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"Borsa, spread, disoccupati, è la tempesta perfetta. Lunedì nero per l´Italia. L´inflazione schizza al 3,4%", di Ettore Livini

Volano oltre la soglia d´allarme del 6% i tassi sui Btp, crolla Piazza Affari (-3,82%), la disoccupazione sale all´8,3% e l´inflazione (+3,4%) balza ai massimi dal 2008. La tempesta finanziaria e la crisi economica regalano all´Italia un lunedì da incubo. L´euforia seguita al vertice di Bruxelles è durata appena 24 ore. Poi i nodi sono arrivati subito al pettine: il fondo salva-Stati è, per ora, un´arma caricata a salve. La lettera di Silvio Berlusconi alla Ue – lo dicono i numeri di Borsa e bond – è considerata poco più di un rosario di buone intenzioni. E i mercati, come racconta la cronaca della seduta di ieri, hanno ripreso a vendere a piene mani tutti i titoli del Belpaese.
Sale il rischio Italia Il buongiorno (se così si può dire) dell´ennesimo lunedì nero parte dal mattino. Alle 8.30 – appena aperte le contrattazioni – i rendimenti sui Btp decennali mettono il turbo e si arrampicano oltre quota 6%. Non è la prima volta: era successo a inizio agosto quando l´Europa ballava sull´orlo del crac e il giorno del declassamento di Moody´s. Adesso però ci stiamo facendo del male da soli: i mercati, spiegano gli operatori, non credono alle promesse del governo italiano. E per prestarci soldi pretendono interessi sempre più alti. «Servono fatti – sintetizza Angelo Drusiani, responsabile gestioni di Banca Albertini Syz – e dopo due manovre con effetti modesti, non basta una missiva a Bruxelles a far girare il vento». Infatti. Poco prima delle dieci – con Piazza Affari maglia nera d´Europa a meno 2% – il cds, la polizza d´assicurazione sul rischio-tricolore, costa già il 10% più di venerdì. «La spia dell´allarme è accesa», ammettono preoccupati i trader. Sui monitor i rendimenti dei Btp decennali continuano a salire: siamo a quota 6,11%, 407 punti base in più dei Bund. Dati da brivido per un Paese che nel 2012 dovrà chiedere al mercato 290 miliardi per rifinanziare il suo debito. Le Cassandre gettano benzina sul fuoco: «La storia dei crac continentali ci rema contro – vaticinano – . Una volta sfondata la soglia psicologica del 6% in pianta stabile, Portogallo, Grecia e Irlanda hanno marciato spedite verso default e salvataggio Ue».
Disoccupazione recordC´è da incrociare le dita e allacciare le cinture di sicurezza. Anche perché, come sempre quando le cose vanno male, piove sul bagnato. Alle dieci arriva dall´Istat la prima mazzata: la disoccupazione a settembre in Italia è cresciuta all´8,3%. Ma soprattutto il 29,3% dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni non trova lavoro. Quasi uno su tre, il record dal 2004. Tempo di riprendersi un attimo che, un´ora dopo, arriva la botta da ko: l´inflazione a ottobre è al 3,4%, il dato più alto dal 2008. C´è l´effetto-Iva al 21%, d´accordo. Ma la benzina è cresciuta del 17,8% in un anno e il gasolio del 21,2%. Roba da far saltare i conti di casa: tra aumento dei prezzi e tripla manovra, calcolano Federconsumatori e Adusbef, ogni famiglia italiana vedrà calare quest´anno il suo potere d´acquisto di 2.031 euro. A metà giornata la Borsa prova resistere a meno 2% mentre il Btp perde altro terreno. Lo spread sui bund tedeschi flirta con quota 4,1%. «Sono fiducioso nelle capacità di ripresa dell´Europa», prova a consolarci il presidente cinese Hu Jintao. Belle parole, pochi fatti: Pechino – che ha in portafoglio 360 miliardi di bond Ue – appoggerà il fondo salva stati (salva-Italia, dice qualcuno) solo quando saranno più chiari i suoi meccanismi. Stesso discorso per la Russia: l´”amico di Dacia” Vladimir Putin è pronto a mettere sul piatto 10 miliardi per l´Efsf. Ma anche lui rimanda a novembre, data prevista del suo decollo.
Una zavorra da 5 miliardi Al capezzale dell´Europa arriva pure Barack Obama: «L´accordo di Bruxelles getta le basi per il salvataggio del continente», assicura, annunciando che prima del G20 di giovedì e venerdì incontrerà Angela Merkel e Nicolas Sarkozy per fare il punto della situazione. I mercati – che tra un vertice e l´altro hanno già assistito al quasi tracollo di tre paesi Ue – non si impressionano. E Piazza Affari (-3% alle 16) consolida il titolo di maglia nera del continente.
Giovanni Bazoli, presidente di IntesaSanPaolo e uno dei pochi banchieri che misura le parole con il bilancino, è preoccupato: «Non possiamo sostenere spread così alti né nel medio né nel breve termine». I conti sono presto fatti: con i Btp al 6%, lo Stato pagherebbe 5 miliardi di interessi in più solo nel 2012. «E la colpa – ammette il prudentissimo supermanager bresciano – è anche della perdurante incertezza politica italiana». Chi ha orecchie per intendere intenda.
La chiusura in rosso La campanella di chiusura degli scambi issa a meno 3,82% il passivo di Piazza Affari. I Btp a due anni rendono più del 5% (il massimo dal 2000) segno che i mercati vedono nero per il futuro immediato del nostro paese. Quelli di Madrid, dove il governo in difficoltà ha già convocato le elezioni anticipate per il 20 novembre, sono al 3,88%. Pier Carlo Padoan, italianissimo capo economista dell´Ocse, chiude la giornata in bellezza: «Non si può scherzare con il fuoco: chi pensa che l´Italia sia troppo grande per essere lasciata fallire fa un gioco pericoloso». Ci mancava solo lo spettro del default tricolore. Mario Draghi giovedì prenderà la guida della Bce. Con questi chiari di luna, è difficile invidiarlo.

