c’è alternativa? Anche chi in Italia, come la Lega, ha accusato fino a ieri Draghi e Monti di essere gli agenti della Germania, ora offre addirittura la Padania all’annessione della Germania, con Tremonti nel ruolo di ambasciatore.
Resta da vedere che cosa farà il signor Mercato. Stavolta ha voglia di fidarsi. Se già sta allentando il nodo scorsoio dei tassi di interesse sull’Italia, vuol dire che funziona il patto segreto raggiunto a Strasburgo, quando la Merkel garantì a Monti, in cambio dei «compiti a casa», che la Germania non avrebbe più protestato contro gli interventi da parte della Banca centrale. Ci sono del resto molte cose in Europa che si possono fare ma non si possono dire, e così sarà anche venerdì.
Ma questo è il «grande piano» che si sta definendo in queste ore e di cui Tim Geithner, inviato da Obama, verrà a controllare la corretta esecuzione. E anche se il diavolo è nei dettagli, e si tratta ormai del terzo o quarto «grande piano» che si cucina in Europa da quando è esplosa la crisi greca, e ognuno dei precedenti ha fallito, stavolta c’è una grossa novità. Capovolgendo la sciagurata intesa franco-tedesca di un anno fa a Deauville, la Germania ha rinunciato alla sua ossessione luterana secondo la quale anche i prestatori privati devono pagare il loro prezzo per salvare un Paese insolvibile, poi applicata al caso greco. Fu quell’haircut a mettere in fuga gli investitori e a convincerli che era pericoloso possedere titoli italiani e spagnoli. Questo ripensamento è solo un surrogato del «momento Hamilton»; ma è un modo di promettere che l’Europa ripagherà tutti i suoi debiti. Se il signor Mercato ci crede, allora anche il nostro dolore ci sarà stato utile.

Il Corriere della Sera 07.12.11

"Se la corruzione si insinua in magistratura", di Vladimiro Zagrebelsky

L’ arresto di un giudice e la condanna in un non lontano passato di qualche altro sono per fortuna eventi rarissimi. Si può immaginare che esista un numero oscuro di casi di corruzione che rimangono nascosti, ma si tratta comunque di fenomeno estremamente limitato. Tuttavia è necessaria una riflessione che vada oltre i commenti sulla capacità delle organizzazioni mafiose di infiltrarsi nelle istituzioni e sulla potenza del denaro. Occorre una riflessione sulla magistratura. Naturalmente ciò riguarda anche i parlamentari, le articolazioni governative, gli enti locali, l’amministrazione pubblica, gli organi di polizia, ecc., ma per la magistratura l’urgenza e la gravità delle questioni che si pongono sono di speciale forza.

Il ruolo assegnato dalla legge ai magistrati e la larga discrezionalità loro riconosciuta nell’esercitarlo spiegano perché da essi, ancor più che da altri, si richieda personale indiscutibile integrità; oltre i confini di ciò che è normale chiedere a chi esercita altre, pur importanti, funzioni. E forte è il rilievo che assumono anche le sole apparenze, così come è sempre sottolineato da chi si occupa di etica delle professioni giudiziarie, dagli organi disciplinari e dalla stessa Corte europea dei diritti dell’uomo. I cittadini possono forse accettare l’errore dell’uomo magistrato ma non l’inquinamento di una giustizia che, anche oltre ciò che è realistico, sono portati a pensare con la G maiuscola.

Interrogarsi allora partendo dal versante di chi corrompe, non è sufficiente. Occorre anche chiedersi come sia possibile che anche all’interno della magistratura si insinui la corruzione, la pressione indebita, il favoritismo. Intendo con ciò dire che esiste un problema per la magistratura nel suo complesso.

È difficile credere che episodi di corruzione siano nella magistratura più frequenti ora che nei tempi andati (la corruzione ha tante forme). Ma quel che mi pare proprio del tempo presente è la rivendicazione da parte di molti magistrati del diritto (o addirittura del dovere) di vivere da persona tra le persone, da privato tra i privati, come tutti, senza limiti particolari, appena usciti dal tribunale. Pretesa più che discutibile, anche senza cadere in un elitarismo codino, che celebri la separatezza. Ma quella pretesa e la sua messa in pratica nello stile di vita hanno molte implicazioni. Modifica la percezione di ciò che è normalmente lecito o innocuo, ma è inopportuno o addirittura illecito per il magistrato. E rende difficile, dall’esterno, valutare il senso di certi comportamenti, di certe frequentazioni e di certi rapporti confidenziali.

