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"Istruzione di qualità la scommessa sul futuro", di Francesca Puglisi

Parlare di educazione dell’infanzia significa tracciare la strada verso il futuro. Nella giornata mondiale dei diritti dell’infanzia, ieri a Torino, abbiamo celebrato la prima conferenza nazionale per le politiche educative 0-6 anni. Hanno partecipato ai nostri lavori 250 esperti, amministratori locali, rappresentanti di associazioni e sindacati, educatori, insegnanti, pedagogisti. Questo Paese per tornare a crescere ha un estremo bisogno dei giovani e delle donne, proprio coloro che più sono stati umiliati dal ventennio berlusconiano. La scuola 0-6 anni, lo dimostrano tutte le ricerche, è fondamentale per combattere i divari sociali, economici e territoriali che affliggono il nostro Paese e per recuperare gli svantaggi in modo duraturo. Sono essenziali servizi educativi di qualità che sappiano mettere al centro della propria missione i diritti dei bambini e delle bambine, coinvolgendo
educatori, genitori e la comunità tutta nell’appassionante sfida
dell’educazione. Investire in istruzione di qualità sin dalla tenera età è una scommessa sul futuro e per la coesione sociale del nostro Paese. Abbiamo voluto costruire questa conferenza come momento di scambio, di confronto di esperienze, perché la buona scuola c’è già, nel lavoro quotidiano e nelle buone pratiche. L’auspicio è che da oggi rinasca, insieme ai nostri amministratori locali, una nuova primavera dell’educazione e dell’istruzione, che sappia coinvolgere tutti, pedagogisti, educatori, insegnanti, ricercatori, famiglie, privato sociale. Non possiamo assolverci
perché c’è la crisi. Dobbiamo assumerci la responsabilità del dover essere migliori, di continuare ad andare oltre i nostri limiti ed innovare offrendo risposte di qualità per assolvere al compito che ci è affidato. La mia generazione e chi ha responsabilità di governo in questo momento negli enti locali, sa che dovrà modernizzare questo Paese, dovrà offrire risposte
ai nuovi bisogni, avendo a disposizione meno risorse. Dovrà saper fare di più con meno. Per questo serve una nuova alleanza ed un patto di corresponsabilità tra tutti gli attori della comunità locale. Per questo rigettando la politica del voucher – cara famiglia, ti do’ un bell’assegno, poi tu vai a comprarti in un sistema di mercato a diversi prezzi, l’istruzione che vuoi per i tuoi figli ed io pubblico, me ne lavo le mani – noi proponiamo piuttosto un modello di governo
pubblico del sistema integrato dei servizi educativi 0-6 anni. In cui sia il pubblico a stabilire standard qualitativi, controllo degli stessi, qualifica e formazione in servizio del personale docente e non docente,un comune coordinamento pedagogico e tutti, pubblico e privato, contribuiscono alla costruzione del sistema integrato. Consapevoli di una questione cruciale: che senza l’impegno delle istituzioni per leggere, interpretare anticipandoli, i nuovi bisogni dei bambini e delle loro famiglie, non si può promuovere quel processo costante di innovazione,
fatto di buone pratiche e di piccoli passi concreti di miglioramento.
Questo deve essere il nostro riformismo nei servizi e nella scuola. Non riforme epocali, che finiscono per invecchiare ancora prima di realizzarsi, non l’esecuzione di direttive e decreti, calati dall’alto e imposti dalle norme agli operatori della scuola, ai bambini e alle famiglie. Le riforme non si fanno senza confronto e collaborazione; richiedono uno sforzo
comune di condivisione il più possibile ampio e convinto, coinvolgendo tutti i soggetti che partecipano ai processi di formazione, è la strada giusta per riconoscere e valorizzare le risorse umane e professionali delle nostre scuole.