La Repubblica 01.11.10

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Grido d´allarme delle banche italiane “Spread insostenibile, il governo agisca”, di Elena Polidori

Bazoli: costretti a restringere i finanziamenti all´economia. L´intervento davanti a Giorgio Napolitano e Letta “La posta in palio è molto elevata”. «Spread così elevati non sono sostenibili. L´incertezza politica pesa sul merito di credito dell´Italia. Bisogna che il governo faccia subito vere riforme, per ridurre il debito e rilanciare la crescita». Le banche italiane affidano alla voce di Giovanni Bazoli il loro grido d´allarme. Così, davanti al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano e al sottosegretario Gianni Letta, il presidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa San Paolo fa un intervento che ruota intorno a due parole-chiave: «Gravissimo deterioramento». Dice cioè che il peggiorare del «merito di credito» dell´Italia – «icasticamente rappresentato» proprio dagli spread impazziti – è anche colpa «della perdurante incertezza della situazione politica interna». Le scelte per ripristinare la fiducia «comportano sacrifici e perdite di rendite di posizione, esigono disponibilità al cambiamento». Se non si fanno, il paese rischia «di compromettere il proprio futuro di sviluppo nella libertà e nella democrazia».
Bazoli è un signore che per ruolo e per stile è abituato ad essere sempre molto misurato. Stavolta ci tiene a rimarcare tutti i guasti che derivano dalla crisi che è «crisi di fiducia», beninteso: nella sostenibilità dei conti pubblici come nella tenuta del debito sovrano. E dunque, negli ultimi mesi i mercati hanno sottoposto le banche «a pressioni e penalizzazioni pesantissime». I sobbalzi degli spread (differenziali di rendimento tra i titoli italiani e i Bund tedeschi) soffocano gli istituti. Il loro costante allargamento, fino ai record di questi giorni, «si ripercuote sui costi della raccolta bancaria». Il loro livello «insieme alla necessità di mantenere adeguate riserve di liquidità» non è sostenibile. Sotto questo profilo genera «ulteriore preoccupazione» la richiesta Ue per aumentare la patrimonializzazione degli istituti. Napolitano ascolta in silenzio. E Bazoli: «A questo punto non possiamo più tacere che la posta in gioco è molto elevata. Se l´Italia continuasse a incontrare difficoltà e quindi a sopportare costi insostenibili nel collocamento del proprio debito, un restringimento del credito all´economia diventerebbe ineluttabile, con conseguenze sulla crescita e l´occupazione».
Alle banche non va giù che, in questo contesto così delicato, devono pure adeguare ancora i propri coefficienti patrimoniali: altri 14,7 miliardi, il doppio delle consorelle francesi, il triplo delle tedesche. Ebbene, qualora gli istituti non riuscissero a raccogliere i fondi sul mercato, l´unica prospettiva per Bazoli sarebbe un intervento dello Stato. «Il ritorno ad un sistema bancario pubblico ci riporterebbe indietro di trent´anni». Si potrebbe anche aprire la strada a grandi gruppi stranieri.
Bazoli, ma non solo. Al convegno organizzato dall´Abi per presentare il volume “Le banche e l´Italia” tutto il sistema spera in un dialogo con l´Eba, l´autorità di controllo europea che porti, ad ´ammorbidire´ i criteri per valutare il capitale. Il presidente dell´Acri Giuseppe Guzzetti si dice «arrabbiato per decisioni che penalizzano noi e fanno salvi gli interessi dei francesi». L´Ad di Unicredit, Federico Ghizzoni, nota come i bilanci delle banche italiane siano meno rischiosi. Il presidente dell´Abi Giuseppe Mussari chiude così: le preoccupazioni espresse sono «gravi e urgenti. Siamo certi che l´Italia saprà reagire. Diversamente i gravi scenari delineati non saranno scongiurabili».

La Repubblica 01.11.11

"Non si allevia la disoccupazione con i licenziamenti", intervista a Pier Luigi Bersani di Adolfo Pappalardo

Quando mette in guardia dal rischio dei personalismi è chiaro che Pier Luigi Bersani ce l’ha con il rottamatore Renzi («Ma gli voglio bene»). Sulle elezioni pensa a un’alleanza tra progressisti e moderati «ma senza ammucchiate». Prima però ci sono le primarie di coalizione a cui il Pd arriverà «indicando un suo candidato». E sulla flexsecurity che pure affascina qualcuno nel Pd domanda schietto: «Scusate, mai soldi dove sono?».

Segretario è in atto uno scontro: newwave contro nomenclatura.

«Leggendo i giornali sembra uno scontro personale ma questa è una cosa che non mi appartiene, non ho mai voluto e non voglio. Ai duemila giovani venuti qui a Napoli ho detto chiaramente cosa penso del ricambio e del cambiamento. Ed ho cercato di spiegare i criteri secondo cui questo passaggio deve avvenire: su idee nuove che non siano rimasticature di quelle degli anni ’80 che abbiamo già ampiamente pagato».

A cosa si riferisce?

«L’eccesso della personalizzazione in politica è il passato. Perché si esce dai guai solo con uno sforzo collettivo, con giovani che crescono e i vecchi che si mettono a disposizione per far girare la ruota. Non con le vecchie generazioni che devono essere semplicemente cambiate. Qui da questa platea invece s’intuisce la domanda di cambiamento, un’idea di pulizia, di ripresa del senso politico che sta risorgendo dopo anni. Per questo dico: non allestiamo scontri tra gladiatori con tutti i problemi; che abbiamo».

Renzi e Civati. Chi preferisce?

«Voglio bene a tutti e due. E lo dico sinceramente. Ma ho il dovere, e voglio avere il diritto, di dire che dobbiamo costruire un collettivo. Occorre una discussione libera ma facendo percepire amiciazia tra noi altrimenti perché la gente dovrebbe fidarsi?».

