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"L´altra realtà vista dal Tg1", di Curzio Maltese

«Ho l´ambizione di ridurre la distanza che spesso divide la realtà virtuale che emerge dai media, a volte autoreferenziale, dalla vita reale coi problemi di tutti i giorni che voi, noi, tutti affrontiamo». «Una distanza per cui oggi i giornali hanno sempre più difficoltà a leggere la realtà e i cittadini non riescono più a leggere i giornali. Come si è visto durante l´ultima campagna elettorale (…) i media si sono occupati di gossip e non di argomenti concreti». Con questa lezione di giornalismo, Augusto Minzolini si era presentato il 9 giugno 2009 agli spettatori del Tg1. Un bel salto in alto per uno che in vent´anni di professione era stimato dai colleghi soprattutto per una specialità del giornalismo, il pettegolezzo sulla vita privata dei politici, sì, proprio l´orrido gossip che il Minzolini dell´epoca rivendicava come suprema missione dei giornali.
La poltrona del Tg1 era arrivata in fondo a una serie di estasiati articoli pubblicati su La Stampa sui miracoli compiuti da Silvio Berlusconi a L´Aquila e dintorni, al cui confronto i mitici cinegiornali dell´Istituto Luce sono un esempio di misura anglosassone. Per avere un´idea, Luca Sofri citava subito dopo la nomina, un singolo articolo di Minzolini su La Stampa, il famoso giorno del predellino: «Silvio Berlusconi tocca il cielo con un dito. Non s´aspettava un successo del genere. Come pure non s´aspettava il veleno, le accuse e gli insulti che gli hanno riversato addosso in questi giorni i suoi alleati. E visto che l´uomo risponde alle difficoltà come un leone, in quattro e quattr´otto, come quando discese in campo, ha deciso di rivoluzionare il campo politico italiano». Seguiva l´intervista, di cui vale la pena di ricordare l´incipit: «Ho l´impressione che lei non sopporti più le accuse dei suoi alleati, che cosa è stato a ferirla di più in questi giorni?».
Ma torniamo alla dichiarazione d´intenti del professor Minzolini. Ed ecco come ha ridotto la distanza fra la realtà virtuale dei media e i problemi concreti.
Seppelliti da una risata
Prendiamo una settimana a caso, la scorsa, dal 22 al 28 ottobre. Quella in cui sui media del mondo, non soltanto i nostri, esplode in tutta la sua gravità il caso Italia. Gli ultimatum dell´Europa, la lettera di Berlusconi, il vertice Merkel-Sarkozy, le polemiche all´interno della stessa maggioranza sull´opportunità che il premier faccia un passo indietro nell´interesse del Paese. L´immagine simbolo della settimana, per tutti i notiziari del mondo, è la risata di Sarkozy e Merkel nella sala stampa di Bruxelles dopo la domanda sull´affidabilità di Berlusconi. Il Tg1 semplicemente la censura. Non compare, non esiste, non risulta. La risata è coperta dalle parole del conduttore, il servizio da Bruxelles parte subito dopo e spiega che c´è stato in effetti un momento d´ilarità, ma soltanto perché il presidente francese si aspettava «una domanda sull´Italia». Ma la domanda era su Berlusconi e non sull´Italia. Avendo censurato la notizia, il Tg1 nei giorni seguenti sarà costretto a non riferire delle moltissime reazioni, comprese quelle di Berlusconi e dello stesso Sarkozy. In maniera incomprensibile, almeno per lo spettatore del Tg1, il 25 ottobre invece Giuliano Ferrara in Radio Londra lancia i suoi strali nei confronti del «ridicolo Sarkozy» e della Francia tutta, in risposta alle «risate su Berlusconi che tutti i telegiornali vi hanno inflitto». Dimentica di aggiungere: tranne quello che avete appena visto.
I veri problemi: la guerra del formaggio
Sempre nella settimana dal 22 al 28 ottobre nei titoli del Tg1 non si trovano tracce di fatti rilevanti come la risalita verso quota 400 dello spread fra titoli pubblici italiani e bond tedeschi o dell´aumento della pressione fiscale in Italia. Il Tg1 è anche l´unico notiziario, compresi quelli Mediaset, a non menzionare la lettera in cui i dissidenti del Pdl chiedono al premier un «passo indietro». La polemica fra Berlusconi e Bossi sulla riforma delle pensioni è molto attenuata, ma offre lo spunto per un paradossale servizio sulla necessità di riforma il sistema pensionistico nella solita, perfida Francia. La quale, s´intende, «sta molto peggio dell´Italia». A dimostrazione della spaventosa crisi francese, il Tg1 per ben tre giorni di seguito informa dal fronte della «guerra del formaggio» fra Italia e Francia, attestando il poderoso sfondamento di gorgonzola e fontina nella risibile linea Maginot eretta dai sordidi cugini intorno al camembert.
Liste di proscrizione e di prescrizione