L’Unità 21.11.11

"La missione dei professori dare senso alla politica", di Michela Marzano

Da quando sono stati nominati, c´è il sospetto che l´Italia sia finita nelle mani di pochi tecnocrati. Ci sono addirittura dei parlamentari che ritengono che il governo tecnico sia il frutto di un vero “colpo di Stato”. Come se la crisi che si abbatte oggi in Europa avesse provocato, nel nostro Paese, il fallimento della politica. ome se, dopo anni di spettacoli, divismo, visibilità e barzellette, il solo modo per salvare lo Stato fosse quello di rinunciare alla democrazia, dove tutti possono decidere tutto, per far spazio alla tecnocrazia, dove solo pochi decidono quello che si deve o meno fare. Eppure i “tecnici” del governo Monti non sono dei tecnocrati. Perché non si tratta affatto di specialisti dei meccanismi burocratici. Al contrario. Si tratta soprattutto di professori universitari. Che per occupare il ruolo che occupano, hanno passato anni ed anni a studiare, ad approfondire le proprie conoscenze, talvolta anche ad innovare la ricerca trovando soluzioni inedite a problemi ancora irrisolti. Certo, non è più il tempo di Platone, quando sembrava ovvio affidare il governo della polis ai filosofi, gli amanti del sapere. Oggi, il sapere è complesso e molteplice. E anche se ogni tanto varrebbe la pena di consultare qualche filosofo per avere un punto di vista critico e argomentato sulla realtà, non sono loro che, per definizione, devono occupare cariche politiche di responsabilità. Oggi, le competenze di cui si ha bisogno per il bene di un Paese sono tante. Ed è importante che Mario Monti, lui stesso professore universitario, abbia fatto appello ad altri professori. Non solo perché si sta attraversando un momento di crisi che ci obbliga a trovare velocemente soluzioni credibili. Ma anche e soprattutto perché oggi la politica ha più che mai bisogno di contenuti. In democrazia, il popolo resta sovrano. È quindi giusto e necessario pensare fin da oggi alle prossime elezioni. Ma forse è giunto il momento di ripensare il modo stesso di fare politica. Non certo per proporre un´anti-politica populista e demagogica. Non certo per togliere al popolo ciò che gli spetta di diritto. Ma per dare la possibilità ai cittadini di scegliere anche sulla base del sapere e delle competenze, e non più solo in base a logiche di spettacolo o di partito. Se la politica si è progressivamente impoverita e svuotata di senso, è anche perché, per troppo tempo, si è ridotta ad un insieme di discorsi vuoti, dove quello che contava non era più tanto quello che si diceva, ma come lo si diceva. Perché la forma ha troppo spesso preso il sopravvento sul contenuto. Come se bastasse essere presenti ovunque, ripetendo sempre le stesse formule e promettendo l´impossibile per acquisire magicamente credibilità e competenze.
Ormai la gente non si accontenta più delle “parole in libertà” di cui si sono riempiti la bocca molti responsabili politici. Né di un frasario più o meno complesso che, in fondo, non vuol dire nulla. Oggi i cittadini vogliono concretezza. E il primo passo della concretezza consiste nell´essere capaci di nominare le cose in modo corretto, come direbbe Albert Camus che aveva capito perfettamente che, a forza di utilizzare male le parole, non si fa altro che introdurre nel mondo sofferenza e disordine. Allora perché lamentarsi di un governo di professori che, per mestiere, sanno bene che il punto di partenza per mettere un po´ di ordine è quello di identificare i problemi da risolvere? Perché accusarli di essere dei tecnocrati quando il loro lavoro consiste, per definizione, a cercare le soluzioni dei problemi e il modo di applicarle?
Non si tratta oggi di opporre alla spettacolarizzazione della politica la burocratizzazione delle coscienze. Non si tratta di passare da un modello in cui bastava essere presenti sempre e comunque, ripetendo una, mille e cento volte le stesse battute o invettive a seconda delle circostanze per saturare lo spazio pubblico, ad un modello tecnocratico in cui tutto si riduca ad una semplice somma di competenze. In Italia, si prende spesso come esempio da imitare il modello dell´Ena, la scuola nazionale dell´amministrazione nata in Francia nel 1945 e che, fino agli anni Ottanta, ha contribuito al successo dell´État Providence alla francese. Questo modello, però, si è col tempo incancrenito. E oggi rappresenta proprio quella tecnocrazia (la famosa énarchie) dove l´efficacia, l´eccellenza e la performance producono sempre di più dei responsabili senza immaginazione, focalizzati sulla ragione strumentale. Non è un caso che, in un mondo globale in piena trasformazione e che necessita uno sforzo di innovazione e di umiltà, l´Ena sia oggi in crisi anche in Francia. Lo stereotipo dell´énarque è quello di un “cervello fatto come si deve” ma che, nonostante tutto, non riesce più a “pensare in modo critico”. Il rappresentante di una vera e propria casta. Ora, un professore è tutt´altro. Grazie al proprio percorso universitario, sa bene il valore del sapere e l´importanza di rimettersi talvolta in discussione. I contenuti della politica sono sempre dei “problemi” che si deve poter essere capaci di formulare e di risolvere senza cadere nella trappola delle procedure prefabbricate. Chi può saperlo meglio di un docente universitario, a patto che non dimentichi le regole proprie alla politica?

La Repubblica 21.11.11

"Europa o la va o la spacca", di Stefano Lepri

Quando giovedì Mario Monti si incontrerà con Angela Merkel e Nicolas Sarkozy a Strasburgo, non ci sarà dubbio su chi dei tre padroneggi meglio l’agenda delle discussioni. L’Italia non solo torna ad essere ascoltata, ma parla con una voce competente proprio su ciò che urge decidere: come salvare l’euro.

Purtroppo, non basta: se nelle prossime settimane non maturerà una svolta radicale, diremo in futuro che tutto avvenne troppo tardi, il cambio di governo a Roma come il congresso dei cristiano-democratici tedeschi a Lipsia dove si è indicato in «più Europa» il rimedio.

Monti sembra l’uomo giusto per convincere i tedeschi perché il suo pensiero è affine al loro. Ha sempre sostenuto che gli acquisti di titoli di Stato sul mercato secondario da parte della Banca centrale europea si giustificano solo in una situazione di emergenza ed entro certi limiti. A maggior ragione comprende i tedeschi quando fanno muro contro l’idea che la Bce si dichiari pronta a stampare moneta per sostenere i debiti pubblici, come prestatore di ultima istanza. Nello stesso tempo, sa quanto il tempo stringa.

O la va – nel senso di «più Europa» – o la spacca. Mesi fa Monti ha deprecato che quasi tutti i governi insistano a comportarsi «come se non fossero membri di un’unione monetaria»; non si curano degli effetti che le loro decisioni hanno sugli altri, tentano di scaricare oltre confine la colpa di ogni misura impopolare. La mancanza di fiducia reciproca sbarra la strada a ogni soluzione capace di impedire ai mercati finanziari il loro tremendo divide et impera .

Negli uffici della Commissione europea José Barroso e Herman van Rompuy preparano proposte sugli eurobond , di cui anche Monti – che incontrerà i due domani – è un sostenitore. Ma perché gli eurobond diventino praticabili occorre che ciascun governo abbia la certezza che i suoi cittadini non saranno chiamati a pagare i debiti di altre nazioni.

Tra Germania e Italia c’è accordo che «limitate modifiche dei Trattati europei» siano necessarie, proprio per consolidare la fiducia reciproca. Ci vorrà tempo per negoziarle. Per l’immediato occorre fantasia nell’escogitare strumenti di sostegno ai Paesi deboli che la Germania possa accettare.