Chiamparino, possibile pretendente per le primarie, dice che l’insofferenza verso i giovani è debolezza.

«Non so a chi si rivolgesse, a dir la verità. Il Pd più che lanciare un anno di formazione politica cosa poteva fare? Occorre partire da qui per cercare, come stiamo facendo, di rinnovare il partito e lasciare spazio a una nuova generazione. Anche questo fatto delle primarie tirate ogni volta in ballo: sono aperte e lo dico io unico segretario ad essere stato eletto così. Nessun problema quindi, si candidi chi vuole».

Eppure l’exit strategy sembra quella di un solo candidato scelto dal partito. E così?

«E così, ogni partito dovrà indicare un suo candidato».

Uno? Allora non c’è spazio per tutti i pretendenti Pd.

«Non si chiude a nessuno. Il concetto è quello di un partito che sulla base di un progetto, di una piattaforma da discutere, indica un nome. Lo direbbe già lo statuto del partito, ma non mi nasconderò certo dietro a questo. Non ci sarà chiusura ma anzi la massima apertura. Poi il regolamento delle primarie di coalizione lo fa lo schieramento, come fatto nelle varie città».

La foto di Vasto con lei Di Pietro e Vendola. D’Alema è per l’alleanza con i moderati altrimenti non si governa.

«Occorre un’alleanza tra progressisti e moderati: in tempi di ricostruzione bisogna essere generosi senza arroccarsi. Ma niente ammucchiate, ci vuole un centrosinistra credibile che si rivolga ai moderati e alle forze civiche. Tutti oggi vogliono chiudere con Berlusconi ma per farlo occorre un’alleanza di legislatura per le grandi riforme. Ma ognuno si prenda le responsabilità e metta da parte i pregiudizi perché il vero problema è la ricostruzione di questo Paese».

Cosa salverebbe dell’Ulivo?

«Sicuramente la capacità di muovere il civismo, quello di “Canzone popolare” per intenderci, risveglia le coscienze e dà l’idea di non essere solo aggregazione di partiti».

Qualche giorno fa è partita una lettera del governo alla Ue. Quale sarebbe stata la controlettera del Pd?

«Non saremmo mai arrivati a scriverla perché prima avremmo fatto le riforme che il centrodestra non ha fatto. Quella fiscale, della pubblica amministrazione, del lavoro per ridurre la precarietà, politiche industriali ed energetiche. E le liberalizzazioni, soprattutto. Ci saremmo mossi prima senza arrivare dove siamo ora, sull’orlo di una bufera possibile dove l’Italia è in serio pericolo».

E ora cosa occorre?

«O elezioni o nuovo governo come accaduto in Irlanda, Spagna, Portogallo o Grecia. E un programma vero, non mi stancherò mai di dirlo, di riforme».

Ma rendono più facili i licenziamenti. Il suo vice Letta rileva come non sia un tabù.

«Siamo di fronte a una fase drammatica di espulsione dal mondo del lavoro con centinaia di migliaia di cassintegrati. E abbiamo gli ingressi al lavoro tra i più flessibili e precari del mondo sviluppato. In questo momento dire che si licenzia per facilitare assunzioni è delirio. Invece un grande riforma del mercato del lavoro non è certo un tabù ma dobbiamo iniziare dall’ora di lavoro del precario, che deve costare di più rispetto a quella del lavoratore a tempo indeterminato. Mi parlano invece, come fa Sacconi, di flexsecurity sul modello Danimarca o di salario minimo garantito come fa Casini: per me va bene. Ma ci rendiamo conto che costano molto? Ci sono i soldi? Dove sono? A pezzi e bocconi non si fa una riforma: in questo scenario significa solo aggiungere problemi a problemi, instillare tensioni, quando ci vorrebbe piuttosto coralità. Sacconi invece spenga la miccia e si metta a ragionare seriamente».

Prima il Piemonte, ora il Molise: per il centrosinistra i grillini rischiano di diventare un problema serio.

«Segnalano un malessere ma non sono la soluzione: per frustrazione e protesta si muovono in questo universo che è simile a quello di chi non va a votare».

In questi due giorni ha parlato del pericolo che si formino movimenti speculari alla Lega al Sud. Ma di cosa ha bisogno il Mezzogiorno?

«Può partire da qui la riscossa perché le riforme di cui ha bisogno il Paese sono tutte meridionaliste. Riforme che devono parlare al Nord perché se il Sud si allontana dal resto del Paese allora tutta l’Italia s’allontana dall’Europa. È una sciocchezza salvarsi da sé. II Sud deve mostrare e dimostrare il cambiamento e oltre alle idee nuove deve mettere in campo una nuova generazione. E questo non lo fai dalla sera alla mattina. I luoghi comuni sono da evitare e qui al Mezzogiorno non è tutto marcio: a cominciare dai sindaci che combattono ogni giorno passando per la buona notizia di Rita Borsellino che scende in campo a Palermo».

Primarie naufragate con inchiesta dell’antimafia e fuori dal governo della città: quanto pesano sul Pd?

«Questi errori pesano, eccome. Per questo ai ragazzi ho detto: non spiegatecelo, abbiamo capito e per questo siamo qui. Dobbiamo uscire dai giochi politici e dare una mano a Napoli che ha problemi e drammi enormi. Mettiamoci tutti su questo fronte e anche chi ha avuto esperienze di governo, nel bene e nel male, dia il suo contributo».

Con de Magistris prima freddezza ora un rapporto solido che qualcuno spiega in funzione anti Vendola con il suo movimento.

«Nessun patto contro qualcuno. L’incontro con lui nasce da quel che gli dicevo poc’anzi: vediamo di risolvere i problemi. C’è solo questo dietro un rapporto amichevole. Questo gli ho detto: noi non chiediamo niente, vogliamo solo dare una mano a Napoli. Punto. Sul movimento gli ho detto: se hai questa vocazione va bene, pronti a discuterne senza preclusione».

Segretario ma a dirla alla Renzi, si sente un dinosauro?

