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"Pompei crolla ancora. Ma il governo prepara nuove speculazioni", di Luca del Fra

Un nuovo crollo, annunciato. Intanto il governo taglia 5 milioni di Fondi dal “Salva Pompei” e blocca le assunzioni di archeologi e tecnici. Salva invece la possibilità di nuove infrastrutture esterne in deroga. Pompei crolla di nuovo e stavolta con una puntualità che lascia a dir poco storditi, mentre gli scenari si fanno sempre più foschi e s’allungano minacciose le ombre di opache speculazioni che coinvolgono trasversalmente interi pezzi dell’attuale governo. È dell’altro ieri appunto l’ultimo crollo nel sito archeologico flegreo: un muro di circa due metri, realizzato con la tecnica a “Opus incertum” si è parzialmente sbriciolato nell’area nord degli scavi, in zona Porta Nola. Un fatto senz’altro grave poiché è l’ennesimo grano in un rosario di crolli che affliggono Pompeida circa quattro anni con una cadenza mai registrata in precedenza. Tuttavia, è bene precisarlo, non si tratta di un elemento pregiato, ma si inserisce in uno scenario che lascia notevoli perplessità. «È allucinante: dopo miliardi di annunci del governo su Pompei, la situazione è la stessa dell’anno scorso – sbotta Matteo Orfini responsabile cultura del Pd – arriva l’inverno e arrivano i crolli, ma non devono diventare un alibi per nuove emergenze. Dopo un anno non funziona Pompei, né il ministero in mano ad apprendisti stregoni, interessati alla gestione dei fondi per le solite clientele».
DISASTRO ANNUNCIATO
Parole pesanti che ben descrivono le conseguenze che potrebbe avere questo crollo, da classificarsi a tutta prima annunciato: il 7 ottobre scorso il sottosegretario ai Beni Culturali Riccardo Villari lamentava un forte rischio per dissesto idrogeologico. Peccato che questa estate durante il suo mandato, grazie al famigerato decreto definito grottescamente “Salva Pompei” fortemente voluto anche dal ministro Giancarlo Galan, proprio a Pompei siano stati tolti cinque milioni di euro di fondi. Così si è bloccato il piano di recupero fatto dalla Soprintendenza e dal Segretariato generale del ministero, già approvato e pubblicato; bloccate anche le 40 assunzioni di archeologi e strutturisti di cui il sito flegreo ha urgente bisogno e che Galan ha promesso nella sua prima uscita pubblica da ministro
proprio a Pompei nel marzo scorso.
Assunzioni bloccate nuovamente dal decreto di stabilità, riproposte nel decreto sviluppo oggi in discussione e ancora una volta stralciate. La prossima settimana il commissario europeo per le Politiche regionali Johannes Hahn sarà in visita a Pompei per discutere dei 105 milioni dieuro da destinare all’area. Vedi caso lo accompagnano Villari, il ministro per gli affari regionali Raffaele Fitto e Galan. Il crollo dunquepotrebbe essere argomento di pressione per sbloccare i fondi, ma soprattutto l’alibi per dirottarli nell’ennesima finta emergenza. In un convegno mercoledì scorso l’archeologo Andrea Carandini intimava a Galan che quei «fondi europei finiscano alla Soprintendenza, siano utilizzati solo per Pompei». Lo stesso giorno al Consiglio Superiore dei Beni Culturali che presiede, lo stesso Carandini si era espresso in forma più chiara: «Vogliono dare i finanziamenti europei non alle soprintendenze, ma all’esterno». Vale a dire a Invitalia, società dello stato in cui Fitto
secondo molti fa il bello e il cattivo tempo, a cui non solo sarebbe affidato lo svolgimento lavori,ma addirittura la progettazione, che naturalmente sarà fatta ex novo con ulteriori spese, benché ce ne sia una già approvata della Soprintendenza e Segretariato generale. Peraltro solo per gestire una pratica, Invitalia si prende circa il 20%del contributo, così i milioni di euro da 105 calano subito a 84 e il resto si smarrisce nelle maglie della burocrazia. Ma c’è di più: sempre il decreto “Salva Pompei” prevede che interventi cosiddetti urgenti «all’esterno del perimetro delle aree archeologiche (di Pompei) possono
essere realizzati in deroga alla pianificazione urbanistica». Un passaggio su cui solo Italia Nostra aveva espresso allarme, ma quegli interventi Villari li invoca a gran voce il 5 ottobre, giorno in cui riceve le deleghe per Pompei: «nuove infrastrutture», chiede. Tradotto: anche ristoranti, alberghi e centri benessere, tutto in deroga. E mentre imprenditori e clientele si stringono a coorte attorno al sottosegretario, il crollo di un muro diventa l’alibi emergenziale per il governo a lanciare nuove e più poderose speculazioni intorno a uno dei siti archeologici più belli del mondo che l’Italia sta mandando in rovina.