La strada è quella indicata dall’altro Mario italiano, il presidente della Bce Draghi: un rapido potenziamento dell’Efsf, il Fondo europeo di salvataggio. L’interrogativo è se l’Efsf potrà contare sul sostegno della Bce. Sarà necessario anche qui scontrarsi con certe rigidità dottrinarie che, come Monti ritiene, possono chiudere la Germania in un egoismo di corta veduta.

Al fondo, il problema non è di tecnica monetaria, è di democrazia: quali sono gli strumenti per arrivare a decisioni condivise, che aiutino gli Stati in difficoltà senza incentivarli a ripetere gli errori che ce li hanno condotti. Purtroppo i politici di ciascuna nazione restano molto affezionati alla libertà di sbagliare a danno delle altre. E se l’Italia riuscisse a dare un buon esempio, una volta tanto?

La Stampa 21.11.11

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“Staccare la spina” Parole sprecate, di LORENZO MONDO

Mario Monti, chiamiamolo così senza l’appellativo di professore che per molti ha un significato limitativo marcando la sua estraneità al mondo della politica, ha ottenuto nei due rami del Parlamento una massiccia maggioranza. Non offuscata dallo spettacolino di quel tal Scilipoti che si è presentato alla Camera con la fascia nera al braccio in segno di lutto. E nemmeno dall’ostracismo della Lega che ha rispolverato gli inoffensivi ministeri del Nord facendo appello alle viscere dei suoi militanti (ingoiando il rospo di un esecutivo ad alto quoziente nordista). Gli ostacoli veri si annidano all’interno del provvisorio unanimismo che ha legittimato il nuovo governo. Già alla vigilia se ne sono colte le avvisaglie quando è caduta l’opzione, patrocinata dal presidente della Repubblica, di Giuliano Amato e Gianni Letta come ministri. Due persone apprezzate per il loro senso della misura che avrebbero impegnato i rispettivi schieramenti ostacolando le imboscate delle ali estreme. La bocciatura significa che certi partiti vogliono mantenersi le mani libere.

Ora, è comprensibile che non si accetti di procedere al buio, ma le parole che si sentono, a voce alta e bassa, lasciano trapelare l’insofferenza per una mediazione – di interessi e di sacrifici – che è la ragione prima del nuovo corso. Troppe sono in realtà le parole che si sprecano, al di là del senso comune. C’è chi grida al golpe, alla sospensione della democrazia: quando la scelta, dettata da una drammatica emergenza, è frutto di un accordo trasversale degli eletti e può essere vanificata dal voto del Parlamento che è in grado – come afferma un subdolo memento – di «staccare la spina». Si insiste d’altra parte nel qualificare quello di Monti come un governo di tecnici, del quale già si contano i giorni, perché non può esautorare alla lunga la politica. Si trascura, con rara impudicizia, che la politica ci ha messo del suo per esautorarsi. E che proprio un anomalo governo offre – per la competenza, la sobrietà del comportamento e l’onestà dei propositi – i tratti distintivi di una politica diversa da quella cui siamo da troppo tempo avvezzi. Forse la gravità della situazione e l’ampio consenso manifestato a Mario Monti dall’opinione pubblica frenerà le spinte faziose. Vada come vada, nelle future scadenze elettorali non si potrà prescindere da questo esperimento. È toccato ai presunti tecnici mostrare che non tutto è da buttare nel nostro paese, che esistono trascurate risorse per una politica intesa a riappropriarsi dei suoi ineludibili e nobili compiti.

