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Franceschini suona l´allarme "Moratoria sulla premiership prima costruiamo la coalizione", di Annalisa Cuzzocrea

Le forze che avranno deciso di far parte dell´alleanza decideranno come scegliere il leader
La gente vede un Paese in crisi e noi persi nello scontro interno. Bisogna cambiare registro, non abbiamo ancora vinto. Dario Franceschini non si sente un bersaglio di Matteo Renzi. Non è offeso dai suoi modi, ritiene una ricchezza il dibattito della Leopolda, e pensa che il sindaco di Firenze stia facendo una cosa utile: occupare l´ala destra del partito. Ma il presidente dei deputati democratici pensa anche che non sia questo il momento giusto per parlare di leadership, o di primarie.
Cosa pensa dello scontro aperto nel Pd?
«Mi metto nei panni di un cittadino o di un nostro elettore che vede la maggioranza di Berlusconi che perde pezzi ogni giorno, un Paese sprofondato nella crisi economica e nell´emergenza sociale, il governo che propone licenziamenti liberi. E poi vede noi persi nello scontro interno su chi farà il premier. Come se le elezioni fossero domani, come se avessimo già vinto».
Lo scontro porta alla sconfitta?
«Dovremmo muoverci in un altro modo. Quello di questi giorni è un dibattito ricco che rischia di essere rappresentato in modo fuorviante, perché tutto incentrato sul tema della leadership. Invece dobbiamo aver presente che non abbiamo già vinto, il rischio reale è che Berlusconi tiri a campare fino al 2013, fino alla fine della legislatura, contando su una maggioranza parlamentare raffazzonata, impossibilitato a fare qualsiasi cosa. Se il rischio è questo vorrei che si rimettessero in fila le cose, che nel nostro dibattito le rimettessimo in ordine».
Qual è l´ordine giusto?
«Serve una moratoria sul tema leadership della coalizione, non si può cominciare dalla coda. Guardo con un misto di stupore e ammirazione quelli che annunciano di voler scendere in campo senza preoccuparsi di specificare quale sia il campo, cioè l´alleanza che si candidano a guidare».
Appunto, a Firenze il dibattito si è spostato dallo scontro generazionale alle idee per cambiare il Paese. Non è a partire da questo che si definiscono campo e alleanze?
«Ho molto apprezzato, e l´ho detto subito, che Renzi abbia abbandonato la linea di rottamatore generazionale. Perché nel frattempo l´anno scorso in due città difficili come Milano e Torino hanno vinto prima le primarie e poi le elezioni due candidati che non sono dei ragazzi: Pisapia e Fassino. Renzi ha occupato una posizione politica che chiamerei l´ala destra del Pd, una posizione di cui c´è anche bisogno per poi riuscire a costruire la sintesi».
Da cosa bisogna partire per fare questa sintesi?
«Bisogna compiere ogni azione politica in Parlamento e nel Paese perché il prima possibile cada il governo Berlusconi, che – lo ricordo a tutti – non è già caduto. Secondo: decidere l´alleanza con cui si andrà alle prossime elezioni, che siano nel 2012 o nel 2013. E continuo a pensare che il lavoro titanico di ricostruzione del Paese debba farlo un´alleanza costituzionale tra tutte le forze oggi all´opposizione».
Non basta la foto di Vasto, l´alleanza Pd-Sel-Idv?
«Così potremmo anche vincere le elezioni, ma per ricostruire c´è bisogno di un campo più largo, bisogna avere dietro la maggioranza assoluta degli italiani, un consenso sociale forte».
C´è un terzo punto?
«Certo. Le forze che avranno deciso di far parte di questa alleanza decideranno programma e criteri per scegliere il leader».
Primarie non scontate, quindi?
«A noi le primarie piacciono, sono la nostra scelta, ma per ricostruire il Paese e per essere credibili ci si presenta con una coalizione che ha al centro un programma di ricostruzione per l´Italia, non certo con la coalizione degli “amici delle primarie”. E del resto, cosa dovremmo fare: le primarie nel febbraio del 2012 per poi votare magari nel giugno 2013?».

