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"Il linguaggio da bonificare", di Raffaele Simone

Tra le disinfestazioni di cui il Paese ha bisogno in quest´intervallo post-berlusconiano ce n´è una immateriale ma non per questo meno urgente. Si tratta di bonificare a fondo il linguaggio che le persone pubbliche usano per rivolgersi ai cittadini e per parlare tra loro. Nei diciassette anni del berlusconismo questo terreno è stato infatti contaminato così in profondità che per renderlo di nuovo praticabile ci vorrà molto lavoro.
Con un formidabile fiuto populista, il berlusconismo aggredì sin dal primo momento il linguaggio pubblico distorcendone il lessico, le regole e la pragmatica. Si cominciò dal linguaggio del capo, che con la complicità dei media impose in un lampo i suoi manierismi (il famoso “mi consenta”), le sue metafore sportive (soprattutto calcistiche: “Scendere in campo, mettere in campo, fare un passo indietro…”), le sue mediocri formule e tormentoni (“una scelta di campo”, “odio e invidia personale”, “non mi hanno lasciato lavorare”, “il partito dell´amore”). Poi furono aggredite le regole della conversazione politica, come si manifestano specialmente nei talk show televisivi. Molti di noi ricordano attoniti il momento in cui, all´inizio di questa storia, fecero la loro prima comparsa le tecniche di aggressione verbale: dare pesantemente sulla voce, silenziare l´interlocutore alzando sfacciatamente il volume, battibeccare in modo selvaggio solo per lasciarlo tramortito, intimare col dito puntato un ossessivo “si vergogni, si vergogni, si vergogni” a chiunque sostenesse idee difformi, lanciarsi in imperdonabili semplificazioni. Quel che si diceva perdeva intanto importanza: contava solo imporsi sull´interlocutore, lasciarlo steso e pesto, in modo che il pubblico (anche quello relativamente alfabeta dei dibattiti politici) fosse colpito, più che dagli argomenti, dalla clava usata per agitarli.
Dall´involucro si passò poi alla sostanza: fiumi di dati citati a sproposito, numeri e percentuali inventati, argomenti improvvisati, fonti falsificate, continue rettifiche di affermazioni innegabili (con la gag del “sono stato frainteso”). Ricordo ancora con indignazione il pomeriggio del luglio 2001 in cui Scajola ministro degli Interni si mise a inventare su due piedi, senza nessun dato, il numero degli arrestati, feriti e contusi di quelli che si sarebbero chiamati “i fatti di Genova”. A quasi vent´anni di distanza, un mese fa, il suo capo, imperterrito nel vortice della crisi economica, le sparava grosse da Cannes sostenendo che in Italia non c´è crisi perché i ristoranti sono pieni, gli aerei prenotati e i luoghi di vacanza invasi di gente. Infine, la rappresentazione dell´altro, l´avversario trasformato in nemico malvagio e incorreggibile. Dopo il fascismo non s´era mai vista una così becera denigrazione dell´avversario, ottenuta attribuendogli intenzioni maligne (“odio personale”) o sentimenti volgari (invidia e gelosia) e rivolgendogli inconcepibili epiteti e gesti ingiuriosi. Neanche la sfera personale fu risparmiata: basta ricordare quando Storace propose nel 2007 di portare stampelle ai senatori a vita più anziani; gli insulti personali e i gesti osceni usati in tante occasioni da Bossi e vari leghisti; le volte che si sono usati argomenti interdetti dal codice etico tacito delle democrazie moderne, come l´allusione a difetti fisici, all´età avanzata, al colore della pelle o ad altre proprietà personali. La lista delle truci barzellette berlusconiane è talmente vasta che ormai in più Paesi se ne fanno raccolte commentate…
Questo metodo di sistematica distorsione del linguaggio pubblico, pianificato a freddo con l´aiuto di qualche maligno spin doctor e cinicamente applicato a tappeto per quasi vent´anni, ha avuto i suoi ribaldi campioni: ognuno di noi ha in mente dei nomi, che bastavano da soli a indurci a cambiar canale o a spegnere la televisione. Ma se la tecnica di interrompere il discorso altrui, di dare violentemente sulla voce e di insultare gli oppositori ha prosperato per tutto questo tempo, è perché ha potuto contare sul passivo assenso di gente dei media, giornalisti e conduttori della più varia propensione politica. Sono loro che, per procurarsi il favore dell´auditel o di una parte del ceto politico, hanno permesso che le loro trasmissioni si trasformassero in oscene corride.
Al governo Monti toccherà il compito di occuparsi della decontaminazione. Potrà conseguirla parlando poco, seriamente, documentatamente, con dati precisi e seri e con rispetto per tutti, con la speranza che la parabola che gli tocca sia sufficiente per ottenere risultati. Ma dovrà anche ristabilire l´ordine e le buone regole nell´ambiente mediatico, intervenendo con fermezza sulle persone e gli istituti che dell´infestazione sono stati il primo vettore.