La Stampa 21.11.11

"Gli eterni vizi dei boiardi", di Alberto Statera

Contanti, valigetta, mazzetta. Torna nelle inchieste giudiziarie il “classico” della Prima Repubblica.
Torna per una volta alle origini un po´ naïf, la ben più sofisticata ed estesa corruzione sistemica che ha segnato per tre lustri l´Italia berlusconiana. Poco più di un anno fa, mentre si rivelava in tutta la sua potenza il sistema di potere corrotto dei grandi appalti, dei miliardi pubblici dirottati nelle tasche private, delle nomine pilotate, dei favori massonici, del familismo amorale eretto a sistema di governo, c´era un signore, tale Tommaso Di Lernia, imprenditore, che recava in una valigetta 24 ore 200 mila e passa euro in contanti nei pressi di piazza di Spagna, nella sede dell´Udc di Casini. La consegnava al tesoriere del partito Giuseppe Naro. Solo un altro “mariuolo”, come disse Craxi di Chiesa, spuntato nel nuovo millennio?
Dominus dell´operazione fu l´amministratore delegato di Enav, l´Ente nazionale assistenza al volo, Guido Pugliesi, mini-boiardo non dei più autorevoli, superstite della Prima Repubblica proprio perché piccolo e non troppo astuto, sopravvissuto così al cambio di regime che ha catapultato in prima fila gli scarti del cinquantennio democristiano. Tra quelli ancora benvoluti da Luigi Bisignani e da Marco Milanese, businessmen delle nomine dei manager pubblici, purché malleabili, ubbidienti e generalmente di poche pretese.
Questo Pugliesi nella Prima Repubblica portava la borsa a suo cognato Paolo Benzoni, amministratore della Sip. Vistosi perduto dopo Tangentopoli e all´albore del berlusconismo, si buttò – pensate – con Storace, che lo mise a dirigere l´ospedale San Camillo di Roma. Dai telefoni ai cateteri, per la serie: vinca la competenza. Poi, con l´Udc passato all´opposizione, Pugliesi, che pare non trascurasse di consultare il sempiterno luciferino Andreotti, trovò più naturali spazi nel risorgente centrismo. Spazi che andavano congruamente retribuiti per sperare di mantenere il posto. Con i contanti. Old style diccì.
Ma Pugliesi, testimone e pronubo della valigetta di banconote al partito di Casini, con la vecchia tecnica della mazzetta ormai sostituita dall´appartamento acquistato “ad insaputa” e dalla barca venduta al doppio del suo valore o all´affitto di seimila euro saldato in contanti dall´amico fatto onorevole, è poco più che una comparsa nel sistema di corruzione che ha fatto di Finmeccanica, che con l´Eni è il più grande gruppo pubblico d´Italia, la sentina del berlusconismo arrembante, fatto di ex fascisti affamati da decenni di potere e denaro, di ex democristiani ed ex socialisti in cerca di consulenze e di ricollocazione sotto il nuovo ombrello, generoso soprattutto con faccendieri, truffatori, lenoni e ricattatori. I personaggi che “Cesare” tratta con più disinvoltura.
«La fine delle preferenze ha ridotto la corruzione», ha detto ieri Berlusconi in un´intervista al “Corriere della Sera”. Ma dove? L´uomo – ormai lo sappiamo – è fatto così, impermeabile alla verità, tetragono all´evidenza dei fatti. Fatti che, dopo diciotto anni, hanno decifrato anche gli osservatori più distratti. In principio fu la Protezione civile, l´uso smodato e senza controlli dei fondi della presidenza del Consiglio, gli appalti senza gara, gli aggiornamenti prezzi, le secretazioni, i Balducci, gli Anemone, gli affari personali dei dignitari berlusconiani. Poi le filiere dei comitati d´affari si sono consolidate nelle cricche che nelle residue grandi aziende di Stato hanno trovato di che sfamare gli appetiti crescenti della torma di famigli. Non conveniva comprarli con le pur debordanti risorse personali, conveniva gratificarli con le risorse pubbliche. Non c´era per tutti (tutte) uno scranno senatoriale, un dicastero o un sottosegretariato, ma a chi negare una tangente Enav? A chi una consulenza Finmeccanica?
Premeva il ministro Matteoli, spingeva il plenipotenziario presidenziale Lavitola, e, giù giù, gli amici del sindaco Alemanno, come quel maneggione fascista Gennaro Mokbel, che alla Finmeccanica stava per scippare gratis un´azienda. Tutto sotto lo sguardo paterno del sottosegretario alla presidenza Gianni Letta, che ancora pochi giorni fa, in questo paese senza memoria e spesso senza dignità, molti volevano presidente del Consiglio, sottosegretario del governo di emergenza del professor Monti e che alla Camera, novello eroe nazionale, ha ottenuto un´ovazione bipartisan persino più sentita di quella tributata al presidente Napolitano. Non sapeva forse l´applausometro che il sottosegretario Letta è il grande protettore della centrale di scandali del berlusconismo che sta emergendo in Finmeccanica e negli enti cadetti o complici come l´Enav?
«Guarguaglini – ha detto qualche giorno fa Letta, dopo averne imposto in aprile la riconferma a presidente nonostante le inchieste su di lui e sulla sua consorte Marina Grossi, amministratrice di un´azienda del gruppo – ha fatto grande questa azienda nel mondo». Pare non la pensi proprio così il nuovo amministratore delegato Giuseppe Orsi, che ha trovato nel palazzo di Montegrappa un disastro contabile e morale. Cinquecento milioni di euro scivolati tra le pieghe dei bilanci, operazioni sconsiderate, un gruppo che se vuole salvarsi ha bisogno di vendere i rari gioielli di famiglia.
Orsi ha un vulnus non da poco: è stato designato dalla Lega di Bossi, tramite il leghista di complemento Giulio Tremonti. Ma sembra che nella partita mortale con Guarguaglini, un boiardo vecchio stile che fa rimpiangere i migliori di quelli della Prima Repubblica, non intenda accettare compromessi, nonostante la designazione politica che lo colloca oggi all´opposizione.
La sua partita è ora nelle mani del professor Monti e del suo governo di emergenza. Che, prima di imporre i nuovi sacrifici a tutti gli italiani, ha un modo per dimostrare che la musica cambia, nonostante le ovazioni che hanno fatto del sottosegretario Letta il nuovo Garibaldi dell´Italia deberlusconizzata. Rimuova domattina il presidente della Fimneccanica Guarguaglini, la sua signora Marina Grossi e in tre mesi di tempo, non un giorno di più, faccia svuotare la sentina affaristica del berlusconismo.

La repubblica 21.11.11

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“Nelle tangenti Enav spuntano altri politici” di Carlo Bonini

