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Question time: oggi ore 15 alla Camera dei dei Deputati Ghizzoni (Pd) interroga Gelmini su incarico Massimo Zennaro direttore generale MIUR

Oggi al question time interrogazione urgente. “Revocare al dott. Massimo Zennaro l’incarico da direttore generale presso il Ministero dell’istruzione – già anomalo in concomitanza con il ruolo di capo ufficio stampa del ministro Gelmini – e che appare oggi inopportuno e incompatibile rispetto al ruolo di consulente che gli è stato offerto da Barbara Berlusconi, secondo quanto riferito da un grande quotidiano”. Lo chiede un’interrogazione urgente del gruppo Pd al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca di cui è prima firmataria la capogruppo in commissione Cultura, Manuela Ghizzoni.

“Dopo l’ormai nota “gaffe” relativa al presunto tunnel tra il Cern di Ginevra e il laboratorio dell’INFN ad Assergi, le dimissioni del dott. Massimo Zennaro da capo ufficio stampa del Ministero appaiono un atto dovuto ma resta incomprensibile il suo incarico di Direttore della Direzione generale per lo studente, l’integrazione, la partecipazione e la comunicazione, incarico che ricopre dal 2009 per designazione del ministro Gelmini. Il gruppo del Pd, con un atto di sindacato ispettivo (n. 5-02216) del dicembre 2009, aveva già messo in dubbio le caratteristiche culturali e i titoli professionali del dott. Zennaro, esprimendo perplessità al doppio ruolo assunto come portavoce del ministro in concomitanza all’incarico di Direttore generale della detta direzione. Da fonti di stampa, infine, al dott. Zennaro è stata attribuita la scelta di non rendere noti i dati relativi agli esiti degli esami di stato dell’anno scolastico appena concluso, scelta che sarebbe giustificata dalla volontà di non rendere nota la lieve flessione del numero dei bocciati, elemento che avrebbe dimostrato un minor rigore della scuola italiana. Per noi, dunque, il dottor Zennaro deve immediatamente lasciare il suo incarico”.

"La democrazia non ha prezzi", di Stefano Rodotà

La qualità della politica e dei politici si misura nelle situazioni difficili. Grave è sicuramente quel che è avvenuto sabato a Roma, e proprio per questo sarebbe stato indispensabile, da parte di tutti, reagire senza emotività, senza cedere alla tentazione di sfruttare la situazione per catturare qualche facile consenso. E senza proporre misure che poi, in concreto, possono rivelarsi pericolose e pure scarsamente efficaci. Qualche memoria in questo senso dovremmo averla, a cominciare da quella legge Reale così incautamente evocata. E dovremmo aver capito, proprio perché abbiamo attraversato il dramma del terrorismo, che la forza della democrazia sta nella capacità di utilizzare fermamente la legalità ordinaria, senza precipitarsi ad invocare leggi eccezionali appena ci si trova di fronte a qualche difficoltà. La fuga nella legislazione eccezionale è stata troppe volte la via per apprestare alibi, per coprire inefficienze. Ed è stata pagata assai cara, perché le istituzioni hanno presentato una inutile faccia feroce, mentre tardavano nel mettere a punto le adeguate misure organizzative. Scrivere una norma è facile. Ben più arduo, ma indispensabile, è proprio predisporre strutture in grado di fronteggiare tempi mutati e difficili.
Il ministro dell´Interno, Maroni è apparso dimentico di tutto questo, preso da una voglia di fare che lo ha spinto a formulare proposte che, una volta di più, dimostrano quanto sia debole nell´attuale ceto di Governo la cultura della Costituzione. Rivelatrice è quella che vuole introdurre l´obbligo per gli organizzatori dei cortei di fornire una garanzia economica per risarcire gli eventuali danni arrecati da chi scende in piazza. Lasciamo da parte le enormi difficoltà tecniche e pratiche di una garanzia del genere (ma chi diavolo sono i consiglieri dei nostri governanti?). Consideriamo l´incidenza che essa avrebbe su uno dei diritti politici fondamentali, quello di manifestare in pubblico. Certo, questo deve avvenire “pacificamente e senza armi”, come vuole l´articolo 17 della Costituzione.
Ma è arbitrario aggiungere a queste parole la formula “e avendo adeguata capacità patrimoniale”. Un diritto fondamentale della persona diverrebbe così appannaggio di chi può pagarselo. Stiamo per tornare ai tempi della cittadinanza censitaria? Mai incostituzionalità è apparsa tanto clamorosa.
Vi è poi un bricolage di altre proposte specifiche, saltando dall´arresto in flagranza differita, a nuovi reati associativi, all´estensione ai manifestanti delle misure previste per i violenti nelle manifestazioni sportive (Daspo). Misure che dimostrano casualità e improvvisazione, proprio quando sarebbero stati necessari freddezza e rigore. Mi limito qui a ricordare la fatica con la quale la Corte costituzionale ha salvato il Daspo, e la possibilità di ritrovare nel fin troppo ricco armamentario penalistico indicazioni per qualificare i comportamenti violenti in modo tale da renderli concretamente perseguibili, senza tuttavia entrare nel territorio minato del “tipo d´autore”, per cui si rischia di trasformare il fatto di manifestare in comportamento criminoso.
La democrazia, dovremmo saperlo, è un regime difficile, dove la stessa salvezza della Repubblica non può mai essere pagata con il sacrificio di diritti fondamentali. Ma proprio qui sta la sua forza profonda, perché può opporre la sua fiducia nella libertà anche a chi la nega. E così può sfuggire alla trappola nella quale i violenti vorrebbero chiuderla: obbligarla a negare se stessa, per divenire in tal modo più agevolmente attaccabile. Questo è il garantismo dei tempi difficili, votato alla difesa dei principi e non strumentalizzato per la difesa di interessi personali.

