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"Strappo istituzionale", di Eugenio Scalfari

Sta per accadere un fatto di estrema gravità, riguarda la nomina del nuovo governatore della Banca d´Italia, successore di Mario Draghi che tra nove giorni sarà insediato alla guida della Banca centrale europea «nonostante sia italiano», come dissero informalmente la Merkel e Sarkozy quando nel giugno scorso quella scelta fu approvata all´unanimità dal Consiglio dei capi di governo dell´Unione europea.
È appunto dal giugno scorso che se ne parla. Si tratta infatti di un atto complesso con tre attori: il presidente della Repubblica che firma il decreto presidenziale di nomina, il presidente del Consiglio cui spetta il diritto di proporre il nome del candidato e il Consiglio superiore della Banca d´Italia che è chiamato ad emettere il suo parere, obbligatorio ma non vincolante.
Finora il governatore è sempre stato scelto all´interno della Banca d´Italia salvo per l´appunto la nomina di Draghi che avvenne perché l´allora governatore Antonio Fazio era stato rinviato a giudizio sulla questione della scalata della Banca Antonveneta da parte dei “furbetti” e “furboni” del quartierino, come allora furono chiamati.
Ma nonostante i mesi trascorsi e le ripetute sollecitazioni del Quirinale, il tempo passava invano e la proposta di Berlusconi non arrivava. La causa è nota: il ministro dell´Economia, Giulio Tremonti, aveva un suo candidato nella persona di Vittorio Grilli, già ragioniere dello Stato e attualmente direttore generale del Tesoro, cioè principale collaboratore di Tremonti, Marco Milanese a parte. Si contrapponevano dunque l´attuale direttore generale della Banca d´Italia, Fabrizio Saccomanni, che rappresenta la continuità dell´Istituto e gode della fiducia di Draghi, a Vittorio Grilli che anche lui ha buoni titoli nella sua biografia personale. Con un handicap tuttavia non da poco: Tremonti ha più volte e pubblicamente motivato la sua propensione a favore di Grilli perché ritiene che la Banca debba essere una propaggine del ministero del Tesoro soprattutto nel campo della politica bancaria, in quella importantissima della Vigilanza e infine nelle valutazioni della politica economica del governo che il governatore formula almeno due volte l´anno, il 31 maggio nel corso dell´assemblea generale dell´Istituto e a ottobre nella Giornata del Risparmio. Insomma, un capovolgimento totale dello spirito della tradizione e del ruolo assegnato alla Banca d´Italia fin dall´epoca in cui fu fondata, Ventennio fascista a parte. Va ricordato che del ministro del Tesoro la legge che disciplina la nomina del governatore non fa affatto menzione. Si tratta dunque in questo caso d´una vera e propria interferenza che il presidente del Consiglio ha subìto e subisce per la strutturale debolezza in cui è finito il governo-fantasma che si ostina a presiedere.
Per questa ragione il tempo ha continuato a passare fino a quando il calendario non ha fatto arrivare la data limite, ma a questo punto è emersa un´altra complicazione. Con l´uscita di Jean-Claude Trichet dalla presidenza della Bce la Francia resta senza alcun rappresentante nel direttorio di quella fondamentale istituzione europea, mentre l´Italia ne ha addirittura due: Draghi e Bini Smaghi.
Il problema era già stato esaminato a giugno. Bini Smaghi aveva dato pubblica assicurazione a Sarkozy che si sarebbe dimesso dalla Bce il giorno stesso dell´insediamento di Draghi. Contemporaneamente aveva informato Berlusconi del suo interesse al governatorato della Banca d´Italia ricevendone, a quanto si sa, una risposta interlocutoria.
Arrivata ormai la scadenza Bini Smaghi avrebbe fatto sapere che se la sua richiesta non verrà accettata intende rimanere alla Bce fino a quando il suo mandato non sarà scaduto, cioè per più d´un anno ancora. Sarkozy a questo punto intende sollevare il caso alla prossima riunione del Consiglio dei ministri europeo e minaccia ritorsioni contro il governo italiano.
Oggi Berlusconi farà la proposta al Consiglio superiore della Banca d´Italia e, a quanto si è saputo ieri, dovrebbe proporre proprio Bini Smaghi – anche se mentre scriviamo circolano voci su un suo possibile ripensamento –, invocando la forza maggiore di evitare un conflitto con la Francia ma soprattutto sottraendosi alla scelta imposta da Tremonti.
La soluzione Bini Smaghi è pessima soprattutto perché frutto d´un ricatto vero e proprio: resta a Francoforte se non gli si dà via Nazionale. Mettere alla guida della Banca d´Italia un personaggio che rischia di suscitare una guerra diplomatica tra l´Italia e la Francia definisce compiutamente la figura morale e politica d´una simile candidatura. Non a caso ieri Bersani e Casini hanno diffuso un comunicato in cui auspicano una scelta del governo che rispetti l´autonomia e le competenze interne dell´istituto. Una decisione che non tenga conto di ciò avrebbe tra l´altro come immediata e probabilissima conseguenza la dimissione di gran parte del direttorio della stessa Banca d´Italia in un momento di estrema delicatezza della situazione economica e finanziaria del Paese.
Non sappiamo ovviamente quale sarà il parere del Consiglio superiore dell´Istituto e ancor meno sappiamo quale sarà l´atteggiamento del presidente della Repubblica. Ricordiamo a questo punto che il parere del Consiglio superiore, pur non essendo vincolante, è tuttavia di grande rilievo istituzionale. Per quanto riguarda il Capo dello Stato, la sua non è una controfirma “dovuta” su un atto del governo ma una firma apposta ad un decreto di sua diretta emanazione. Il diritto di proposta spetta a Berlusconi, ma Napolitano ha pieno diritto di rifiutarlo se lo ritiene inopportuno e chiedere una proposta alternativa.
Questo è l´ennesimo nodo che arriva al pettine a causa del governo che ci sgoverna ed è l´ennesima causa di degradazione dinanzi al concerto delle Nazioni europee che ci ignorano e ci sbeffeggiano. Il tutto in una fase in cui l´appoggio della Bce al nostro debito argina a fatica la pressione dei mercati sui nostri titoli di Stato e sulle nostre banche.