La Repubblica 31.10.11

"Bersani avverte il governo spenga la miccia che ha accesso", di Simone Collini

Un duro attacco al governo che continua a raccontare favole, critica l’euro, vuole licenziamenti facili, e una bacchettata a chi confonde il riformismo con il liberismo che tanti guai ha prodotto negli ultimi trent’anni. Un monito a non fomentare la divisione sociale e una rassicurazione sul fatto che le primarie per la premiership si faranno. Pier Luigi Bersani chiude la due giorni di “Finalmente Sud!” lanciando messaggi all’esterno ma anche all’interno del suo partito. Come dice Rosy Bindi arrivando anche lei a Napoli, «dividersi ora sarebbe un
suicidio per tutti», e il leader del Pd assicura che per quanto lo riguarda non c’è nessuno scontro personale con Matteo Renzi e che in un momento delicato come questo tutte le energie vanno indirizzate verso l’obiettivo finale, che rimane mandare a casa questo governo per poi ricostruire sulle macerie del berlusconismo.
Certo, Bersani rimane convinto che alcune proposte rilanciate dalla Leopolda abbiano ben poco di nuovo e siano invece “un usato”, riproponendo «idee degli anni ‘80 che già ci hanno fatto finire nei guai». Il segretario si riferisce appunto alle idee liberiste «alla Thatcher, alla Reagan, alla Craxi» che tanto hanno pesato sui decenni successivi. Ma questa, dice, è una «discussione di merito» che non ha niente a che vedere con le interpretazioni che ha trovato sui quotidiani.
ELETTO CON LE PRIMARIE
«Oggi leggo sui giornali di uno scontro personale che non esiste, non mi appartiene perché non è nel mio stile e nella mia logica», dice ai cronisti arrivando alla Mostra d’Oltremare.
E le polemiche sulle primarie?, gli viene domandato. «Non c’è polemica con nessuno.Non si legano le mani a nessuno, non si faccia finta che c’è questa polemica. Io voglio bene a tutti». Anche a Renzi? Un sorriso: «Proprio a tutti». Quando ci sarà da sfidare il centro- destra, il candidato premier verrà scelto con le primarie, assicura Bersani rivendicando al suo partito il merito di averle “inventate” («non saremo mai avari su questo e non si descriva
un Pd o un Bersani arroccato») e ricordando non a caso di essere «l’unico segretario al mondo eletto in primarie aperte» (Renzi già contesta infatti l’idea di far scegliere “il” candidato del Pd dagli organismi dirigenti del partito anziché da nuove primarie aperte). E quindi: «Come potrei averne paura?. Ma appunto, arrivare alla
sfida col centrodestra presuppone accelerare la crisi di questo governo. Il che non si farà discutendo ora di questioni internemamettendo la maggioranza di fronte alle proprie contraddizioni e debolezze. Per questo Bersani liquida la questione rottamazione con poche battute, garantendo che saranno lui e la sua generazione a mettersi a disposizione per creare contenuti nuovi da mettere sulle gambe della nuova generazione che ci garantira
un ricambio con cambiamento.E dedica invece l’intervento con cui chiude l’inaugurazione della scuola di formazione politica riservata a duemila ragazzi under-35 delle regioni meridionali (che dopo questo appuntamento a Napoli andra avanti per un anno via web e con altri incontri simili a questo) puntando il dito sui rischi che il governo sta facendo correre
all’ Italia.
Bersani parla dal palco allestito alla Mostra d’Oltremare negli stessi minuti in cui il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi smentisce che si vogliano introdurre licenziamenti facili e parla del rischio di atti di terrorismo. Il leader del Pd invita il governo a spegnere la miccia che ha acceso e a mettersi a ragionare seriamente perchè non sarà con diversivi e alzate di ingegno che aggravano la situazione invece di risolverla che si fa fronte alla crisi, non è con le nuove favole che si può reagire e far uscire l’Italia dal pericolo, e non è con le letterine
che ci si allontana dal baratro, non è con i capri espiatori, che una volta sono i magistrati, una volta i comunisti e ora l’euro, che si risolvono i problemi. Serve un colpo di reni, adesso. Servono riforme vere e non drammatiche barzellette secondo le quali facilitare i licenziamenti porterebbe più occupazione. E allora al governo Bersani dice due cose. La pri-
ma: “Se non ci fosse l’euro l’Italia sarebbe in mezzo al Mediterraneo con della carta straccia in tasca. Non confondiamo la cura con la malattia”. La seconda: “Se accendiamo micce di divisione sociale anzichè di coesione, si rischiano conseguenze drammatiche”.
LA FIDUCIA PER ZITTIRE TUTTI
Il Pd, ora che in Parlamento si dovranno discutere le misure anti-crisi, pronto a fare la sua parte per far approvare le riforme necessarie al Paese. Ma se Berlusconi mettera la fiducia sul pacchetto di provvedimenti messi a punto dal governo, dice Bersani, sarà il chiaro segnale che non c’e nessuna volonta di confronto. Di piu, sara un’ennesima prova di debolezza del premier e di chi gli sta facendo da stampella: “Vogliono andare avanti militarizzando la maggioranza, che palesemente annaspa. Si zittisce l’opposizione e simandano avanti, decreto dopo decreto, contenuti che non convincono nessuno. Non posso senti- re Berlusconi nelle ultime 48 ore cantare ottimismo mentre ci stanno dan-
do soldi al 6% d’interesse”.