Accade – è accaduto – che l’esplodere di uno scandalo coinvolgente magistrati inneschi nei loro colleghi sentimenti vari, tra cui non c’è la sorpresa. Ma in altri casi è la sorpresa, l’incredulità che prevale. L’una e l’altra situazione richiede riflessione e risposta a domande. Perché, se tra colleghi non ci si sorprende troppo se un’indagine per corruzione tocca un magistrato, non si sono attivati anticorpi per una preventiva difesa dell’istituzione? Perché, invece, se tutti cadono dalle nuvole, la vigilanza dei capi degli uffici giudiziari non si è attivata o è stata inefficace?

Nel primo caso giocano diversi fattori. Uno spirito malinteso di colleganza, una solidarietà di gruppo (i panni sporchi si lavano in famiglia: famiglia, nei molti significati del termine). E il richiamo alla presunzione di innocenza. Questa vale solo per la responsabilità penale, ma tende ora ad estendersi ad ogni genere di condotta incompatibile con i doveri che incombono in conseguenza del ruolo svolto nella società. Gli indizi che giustificano un sospetto sono quindi ignorati (o al più fanno oggetto di pettegolezzo). La pigrizia nel sollevare tra colleghi (ma qui vanno anche ricordati gli avvocati, la cui vita professionale è strettamente legata a quella dei magistrati) una questione spesso imbarazzante e difficile, viene così giustificata col richiamo a un nobile principio: la presunzione di innocenza. Che però c’entra ben poco e finisce con il legittimare silenzi, tolleranze, oggettive connivenze. Ne risulta un danno per l’istituzione giudiziaria nel suo complesso e per la sua credibilità di fronte ai cittadini.

Il secondo caso apparentemente è più semplice. Se nessuno sapeva niente, cosa si poteva fare? Ma la questione appunto riguarda la mancanza di vigilanza interna, quella sociale tra colleghi e quella formalmente prevista da parte dei capi degli uffici. Questi sono spesso ritrosi ad esercitare una funzione di vigilanza non facile. Tra una vigilanza con metodi di polizia e il tener gli occhi chiusi per viver tranquilli c’è di mezzo la funzione attenta e sollecita che consente di raccogliere i segnali, non accontentarsene, riconoscere ciò che vien fatto correre per denigrare il giudice scrupoloso e approfondire invece quel che appare serio. Perché il fatto che nessuno sapesse niente delle frequentazioni e della vita «privata» del magistrato che si scopre corrotto o a rischio di corruzione, non chiude il discorso. Ne apre invece uno diverso. La magistratura dovrebbe chiarire e sanzionare le inerzie di chi avrebbe dovuto vigilare e conoscere.

La Stampa 07.12.11

"Dopo il rigore ora una svolta culturale", di Luigi Zingales

Dopo le prime tre settimane è venuto il momento di tirare i primi (provvisori) bilanci sul Governo Monti. Nei rapporti con i nostri partner europei, Monti ha conseguito un istantaneo successo. La sua esperienza e competenza lo collocano una spanna sopra Sarkozy e la Merkel. Il suo programma di austerità, pur con luci ed ombre, è coraggioso. Rappresenta il massimo di rigore fiscale che il nostro Paese può sostenere (e forse anche di più).

Il vero tallone d’Achille riguarda quello che io considero l’obiettivo principale: una riforma culturale. Può sembrare strano che un economista anteponga la riforma culturale a quella fiscale. Ma proprio perché economista mi rendo conto che il rigore fiscale è condizione necessaria ma non sufficiente per salvare l’Italia.

Il vero problema dell’Italia è la mancanza di crescita e alla base di questa mancata crescita ci sono due cause: la peggiocrazia e la conseguente mancanza di fiducia che questa genera. La peggiocrazia non è solo mancanza di merito nelle nomine, ma anche mancanza di rigore logico e morale nelle scelte. I balzelli casuali (vedi tassa sui depositi del Governo Amato) o i condoni periodici alla Tremonti distruggono il rapporto fiduciario tra Governo e cittadini. La sola parvenza del conflitto di interessi mette in dubbio la legittimità delle scelte. Affinché noi italiani cominciamo a sentirci cittadini e non sudditi, le scelte del Governo devono essere giustificate, devono seguire un rigore logico e morale. Il seguirlo crea fiducia, aumenta il consenso, riduce l’incertezza, e aumenta il desiderio di investire in questo Paese.