La Repubblica 20.10.11

Università, Pd a Miur: eliminazione vincolo sembrava troppo bello

Ghizzoni: ma governo difende norma profondamente sbagliata. “Sembrava troppo bello, ma dopo la precisazione del Miur è evidente che il governo intende difendere una norma criticata profondamente da tutto il mondo universitario e messa in discussione anche da autorevoli esponenti della maggioranza che, in commissione cultura alla camera, hanno valutato positivamente e annunciato adesione alla proposta di legge del Pd per eliminare il vincolo di assunzione per gli atenei che spendono per il personale più del 90% delle risorse statali”. Lo afferma la capogruppo del Pd in commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni che aveva salutato positivamente l’annuncio di una norma del dl sviluppo che eliminava il vincolo di assunzione di docenti per gli atenei in rosso.

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Sviluppo, Pd: reclutamento prof anche per atenei in rosso? Marcia indietro che apprezziamo

“Se confermata, la notizia dell’inserimento nel dl Sviluppo dell’eliminazione del vincolo di assunzione per gli atenei che spendono per il personale più del 90% delle risorse statali è un passo indietro del Governo che apprezziamo. Si tratta di una richiesta che il Pd aveva posto con forza in parlamento presentando una propria proposta di legge ma anche in occasione della discussione del regolamento sul riparto delle risorse per il reclutamento. Allora avevamo avuto solo risposte negative. Evidentemente oggi qualcosa è cambiato: ne prendiamo atto con favore”. Lo dichiara la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni.

Alla Camera la maggioranza "raschia il barile" per garantire il numero legale in Commissione Cultura.