Nuovi politici coinvolti nell´inchiesta della Procura di Roma per le tangenti negli appalti Enav. Indagati altri cinque manager accusati dall´imprenditore Di Lernia di aver intascato mazzette per un milione di euro. In Finmeccanica è l´ora della resa dei conti: pressione su Guarguaglini e la moglie, convocati i cda. C´è un dettaglio cruciale che racconta e in qualche modo spiega la drammatica accelerazione impressa in queste ore da Finmeccanica alle decisioni sul destino del suo management. Che suggerisce e prefigura quale approdo potrebbe avere l´indagine penale sul Sistema di cui la holding è stato il perno. Lorenzo Borgogni ha cominciato a collaborare con la magistratura napoletana. Ad ammettere il suo ruolo cruciale di «collettore» dei desideri e degli appetiti del Palazzo. Dalla fine dell´estate scorsa, l´uomo che custodisce i segreti di Finmeccanica, che, per anni, è rimasto assiso sul grumo di ricatti, denaro, favori che ha cementato il rapporto tra la holding, le sue 300 società controllate, e la Politica ha già riempito tre diversi e corposi verbali di interrogatorio con i pubblici ministeri Vincenzo Piscitelli, John Henry Woodcock e Francesco Curcio. I magistrati cui, nel marzo di quest´anno, aveva cominciato a svelare il “domino” delle nomine imposte dal Palazzo al Gruppo di piazza Monte Grappa. E a cui ora ha deciso di cominciare a raccontare il resto.
Il mercato delle nomine
In quella prima “apertura di gioco” del marzo scorso, sollecitata da una perquisizione dei suoi uffici disposta nell´indagine a carico di Marco Milanese, in cui erano stati sequestrati un appunto con una lista di politici annotati a penna («Giorgetti, Milanese, Romani (Guerrera), Fortunato (Mef), Galli, Squillace x La Russa») e un file custodito nel suo personal computer, Borgogni si era già dimostrato di una qualche loquacità. Parlando delle nomine nei cda delle società controllate da Finmeccanica, aveva spiegato: «Per quanto riguarda gli ultimi tre anni, Squillace è espressione del ministro La Russa, il consigliere Galli della Lega, mentre per lo Sviluppo Economico e Scajola, il riferimento è stato Alberti (…)». «Ricordo, ad esempio – aveva aggiunto – che la Lega, a mezzo Giorgetti, chiese che un posto fosse senz´altro riservato a quel partito in Ansaldo energia. Che il nominativo di Adolfo Vittorio per Elsag Datamat me lo diede Letta per conto di Giovanardi e che poi mi chiamò in prima persona». Ora – se si sta a quanto riferiscono due diverse e qualificate fonti inquirenti – quella collaborazione ha fatto dei passi avanti. «Non ancora cruciali. Ma comunque significativi».
Dalle assunzioni ai giornalisti
Borgogni ha infatti cominciato a spiegare i termini del mercato tra Finmeccanica e la Politica, di cui gli appalti Enav erano solo una delle articolazioni. Ha insomma deciso di raccontare come la prima sia stata la «tasca» della seconda. Rispondendo, di volta in volta – e come del resto l´ex “consulente globale” della holding Lorenzo Cola ha già spiegato a verbale al pm di Roma Paolo Ielo – a richieste di tipo diverso. Finanziamenti a fondazioni che facevano capo a partiti o anche a singoli parlamentari. Assunzioni di parenti e famigli in società controllate dal Gruppo. «Contributi a giornali e giornalisti». Ricchi contratti di consulenza o mediazione finanziaria. Un articolato sistema di partite di giro in cui c´era gloria e denaro (pubblico) per tutti e che doveva dissimulare la natura tangentizia dello scambio. Per altro nota a tutti i protagonisti. Al vertice della holding (Borgogni ha ribadito di aver sempre agito su indicazione del presidente Pierfrancesco Guarguaglini), come alla Politica.
Panama e la corruzione internazionale
Nei prossimi giorni, questi primi verbali “napoletani” di Borgogni verranno trasmessi a Roma al pm Ielo (che con i suoi colleghi Piscitelli, Woodcock e Curcio sta procedendo a indagini collegate), che di Borgogni ha chiesto, senza ottenerla, la cattura. Ma la “tenaglia” sull´ormai ex direttore delle relazioni esterne di Finmeccanica manterrà i suoi due bracci. A Napoli, Borgogni tornerà infatti presto per un quarto interrogatorio e per rispondere su vicende di cui quella Procura è allo stato competente, a cominciare dalla “corruzione internazionale” di cui la holding è sospettata. A cominciare dalle operazioni fatte sul mercato di Panama, attraverso un consulente quale Valter Lavitola. Un capitolo di cui per altro ha già cominciato a parlare.
Le “zucchine” ai partiti
È tuttavia a Roma che Borgogni giocherà la sua decisiva partita della sua “collaborazione”. Le sue prime ammissioni ai pm napoletani sono infatti per il pm Ielo soltanto l´incipit di un racconto di cui Borgogni deve ancora decidere l´approdo. E di cui Ielo, attraverso le confessioni di Cola, ha già cominciato a scrivere significativi paragrafi. Borgogni dovrà infatti decidere se fornire il dettaglio dei destinatari delle tangenti in contanti – «le zucchine» per dirla con il termine usato da Cola – versate ai partiti. E di cui lui sarebbe stato l´esclusivo dominus per conto della holding. Un “lavoro” che certo non faceva gratis e che – come l´indagine ha accertato e come lo stesso Borgogni ha ammesso a verbale – gli ha consentito di ingrassare i propri conti all´estero. Come quello londinese da sei milioni di euro, «scudato» e fatto rientrare in Italia a nome della moglie, in tempo per dichiarare, in piena tempesta giudiziaria, di non avere provviste oltre-confine.

La Repubblica 21.11.11

"Saviano a Wall Street spiega la mafia agli indignati d'America. Ressa per l'autore di «Gomorra»", di Alessandra Farkas