L’Unità 23.10.11

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“Scempio firmato Bondi Brunetta”, di VIttorio emiliani

Non ha dunque pace Pompei colpita da un altro crollo dopo quelli di maggior entità dell’anno
passato. Città in origine osca (nel secolo VII a.C.), poi etrusca e sannita e infine romana, si estende per 600mila metri quadrati. La sola con Ercolano ad essersi conservata com’era sotto un calco di cenere dopo l’eruzione del 79 d.C. per essere scoperta soltanto nel 1595-1600. Un altro crollo di cui Il Mattino ha dato notizia domenica 16 ottobre e di cui a Roma nessuna sapeva nulla. Nemmeno il sottosegretario Riccardo Villari che ha aperto un ufficio distaccato a Napoli. A capo della Soprintendenza speciale, cioè autonoma, di Pompei creata da Veltroni, l’ottimo Pietro Giovanni Guzzo, aveva compiuto alcune
scelte di fondo, fra le quali quella di approfondire e valorizzare quanto coincideva col territorio tutelato. In precedenza era stato molto apprezzato a Roma, in Puglia, in Emilia Romagna. Purtroppo, ad un certo punto, è arrivato dalla Protezione Civile un commissario, Marcello Fiori (ora sotto inchiesta da parte della Corte dei Conti), il quale ha impiegato molti dei 79 milioni di euro nello “spettacolo”: ologrammi, musei virtuali, mostre effimere costate oltre 600.000 euro, recupero di 55 cani randagi (86.000 euro, ma poi son tornati),
un Centro multimediale in luogo dell’Antiquarium (4,6 milioni di euro), piste ciclabili, e soprattutto il restauro con materiali del tutto estranei del Teatro Grande. Per il segretario della Uil-Beni Culturali, Gianfranco Cerasoli, il commissario Fiori avrebbe impiegato così il 48% dei fondi straordinari (il 27 %, sostiene Fiori). L’allora ministro Sandro Bondi accusò «l’incapacità manageriale dei soprintendenti archeologici» all’estero stimatissimi i quali risposero per le rime. Bondi accorpò a quella di Napoli la Soprintendenza speciale di Pompei
ed Ercolano, di fatto la sterilizzò creando l’ennesima gestione “ad interim”. Destinata a rimediare, figurarsi, alle scelte fatte da commissari digiuni di specifiche competenze in materia archeologica. Di fronte al crollo, sette giorni fa (ma il MiBAC dove dorme?), il segretario della Cisl, Antonio Pepe, ha dichiarato sconfortato: «Da quando Pompei non è più autonoma, non si vedono grandi lavori in corso d’opera e le Domus chiudono. Rimane da chiedersi: i soldi degli incassi, 35 milioni di euro, ai quali si sommano i 28 milioni lasciati in cassa dall’ex commissario Fiori, quando saranno spesi?». Puntualmente si è verificato un altro crollo attribuito, come al solito, all’inclemenza del tempo. Non invece al disossamento, alla “distruzione” del ministero attuata da Bondi e dal collega Brunetta. Sono stati pensionati soprintendenti, validissimi spesso, con 40 anni di contributi. Fra gli altri, essendo entrato ventenne nell’amministrazione, ne ha fatto le spese l’ottimo
direttore generale per l’Archelogia, Stefano De Caro, sui 60 anni. Una dissipazione di competenze e di conoscenze scientifiche e gestionali pazzesca. Nella vicina Ercolano è attivo da anni un sostegno privato esemplare alla manutenzione ordinaria e straordinaria: la Fondazione Packard investe del tutto silenziosamente («era difficile anche emettere
comunicati che valorizzassero lavori e scoperte», racconta l’ex soprintendente Guzzo). Ebbene, i milioni di euro donati senza alcuna contropartita dalla Packard (informatica) sono stati investiti in tutta la città, a cominciare, secondo i piani della Soprintendenza, dalla regimazione delle acque piovane che tanti guasti hanno fatto a Pompei che ora spera in un centinaio di milioni europei. Per quali progetti e da chi gestiti?