Chiamata nella Commissione Cultura della Camera dei Deputati a garantire il numero legale per una votazione sulla proposta di nomina di due componenti del consiglio d’amministrazione della Fondazione Centro sperimentale di cinematografia, la maggioranza ha una volta di più vacillato. Sfidata dai commissari dell’opposizione a farsi carico dei suoi doveri attraverso la presenza dei propri deputati membri della Commissione Cultura, la maggioranza è stata costretta a rincorrere nei corridoi di Montecitorio deputati di altre Commissioni, ovviamente all’oscuro del merito del voto che veniva loro precipitosamente richiesto.
Il voto positivo così faticosamente strappato non vale a mascherare l’affanno e lo scollamento sempre più evidenti di questa maggioranza.

Perchè Zennaro non si dimette

Resoconto del question time “Intendimenti del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca in merito all’opportunità della revoca dall’incarico di direttore generale del dottor Massimo Zennaro – n. 3-01869”.
On Maria Letizia De Torre: Signor Presidente, ritorniamo per un attimo a quella notizia corsa in rete del tunnel che da Ginevra andava al Gran Sasso dove i neutrini sarebbero corsi più veloci della luce. Ma non è questa la notizia che ci interessa, quanto piuttosto le dimissioni del dottor Zennaro. Infatti, dimissioni da che cosa? Egli non ha l’incarico di ufficio stampa, pare infatti che all’epoca non fosse stato possibile dargli questa nomina non essendo iscritto all’ordine dei giornalisti. Egli è stato assunto come massimo responsabile della Direzione per lo studente, e tuttora mantiene tale incarico con l’intero cospicuo stipendio, e – come precedentemente a questo comunicato stampa sfortunato – continua a dirigere l’ufficio stampa.
Dunque vogliamo chiedere al Ministro se non voglia sollecitare dimissioni vere del dottor Zennaro, e se di conseguenza intenda o meno revocare la nomina di dirigente generale. Due motivi dovrebbero spingere a farlo. Il primo, che a questo Paese occorre dire la verità: le dimissioni devono essere vere. Secondo, che lo Stato ha bisogno di competenze.

Risponde Elio Vito Ministro per i rapporti con il Parlamento. Signor Presidente, do lettura della risposta fornita dal Ministro dell’istruzione relativa alla posizione del dottor Massimo Zennaro. Il Ministero dell’istruzione fa presente che il dottor Zennaro è stato nominato direttore generale per lo studente, l’integrazione, la partecipazione, e la comunicazione, presso il Ministero con Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 10 luglio 2008 registrato alla Corte dei conti in data 5 agosto 2008 Pag. 104con incarico di durata triennale. A seguito dell’emanazione del Decreto del Presidente della Repubblica 20 gennaio 2009, n. 17, recante disposizioni di riorganizzazione del Ministero, al dottor Zennaro è stato nuovamente conferito l’incarico di durata triennale con Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 17 maggio 2009 registrato alla Corte dei conti in data 19 giugno 2009. Il Ministro dell’istruzione rileva che la registrazione dei due decreti di conferimento dell’incarico dimostra in modo inconfutabile che i provvedimenti non presentavano profili di illegittimità né di incongruità nel curriculum del dottor Zennaro.
Per quanto riguarda poi la presunta incompatibilità sottolineata dagli onorevoli interroganti relativa alla contemporanea assunzione di incarichi consequenziali estranei ai suoi compiti istituzionali il Ministero dell’istruzione rappresenta che non sussiste alcun contratto di tal genere in essere. Conseguentemente il Ministero non ravvisa i presupposti per l’applicazione dell’articolo 53 del decreto legislativo n. 165 del 2001, che vieta ai dipendenti pubblici di assumere incarichi retribuiti in assenza di apposita autorizzazione.
Con riferimento alla presunta mancata trasmissione dei dati relativi agli scrutini, l’Ufficio di statistica del MIUR, in quanto facente parte del Sistema statistico nazionale, è tenuto a fornire i dati delle rilevazioni inserite nel Programma statistico nazionale. Ad oggi risultano regolarmente forniti i dati sulla rilevazione delle scuole per l’anno scolastico 2009-2010. Per quanto riguarda i dati relativi agli scrutini ed agli esami la fornitura viene effettuata secondo la normativa vigente l’anno successivo a quello di rilevazione, e quindi ad oggi risultano regolarmente forniti all’ISTAT quelli relativi all’anno scolastico 2008-2009. Pertanto, il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca comunica che i dati dell’anno scolastico 2010-2011 saranno forniti all’ISTAT nel 2012. Quanto, infine, alla richiesta di valutazione dell’opportunità di revocare l’incarico di direttore generale al dottor Zennaro, il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca evidenzia che il contratto in essere ha scadenza il 7 maggio 2012 e che non si è verificata alcuna delle condizioni previste dalla normativa vigente per la revoca del suddetto contratto. In particolare, l’articolo 19, comma 1-ter del decreto legislativo n. 165 del 2001 prevede che gli incarichi dirigenziali possano essere revocati esclusivamente nei casi e con le modalità di cui all’articolo 21 del medesimo decreto legislativo e, quindi, per mancato raggiungimento degli obiettivi, inosservanza delle direttive imputabili al dirigente, colpevole violazione del divieto di vigilanza sul rispetto, da parte del personale assegnato, degli standard qualitativi e quantitativi fissati. Il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca fa presente che nessuno di tali presupposti sussiste nel caso di specie.