La Repubblica 19.10.11

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«Libertà di manifestare Il divieto viola la Carta», di Andrea Carugati

Giuristi, avvocati, sindacati di polizia. Lo stop ai cortei per un mese voluto da Alemanno e le nuove norme di emergenza contro i teppisti da manifestazione illustrate ieri dal ministro Maroni suscitano più da un dubbio. A partire proprio dallo stop ai cortei, frutto di un’ordinanza del sindaco di Roma nei panni di commissario straordinario per l’emergenza traffico nella Capitale, che mutilerà la manifestazione prevista per il 21 ottobre. «C’è un problema che riguarda l’articolo 17 della Costituzione», spiega il professor Augusto Barbera, ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Bologna. «Sindaco e questore possono vietare una singola manifestazione, “per comprovati motivi di sicurezza o incolumità pubblica”, come recita la Carta fondamentale. Ma il divieto indiscriminato per un periodo di tempo suscita molte perplessità di ordine costituzionale». «C’è un solo precedente, a metà degli anni Settanta. L’allora ministro degli Interni Cossiga vietò per un mese le manifestazioni a Roma a seguito di alcuni gravi episodi di violenza». La decisione suscitò feroci polemiche e da allora il divieto non è stato più riproposto. Secondo il professore, «l’ordinanza del sindaco Alemanno è abile, perché cerca di sfuggire dai paletti sanciti dall’articolo 17 attraverso i poteri di commissario per il traffico. In giurisprudenza si chiama “sviamento di potere”, si utilizza cioè un potere per un fine diverso da quello per cui è stato concesso. Ma resta il tema del diritto a manifestare, e un corteo è una “riunione in movimento” e come tale rientra nelle manifestazioni garantite dalla Costituzione». «Le esigenze di sicurezza e anche di tutela della mobilità dei cittadini sono sacrosante e condivise da larga parte dell’opinione pubblica», prosegue Barbera. «Ma c’è il diritto ineludibile alla libertà di riunione, non si può aggirare la Costituzione utilizzando i poteri del sindaco in tema di traffico». Ad esempio, «se sindaco e questore avessero deciso di proibire la manifestazione Fiom del 21 ottobre per via del clima di tensione dopo i fatti di piazza San Giovanni, sarebbe stato discutibile nel merito ma legittimo sul piano giuridico».Ma per Barbera, «diverso è lo stop indiscriminato per un mese». Quanto alle ipotesi di nuove norme per bloccare i violenti preventivamente, il professore invita alla «cautela»: «Non vorrei che si scivolasse nel fermo di polizia, che ebbe vita breve anche negli anni di piombo, quando bastava un sospetto per fermare una persona. La norma che proibisce di manifestare a capo coperto esiste già: capisco che sia complicato, ma si può applicare ai black bloc». Sull’ordinanza di Alemanno duro il giudizio del segretario del Silp Cgil Claudio Giardullo: «È illegittima. La legge non riconosce ai sindaci la competenza su queste materie che spetta solo alle autorità di pubblica sicurezza. In questo caso, non è nemmeno il questore a poter decidere, ma solo il governo. La libertà di manifestare è sancita dalla Costituzione e qualsiasi organizzazione voglia manifestare con un corteo non può essere vincolata a fare un sit-in». Sulle nuove norme annunciate dal Viminale interviene anche l’Unione camere penali: «Destano il più vivo allarme e la più profonda preoccupazione, così come le reazioni politiche che hanno richiesto l’emanazione di norme emergenziali che, addirittura, richiamano gli istituti di una legge (quella Reale) che costituì una delle pagine più buie della Repubblica sul tema dei diritti civili». L’Unione camere penali chiede di «non stravolgere i principi costituzionali sul delicatissimo terreno della libertà». «La legislazione di emergenza si traduce sempre in uno strappo ai diritti fondamentali dei cittadini. Il fermo di polizia, prospettato dal ministro Maroni, è un istituto che si pone nettamente in contrasto con la Costituzione» e l’allargamento delle ipotesi di cosiddetta flagranza differita, «costituisce un arretramento della civiltà giuridica e una concessione a logiche emergenziali che non dovrebbero mai guidare i processi legislativi in campo penale», si legge nella nota dei penalisti.E ancora: «L’invocato aggravamento delle pene previste per alcuni specifici reati e l’introduzione di specifici delitti associativi costituiscono l’ennesimo esempio di risposta.