L’Unità 30.10.11

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Bersani: “Le idee anni ´80 ci portano guai”, di Conchita Sannino

Invito a Renzi: basta dualismi, io amico di tutti. Bindi: sbaglia chi si sente indispensabile. Noi vogliamo che i giovani riescano dove noi non siamo riusciti ad arrivare. Il ricambio deve avere metodi nuovi, oltre che facce nuove. La ruota gira dentro il collettivo. Prima lo sfogo. «E basta con ‘sto dualismo tra me e Renzi! Dove sono i contenuti? Dov´è il Mezzogiorno che abbiamo rimesso al centro?». Poi la nuova bordata in direzione Leopolda: «Le idee nuove vanno benissimo, ma stiamo attenti a non scambiare le idee nuove con l´usato degli anni Ottanta. Siamo già finiti nei guai, con certe idee». Scuote la testa, Pierluigi Bersani. «Stiamo attenti alle ricette troppo facili sul tema del lavoro».
Nel suo box dietro il palco della Mostra d´Oltremare, il leader Pd arriva già arrabbiato, dopo la lettura dei giornali sul botta e risposta tra sindaco e segretario, tra Napoli eFirenze. Lo aspetta la seconda giornata di lavori alla scuola democrat per 2mila giovani del Mezzogiorno, “Finalmente sud”, che dura un anno. E gli allievi under 30, venuti da tutto il Meridione, lo accolgono con ola, applausi e cori “Bersani-uno-di-noi”. Lui si lascia fotografare coi cellulari, poi molla i quotidiani su un tavolo e si chiude per mezz´ora, con i suoi. Malgrado la bella giornata e il «buonumore» che ispira la platea, è una domenica amara, intrisa di troppi echi provenienti dalla Stazione dei rottamatori. «Avevo detto che il ricambio deve avvenire con metodi e idee nuove, che la ruota gira dentro un collettivo. E il resto dov´è? La scelta di fare un anno di lavoro con i giovani, non dico uno spot, ma un anno di formazione su onestà, sobrietà e civismo. L´impegno a una visione riformista scritta dal sud, dove sta?».
Si sfoga, Bersani. Lo farà con ironia anche dal palco: «Questa giornata sa di semina, di gioventù e di bellezza. Eppure, a volte si preferisce parlare di scontri… Siamo a una scuola, allora ricordiamolo: dobbiamo essere autonomi dalla comunicazione. La politica è mestiere diverso, avanti con le proprie idee». E poi aggiunge. «Sono stato frainteso: se dico “bisogna mettersi a disposizione”, mi riferisco a noi, a me. Vogliamo che i giovani riescano dove noi non siamo riusciti ad arrivare». Però, non gli va che «tutto sia ricondotto» all´ultimo duello. Bersani lo ribadisce anche davanti alle telecamere, sempre senza pronunciare il nome “Renzi”: «Lo scontro personale non è nella mia logica. Non voglio essere tirato per la giacca». E taglia corto: «Non c´è nessuna polemica». Non adesso. Anche perché, come dirà la presidente Pd Rosy Bindi, che arriva dopo un´ora, «provocare altre divisioni, proprio adesso, sarebbe un suicidio, mi auguro che nessuno lo voglia». Anche lei è amareggiata. A chi le chiede se Renzi sia una minaccia, la Bindi sorride: «Parolone, “minaccia”… Il Pd ha bisogno di tutti, soprattutto di idee. Chi vuole confrontarsi sulle idee troverà aperto il Pd e l´assemblea nazionale, il luogo in cui il partito elabora il suo programma per le prossime elezioni. Dopodiché Renzi è una risorsa, ma nessuno si senta l´unica risorsa». Per salutare i 2mila, Bersani offre la staffetta a un giovane nato a Gomorra, «la mia chiusura sono le sue parole, vieni Peppe»: e lui è Peppe Pagano, presidente di una coop, impegnato con Libera nella gestione di beni confiscati ai casalesi. «Se non sono diventato un poco di buono è perché c´era la politica dell´esempio, sul territorio. Innamoratevi della politica, non del potere, ragazzi».