Replica dell’On Manuela Ghizzoni: Signor Presidente, ovviamente valutiamo molto negativamente la risposta burocratica che ha letto il Ministro Vito in luogo della sua collega. Infatti, la risposta disegna uno scenario inquietante, ossia il dottor Zennaro di fatto ha lasciato un incarico, quello di portavoce, che ricopriva evidentemente in modo ufficioso, e rimane al suo posto di direttore generale del Ministero. Ovviamente, solo le dimissioni da questo incarico potevano per noi essere una risposta accettabile. È un problema di carattere meramente politico; il problema, infatti, non è il dottor Zennaro – poco importa -, ma è, invece, l’uso e l’abuso di sistemi di spoil sistem da parte del Ministro Gelmini che ha accomodato in ruoli strategici del Ministero amici di provata fede politica, ma che, ovviamente, erano privi di esperienza o del profilo culturale necessari a ricoprire detti ruoli. Ed è il caso del dottor Zennaro che è arrivato al Ministero forte di un’unica esperienza, quella di responsabile della comunicazione del Pag. 106l’assessorato alle politiche sociali del comune di Milano quando era sindaco Albertini. Allora poi non ci si può meravigliare se costui colleziona gaffe come quella del tunnel Ginevra-Gran Sasso o errori politici molto gravi. Sconcerta che la Ministra gli abbia davvero concesso questi spazi di decisione politica che, poi, hanno portato, per esempio – lo dico anche a chi ci sta ascoltando -, all’esclusione dei ragazzi disabili dalle finali dei giochi studenteschi oppure all’occultamento – perché di questo si tratta – dei dati che riguardano la scuola. È da tre anni che noi lamentiamo la mancata diffusione di questi dati; si è provveduto ad informare e a dare pubblicazione solo la settimana scorsa dopo la polemica di carattere giornalistico che è sorta intorno al caso Zennaro. Ad ogni modo, la considerazione politica di cui gode il dottor Zennaro, che è confermata dalla sua permanenza in questo ruolo, stupisce, soprattutto alla luce di quanto è stato rilevato e, cioè, che il dottor Zennaro ha un incarico anche con Barbara Berlusconi. Evidentemente si tratta di un novello Arlecchino, servitore di due padroni, ma noi siamo nella tragedia italiana.