La Repubblica 07.12.11

«Pensioni, Iva, evasione si deve cambiare Pd unito e responsabile», intervista a Rosi Bindi di Maria Zegarelli

Noi abbiamo scelto la linea della responsabilità e saremo coerenti, anche se sappiamo che dovremo pagare
un prezzo». Un prezzo anche in termini di consenso, perché se il premier Mario Monti non dovesse recepire le proposte di modifica alla manovra avanzate dal Pd, sarà difficile spiegare al proprio elettorato il voto favorevole in Aula a interventi che entrano nella carne viva del ceto medio-basso del Paese.
Rosy Bindi lo sa bene, ha letto tutti i messaggi arrivati al suo indirizzo di posta elettronica, su Facebook e al Nazareno. La base è in sofferenza e il partito non ha l’umore alto.
Bindi, voi chiedete a Monti di modificare la manovra, la base chiede a voi di essere più incisivi. Si troverà la quadra?
«Spero che il nostro elettorato capisca che la nostra sofferenza dipende dalla consapevolezza della loro sofferenza e di quella di tutto il popolo italiano. Ma anche in queste ore stiamo lavorando affinché questa manovra diventi più equa».
Non teme che nonc apiscano un voto favorevole se non dovessero arrivare quei miglioramenti che chiedete?
«La nostra gente sa bene quanto drammatica sia la situazione del Paese e sa che noi, come al solito, ci stiamo comportando in maniera responsabile, pensando all’Italia e alla complessità del momento con la consapevolezza che, a differenza di altri, siamo liberi dalle colpe. Se siamo a questo punto non è certo a causa nostra che, pur stando all’opposizione, sono due anni che diciamo che la crisi c’è. Abbiamo avanzato proposte in Parlamento, ma il governo Berlusconi- Bossi ha alzato un muro e adesso ecco i risultati. Lo ricordino tutti».
Casini vi ha bacchettato, ha detto che la dovete smettere di prendere le distanze dalle misure anticrisi e metterci la faccia.
«Mi sembra davvero inutile polemizzare tra di noi. Se c’è una forza politica che si è intestata la responsabilità di questo governo, quella è il Pd. Il governo Monti nessuno ce lo ha imposto, lo abbiamo voluto, ma guardiamo questa manovra tenendo presente da una parte la raffigurazione del Paese e dall’altra le tre parole con le quali l’ha presentata il presidente del Consiglio: equità, crescita, risanamento. Sull’equità
bisogna ancora lavorare. Ci sono grandi punti di sofferenza per quello che c’è e per quello che non c’è».
Iniziamo da quello che c’è.
«Il blocco delle indicizzazioni delle pensioni appena sopra i 900 euro, l’età del pensionamento delle donne, il fatto che molti lavoratori rischiano di restare nella zona grigia, senza ammortizzatori sociali e senza pensione, l’Ici sulla prima casa che pesa di più sulle famiglie con reddito medio basso…».
E quello che non c’è è facile immaginarlo: vera lotta all’evasione, ulteriore prelievo per i capitali scudati. Proprio quello che fa inorridire Berlusconi. «Io parlo di ciò che è fondamentale per noi. Le misure per la lotta all’evasione sono ancora insufficienti. Aver introdotto il prelievo sui capitali scudati, è un nostro successo, ma l’1,5% è poco. Alzandolo di qualche punto percentuale si possono reperire risorse da destinare all’indicizzazione delle pensioni e a misure meno dure per la prima casa». Su Ici e pensioni anche il Pdl è insofferenza. Ritiene possibile, partendo da qui, far digerire a Berlusconi un ulteriore aumento del prelievo sui capitali scudati da inserire in un maxiemendamento del governo?
«Penso che nessuno di noi abbia interesse a creare maggioranze variabili sugli emendamenti, quindi bisogna fare un lavoro tutti insieme pensando al Paese e il governo dovrebbe ancora una volta recepire le nostre indicazioni».
Secondo Casini lo strumento potrebbe essere il coordinamento tra le forze che sostengono il governo.
«Potrebbe essere una strada. Sia chiaro che noi, pur essendoci sensibilità diverse, abbiamo intenzione di continuare ad agire come abbiamo fatto finora, appoggiando con lealtà questo esecutivo, con l’unità del gruppo parlamentare e del partito. Ma abbiamo una consapevolezza: certe misure introdotte da questa manovra vanno ad incidere così profondamente nella vita delle persone che sono sopportabili soltanto se si fa dell’equità un principio imprescindibile».
Veltroni rilancia l’annullamento dell’asta delle frequenze per ripartire da zero e fare cassa.
«Non si capisce perché non si debba fare un’asta. Noi abbiamo dato la fiducia ad una persona che riteniamo ibera da ogni conflitto di interessi, trasparente, pensiamo di aiutarlo con questi consigli ad andare nella direzione che ha sempre contraddistinto la sua carriera professionale».
Nel suo intervento al coordinamento
lei ha detto che se in Europa non cambia la linea i sacrifici dell’Italia rischiano di essere vanificati.
«L’Europa deve cambiare passo, non ci sono sacrifici sufficienti a saziare la speculazione. Gli Stati devono fare la propria parte, ma anche l’Europa deve fare la sua: dall’introduzione della tassazione sulle transizioni finanziarie, al conferimento di veri poteri alla Bce, ad una dimensione europea che non sia solo di pareggio di bilancio,ma frutto di politiche armonizzate. Soltanto in uncontesto di questo tipo i nostri sacrifici hanno un senso. Monti andrà in Europa forte delle misure che voteremo
e lo sarà ancora di più se accoglierà i nostri suggerimenti perché se ci allineamo all’Europa non solo per i parametri sulla previdenza ma anche per la fedeltà fiscale, sarà sicuramente
più forte. E con questa forza dovrà chiedere all’Europa di fare
la sua parte». Il Pd rilancia il tema delle riforme in Parlamento, a partire da legge elettorale e dal superamento del bicameralismo perfetto. Berlusconi ha esortato ad aprire un tavolo di confronto.È iniziata una nuova stagione anche su quel fronte?
«La disponibilità annunciata da Berlusconi mi sembra un segnale positivo, soltanto dieci giorni fa non se ne parlava affatto. Noi continueremo a perseguire la nostra strada: le riformepiù urgenti vanno fatte utilizzando questi mesi che abbiamo davanti. Vediamo quali sono le reali intenzioni del Pdl, l’importante è iniziare a discutere».