L’Unità 19.10.11

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Illegittimità palese “Follia costituzionale non può esserci un obolo per la libertà di riunirsi”, di Vladimiro Polchi

Una misura «palesemente illegittima». Di più: «Una follia costituzionale». Gaetano Azzariti, docente di diritto costituzionale alla Sapienza di Roma, non ha dubbi: «Quella del ministro dell´Interno rischia di essere una reinterpretazione in chiave censitaria di una nostra libertà fondamentale».
Insomma non è pensabile obbligare gli organizzatori di una manifestazione a prestare garanzie patrimoniali per gli eventuali danni provocati?
«L´articolo 17 della Costituzione è chiaro: “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz´armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso”. Punto e basta. La nostra Costituzione non prevede il pagamento di un obolo e la libertà di riunione non può certo subire alcun impedimento di carattere economico».
Non ci sono limiti al diritto di manifestare?
«Leggiamo l´ultimo comma dell´articolo 17: “Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica”. È chiaro? Il diritto di manifestare non ha altro vincolo se non quello dell´ordine pubblico, questo è il cuore della libertà costituzionale di riunione».
Chi difende allora la cittadinanza dai danni provocati da un corteo?
«È chiaro che gli atti vandalici sono comportamenti penalmente rilevanti, che chiamano in causa responsabilità personali anche per quanto riguarda il risarcimento dei danni. Per il resto tali reati non rappresentano una cattiva utilizzazione della libertà di riunione, al contrario limitano quella libertà, esercitata dalla maggioranza pacifica dei manifestanti».

La Repubblica 19.10.11

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“Padri e figli il 28 in piazza”, di Carla Cantone – Segretario generale SPI CGIL

