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"L’onda antipolitica della Fiat passa dagli spot della Panda", di Francesco Cundari

La lingua italiana contiene un’espressione preziosa per capire cosa sta succedendo: «Giocare allo sfascio». Perché spaccare tutto può essere anche un gioco, con le sue regole e i suoi principi. Un modo di giocare allo sfascio è quello di Silvio Berlusconi, per ragioni talmente evidenti e talmente note che non c’è bisogno di ripeterle.

Un altro, forse meno indagato, è invece il modo di Sergio Marchionne, riuscito ieri in un piccolo capolavoro retorico: quello di mostrarsi ugualmente sprezzante, nello stesso discorso, con la presidente di Confindustria, con i lavoratori in sciopero ad Atene e con i manifestanti di Roma.

«Lo abbiamo visto con gli scioperi in Grecia per due giorni, sono cose che non risolveranno niente – ha detto il manager – scioperare, protestare non serve a niente». E nella stessa occasione ha aggiunto: «Non chiedetemi nemmeno di esprimere, per quanto riguarda la Fiat, un’opinione sulla ex presidente di Confindustria».

Non si trattava di una battuta fuori tema. Giusto ieri, infatti, Emma Marcegaglia rispondeva con una lettera sul Corriere della Sera alle accuse del professor Francesco Giavazzi. In breve, secondo Giavazzi, Confindustria sarebbe una lobby che tutela interessi corporativi, dunque un freno alle riforme, come dimostrerebbe il suo accordo con la Cgil per disinnescare l’articolo 8 (quello sui licenziamenti facili). Esattamente le ragioni per cui Marchionne ha fatto uscire Fiat da Confindustria.

Cosa intenda Giavazzi per «riforme», dato il contesto, non è difficile capirlo. Basti ricordare che insieme ad Alberto Alesina è autore di un libro intitolato «Il liberismo è di sinistra», e che il giorno del crollo di Lehman Brothers, da liberista ortodosso, scrisse sul sito lavoce.info che era stata «una buona giornata per il capitalismo». Pensare che oggi, in Italia, la risposta alla crisi sia semplicemente permettere agli imprenditori di licenziare di più significa preparare a tutti noi molte altre buone giornate del genere.

A voler fare lo stesso gioco, si potrebbe quasi sorriderne. Dopo avere usato quegli argomenti per criminalizzare i politici della «casta», gli statali «fannulloni» e i sindacati che li difendono – si potrebbe dire alla Confindustria – adesso vi prendete la vostra razione. Del resto, quale associazione è più “corporativa” e “privilegiata” della vostra?

Così però si farebbe il gioco di Marchionne, che ora lancia pure una campagna pubblicitaria sulla Panda con una serie di sketch tutti contro la «casta», con un politico che parla al telefono nel sedile posteriore di un’autoblu, facendo dichiarazioni demagogiche, e poi dice all’autista di mettere la sirena perché vuole andare a pranzo. Ma il gioco, a questo punto, è fin troppo scoperto. È evidente il tentativo di indirizzare contro partiti e sindacati la rabbia popolare alimentata dalla crisi, per farne pagare il costo a lavoratori e pensionati, invece che ai massimi beneficiari del sistema che quella crisi ha generato. Dalle pagine a pagamento sui giornali intitolate «politici ora basta» di Diego Della Valle alle intemerate di Luca di Montezemolo, l’aristocrazia finanziaria di questo Paese sembra decisa a intervenire direttamente nell’agone politico.

I modi appaiono ancora confusi e contraddittori. Del resto, i nostri miliardari non sono meno divisi e sospettosi dei politici che amano criticare. Ma per conquistarsi uno spazio, dopo tanti anni di comoda e tutto sommato felice convivenza con il berlusconismo, forte è in loro la tentazione di farsi largo delegittimando prima ogni alternativa in campo.

Sarebbe facile ripagarli della stessa moneta. Ma per giornali e partiti di opposizione è tempo di uscire dalla stanza dei giocattoli e fare i conti con la realtà. Se vogliamo evitare di finire come la Grecia, ci sarà bisogno di molte energie. Non appena gli irresponsabili attualmente al governo saranno costretti a passare la mano.