Nel nominare Monti il presidente della Repubblica Napolitano ha dato inizio a questo processo di riforma culturale. Monti non è stato scelto per logiche politiche ma per competenza: non solo la sua conoscenza tecnica, ma il buon lavoro svolto da commissario europeo.

Inizialmente, Monti aveva proseguito su questa strada. Nel suo complesso la scelta dei ministri è stata basata sui principi di competenza e integrità. Il migliore esempio sono le donne ministro. Non nominate per soddisfare una quota rosa o per retribuire ex amanti, ma perché rappresentano il meglio che il Paese può offrire nei rispettivi campi. Vorrei che le imprese seguissero quest’esempio.

La riforma delle pensioni proposta dal ministro Fornero, un’autorità in materia e di gran lunga il miglior ministro, va nella stessa direzione. Al sistema retributivo, che premia le categorie più influenti politicamente, si sostituisce il principio contributivo, che eroga pensioni in proporzioni ai contributi versati. Non è solo una buona regola di finanza pubblica, è anche un buon principio morale.
Purtroppo dopo questo inizio promettente, il Governo Monti ha fatto alcuni passi falsi. Il primo è stata Finmeccanica. È vero, Guarguaglini si è dimesso. Ma ad essere revocato doveva essere l’intero consiglio che aveva rinominato Guarguaglini quando le notizie degli scandali già circolavano e che gli aveva offerto un paracadute milionario. Un nuovo consiglio avrebbe potuto impugnare senza timori il paracadute e far luce su tutte le dubbie vicende che circondano la società. Per cambiare la cultura di questo Paese è necessario estirpare il sottobosco politico. La crisi al vertice di Finmeccanica rappresentava un’opportunità per farlo, dato che il Governo controlla Finmeccanica. Monti ha sprecato questa opportunità.

Il secondo passo falso è stato il blocco dell’indicizzazione delle pensioni. Non bisogna essere Freud per capire che il pianto del ministro Fornero rifletteva il dolore per aver dovuto accettare una decisione ingiusta, contraria ai suoi principi. Si tratta della più iniqua delle imposte, che lascerà un segno nella mancanza di fiducia della gente.

Il terzo passo falso riguarda la partecipazione a un programma televisivo per presentare le sue riforme. È apprezzabile il desiderio di Monti di spiegare le sue proposte alla gente. Se ha bisogno di prime time, faccia – come tutti i presidenti del mondo – una conferenza stampa in diretta all’ora giusta. Presidente, sappia che è un errore andare da Vespa, non importa se prima o dopo essere andato in Parlamento.

Ma il più grosso passo falso è l’autorità che il decreto concede al Governo di garantire le emissioni obbligazionarie delle banche. È un potere enorme di cui si può facilmente abusare e che rischia di accollare sul contribuente italiano gli errori delle banche.

A questo punto il Governo Monti si trova a un bivio. Deve scegliere se essere il commissario dell Fondo monetario in Italia, che aggiusta solo i conti, o il salvatore della patria che riforma il Paese. Dopo i passi falsi, Monti ha tre opportunità per dimostrare le sue intenzioni.
La prima riguarda l’introduzione dell’Ici, che deve essere estesa anche agli immobili non di culto della Chiesa. Non si possono chiedere sacrifici agli italiani se non si trattano tutti nello stesso modo. Non farlo minerebbe l’autorità morale del Governo e del suo presidente.

La seconda riguarda la parte del decreto salva banche. Monti deve urgentemente emettere un regolamento in cui spiega come e a che condizioni queste garanzie saranno emesse.

Infine Monti deve essere più rigoroso sugli investimenti personali dei suoi ministri. Non dubito che tutti i ministri abbiano a cuore solo l’interesse del Paese. Ma negli Stati Uniti i ministri alla nomina devono vendere le azioni possedute e investire il ricavato in titoli di Stato, per evitare che le loro decisioni possano essere contaminate dal sospetto di voler beneficiare il loro portafoglio. Data la vocazione di Intesa Sanpaolo a banca di sistema, fino a che il ministro Passera non vende le azioni che detiene nella banca ci sarebbe sempre il sospetto che agisca per interesse personale. Per questo, Monti e i suoi ministri dovrebbero fare come quelli americani. Questo darebbe fiducia al mercato dei nostri titoli sovrani, ma ancor di più rimuoverebbe l’ombra del sospetto dall’azione del Governo.