Il 28 ottobre saremo in tanti a piazza del Popolo a Roma per manifestare tutto il nostro sdegno nei confronti di un governo classista, profondamente iniquo e ingiusto. Nessun dorma, è questo l’invito che facciamo e che rivolgiamo in primis alle pensionate e ai pensionati ma anche a tutti coloro che non ne possono più di vivere in un Paese in cui a pagare sono sempre i soliti noti, in cui dilagano l’impunità e l’illegalità e in cui si stanno minando alle basi i principi dello stato sociale e della comune convivenza. C’è bisogno di un risveglio collettivo. Non che fino a oggi siamo stati fermi a guardare ma è giunta l’ora di intensificare la lotta, di dimostrare al governo che il Paese ha bisogno di un’altra guida, di politiche diverse, della tutela dell’interesse di tutti contro il privilegio e i benefici di pochi. Le manovre economiche portate avanti in questi mesi avranno a stretto giro pesanti ripercussioni sulla vita quotidiana delle persone e in particolare delle fasce più deboli. I tagli agli enti locali, infatti, mettono a repentaglio il mantenimento delle funzioni svolte da Comuni e Regioni a sostegno dei servizi collettivi e alle singole persone. Viene così smantellata la politica socio-assistenziale del Paese e compromesso nei fatti il diritto alla Salute. I dati sono molto eloquenti. Tra il 2008 e il 2011 le risorse trasferite agli enti locali sono diminuite dell’86% passando da 939 a 218 milioni. Sono state ridotte, inoltre, quelle destinate al fondo per le famiglie (-7,13%) e quelle per le politiche giovanili (-65%). Azzerati, invece, i finanziamenti per la casa e quelli previsti per il fondo nazionale per i non-autosufficienti. A tutto questo si accompagna la proposta del ridimensionamento dei requisiti per le pensioni di invalidità, del superamento dell’indennità di accompagnamento e l’introduzione di nuovi ticket per il pronto soccorso e le visite specialistiche. Anche la spesa per le pensioni subirà riduzioni con l’unico risultato di rendere il sistema previdenziale una fabbrica di nuovi poveri. Con il meccanismo di perequazione delle pensioni medie si chiede invece a milioni di persone di fare un ulteriore sacrificio con un prelievo annuo di circa il 2,2%. Se questa misura può essere giustificata dall’esigenza di far contribuire tutti al risanamento delle casse dello Stato viene da domandarsi perché il governo non abbia introdotto il contributo di solidarietà e perché i grandi patrimoni, le ricchezze e i profitti derivanti dell’evasione non siano stati toccati. La risposta, ovviamente, è retorica e scontata. A questo governo non interessa il bene comune ma il mantenimento delle caste, dei privilegi e delle cricche. Clamorosa è, infine, la questione che riguarda l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne. Ci si ostina a sostenere che su questo fronte non siamo in linea con l’Europa e che in tutti gli altri Paesi le donne vanno in pensione molto più tardi. Non c’è niente di più falso. In Germania, ad esempio, si è deciso di portare l’età di vecchiaia prima a 65 e poi a 67 anni entro il 2029. In Italia, sommando l’adeguamento alla speranza di vita con l’anno di differimento della decorrenza, la soglia dei 67 anni sarà raggiunta molto prima. Il problema reale è piuttosto l’adeguamento del reddito da pensione tra uomini e donne, visto che su scala nazionale queste ultime percepiscono in media la metà dei primi. Questi elementi bastano, quindi, a spiegare la necessità delle pensionate e dei pensionati di essere nuovamente in piazza. Il governo che negava la crisi fino allo strenuo delle sue forze ha messo pesantemente le mani nelle loro tasche per provare a tappare le tante falle che ha creato. Ma gravissimi sono anche gli attacchi perpetrati ai danni dei lavoratori dipendenti con la cancellazione di norme e leggi che hanno fatto la storia del diritto del lavoro e che sono stati il frutto di anni e anni di lotte del movimento operaio e sindacale. Vergognoso è l’atteggiamento nei confronti di chi lavora nella pubblica amministrazione, nelle scuole e nelle università cosìcome la totale assenza di politiche giovanili. È proprio per le nuove generazioni che dobbiamo assumerci la responsabilità di proporre al Paese un radicale cambio di rotta. È a loro che chiediamo di continuare nelle proteste – pacifiche e a volto scoperto – e nelle rivendicazioni che stanno portando per le strade di tutte le città d’Italia. Ci piacerebbe averli con noi il 28 in piazza in un’unione ideale tra generazioni, tra chi deve combattere oggi per avere una pensione dignitosa e chi invece lotta per costruirsi un domani migliore.❖

L’Unità 19.10.11

FISH in Commissione Finanze: delega assistenziale inemendabile

Il documento depositato – informa Barbieri – rappresenta anche uno sforzo informativo che è illuminante circa le immediate ricadute alle quali si è dato finora poca importanza. Apparirà ora con tutta evidenza che cosa accade dal 2012”. “Il disegno di legge delega sulla riforma assistenziale è inemendabile nei contenuti, nella forma, nelle finalità e nei metodi”. Così ha perentoriamente dichiarato Pietro Barbieri, presidente della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, a margine della audizione presso la Commissione Finanze della Camera presso la quale la FISH è stata convocata.
Ma anche la riforma fiscale costituisce, in alcune sue parti, un pericoloso arretramento nelle politiche, dirette o indirette, a favore di tutte le famiglie e dei singoli in maggiore difficoltà e non può che produrre effetti dannosi e recessivi, oltre che per la coesione sociale, anche per l’economia reale.
In un corposo ma molto chiaro documento, lasciato agli atti della Camera, la FISH ha posto in assoluta evidenza quali saranno le ricadute negative sulle famiglie italiane, sulle persone con disabilità e sui diritti soggettivi.
Le critiche al disegno di legge sono sia formali e costituzionali (la stessa forma della delega consente una eccessiva discrezionalità al Governo), che di merito e di contesto: gli effetti che questa norma, se approvata, produrrebbe nel tessuto sociale del Paese sarebbero nefasti.
“Il documento depositato – informa Barbieri – rappresenta anche uno sforzo informativo che è illuminante circa le immediate ricadute alle quali si è dato finora poca importanza. Apparirà ora con tutta evidenza che cosa accade dal 2012”.
Quella della FISH si aggiunge alle altre stroncature che il disegno di legge ha subito alla prima analisi in Commissione Finanze. La più rilevante quella della Corte dei conti, ma altrettanto decise critiche sono arrivate, finora, anche dai Sindacati e da Confindustria.