«Guardi che ce n’erano molti di dinosauri scattanti».

da Il Mattino 31.1o.11

«Mondo salvato dai ragazzini», di Marina Boscaino

C’è stato un tempo, molto tempo fa, in cui ho creduto fortemente che questa nostra professione, quella d’insegnante, rappresentasse di per sé una condizione elettiva, intrinsecamente nobile, profondamente etica. Con il passare degli anni sono rimasta di questo avviso rispetto al concetto, ma ho compreso, giorno dopo giorno, che si tratta di un’idea astratta, fortemente condizionata dalle caratteristiche di chi la concretizza e la interpreta. E che, come ovunque, tra noi insegnanti c’è di tutto: motivazione, orgoglio, dedizione, competenza, responsabilità e l’esatto contrario. Come ho quindi rivisto le mie romantiche e ingenue convinzioni precedenti, nello stesso modo ho rifiutato le ricette di facile impatto che, misto di arroganza e demagogia, i nostri governanti hanno artatamente spalmato sul nostro lavoro e sulla nostra identità professionale, soprattutto negli ultimi lustri. A un Berlusconi che prometteva, con la consueta eleganza, durante la campagna elettorale del 2001, di «ricoprire d’oro gli insegnanti», risponde un Brunetta, che – nel corso della sua infelicissima (per noi) e purtroppo non ancora conclusa esperienza di ministro – ha gettato fango sulla scuola e sui docenti («I nostri insegnanti lavorano poco, quasi mai sono aggiornati e in maggioranza non sono neppure entrati per concorso, ma grazie a sanatorie», ebbe a dire qualche giorno prima della più straordinaria e democratica manifestazione della scuola pubblica, il 30 ottobre 2008), cavalcando il trend inaugurato da alcuni Soloni dell’editoria, che da anni pontificano sugli insegnanti e sulla loro inettitudine, sentendosi autorizzati a parlare di scuola solo per il fatto di averla – in un tempo più o meno lontano – frequentata (mi riferisco a Giavazzi, Ichino, Panebianco, Galli della Loggia, per fare i primi nomi che mi vengono in mente).
Il mio amico Alvaro Berardinelli, insegnante come me impegnato nella costruzione di competenze di cittadinanza per giovani abitanti di un mondo senza padri (e con molti padroni), mi ha mandato lo stralcio di un lavoro di un suo alunno di IV ginnasio, che mi piace condividere con i lettori. È una frase che ci racconta una prospettiva. L’idea che, nonostante il disinvestimento, l’incuria, spesso addirittura il dileggio (rispondenti, indipendentemente da ciò che scuola e insegnanti sono davvero, ad un preciso progetto di creazione di consumatori acritici a basso costo), buoni maestri (magis-ter è colui che conta di più all’interno di un gruppo) e il suo esempio servano ancora al futuro dei nostri ragazzi: «Ci sono delle persone che ancora combattono per cambiare il mondo in meglio, ed essi sono i professori: essi trasmettono agli alunni i valori giusti (la pace, la libertà, la democrazia e la tolleranza), sanno che naturalmente non tutti riusciranno ad apprenderli al meglio, ma essi continuano a combattere, perché sanno che gli altri, con la loro conoscenza, riusciranno a cambiare il mondo in meglio». E che qualcuno, ancora, riconosca il valore emancipante della cultura. Meglio, molto meglio, se un ragazzino di 14 anni.

da Adista

""Nessuno paga nessuno". E la crisi del credito arriva fino alle imprese", di Marco Alfieri

Nel Paese dei contanti all’improvviso non circolano più soldi. «Da qualche mese nell’economia reale nessuno paga più nessuno, è tutto bloccato», lanciano l’allarme gli artigiani varesini. Le imprese hanno difficoltà a farsi finanziare il capitale circolante dalle banche, così si tengono quel poco di liquidità in cassa rallentando i pagamenti a valle della filiera produttiva.

Da Nord a Sud la musica è pericolosamente la stessa. Luca S. insieme a un socio e 3 collaboratori fa il gessista a San Giorgio a Cremano, cintura trafficata di Napoli. Un’attività artigianale tipica non fosse che, al 20 ottobre 2011, lamenta 90 mila euro di mancati incassi. «Sono in credito da oltre 5 mesi con un’azienda di quadri elettrici a cui ho sistemato la sede, e da 7 con un paio di commercianti in abbigliamento a cui ho ristrutturato il negozio», racconta trafelato Luca S. «Avevo un fido di 50 mila euro con la mia banca, ridottomi 2 settimane fa alla metà, così ho dovuto chiedere soldi a un altro istituto per saldare alcuni fornitori». Ovviamente pagando tassi più alti perché con questi spread la raccolta bancaria costa cara e gli istituti, grandi e piccoli, aggiornano in tempo reale i propri listini.

Nodi intricati Nella vicenda di Luca S. si mescolano alcuni dei nodi più intricati della crisi in corso. Dalla stretta bancaria sulle Pmi alla piaga dei ritardi di pagamento in un Paese in cui, nell’ultimo anno (fonte Bankitalia), l’indebitamento delle imprese ha già superato i 980 miliardi di euro (+6,1% sul 2010) e i tanti Luca S. d’Italia che non incassano le fatture dai clienti medio-grandi non riescono, a cascata, a saldare i crediti dei propri fornitori e contoterzisti.

Secondo l’Osservatorio IspoConfartigianato nel corso del 2011 il fenomeno dei cattivi pagatori è in forte aumento. I ritardi della pubblica amministrazione sono arcinoti: nonostante le lacrime di coccodrillo lo Stato italiano (Asl in testa) continua a pagare i fornitori a 180 giorni, quasi il triplo della media europea (65 giorni). Un po’ meno lo sono quelli tra imprese private fornitrici di prodotti e servizi, il vero elemento nuovo e devastante di questa congiuntura: 103 giorni contro i 56 dell’Europa. Un ritardo cresciuto di ben 7 giorni medi dal 2010. Nell’occhio del ciclone il settore costruzioni, che passa da 90 a 117 giorni, il manifatturiero in genere, da 87 a 108, e i servizi, da 48 a 59. Non basta. Per le piccole imprese che lavorano prevalentemente con altre aziende di produzione i tempi sono schizzati dai 92 giorni del 2010 ai 111 del 2011; per chi lavora con clienti privati, da 60 a 81. Un boom esponenziale che determina maggiori costi finanziari per oltre un miliardo di euro. Una cifra mostre.