In politica non bisogna solo essere onesti, occorre anche apparire tali. Le vere riforme culturali cominciano anche dai piccoli gesti.

Il Sole 24 Ore 07.12.11

"In politica anche il tono fa la musica", di Claudio Magris

Forse è vero che il tempo, come dicono non solo poeti ma anche scienziati, ha diverse misure; è un contenitore elastico, le cui dimensioni variano a seconda di ciò che lo riempie. Pure nella politica, nella vita sociale e civile, si sperimenta la diversa durata delle ore e dei giorni.Ne sono passati appena venti, di giorni, da quando l’Italia ha un nuovo governo e il tempo che li precede appare lontano, perduto nel passato. Le noiosissime e sguaiate serate televisive che imperversavano sino a tre settimane fa con le discussioni sulle nipoti di Mubarak, su vere o presunte notti brave, sui metri quadrati di appartamenti di onorevoli e altre spiritosaggini sembrano remote, improbabili commedie degli anni Cinquanta che nessun cinema oggi manda in sala. Come ha detto l’ex presidente del Consiglio commentando la sanguinosa fine di un potente leader, «sic transit gloria mundi». Non solo la gloria, anche la spazzatura. È cambiato pure il linguaggio politico, quel linguaggio rissoso, quelle facezie, quel turpiloquio, anch’essi remoti come le scurrilità di quando facevamo il servizio militare. Il nuovo governo presieduto da Mario Monti sarà giudicato a tempo debito in base al suo operato in questa situazione così difficile. Ma bisogna già essergli molto grati per aver restaurato — con naturalezza, come se fosse la cosa più ovvia e doverosa del mondo, e infatti lo è — la civiltà dei rapporti, il rispetto tra avversari, quel tono signorile e civile che non è formalità, ma un modo di essere, di comportarsi, di vivere con gli altri. È il tono che fa la musica. Se è vero che una mela bacata guasta le altre, per fortuna è vero pure il contrario; anche il rispetto e la misura sono contagiosi. Le aspre contrapposizioni e gli aspri conflitti tra le diverse parti politiche non sono certo scomparsi — ed è giusto che non lo siano — ma gli scontri si esprimono in altra forma, e la forma non è mai solo tale. L’altra sera, vedendo e ascoltando la presentazione del programma di governo, si avvertiva che lo stile con cui esso veniva esposto — fermo e insieme talora lodevolmente e compostamente commosso — restituiva la decenza cara a Montale e così spesso oltraggiata. Ma dopo un attimo non ci si accorgeva quasi più di tale novità; ci si sentiva — a prescindere dall’eventuale opinione sull’uno o sull’altro punto del programma — semplicemente a casa, coinvolti in un’alta lotta politica in cui è in gioco il destino della Polis, della comunità cui si appartiene, e non in una rissa da Suburra, quasi senza più ricordarsi di tante indecenze, ormai patetici lazzi del tempo che fu. Certo, tutto è in precario equilibrio, tutto può sparire e ritornare. Ma intanto…

Il Corriere della Sera 07.12.11

Pd: da pensioni a casa quattro proposte per l'Italia

La manovra «poteva essere più equa». Perciò va modificata su quattro temi: pensioni, casa, lotta all’evasione, investimenti. Lo chiede il Pd, in un documento che sintetizza le richieste del partito di Pier Luigi Bersani in vista di un «iter parlamentare che si presenta come un sentiero molto stretto».

Ecco nel dettaglio le richieste dei Democratici al governo di Monti.

1 Pensioni

Innalzare l’ammontare della pensione che sarà rivalutata in base al costo della vita; rallentare l’applicazione della riforma sulle pensioni di anzianità e tenere in debito conto la situazione dei lavoratori che hanno cominciato l’attività da giovanissimi e dei lavoratori anziani che hanno perso il lavoro.

2 Casa

Innalzare la soglia di esenzione per l’Ici sulla prima casa, in modo da favorire i meno abbienti.

3 Evasione

Misure più concrete di lotta all’evasione fiscale.

4 Investimenti

Uno spazio nel patto di stabilità interno per permettere ai comuni di fare alcuni lavori, per esempio la messa in sicurezza e l’adeguamento ambientale ed energetico delle scuole.