LEGGI IL DOCUMENTO DEPOSITATO IN COMMISSIONE

www.partitodemocratico.it

"Molise, un voto due letture", di Rudy Francesco Calvo

Il Pd discute della sconfitta elettorale: c’è chi parla di débâcle e chi di avanzata. I numeri si possono interpretare, ma fino a un certo punto. Paolo Di Laura Frattura, candidato del centrosinistra alla presidenza della regione Molise, ha preso 87.637 voti, pari al 46,15 per cento. Ha sfiorato la vittoria, fermandosi a soli 1.500 voti dal governatore riconfermato Michele Iorio e raggranellando quasi 15mila preferenze in più rispetto alla coalizione che lo ha sostenuto.
Ma rispetto a Roberto Ruta, candidato nel 2006, ha “guadagnato” solo lo 0,29 per cento, pur perdendo in termini assoluti oltre 7mila voti. Segno che l’astensionismo ha colpito anche il centrosinistra.
Guardando invece ai voti di lista, il Pd rimane al di sotto del 10 per cento (17.735 preferenze), ben lontano dai numeri delle politiche del 2008 (35.330, pari al 17,9 per cento) e dalla somma di Ds e Margherita alle regionali precedenti (46.577, 23,3 per cento).
Un risultato solo in parte compensato da due liste civiche (Alternativ@ e Partecipazione democratica) che insieme raccolgono il 10,5 per cento dei consensi, ma che non possono essere certo ricondotti interamente all’alveo del Pd: la prima, ad esempio, pur avendo al proprio interno candidati interni alle file dem, aveva in bella vista nel proprio simbolo il logo dell’Api e vicino ai rutelliani è il candidato che è stato eletto in consiglio regionale. D’altra parte, utilizzando la stessa logica, Pdl e cespugli “affini” supererebbero di slancio il 40 per cento.
Sotto accusa, i Democratici mettono subito i grillini. Il 5,6 per cento racimolato dal candidato del Movimento 5 stelle, in effetti, è stato determinante e Pier Luigi Bersani stigmatizza l’esito a cui ha portato: «C’è Cota in Piemonte e Iorio in Molise, non mi sembra un gran risultato per i grillini». E comunque, ci tiene a sottolineare, «si può sempre intercettare meglio, ma francamente non mi aspettavo questo risultato, ci siamo andati vicino».
Il segretario dem è convinto che l’antipolitica rimanga l’avversario da combattere e con lui è d’accordo tutta la maggioranza del partito, compreso il capogruppo e leader di AreaDem, Dario Franceschini. D’altra parte, anche gli ultimi sondaggi dimostrano la difficoltà del Pd e, dall’altra parte, la crescita del partito dell’astensionismo e del M5s. La scelta, giovedì e venerdì scorso, di uscire dall’aula di Montecitorio mentre parlava Berlusconi e di votare solo all’ultimo momento la sfiducia al governo voleva essere proprio un segnale per distinguersi dalla maggioranza, per evitare la tanto temuta accusa del “siete tutti uguali”.
Dentro il Pd, però, quello molisano rappresenta un campanello d’allarme da non sottovalutare, pur trattandosi di un test certamente ridotto. Il primo a chiedere «una riflessione approfondita e non reticente degli organismi dirigenti del partito» è il veltroniano Giorgio Tonini.
Dentro MoDem, però, non è l’unica voce critica. Lo stesso ex segretario, ieri alla buvette di Montecitorio, alla parola “Molise” si limitava a scuotere la testa. «Perché molti cittadini lasciano il voto al centrosinistra e al Pd e si rifugiano nell’astensionismo e nel voto di protesta?», si chiede Walter Verini.
E Marco Minniti allarga la riflessione: «In molte realtà del sud ormai siamo un partito a una cifra. Stiamo perdendo il contatto con una parte del paese».
In discussione c’è anche la politica delle alleanze dei dem, a partire dalla “fotografia” di Vasto: «Il centrosinistra senza l’accordo con l’Udc non vince – ammonisce Beppe Fioroni, riferendosi all’intesa tra Iorio e i centristi – e soprattutto non rassicura gli elettori sulle proprie capacità di governo futuro». Di opinione diversa è Massimo D’Alema, secondo il quale «in fondo è andata bene».
E liquida così le critiche: «Io presiedo una fondazione, faccio analisi e non mi interessa cosa dicono Fioroni, Verini e Tonini».