L’Unità 07.12.11

"La favola interrotta nel salotto di Vespa", di Curzio Maltese

Se la terza repubblica comincia a “Porta a Porta” significa che non è ancora cominciata. La presenza di Mario Monti nel principale teatrino del berlusconismo ha avuto un primo impatto terrificante. Erano irritanti le prime domande di Bruno Vespa, al solito le più gradite all´ospite di turno: «Eravamo ormai vicini alla Grecia? A un passo da non poter pagare gli stipendi agli statali?». Già, perché non se n´era accorto nessuno. Ma soprattutto non se n´erano accorti gli spettatori di Porta a Porta, dove per tre anni si è raccontata un´altra favola. La favola che la crisi non c´era. Se c´era, riguardava altri. La Grecia, l´Irlanda, la Spagna, ma anche Germania e la Francia stavano «molto peggio di noi». In Italia c´era Tremonti che teneva «i conti in ordine» e Berlusconi sempre in procinto di varare una grande riforma fiscale, con ricchi doni per i contribuenti. Il rischio di default poi era impensabile, «un´ipotesi che non sta né in cielo né in terra». Ed ecco, in dieci secondi, la nuova Italia di Porta a Porta, tagliata su misura per il nuovo premier: un paese sull´orlo della catastrofe, anzi «un treno già avviato a deragliare».
Ma una volta superato il fastidio, bisogna ammettere che la lezione del professor Monti è stata piuttosto chiara. Senza fronzoli, belletti e vespismo, campanelli e «via col vento», compagnia di giro e plastici o scrivanie intorno, il presidente del consiglio ha spiegato le ragioni della stangata. Il compito non era facile perché la manovra del nuovo governo è in grado di far piangere molti e non solo i ministri più sensibili. Per dirla tutta, ha l´aria della solita strage degli innocenti, sulle spalle del pezzo d´Italia che ha sempre lavorato e pagato le tasse. Lo stesso premier Mario Monti avrebbe avuto difficoltà a difenderla dalle critiche del Monti Mario opinionista del Corriere della Sera, che negli ultimi anni aveva così ben spiegato ai governi come i tagli alla spesa fossero da privilegiare rispetto a nuove imposte. Qui le tasse sono l´80 per cento e i tagli alla spesa il 20. Per fortuna o sfortuna l´intervistatore non lo sa, o forse non vuole disturbare, e cita cifre a casaccio («17 miliardi di tasse e 12-13 di tagli») . Ma pazienza, Monti si fa le domande e si dà le risposte.
Il merito maggiore di Mario Monti è la sincerità. Questo lo rendeva un marziano ieri sera sulle poltrone da talk show frequentate dal peggior trasformismo italiota. Ma forse la scelta di rivolgersi agli italiani dal più compromesso dei luoghi televisivi non era del tutto sbagliata. L´irrompere della dura verità sullo stato della nazione proprio in quello che è stato per diciassette anni il teatrino di cartapesta del berlusconismo trionfante, alla fine ha reso il messaggio di Monti più drammatico.
Questa è l´Italia di oggi, ha voluto dire il presidente del consiglio ai cittadini. Un paese sull´orlo della bancarotta di Stato, a tre mesi di distanza dalla soluzione greca, anello debole di un´Europa già fragile e ora da rifondare. Una nazione finita in un tunnel dal quale sarà lungo e difficile uscire. Ed era impossibile, guardando Monti in quello studio, non pensare ai bagordi del passato, agli altri tunnel e ponti e trafori disegnati sulla lavagna dal predecessore, fra gli applausi dei figuranti in studio, ai contratti che promettevano fantastilioni di posti di lavoro, agli anni persi in uno show demenziale, mentre il declino avanzava inesorabile. Al conto tragico da pagare tutto di colpo per una buffonata durata troppo a lungo.

La Repubblica 07.12.11

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“Su quella poltrona”, di Massimo Gramellini

Contrariamente alle previsioni più cupe, «Porta a porta» non è riuscita a trasformare Monti in un guitto e neanche in un plastico. È stato Monti a trasformare Vespa in colui che era prima delle infatuazioni barbariche: un giornalista democristiano. Davanti all’esordiente seduto sulla poltrona dei famosi, l’intervistatore non era in piedi né in ginocchio, ma mollemente arcuato come ai tempi di Andreotti e Forlani. Solo che stavolta davanti a lui non c’era un democristiano italiano, ma uno tedesco. Quindi cattivissimo e capace di punte di autentica crudeltà. Appena Vespa lo ha ringraziato per aver scelto la sua trasmissione, ha risposto: «Io non sono qui per far piacere a lei». E quando il frequentatore di caste romane ha alluso a se stesso con l’espressione «noi uomini della strada» (l’unica battuta della serata) e chiesto delucidazioni sulle aliquote più alte, Monti lo ha subito restituito alla sua condizione di privilegiato: «Vedo che lei è abituato a ragionare di queste cifre».

Onore alla perfidia di Monti, ma anche ai riflessi di Vespa: mentre i comici sono rimasti fermi a Berlusconi, lui è già tornato a Tribuna Politica. Simbolo di un Paese immobile che quando decide di cambiare va indietro.