La Repubblica 31.10.11

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La tentazione di veltroniani e area Letta “La Leopolda può allargare il nostro campo”, di Annalisa Cuzzocrea

Nel fronte del no a Renzi, oltre ai bersaniani, i “giovani turchi” di Fassina. Lo scetticismo dell´ex ppi Fioroni: “Alla Leopolda nessun cattolico, è un handicap”. Non c´è niente di meglio che un Big Bang, per ridisegnare la geografia di un partito. Le nuove linee di frattura del Pd si erano già delineate dopo l´estate, non è “merito” di Renzi, giurano i suoi rivali, ma la musica suonata alla Leopolda non ha certo aiutato. Le wiki-idee dei nuovi rottamatori, per intenderci sì alla Bce no alla Cgil, sì a Marchionne no alla Fiom, sì a Steve Jobs no a Nichi Vendola, superano i confini di chi si è proclamato renziano. Volano oltre l´ex sindaco di Torino Sergio Chiamparino, l´economista Pietro Ichino, il prodiano Sandro Gozi. Sorpassano l´endorsement arrivato dall´uomo ombra del “professore” Arturo Parisi. E arrivano nel cuore della segreteria del Pd, nella compagine che fa capo al vice di Bersani Enrico Letta. Toccano i modem di Veltroni. Interloquiscono con Areadem di Franceschini.
Contro, ma proprio contro, ci sono i “giovani turchi”: il dalemiano Matteo Orfini, il responsabile Economia e Lavoro Stefano Fassina: tutti convinti – come Bersani – che le ricette di Renzi siano “anni ottanta”, che chi la pensa come lui pretende di uscire dalla crisi economica in continuità con le idee che l´hanno prodotta. Insomma, che altro che rottamatore, Renzi è solo l´ultimo anello di un establishment che non vuole cambiare questo Paese con un po´ di sana sinistra. Contro è Massimo D´Alema, che non ha mai avuto “il ragazzo” in simpatia, che ne è da sempre il bersaglio, e che resta leale al fianco di Bersani, nonostante le sue idee sul dopo Berlusconi siano più vicine a quelle di Veltroni e Franceschini. Contro è anche Rosy Bindi, ma la presidente – rivela chi la conosce – gioca una partita tutta sua: «Rosy pensa che se Bersani scivola, rimane lei come garanzia per la sinistra del partito». E´ neutro Romano Prodi: il Professore tiene a far sapere di non appoggiare nessuno. E sta alla finestra anche l´ex popolare Beppe Fioroni: viene anche lui dagli scout, ma a qualcuno fa notare che alla Leopolda non c´era nessun rappresentante delle associazioni cattoliche: «Lì c´è un frattura che va sanata».
È però tra le minoranze, che il big bang colpisce più duro. Areadem sostiene Bersani, Franceschini lo ripete ogni volta che può, ma è un fatto che la compagine del capogruppo si sia riavvicinata a quella di Walter Veltroni. E che come loro la pensi anche il vicesegretario Enrico Letta: all´Italia non serve la foto di Vasto, serve un progetto più largo, che comprenda il Terzo Polo. «In nome di questo – racconta un esponente di Areadem – siamo pronti a discutere con tutti». Anche con Renzi. Veltroni – che era stato indicato come probabile king maker del sindaco fiorentino – per ora tace. L´ex leader, ad Auschwitz con una delegazione bipartisan di parlamentari, non entra nelle beghe del partito, ma di certo se dovesse scegliere tra Renzi e Bersani, non avrebbe dubbi su chi appoggiare. Quanto a Letta, alcuni dei suoi – proprio nel giorno della Leopolda – hanno scritto una lettera al segretario ribadendo fedeltà, ma invitandolo a un confronto «anche aspro». Il nodo è sempre lo stesso: non appiattirsi sulle posizioni della Cgil, saper affrontare i nodi posti dalla lettera della Bce. Lo dice chiaramente, anche se da un´altra posizione, il modem Gentiloni: «Bisogna allargare il campo e non rinchiudersi nel recinto della sinistra tradizionale».
«Gli equilibri sono delicati – dice un dirigente – e qualsiasi forzatura può far saltare tutto. Se Renzi avesse annunciato la sua candidatura, o se Bersani decidesse di indire primarie il 15 gennaio, il Pd esploderebbe». E poi, spiega, tra Renzi e Montezemolo c´è più di un flirt: «Se non allarghiamo il campo, e quei due vanno insieme, sono dolori sia per il Pdl che per il Pd».