da Europa Quotidiano 19.10.11

"Lega, è guerra totale Tosi contesta, Bossi lo vuole espellere", di Andrea Carugari

Nella Lega è guerra totale. E l’ormai quasi certa espulsione del sindaco di Verona Flavio Tosi rischia di essere l’avvio di una slavina che potrebbe disintegrare il Carroccio. La polvere sulla battaglia di Varese non ha fatto in tempo a depositarsi, tra liste di epurazione e video delle contestazioni a Bossi, che ieri è arriva la “scazzottata” tra Tosi e il Gran Capo in persona. Il sindaco scaligero ha osato dire a Radio 24 che «molti deputati della Lega in certe votazioni hanno avuto il voltastomaco». E ha ribadito quello che tutti i maroniani pensano, e cioè che serve un cambio a palazzo Chigi. «Chi sta a Roma non può dire quello che pensa di Berlusconi.
Ma io ho la fortuna di essere sindaco e dico ciò che penso. Molti dirigenti della Lega la pensano come me». Bossi stavolta lo prende per il collo, metaforicamente. Mostra il dito medio ai cronisti che gli chiedono un commento: «Tosi è uno stronzo, ha tirato nella Lega un sacco di fascisti, cosa che non può essere sopportata per molto». «Noi abbiamo altri progetti». È la guerra nucleare. Era forse dai tempi di Miglio bollatocome «scoreggia
nello spazio» che il Senatur non scomunicava così un suo dirigente. L’espulsione sembra ormai certa, anche perchè a far infuriare il Capo, spiegano, non sono tanto le frasi di ieri, quando l’intervista di venerdì scorso, giorno della fiducia al governo, in cui Tosi ha disegnato una linea
politica del tutto alternativa, a partire dalla richiesta di dimissioni di Berlusconi. Il sindaco cerca di scusarsi, ma senza arretrare troppo. «Spiace che Umberto Bossi, persona a cui devo il fatto di essere diventato sindaco, abbia frainteso le mie dichiarazioni e lo invito ad ascoltare per intero la registrazione della trasmissione, durante la quale ho difeso, senza alcun tentennamento, lui e il nostro movimento». Il conto alla rovescia è partito. Bossi ormai vede fascisti ovunque, anche dopo i video delle contestazioni a Varese ha continuato a insistere: «An aveva messo un po’ di gente dentro la Lega, la base ha chiesto di mandarli
via, qualcuno ha preso quattro sganassoni perchè aveva il braccio teso ». Parole surreali, che scatenano l’ironia di La Russa, in un siparietto il con il leghista Giorgetti: «En An? Bossi è un genio. Quando si tratta di trovare una via di fuga non lo batte nessuno».
Tra i deputati maroniani l’allarme è massimo: «Tosi è uno dei sindaci più amati d’Italia, cacciarlo è una follia». «Mi sa che stiamo arrivando alla resa dei conti». Reguzzoni, capofila
del cerchio magico, assesta un altro colpo: «Bossi ha fatto bene, Tosi si occupi di Verona invece di parlare a vanvera. E ricordi che è stato nominato candidato sindaco da Bossi in accordo con Berlusconi». «Se a qualcuno non va bene se ne può andare», tuona Reguzzoni, in coro con Renzo “trota” Bossi. «Ci sono mille altri partiti e movimenti da poter costituire», insiste il Trota che ieri è stato contestato con fischi e uova all’ingresso del Pirellone dai metalmeccanici in presidio. Il cerchio dei pretoriani del Senatur, che comprende la moglie Manuela, dopo Varese sembra inarrestabile. Dopo Tosi toccherà a Giancarlo Giorgetti, che perderà la guida della Lega lombarda. E ancora, via con le epurazioni dei maroniani, a partire da quelli meno in vista. Nella speranza che Bobo chini il capo. Altrimenti, si arriverà alla scissione. «Alle comunali di Verona Tosi vuole testare il peso di un’altra Lega con la sua lista civiva», dicono quelli del Cerchio.