I nomi di Angela Merkel e Nicholas Sarkozy si aggiungono a una lista di personaggi censurati dal Tg1 che non ha precedenti nelle tv pubbliche del mondo occidentale, dove si trovano capi di stato e artisti, eventi e calciatori, vescovi e terremotati. Il Tg1 dei problemi reali detesta e ignora anzitutto le manifestazioni di piazza antigovernative, cioè tutte. Ma anche quelle dove si contestano altre importanti istituzioni, almeno percepite come tali. Per esempio, la mafia. Infatti la marcia di 150 mila persone a Milano il 22 marzo del 2010, promossa da Libera per ricordare le vittime delle cosche, non merita alcuna notizia. Sono ignorate sistematicamente tutte le proteste dei terremotati abruzzesi, che smentirebbero l´evidenza del miracolo berlusconiano a L´Aquila. Sparisce nel luglio scorso dai servizi anche la manifestazione delle donne «Se non ora quando», al suo posto va in onda un servizio sulla «corsa sui tacchi a spillo», scatenando la lettera di protesta al direttore generale di tredici giornaliste della testata. Le censure sono talmente numerose che ogni tanto il direttore se ne dimentica, al punto da entrare in polemica con un editoriale contro la manifestazione per la libertà di stampa di cui lo spettatore del Tg1 non sapeva nulla.
Fra i nomi illustri dei censurati da Minzolini spicca, per l´idiozia della circostanza, il nome del capitano della Nazionale campione del mondo, Fabio Cannavaro, colpevole di aver replicato, peraltro in modo assai gentile, all´invito a non tifare Italia partito da Renzo Bossi, in arte il Trota. Censurata la regina d´Inghilterra, che al «mister Obamaaaa!» berciato da Berlusconi, risponde infastidita: «Ma perché quello deve gridare tanto?». Il grande regista e premio Oscar Bernardo Bertolucci fa un riferimento alla classe politica italiana nella cerimonia di accettazione della Palma d´Oro di Cannes alla carriera: cancellato.
Il 30 settembre 2010 si tocca il record: viene censurato Silvio Berlusconi in persona, che racconta una barzelletta sulla Bindi con bestemmia finale. Nei giorni successivi scompaiono dal Tg1 le reazioni del mondo ecclesiastico, a cominciare dalla nota dell´Osservatore Romano, ovviamente ripresa da mezzo mondo. A fare le spese del Minzulpop è perfino il più conservatore degli esponenti della chiesa cattolica, il cardinal Bertone, che s´era permesso una larvata critica ai comportamenti privati dei personaggi pubblici.
Un capitolo a parte meriterebbe l´informazione sulle inchieste e i processi riguardanti Berlusconi, i ministri e gli altri esponenti della maggioranza. Ma occorrerebbe un numero speciale di Repubblica. Si va dalla famosa «assoluzione» inventata per il caso Mills, dov´era soltanto scattata al solito la prescrizione, fino al rovesciamento grottesco della condanna a sette anni per mafia a Marcello Dell´Utri in un successo («Pena ridotta in appello, smontato il teorema dell´accusa»), senza mai usare in tutto il servizio la parola «condanna».
Quanto ci costa il Tg1 di Minzolini?
Dopo aver colmato in tutti questi modi la colpevole distanza dei media con «la realtà di tutti i giorni, i problemi veri», il Tg1 di Augusto Minzolini si è dedicato a colmare molte altre distanze. Per esempio quella degli ascolti fra il Tg1 e il telegiornale de La7, che Minzolini ha ridotto dalla proporzione di 10 a 1 a quella di 2 (scarso) a 1. In due anni il giornalista in rivolta contro i giornali «che nessuno più legge», ma intanto hanno continuato ad aumentare indici di lettura su versione cartacea e Internet, ha fatto precipitare gli ascolti del principale notiziario pubblico del 9 per cento di share, dal 29-31 della la gestione Gianni Riotta al 20-22 attuale. In termini economici, Minzolini costa all´azienda quanto una catastrofe naturale. Ogni punto di share quotidiano vale 25 milioni di euro di pubblicità, dato certificato. Si discute di quanto valga un punto di share in prima serata. Alcuni sostengono due terzi, altri molto di più, visto che la prima serata contribuisce a deprimere l´ascolto dell´intera giornata. Con una valutazione serena e generosa si può arrivare comunque a concludere che la direzione Minzolini faccia perdere alla Rai almeno 150 milioni all´anno, ovvero un settimo dell´intero ricavo pubblicitario. In qualsiasi impresa seria, un gruppo dirigente dotato di un minimo di dignità professionale avrebbe da tempo rimosso la causa di un simile disastro. La masnada piazzata dai partiti alla guida della prima azienda culturale del Paese preferisce invece parlare d´altro. Oppure accettare le comiche spiegazioni del direttore, il quale, dopo aver negato per mesi il calo di audience, ora attribuisce la colpa alla digitalizzazione «che ha polverizzato lo share di tutti i programmi». Peccato che in piena digitalizzazione i programmi di Santoro e della Dandini, per fare due esempi, abbiano guadagnato ascolti. Per questo, infatti, sono stati chiusi.