L’Unità 23.10.11

"L'Italia che non si arrende", di Claudio Sardo

La credibilità del governo italiano è sotto zero. Il contagio della crisi greca – prodotto anche dal fallimento delle politiche europee – è una minaccia che incombe su di noi, accentuata dalle nostre strutturali debolezze. L’Europa vive un passaggio cruciale, da cui dipenderà il destino della moneta unica e probabilmente dell’intera Unione
E in questo passaggio l’Italia non c’è. Non è rappresentata. Il suo premier non facilita il compromesso finale, non cerca di spostare l’asse europeo verso un rafforzamento delle istituzioni comunitarie (come nella storia del nostro Paese): è piuttosto un problema, un interlocutore sgradito, un’incognita che grava sull’intera Europa. Le cancellerie dell’Occidente si domandano come mai una sfiducia così ampia, interna ed esterna, non basti a innescare un ricambio, un rinnovamento. Ma il sistema modellato dalla Seconda Repubblica è così rigido, così strutturato su leadership personali, da consentire a Berlusconi di resistere nel bunker pur avendo contro, non solo le opposizioni, ma tutte le forze sociali e persino buona parte del suo partito. La stessa politica è così screditata da alimentare disillusione e disimpegno: in fondo il vero promotore dell’antipolitica è sempre stato lui, Berlusconi, e oggi è fin troppo scoperto il suo gioco di dire che tutti sono uguali e ugualmente incapaci. Eppure non bisogna rassegnarsi al declino. È un dovere morale. Ma è anche il giusto riconoscimento all’Italia che già lavora alla ricostruzione. L’Italia delle famiglie che destinano il tempo e i risparmi ai figli precari e agli anziani non autosufficienti. L’Italia del lavoro che tiene in vita il tessuto produttivo, la creatività, la manifattura, la professionalità sempre più necessari alla competizione globale. L’Italia della scuola e dell’università, che sopperisce con la volontà e la dedizione al vuoto di governo. L’Italia del volontariato e della gratuità, che continua a tessere reti di solidarietà umana contrastando l’egemonia individualista. Anche nel deficit della rappresentanza politica, la voglia e il desiderio di rinnovamento continuano ad attraversare la società e a resistere alla penalizzazione dei corpi intermedi. Proprio dai corpi intermedi e dai nuovi movimenti sociali sono peraltro giunti in queste settimane segnali di grande valore politico e culturale. La manifestazione del 15 ottobre, percorsa da decine di migliaia di giovani che non accettano la condanna al precariato perpetuo, è stata un segno di vitalità e di speranza benché martoriata dalla violenza barbara e inaccettabile dei “neri”.Sono stati convocati come indignati, ma superare l’indignazione per incidere nel cambiamento era nella stragrande maggioranza una convinzione ben radicata. Negli ultimi giorni abbiamo rivisto anche affollate piazze sindacali. E altre ne vedremo presto. Come la storia dimostra, le lotte sociali sono una leva importante di ricomposizione politica purché riescano anch’esse ad alimentare il circuito partecipativo e democratico: a questo proposito, è davvero di straordinario rilievo il fatto che Susanna Camusso, da ogni palco, non perda occasione di sottolineare come l’antipolitica sia un veleno di destra iniettato per ridimensionare la questione sociale e le istanze egualitarie. Le forze sociali sono state capaci anche di ricostruire un patto tra di loro. A dispetto di un governo che ha fatto della divisione la propria strategia di fondo. Oggi, per i giornali della destra, Emma Marcegaglia è diventata un nemico al pari della Camusso. Ma anche questi, al fondo, sono segni di speranza per chi vuole ricostruire. Come lo è stata la riunione delle associazioni cattoliche a Todi. Chi immaginava una riedizione dei Comitati civici, magari in funzione di un nuovo partito di centrodestra è rimasto deluso. I movimenti cattolici vogliono contare di più, anche nella politica. Ma sanno di doversi misurare con un ineliminabile pluralismo di opzioni partitiche (anche perché è esso stesso figlio del Concilio). E non possono non portare a tutti la sfida di una coerente etica della vita e di una scelta antropologica che rispetti l’uomo e la fraternità. Si tratta di una sfida laica, volta esplicitamente alla ricostruzione, a cui tutte le forze di cultura umanistica dovranno rispondere con la serietà e le differenze che libertà e laicità determinano. Un dato però emerge con sempre maggiore nettezza dal confronto con i corpi intermedi, compresi quelli di matrice cattolica: il berlusconismo ha prodotto una progressiva divergenza tra i moderati e la destra. Divergenza che ha riscontri in Europa. E che resterà come eredità politica: la ricomposizione del centrodestra del ’94 appare sempre più irrealistica, a meno che un nuovo demenziale sistema politico-istituzionale non costringa il bipolarismo dentro sbarre ancora più rigide.

L’Unità 23.10.11

Eurosud, l´ultima carta di Tremonti "Ora una regia per salvare i fondi Ue", di Valentina Conte