L’Unità 19.10.11

"Tentazioni autoritarie", di Michele Prospero

Solo un analista grossolano può stupirsi dinanzi alla strana coppia Maroni-Di Pietro sorpresa a invocare leggi speciali per la difesa dell’ordine violato dagli infiltrati nei cortei. Avrebbe dovuto piuttosto destare meraviglia il tentativo inopinato, da tempo condotto dall’ex pm, di cavalcare la protesta e di agganciarsi alle parti più radicali
del sindacato. Il fatto è che il populista non scarta nulla, assorbe gli echi lontani del tintinnio delle manette e i rumori vicini dei tamburi della lotta più dura. Non ha problemi di coerenza, e soprattutto non ha memoria il populista. Quando poi un partito si identifica con una persona, e sia la Lega sia l’Idv hanno un forte marchio personale, e ora persino familiare, ogni acrobazia, anche la più spericolata diventa possibile.
La resuscitata questione dell’ordine nasconde un problema sempre caldo. La storia d’Italia ha provocato ferite che ancora bruciano per poter affrontare con superficialità un nodo così virulento come quello del rapporto tra violenza e movimento politico. Maroni, che pure riscuote apprezzamenti per la misura e la compostezza (è però davvero adeguato, allo stato attuale del fenomeno, la sua definizione di «terroristi urbani in azione»?), ha preferito dare sfogo all’anima populista che abita nel suo partito piuttosto che privilegiare una rigorosa logica della verità. Lo stesso canone della semplificazione strumentale ha subito agitato Di Pietro dopo i fatti di San Giovanni. Il paradigma del populismo si risolve sempre in un inesauribile innalzare di grandi cortine fumogene. I problemi reali restano, solo vengono coperti da inoffensive parole di fuoco. La polizia non ha però bisogno di sparate demagogiche e di devianti promesse su imminenti leggi repressive. Non possiede mezzi moderni, non ha ricambi di uomini, non gode di salari adeguati. Questa è la sostanza. L’aspetto poliziesco della
vicenda romana è il meno allarmante. Una vigile attività preventiva, una efficace dotazione di uomini e mezzi non possono certo far temere di soccombere dinanzi al demone della violenza riapparsa. Quello che più brutte grane è invece destinato a procurare al Paese è un berlusconismo ormai al crepuscolo che non vuole perire e si aggrappa all’emergenza per poter
sventolare l’immagine fasulla di un governo che davvero conta e che decide con prontezza qualcosa (sospendere per un mese processioni e cortei). Con l’emergenza da tenere a bada con perfetti uomini d’ordine pronti a brandire il loro santo manganello redivivo, il Cavaliere può spacciare la perfida illusione di essere ancora un potere reale. La morfina che tiene il suo governo malato disperatamente aggrappato alla spina è oggi fornita dalla miscela di emergenza e di antipolitica. Molti giornali, che hanno iniettato a dosi massicce la chiacchiera della politica come casta da prendere a pedate, ora si preoccupano che un governatore inquisito abbia vinto di nuovo grazie al soccorso nerastro di Grillo. Davvero la retorica dell’anticasta, o come la chiama ora l’ineffabile Marco Travaglio il mito conclusivo dell’epurazione come liberazione, o anche l’immagine televisiva di una “piazza pulita”, possono avere altri sbocchi che quelli di una immane ventata di destra? Prima nelle colline piemontesi, ora anche nelle montagne molisane Berlusconi ringrazia i gruppi editoriali concorrenti per il bel dono ricevuto. Anche le prove tecniche di rivolta condotte in via Labicana sono per la destra, che pareva agli sgoccioli, un potente energetico. Sono anni che dei piccoli intelletti si esercitano con libri, con riviste e con pratiche di azione cosiddetta antagonista a sperimentazioni della rivolta. Bruciare i cassonetti, rompere una vetrina, danneggiare una
macchina o scalfire un bancomat per queste minoranze nichiliste equivale ad accendere la contagiosa miccia della sedizione risolutiva. Sciocchezze infantili. L’immenso Machiavelli, che amava il conflitto sociale e politico (fu il primo nella storia del pensiero moderno), distingueva tra tumulti, rivolte disperate e il vero conflitto che produce innovazione, libertà e mutamenti di istituzioni. Ogni vero conflitto che esprime un disagio sociale reale segue sempre la logica della grande politica che con le riforme progetta i nuovi ordini possibili.