Peraltro il contagio tra privati è dilagante perché arriva in coda a una recessione che ha spinto alle stelle le sofferenze bancarie delle imprese, esplose al 31 luglio 2011 a 74,5miliardi di euro (+40% sul pari periodo 2010) e prosciugato la liquidità aziendale. Secondo i calcoli diBanche Popolari e di Credito Cooperativo (Bcc), che coprono il 67,5% degli sportelli delle principali province manifatturiere, circa il 40% di nuove posizioni «corporate» aperte nel primo semestre 2011 altro non sono che una diversificazione creditizia alla disperata ricerca di capitale circolante per saldare debiti correnti. Daniele Nonino, friulano di Udine, guida un’azienda da 45 addetti che fa impianti elettrici e termoidraulici per colossi edilizi e industriali. «La verità?», si sfoga. «La situazione sta diventando insostenibile. I grandi ne approfittano utilizzando ogni cavillo per chiudere i rubinetti. Hai consegnato 3 giorni in ritardo? Allora ti allungo di 60 giorni il pagamento. La fatturazione è poco chiara? Per autotutela ti sospendo il bonifico, poi si vedrà…», scaricando le sofferenze sul credito di fornitura e costringendolo a farsi banca. Su 6 milioni di fatturato il giro di pagamenti dell’azienda di Nonino è di circa 900 mila euro.

Due terzi incagliati «Di questi ne ho attualmente 600 mila incagliati, causa imprese pagatrici che hanno sforato i tempi», fa di conto l’imprenditore. È tantissimo: «Significa che ho i 2/3 del portafoglio incagliato, pari al 10% del fatturato. Un paio di anni fa non superavano il 2% dei ricavi», allarga le braccia Nonino. Già.

Dopo aver incubato nei primi mesi dell’anno il baco si è diffuso dopo l’estate, quando le banche hanno cominciato a ridurre i castelletti, non scontare le fatture in ritardo, alzare gli spread e chiedere rientri improvvisi. Un circuito infernale che coinvolge la subfornitura edilizia, meccanica, del tessile-abbigliamento e del legno-arredo, i settori tipici del made in Italy che da sempre vivono di contoterzismo e di rapporti informali con il direttore della banca sotto casa, dietro il capannone. Ad esempio: i piccoli falegnami/mobilieri marchigiani, pugliesi o brianzoli che a fine mese non vengono pagati dalle catene dei grandi mobilifici inevitabilmente slittano il pagamento da 60 a 90-120 giorni ai terzisti che, a loro volta, offrono uno sconto secco del 5-6% pur di avere liquidità immediata e non saltare.

«Ma l’escalation si espande a tutti i rami dell’economia», confermano preoccupati da Confindustria Treviso. Dalle assicurazioni che rimandano alle calende greche il pagamento dei ristorni alla rete di officine ed elettrauto convenzionati ai grandi supermercati che saldano l’ortofrutta a 120-150 giorni o spostano i pagamenti a gennaio, per non intaccare il bilancio 2011. Secondo l’Osservatorio Cribis D&B nell’ultimo anno in Italia addirittura 7 aziende su 10 hanno registrato almeno un insoluto di pagamento significativo. E per 4 su 10 del campione interpellato il tempo medio di incasso influisce in maniera «molto» o «abbastanza» elevata sugli equilibri finanziari societari. Fino al rischio insolvenza, che fa scattare la segnalazione alla Centrale Rischi di Bankitalia, compromettendo i rapporti con il circuito bancario. Per questo mentre a Bruxelles il governo promette grandi riforme, sarebbe forse il caso di ripristinare anzitutto il circuito dei pagamenti. Per evitare la prossima moria.

La Stampa 31.10.11

Licenziamenti, escalation di Sacconi «Ho paura che si arrivi all’omicidio», di Marco Ventimiglia