La Repubblica 31.10.11

"Pluralismo con rigore", di Giorgio Napolitano

Pubblichiamo la risposta del Presidente della Repubblica alla lettera inviata ieri dai direttori dei giornali di idee, di partito e di cooperative.
“Ho letto con attenzione la vostra lettera e mi rendo ben conto dell’importanza degli argomenti che mi avete illustrato in polemica con l’annunciato taglio “lineare” al Fondo per l’editoria. Condivido la preoccupazione per i rischi che ne potrebbero derivare di mortificazione del pluralismo dell’informazione. E non mancherò di manifestare questo mio punto di vista al governo”. Lo ha scritto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nella risposta alla “lettera aperta” inviatagli dai direttori di testate non profit, di partito e cooperative, sul taglio del Fondo per l’editoria, pubblicata oggi da numerosi quotidiani. “Ho, nello stesso tempo, trovato – continua il Capo del Stato – altamente apprezzabile, nella vostra lettera, la sensibilità per l’urgenza di “un’opera di bonifica” in questo settore e la disponibilità “a proporre ulteriori criteri per consentire da un lato risparmi e dall’altro una più rigorosa selezione nell’accesso alle risorse”. Credo che quanto più darete seguito concreto a questi vostri intendimenti, tanto più ne guadagnerà in efficacia la sollecitazione, che faccio mia, per una riconsiderazione delle decisioni del governo”.”

L’Unità 31.10.11

"Licenziati subito o al lavoro fino a 67 anni?", di Bruno Ugolini

Il governo in sostanza ha annunciato due provvedimenti. Uno dice che metalmeccanici tessili, postini, infermieri e via elencando andranno in pensione a 67 anni. L’altro che, nello stesso tempo potranno essere licenziati quando si vuole senza possibilità di reintegro abolendo quei rompiballe di giudici del lavoro (capito Santoro?). Due scelte un po’ contrastanti. Una ti promette di farti lavorare fino allo sfinimento (soprattutto se stai sulle impalcature edili o adibito ad altri lavori simili). L’altra ti promette di farti perdere il lavoro quando la cosa frullerà in testa al padrone (basterà inventare un qualche problema organizzativo). Dalla padella nella brace.

Due misure che hanno ispirato una mesta testimonianza su Facebook a un simpatico autore che si firma Testoneblob (http://vengodalontanomasodoveandare.blogspot.com/2011/10/marco-e-il-lavoro.html?spref=fb). Ha raccontato lo sfogo di un padroncino che ha un dipendente di nome Marco, 55 anni, comunista, sistemato nella gerarchia aziendale. Con la nuova legge se lo dovrebbe tenere fino a 67 anni. Ma potrebbe anche licenziarlo. Per assumere un ventenne che costerà di meno e che non sarà costretto a sopportare per tutta la vita. Licenziabile anche lui.

Una storia che angoscia Testoneblob che vede riflessa un po’ della propria vita. E che lo fa interrogare sulle sorti del Paese. Tra licenziandi e ultrasessantenni. È la crudele morsa inventata dagli eredi del LibLab (Sacconi, Brunetta, Cicchitto) ispiratori della lettera di Berlusconi alla UE. E che purtroppo trova (o trovava) sostanziali ammiratori anche nei meandri della sinistra. Ma si rincuori Testoneblob, la partita non è finita e un vero BigBang potrebbe suonare per lorsignori. Magari stabilendo un’alleanza non con un immaginifico “centro” ma con chi lavora (pensionando o licenziando che sia)

L’Unità 31.10.11

"In Europa meno vincoli a licenziare ma funzionano sussidi e reinserimento", di Valentina Conte