Roberto Saviano a Zuccotti Park: un’occasione unica per turisti e giornalisti italiani della Grande Mela, che, complice il sole di un tranquillo sabato mattina, si sono dati appuntamento nella leggendaria piazza sgomberata dalla polizia nel cuore di Wall Street, trasformandola in una caotica Little Italy di flash, urla e microfoni. Giubbotto arancione, barba incolta e jeans, l’autore di Gomorra invitato ufficialmente a New York dagli organizzatori di Occupy Wall Street ha iniziato il suo comizio verso mezzogiorno, terminandolo una quindicina di minuti più tardi. Ma tranne pochi fortunati in prima fila — tra questi l’economista Nouriel Roubini — quasi nessuno è riuscito ad afferrarlo. La famosa «magia del microfono umano» — ogni frase ripetuta di bocca in bocca dagli indignati perché a Zuccotti Park i megafoni sono proibiti — con i reporter italiani non ha funzionato. Leggendo da un testo scritto in inglese, Saviano ha spaziato dal tema della mafia («l’unica economia che non conosce crisi») al nuovo governo Monti («dobbiamo dargli tempo, ma non troppo»), da Berlusconi («ha mentito e ora l’Italia è in una situazione senza precedenti») a repubblicani e Tea Party («stanno spingendo l’America verso il disastro») e dalla presidenza Obama («ci ha deluso») a un movimento «che sta cambiando il mondo e andrà avanti».
Mentre parla, nel parco recintato da una doppia transenna di ferro e piantonato da agenti, è business as usual. Un operaio afro-americano istalla le ultime lucine natalizie sugli alberi spogli; un altro ripulisce gli angoli con un lavastrada portatile. Al centro della piazzetta Bennet Weiss, un gioielliere in pensione, distribuisce come al solito le sue patacche colorate col logo OWS, invitando a «lasciare un obolo per la causa, anche se sono gratis».
«No, non so chi sia Saviano», confessa Weiss, «certo, ha attratto una bella folla», aggiunge, «ma quando parla una star di Hollywood la piazza è ben più strapiena». In un Paese dove Gomorra — libro e film — sono noti solo all’intellighenzia, anche i media americani sono rimasti a casa. «Abbiamo visto Tg5, Sky Tg24, Rai e la tedesca Zdf1 ma neppure una tv Usa», si lamentano Giulia Baczynski e Luca de Vincenzi, due turisti emiliani in trasferta.
Anche se prima d’oggi non aveva mai sentito parlare di lui, l’architetto italo americano Joseph Ciolino giura che «correrò a comperare il suo libro». Tina Munson, una terapista per la prima volta a Zuccotti Park «per studiare il rapporto tra il parco e l’antica arte geomantica taoista della Cina Feng Shui» promette di fare lo stesso. «La vera notizia, per noi che lo conosciamo bene, è vederlo per la prima volta in pubblico senza scorta», esulta Giulia Cantore, una sua fan in vacanza da Roma.
Alle 12 e 18 minuti, mentre un’ovazione segnala la fine del suo intervento, un’elegante afroamericana di mezza età, Barbara Newsome, si unisce agli applausi. «Non ho capito cosa ha detto ma ho sentito le vibrazioni col cuore», spiega la donna, docente universitaria che ha scoperto Saviano grazie all’amica Roberta Mineo, ordinaria di Processi e Dinamiche di gruppo a Reggio Emilia, a Manhattan «per scrivere un libro con Jerome Bruner, il padre della psicologia cognitiva».
Mentre i poliziotti bloccano l’ingresso a un gruppo di giovani con sacco a pelo, tamburo e chitarra di Occupy Queens, Saviano lascia il parco scortato da una processione di cameraman e curiosi che per diversi isolati mandano in tilt il traffico di downtown. «Sembra Gesù seguito dagli apostoli», ironizza una freelance, frustrata perché è tutta la mattina che tenta invano di avvicinarlo.
A chi gli chiede se è dispiaciuto di non aver richiamato più indignati americani, Saviano risponde con un sorriso: «Più americana di così questa giornata non poteva essere», dice alzando gli occhi al cielo costellato dalle gru del cantiere di Ground Zero: «Mi hanno invitato loro, primo italiano a parlare ufficialmente a Zuccotti Park».

Il Corriere della Sera 20.11.11

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Lo scrittore ai giovani di Zuccotti Park “Senza violenza contro le mafie”, di Angelo Aquaro