L’Unità 20.10.11

"Come diceva D’Alema tre anni fa…", di Stefano Menichini

A chi nel Pd offriva letture negative del voto in Molise, Massimo D’Alema ha risposto in maniera secca: dicano quello che vogliono, io presiedo una Fondazione e faccio analisi. Intendeva dire che la sua valutazione positiva era fondata su dati oggettivi, non sulle opportunità dello scontro politico interno.
D’Alema ha ragione: presiede Italianieuropei, che è un luogo dove si svolgono studi seri. Talmente seri, che è proprio da una di queste analisi di Italianieuropei – una delle più ampie, articolate e approfondite svolte in tempi recenti – che muove da qualche anno l’intero impegno di Europa per tenere ancorato il Pd al progetto e alle ambizioni originarie, contro i pericoli di riflusso, di ripiegamento, e in sostanza di rassegnazione alla ineluttabilità delle attuali percentuali elettorali.
Era il 14 maggio 2008 e Berlusconi aveva da poco vinto le elezioni. Il gruppo dirigente del Pd venne chiamato da D’Alema in piazza Farnese per ascoltare dai più validi analisti alcune ragioni profonde del voto: non solo i flussi, ma la qualità e le motivazioni del comportamento elettorale degli italiani che, sventurati, si erano appena rimessi nelle mani sbagliate.
Essendo stato gentilmente ospitato, ricordo bene quella sessione, perché mi rimase impressa la fotografia dell’Italia allora scattata da Natale, Calise, Bonomi e altri.
Mi sono chiesto spesso in questi anni che uso abbiano fatto di quelle informazioni i capi del Pd presenti (c’erano tutti, Veltroni armeggiava con le suonerie di un iPhone allora novità assoluta).
Affido la sintesi di quelle analisi allo stesso D’Alema, a un suo commento ad alta voce durante l’incontro: «Non siamo solo noi a essere sganciati dal paese, anche i nostri elettori lo sono».
Era una conclusione perfetta. Gli analisti avevano appena spiegato che la continua deriva a destra dell’elettorato italiano aveva lasciato al Pd (il Pd del 33 per cento!) una rappresentanza che rispetto alla media nazionale era: più anziana, meno presente nei settori più produttivi del paese, più scolarizzata ma meno dinamica nel mondo del lavoro, meno ottimista sui destini propri e del paese.
Gli elettori democratici avevano in comune con i compatrioti berlusconiani almeno una cosa (in realtà, una tra molte altre attinenti ai costumi e agli stili di vita): l’essere pienamente post-ideologici, scarsamente fedeli alle appartenenze partitiche e sindacali, pragmatici ma anche molto sensibili al carisma personale del leader.
La lettura che nel dopo-Veltroni è stata data di queste analisi mira in sostanza al consolidamento di questa situazione, cercando di migliorare su tre assi: recuperare il radicamento perduto nel mondo del lavoro attivo; insidiare la Lega tra i ceti popolari del Nord; offrire, invece che il carisma della leadership, la solidità di un partito tornato a funzionare comme il faut.
Non so se stia funzionando, anche come semplice operazione di consolidamento. Ho paura di no, a parte forse l’operazione sulla Lega e contro la Lega.
I veri luoghi del lavoro continuano a essere frammentati, spesso invisibili, sostanzialmente irraggiungibili in barba a qualche riaffiorante nostalgia fordista, e il Pd rimane nonostante gli sforzi soprattutto un partito dei garantiti e degli inclusi.
In sostanza la base di consenso del Pd rimane invariata (che vuol dire: destinata alla contrazione per ragioni demografiche), ma nel frattempo si sta vistosamente spostando (io direi, guastando) il suo sistema di valori.
Anni di frustrazioni politiche non sono trascorsi invano e ora si sommano al senso di rabbia e di impotenza di fronte a un sistema incapace di autoriformarsi e autorigenerarsi, e all’insicurezza per il proprio status economico personale.
Il risultato – qui si chiude il cerchio con sondaggi e analisi del mercato politico – è quell’enorme maggioranza di italiani, tantissimi elettori del Pd, che secondo Nando Pagnoncelli sono convinti che il centro della crisi italiana siano i privilegi della casta, e che intaccare questi privilegi possa essere una leva positiva per uscire dalla recessione.
Si tratta di una evidente regressione di cultura politica, affine e parente del giustizialismo. E di un grande pericolo per il Pd, che del sistema è considerato in fin dei conti parte (anche perché, qui e lì, lo è davvero): diciamo che questi anni si stanno rivelando i meno indicati, per proporre il modello di partito di massa organizzato come valida alternativa al partito carismatico, a sua volta in obiettiva crisi.
Quel che è successo a Marco Pannella al corteo di sabato scorso, non sarebbe forse successo a qualunque altro volto conosciuto si fosse presentato in piazza come ha fatto lui? È per la sua diversità, che gli hanno sputato addosso, o perché «sono tutti eguali» e solo un bel servizio d’ordine avrebbe evitato qualcosa di simile a Bersani, a Veltroni, a D’Alema, ma perfino a Grillo e a Vendola?
Quel famoso seminario del 2008 lasciò a Veltroni e ad altri l’idea che si dovesse insistere a spezzare la gabbia del consenso tradizionale “di sinistra”; a D’Alema e a un altro pezzo del Pd diede invece la conferma che la via per la rivincita su Berlusconi fossero le alleanze politiche con partiti più capaci di rappresentare i ceti più moderni, per non parlare del feticcio dell’elettorato cosiddetto “cattolico”, il tutto sotto l’ombrello del sistema elettorale tedesco.
Il paradosso di oggi è che, con questo avvelenamento del clima sociale e questo impoverimento dei valori, entrambe le strade potrebbero risultare precluse.
Quel 43 per cento e oltre di elettori che non si dichiarano nei sondaggi, in gran parte delusi dal centrodestra ma non solo, non trovano attraente il Pd e neanche il Pd in combinazione con Casini o con Vendola. Pagnoncelli premette sempre, quando mostra a Ballarò i suoi dati sul centrosinistra vincente, che va posta questa enorme riserva sulle sue previsioni: e in effetti, se il 27 per cento tuttora attribuito al Pdl appare incredibile e “virtuale”, perché invece dovremmo pensare che la stessa cifra attribuita al Pd sia realistica e a portata di mano?
Ecco perché c’è fastidio e allarme nella dirigenza democratica verso ciò che si muove fuori dall’attuale arco dei partiti, o verso ciò che si agita nei partiti fuori dai binari precostituiti: è la consapevolezza di non sapere o di non poter rispondere a una domanda di novità totalmente post-ideologica che era latente già nel 2008, e che l’inutile legislatura berlusconiana ha solo procrastinato, drammatizzandola e riempiendola per di più di quei contenuti anticasta così ingannevoli eppure così sentiti a livello popolare.
La possibilità di recuperare rispetto a questa situazione, non tranquillizzante, è data dalla stessa velocità dei mutamenti politici: noi stessi, solo sei mesi fa, nel pieno della primavera italiana, non avremmo scritto parole così pessimiste.
Occorre riavviare il circuito positivo “milanese”. Fidarsi delle persone, anche delle più distanti, anche dei non-elettori. Dare loro spazi, occasioni: primarie, referendum, che alla fine non sono mai andati male. Non ostacolare ma premiare chi spicca nel Pd per qualità e caratteristiche che sono apprezzate nella politica contemporanea, e anzi trovare altre figure del genere, anche fuori dal partito.
Non incistarsi sulla coppia destra-sinistra, che non spiega più tutto da tanto tempo: davvero siamo sicuri su chi sia più “di sinistra”, nel senso di uomo progressista e di mentalità aperta, fra Mario Draghi e Maurizio Landini? È una politica di movimento, quella che chiediamo, anche un po’ noiosamente.
Sarebbe stato meglio che, avendo capito come andavano le cose e quali erano i limiti strutturali del centrosinistra riformista, si fosse partiti fin dal primo giorno dopo quel seminario di Italianieuropei del 2008: è andata diversamente, altre scelte sono state fatte, e c’è anche da dire che tante profezie di sventura e di decesso prematuro sono state smentite.
Quindi c’è tempo, c’è ancora tempo, per «riagganciare» davvero questo partito al suo paese.