La Repubblica 01.11.11

Bersani alla sfida della piazza «Italia in pericolo, ora la svolta», di Simone Collini

Bersani invita ad andare a San Giovanni «tutti coloro che hanno a cuore il futuro del Paese». La giornata di sabato come anticipazione della campagna elettorale. Il leader Pd: «Italia in pericolo, serve un colpo di reni». «Care italiane, cari italiani». E poi ci sarebbe anche un’altra sorta di missiva, che potrebbe cominciare con un «caro governo». Pier Luigi Bersani, rientrato da Napoli nella sua Piacenza e in attesa che riprendano i lavori parlamentari a Roma, ieri si è messo a scrivere. Il primo testo, un appello a partecipare alla manifestazione di sabato a San Giovanni, l’ha postato su Facebook. Il secondo, un allarme sui rischi che corre l’Italia se non ci sarà «un colpo di reni» che preveda «riforme vere» e una «novità politica», l’ha mandato alle agenzie di stampa dopo che sono stati diffusi i dati Istat sulla disoccupazione giovanile e i tassi dei titoli italiani. Berlusconi e soci intendono rimanere inchiodati alla poltrona? Bersani è convinto che la richiesta di dimissioni che arriverà dalla manifestazione di sabato sarà tale da non poter cadere nel vuoto.
IN PIAZZA CHI HA A CUORE IL PAESE
L’intento del leader Pd è di riunire in piazza San Giovanni tutti quelli che «hanno a cuore» il futuro del Paese, perché per la «ricostruzione» economica, sociale e democratica che sarà necessaria dopo che questo governo non sarà più in carica, sarà necessario «uno sforzo corale». Per questo Bersani lancia un appello attraverso il web alle associazioni impegnate nella società, ai movimenti civili, alle «donne italiane, che hanno mostrato chiaramente, con la propria mobilitazione, di essere uno dei pilastri fondamentali del cambiamento della società»: «Moltissimi saranno in piazza San Giovanni i militanti del Pd. Ma l’invito è per tutti. Venite con la bandiera tricolore. Portate con voi la Costituzione italiana, la più bella del mondo. E tutti insieme diremo al mondo, all’Europa e al nostro Paese, “in nome del popolo italiano”, che tutti insieme ci impegniamo per cominciare un’altra storia».
Al dipartimento Organizzazione del Pd continuano a lavorare per organizzare treni (già ne sono stati prenotati una decina), navi (due) e pullmann (un centinaio) da tutte le regioni italiane. E al quartier generale dei Democratici prevedono che la fase politica e il taglio “di apertura” oltre i confini di partito che sta dando all’iniziativa Bersani porteranno a Roma una quantità di gente come non se ne vede da anni. Certo, con il corteo sarebbe stata un’altra cosa (la delibera di Alemanno dopo le violenze dei black bloc lo ha impedito), ma al Pd sono convinti che i concerti in programma (Vecchioni e non solo), gli interventi dei progressisti stranieri (dal socialista francese Hollande al socialdemocratico tedesco Gabriel), la partecipazione di chi non è del partito ma vuole mandare a casa il governo (in piazza ci sarà anche il leader Idv Di Pietro) la giornata si chiuderà con un gran successo.
ITALIA IN PERICOLO, ORA COLPO DI RENI
Per Bersani, che non vuol vedere l’offensiva politica del Pd contro il governo indebolita da divisioni interne (leggi l’operazione avviata da Matteo Renzi e sostenuta più o meno apertamente da personalità anche ai vertici del partito) questa manifestazione potrebbe essere l’occasione per rafforzare la sua leadership e dare un anticipo di campagna elettorale da candidato premier. Nel Pd si scommette su una crisi di governo in tempi rapidi, anche perché la situazione si fa di giorno in giorno meno sostenibile. Ieri, dopo che sono usciti i dati Istat sulla disoccupazione giovanile e i tassi dei Btp, Bersani ha chiesto retoricamente al governo se ci sia «bisogno di altro» per lanciare l’allarme. L’Italia «corre un serio pericolo», sostiene il leader del Pd, perché le promesse dell’Ue «hanno avuto un effetto nullo a causa della mancata credibilità dell’esecutivo e dell’inadeguatezza degli impegni»: «Ora non c’è più il tempo per crogiolarsi con le favole. Per far ripartire l’Italia ed evitare guai peggiori c’è bisogno di un colpo di reni, di discontinuità, di una chiara novità sul piano politico e di avviare decisioni di riforma vere e immediate».

L’Unità 01.11.11

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“Bersani, la piazza per ricostruire”, di Mariantonietta COlimberti