Gli urlano: «E allora Roberto che cosa occupiamo in Italia? ». Stretto nella scorta e travolto dalla folla, Roberto Saviano, “chiodo” di pelle marrone su felpa nera, abbozza timido: «Non saprei… ». Insistono: «Il Parlamento o Piazza Affari? ».
Qui cede con un sorriso: «Piazza affari». Del resto è venuto a gridarlo forte ai ragazzi di Occupy Wall Street com’è che s’è formata la “Gomorra Finanziaria”. Gli indignati di Zuccotti Park, tantissimi italiani, si esaltano. Una signora di colore («Ma chi è? » «A famous Italian writer») sbotta «Wow» quando il passaparola dei microfoni umani – qui non si possono usare amplificazioni – rilancia la sua accusa della mafia a Wall Street, del suo cash che inonda il business approfittando della recessione. Lui legge in inglese, ci sono tv di mezzo mondo, gli chiedono se è pronto a gettarsi in politica («Ora non me la sento»), un reporter francese domanda se l’addio di Silvio Berlusconi reciderà finalmente i legami istituzionali con la mafia: «Spero proprio di sì».
Anche in Italia si cambia aria: che cosa spera dal nuovo governo? «Che abbia il tempo di lavorare. E poi che non si distragga, appunto, dalla lotta alle mafie. Non è una caso che qui in America Barack Obama abbia messo la camorra tra i nuovi nemici».
Veramente i ragazzi di Occupy Wall Street sono molto critici con Obama. «Sono delusi e li capisco: aveva promesso di rimettere ordine nella giungla della finanza. Sono deluso anch’io: quando vedi un film come “Inside Jobs” capisci come stanno ancora le cose».
Può farcela? «È ancora in tempo. Lui le regole ha provato a farle, anche i ragazzi di qui chiedono regole, invece Repubblicani e Tea Party vogliono l’abolizione di ogni vincolo: e guardando loro penso che possa farcela».
Però i ragazzi di Wall Street cosa propongono? Non c’è un obiettivo concreto, non c’è un leader. «Questa può essere un’opportunità, fare emergere le capacità di turno. E poi non è vero che non ci sono proposte. Per esempio questa idea del salario universale minimo. Ecco, ora diranno che faccio il black block».
Invece ad abbracciarla c’era un guru degli investitori: Nouriel Roubini.
«Stiamo pensando a un’uscita insieme. Ancora qui negli Usa.
E poi… ». Porterà Occupy Wall Street in Italia? «C’è già, anche se hanno tentato di macchiarlo con la violenza. Però sì, sarebbe bello poter organizzare qualcosa con questi ragazzi americani».
Ha detto: se crolla l’Italia crolla l’euro e se crolla l’euro rischia anche l’America. Come siamo arrivati fin qui? «Ai ragazzi ho spiegato: quello che accade da noi vi riguarda.
L’Italia è un paese ricco e un laboratorio straordinario. Ma la ricchezza non è andata di pari passo con lo sviluppo. Una contraddizione che Berlusconi ha coperto con le bugie».
E lei com’è finito a Zuccotti? «Mi hanno cercato. C’è tutto un movimento di scrittori e artisti che si sta mobilitando. Hanno detto: perché non vieni a parlare di mafia e finanza da noi? Maronna mia: che onore. Sono qui perché non potevo non esserci. E adesso mi sento meno solo». L’invito rischiava di saltare: non ha pensato che dopo lo sgombero di Zuccotti Park per il movimento era già finita? «No, al contrario, è proprio la sua molteplicità, l’essere orizzontale, a farne una novità contagiosa: è solo l’inizio».
Però in Italia finisce sempre con la violenza. Cosa direbbe al ragazzo della molotov di Roma? «Di ascoltare i ragazzi di qua, che sono quelli che hanno cominciato tutto, partendo proprio dal ripudio della violenza.
Da noi è sempre violenza, sempre ideologia».
Con Berlusconi da parte sarà più facile mettere finalmente da parte anche l’ideologia? Si ferma. Ci pensa. Firma l’ennesimo autografo su “Gomorra” che i ragazzi gli infilano sotto per la rabbia della scorta. E poi sbotta in un sorriso: «Sì».

La Repubblica 20.11.11

"Profumo di novità a scuola", di Marina Boscaino

Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”. Questa volta hanno fatto un effetto particolare le parole della cerimonia del giuramento del nuovo governo.
Attribuisco a chi ha pronunciato quella formula solenne e densa, a prescindere, altra intenzionalità, altra consapevolezza, altra motivazione, dopo lo scempio degli ultimi anni. Ho idea che la gravità del momento, le specifiche competenze professionali nel settore di destinazione e il non diretto coinvolgimento nella farsa politica degli ultimi 15 anni – con il senso di lontananza e di disgusto che hanno lasciato in molti cittadini – abbiano potuto implicare un’adesione più concreta, profonda, etica a quelle parole.
Non ho formule in tasca, certezze granitiche da esibire, pregiudizi da urlare in via preliminare. Dell’ingegner Francesco Profumo non so niente, se non ciò che si legge da giorni: una brillantissima carriera, riconosciuta sia in ambito scientifico che accademico, rettore del Politecnico di Torino, presidente del Cnr. Non ho motivi per credere che la sua azione sulle politiche scolastiche sarà di un certo tipo piuttosto che di un altro; né per pensare che un manager tratterà la scuola come un qualsiasi altro sistema: ho fiducia che ne possa comprendere specificità e complessità; non do per scontato che lui – che ha fatto parte del primo comitato di valutazione dell’università e della ricerca (Civr) – applicherà alla scuola la valutazione becera e punitiva proposta da Gelmini e Brunetta. Potrei pensare, casomai, il contrario: che forse sia finalmente ipotizzabile un approccio culturalmente significativo al rilevamento delle prestazioni. Ciò che il prof. Profumo sarà in grado di fare lo diranno i fatti; e solo allora i commenti avranno un riscontro. Posso però dire che ci sono due sue affermazioni che mi hanno colpita: “Io credo che la scuola sia la scuola, ma certamente quella pubblica in Italia è molto importante”. “Comincerò dalle cose che conosco meglio, ovvero l’università e la ricerca. Dovrò invece studiare ancora un po’ sulla parte scuola perché sono meno esperto: a ogni modo ci proverò”. La seconda dice un apprezzabile atteggiamento, ragionevole e cauto, consapevole della complessità, così lontano dalle arrembanti certezze dell’immeritevole ed eterodiretta Gelmini. La prima ci rimanda al dettato costituzionale.
Qual è l’interesse della Nazione cui fa riferimento il giuramento? È la scuola della Costituzione, lo strumento per rimuovere gli ostacoli che “limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3) ; è la scuola dell’inclusione; la scuola laica e pluralista; quella il cui accesso ai massimi gradi deve essere garantito ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi.
Ha detto Profumo, promettendo ai giovani quell’ascolto che negli ultimi 3 anni è stato solo un orpello retorico per coprire l’autoreferenzialità: “Serve un programma di medio termine, una strada su cui muoversi senza strappi, dando l’idea che il Paese ha un progetto”. Il progetto è scritto nella Carta e non transita attraverso velleitarie (perché impraticabili, non perché inauspicabili) abrogazioni di norme, ma attraverso un’opera di riqualificazione: recupero della legittimità delle procedure (sa il ministro Profumo che sentenze del Tar e del Consiglio di Stato sono state completamente disattese dal suo predecessore?) ; congruenza tra fini, mezzi, risorse, risultati: analisi del concreto e abbandono delle politiche degli annunci demagogici; recupero della trasparenza delle intenzioni in rapporto con le esigenze della comunità educante; ascolto – davvero – e cessazione del rapporto conflittuale preconcetto con i lavoratori della scuola; valutazione come strumento di miglioramento delle procedure e di ottimizzazione delle risorse: non è vero che la scuola è contraria alla valutazione, ma all’improvvisazione demagogica e arbitraria; intervento sui precari, come portatori di diritti, ancor più se autoprodotto del sistema; rapporto con l’Europa non come assolvimento di un obbligo di protocollo, ma come incentivo a un approfondimento scientifico: l’acquisizione di dati del nostro sistema scolastico comparativamente peggiori rispetto agli altri non ha mai fatto registrare – fino ad ora – inversioni di politiche e interventi di sostegno: i tagli sono stati soluzione unica; studio, elaborazione: basta con il dilettantismo. La parte nobile dell’autonomia va restituita alla scuola, quella che non è (quasi) mai esistita: di ricerca, sviluppo e sperimentazione.