La Stampa 07.12.11

"Mai più senza le donne", di Cristina Comencini

Perché «Se non ora quando?» ha indetto una manifestazione l’11 dicembre? Proprio ora che il governo Berlusconi è stato sostituito da un altro governo? Cioè da un governo di tecnici che sta lavorando per salvare l’Italia dalla catastrofe di una insolvenza? Per dire che il movimento delle donne non smobilita, non ha ottenuto lo scopo, vuole uscire da questa crisi politica ed economica costruendo un Paese in cui le donne possano entrare alla pari nella società e portarvi il segno della loro differenza. Lo dicevamo già il 13 febbraio, la dignità calpestata dalla cronaca politica, dalle immagini delle donne nei media era il segno di un paese arcaico, di una condizione reale terribile della vita delle donne italiane. Ognuna di noi lo sapeva già dalla propria esistenza. Saltando come funambole dai figli al lavoro precario e poi dai genitori sempre più anziani, rinunciando molto spesso a lavorare o a fare bambini, non avendo il tempo per noi mai. La fotografia delle donne italiane disegnata dalle statistiche era chiara nella nostra mente, nei nostri sentimenti e nei nostri corpi stanchi. Il 13 febbraio abbiamo avuto la forza e il coraggio di dirlo a tutti, di trasformare una iniziativa per i nostri diritti in una grande azione politica per fare dell’Italia un Paese moderno. E dunque questo è proprio il nostro momento. Le donne hanno sostenuto un Paese senza avere nulla in cambio. E anche questo governo, arrivato tardi dopo lo sperpero umano e economico di quello precedente, propone alle donne anni di lavoro in più e maggiori contributi necessari per uscire dalla propria occupazione ma non dà nulla in cambio, se non la promessa di un utilizzo dell’aumento dell’Iva per benefici non nominati o l’abbassamento dell’Irap per chi assume donne e giovani. Non basta. Le donne hanno studiato, lavorato, procreato, curato, allevato, si sono caricate sulle loro spalle giovani e anziane le vite di tutti. Tutta l’Italia deve alle donne di non essere caduta
in pezzi, di avere a lungo mascherato la mancanza di servizi per le persone e per la famiglia, ma ora questo sistema antico e ingiusto non basta più. Se si chiede alle donne di lavorare più anni, si deve dare loro la possibilità di farlo, la
possibilità di conciliazione tra vita privata e lavoro che in questi anni è stata scaricata interamente su di loro. La sfida di questi giorni duri è questa: fare dell’accesso paritario delle donne nella società il grande motore di sviluppo dell’Italia. Uno sviluppo economico, perché l’aumento del tasso di occupazione delle donne, tra i più bassi di Europa, farebbe crescere la ricchezza di tutti. Uno sviluppo umano e civile perché metterebbe i talenti delle donne, il loro modo di trovare soluzioni, di decidere e dirigere a disposizione di tutti. Nessun governo italiano si è mai posto come obbiettivo di fare dell’Italia un Paese per donne. E le ragioni ci sono chiare, l’Italia non è mai stata governata in modo paritario dalle donne. Mentre noi sostenevamo le fondamenta della casa, ai piani alti altri decidevano per noi. Non c’è bisogno di controllare le statistiche, basta guardare il tavolo e la platea di un incontro istituzionale o professionale, gli organi dirigenti di enti pubblici, le direzioni dei giornali, delle tv, i consigli di amministrazione delle aziende, delle banche, degli ospedali, i direttivi dei partiti, l’aula del Parlamento: una moltitudine di uomini e poche donne, le vincitrici della corsa a ostacoli. Anche tra i giovani c’è molto da cambiare, come ha rilevato indignandosi la ministra Fornero, davanti a una delegazione di soli ragazzi. Ma nessuna donna può farcela da sola, anche se molte lo hanno pensato. Ogni cambiamento positivo, come le tre ministre tecniche di questo governo per esempio, viene immediatamente cancellato, senza la forza in campo delle donne: tra 25 sottosegretari e 3 viceministri, una sola donna.
Non possiamo distrarci. La sfida di questi giorni di crisi è anche questa: rinnovare la politica, avvicinarla ai bisogni delle persone, svuotarla di retorica, di frasi fatte, cercare una trasparenza per discutere, accordarsi o fronteggiarsi. Le
donne possono farlo. Il 13 febbraio si sono alleate tra loro, hanno sancito che si può e si deve discutere con chi non la pensa come te per un bene comune, per l’idea di un Paese migliore per tutti. L’ingresso a pieno titolo delle donne nelle istituzioni e nei partiti può essere il motore di un cambiamento radicale nella politica. Anche per questo scendiamo in piazza l’11 dicembre, per dire mai più contro le donne ma anche mai più senza di loro. E chiediamo agli uomini, anche questa volta, di essere con noi.

L’Unità 06.12.11

L’Italia prima di tutto

Uscire dall’emergenza, preparare la ricostruzione. Berlusconi ci ha portato a un centimetro dal fallimento, con il rischio di restare senza stipendi, senza pensioni e con le imprese e le famiglie al collasso. La manovra d’emergenza per evitare questo esito è inevitabilmente dura. Ma poteva essere più equa. Berlusconi ci ha portato a un centimetro dal fallimento, con il rischio di restare senza stipendi, senza pensioni e con le imprese e le famiglie al collasso.

La manovra d’emergenza per evitare questo esito è inevitabilmente dura. Ma poteva essere più equa.