La missione impossibile di spendere i 10 miliardi in scadenza a Natale. I governatori scettici: le risorse europee richiedono forti investimenti anche dello Stato. L´idea forte esiste. E per Tremonti è un nuovo Piano Sud. Tra le misure più annunciate e meno realizzate dal centrodestra («sei volte in tre anni», calcola il Pd), è la carta a sorpresa, o della disperazione, giocata dal ministro dell´Economia, il giorno dopo il monito all´Italia della Commissione europea perché adotti «con urgenza» nuove misure per la crescita. Si chiamerà Eurosud, riferisce Tremonti al presidente della Commissione Barroso, ieri a Bruxelles per l´Ecofin. Un programma straordinario per lo sviluppo del Mezzogiorno, basato sulla «radicale revisione strategica dell´uso dei fondi europei» stanziati e inutilizzati. E non sempre per colpa delle Regioni, dato che un quarto del non speso del 2011 è nelle casse dei ministeri (2,5 miliardi su 10). Gelida la reazione dei presidenti di Basilicata, Abruzzo, Calabria, Campania, Molise e Puglia. In una nota bipartisan i governatori chiedono a Tremonti un «percorso condiviso», come quello già in atto sui Fas, «portato avanti con il governo e il ministro Fitto», e di avere «risorse aggiuntive», visto che i fondi destinati al Sud «sono stati più volte usati per altre finalità». E considerati anche «la macchinosità delle procedure», «gli obblighi di spesa e il Patto di Stabilità». Malumori rivelatori, forse, di un´iniziativa isolata di Tremonti, messo all´angolo sul decreto Sviluppo dal resto dell´Esecutivo.
Sul punto, Tremonti non cede. Il suo «costo zero», anzi, viene ribadito in Europa. Non servono altre risorse, ha spiegato in qualche modo a Barroso. I soldi ci sono, eccome. Ma non sono stati usati per la nota «cialtroneria» (del Sud). Occorre, dunque, individuare progetti in cui impiegarli e velocemente. Prima cioè che l´Italia bruci 8 miliardi di fondi Ue, di cui 6 relativi al Sud, entro il 31 dicembre. Da qui l´idea di “Eurosud”. Un piano sostenuto da «una regìa rafforzata» e relativo sia ad «interventi di lungo periodo che per quelli con effetti immediati». Si punta su pochi obiettivi, 5 o 6. Due i settori individuati: infrastrutture e ricerca, per rilanciare l´occupazione.
Pochi centri di spesa, dunque, tempi certi di realizzazione, monitoraggio dei risultati, nessun intervento a pioggia. Questi i requisiti chiesti dall´Europa. Uno dei “veicoli” individuati per spendere prima e meglio il “tesoretto” in scadenza – 10 miliardi compreso il contributo dell´Italia, di questi 7 per le Regioni del Sud con il Pil più basso: Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia – è il credito d´imposta. Lo strumento è stato inserito nella manovra di luglio. Ma si attendeva l´ok dell´Europa a utilizzare legittimamente i fondi del programma comunitario 2007-2013 (circa 60 miliardi in sette anni, 44 per il Sud, “cofinanziamento” italiano incluso) per coprirlo. Autorizzazione accordata. L´incentivo fiscale (è un credito nei confronti dello Stato) sarebbe così offerto alle imprese che assumono e a quelle che investono in ricerca. Consentirebbe di accelerare la spesa dei fondi Ue e rilanciare le economie depresse del Sud.
Niente di nuovo, però. Le “trattative” con Bruxelles sono in atto da mesi. «Ma quale credibilità può avere l´Italia?», si chiede Fassina, Pd. «Solo chiacchiere», le bolla Lombardo, Mpa. «Il Sud non riparte con le invenzioni», è il gelo di Casini, Udc. «Nulla di concreto», rincara il presidente della Camera Fini.

La Repubblica 23.10.11

"Genitori italiani e familismo italico", di Lorenzo Mondo

Non sappiamo quanti fossero i mascalzoni e gli imbecilli (insieme agli aspiranti criminali) che hanno messo Roma a ferro e fuoco. Certo erano tanti e il fatto che soltanto nove di loro siano finiti in carcere dimostra che la repressione è stata inadeguata o di mano leggera. Anche troppo. Non la pensano così i genitori dei dimostranti finiti a Rebibbia, dei quali si stanno accertando le effettive responsabilità. Sono i campioni del familismo italico, da non confondere con il senso della famiglia, che non disgiunge dall’affetto la severità e l’educazione al rispetto di certi principi elementari. L’espressione più radicale di questo sentimento deviato si trova nelle donne di mafia che inveiscono a difesa dei congiunti in manette; ma si manifesta per mille rivoli in più quiete e domestiche circostanze della vita associata.

La Stampa 23.10.11

Non c’è punizione, anche tenue, ventilata tra i banchi di scuola o nei commissariati di polizia che non veda la reazione di genitori che giurano sulla correttezza e sull’innocenza dei figli, vittime di intenti persecutori. A Roma si sta recitando lo stesso, insopportabile spettacolo. I loro ragazzi, figuriamoci, non si occupano di politica (come se questo fosse di per sé un crimine), sono perfino impegnati nel «sociale», non farebbero del male a una mosca e, semmai, si sono lasciati trascinare dalla foga della protesta e dal cattivo esempio. Parole assolutorie anche per chi è inchiodato dalle telecamere, per l’energumeno che affrontava i poliziotti armato di un estintore (richiamando alla memoria, con un brivido, l’analogo episodio, risoltosi in modo funesto al G8 di Genova).

Quanta commiserazione per i figli detenuti in celle sovraffollate e umide, col rischio di prendersi malanni a causa del freddo, quanta sollecitudine per la cattiva nomea che comprometterebbe una onorata carriera di studio e di lavoro. Non uno che abbia esalato contro il figlio la parola cretino, che abbia dichiarato «gli sta bene», minacciando un «a casa faremo i conti»: in aggiunta al disagio della detenzione che, stante l’andamento della giustizia e in mancanza di gravi, personali addebiti, promette di essere temporaneo. Certo non suscita comprensione l’atteggiamento vigliacco dei dimostranti che, dismesso il piglio bellicoso, negano l’evidenza accampando ridicole giustificazioni e professando un candido pacifismo. Ma più indifendibili sono questi genitori fasulli, protettivi oltre misura nei confronti di rampolli che mostrano, quanto meno, di non conoscere neppure. Sintomo, anche loro, dell’offuscamento morale e civile che affligge questo Paese.