"Monza, cancellati i ministeri accolto ricorso dei sindacati", da repubblica.it

Il tribunale di Roma ha annullato l’effetto dei decreti che istituivano in Brianza, su impulso
della Lega Nord, una serie di sedi periferiche: un provvedimento giudicato antisindacale. Il tribunale di Roma ha annullato gli effetti dei decreti che istituivano le sedi periferiche dei ministeri a Monza, nella sede di Villa Reale: una battaglia portata avanti e vinta l’estate scorsa dalla Lega Nord. Il colpo di spugna del giudice Anna Baroncini arriva per condotta antisindacale. Il ricorso era stato promosso dai sindacati della presidenza del Consiglio, che avevano appreso “dell’istituzione delle sedi a Monza dai giornali e dai tg – spiega il presidente del consiglio direttivo del Sipre (Sindacato indipendente della presidenza del Consiglio dei ministri, Alfredo Macrì – La decisione era stata adottata e portata avanti senza coinvolgere le organizzazioni sindacali o attivando, come previsto dalla legge, informazione preventiva e concertazione prima di procedere” al taglio del nastro, trasformatosi l’estate scorsa in una vera e propria festa leghista.

Ora un decreto del giudice del lavoro annulla gli effetti dei provvedimenti “stabilendo la chiusura – fa sapere Macrì – delle sedi periferiche affidate ai ministri Bossi e Calderoli”, rispettivamente “un dipartimento e una struttura di
missione”. Condannando per di più la presidenza del consiglio al pagamento di un terzo delle spese legali. La sentenza, in realtà, si limita ad annullare gli effetti dei provvedimenti che sono stati adottati con condotta antisindacale. “Di fatto – precisa Macrì – le sedi periferiche cessano di essere strutture della presidenza del consiglio. Noi ci eravamo spinti più in là – puntualizza – chiedendo l’annullamento dei decreti istitutivi. Ma questo tipo di decisione è stato rinviato al giudice amministrativo. Tuttavia, la sentenza depositata ci dà ragione e rende inagibili le sedi di Monza”.

www.repubblica.it

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“Comportamento anti-sindacale. Chiudere subito i ministeri a Monza”

Il giudice del Lavoro di Roma Anna Baroncini ha dichiarato «antisindacale» il comportamento della Presidenza del Consiglio nell’istituzione degli uffici ministeriali a Monza e ha ordinato di «rimuovere gli effetti» della decisione.

Alla base della sentenza c’è la mancata concertazione con le organizzazioni sindacali per una riorganizzazione che coinvolge da vicino i lavoratori, ma anche il ritardo con cui la Presidenza del Consiglio ha provveduto a inviare gli atti alle rappresentanze. I sindacati, come si legge nel dispositivo, lamentano proprio la mancanza di concertazione – «la mancata attivazione del sistema di relazioni sindacali previsto dal contratto nazionale del lavoro» – con il Comparto della Presidenza del Consiglio. Ma la Presidenza del Consiglio, «neppure a fronte della richiesta formale da parte del Sipre», ha provveduto a fornire, nel termine di legge, copia dei provvedimenti ministeriali«. Scaduti tali termini, i sindacati hanno fatto ricorso, il 14 ottobre c’è stata l’udienza e questa mattina la sentenza che ha decretato che le sedi di Monza dei ministeri vanno chiuse.

www.lastampa.it

"Il flirt Di Pietro-Viminale? Il Pd è contrario alle leggi speciali", di Maria Paola Milanesio