L’invito è per tutti. Pier Luigi Bersani vuole che quella di sabato prossimo sia una «piazza larga». L’aveva annunciato a Cortona il 22 settembre, il giorno amaro del voto su Marco Milanese.
L’ha ribadito ieri con un appello su Facebook: «Venite con la bandiera tricolore. Portate con voi la Costituzione italiana, la più bella del mondo». All’appuntamento del 5 novembre il segretario convoca i militanti e i dirigenti del suo partito, ma chiama anche le associazioni impegnate nella società, i movimenti civili, coloro «che hanno a cuore il futuro degli italiani». Perché quella piazza di Roma, San Giovanni, «luogo simbolo della democrazia», recentemente profanata dalla violenza dei black bloc, torni ad essere teatro di una festa popolare.
È questo il senso che Bersani vuole dare alla grande mobilitazione che porterà nella capitale centinaia di pullman e quindici treni da tutta Italia; due navi arriveranno dalla Sardegna. Ci sarà Antonio Di Pietro e ci saranno anche tanti che lo scorso week end erano alla Leopolda: Arturo Parisi, Pippo Civati, Debora Serracchiani, probabilmente Sergio Chiamparino.
Non ci sarà Romano Prodi, attento a non farsi coinvolgere nelle dinamiche interne di partito (si è tenuto ben alla larga da Firenze), mentre ci sarà la sua portavoce Sandra Zampa, assente dal capoluogo toscano.
Ma cosa farà lui, il protagonista delle cronache politiche di questi giorni, l’uomo nel quale, secondo un sondaggio realizzato per Otto e mezzo, ha fiducia il 25% dell’elettorato di sinistra e il 48% di centrodestra? Dal palco della Leopolda il sindaco non ha chiamato a raccolta le sue truppe per condurle a Roma e lui stesso non ha chiarito se ci sarà o no. All’ultima grande manifestazione del Pd, l’11 dicembre dello scorso anno, Renzi fece una contestatissima apparizione: pochi giorni prima era stato ad Arcore e a tanti manifestanti dem questa scelta non era proprio piaciuta.
Ma il sindaco aveva due appuntamenti pregressi con Jeremy Rifkin e Roberto Benigni, così se ne tornò rapidamente a Firenze. Al Nazareno non mostrano attesa per la scelta che Renzi farà: un sindaco ha tanti impegni, si ragiona, se anche non venisse non sarebbe grave. Piuttosto, guardando con la calma del giorno dopo agli avvenimenti del fine-settimana, c’è chi, tra le persone vicine al segretario, pensa che Bersani avrebbe potuto evitare a Napoli certe durezze all’indirizzo del rottamatore: «Forse gli sono un po’ scappate», confida ad Europa un collaboratore.
Quel che è certo, fa notare qualcuno che sa far di conto, è che le proposte renziane «sul piano economico sono del tutto irrealizzabili: per sostenere quelle misure occorrerebbero risorse pari a due Pil tedeschi! Per il quoziente familiare, che nemmeno il Forum delle famiglie vuole più, occorrerebbero dai 12 ai 20 milioni; per l’abolizione dell’Irap 40 miliardi. Si fa presto a dire “asili nido per tutti”, chi non li vuole? Ma dov’è andata a finire la lettera della Bce nei 100 punti di Renzi?».
Ieri due membri della segreteria, Stefano Fassina e Matteo Orfini, sono intervenuti sulla questione delle primarie: per il responsabile economico «il Pd andrà alle primarie con un candidato indicato dagli organismi dirigenti»; per il dirigente cultura e informazione, invece, «bisogna trovare un modo perché il partito scelga il proprio candidato» perché «non sarebbe saggio risolvere la discussione dicendo “leggete lo statuto”, ma non possiamo neanche andare alle primarie di coalizione con quattro candidati del Pd, altrimenti le regaliamo a Vendola e Di Pietro».
Bersani, intanto, sabato presenterà le proposte del Pd per governare il paese: «Le manifestazioni “contro” sono finite» – dicono i suoi collaboratori – “Ricostruzione. In nome del popolo italiano” sarà lo slogan. Altro che rottamare…».

da Europa Quotidiano 01.11.11

"Il Cavaliere inerte mentre Roma brucia", di Marcello De Cecco

«Mi sono trovato finalmente a pensare, questa settimana, che il valore della mia pensione potrebbe dipendere da Silvio Berlusconi». Lo scrive James Stewart sul New York Times.Così il nostro presidente del Consiglio è arrivato ad essere promosso dal ruolo di zimbello della stampa internazionale a quello di possibile innesco di una tragica crisi finanziaria mondiale. Il governo dell´attuale primo ministro, nei quasi dieci anni nei quali è stato al potere, avrebbe potuto rendersi conto che il debito pubblico pregresso del nostro Paese era un autentico barile di polvere pronto a esplodere quando le condizioni finanziarie internazionali lo avessero innescato. Avrebbe dunque dovuto agire in maniera appropriata per ridurlo e metterlo in sicurezza. Al contrario, lo ha addirittura fatto crescere, con le proprie improvvide politiche, vanificando la strategia di rientro che i ministri del centrosinistra, in particolare Visco, hanno tentato quando sono stati al governo.
Altrettanto noto al nostro primo ministro e al suo governo era, come lo era ai mercati, che i due anni orribili, dal punto di vista della concentrazione dei rimborsi e delle cedole del debito pubblico italiano, sarebbero stati il 2011 e il 2012. Ma la conoscenza di tali scadenze non sembra aver agitato i sonni dei nostri governanti, inducendoli a una politica economica che non spaventasse i nostri partner europei e i mercati internazionali. Essi hanno invece atteso senza una cura al mondo che la tempesta si addensasse sul loro capo, mentre, al contrario, gli altri Paesi deboli dell´Europa si affannavano a mostrare, col comportamento dei loro governanti e della intera loro classe politica, di voler affrontare le proprie difficoltà finanziarie senza tergiversamenti e furbizie. Così la Spagna, che ha problemi più gravi dei nostri, è riuscita a guadagnarsi uno spread e un trattamento, da parte dei mercati e dei governi partner, meno sfavorevoli dei nostri. Il nostro premier è stato per decenni un maestro della comunicazione, con la quale è divenuto straricco. Quel che il comportamento inane suo e del suo governo comunicava al mondo lo sapeva benissimo. Eppure ha continuato a suonare la lira mentre Roma bruciava.
Messo infine all´angolo dal duo Merkel-Sarkozy, che è apparso esso stesso abbastanza atterrito dagli avvenimenti, e spesso brancolante nel buio, il nostro premier ha stilato un elenco di promesse di cose da fare e lo ha mandato a Bruxelles. Glielo hanno rispedito come insufficiente e glielo ha rimandato con l´aggiunta di un paio di misure che evocano la “faccia feroce” dell´esercito di Franceschiello.
Quel che sarebbe accaduto alla riapertura dei mercati, dopo il week end, quando gli operatori finanziari di tutto il mondo avevano avuto il tempo per rendersi conto della mancanza di sostanza delle promesse italiane, non occorreva grande fantasia per prevederlo. Infatti, si è verificato. Ora abbiamo percorso, sulla strada del rialzo dei tassi, quasi tutta la strada che porta al punto di non ritorno, stimato al 7%. Questi ultimi cento punti base che ci separano da esso non sono un percorso lineare. Ognuno di essi porta ad una accelerazione della velocità con la quale ci avviciniamo al precipizio. In altri Paesi, i governi in carica hanno, assai prima di raggiungere questi livelli di allarme, rimesso il mandato. Ma, come notano gli esterrefatti osservatori stranieri, qui da noi si afferma con la massima tranquillità che bisognerà aspettare gennaio, quando i membri del nostro Parlamento saranno certi di essersi assicurata la pensione, per poter pensare a una messa in minoranza del governo, non più sanabile da un voto di fiducia che ricompatti ancora una volta il gregge.
E nel frattempo? L´Italia non è mai stata al centro di una grande crisi finanziaria internazionale, in tutti i 150 della sua storia unitaria. Questa volta rischiamo di trovarci nello scomodo ruolo di protagonisti. Né siamo mai stati messi sotto controllo finanziario internazionale. L´unica volta che ci fu questo rischio fummo investiti dal turbine finanziario internazionale mentre ci dibattevamo nella nerissima stagione della Banca Romana e delle faide tra Crispi e Giolitti, nei primi anni novanta del secolo XIX. La Grecia dichiarò la bancarotta e noi riuscimmo ad eludere questo affronto per un sussulto di orgoglio, che portò Sidney Sonnino e Luigi Luzzatti a prendere il timone, proprio per evitare, come disse Sonnino, «che l´Italia faccia la fine della Grecia». Da quella sterzata verso la salvezza nacque la Banca d´Italia, ma anche una politica economica talmente dura da provocare, nel 1898, una rivolta operaia sedata a cannonate da un governo capeggiato da un generale. Poi tornò il sole, in tutto il mondo, e andammo a dieci anni di sviluppo economico accelerato e di risanamento finanziario, il celebre decennio giolittiano. Se ci basta, possiamo consolarci con questa speranza nata dal ricordo di tempi altrettanto grami. Ma dove sono oggi i Sonnino e i Luzzatti?