"La lezione attuale di Moro e Berlinguer", di Eugenio Scalfari

L´uccisione di Gheddafi, la fine della guerra in Libia e il difficile assetto di quel paese hanno dominato le pagine dei giornali e gli schermi delle televisioni. Non ho esperienza di quei problemi e quindi non me ne occuperò, ma voglio dire che cosa penso della feroce esecuzione del dittatore libico mentre fuggiva da Sirte sulla strada che conduce a Misurata. Concordo con tutti quelli che hanno riprovato la ferocia; bisognava consegnarlo alla Corte di giustizia internazionale per un regolare processo sebbene la stessa Corte, la Nato e i comandi militari del governo provvisorio dei ribelli ne avessero chiesto la cattura “vivo o morto”.
Quando cade un tiranno che ha terrorizzato e insanguinato un Paese per anni ed anni, la tentazione del linciaggio è incontenibile e talvolta colpisce perfino degli innocenti supposti colpevoli. Figurarsi quando la colpevolezza è palese e si è macchiata di delitti orribili. Se poi l´autorità legale è debole – come ancora lo è nella Libia di oggi – manca ogni possibilità d´impedire il giudizio sommario. La storia è purtroppo piena di queste esplosioni di rabbia incontenibile e incontenuta, sicché dolersene è doveroso ma stupirsene no.
Ciò premesso, i temi odierni sono soprattutto due: il movimento dei cattolici messo in moto dal cardinale Angelo Bagnasco e dal convegno delle associazioni e comunità da lui promosso a Todi e il movimento degli “indignati” con le violenze degli “incappucciati” che gli hanno rubato la scena a piazza San Giovanni.
Gli “incappucciati” sono un problema di ordine pubblico come gli “ultras” degli stadi e come quelli vanno trattati. Gli “indignati” sono invece un problema sociale che si identifica con la mancanza di lavoro e con l´emarginazione. La situazione che fa da sfondo a questi avvenimenti è la vera e propria paralisi del governo, il disfacimento dei due partiti di maggioranza e l´alternativa ancora indistinta dalla quale le opposizioni non riescono ancora ad uscire.
Partirò da lontano per meglio affrontare e tentar di chiarire questo viluppo di problemi: da due colloqui che ebbi con Aldo Moro il 18 febbraio del 1978 e con Enrico Berlinguer il 28 luglio del 1981. Quei due eccezionali personaggi sono morti da tempo, ma i loro pensieri e le loro previsioni sono attualissimi, sembrano datati oggi, perciò è da quelle parole di allora che partirà il mio ragionamento.
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Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, ha scritto ieri su queste nostre pagine un commento di grande interesse sul nascente movimento dei cattolici. Bianchi è anche lui un cattolico, ma di una caratura molto particolare. Ricorda per certi aspetti Pietro Scoppola che fu uno dei fondatori del partito democratico; infatti anche Bianchi come Scoppola non sono molto nelle grazie della Gerarchia, come del resto non lo è il cardinal Martini e neppure l´arcivescovo Tettamanzi che ha da poco lasciato la guida della diocesi milanese.
Quest´ala della cattolicità pone il problema del rapporto tra il laicato cattolico e la Gerarchia sottolineando la notevole sproporzione da sempre esistita tra questi due aspetti della religione, a tutto vantaggio dell´istituzione e a danno del popolo di Dio. Che l´istituzione guidata dalla Gerarchia sia indispensabile è un dato di fatto, ma che il popolo dei credenti sia stato ridotto al pio gregge nelle mani del pastore rappresenta una palese deformazione della predicazione evangelica. Antepone la liturgia alla pastoralità e quindi il dogma e la politica all´afflato della fede.
Questa, con rare eccezioni, è stata la storia della Chiesa, soprattutto a partire dalla guerra delle investiture e dalla vendita delle indulgenze, almeno fino al Concilio del Vaticano II. Di lì, cioè dal pontificato di papa Giovanni, ebbe inizio un tentativo di modernizzare la Chiesa, ponendola come un seme destinato a confrontarsi con il pensiero illuminista sul piano culturale e con il laicato cattolico su una più intensa concezione della fede e dei comportamenti etici da essa ispirati.
Non sembrino peregrine queste considerazioni; esse costituiscono la base necessaria per chiarire la natura di quel movimento di rilancio cattolico promosso dal cardinal Bagnasco, che si propone di affrontare un altro ed essenziale tema che la modernità pone alla Chiesa e cioè il confronto tra la Chiesa-istituzione e la democrazia dello Stato laico.
Un´ultima osservazione su questa questione preliminare. Era sembrato, all´esordio del pontificato di papa Ratzinger che egli parteggiasse piuttosto dalla parte di chi voleva frenare l´ispirazione conciliare del Vaticano II. Si sta invece verificando che non è questo, o non è più questo, il pensiero del Papa. Ne ha fatto fede il discorso da lui tenuto nelle scorse settimane al Bundestag di Berlino e in particolare nel discorso, durante quel suo viaggio in Germania, sul cristianesimo protestante.
Ratzinger è un agostiniano e questa sua formazione la dice già molto lunga sulla natura della sua fede, agganciata al pensiero di chi fece della “grazia” il pilastro della salvezza. Ma la frase più significativa Benedetto XVI l´ha riservata al promotore della “riforma”: «Lutero – ha detto – ha creduto in Dio più di noi». Forse voleva dire che Lutero propugnò il rapporto diretto tra il credente e il suo Creatore, senza la necessaria intermediazione della Gerarchia, del dogma, della pratica liturgica.
La frase comunque è stata quella che di per sé evoca una vera e propria rivoluzione come l´altra: «Meglio un non credente di retto sentire che un ateo devoto».
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Veniamo all´incontro con Aldo Moro. Si svolse nel suo studio in via Savoia alla presenza di Corrado Guerzoni, suo stretto collaboratore. Il tema era l´ingresso del Pci nella maggioranza del governo che si insediò, presieduto da Andreotti, pochi giorni dopo il nostro incontro e poche ore dopo il rapimento di Moro in via Fani e la strage della sua scorta.