«E’ un errore rinunciare a utilizzare gli strumenti che già esistono. Antonio Di Pietro sbaglia a pensare a leggi speciali». No alle soluzioni demagogiche o a interventi sull`onda dell`emotività; nessuna chiusura sul Daspo e sulle garanzie patrimoniali per chi manifesta: così Emanuele Fiano, Pd, responsabile Sicurezza.
Che ne pensa di questo feeling tra Di Pietro e il ministro Maroni sulla legge Reale?
«Lo abbiamo detto fin da subito: no a provvedimenti eccezionali. Discutiamo, invece, dell`applicazione di misure analoghe a quelle adottate per i tifosi, a partire dall`arresto in flagranza differita».
Chiedere una fidejussione a chi scende in piazza non è anticostituzionale?
«I danni subiti dai cittadini vanno ripagati. Trovo giusto che ci si ponga anche questo problema. Certamente non si deve utilizzare questo strumento per far sì che possano manifestare solo coloro che hanno alle spalle una solida organizzazione, come un partito o un sindacato. Il diritto a manifestare è garantito dalla Costituzione e non è previsto un obolo preventivo. Bisognerà vedere nel dettaglio che cosa intende Maroni».
Prevenzione, capacità di reazione: quale è stato il punto debole per il corteo di sabato?
«In queste ore si stanno compiendo perquisizione in tutta Italia. Perché non sono state fatte nei giorni precedenti l`appuntamentodi Roma? Avrebbero rappresentato un ottimo deterrente, un intralcio per quei gruppi venuti solo per distruggere. Già oggi, poi, c`è il reato di devastazione, violenza».
Nulla a che fare con la prevenzione, però, La polizia protesta perché non ha più risorse. Che cosa dire, visto che i tagli li ha fatti anche il centrosinistra?
«Sono stati una parte infinitesimale rispetti a quelli attuati dal governo Berlusconi. Tre miliardi di tagli al solo comparto sicurezza rappresentano il 30% del bilancio complessivo del Viminale. A luglio Maroni ha scritto a Berlusconi e Tremonti spiegando che se non veniva restituito un miliardo, non sarebbe stato in grado di garantire la sicurezza. La risposta è che al settore è stato tagliato un altro miliardo». La polizia lamenta l`indulgenza della magistraturaverso gli arrestati. Giudici troppo comprensivi?
«Non voglio dare un giudizio ma rivolgere un invito. L`ordine giudiziario ha un suo organo di autogoverno a cui spetta valutari se siano stati utilizzati tutti gli strumenti a disposizione».

da Il Mattino 19.10.11

«Scelta devastante per la ricerca», di V. Me. dal Sole 24 Ore

«Una decisione devastante e irreversibile. Se mai le ricerche sulle cellule staminali di origine embrionale dovessero consentire di produrre farmaci per la cura del Parkinson o dell’Alzheimer, i brevetti saranno statunitensi o asiatici, non europei. E noi pagheremo quei farmaci 100 volte di più». Si definisce «sconcertata», Elena Cattaneo, ordinario di Applicazioni biotecnologiche in Farmacologia all’Università di Milano, dopo aver letto la sentenza della Corte di Giustizia Ue secondo cui non possono essere coperte da brevetto le ricerche scientifiche che, ricorrendo al prelievo di cellule staminali ricavate da embrioni umani, ne comportano la distruzione.
Cosa significa, per voi scienziati, negare la possibilità di brevettare le ricerche sulle cellule staminali di origine embrionale?
Il brevetto significa due cose: che la scoperta scientifica diventa pubblica, cioè che lo scienziato può renderne chiara e trasparente la genesi sulle riviste scientifiche, e che è tutelata, per l’eventuale uso a fini commerciali. Quale compagnia farmaceutica finanzierà mai una ricerca senza la possibilità del brevetto?

Che origine hanno gli embrioni da cui derivano le cellule staminali per la ricerca?
Sono embrioni in eccesso che si generano durante le tecniche di fecondazione in vitro. In Italia usiamo cellule staminali embrionali prodotte all’estero. Gran Bretagna, Svezia, Stati Uniti dispongono di queste linee cellulari. La Commissione europea ci finanzia per fare ricerca su queste cellule.

dal Sole 24 Ore 19.10.11

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“La Corte di Giustizia della Ue: nessun brevetto a medicinali ricavati distruggendo embrioni”, di Giovanni Negri

Non può essere brevettato, e quindi sfruttato commercialmente, un medicinale ricavato da cellule staminali attraverso un prelievo che ha comportato la distruzione di embrioni umani. A questa conclusione approda la Corte di Giustizia dell’Unione europea nella sentenza, depositata ieri, nella causa C-34/10.

La vicenda prende avvio nel 1997 quando un cittadino tedesco, Oliver Brüstle, ha depositato un brevetto relativo a cellule progenitrici neurali, ricavate da cellule staminali embrionali umane utilizzate per curare le malattie neurologiche. Secondo Brüstle esistono già applicazioni cliniche, in particolare su pazienti colpiti da morbo di Parkinson.
Il Bundesgerichtshof (la Corte federale di cassazione tedesca), adita da Brüstle, dopo una prima pronuncia del Tribunale federale a lui sfavorevole, ha deciso di interpellare la Corte di Giustizia sull’interpretazione della nozione di «embrione umano», non definita dalla direttiva 98/44/CE sulla protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche. In forse, tra l’altro, l’area di esclusione della brevettabilità dell’embrione umano: se riguarda tutti gli stadi della vita a partire dalla fecondazione dell’ovulo o se devono essere soddisfatte altre condizioni, ad esempio che sia raggiunto un determinato stadio di sviluppo.