La Repubblica 01.11.11

"Concorso a presidi sull'orlo del precipizio", di Mario D'Adamo

Sarebbero alcune decine i quiz errati e qualche migliaio i concorrenti esclusi pronti a fare ricorso per rientrare in una gara, quella del concorso a posti di dirigente scolastico, che alla fine potrebbe mettere in palio meno posti di quelli previsti nel bando con il quale è stata indetta. Nonostante l’ottimismo del ministro Mariastella Gelmini, che, alla premiazione del docente e del dirigente dell’anno (terza edizione dell’iniziativa «Anp per l’innovazione»), snocciola date, quasi certa che a settembre prossimo i nuovi dirigenti potranno raggiungere le loro sedi di destinazione «a gestire una realtà complessa come quella della scuola», dopo che ne sono state attentamente sondate cultura generale e attitudini dirigenziali. Intanto i ricorrenti, già due mila, stanno affilando le armi per rientrare nel concorso. Che vedrà a dicembre la prova scritta. E anche ItaliaOggi è andata a caccia di possibili errori nelle risposte alle 100 domande del quiz preselettivo.Quanti erano nell’anno scolastico 2009/2010 gli insegnanti con contratto di lavoro a tempo indeterminato e determinato della scuola primaria e secondaria di primo e secondo grado? Erano 600 mila, come vuole la soluzione (A) che i candidati dovevano scegliere per rispondere al quesito 3419 (uno dei cento proposti), o 704.144, come si legge nei fogli di statistiche diramate proprio dal ministero dell’istruzione il 10 ottobre, due giorni prima della selezione? I curiosi di conoscere quale delle due è veramente la risposta esatta stanno allungando la fila di coloro che intendono contestare davanti al competente Tribunale regionale amministrativo la miriade di quesiti a risposta errata, con più risposte esatte o mal formulati, trentotto secondo alcune associazioni come l’Anief. La commissione di esperti che ha messo a punto i quiz sembra voler saggiare la resistenza alle crisi di nervi dei candidati, proponendo quesiti identici nella sostanza ma con risposte esatte divergenti. Come quello sulla delega.«È legittima la delega delle competenze dirigenziali?», si chiede il quesito 1883. Certamente sì, è la risposta (A) che si deve dare, purché la delega sia rilasciata «per specifiche e comprovate ragioni di servizio, per un tempo determinato e con atto scritto motivato». Bene. L’altro quesito, il numero 4336, sempre sulla delega, contiene solo un soggetto, «La delega in termini giuridici», che continua nell’opzione: «richiede una previsione normativa; non può riguardare funzioni dirigenziali (rappresentanza legale, titolarità delle relazioni sindacali, potestà disciplinare, sottoscrizione dei contratti individuali di lavoro _)». Non cè chi non veda che le due risposte sembrano tra loro in contraddizione: o le competenze dirigenziali si possono delegare, risposta al primo quesito, o non si possono delegare, risposta al secondo quesito. Non possono essere entrambe vere. In realtà il primo quesito è formulato male: doveva distinguere tra competenze delegabili e non delegabili, utilizzando le stesse espressioni della legge, l’art. 17, comma 1-bis, del decreto legislativo n. 165/2001, che prevede siano delegabili solo «alcune delle competenze comprese» in certe funzioni precedentemente elencate, non doveva lasciare intendere che tutte le competenze siano delegabili. Imprecisioni di segno contrario sono presenti nel secondo.