Alla mia domanda Moro rispose così: «Molti si chiedono nel mio partito e fuori di esso se sia necessario un accordo con i comunisti. Quando si esaminano i comportamenti altrui bisogna domandarsi anzitutto quale è l´interesse che li motiva. Se l´interesse egoistico c´è, quella è la garanzia migliore di sincerità. E qual è l´interesse egoistico della Dc a non essere più il pilastro essenziale di sostegno della democrazia italiana? Io lo vedo con chiarezza: se continua così, questa società si sfascerà, le tensioni sociali non risolte politicamente prendono la strada della rivolta anarchica e della disgregazione. Se questo avviene noi continueremo a governare da soli, ma governeremo lo sfascio del Paese e affonderemo con esso. Noi non siamo in grado di “tenere” da soli un Paese in queste condizioni. Occorre una grande solidarietà nazionale. So che Berlinguer pensa e dice che in questa fase della vita italiana è impossibile che una delle maggiori forze politiche stia all´opposizione. Su questo punto il mio e il suo pensiero sono assolutamente identici. Dopo la fase dell´emergenza si aprirà quella dell´alternanza e la Dc sarà liberata dalla necessità di governare a tutti i costi».
Questo disegno moroteo fu attuato e consentì di battere il terrorismo. Lui ci rimise la vita ma il frutto d´una democrazia finalmente compiuta si realizzò.
Quel disegno era valido allora (e proprio per questa ragione gli interessi interni e internazionali che non volevano una trasformazione riformista del Pci organizzarono l´agguato di via Fani) ma è ancora più valido oggi perché il partito comunista non c´è più e la sinistra – tutta la sinistra – è interamente democratica.
I cattolici che militano nel Pdl (ma quelli veri sono assai pochi) dovrebbero riflettere sulle parole di Moro, ma ancor più dovrebbe riflettere Casini che ancora recalcitra di fronte all´ipotesi dell´alleanza che il Pd gli offre. Casini vuole essere l´ago della bilancia, accetta l´alleanza col Pd solo se sarà dimezzato, solo se Vendola andrà per conto proprio portandosi appresso metà del partito democratico.
Ma valgono anche per Vendola e per Di Pietro le parole che Moro allora indirizzava all´intero Pci. Chi pensa alla propria bottega vede l´albero ma non la foresta, antepone i propri interessi e le proprie ambizioni alla salvezza del Paese. E chi, nel partito democratico, si divide tra l´alleanza con Casini e quella con la sinistra radicale, fa lo stesso errore. Ci vuole – e tutti dovrebbero volerla – la grande alleanza del centro e della sinistra riformista. Con un programma comune, limitato ai pochissimi punti necessari a superare l´emergenza. Poi verrà il tempo dell´alternanza tra i moderati e i riformisti, entrambi ligi all´etica costituzionale e repubblicana.
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Il colloquio con Berlinguer avvenne tre anni dopo quello con Moro. Il Pci aveva sperimentato l´alleanza con la Dc, il terrorismo era stato battuto lasciando dietro di sé una lunga scia di sangue. Ma i nodi del Paese non erano stati risolti, la questione morale si era diffusa con tutte le sue brutture, la Dc aveva registrato una regressione con l´alleanza Craxi-Andreotti-Forlani, mafia e corporazioni dominavano, il debito pubblico aveva superato la soglia della tollerabilità.
Berlinguer illustrò a lungo la questione morale individuandone la causa nell´occupazione delle istituzioni da parte dei partiti (anche del suo in alcune diffuse situazioni locali). Poi parlò della “diversità” comunista. Ne enumerò tre, ma le prime due avevano piuttosto l´aria di voler lanciare una sollecitazione contro il pericolo che anche il Pci diventasse “casta” anziché rappresentanza popolare quale fino ad allora era stato.
La terza “diversità” ha invece un tratto sorprendente di attualità: «Noi abbiamo messo al centro della nostra politica non solo gli interessi della classe operaia propriamente detta e delle masse lavoratrici, ma anche quelle degli strati emarginati della società a cominciare dalle donne, dai giovani e dagli anziani. Il principale malanno delle società industriali è la disoccupazione. L´inflazione è l´altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro tutte e due, ma guai se per domare l´inflazione si debba pagare il prezzo d´una recessione massiccia e di un´altrettanta massiccia disoccupazione. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili. Noi abbiamo sostenuto l´austerità contro il consumismo. Abbiamo detto anche che i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di risanamento, ma che l´insieme dei sacrifici doveva esser fatto applicando un principio di rigorosa equità. Il costo del lavoro va anch´esso affrontato e contenuto operando soprattutto sul fronte della produttività. Voglio dirlo però con tutta franchezza: quando si chiedono sacrifici al Paese si comincia sempre con il chiederli ai lavoratori; quando poi si abbia alle spalle una questione come la P2 è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili». Su queste parole debbono meditare tutti, al centro e a sinistra. Della destra non parlo nemmeno perché la destra non c´è. C´è un´accozzaglia di clientele tenute insieme dall´interesse e da residui di un ex comunicatore che ha scelto come amici intimi Scilipoti, Lavitola e Verdini. “Unicuique suum” direbbe la liturgia. Quanto alla fede, chi ce l´ha avrebbe dovuto sapere da gran tempo che nei luoghi del morente Pdl la fede non è mai stata di casa. Quel partito e il suo premier possono aver concesso qualche favore ai “valori non negoziabili”. Al quale proposito -da un non credente interessato alla questione – concludo con due osservazioni: 1) anche i laici hanno valori non negoziabili; chi vuole affermare i propri deve concedere la reciprocità. 2) I valori non negoziabili non sono separabili l´uno dall´altro, costituiscono nel loro complesso una coscienza etica e dunque è su quella che ci si confronta.
Ora aspettiamo di vedere se le intimazioni alla manovra di crescita che l´Europa e la Bce ci hanno rivolto saranno accolte dal governo. Altrimenti su questo cadrà.