La Corte, nell’affrontare la questione, delimita anche il campo del suo intervento, osservando di non essere chiamata a risolvere problemi di natura medica o etica, quanto piuttosto a una lettura delle misure della direttiva. Che ha come obiettivo sì di incoraggiare gli investimenti nel settore delle biotecnologie, ma di permettere l’utilizzo di materiale biologico di origine umana nel rispetto dei diritti fondamentali e, in particolare, della dignità umana.
E a questo punto i giudici spiegano che, in tale prospettiva, la nozione di «embrione umano» deve essere intesa in senso ampio (quando invece la legge italiana, la n. 40 del 2004 non offre una definizione precisa). Tanto da riconoscere questa qualificazione anche all’ovulo umano non fecondato in cui sia stato impiantato il nucleo di una cellula umana matura e all’ovulo umano non fecondato indotto a dividersi e svilupparsi attraverso partenogenesi. Così, sottolinea la sentenza «anche se tali organismi non sono stati oggetto, in senso proprio, di una fecondazione, gli stessi, come emerge dalle osservazioni scritte depositate dinanzi alla Corte, per effetto della tecnica utilizzata per ottenerli, sono tali da dare avvio al processo di sviluppo di un essere umano come l’embrione creato mediante fecondazione di un ovulo».

La Corte si sofferma a chiarire se la nozione di «utilizzazione di embrioni umani a fini industriali o commerciali» comprende anche l’utilizzo di embrioni umani per ricerca scientifica. I giudici su questo sono chiari: accorare un brevetto a un’invenzione ha come diretta conseguenza lo sfruttamento commerciale e industriale della stessa. Non si può quindi distinguere l’utilizzo, oggetto di una domanda di brevetto, di embrioni umani a fini scientifici, da uno sfruttamento industriale e commerciale. A meno che non si tratti di finalità di cura dell’embrione stesso. E quanto alla brevettabilità di un’invenzione che non presuppone l’utilizzo di embrioni umani, ma la loro distruzione, la risposta è netta: va esclusa qualsiasi ipotesi di utilizzo commerciale.
Come naturale, la pronuncia ha fatto discutere già nelle ore successive al deposito. Per il ministro della Salute Ferruccio Fazio è una decisione in linea con la legislazione italiana. Esulta Greenpeace, che aveva promosso il ricorso: «Impedendo la brevettabilità di embrioni umani, la Corte di Giustizia ha agito a tutela della vita umana e contro gli interessi commerciali». Favorevoli anche i vescovi europei: «Il pronunciamento rappresenta una chiara definizione scientifica dell’embrione umano e una pietra miliare nella protezione della vita umana nella legislazione europea».

Perplessi tredici genetisti europei, tra cui il “papà” della pecora Dolly Ian Wilmut, che già ad aprile avevano espresso dubbi dopo l’indicazione dell’avvocato generale del tribunale Ue: «Se la Corte dovesse accettarla – avevano scritto – tutti i brevetti europei verrebbero eliminati, ma rimarrebbero quelli negli Usa, in Cina e in Giappone, e questo farebbe scappare le aziende creando un danno ai pazienti, costretti a emigrare per avere cure magari scoperte nel loro Paese d’origine».