Il Fatto Quotidiano 20.11.11

"Al Nord Lega e Pdl divisi perdono i sette capoluoghi", di Roberto D'Alimonte

Per ora il rischio di elezioni anticipate nel 2012 è stato scongiurato. Ma nella prossima primavera si terrà comunque una tornata elettorale amministrativa. Sarà un passaggio delicato per i partiti che sostengono il governo Monti e per la Lega Nord che sta all’opposizione. La lista dei comuni e delle province che andranno al voto non è ancora definitiva ma le variazioni rispetto a oggi saranno limitate. I comuni interessati sono complessivamente 952. Di questi 144 sono comuni sopra i 15.000 abitanti e 808 sotto. Nei primi si voterà con un sistema elettorale maggioritario a due turni, nei secondi con sistema maggioritario a turno unico. Tra i comuni più grandi 27 sono comuni capoluogo di cui 10 al Nord.
Nel complesso gli elettori sono quasi nove milioni. In aggiunta si andrà alle urne in sette province. Qui gli elettori sono poco più di tre milioni e mezzo. Non è un test nazionale ma sarà comunque un test significativo che consentirà di valutare da una parte la politica delle alleanze dopo la caduta del governo Berlusconi e dall’altra la reazione degli elettori ai provvedimenti presi nel frattempo dal nuovo governo.
Nel voto amministrativo, soprattutto quello nei comuni, giocheranno senza dubbio fattori locali: la popolarità dei sindaci uscenti e quella degli sfidanti sarà uno di questi. In ogni comune poi ci sono questioni che interessano la cittadinanza e che non sono riconducibili a divisioni di carattere nazionale. Ciò premesso è altrettanto vero che l’espressione del voto non prescinde da quello che succede a livello nazionale. A volte i fattori locali prevalgono su quelli nazionali, altre volte succede il contrario. Questa volta azzardiamo la previsione che l’operato del governo Monti e la posizione dei partiti nei confronti delle misure che prenderà avranno un peso specifico notevole sul risultato finale. Questo sarà vero in particolare nei comuni e nelle province del Nord dove Pdl e Lega dovranno decidere cosa fare dopo il loro divorzio a Roma.
In realtà è molto semplice prevedere cosa succederebbe se Pdl e Lega si presentassero separati. È assai probabile che non vincerebbero in nessuno dei sette comuni capoluogo in cui governano ora. E degli altri 31 comuni del Nord sopra i 15.000 abitanti riuscirebbero a riconquistarne solo 13. La banale simulazione da cui ricaviamo questi dati è fatta in base al voto ottenuto dal Carroccio e dal Pdl nelle elezioni regionali del 2010. Le percentuali di voto ottenute allora dai due partiti sono ben lontane da quelle che i sondaggi gli attribuiscono oggi. Ebbene, nonostante quelle percentuali che oggi risultano sovrastimate, Pdl e Lega da sole non riuscirebbero a conquistare nessun capoluogo senza trovare una qualche forma di accordo. In questo il doppio turno potrebbe servire. Se l’accordo non verrà trovato prima del voto allora il primo turno potrebbe essere una specie di primaria. I due partiti presenteranno ognuno un proprio candidato. Quello che passerà al secondo turno avrà l’appoggio del partito perdente. Ma un accordo del genere sarà possibile se a livello nazionale i due partiti prenderanno posizioni contrastanti rispetto alle misure proposte dal governo Monti? Senza accordo al Carroccio non resterà che puntare al successo nei piccoli comuni dove la sua forza e il sistema elettorale a un turno possono favorirlo.
Alla luce del nuovo quadro politico c’è da chiedersi se per il Pdl non sia più praticabile un accordo con il terzo polo. In questo momento si trovano dalla stessa parte della barricata. Sono entrambi sostenitori dell’attuale governo. Presentarsi alle amministrative insieme sarebbe una naturale prosecuzione della collaborazione instaurata a Roma. Per il Pdl l’accordo con il terzo polo presenta un alto vantaggio. Le elezioni amministrative di questo anno hanno ampiamente dimostrato che Udc e alleati sono in forte crescita al Sud dove anche il Pdl ha mantenuto i suoi consensi. Insieme potrebbero andare molto bene. Il problema è il Nord. Lì il terzo polo non può sostituire la Lega perché non ha i voti del Carroccio. Per il Pdl è un quadro complicato. In queste condizioni mantenere l’unità del partito e il rapporto con la Lega non sarà facile per il Cavaliere. Ma il nuovo scenario è in realtà complicato per tutti. Anche per il Pd. Dopo la formazione del governo Monti nulla è più come prima. Le prossime elezioni amministrative lo dimostreranno.

Il SOle 24 Ore 20.11.11