Il Partito Democratico ha già imposto alcuni temi, come la tassazione dei capitali scudati, la tracciabilità nei pagamenti, l’abbassamento di un anno dei contributi previsti per le pensioni di anzianità (prima la manovra prevedeva 43 e 42) , la copertura fino alla pensione dei lavoratori in mobilità. Ma non basta.

Il Pd garantirà responsabilmente il proprio sostegno per evitare il fallimento, ma lavora per mettere, per quanto possibile, più equità nell’intervento deciso dal governo di emergenza presieduto da Mario Monti.

Quattro sono i temi sui quali intervenire, sia pure nel contesto di un iter parlamentare che si presenta come un sentiero molto stretto:

1. Pensioni. Innalzare l’ammontare della pensione che sarà rivalutata in base al costo della vita; rallentare l’applicazione della riforma sulle pensioni di anzianità e tenere in debito conto la situazione dei lavoratori che hanno cominciato l’attività da giovanissimi e dei lavoratori anziani che hanno perso il lavoro.

2. Casa. Innalzare la soglia di esenzione per l’Ici sulla prima casa, in modo da favorire i meno abbienti.

3. Evasione. Misure più concrete di lotta all’evasione fiscale.

4. Investimenti. Uno spazio nel patto di stabilità interno per permettere ai comuni di fare alcuni lavori, per esempio la messa in sicurezza e l’adeguamento ambientale ed energetico delle scuole.

Le risorse per fare questi interventi si possono trovare con interventi strutturali e una tantum: irrobustire il prelievo sui capitali scudati (ora è appena l’1,5 per cento); fare rapidamente un accordo con la Svizzera per la tassazione dei capitali italiani nelle banche elvetiche, seguendo l’esempio di Usa e Germania; vendere le frequenze tv invece di regalarle; reintrodurre almeno una o due delle misure contro l’evasione fiscale approvate dal governo Prodi e abolite subito da Berlusconi.

www.partitodemocratico.it

L’offensiva del Pd: in Parlamento bisogna cambiare", di Maria Zegarelli

Il Pd lavorerà affinché la manovra venga modificata per allegerire le misure su pensioni e Ici. «Ci aspettavamo misure più eque». Bersani: «Proporremo agenda di riforme in Parlamento». Una manovra dura, «di cui si percepisce la dolorosa necessità», come dice Pier Luigi Bersani, ma «ce l’aspettavamo più equa». Per questo ora ci si aspetta «correzioni, anche se ci sono tracce delle nostre proposte». Il segretario Pd commenta così gli interventi da 30 miliardi di euro lordi tesi a «salvare l’Italia» dal rischio fallimento.
Si può e si deve migliorare, lo dice il numero uno del Nazareno nel corso del coordinamento del partito, lo dicono i due capigruppo di Camera e Senato Dario Franceschini e Anna Finocchiaro, e lo dice la quasi totalità dei democratici, compresi i Modem, con sfumature più morbide i lettiani.