da Europa Quotidiano 20.10.11

"Deregulation edilizia e fiscale. Berlusconi senza sviluppo", di Bianca Di Giovanni

Berlusconi alza le mani: «sullo sviluppo non posso fare niente». Lite tra Tremonti e Romani sulle risorse. Domanici sarà solo un primo esame. Tra le norme, concordato fiscale e silenzio assenso per costruire. Deregulation edilizia e fiscale. Queste le linee della bozza del decreto sviluppo filtrata ieri dalle stanze del governo. Tra le misure allo studio, anche la possibilità di deliberare lo stato d’emergenza per le infrastrutture strategiche nel caso in cui «si evidenzino gravi difficoltà – si legge nel testo – o particolari complessità nella realizzazione». Si pensa alla Tav in Val di Susa o al Ponte sullo Stretto? Non si sa. Sta di fatto che il governo sceglie la legislazioned’emergenza per le opere pubbliche. E non solo. Rispunta anche il silenzio assenso per il permesso a costruire. In sostanza c’è l’assenso
se non viene espresso un «motivato diniego» entro 90 giorni dalla richiesta. Una norma che era già comparsa nel decreto di maggio e che probabilmente oggi si vorrebbe rinforzare. Sul fronte fiscale si parla ancora di un concordato, anche questo già presente nella manovra di luglio, ma limitato agli importi entro i 20mila euro. Per le imprese, infine, si pensa ad «alleggerire» i controlli per non intralciarne l’attività. A proposito di lotta all’evasione.
LITE
Insomma, si respira aria vecchia, e anche un clima di tensioni e continui rimpalli. Al vertice tenuto a Palazzo Grazioli, durato solo 45 minuti, ci sarebbe stato un duro faccia- a-faccia tra Giulio Tremonti e Paolo Romani, a cui il premier ha affidato la «regia» del provvedimento. Il titolare dell’Economia avrebbe bocciato parecchie ipotesi. «Quando avete idee migliori, chiamatemi», avrebbe detto. Il nodo resta quello delle risorse. Il premier e molti ministri spingono per spendere altre risorse, Tremonti insiste su «zero costi». Quanto a Silvio Berlusconi, appare più rassegnato che mai. Parlando ad alcuni ospiti dellacerimonia dei cavalieri del lavoro, il premier si sarebbe dichiarato «disarmato» di fronte al problema sviluppo. «Non posso fare niente – avrebbe detto – perché qualsiasi cosa muovo, danneggio i miei elettori. Se faccio le liberalizzazioni, vado contro avvocati
e notai che votano per me. Anche con la patrimoniale tocco interessi del mio elettorato. E oggi non ho più quel 50% che avevo all’inizio». Così ragionava il premier ieri mattina, intrappolato nello stallo del suo governo di fronte alla crisi. Una paralisi tanto profonda, che è assai probabile un altro rinvio per il decreto sviluppo. Domani in consiglio dei ministri
si farà solo un primo esame. È fissata per stamane un’altra riunione al ministero dell’Economia.
MISURE
Intanto filtrano le prime indiscrezioni. Corposo il «pacchetto» che riguarda le costruzioni e gli immobili. Si pensa alla garanzia pubblica per le giovani coppie precarie che devono acquistare la prima casa. Anche questa, però, è un’iniziativa già avviata dal ministero della Gioventù. Si facilita, poi, il riscatto delle case degli enti previdenziali, nell’ottica delle dismissioni già avviate. Per favorire la realizzazione di nuove infrastrutture, «in sostituzione totale o parziale del contributo pubblico – si legge nella bozza anticipata dall’Ansa – può essere attribuita alla società di progetto affidataria della costruzione e gestione dell’ opera una quota nel limite massimo del 25%, per unperiodo non superiore a 15 anni, del gettito Iva riconducibile al funzionamento dell’infrastruttura». Una mossa per placare le ire dei costruttori, che in assemblea hanno fischiato il minsitro Altero Matteoli.
Risponde alle richieste di Confindustria la norma sull’abolizione delle tariffe minime dei professionisti. C’è da scommettere, tuttavia, che non passerà le forche caudine del parlamento, dove le varie lobby hanno di recente «stoppato» questa ipotesi. Un’altra norma prevede l’introduzione di una «copertura assicurativa obbligatoria del rischio calamità». Anche questa ipotesi è stata più volte presentata in passato. Finiscono online
anche i certificati di malattia dei figli. Le aziende di trasporti si doteranno di «sistemi di bigliettazione elettronica e di pagamento interoperabili a livello nazionale», cioè si inaugura il biglietto online. Per la pubblica amministrazione si prevedono concorsi nazionali unificati. Si propone, poi, l’anticipo della pensione a 68 anni dei professori universitari.

L’Unità 20.10.11

l boom degli obiettori "Tra cinque anni in Italia non si potrà più abortire", di Maria Novella De Luca