Il governo ha deciso, con la “liberalizzazione” dei licenziamenti inseriti nella lettera alle istituzioni europee, di provocare la dura reazione delle opposizioni e dei sindacati e di far saltare il patto sociale. Ieri tuttavia, dopo aver attaccato, il ministro Maurizio Sacconi ha vestito i panni della vittima. Anzi, ha toccato il tasto più drammatico, quello del terrorismo. È successo nel corso di un’intervista a SkyTg24, dove il tema sarebbe dovuto essere, appunto, la contestata missiva inviata all’ Unione europea. «In questo momento – ha dichiarato il ministro del Lavoro – vedo una sequenza dalla violenza verbale alla violenza spontanea, alla violenza organizzata, che mi auguro non arrivi ancora una volta anche all’omicidio come è accaduto, l’ultima volta dieci anni fa, proprio con il povero Marco Biagi nel contesto di una discussione per molti aspetti simile a quella di oggi».
«COME DIECI ANNI FA»
Quanto al nesso con l’attualità,per Sacconi sarebbe evidente «perché già allora parlavamo non di licenziamenti facili, termine che è assolutamente falso, ma di come incoraggiare le imprese a intraprendere, ad assumere, ad ampliarsi, a crescere anche attraverso l’idea che se poi le cose non andassero bene, se poi le cose si rivelassero difficili, le imprese, come hanno fatto il passo in avanti sarebbero magari costrette anche a un mezzo passo indietro». Presunte analogie che portano alla plumbea affermazione: «Ho paura, ma non per me perché io sono protetto, bensì per le persone che potrebbero non essere protette e diventare bersaglio di violenza politica che nel nostro paese non si è del tutto estinta».
Parole non pesanti, pesantissime, che hanno provocato, e non poteva essere altrimenti, reazioni immediate. «Spero – ha commentato SusannaCamusso – che Sacconi parli perché ha elementi per farlo e non per inquinare un clima già difficile». Per il segretario della Cgil «questi argomenti vanno trattati con grande cautela, sennò poi si rischia di invocare le cose… Noi abbiamo una lunga esperienza di mobilitazione in cuinon è mai successo niente, chi sta in piazza con noi deve attenersi alla non violenza. Il 15 ottobre ha lanciato un segnale preoccupante e in tanti hanno scelto una strada che va condannata e penso che non si debba più ripetere. Ma il punto non è criminalizzare la protesta bensì fare indagini serie perchè commettere reati deve essere perseguito». Mentre il segretario del Pd Pierluigi Bersani ha invitato proprio il governo a spegnere la «miccia» della tensione sociale, il presidente nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli, ritiene che «le affermazioni di Sacconi sul terrorismo rappresentano una doppia provocazione: dal punto di vista sociale, perché il governo continua a mettere in pericolo i posti di lavoro degli italiani con misure come quella sui licenziamenti facili che porterebbero la disoccupazione all’11%, e dal punto di vista
dell’ordine pubblico perché si butta benzina sul fuoco delle tensioni sociali che sono state create da un governo che ha ignorato la crisi».
L’AUSPICIO DI ICHINO
Sull’evocazione del terrorismo è intervenuto anche Pietro Ichino, che proprio ieri aveva auspicato su vari quotidiani «un codice del lavoro semplificato, composto di 70 articoli molto chiari e facilmente traducibili in inglese, suscettibili di applicarsi a tutta l’area del lavoro sostanzialmente dipendente». Per il giu- slavorista e senatore del Pd, «il rischio di atti di violenza minacciati da terroristi non può essere utilizzato per comprimere il dibattito, o peggio per accollare a chi dissente la responsabilità oggettiva di eventuali aggressioni commesse da altri. Però – ha concluso – a rasserenare il clima contribuirebbe anche una maggiore serietà del dibattito. Per esempio occorrerebbe che i sindacati, invece di stabilire dei tabù entrassero nel merito della questione, indicando i punti di consenso e di dissenso, e soprattutto indicando le soluzioni alternative rispetto a quelle che respingono».

L’Unità 31.10.11

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Il terrorismo. Camusso: “O ha le prove o il ministro stia zitto nelle fabbriche e negli uffici non ci sono segnali”, di Roberto Mania

Vedo il rischio di una rivolta sociale, in particolare al Sud. Ma non ha nulla a che vedere con il terrorismo. L´omicidio di Biagi avvenne al termine di una lunga stagione di terrorismo che riuscì a entrare nelle fabbriche. Non si può evocare il terrorismo perché c´è una discussione vivace su questioni molto sensibili socialmente.
«Nelle fabbriche, negli uffici, nei luoghi di lavoro non c´è alcun segnale che faccia presagire un ritorno agli anni della violenza politica». Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, è irritata e preoccupata per le affermazioni del ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. Le considera perlomeno «esagerate». Fuori luogo: «Servono a spostare l´attenzione su altro, mentre sono il lavoro e i licenziamenti il tema al centro della discussione».
Eppure negli ultimi giorni lo scontro sull´intenzione del governo di modificare la legge sui licenziamenti si è fatto molto aspro. Lei davvero non vede il rischio che, in un clima di questo tipo, qualcuno possa passare al gesto violento, fino all´omicidio, come dice Sacconi?
«Intanto vorrei dire che se un ministro della Repubblica fa affermazioni di quel tipo dovrebbe aver qualche elemento che le sostenga. E se ce l´ha non dovrebbe costruire un clima di preoccupazione e usarlo come argomento per sostenere la sua tesi sui licenziamenti, ma dovrebbe chiedere un intervento del ministro dell´Interno e chiedere al Parlamento di affrontare questo tema per mettere in atto tutte le misure per scongiurare qualsiasi azione violenta».
Sta sostenendo che Sacconi sia un irresponsabile?
«Le sue sono affermazioni che piombano dal nulla e fanno sorgere molti interrogativi».
Quali?
«Per esempio che si voglia spostare l´attenzione. Come se una discussione inevitabilmente vivace su una questione molto sensibile socialmente e politicamente, come quella dei licenziamenti, possa di per sé evocare il terrorismo».
Sacconi sostiene anche che si stia creando un clima simile a quello che precedette l´uccisione di Marco Biagi. Lei esclude qualsiasi similitudine? Di certo, anche allora, lo scontro era sull´articolo 18.
«L´omicidio del professor Biagi avvenne al termine di una lunga stagione di terrorismo che riuscì a entrare in alcune fabbriche ma trovò proprio nel sindacato un baluardo fondamentale. Tutto questo, per fortuna, oggi non c´è più. Non vedo nulla di paragonabile alla violenza politica di quegli anni. Oggi ci sono altri fenomeni, come quello che abbiamo visto all´opera il 15 ottobre scorso a Roma. Ma non mi pare proprio che siano soggetti anche solo lontanamente identificabili con i lavoratori o abbiano qualche attinenza con la discussione sui licenziamenti o il mercato del lavoro. Piuttosto vedo alcune analogie con il “dopo 15 ottobre”: anche lì, anziché occuparsi dei violenti, si è cambiato argomento e ridotte le possibilità di manifestazione».
Con gli accordi separati alla Fiat la tensione sindacale, anche per colpa della crisi, è tornata altissima. Lei esclude, in questo contesto, qualsiasi tentativo dei nuovi e vecchi movimenti politici violenti di entrare nelle fabbriche?
«Non disponiamo di alcun strumento di indagine come possono avere le forze dell´ordine e i magistrati, ma non abbiamo avuto segnali in questa direzione. Nemmeno nelle aziende in cui il conflitto è stato più pesante. Piuttosto vedo un altro rischio: quello della rivolta sociale, in particolare nelle regioni del Mezzogiorno. Ma questo non ha nulla a che vedere con il terrorismo. Sono proprio i timori di una rivolta di chi è disperato ed è senza speranza che ci fanno insistere nel chiedere politiche attive per il lavoro, mentre la questione dei licenziamenti getta soltanto benzina sul fuoco».
Negli anni di piombo i terroristi hanno provato ad avere contatti con alcune aree delle organizzazioni sindacali. Potrebbe accadere qualcosa di simile ora?
«Per le cose che conosco, anche se il mondo sindacale italiano è vastissimo, direi proprio di no».
Nemmeno le divisioni tra Cgil, Cisl e Uil potrebbero aver potuto favorire qualche “incursioni” nel movimento sindacale?
«Lo escludo. Se c´è una cosa che ci ha sempre uniti è la nostra determinazione a contrastare ogni forma di violenza».
Non crede che pure un linguaggio violento possa facilitare, come è già accaduto, il passaggio, appunto, dalle parole ai fatti?
«Guardi, noi della Cgil siamo i primi a denunciare il degrado del linguaggio politico. Anche in questo modo è venuto meno il rispetto delle istituzioni. Restando al mondo sindacale uno dei discrimini è proprio la violenza, anche nelle parole».
Lei ha definito Sacconi «il peggior ministro del Lavoro nella storia della nostra Repubblica». Ha detto anche che punta «scientificamente a ridurre i diritti dei lavoratori». Non c´è un´eccessiva personalizzazione contro il ministro del Lavoro?
«Sono opinioni che rientrano nella normale discussione politica. Tuttavia cerco sempre di riferirmi alle istituzioni e non alle persone che pro tempore ricoprono quel ruolo. Detto ciò, sappiamo tutti che quando si sceglie di assumere un incarico pubblico si è sottoposti alla libera critica».