La Repubblica 23.10.11

"Nella faida leghista spunta la black list", di Andrea Carugati

Un foglietto con 12 deputati maroniani da «non ricandidare». Tra loro Giorgetti e Stucchi. «L’ha compilata Reguzzoni». Dopo la lista dei 47 leghisti epurandi di Varese, ora c’è un altro elenco ad agitare le già tesissime giornate del Carroccio. Un foglietto con sopra scritti i nomi di 12 deputati vicinissimi a Maroni, con una indicazione precisa: non vanno ricandidati. Al gruppo leghista a Montecitorio non si parla d’altro. La lista, secondo fonti maroniane, sarebbe stata compilata dal capogruppo Reguzzoni, uomo di punta del cosiddetto Cerchio magico e “bestia nera” degli uomini più vicini al ministro dell’Interno. Sarà un caso,ma in cima al foglietto spiccano i nomi dei più acerrimi rivali di Reguzzoni, a partire da Giancarlo Giorgetti, presidente della commissione Bilancio di Montecitorio e segretario della Lega in Lombardia, fino a poco tempo uomo ombra del Senatur per tutte le delicate partite in campo economico, ora in difficoltà dopo le critiche di Bossi per a gestione del tumultuoso congresso a Varese. E ancora, compare anche il nome di Giacomo Stucchi, da mesi in attesa di sostituire Reguzzoni alla guida del gruppo alla Camera, sostenuto dalla larga maggioranza dei deputati ma, a giugno scorso, a sorpresa, stoppato dal Senatur, che ha imposto alla truppa la conferma del suo pupillo, rimandando a fine anno l’eventuale successione.
Ci sono anche i nomi di Davide Caparini della Valcamonica, figlio di quel Bruno che per anni ha ospitato il Capo nella sua casa di Ponte di Legno (fino alla recenti frizioni per la guida della Lega in Valle e nel Bresciano, dove hanno vinto i candidati maroniani sostenuti dai Caparini) e del mantovano Gianni Fava. E poi il veronese Matteo Bragantini, vicino al sindaco Tosi, lo storico leader dei Giovani Padani Paolo Grimoldi e il segretario della Lega in Romagna Gianluca Pini, in forte ascesa anche grazie alle numerose comparsate tv delle ultime settimane. Proprio l’esposizione mediatica di alcuni “Bobo boys” avrebbe già causato una piccola ritorsione ai danni di Pini: la perdita del ruolo di relatore della legge comunitaria e del posto in commissione Esteri, cedutogli, a suo tempo, proprio da Bossi. La lista dunque, in attesa delleelezioni politiche, avrebbe già un suo utilizzo pratico: bloccare le comparsate tv dei deputati non in linea col capogruppo e, per dirla con gli uomini di Reguzzoni, «poco ortodossi rispetto alla linea del Capo», a partire dall’auspicio, di cui si è fatto portavoce a più riprese il “falco” Flavio Tosi, di un passo indietro del Cavaliere.
In ambienti maroniani, la lista è stata interpretata come un guanto di sfida.Ma anche come una «follia», visto il seguito in termini di voti che hanno questi parlamentari. «Se passa questa epurazione viene giù il mondo», sospira un maroniano, citando la frase utilizzata dal sindaco di Varese Fontana per commentare la possibile espulsione di Tosi. «Poi chi la fa la campagna elettorale se fanno fuori quelli che pigliano più voti?».
Tra i Bobo boys c’è chi pensa che si tratti diuna mossa «per farci saltare i nervi», e chi invece ritiene che, dopo Varese, ci sia una «precisa strategia del Cerchio magico per arrivare a epurazioni di massa», con l’obiettivo di ritrovarsi con una Lega «più piccola ma composta solo da fedeli del Cerchio e soprattutto molto filo-berlusconiana». In grado però
di mantenere lo zoccolo duro dei voti grazie al carisma del Senatur e alla titolarità del simbolo con l’Alberto da Giussano. Dal fronte reguzzoniano alzano le spalle: «Una lista?
Forse sono loro ad agitare questi fantasmi, per paura di non essere ricandidati. Dopo Varese, Bossi l’ha detto chiaramente: la prossima volta le liste le farà lui». «E ha perfettamente chiaro chi in questi anni è stato fedele e chi no…», sorride un deputato
vicino a Reguzzoni. Questo schema, però ha bisogno del Porcellum con le liste bloccate. Le parole di ieri di Berlusconi, che si è detto favorevole alle preferenze, hanno fatto tremare le finestre nel bunker bossiano di Gemonio.Con le preferenze, infatti, l’epurazione dei “Bobo boys” potrebbe costare moltissimo in “cabina” elettorale…