Ed è per questo che da ieri pomeriggio, subito dopo il discorso del premier alla Camera, è entrata in azione l’alta diplomazia dei partiti con il governo alla ricerca di una «sintesi» che lo stesso esecutivo dovrebbe trovare sulla base delle indicazioni arrivate ieri e sotto forma di un emendamento al dl. Troppo rischioso avventurarsi sul terreno scivoloso degli emendamenti e poco, pochissimo, tempo per approvare la manovra. Ma così come è entra nella carne viva della fascia medio-bassa dei cittadini e i partiti sanno bene quale sia l’umore dei propri elettori ai quali, come dicono sia Franceschini sia Cicchitto, vanno dati dei segnali.
IL CONFRONTO CON IL GOVERNO
Durante il coordinamento di ieri il Pd si è trovato su una posizione unitaria circa i punti sui quali sarà necessario aprire il confronto con il governo per intervenire nel senso dell’equità e sulla necessità, come ha detto Bersani, di proporre «un’agenda di riforme in Parlamento» tra cui sicuramente la legge elettorale e il superamento del bicameralismo perfetto. Quanto all’emergenza, ha detto il segretario, «confermiamo che siamo pronti a prenderci le nostre responsabilità ma abbiamo detto anche con nettezza cosa faremmo noi e cosa chiediamo che si faccia: dobbiamo assolutamente migliorare la manovra alleggerendola su alcuni punti».
Sono Dario Franceschini e Anna Finocchiaro, dopo aver fatto il punto in una capigruppo con il segretario, ad elencarli in Aula: «Sia noi che la destra probabilmente avremmo rispettato gli impegni europei facendo manovre diverse dice il primo avremmo lavorato su una maggiore equità, un intervento più graduale sulle pensioni, su chi si vede alzare l’età avendo già perso il lavoro, e poi non bisogna dimenticarsi dei lavoratori precoci. Vorremmo una franchigia maggiore sulla prima casa, avremmo voluto di più dai grandi patrimoni, avremmo cercato risorse dal patrimonio pubblico immobiliare e dall’asta sulle frequenze».
Alla base di tutto, dice Franceschini tra gli applausi Pd, deve esserci un principio: «Quello della giustizia sociale, il principio che il sacrificio va chiesto a ognuno in base ai propri mezzi e che non si tollerano più furbizie e vigliaccherie».
Oggi il Pd incontrerà l’Idv, Casini e cercherà di sondare gli umori del Pdl per capire i margini di intervento. Per i democratici la tassa sui capitali scudati va alzata almeno al 2% (Sergio D’Antoni la vorrebbe al 15), per poter lasciare l’indicizzazione a chi prende 1500-2000 euro di pensione, mentre un altro «correttivo» dovrebbe riguardare le pensioni di anzianità per i lavoratori precoci: no alla penale per chi lascia il lavoro prima dei 42 anni e 1 mese di contribuzione gli uomini e 41 e un mese le donne. Lo ribadisce la capogruppo al Senato: «Vorremo più coraggio sui grandi patrimoni per alleggerire l’intervento sulle pensioni per i lavoratori precoci e incrementare l’esenzione dell’Ici sulla prima casa». Preoccupata Livia Turco: «Le modifiche sono necessarie, le fasce sociali più deboli non sono ancora sufficientemente tutelate». Dalla minoranza Pd Walter Veltroni e Valter Verini sono convinti che sia possibile apportare modifiche. Altro fronte caldo, di cui si è discusso al coordinamento, è l’Europa e la linea Merkel-Sarkosy. È Rosy Bindi a chiedere che Monti apra in quella sede un confronto sulle scelte future, «altrimenti i nostri sacrifici saranno vani».