Al Tar non tocca, però, risolvere la questione teorica ma giudicare il fatto che si propongano su una stessa questione quesiti formulati in modo differente e impreciso e le cui risposte siano tali da mettere in oggettiva crisi il candidato. E ammettere cautelativamente a sostenere le prove scritte gli esclusi, con la speranza che, quando si entrerà nel merito, non decida di annullare tutto. Che sarebbe un guaio serio per gli aspiranti dirigenti scolastici ma toglierebbe dal fuoco un po’ di castagne, se è vero che i posti di dirigente scolastico sono destinati a contrarsi di almeno tremila unità, anche a non tenere conto della novità contenuta ne decreto legge di stabilità del 2012 che aumenta a 600 alunni il limite minimo per dare il titolare a un istituto scolastico (nella manovra di luglio il limite era di 500). Anche perché, per effetto delle misure di contenimento della spesa pubblica, il numero dei dirigenti che andrà in pensione dovrà essere ridimensionato.

Intanto il FormezItalia ha ultimato la correzione dei quiz per tutte le regioni. I concorrenti più bravi sono stati i liguri, che hanno fatto registrare una percetuale di ammissione del 36%, seguiti dagli abruzzesi al 31%. Il tasso medio di riuscita è di 27 candidati su 100, per complessivi 9.165 vincitori su oltre 32 mila candidati. Non è dato sapere quanti saranno ammessi con riserva alla prova scritta

da ItaliaOggi 01.11.11

"L'Ata riconquista l'anzianità", di Giuseppe Mantica

Gli Ata, ovvero il personale ausiliario, tecnico e amministrativo, riconquistano i diritti giuridici ed economici connessi all’anzianità. Il beneficio riguarda tutti coloro che provengono dagli enti locali e vennero trasferiti presso il ministero della istruzione sulla base della legge n. 124 del 3 maggio 1999. La buona notizia giunge dalla più recente sentenza della corte di cassazione in materia di tale diritto del lavoro depositata il 12 ottobre scorso e recante il n. 20980.

I giudici di piazza Cavour nel decidere riferiscono di aver tener conto dell’orientamento assunto dalla massima magistratura europea. Il caso, infatti, era similare ad altri già oggetto di controversie portate dinanzi al giudizio della corte europea dei diritti dell’uomo e della corte di giustizia dell’unione europea.

Il principio accolto dalla nostra corte di cassazione è fondato sulla considerazione che i lavoratori coinvolti nel passaggio da enti locali a personale ata della scuola non subiscano un peggioramento delle condizioni giuridico-retributive, parimenti ai benefici previsti per i trasferimenti d’impresa.

La causa specifica è giunta al giudice di legittimità dopo che il ricorrente aveva ottenuto ragione dal tribunale ma torto dalla corte d’appello. Invero, l’analisi storico-giuridica di questo tipo di situazioni risulta complessa per l’intervento della finanziaria del 2006 che ha portato ad una inversione di rotta con seguente perplessità ed aumento di contenzioso.

In origine, la citata legge 124/99 aveva consentito i trasferimenti in termini paritari (come da art. 2112 cc ed art. 31 dlgs 165/2001), i peggioramenti tuttavia sopravvennero a causa di un decreto ministeriale (del 5.4.2001, che recepiva un accordo sindacale !). Tale situazione, comunque, era stata sempre risolta a favore del lavoratore perché i giudici aditi non applicavano, ovviamente, il decreto bensì la vecchia legge, trattandosi di prevalenza gerarchica tra norma avente valore diverso. La finanziaria 2006 (n. 266/2005) tuttavia fece proprio il contenuto del decreto formulando l’interpretazione autentica della vecchia legge sicché i giudici dovettero adeguarsi rigettando le ragioni dei lavoratori.

Nel frattempo la questione venne portata al giudizio della magistratura europea: da un lato la corte dei diritti dell’uomo con la sentenza 7.6.2011, e dall’altro la grande sezione della corte di giustizia europea con la sentenza 6.9.2001. Ne è emerso che il diritto dell’unione contiene, e conteneva già all’epoca, nella direttiva n. 77/187 la salvezza dei diritti del lavoratore trasferito per la ragione che è inammissibile che «determinati lavoratori siano collocati, per il solo fatto del trasferimento verso un altro datore di lavoro, in una posizione sfavorevole rispetto a quella di cui godevano precedentemente».

Sulla scorta dei dettami della giustizia europea, dunque il giudice nazionale, scrive la Cassazione, è chiamato ad accertare se, a causa del mancato riconoscimento integrale dell’anzianità maturata presso l’ente cedente, il lavoratore trasferito abbia subito un peggioramento retributivo e conseguentemente di deciderne la reintegrazione dei diritti lesi.

da ItaliaOggi 01.11.11

Voti bassi? Il ministro taglia i fondi. Il piano di ristrutturazione della Gelmini nella lettera alla Ue", di Alessandra Ricciardi

Per ora è lì, nella lettera delle buone intenzioni che il governo italiano ha recapitato ai partner europei. Ma il progetto ha già qualche anno di vita e ora il ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, è pronta a tirarlo fuori per passare dalle parole ai fatti. Ora che la crisi politica della maggioranza non sembra più recuperabile, è possibile tentare quel tutto per tutto che a metà legislatura era sconsigliato. Anche a costo di andare allo scontro frontale con tutti i sindacati, che proprio sulla lettera alla Ue si sono ricompattati e che potrebbero decidere di sciogliere gli indugi e andare a un grande sciopero generale. Si tratta del piano di ristrutturazione del sistema scolastico, quello declinato a pag. 3 della lettera messa a punto dal governo italiano per il consesso europeo della scorsa settimana: «L’accountability delle singole scuole verrà accresciuta (sulla base delle prove Invalsi), definendo per l’anno scolastico 2012-13 un programma di ristrutturazione per quelle con risultati insoddisfacenti». Un’affermazione «fumosa», diranno alcuni sindacati. Ma ai piani alti di viale Trastevere le cose sembrano più chiare: si tratta di ridefinire il sistema di assegnazione delle risorse alle scuole sulla scorta del modello inglese, premiando le scuole che ottengono risultati migliori in termini di rendimento dei ragazzi e penalizzando gli istituti che arrancano, così come avverrebbe in un sistema di mercato che fa della concorrenza il suo strumento di selezione naturale.