L’Unità 22.10.11

Pompei, Ghizzoni: Galan riferisca in parlamento su crollo

Ghizzoni: governo è in cortocircuito e mette a rischio finanziamenti europei
“Per Pompei Bondi o Galan pari son. È passato un anno ma nulla è cambiato e con l’arrivo delle prime piogge abbiamo un altro crollo che dimostra tutta la debolezza dell’intervento messo in campo dal Governo. Il crollo di oggi certamente il frutto di anni di incuria, ma soprattutto di scelte gestionali sbagliate, come il commissariamento fortemente voluto da Bondi e confermati dall’esecutivo. Galan riferisca immediatamente in parlamento”. Così la capogruppo democratica nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni commenta il nuovo crollo di Pompei, dove ha ceduto una parte del muro romano di cinta esterno situato in una parte a nord degli scavi, nella zona di Porta di Nola. “Alla luce degli allarmi di Villari, che solo poche settimane fa sollecitava interventi urgenti in vista delle imminenti piogge, il crollo assume un rilievo politico ancora maggiore: la mano destra del governo non sa cosa fa la sinistra e questo corto circuito rende meno credibile il nostro paese nelle sede istituzionali mettendo addirittura a repentaglio i finanziamenti europei. Alla Camera, Galan ci dovrà inoltre definitivamente dire se nel Dl sviluppo, che il governo stenta a varare, ci saranno o no i fondi annunciati per finanziare interventi per beni culturali e, segnatamente, per Pompei. E’ finito il tempo delle promesse, servono iniziative concrete”.

Roma, 22 ottobre 2011
UfficioStampa Pd – Camera

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“Pompei, crolla muro romano sequestrata area nord scavi”, da repubblica.it

I carabinieri di Pompei (Napoli) hanno sequestrato ieri sera una piccola area a nord degli scavi archeologici dove si è verificato il crollo di un muro romano realizzato con la tecnica “Opus incertum”. Il cedimento è avvenuto nei pressi di Porta di Nola vicino la cinta muraria della città antica. A crollare è stata la parte superiore di un paramento murario romano realizzato, appunto, in “opus incertum”, in una zona aperta al pubblico. A terra ci sono circa tre metri cubi di macerie. Il cedimento si è verificato a quasi un anno di distanza dal crollo della Schola Armaturarum e non ha provocato danni a persone nè ad altre strutture. In questo momento è in corso un sopralluogo del direttore degli Scavi, Antonio Varrone.

“Sto andando a Pompei, tra poco sarò lì, per il momento posso solo dire che il crollo è avvenuto ieri e io ne sono stato informato soltanto questa mattina. Questo è molto grave. Così le cose non funzionano”. Il sottosegretario ai Beni Culturali, con delega su Pompei, Riccardo Villari, interpellato dall’Adnkronos sul crollo di un’opera muraria all’interno degli scavi, non nasconde la sua irritazione per il modo in cui è stata affrontata la vicenda.

da www.repubblica.it