Ha fatto dimezzare gli aborti e reso le coppie più consapevoli verso la maternità. Ha spezzato la clandestinità e spinto fuori dal silenzio il dramma secolare di milioni di donne. Adesso però la legge 194 rischia di scomparire. Nell´arco di cinque anni o poco di più. Travolta da un esercito di obiettori (il 70,7% dei ginecologi) che hanno desertificato i reparti di interruzione volontaria di gravidanza, mentre per i pochi medici non obiettori la vita è diventata una trincea: emarginati, vessati, costretti a fare soltanto aborti e a turni massacranti, penalizzati nella carriera. «Ho smesso perché non ce la facevo più – racconta M. G. ginecologa – lavoro in un ospedale pubblico delle Marche, dove la direzione sanitaria ha fatto dell´obiezione di coscienza la sua bandiera. Otto anni senza ferie, senza potermi occupare di né di parti né altri interventi, solo e soltanto aborti. Nel gelo e nel disprezzo degli altri colleghi, come fossi una ladra. Ho avuto un esaurimento. Ho detto basta. Adesso il servizio Ivg è chiuso». Infatti. I non obiettori sono ormai uno sparuto drappello il cui numero si assottiglia sempre di più. E se in Italia diventerà difficilissimo assicurare le interruzioni di gravidanza entro il terzo mese, sarà quasi impossibile effettuare gli aborti terapeutici. Ossia quelli più difficili e dolorosi, che seguono alla diagnosi di una malformazione del feto.
È l´allarme che arriva dai ginecologi della «Laiga», (Libera associazione italiana ginecologi per l´applicazione della 194) che domani si riuniranno nel primo convegno nazionale a Roma. «Nei prossimi cinque anni – spiega Silvana Agatone presidente della Laiga – molti di noi, medici non obiettori, andranno in pensione. Già adesso non siamo più di 150, ci sono interi ospedali del Sud privi di reparti di interruzione di gravidanza, perché la totalità di ginecologi, anestesisti, paramedici ha scelto l´obiezione di coscienza». E se per effettuare gli aborti nelle prime 12 settimane gli ospedali ricorrono a personale esterno, questo non è possibile quando si tratta di aborti oltre la ventesima settimana, per i quali servono medici “strutturati”, ossia in organico all´ospedale stesso. «Ma quasi tutti i nuovi assunti – aggiunge Agatone – subito dopo aver ottenuto il posto fanno obiezione di coscienza, alcuni per scelta ma molti per la carriera e per non finire in un “confino” dove si fanno soltanto aborti. Così i servizi si svuotano, le donne emigrano o approdano di nuovo alle cliniche clandestine».
Con il paradosso che mentre cresce sia la ricerca che il business della medicina prenatale, in grado di diagnosticare le anomalie del feto, aggiunge Anna Pompili, ginecologa e docente all´università «La Sapienza», «le donne dopo aver saputo che il loro bimbo sarà affetto da gravi patologie, restano sole, non sanno dove andare». Spesso infatti gli stessi medici che hanno fatto l´indagine sono obiettori e dunque se ne disinteressano…. Non solo. «Nelle scuole di specializzazione – sottolineano i medici della Laiga – non si insegna più come fare una interruzione di gravidanza, quasi non se ne dovesse parlare, così i ginecologi imparano uno dall´altro, in modo empirico, e questo crea seri pericoli per le donne».
E i rischi per le donne sono testimoniati dai dati: mentre gli aborti entro le 12 settimane diminuiscono di anno in anno, (52,3% in meno dal 1982), il numero degli aborti terapeutici cresce, passando dal 2,7% del 2007, al 3% del 2009, ma, dice ancora Anna Pompili, «la percentuale potrebbe essere addirittura doppia, visto il numero delle donne che abortiscono all´estero». E a 30 anni dal referendum che nel 1981 confermò la legge 194, oggi in Italia la situazione è assai peggiore di allora. Basta ascoltare le denunce delle donne. «Sono stata lasciata sola e in travaglio perché il medico non obiettore aveva finito il suo turno, e gli obiettori non mi hanno assistita» (Napoli). «Schernita e aggredita da un´infermiera del Movimento per la Vita». (Roma). «Senza antidolorifico perché il medico di guardia era obiettore» (Milano). «Costretta a vedere il mio bambino» (Ascoli Piceno). Ma anche testimonianze positive: «Ho abortito alle ventiduesima settimana, l´ostetrica mi teneva la mano, l´infermiera mi abbracciava, non le ringrazierò mai abbastanza» (Napoli). Storie e voci che non si dimenticano. Di una legge ormai però quasi inapplicabile. Spiega infatti Marilisa D´Amico, docente di Diritto Costituzionale. «Domani annunceremo un ricorso contro l´interpretazione troppo rigida della norma sull´obiezione di coscienza, che oggi viola diversi punti della Costituzione. Dall´articolo 3 sulla ragionevolezza della norma, all´articolo 32 sulla salute della donna, fino alla dignità della persona».