Le rilevazioni dovrebbero essere condotte attraverso l’Invalsi, un istituto che in verità oggi, a causa di una forte carenza di personale e di risorse, è già in difficoltà con i quiz per gli esami di stato. La lettera che declina le cose fatte e quelle da fare annuncia anche provvedimenti per valorizzare il ruolo dei docenti, «elevandone, nell’arco d’un quinquennio, impegno didattico e livello stipendiale relativo»; si introdurrà poi «un nuovo sistema di selezione e reclutamento». E sul fronte della carriera dei docenti, la Gelmini ha pubblicamente annunciato che è sua intenzione rimettere in carreggiata il disegno di legge di Valentina Aprea, presidente della commissione istruzione della camera. Fermo da anni per la contrarietà di gran parte del mondo sindacale, che finora si è mosso in ordine sparso. Ma le cose sono cambiate anche su questo versante. Dopo vari scioperi della Flc-Cgil, il 28 ottobre scorso ha scioperato la Uil del pubblico impiego e della scuola contro i tagli delle ultime manovre; il 12 novembre scenderà in piazza la Gilda degli insegnanti. Critiche e annunci di mobilitazioni anche dallo Snals-Confsal contro il dl di stabilità. E poi la Cisl scuola che annuncia: «É stato raschiato il barile, non si può più tagliare nulla». Gli interventi annunciati nella lettera, a partire da pensioni e licenziamenti, potrebbero fare il resto. Per decidere se sarà sciopero generale si attendono le mosse dei prossimi giorni dei segretari di Cgil, Cisl e Uil, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti.

da ItaliaOggi 01.11.11

"Disoccupazione record fra i giovani e le donne. E i prezzi aumentano", di Laura Matteucci

Balzo della disoccupazione, giovanile e femminile soprattutto, e nuovo aumento dell’inflazione. Sono gli ultimi dati Istat dell’emergenza Italia, che si aggiungono a quelli sui Btp, con i rendimenti alle stelle, allo spread con i Bund a quota 410 punti e all’ennesima seduta di Borsa negativa. Un Paese in ginocchio: tra i giovani sotto i 24 anni uno su tre è senza occupazione (29,3% a settembre, dal 28% di agosto), il dato peggiore dal gennaio 2004. Colpiti i giovani, così come le donne: è «inattiva» quasi un’italiana su due, che quindi non ha, nè cerca, lavoro. Il tasso di disoccupazione a settembre raggiunge l’8,3% dall’8% tondo di agosto, 80mila e oltre posti persi in un mese. La «liberalizzazione» dei licenziamenti, tra i desiderata del governo, appare sempre più intempestiva. Mentre il lavoro si fa impossibile, aumenta il ricorso alla cassa integrazione (a settembre +50%su agosto) e la crescita è questione di zero virgola, prosegue anche il rialzo dell’indice dei prezzi: ad ottobre+0,6%rispetto a settembre, +3,4% in un anno, record dal 2008, soprattutto per effetto delle misure previste con le ultime manovre, in particolare l’incremento dell’Iva al 21%. Non bastasse, scatta oggi (fino al 31 dicembre) un ennesimo aumento delle accise (imposte) su benzina e gasolio, di 8,9 euro per mille litri, per far fronte alle spese per l’emergenza in Liguria e Toscana. L’effetto sui prezzi alla pompa dovrebbe essere tra 1 e 1,1 centesimi al litro. Federconsumatori e Adusbef hanno fatto due conti: «La convergenza tra ricadute inflazionistiche e della manovra – dicono – comporterà un crollo del potere di acquisto delle famiglie dal 2012 al 2014 di oltre 8.300 euro. Solo per quest’anno, di 1.621 euro». Quanto alla corsa «ormai incontrollata» dell’inflazione, per le associazioni «non può avere spiegazione al di fuori delle volontà speculative, nonché della demenziale manovra di aumento dell’Iva». Anche Confesercenti torna sulla questione Iva, un «capolavoro – fa notare – che spinge l’inflazione ai massimi aumenti congiunturali da16 anni a questa parte, deprimendo ancora di più i già deboli consumi». E per Confcommercio, nei dati «sono presenti effetti sistemici originati dall’incremento degli energetici. Smentite quindi le ipotesi che il sistema produttivo potesse tenere su di sè l’incremento dell’ imposizione indiretta». «Infatti – spiega la nota – la ridotta marginalità delle imprese di produzione e distribuzione dopo la recessione 2008-2009 ha costretto le filiere a traslare in avanti l’aumento dell’Iva».
RISCHIO REGRESSIONE E torniamo al lavoro (che non c’è). Il numero dei disoccupati supera quota 2 milioni (2.080mila) e aumenta del 3,8% rispetto ad agosto (76mila unità), con il tasso di inattività al 37,9% (+0,1% mensile). Su base annua la crescita è del 3,5% (71mila). Il tasso di occupazione si attesta al 56,9%, in diminuzione sia nel confronto congiunturale (-0,2%) sia tendenziale (-0,1%). La Cisl parla di «mercato del lavoro bloccato – dice il segretario generale aggiunto Giorgio Santini – e a forte rischio di ulteriore regressione. La nuova emorragia di occupati dimostra che la proposta di facilitare i licenziamenti è del tutto fuori contesto. Improcrastinabili invece misure per la riqualificazione e il reimpiego per le centinaia di migliaia di lavoratori in cig e mobilità». Per il segretario confederale Cgil Fulvio Fammoni siamo «ad un vero e proprio disastro cui si somma il fatto che la poca nuova occupazione è quasi totalmente precaria, che il numero dei cassintegrati resta altissimo e che le tutele, a partire dall’indennità di disoccupazione, si esauriscono». Ancora: «Incredibilmente – prosegue Fammoni – aumentano contemporaneamente sia gli inattivi che i disoccupati. Questo è il vero problema della crescita che richiede una risposta all’Europa ». La Uil di Luigi Angeletti chiede di «agevolare la riduzione dei costi di quelle imprese che assumono a tempo indeterminato».❖