Il modello migliore è la “flexicurity” adottata nella penisola scandinava. Corsi di formazione e aiuti a trovare un nuovo impiego anche a Parigi e Berlino. Licenziare “facile” non è necessariamente un tabù in Europa. Ancora meno in America e Giappone. Ma, almeno nel Vecchio Continente, ciò che conta è il dopo. Laddove il mercato “non tira”, perché la crescita è bassa, perché c´è la crisi, perché la domanda è congelata, arrivano sostegno pubblico e in alcuni casi anche l´obbligo dell´azienda che mette alla porta a favorire il reinserimento del lavoratore. Tenendo conto dell´età, dell´esperienza, della capacità a mantenersi con quanto ha in tasca. Flessibilità sì. Ma anche sicurezza.
Il modello più avanzato, in questa direzione, è quello scandinavo. Invocato in questi giorni, anche perché ripreso dalla proposta Ichino che giace da due anni in Parlamento, la Flexicurity adottata da Danimarca e Svezia interviene appunto “dopo”. Basso grado di protezione, dunque, sul luogo del lavoro, con l´eccezione dei licenziamenti discriminatori (non esiste una legge sulla “giusta causa”), per i quali a Stoccolma ad esempio è prevista l´indennità anziché il reintegro. Ma altissimo grado di protezione “fuori”. In Danimarca, il disoccupato riceve un assegno per quattro anni (ma ora si studia di portarli a due) tra il 70 e il 90% della retribuzione. In Svezia l´80%. Il sussidio vale per tutti. Per chi non ha versato i contributi – i precari – paga lo Stato (la pressione fiscale è alta: Svezia 46% e Danimarca 48%, ma l´Italia è al 43,5% e senza questi sostegni). Nel frattempo i job center, che erogano anche le prestazioni, sfornano proposte di impiego, anche via web. Pochissimi arrivano al termine dei quattro anni senza un nuovo lavoro.
Anche in Francia le imprese, almeno quelle con più di 50 dipendenti, hanno l´obbligo di predisporre un piano sociale per attenuare le conseguenze del licenziamento, attraverso corsi di formazione o altre proposte di riqualificazione. In Germania, il datore è tenuto a consegnare un “attestato di lavoro” che aiuti chi perde il lavoro nella ricerca di una nuova occupazione. E non può licenziare senza aver considerato alcuni “criteri sociali” (età, autosufficienza del lavoratore) ed essersi consultato con i sindacati. La reintegrazione, però, scatta solo se una sentenza riconosce il licenziamento illegittimo o nullo.
A Londra, sul punto, pensano ad una stretta. Tutti i licenziamenti senza giusta causa leciti, tranne quelli che discriminano per sesso o razza. Ma l´ipotesi fa discutere. La procedura attuale è invece molto rigida. E di solito si finisce in tribunale. Rari i reintegri, ma il datore può essere condannato a pagare fino a 68 mila sterline di indennizzo. E anche in caso di vittoria, deve coprire le onerose spese legali. Anche a Madrid, in giugno Zapatero ha approvato un regolamento che per la prima volta fa riferimento all´estensione della giusta causa anche ai casi in cui le aziende prevedono perdite “permanenti, temporanee o congiunturali”. Nonostante tassi di disoccupazione tra i più alti d´Europa, 45% tra i giovani. Comprensibile lo sconcerto.