PD: LE FONTI PER LE RISORSE

Il Pd indica la fonte delle risorse per questi interventi: irrobustire il prelievo sui capitali scudati (ora è appena l’1,5 per cento); fare rapidamente un accordo con la Svizzera per tassare i capitali italiani nelle banche elvetiche, seguendo l’esempio di Usa e Germania; vendere le frequenze tv invece di regalarle; reintrodurre almeno una o due delle misure contro l’evasione fiscale approvate dal governo Prodi e abolite subito da Berlusconi.

Il documento dei Democratici, «L’Italia prima di tutto. Uscire dall’emergenza, preparare la ricostruzione», sottolinea che «Berlusconi ci ha portato a un centimetro dal fallimento, con il rischio di restare senza stipendi, senza pensioni e con le imprese e le famiglie al collasso. La manovra d’emergenza per evitare questo esito è inevitabilmente dura. Ma poteva essere più equa». Si ricordano inoltre i temi «già imposti» dal Pd «come la tassazione dei capitali scudati, la tracciabilità nei pagamenti, l’abbassamento di un anno dei contributi previsti per le pensioni di anzianità (prima la manovra prevedeva 43 e 42) , la copertura fino alla pensione dei lavoratori in mobilità. Ma non basta». Il Pd «garantirà responsabilmente il proprio sostegno per evitare il fallimento, ma lavora per mettere, per quanto possibile, più equità nell’intervento deciso dal governo di emergenza presieduto da Mario Monti».

www.partitodemocratico.it

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“Con la Fornero libertà di lavorare”, di Alessandra Ricciardi e Nicola Mondelli

Sono 55 mila i docenti e gli amministrativi, secondo una stima fatta da ItaliaOggi, ad avere i requisiti al 31 dicembre di quest’anno per l’accesso alla pensione con il vecchio regime. Potranno quindi lasciare il lavoro, senza incappare nelle nuove norme contenute nella manovra correttiva dei conti pubblici del governo Monti.

La riforma copernicana illustrata dal ministro del lavoro, Elsa Fornero, a loro non si applica. Ma possono anche decidere di continuare a lavorare, congelando il diritto alla pensione che potranno esercitare quando vorranno. Già, perché con la riforma Fornero salta, a partire dal prossimo anno, anche il vincolo a lasciare con 40 anni di contributi versati che aveva introdotto una delle manovre dell’ex ministro dell’economia, Giulio Tremonti. Quello passato è stato un fine settimana al cardiopalma per il personale della scuola, che ha in media un’età molto alta, quasi 51 anni l’età media degli insegnanti di ruolo, che passa a 53 per il personale ausiliario, tecnico e amministrativo e a 58 per i dirigenti scolastici. Ed è quindi in prima linea nel dover fare i conti con il nuovo sistema pensionistico. A salvarsi, appunto, sono coloro che maturano i requisiti di uscita entro il 2011: circa 40 mila insegnanti, e di questi 32 mila donne, e 15 mila Ata.

Il decreto legge approvato domenica dal Consiglio dei ministri dispone, infatti, che «il lavoratore che abbia maturato entro il 31 dicembre 2011 i requisiti di età e di anzianità contributiva previsti dalla normativa vigente prima della data di entrata in vigore della presente legge, ai fini del diritto all’accesso alla pensione e alla decorrenza del trattamento pensionistico di vecchiaia o di anzianità, nonché della pensione nel sistema contributivo, consegue il diritto alla prestazione pensionistica secondo la predetta normativa e può chiedere all’ente di appartenenza (Inpdap) la certificazione di tale diritto». La rivoluzione dunque riguarda tutti gli altri, circa 850 mila lavoratori della scuola. Cgil, Cisl e Uil, in coro, hanno detto no alla manovra. Sciopereranno lunedì prossimo, ma separati: la Cgil per 4 ore, Cisl e Uil per due. Anche nella scuola le divisioni sono più forti di tutto.

I requisiti

La situazione del personale scolastico in possesso, alla data del 31 dicembre 2011, dei requisiti pensionistici, continua ad essere, pertanto, la seguente: presentando domanda di cessazione dal servizio entro i termini che saranno stabiliti dal ministro dell’istruzione (ma l’istanza può essere presentata anche subito) potrà chiedere all’Inpdap di essere collocato in pensione dal 1° settembre 2012 con diritto dalla stessa data al trattamento pensionistico e alla liquidazione dell’indennità di fine servizio entro e non oltre il mese di maggio del 2013. Stando allo spirito e alla lettera della norma, tale personale dovrebbe potere cessare dal servizio in qualsiasi degli anni successivi al 2012 e, comunque, fino al raggiungimento dell’età prevista per il collocamento a riposo d’ufficio o per raggiunti limiti di età. I requisiti anagrafici e contributivi richiesti per accedere sia alla pensione di vecchiaia che a quella di anzianità sono essenzialmente i seguenti. Per la pensione di anzianità: quota 96 costituita da età anagrafica minima di 60 anni e 36 di contributi o da 35 anni di contributi e 61 anni di età; 40 anni di servizio e contribuzione indipendentemente dall’età anagrafica; per la pensione di vecchiaia: 65 anni di età per gli uomini e 61 per le donne se entrambi possano fare valere almeno 20 anni di contribuzione.