La Repubblica 20.10.11

"In duemila contro il Galan grande", di Guido Moltedo

Hanno superato quota duemila le firme raccolte dalla Nuova Venezia. Ieri sera, alle 8.45, erano 2063. Firme di intellettuali (tra i primi firmatari, Andrea Zanzotto), ma soprattutto di cittadini, di veneziani ma anche di tanti amanti di Venezia, che hanno sottoscritto un appello pubblicato dal quotidiano veneto e rivolto a Giancarlo Galan, nel quale si chiede al ministro per i beni culturali di rinunciare alla designazione di Giulio Malgara e di «non cancellare l’esperienza di Paolo Baratta alla presidenza della Biennale con una nomina inadeguata, come rischia di accadere, garantendo invece una reale continuità con il lavoro che egli stava svolgendo anche a favore della città, offrendo nel caso una rosa di nomi su cui anche Venezia possa esprimersi». (http:// temi.repubblica.it/nuovavenezia-a ppello/?action=vediappello&idappell o=391224).
L’ennesimo appello di intellettuali, che non lesinano la propria firma sotto qualsiasi pezzo di carta antiberlusconiano, pur di “esserci”? Non è il caso di questa iniziativa veneziana, di carattere e di portata “popolare”. In epoca di “indignados”, anche questa raccolta di firme è nel segno dell’indignazione.
Indignazione per una decisione chiaramente dettata da calcoli “politici”, o peggio, che non fa bene a Venezia. «La storia – ha detto il vicepresidente dei senatori pd Luigi Zanda – è piena di delitti politici compiuti dai regimi nelle fasi finali della loro esistenza. La decisione del duo Berlusconi-Galan di sostituire il presidente della Biennale di Venezia Paolo Baratta con Giulio Malgara è più di un delitto, è un atto stupido che fa male a Venezia privandola del contributo di un intellettuale dalla grande professionalità che ha fatto moltissimo per la città».
Chissà se Giorgio Orsoni, avvocato prestato alla politica che misura le virgole, si era reso conto, dettando la sua nota diretta ai giornali, degli effetti della sua reazione “a caldo”, poco dopo la designazione di Malgara. Avrebbero avuto l’effetto – le sue parole, due in particolare – della palla di neve che diventa una valanga. «Sono convinto – aveva detto il sindaco di Venezia e vicepresidente di diritto della Biennale – che Giulio Malgara sia persona inadeguata a ricoprire il ruolo di presidente della Biennale di Venezia e che dunque seguire l’ipotesi di una sua conferma sarebbe scelta sbagliata».
Quell’«inadeguata» è diventata anche la parola chiave dell’appello dei duemila. Quasi l’effetto che ebbe il titolo di copertina “Unfit”, “inadatto”, con cui The Economist aprì quella che sarebbe diventata una campagna mediatica internazionale contro Berlusconi.
Fosse un’iniziativa “di sinistra”, Giancarlo “Galan grande” potrebbe infischiarsene. Anzi, gli piacerebbe assai, snobbare l’appello, specie ora che, a quanto sembra, i suoi rapporti con Franco Miracco si sono raffreddati: Miracco, uomo di cultura veneziano, e per anni suo consigliere di fiducia, difficilmente avrebbe rotto con Paolo Baratta. Galan tirerà dritto, dunque, e fino in fondo, ma sulla sua strada troverà non i firmatari dell’appello ma i leghisti veneti, che non l’amano e, per di più, apprezzano l’operato di Baratta.
Come ha fatto capire il presidente del Veneto, Luca Zaia, lo vorrebbero confermato al suo posto. Dopo il voto al cardiopalma di qualche giorno fa alla camera, con il governo Berlusconi salvo per un voto, Galan sa che i suoi margini di manovra sono risicati per salvare Giulio Malgara, buon amico suo e della moglie, compagno di lavoro del ministro ed ex-presidente del Veneto quando entrambi si occupavano di pubblicità sotto l’ombrello berlusconiano, nei primi anni Novanta.
Adesso la designazione di Malgara dovrà passare l’esame delle commissioni parlamentari.
Il centrosinistra, guidato dalla pattuglia dei parlamentari veneti, Beppe Giulietti in testa, ha già annunciato opposizione tosta. «Io consiglio prudenza», ripete Zaia, «non si può fare la festa di laurea prima di essersi laureati».
Significa che la Lega voterà contro? La possibilità c’è. Ma anche a questo ha pensato Galan. Con l’astuzia di presentare la proposta prima al senato – dove in commissione la Lega non è determinante – e successivamente a Montecitorio.
A Palazzo Madama il dibattito sulla nomina dovrebbe approdare martedì prossimo. Se il senato darà il via libera, a quel punto potrebbe essere più difficile per la Lega smarcarsi dalla maggioranza. Ma la partita resta aperta.