Il Sole 24 Ore 19.10.11

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“La Corte Ue: vietati brevetti se basati su embrioni umani”. di Pietro Greco

La sentenza ha solo come conseguenza pratica l’impossibilità di brevettare, produrre, vendere e utilizzare in Europa farmaci ottenuti da cellule staminali embrionali. Come aveva
fatto fin dal 1997 il ricercatore tedesco Oliver Brustle, brevettando e consentendo la produzione di un farmaco contro il morbo di Parkinson ottenuto, appunto, da cellule staminali embrionali. Ma il giudizio pronunciato ieri dalla Corte di giustizia dell’Ue è molto più generale: riguarda la definizione stessa di embrione umano. «Sin dalla fase della sua fecondazione qualsiasi ovulo umano– recita il dispositivo della sentenza – deve essere considerato come un embrione umano, dal moment oche la fecondazione è tale da dare avvio al processo di sviluppo di un essere umano». Non solo: deve essere considerato embrione umano anche ogni cellula uovo in cui è stato introdotto un nucleo di una cellula umana adulta (tecnica utilizzata,per esempio nella clonazione) o anche un ovulo non fecondato ma indotto a svilupparsi per partenogenesi. Poiché la legge europea proibisce la e la produzione di farmaci ottenuti distruggendo embrioni umani, continua la Corte, ne discende che è illegale brevettare e utilizzare farmaci ottenuti anche da ovuli fecondati o comunque potenzialmente in grado di generare esseri umani.
Tutto nasce nel 1997, quando Brustle chiese e ottenne inGermania il brevetto per l’uso di cellule neurali, opportunamente trattate, ricavate da cellule staminali embrionali a loro volta ricavate da blastocisti (ovvero da embrioni sviluppi tisi fino al quinto giorno dalla
fecondazione). L’operazione per estrarre cellule staminali comporta la morte dell’embrione. La legge vigente in Germania vieta, appunto, la brevettabilità di farmaci e di qualsiasi altra
cosa la cui produzione comporta la morte dell’embrione. Greenpeace fece ricorso e l’Ufficio brevetti tedesco revocò il brevetto.
GUERRA DI RICORSI
Brustle ricorse al tribunale tedesco, sostenendo che una blastocisti non può essere considerato un embrione umano. Il tribunale tedesco ha dichiarato la sua incompetenza a decidere cosa debba essere considerato un embrione umano, visto che la legge è di origine europea. Di qui la richiesta che a pronunciarsi fosse la Corte di Giustizia dell’Unione europea. Dopo due anni la sentenza. Che non si limita a dar torto a Brustle. Ma, appunto, fornisce la «corretta interpretazione» del concetto giuridico di «embrioneumano». Naturalmente questa interpretazione è corretta solo in Europa. Proprio perché si tratta di un concetto giuridico e non scientifico. E, tuttavia,potrebbe avere notevoli effetti a cascata. Effetti che vanno oltre il pur importantissimo tema delle cellule staminali embrionali e che potrebbe riguardare tutte le legislazioni dei 27 paesi membri che riguardano, in un modo o nell’altro, l’embrione. Intanto genera un evidente paradosso.
La legge europea, infatti, consente la ricerca sulle cellule staminali embrionali, che ovviamente è possibile solo in seguito a distruzione dell’embrione. Cosicché – come ha notato lo stesso Brustle – i ricercatori europei possono produrre nuove conoscenze e nuove possibili applicazioni con le staminali embrionali umane. Ma poi saranno le imprese e gli ospedali americani e asiatici a trarne i benefici. Molto più importante è la questione della salute di tante persone. Per esempio, i malati di Parkinson ora in Europa non potranno curarsi con questo farmaco. La tutela dell’embrione umano può essere in ogni caso a discapito della salute di un umano adulto? E non c’è il rischio che inizi un nuovo «turismo delle staminali embrionali» dall’Europa verso altri continenti?E nonc’è il rischio
– peraltro già attuale – che senza tutela giuridica che si cura con le staminali embrionali, magari in un altro continente, sia alla mercé di truffatori e ciarlatani? E non c’è il rischio che siano i tribunali invece che gli scienziati e i popoli a decidere in fatto di scienza edi questioni eticamente sensibili? Certo, sono tutte domande da rivolgere al Parlamento europeo e alla Commissionedi Bruxelles, più che alla Corte di Giustizia . Ma sono domande che richiedono risposte con grande urgenza.

L’Unità 19.10.11