La Repubblica 31.10.11

"I paladini dei diritti cancellati", di Luciano Gallino

Le dichiarazioni del ministro Maurizio Sacconi circa la possibilità che creare tensioni sulla riforma del lavoro possa portare a nuove stagioni di attentati sono a dir poco avventate. Non vorremmo pensare che sia un modo per mettere a tacere qualsiasi critica.Ma è quanto meno un modo per evitare che si parli della inettitudine del governo, di cui è parte, nel fare fronte con adeguate politiche dell´economia e del lavoro ai drammi sociali della crisi. Ciò che infatti lascia stupefatti, nei propositi governativi di accrescere la libertà di licenziamento, è che vi siano un ministro del Lavoro, un certo numero di accademici, quattro quinti dei media e molti politici, anche di centrosinistra, capaci di sostenere con tutta serietà che ciò è necessario perché i lavoratori godono di garanzie eccessive quanto a mantenimento del posto. Sono troppo garantiti. Il posto fisso di tanti occupati impedirebbe alle aziende di assumere perché in caso di crisi non li possono licenziare.
Qualcuno dovrebbe spiegare ai fautori del licenziamento facile che nel mondo reale delle imprese e del lavoro il posto fisso, ossia la sicurezza dell´occupazione, è sulla via del tramonto da oltre un decennio, e con la crisi è quasi scomparso. Oppure potrebbero prendere loro l´iniziativa, facendo una serie di conferenze in giro per l´Italia allo scopo di spiegare a migliaia di lavoratori, occupati da imprese in crisi, come mai le straordinarie garanzie dell´occupazione di cui godono per legge non consentono ai loro datori di lavoro di licenziarli, ma soltanto di dichiararli “esuberi”. Un´etichetta che a rigore non è un licenziamento, ma quasi sempre porta allo stesso risultato: la perdita del lavoro, attraverso calvari più o meno lunghi che si chiamano cassa integrazione, piani di mobilità, prepensionamenti.
Avrebbero un lungo tour da fare, i fautori del licenziamento reso facile per far crescere le imprese e l´occupazione. Potrebbero cominciare da Pomigliano, dove Fiat assicura che per l´inizio del 2012 arriverà ad assumere almeno 1000 persone (purché, beninteso, non abbiano la tessera della Fiom); gli altri 4000 potranno godersi ancora per qualche mese il posto garantito dalla cassa integrazione (750 euro al mese). Dopo, chissà. Si dovrebbe poi visitare Mirafiori, dove i 5000 che saranno in cassa fino a metà del 2013 possono solo sperare che la targa di esuberi nel frattempo non cada anche su di loro. Il viaggio per spiegare ai lavoratori quanto siano garantiti, per cui occorre una nuova legge apposita al fine di ridurre le inaudite garanzie di cui godono, potrebbe quindi spingersi a Monfalcone a est ed a Sestri a ovest, luoghi dove Fincantieri ha annunciato 2.550 esuberi, o nei siti Alenia di Piemonte, Lazio e Campania, dove gli esuberi annunciati – da attuare mediante “accompagnamento alla pensione” – sono 2.200. Per arricchire il tour non guasterebbe una sosta nelle grandi piazze finanziarie, o a Roma presso l´Abi, visto che le banche hanno in programma 30.000 prepensionamenti obbligatori. E sempre a Roma i paladini del licenziamento all´americana – si chiama uno e gli si dice “sei fuori, ma hai mezz´ora per portar via le tue cose” – potrebbero fare una capatina al ministero dello Sviluppo Economico, chiedendo di dare un´occhiata alle tabelle che mostrano come i lavoratori a rischio di perdere il posto causa crisi delle imprese che le occupano siano intorno ai 75-80.000. Si tratta in molti casi di imprese medio-grandi, tipo Merloni (4.000 lavoratori a rischio), Eutelia, un caso di cui si è molto parlato (1.900), Natuzzi (1.350) e decine di altri. Facendo un po´ di somme, che richiederebbero di andare ben oltre i casi citati, i lavoratori supposti godere di un posto fisso, ma che a causa della crisi sono in questo momento in procinto di perderlo, sono centinaia di migliaia.
Dinanzi a simili realtà e al fatto che il governo sembri non tenerne minimamente conto, un´altra ipotesi potrebbe essere che tanto la lettera della Ue, quanto il fervore antilavorista del governo stesso, siano un mediocre gioco delle parti per dare a intendere agli investitori che l´una e l´altro sanno bene come mettere in atto programmi anticrisi davvero efficaci. Facendo finta di credere che il posto fisso esista ancora.

La Repubblica 31.10.11

"La forbice sempre più esasperata", di Guido Rossi

Due notizie ampiamente riportate ieri sulla prima pagina del Sole 24 Ore hanno collegato il loro contenuto con quelli della conferenza organizzata a Milano dal Centro nazionale di prevenzione e difesa sociale e dalla Fondazione Cariplo, sulle disuguaglianze economiche e sociali, con la straordinaria partecipazione, a livello internazionale, di personalità del mondo istituzionale e accademico.

La prima notizia riguarda l’incredibile, preoccupante aumento di circa il 50% dei compensi dei top manager inglesi; la seconda concerne l’altrettanto preoccupante situazione delle banche tedesche e francesi, ricolme di titoli tossici e di bond greci, la cui situazione è giudicata a livello europeo meno allarmante rispetto a quella delle ben più sane banche italiane.
La prima considerazione che deve essere fatta e dalla quale non si può assolutamente prescindere, qualunque sia la valutazione dell’attuale crisi, è che purtroppo la situazione sia in Europa, sia negli Stati Uniti, e nel resto del mondo, continua senza nulla cambiare, ad esasperare l’ineguaglianza globale in termini sia oggettivi sia soggettivi, con il disperato aumento della povertà, alla quale globalmente corrisponde una spaventosa concentrazione di ricchezza e di reddito.