da Europa QUotidiano 20.10.11

"Finisce la farsa dei ministeri al Nord", di Filippo Ceccarelli

Quando il regime degli spettacoli prende in ostaggio le istituzioni, l´effetto circo non solo è garantito, ma di norma assume anche la sua più inconfutabile forma pagliaccesca. Con tale avvertenza ha principio e fine l´epopea ridanciana, ma pure abbastanza triste, dei ministeri al Nord: se ne trova originaria traccia in un disegnino sul biglietto d´auguri natalizio del ministro Calderoli, vedi un po´ come, quando e da dove rotolano le soluzioni del decentramento amministrativo all´italiana. Poi Natale passa, Pasqua pure, la Lega prende un bagno al primo turno delle elezioni e il 22 maggio, tra una pernacchia e l´altra, Bossi chiede due ministeri al Nord.
Sarebbe questa la «sorpresa» annunciata a un partito e a un elettorato che stanno annaspando. Ma per dire l´accoglienza, in pratica risponde con sdegno solo il sindaco di Roma, Alemanno, che pochi mesi prima, coram populo, ha offerto rigatoni con la pajata al Senatùr – e la Polverini, per l´occasione aggregatasi al «cerchio magico», l´ha addirittura imboccato.
Dopo la sventola del secondo turno c´è molto altro di più impellente a cui pensare. Ma la sede ministeriale è individuata nella Villa Reale di Monza, città oltretutto governata da un borgomastro leghista, il signor Mariani, che però aspetta i decreti perché Berlusconi pure ha impicci più seri di cui occuparsi. Pontida, 19 di giugno, arriva quando il Carroccio è ormai in piena crisi. Così a un certo punto, per rianimare il gentile pubblico divenuto un po´ nervoso, oltre che osannante Maroni, salgono sul palco Cota e Calderoli per la solenne ostensione delle targhe d´ottone, fatte in casa, quindi buffe. C´è scritto Ministero della semplificazione e Ministero delle riforme. Poi si aggiungeranno altri ministeri (Turismo, Economia, Interni), che tuttavia spariranno, sia come singoli che in gruppo.
Per restare a quelle due targhe, con un balzo in avanti nel tempo converrà subito dire che al momento, nella villa, sono nascoste e quasi invisibili per timore che qualcuno se le rubi. Nel frattempo l´eventuale trofeo finisce in qualche cassetto. Oltre che sull´eresia maronita, la vita padana s´incentra sui record di velocità dell´onorevole Speroni in autostrada (tedesca: 316 km all´ora), sui balbettii telematici del Trota, presto divenuti un cult della rete, e sul divieto di servire spezzatino di orso a una festa leghista nel Trentino.
Fino a quando, il 23 di luglio, sotto il cielo brianzolo è finalmente allestito lo spettacolo della finta inaugurazione. E non solo perché si tratta di tre stanzette semivuote destinate a rimanere tali, con suppellettili padane, ritratti del giovane Bossi e statuette di Albertino da Giussano, nonché drammaticamente senza bagno. Fuori, protetti dalla polizia e circondati da cittadini con il tricolore, si pavoneggiano il rubizzo Calderoli, sempre più simile alla cantante inglese Susan Boyle, e Bossi in camicia e vistosi occhiali neri alla Blues brothers, per via dell´operazione alla cataratta, alla presenza di diversi dignitari e portaborse, ma non di Maroni.
Alla compagnia si è quindi «aggiunta la rossa»: così, dopo aver allegramente mandato a quel paese e minacciato di prendere a cazzotti i giornalisti, il Senatùr segnala l´arrivo della Brambilla, ovviamente su vertiginosi tacchi, poi destinati a figurare in primo piano nelle foto di lei adagiata sui divani. Nel suo comizietto Bossi esibisce anche un pacco di banconote per rafforzare l´idea che lo scarno mobilio delle stanze – proveniente da Catania – è stato acquistato dai ministri leghisti.
La farsa padana, che vive anche di sottili distinzioni tra sedi ministeriali, sedi di rappresentanza e virtuali «sportelli» a beneficio dei cittadini (finora solo tre si sono rivolti a Monza: uno per un capannone, un altro per consigli sul decreto sviluppo, un terzo per lasciare un curriculum), ecco, dopo appena 72 ore la buffa commedia istituzionale è folgorata dai dubbi e dai rilievi del presidente della Repubblica.
Ma il ministro Rotondi, incautamente ingolositosi, ha già comunicato di voler aprire pure lui una sede ad Avellino, sua città natale e frequentatissima. A riprova che le ideacce faranno anche ridere, ma soprattutto sono contagiose.