Il contributivo

Anche nei confronti del personale della scuola che al 31 dicembre 2011 potrà fare valere i requisiti per l’accesso alla pensione troveranno applicazione le nuove disposizioni sul sistema di calcolo contributivo limitatamente ai servizi prestati a decorrere dal 1° gennaio 2012. Per i servizi e contributi versati negli anni precedenti sarà infatti garantito il pro rata, cioè il calcolo con il sistema di calcolo retributivo (pieno o misto).

La buonuscita

Per il personale della scuola e dell’Afam che matura il diritto alla pensione entro il 31 dicembre 2011 il trattamento di fine servizio sarà liquidato, come ha precisato l’Inpdap con la nota operativa n. 41 del 30 novembre 2011, entro sei e non oltre i successivi 90 giorni dalla data di cessazione del servizio. Entro 105 giorni se la cessazione dal servizio è dovuta a inabilità, a decesso, per limiti di età o di servizio previsti per il comparto scuola, comprese le cessazioni per raggiungimento dell’anzianità contributiva massima a fini pensionistici.

Per il personale che invece matura il diritto a pensione a decorrere dal 1° gennaio 2012, se la cessazione dal servizio avverrà per dimissioni volontarie, la liquidazione del trattamento di fine servizio (buonuscita) sarà pagata non prima di ventiquattro mesi dalla cessazione e non oltre i successivi 90 giorni. Sarà pagata entro sei mesi e non oltre i successivi 90 giorni se si lascia per raggiungimento dei limiti di età o per quarantennio di servizio e/o contribuzione. Sarà pagata entro e non oltre i 105 giorni se la cessazione è dovuta a inabilità o a decesso.

da ItaliaOggi 07.12.11

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“La rivolta degli smemorati”, di Stefano Menichini