La Repubblica 31.10.11

"La crisi delle donne over 50 tra famiglia e (poco) lavoro", di Rita Qurzè

Le mamme acrobate? Dilettanti. La nuova frontiera delle fatiche femminili si varca alla soglia dei cinquanta. Quando i figli — ventenni o giù di lì — sono ancora in casa, con addosso le camicie stirate dalla mamma e le gambe sotto il tavolo a pranzo e cena. In ufficio un bel mattino il capo ti accoglie, spalleggiato dal rampante, e giovane, assistente: «Siamo costretti a ridurre il personale, la tua posizione da domani non esiste più». Tradotto: arrivederci e grazie.
Non è politically correct mettere a confronto le fatiche delle generazioni, quasi fosse una gara al peggio. Ma almeno rende l’idea. E se delle difficoltà che le trentenni affrontano per tenere insieme marito-figli-ufficio si è parlato moltissimo in questi anni, le peripezie delle cinquantenni — 4,5 milioni di donne in Italia — sono state pressoché ignorate.
Ora, però, non è più possibile fare finta di nulla. Per due motivi. Sul fronte del lavoro chi è nato prima del 1961 sta pagando un prezzo elevato alla crisi. Per le donne, in più, c’è che l’accelerazione verso la pensione a 65 anni anche nel settore privato fa vedere tutto in una prospettiva diversa. A 50-55 anni anche solo pensare di battere in ritirata e tornare a casa non ha più senso. L’assegno dell’Inps è troppo lontano. Nello stesso tempo la seconda faccia della medaglia — quella del privato — mostra altrettante criticità. Con i tagli all’assistenza in vista, difficile aspettarsi più aiuti nella cura di anziani e nipotini. Non solo: i figli fanno sempre più fatica a trovarsi un lavoro e mettere su casa per conto proprio.
Il disagio delle due categorie «cinquantenni» e «donne» sul mercato del lavoro è messo bene in evidenza da un’indagine di Mangeritalia. L’associazione che rappresenta i dirigenti dei servizi ha chiesto a un campione di 1.139 manager su tutto il territorio nazionale quali sono le fasce di popolazione discriminate sul lavoro. I più bistrattati sono gli over 50. Poco meno del 30 per cento dei dirigenti sostiene di aver assistito a disparità di trattamento ai danni di colleghi o sottoposti nati prima del 1960. Subito dopo arrivano le donne: discriminazioni al femminile sono registrate da un intervistato su quattro. Al terzo posto nella classifica del disagio da ufficio sono i dipendenti di aspetto sgradevole o poco curato. Come dire: se sei donna e hai anche superato i cinquanta, le tue chance sul lavoro crollano a picco. Se poi non sei nemmeno di aspetto gradevole, non resta che raccomandarsi ai santi del paradiso.
«Non c’è dubbio, quella degli over 50 sta diventando un’emergenza — afferma il sociologo Enrico Finzi —. La fascia della maturità professionale si è ristretta in modo pericoloso e ingiustificato. Il posto stabile non si trova prima dei 35 anni, ma a 50 per le aziende sei già vecchio». Situazione che confligge con le esigenze dei singoli e delle famiglie. «Le cosiddette “pantere grigie” costrette a uscire dal mercato spesso non hanno ancora finito di pagare il mutuo, così rientrano in partita da precari, magari come consulenti», aggiunge Finzi. E le donne? «La guerra per tenersi stretto il lavoro è senza esclusione di colpi. E attraversa anche i generi. I posti sono pochi, e se tra due aspiranti ce n’è uno che ha meno tempo da dedicare al lavoro perché a casa ci sono nonni o nipotini che reclamano, la scelta tra i due è scontata. Ovviamente a favore di chi ha minori impegni familiari».
«I miei genitori hanno 89 e 82 anni — racconta Marisa Montegiove, vicepresidente di Manageritalia che ha appena superato la soglia dei 60 —. In certe situazioni una sola badante non basta. Per fortuna mia figlia non ha ancora deciso di diventare mamma. In queste condizioni non riuscirei a darle una mano». Tutto ciò non significa che le donne si tirino indietro rispetto alla parità, che per il momento è circoscritta al fronte delle pensioni. «Ma chi guarderà i nostri vecchi? E chi non ha le risorse per pagarsi l’assistenza di tasca propria come se la cava?», si domanda Montegiove.
La crisi mette le donne davanti a una nuova consapevolezza. In futuro non saranno gli asili nido o l’assistenza pubblica agli anziani a migliorare la loro vita. Potrà aspettarsi qualcosa di meglio solo chi in famiglia saprà contrattare con mariti e compagni una più equa divisione dei compiti. In tutta questa storia fatta di spedizioni in farmacia per i nonni, cambi di pannolini ai nipotini e corse in ufficio, c’è per fortuna un lato positivo. Le cinquantenni di oggi si sentono un po’ come le trentenni degli Anni 50. Raccolgono i frutti di anni di palestra due volte la settimana, crema da giorno e da notte, sedute regolari dall’estetista a costo di privarsi di un maglioncino in più. «Non c’è ritocchino o trattamento che tenga — avverte Simona Cuomo, responsabile dell’osservatorio sul Diversity Management dell’università Bocconi di MilanoCuomo —. A chi si rifiuta di fare i conti con l’anagrafe ed è vittima di un’eccessiva distanza tra età biologica ed età aspirazionale, prima o poi la vita presenta il conto. Sul piano dell’equilibrio psicologico. Semmai i veri traguardi per le cinquantenni dovrebbero essere altri. In primis equilibrio, capacità di controllo delle emozioni e serenità».