La Repubblica 20.10.11

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“Anche la sentenza di Roma accentua le contraddizioni del Carroccio”, di Stefano Folli

Nel caos italiano può essere considerato un episodio minore, ma in realtà è carico di significati simbolici e politici. Una sentenza del Tribunale di Roma, raccogliendo il ricorso dei sindacati, cancella in pratica quel trasloco dei ministeri al Nord che è stato per mesi il cavallo di battaglia della Lega, o meglio dell’asse Bossi-Calderoli. In realtà la sentenza non annulla (né potrebbe farlo) i decreti amministrativi del governo: tuttavia ne sterilizza gli effetti sindacali e dunque di fatto li affossa.

I capi del Carroccio avevano presentato questo trasferimento come una sorta di rivoluzione. E c’è qualcosa di umoristico nell’immagine della rivoluzione bloccata da un ricorso sindacale (una scenetta che sarebbe piaciuta a Leo Longanesi). D’altra parte, i giornali già da tempo avevano dimostrato che nella Villa Reale di Monza, sede degli uffici trasferiti da Roma, mancava tutto, a cominciare dagli impiegati, tranne il ritratto di Alberto da Giussano.

Ora il cerchio si chiude com’era prevedibile. Era un gioco mediatico che per qualche mese, a cavallo della riunione di Pontida, è servito per tenere alto il vessillo leghista e nasconderne le profonde fratture interne. Ma non poteva durare all’infinito. Anche perché nel frattempo le divergenze non si sono attenuate. Tutt’altro.

La Lega di oggi assomiglia molto poco al partito coeso e determinato che per anni ha dettato l’agenda della politica. L’ultimo episodio, con il vecchio leader Bossi che insulta il sindaco di Verona, Tosi, la dice lunga sullo stato dei rapporti intestini. Tosi è uno dei giovani che meglio interpretano il «nuovo leghismo», quello che non si eccita a sentir parlare di secessione e rifugge dalla demagogia a buon mercato. Ma che pensa di inserirsi a pieno titolo nella dialettica politica dei prossimi dieci anni.

Per farlo ha bisogno di allontanarsi in misura sensibile dagli schemi, dai rituali e ormai anche dalla leadership bossiana. Non stupisce quindi che Tosi sia coperto di improperi; e peraltro il sindaco di Verona non è solo. Ci sono molti altri giovani che sono attenti alla buona amministrazione, parlano un linguaggio diverso dal passato e soprattutto guardano verso un orizzonte più ampio di quello dato dall’alleanza con Silvio Berlusconi.