Non è possibile essere così falsamente smemorati – quindi in mala fede – come quelli che oggi titolano o commentano lamentando la stangata di Monti, additando i professori come cinici affamatori del popolo, dispiacendosi con facile gioco di parole alle spalle del ministro Fornero perché «c’è da piangere».
Che cosa pensavate, che si stesse scherzando? O magari che l’emergenza finanziaria fosse davvero un’astuta invenzione per far fuori Berlusconi, dopo di che avremmo potuto ricominciare come prima?
Certo che c’è da piangere, ma questa non è la conseguenza bensì la premessa della nascita del governo Monti. Come ripete lui stesso: non sarebbe seduto lì, al posto che solo un mese fa occupava Berlusconi, se non ci fosse stato bisogno di qualcuno che si assumesse la responsabilità di compiere le scelte difficili che nessuno ha saputo affrontare: i partiti, ma anche i sindacati, le imprese, le categorie associate.
C’è un filo di ipocrisia allora, lasciatelo dire, nelle mobilitazioni sindacali di questi giorni. Per carità, le confederazioni devono tutelare il proprio ruolo (è soprattutto per questo che si sono infuriate: per la mancata concertazione preventiva) e magari daranno anche una mano a correggere i punti sbagliati della manovra, che ci sono. Ma la parte che recitano è ormai sempre la stessa, perfino nella divisione al proprio interno: stucchevole.
La manovra del governo Monti è tutt’altro che perfetta, risente anche di correzioni dell’ultima ora un po’ posticce. L’impatto che ha avuto è però prodigioso, ed era la prima cosa che le si chiedeva: un effetto sui mercati che fa rifiatare la finanza pubblica e privata; una proiezione dell’Italia sulla scena europea tale da far dire ai leader politici (ieri in parlamento): vai Monti, ora fatti valere con Merkozy. E lui ha promesso di farlo, anche perché lui può farlo.
I partiti confessano di essere in difficoltà.
Faceva una certa impressione, ieri pomeriggio, ascoltare i discorsi alla camera di Cicchitto e Franceschini in rapida sequenza, perché erano veramente speculari, anche nella apprezzabile sincerità quando ricordavano a Monti che Pdl e Pd stavano assumendosi seri rischi nei confronti dei rispettivi elettorati.
Entrambi i capigruppo, fino all’altro ieri contrapposti, segnalavano di non potersi riconoscere del tutto nella manovra ma di aderire alla necessità superiore di appoggiarla. Franceschini con un di più: il Pd ha qualche necessità di modifica superiore al Pdl.
La partita che si gioca da oggi riguarda, nel campo democratico, la possibilità di apportare modifiche almeno sui punti dell’indicizzazione delle pensioni e dell’aggiornamento delle rendite catastali, sapendo però che il cantiere della manovra non può assolutamente essere riaperto del tutto in parlamento.
Il Pd ha tutte le ragioni del mondo sul punto del congelamento dell’indicizzazione delle pensioni, che dell’intera architettura di Monti è davvero il buco nero. Una solenne ingiustizia, talmente palese da potersi giustificare solo con una disperata esigenza di cassa. E va notato che lo stesso Pd non chiede di rinunciarvi, ma solo di alzare il tetto dell’esenzione salvando diversi milioni di posizioni.
Vedremo come si sviluppa la vicenda, sapendo che neanche il governo Monti può sottrarsi alla regola aurea di tutte le finanziarie, per quanto blindate: portarle in parlamento sapendo in anticipo che occorrerà concedere qualcosa ai partiti.
Se però la dialettica parlamentare ha le sue regole, e nel caso specifico l’equità sociale reclama una correzione, qualcosa va detto sull’atteggiamento generale tenuto dai partiti nelle ore a cavallo del varo della manovra Monti, e soprattutto a manovra presentata.
Proprio in considerazione dell’asperità del percorso proposto dal Professore, ci si chiede quanto potrà durare e quanto potrà essere utile il distacco esibito ieri alla camera da Pdl e Pd.
Un conto è sottolineare – una volta, due volte, tre volte – che si stanno facendo rinunce rispetto al prioprio programma. Un’altra cosa è mostrarsi agli italiani con le facce appese dei condannati a chissà quale tortura: il messaggio, neanche tanto cifrato, è che rispetto ai sacrifici richiesti dal governo c’è una corresponsabilità limitata. E che sotto sotto i partiti continuano a pensare che loro avrebbero saputo e potuto fare meglio del professor Monti.
La seconda cosa è semplicemente non vera, altrimenti non si capirebbe perché è successo tutto quello che è successo: che ha rappresentato l’ammissione di un fallimento non soltanto (macroscopico) del governo Berlusconi, ma anche dei governi che l’hanno preceduto, e della non maturità delle attuali opposizioni ad assumersi l’intero carico del risanamento e delle riforme.
La prima cosa – la corresponsabilità limitata – è invece, più che non vera, pericolosa. Dovrebbe essere chiaro dopo la giornata parlamentare di ieri, segnata dallo sconclusionato discorso del più scarso tra i dirigenti leghisti (Reguzzoni) e dal passaggio all’opposizione di Di Pietro (dovremmo definirlo ri-passaggio: sul governo di transizione l’Italia dei valori è già… transitata più volte, e in varie direzioni opposte).
Non ci si difenderà dalle scorribande populiste di queste improvvisate opposizioni tenendo, rispetto al governo, un’algida distanza amichevole. Né sarà più semplice – parlando del Pd – la gestione dei rapporti con la Cgil e la prevedibile protesta sociale.
Non ci vuole uno scienziato di politica e di comunicazione, per cogliere la debolezza di una posizione che riduca tutto alla rinuncia, al sacrificio, all’accantonamento dei propri obiettivi. Di fronte a una linea così fragile, partiti in debito d’ossigeno come l’Idv e la Lega possono giocare pesantemente all’attacco.
Insisto su un punto che Europa ha già sollevato, e mi sento di poterlo fare a maggior ragione dopo la prova di Monti sia come redattore della manovra che come suo comunicatore: occorre circondare di fiducia e oserei dire di calore l’operato suo e dei suoi ministri (maxime la straordinaria ministra Fornero, sapendo che sul mercato del lavoro sarà esposta su una frontiera durissima, per lei e per noi), puntando sulla fiducia che innanzi tutto gli italiani hanno mostrato di avere nei loro confronti.
Lo scambio proposto da Monti – serietà e salvezza dell’Italia contro sacrifici – può funzionare, nonostante tutte le lacrime che scopriamo un po’ ipocritamente di dover versare, e nonostante le imperfezioni inevitabili quando si lavora fra due schieramenti politici avversi fino a ieri e nel prossimo futuro.
Il pericolo per il paese, in questo momento, non è certo nelle stanze dei tecnici del governo, ma nelle stanze ancor meglio riscaldate degli smemorati a gettone che cinicamente giocano sulla sofferenza e incitano alla rivolta.