Il Corriere della Sera 31.10.11

"Beffa per venti insegnanti. Assunti per errore dopo anni da precari", di Luciana Cimino

Sardegna Immessi a ruolo ad agosto si erano insospettiti perché non percepivano lo stipendio. Il ministero dell’Istruzione li ha richiamati. Ma secondo i sindacati il Miur ha sbagliato i conti. Passare da una lunghissima precarietà al sollievo di un contratto a tempo indeterminato e poi sentirsi dire che era tutto uno sbaglio e riprecipitare nella precarietà. Succede a 20 insegnanti sardi abilitati per il sostegno. Ad agosto arriva la tanto agognata immissione in ruolo. Gli insegnanti cominciano a lavo- rare, molti vengono da altre regioni (soprattutto del sud) e sono destinati a paesi impervi. Alcuni devono farsi anche 80/150 chilometri ogni giorno. Ma è un prezzo che si paga volentieri dopo 10/15 anni di precarietà. Qualcosa però non torna. Lo stipendio non arriva, alcuni non hanno firmato neanche il contratto. Cominciano a chiedere spiegazioni. E si scopre la beffa. Il 26 ottobre l’Ufficio scolastico Regionale li chiama uno per uno per dire loro che c’è stato un errore, che ci si avvia verso la risoluzione del contratto. Racconta Giuseppe Argiolas, 45 anni e 14 anni di precariato alle spalle: «Quando mi hanno nominato finalmente a tempo indeterminato mi sono fatto delle aspettative per il futuro; ho cominciato però a lavorare senza stipendio, mi sono reso conto che c’era qualcosa di strano, poi la telefonata che revocava l’immissione – continua Argiolas che è anche membro del direttivo nazionale del Ciis (Coordinamento Italiano In- segnanti di Sostegno) -mi è caduto il mondo addosso, la stabilità era il sogno di una vita, in due minuti mi so no ritrovato dall’indeterminato all’incubo delle supplenze che con i tagli continui che sta facendo la Gelmini non è detto che il prossimo anno ci saranno, sono piombato di nuovo nel disagio, nell’ansia».
La storia comincia a metà settembre, quando i Dirigenti Scolastici delle sedi di servizio hanno registrato notevole difficoltà ad inserire i contratti degli insegnanti di sostegno neoassunti, nel sistema informatizzato del Ministero. In un primo momento si è pensato ad una difficoltà di ricezione da parte del Miur, a livello strumentale. In seguito a verifiche incrociate ci si è imbattuti invece in una discrepanza che riguardava proprio il contingente delle immissioni in ruolo: ovvero che la quantità basata sulla disponibilità dei posti vacanti doveva essere fatto sull’organico di diritto (cioè i docenti che sono in ruolo) e non su quello di fatto (i docenti di cui c’è bisogno). Quindi mercoledì scorso i 20 insegnanti di sostegno «eccedenti» sono contattati telefonicamente da- gli uffici dell’Usp per informali della «revoca del ruolo». «Premetto che è stato un errore di calcolo perché è vero che gli Uffici Scolastici territoriali hanno lavorato anche 14 ore al giorno per garantire che le immissioni in ruolo avvenissero nei tempi corretti dato il caos che ha creato la Gelmini», specifica Tiziana Sanna, segretario generale della FlcCgl di Cagliari, «però quelle telefonate hanno creato il panico, la gente era disperata, non si può dire a persone che vedono un contratto vero dopo 15 anni di precarietà che è stato tutto uno scherzo». Male sorprese non sono finite, per- ché la situazione è tale da richiedere altre verifiche. E così i sindacati scoprono, in diversi incontri con le autorità competenti, che non solo i 20 insegnanti non sono eccedenti ma che anzi l’organico di sostegno risulta sottodimensionato di altre 13 unità rispetto ai fabbisogni del territorio. Cioè i posti vacanti sono in totale 33. Ennesimo pasticcio per il Miur che a questo punto deve rinominare i neo-licenziati. Questo sarebbe adesso l’orientamento. Il Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale, Enzo Tocco, si dice «ottimista» di una veloce risoluzione della questione. Anche perché la Flc- Cgl è pronta a fare le «barricate» e gli insegnati prima precari, poi assunti, poi ancora precari sono con un piede già dagli avvocati per fare ricorso. «Che sia chiaro – dice ancora Sanna – la Gelmini non ci sta concedendo nulla, non dobbiamo certo ringraziarla se risolve la situazione».

L’Unità 31.10.11