In altre parole, la vecchia Lega si sta lentamente disgregando e a tenerla insieme non basta più il dito medio di Bossi alzato contro qualche avversario interno. Roberto Maroni, un passo dopo l’altro, guadagna terreno. Ed è noto che dietro il ministro dell’Interno si sta organizzando una forza consistente, benché ancora prudente nelle sue manifestazioni esterne.
Vedremo di qui a qualche settimana o mese. Senza dubbio Maroni ha un progetto politico abbastanza definito. Nelle sue mani la Lega si aprirebbe a un ventaglio di alleanze non rigide e potrebbe meglio concorrere a quella «coesione nazionale» su cui il presidente della Repubblica non cessa d’insistere. Semmai il tallone d’Achille del ministro è la gestione dell’ordine pubblico. Come responsabile politico del Viminale, Maroni è danneggiato dal ripetersi di episodi drammatici di guerriglia urbana, come a Roma. Non a caso ieri un berlusconiano intransigente qual è Stracquadanio, difensore dell’asse Berlusconi-Bossi, lo ha attaccato su questo punto. Un avvertimento che più chiaro non potrebbe essere.

Il Sole 24 Ore 20.10.11

"L'operazione verità del Colle", di Federico Geremicca

L’ultimo braccio di ferro, per fortuna, non attiene alle sue responsabilità, né dirette né indirette: ma potesse dir qualcosa sulla sconcertante vicenda della nomina del Governatore di Bankitalia, Napolitano non nasconderebbe delusione e disappunto. Di quel che si è mosso e si muove intorno alla sostituzione di Mario Draghi, non gli è piaciuto probabilmente niente: non le sponsorizzazioni politiche di questo o quel candidato e nemmeno certi comportamenti personali – diciamo talune impuntature – che hanno ulteriormente complicato la ricerca di una soluzione.

Del resto, non è che manchino campi e questioni sulle quali il Presidente sia da tempo costretto a manifestare la propria combattiva amarezza: e ieri, intervenendo alla tradizionale cerimonia per la nomina dei nuovi cavalieri del lavoro (con al fianco un Berlusconi stanco e sonnecchiante) ha appunto rielencato questi campi e queste questioni. Aggiungendovene un paio del tutto nuove: la preoccupazione che il clima sempre più preelettorale peggiori ulteriormente le cose, e poi quella che ha definito «la frustrazione giovanile», andata in piazza sabato a Roma e deturpata dall’azione irresponsabile di frange estreme.

Al Quirinale, qualcuno dei collaboratori del Capo dello Stato, si spinge a paragonare l’intervento di ieri del Presidente a una sorta di «operazione verità». Una verità che le forze politiche annusando aria di elezioni anticipate probabilmente non possono o non vogliono più dire. E la verità, secondo Napolitano, è che in una situazione così difficile per il Paese non si scorgono né il clima né l’impegno e nemmeno le misure adatte a fronteggiare l’emergenza.

Ognuno dovrebbe fare la sua parte, e questo non accade: il richiamo è «in primis» per il governo, inevitabilmente, mentre – annota Napolitano – «molto sta facendo il mondo delle imprese». E’ qualcosa, ma certo basterà: soprattutto se non si mette con urgenza mano a quel «pacchetto crescita» per il quale, invece – secondo il premier una volta non ci sono i soldi, un’altra non c’è fretta ed una terza «qualcosa ci si inventerà». Non è così che si riuscirà a tirar fuori la testa dall’acqua: a maggior ragione se, come sottolineato, maggioranza e opposizione dovessero cominciare a torcere questioni e soluzioni in rapporto alle rispettive convenienze elettorali.

Un’ultima annotazione, facilmente comprensibile da chi ha seguito da vicino l’evolversi degli sforzi e degli appelli del Capo dello Stato. E’ dall’apparire all’orizzonte della crisi che Giorgio Napolitano ripete incessantemente il suo invito all’unità e alla coesione sociale: bene, da questo punto di vista, l’ultimo mese viene definito – al Quirinale – un mese «gonfio di amarezze». Infatti, non c’è settore nel quale – piuttosto che al crescere della coesione non si sia assistito al moltiplicarsi delle divisioni e delle spaccature.

Diviso il sindacato, divisa Confindustria, divise – perfino al loro interno – le forze di maggioranza e di opposizione. E per finire, drammatiche divisioni in piazza: novità che sembra avere scalato molte posizioni nella graduatoria delle preoccupazioni del Presidente. La frase pronunciata ieri di fronte ai cavalieri del lavoro è di quelle forti, e nient’affatto dettate dal caso: «La questione della disoccupazione e della frustrazione giovanile – ha annotato Napolitano – deve essere al centro delle nostre preoccupazioni. E parlo di preoccupazioni per la coesione sociale e anche per l’equilibrio democratico e la convivenza civile».

E’ perfino questo che si rischia, lasciando senza risposte una generazione che non può continuare a fare della precarietà l’unica propria certezza. Presidente dalla lunga esperienza politica e parlamentare, Napolitano ha già visto le terribili degenerazioni che si possono strumentalmente innescare a partire dalla «frustrazione giovanile». E’ per questo che lancia il suo allarme. Sperando che non segua sorte identica agli appelli alla coesione, applauditi da tutti ma ascoltati – in verità – quasi da nessuno…

La Stampa 20.10.11