L’Unità 01.11.11

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“Donne e giovani: Niente lavoro”, di Rosaria Talarico

Come se non bastassero le valutazioni critiche a livello internazionale sulla situazione italiana, ieri è stato l’Istat a fornire altri numeri sull’Italia. E non sono per nulla rassicuranti. Il tasso di disoccupazione a settembre è arrivato all’8,3%, in aumento di 0,3 punti percentuali sia rispetto ad agosto che a settembre 2010: è il valore più alto da novembre 2010. Ancora più preoccupante la cifra relativa al tasso di disoccupazione giovanile che sale al 29,3%, record da gennaio 2004 (inizio delle serie storiche), con un aumento congiunturale di 1,3 punti percentuali, rispetto ad agosto. A calare è invece il tasso di occupazione (56,9%). La situazione non migliora se si allarga lo sguardo all’Europa.

Il tasso di disoccupazione nell’area euro torna ai massimi dal lancio della valuta unica: a settembre è risalita al 10,2 per cento, secondo una stima diffusa da Eurostat, dopo molti mesi in cui la disoccupazione era rimasta ferma al 10,1 per cento. L’ente di statistica comunitario conta 16 milioni 198 mila disoccupati nell’area valutaria. Disoccupazione in aumento anche guardando all’Europa a 27. A settembre è salita al 9,7 per cento, con 23,264 milioni di disoccupati totali, dal 9,6 per cento del mese precedente. Secondo Eurostat, il mese scorso erano senza lavoro 23 milioni e 264mila persone, di cui 16 milioni e 198mila nell’area euro. Rispetto ad agosto, il numero delle persone disoccupate è aumentato di 174mila unità nei 27 e di 188mila nei 17 Paesi dell’eurozona. Tra i Paesi membri, il tasso di disoccupazione più basso è stato registrato in Austria (3,9%), Olanda (4,5%) e Lussemburgo (4,8%), mentre quello più alto in Spagna (22,6%), Grecia (17,6%, ma il dato è di luglio) e Lettonia (16,1%, il dato è relativo al secondo trimestre del 2011). Gravi sono i dati relativi a giovani e donne. La quota di italiani senza lavoro under 25 (età compresa tra i 15 e i 24 anni) risulta anche tra le più alte in Europa. La Penisola si piazza al quarto posto dopo Spagna, Slovacchia e Irlanda. Il tasso di disoccupazione giovanile, dunque, si colloca su livelli molto alti ed «i giovani – spiegano i tecnici dell’Istat – continuano ad essere penalizzati in termini di partecipazione al mercato del lavoro». La disoccupazione maschile in Italia cresce del 4,4% rispetto al mese precedente e del 3,3% nei dodici mesi; anche il numero di donne disoccupate aumenta rispetto ad agosto (+3,1%) e su base annua (+3,8%).

La situazione italiana è rispecchiata anche guardando alle cifre dell’Europa: su base annuale il tasso di disoccupazione tra gli uomini è rimasto stabile al 9,9% nell’area euro ed è sceso dal 9,6 al 9,5% nell’Ue a 27, quello tra le donne è cresciuto rispettivamente dal 10,4 al 10,6% e dal 9,7 al 9,9%. «L’Italia avrà difficoltà a crescere fintanto che, come si evince dai dati Istat, metà della popolazione femminile continuerà a non avere un posto di lavoro e a non cercarlo» è il commento del ministro per le Pari opportunità, Mara Carfagna. Che elenca le misure previste dal governo per contrastare il problema della disoccupazione: «E’ già stata siglata con i sindacati un’intesa per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro che consentirà maggiore flessibilizzazione del part time». Considerato poi che il cuore del problema della scarsa occupazione femminile è nel Mezzogiorno, nel piano per il Sud sono stata inserite «misure che consentiranno, attraverso incentivi fiscali, la stabilizzazione di lavoratrici precarie in zone svantaggiate e maggiore diffusione dell’apprendistato», conclude il ministro. Di diverso avviso i sindacati che sono tutti concordi nel denunciare la gravità della situazione. Cisl e Uil mettono in guardia da riforme che facilitino i licenziamenti, invece di prevedere incentivi alle aziende per assumere.

Per il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni i dati di oggi certificano che siamo in presenza di «una seria emergenza nazionale, un vero e proprio disastro cui si somma il fatto che la poca nuova occupazione è quasi totalmente precaria».

La Stampa 01.11.11