L’Unità 06.12.11

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“Una carezza a chi ha fatto rientrare i capitali grazie allo scudo”, intervista ad Anna Finocchiaro di Paolo Festuccia

Questa manovra è ancora sbilanciata. Penso, ad esempio, alla vicenda degli scudati: per quei soggetti che hanno violato la legge portando all’estero i loro capitali, per poi farli rientrare pagando solo il 4 per cento, francamente è ancora una carezza». La pensa così, Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Partito democratico che aggiunge: «E’ giusto che chi con quello “scudo” ha guadagnato molto, ora aiuti il Paese».
Sulla patrimoniale le richieste del Pd non hanno trovato spazio nelle proposte del governo Monti…
«Anche la questione degli scudati non era prevista nella prima stesura. E’ stata introdotta dopo la concertazione, che è stata vera, e mi auguro che prosegua nelle commissioni. Comunque, dopo quel confronto c’è stato anche un alleggerimento sulle pensioni di vecchiaia e di anzianità con la revisione sulle indicizzazioni. Penso, però, che si possa agire di più sui grandi patrimoni, sulla dismissione dei beni dello Stato, e sulle frequenze televisive. Ma certamente occorre insistere sulle grandi ricchezze».
I sindacati sono sul piede di guerra. La Cgil ha proclamato uno sciopero di quattro ore…
«Tutti i sindacati si sono mossi in questo senso. Noi lavoreremo perché nella discussione parlamentare questa manovra venga rimodulata in maniera da garantire meglio il principio di equità».
Pensate a degli emendamenti?
«Ci troviamo in una situazione un po’ strana: perché non essendoci in aula né una maggioranza ne un’opposizione ben definita si potrebbero registrare anche cose un po’ stravaganti. La mia opinione è che dobbiamo cercar di far approdare in aula il testo sul quale nelle commissioni si sia svolto il massimo della concertazione possibile».
Crede che il governo porrà la fiducia?
Non lo so. Vedremo. Noi, però, abbiamo davvero la necessità di agire al meglio e in un tempo più che ragionevole. Ricorderà che il mio partito, i nostri gruppi parlamentari hanno garantito l’approvazione di manovre che non erano le nostre, che non condividevamo assolutamente nel giro di tre giorni per il bene dell’Italia, e quindi, penso che ci si debba muovere con la stessa responsabilità anche adesso».
Perché così pochi applausi per Monti in aula?
«L’applauso più significativo è arrivato dai mercati. Lo avevamo detto che sarebbe potuto accadere se si fosse dato un segnale di serietà. Ma comunque è una situazione esclusivamente psicologica, perché l’aula è una realtà che bisogna conoscere per interpretare. Il rapporto tra le forze politiche e il governo è una relazione tutta nuova. E quindi, quel pezzo che è esclusivamente legato al tifo di partito è ovvio che non c’è. E’ tutto più asciutto, più laico. E la cosa, francamente, non mi sconvolge».