da Europa QUotidiano 07.12.11

"Frequenze TV: non è tempo di gare di bellezza", di Luca Landò

Azzerare è possibile. Lo chiedono tre partiti (Pd, Idv e Fli), lo sostiene Paolo Gentiloni, ex ministro di Prodi per le Comunicazioni, lo caldeggia l’appello lanciato in rete da Articolo 21. Il “beauty contest”, quella fantasiosa competizione inventata da Paolo Romani per attribuire sei nuove frequenze
digitali, va bloccata subito e sostituita da una normale asta al rialzo che potrebbe portare allo Stato, dicono gli esperti, una cifra fra i 3,5 e i 4,5 miliardi di euro. Un tesoretto una tantum che consentirebbe di sostituire alcuni interventi, ugualmente una tantum, inseriti nella manovra. Come il blocco della indicizzazione delle pensioni che domenica ha spinto alle lacrime la ministra Fornero. E come ha chiesto ieri Veltroni: «Il governo dovrebbe annullare la gara per le frequenze tv e fare un’asta per reperire le risorse che servano a correggere la deindicizzazione delle pensioni».
A rendere inaccettabile il metodo del “concorso di bellezza” sono due fattori: le regole tagliate sulle misure di Mediaset e Rai (non a caso Sky ha comunicato il proprio ritiro) e l’assegnazione gratuita delle frequenze. Un regalo curioso in questi tempi di crisi che ben si presta alle più maliziose fantasie: «Non vorrei che dietro a questo si nascondesse un patto con Berlusconi: io vi faccio fare il governo e voi mi continuate a regalare le frequenze», ha detto ieri Di Pietro annunciando persino di non votare la manovra se, tra le correzioni richieste, non ci sarà anche una vera asta per le frequenze tv. Un ripensamento auspicabile ma anche possibile: il “beauty contest” si è infatti arenato sotto il peso di numerosi ricorsi. Azzerarlo sarebbe un modo elegante per evitare al governo, oltre che una brutta figura, una notevole serie di grattacapi. Proprio questa sarà la richiesta che Paolo Gentiloni rinnoverà al neoministro Passera venerdì mattina alla Commissione Trasporti e Telecomunicazioni della Camera.
Se non ora quando, dunque. Anche perché in altri Paesi l’utilizzo delle nuove frequenze, liberate grazie al passaggio dall’analogico al digitale, hanno sempre fruttato un bell’introito: 4,4 miliardi di euro in Germania, 20 negli Stati Uniti mentre in Canada, dove è prevista una simile asta, ci si
attende una cifra tra i 4 e i 6 miliardi di euro.
A rendere più inaccettabile il regalo delle frequenze, anziché la vendita, è poi il fatto che la recente assegnazione di analoghe frequenze ad operatori di telefonia è avvenuta con regolare asta fruttando alle casse pubbliche la bellezza di tre miliardi di euro.
Perché una simile disparità di comportamento? Perché le grandi televisioni ricevono gratuitamente quello che gli altri devono invece pagare? «Caro Monti non ci deluda – si legge nell’appello in Rete lanciato da Articolo 21-. Promuova un’asta regolare per assegnare le frequenze, usi quei soldi per le fasce più deboli, non si fermi anche lei di fronte ai santuari della conservazione e del conflitto di interessi». Già, il conflitto di interessi. La scorsa settimana, durante la conferenza stampa del governo per illustrare la manovra, Corrado Passera ha ammesso di «non aver ancora esaminato il problema delle frequenze televisive». Ne prendiamo per buona la fede, ma siamo certi che anche lui comprenderà l’esigenza di cancellare, quanto prima, i dubbi e le ingiustizie che il governo Berlusconi ci ha lasciato in eredità. Il ministro ha
nelle mani un ottimo strumento per farlo: annullare subito quell’odioso concorso di bellezza.

L’Unità 07.12.11