Se è indubbio che la forbice fra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri sta divaricandosi, il problema non può certo essere considerato solo in termini di prodotto interno lordo, bensì deve allargarsi sino a comprendere le conseguenze che la povertà produce sulla vita individuale delle persone, sulla loro partecipazione e capacità di godere dei beni primari della vita (John Rawls, Amartya Sen, Ronald Dworkin).
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Questi hanno riferimento costante a problemi di giustizia sociale, di libertà, di posto di lavoro, di conservazione della salute e di accesso all’istruzione. Mi piace a questo punto ricordare che di fronte al fallimento anche di precedenti sistemi economici come era quello dell’ordine liberale e della libertà degli scambi nel ‘700, il grande illuminista Nicolas de Condorcet aveva individuato l’origine della crisi nella trasformazione del denaro in potere politico, e del potere politico in influenza sui mercati. Già allora Condorcet poneva come prioritario l’accesso di tutti i cittadini all’istruzione.

Ebbene, nell’indagine sulle cause attuali delle disuguaglianze dovute alle divergenze tra Paesi ricchi e poveri e, all’interno di essi, alla ancor più intollerabilità della forbice, la colpa sottolineata con vigore dal libro di Jacob Hacker e Paul Pierson, Winner – Take – All Politics, è della politica dei governi americani a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, e non delle cosiddette forze del mercato, quasi a voler inconsciamente dimostrare la validità della formula di Condorcet “denaro – politica – mercati”. La riduzione delle tasse sui ricchi, le politiche del lavoro a svantaggio dei sindacati, la corporate governance delle società che ha favorito i compensi stratosferici a banchieri e manager, e infine la deregolamentazione finanziaria, sono le politiche legislative che hanno creato un aumento indiscriminato di ricchezza nell’1% della popolazione, provocando sofferenze, povertà e disoccupazione sempre crescenti.
È dalle ineguaglianze, come è stato provato sia da Hacker, sia da Lars Osberg, presenti al Convegno, che si creano e si alimentano le crisi di depressione economica, si accumula il debito pubblico e nessuna soluzione pare possibile se i vari governi si dimostrano inadatti sia a livello globale sia a livello nazionale.
Certamente prioritario è interrompere la completa mancanza di disciplina dei mercati finanziari e a evitare che i compensi, i bonus e le stock option di banchieri e manager continuino, nonostante tutto, a salire e a provocare l’aumento della forbice, agevolato dalla speculazione.
Quali rimedi? Certamente quello proposto da Branko Milanovic, di intervenire per aumentare il reddito dei Paesi poveri per poi riuscire a stabilire una vera politica globale contro le disuguaglianze, che garantisca soprattutto uguali possibilità ai cittadini dei vari Paesi, anche perché la cittadinanza ai fini delle ineguaglianze conta molto (e ciò spiega i fenomeni dell’immigrazione).

Nonché quelli individuati da Bruce Ackerman e Julian Le Grand di garantire una maggiore equità di punti di partenza della vita attraverso l’assegnazione di fondi a ciascun individuo, al compimento della maggiore età.
Se poi una nuova disciplina della finanza a livello globale rimane il primo dei problemi, esso può essere risolto solo con un generale accordo politico cioè, come altra volta ho già qui sostenuto, con una nuova Bretton Woods; soluzione questa che pare auspicata anche dal Vaticano, che propone un’Autorità mondiale finanziaria in un quadro giuridico preciso. Il problema a noi più vicino rimane quello europeo; l’Europa è in ritardo su un’integrazione federale, e l’istituzione politica ha ceduto il suo scettro alla Banca centrale europea.

È così questa, con la tipica cecità monetaristica e bancocentrica, a dettare le ricette economiche di austerità ai vari Stati membri, insensibile com’è ai gravissimi problemi delle disuguaglianze, ma anche inspiegabilmente schiava del duopolio franco – tedesco. A loro volta le banche francesi e tedesche, ricolme di titoli tossici e del debito pubblico greco dettano la politica della Banca centrale, facendole immettere liquidità sui mercati, per evitare il loro fallimento – nel quale essa stessa verrebbe trascinata – e la inducono ad ammonire le ben più sane banche italiane.

Il Sole 24 Ore 30.10.11