La Stampa 06.12.11

"Via le province ora è possibile", di Giovanni Cocconi

Non è vero che nella manovra non ci sono tagli ai costi della politica. Anzi Il governo Monti non poteva abolire le province. Ha fatto di più: le ha svuotate. L’intervento draconiano previsto all’articolo 23 del decreto salva- Italia non poteva cancellare un ente previsto dalla Costituzione ma di fatto lo trasforma in un ente inutile. Quindi da chiudere. «Sulla Casta è ancora poco» ha scritto sul Corriere della Sera Sergio Rizzo, intestatario del copyright della campagna contro i costi della politica. Sicuro che sia così? Solo pochi mesi fa, il 25 luglio, il parlamento aveva bocciato una proposta di legge per l’abolizione delle province con il voto contrario anche del Pd. «La cancellazione delle province non è nel nostro programma » aveva spiegato il capogruppo Dario Franceschini.
Ora Monti si propone di trasformarle in organi non esecutivi e non politici, di soli dieci componenti (al posto dei 45 attuali), non eletti direttamente dal popolo ma dai comuni di riferimento e, soprattutto, senza funzioni, le quali devono essere trasferite dalle regioni ai comuni «entro il 30 aprile 2012». Cioè tra cinque mesi. Tant’è che il decreto prevede che, al massimo entro il 30 novembre del prossimo anno, gli organi delle province in carica decadano.
Insomma, tra meno di un anno le province saranno svuotate de facto e il parlamento sarà chiamato a dare cornice costituzionale al loro killeraggio, tra l’altro suggerito anche nella lettera della Bce. Altrimenti rischia di pagare un prezzo molto alto vista l’aria che tira. «Equità significa anche dar voce a una domanda sociale di una drastica riduzione dei costi della politica» ha spiegato Monti ieri alla camera in uno dei pochi passaggi applauditi del suo intervento.
Che le misure siano drastiche lo conferma la protesta arrivata ieri dall’assemblea delle province italiane. Il presidente dell’Upi, Giuseppe Castiglione, parla di probabile incostituzionalità del provvedimento e di risparmi risibili attorno ai 30 milioni. E se l’opposizione della Lega è scontata, ieri è stato contestato anche il presidente della provincia di Roma, Nicola Zingaretti, interrotto durante il suo intervento dal palco.
La scure di Monti si è fatta sentire anche sulle autorità di garanzia. Dall’Agcom all’Antitrust, dalla commissione di garanzie sugli scioperi all’Authority per l’energia, dalla Consob al Cnel tutti i consigli saranno dimezzati e sarà (in parte) bloccato il turn over dei dipendenti. Soppresso l’Enit, l’ente per il turismo (i cui dipendenti dovrebbero finire al ministero dell’economia), Inpdap ed Enpals confluiranno nella super Inps, mentre rischiano di pagare un prezzo molto alto regioni, province e comuni che dovranno subire altri tagli per 5 miliardi. Tant’è che ieri, oltre alla protesta dei sindacati, si è alzata (ma in modo molto mite) quella di regioni e comuni che dovranno assorbire anche le funzioni delle province per ora a risorse inferiori.
Si dirà che manca il capitolo parlamentari e ministri.
Non si può certo accusare Monti di non aver colto l’importanza simbolica di misure anti-Casta che aumenterebbero la popolarità di un governo già molto popolare nell’opinione pubblica. Non a caso domenica ha annunciato la rinuncia alla propria indennità da presidente del consiglio e nel decreto (articolo 23, comma 9) ha inserito una norma che impedisce ai dipendenti pubblici chiamati a svolgere la funzione di parlamentare, ministro o sottosegretario di cumulare gli stipendi.
In più gli esponenti dell’esecutivo avranno l’obbligo di rendere pubblico tutto il proprio patrimonio, compresi gli investimenti in azioni e titoli. Non poco. Anzi, rispetto a prima è tantissimo.

da Europa Quotidiano 06.12.11