L’Unità 19.10.11

"Una scuola più difficile per tutti, un'università professionalizzante" di Annalisa Andreoni, ricercatrice allo IULM

L’intervento di Claudio Giunta a proposito dell’eccessivo numero di studenti, privi delle necessarie competenze di base, che affollano le facoltà umanistiche ha il merito di affrontare a voce alta e senza ipocrisia cose che tra colleghi docenti si dicono ormai da tempo sottovoce e badando a non farsi sentire troppo distintamente, che cioè l’insegnamento delle discipline umanistiche all’Università stia progressivamente sbiadendo, perché tutti noi arretriamo giorno dopo giorno di fronte all’abbassamento di livello degli studenti che laureiamo.
Il coraggio di Giunta, per il quale tutti noi dobbiamo essergli grati, è che dice queste cose senza tema di passare per reazionario, quale in effetti non è, perché se la sua presa di posizione fosse espressione di una concezione della cultura elitaria, intesa a escludere le masse popolari dalla fascia alta dell’istruzione – quella universitaria, appunto – sarebbe persino banale e arriverebbe buona ultima dopo tutte le deprecationes del presente alle quali da anni assistiamo ormai quasi quotidianamente. Invece, il punto di vista di Giunta è quello di chi crede sinceramente al ruolo imprescindibile dell’istruzione pubblica nella formazione del cittadino (basta leggere, per convincersene, il bel saggio L’assedio del presente, da lui pubblicato pochi anni fa e a mio avviso non abbastanza considerato da chi discute di questi temi) e non si rassegna ad accettare che la cultura, per poter, com’è giusto, essere di tutti, debba necessariamente scolorirsi e diventare sottocultura pop.
È un equilibrio difficile da mantenere per chi tenta di svolgere il ruolo di intellettuale in Italia, di esercitare cioè una coscienza critica sul proprio lavoro di studioso e di docente, perché ci troviamo stretti tra ministri i quali alla buvette di Montecitorio dichiarano che con la cultura non si mangia e invitano a farsi un panino con la Divina Commedia, da un lato, e dall’altro la comprensibile reazione di chi invece propugna la diffusione a ogni livello e in ogni forma del sapere umanistico, pensando che quel poco che arriverà a destinazione, per quanto liofilizzato, sarà sempre meglio di niente.
La responsabilità degli intellettuali di sinistra, in questa deriva che sembra inarrestabile, è stata enorme. Hanno vergato – molti di loro in buona fede – pagine e pagine sulla necessità di ibridare la propria materia e appropriarsi dei codici linguistici dei giovani per poter dialogare con loro sullo stesso piano. Il risultato è che ormai si stanno perdendo la connotazione e il rigore disciplinari persino nelle tesi di laurea, con i relatori costretti a seguire elaborati più o meno improbabili, purché cadano sotto la dizione genericissima di “letteratura”, “filosofia”, “arte”.
Questo cosa significa, che avevano ragione i conservatori, i quali di fronte alle spallate del ’68 si ergevano a baluardo dello status quo e quanti, oggi più che mai, dalle televisioni e dai giornali, citano il Sessantotto solo per attribuirgli la colpa del degrado attuale della società? No, ed è proprio questo il punto. Le istanze portate avanti in quegli anni erano sacrosante e hanno costituito un fronte formidabile nella battaglia contro gli autoritarismi e per l’abbattimento delle barriere sociali.
Quel che è avvenuto, a mio parere, è che dopo, come spesso accade nelle rivoluzioni, chi doveva elaborare nuove forme nella trasmissione del sapere e trovare nuove motivazioni al lavoro intellettuale non è stato capace di farlo. Mi riferisco a quanti, nel campo dell’intellettualità e della dirigenza politica hanno avuto il compito di tradurre in leggi, in statuti e in pratica universitaria le grandi spinte egualitarie ed emancipatrici dei movimenti; volendo restringere il ragionamento a tempi relativamente recenti, a quanti hanno pensato e attuato la riforma dell’Università e della scuola media negli anni Novanta. Che la loro azione sia stata improntata – a distanza di più vent’anni – dai principi del Sessantotto, al quale, chi più chi meno e chi con molti distinguo, hanno quasi tutti partecipato, è tutto da dimostrare. La mia opinione è piuttosto che non abbiano resistito alle pressioni di ciò che è venuto successivamente, ossia la perdita di prestigio della cultura umanistica di fronte alle rivoluzioni tecnologiche e l’incalzare di una cultura pop nella quale tutto veniva amalgamato indistintamente, da Dante a Socrate a Picasso. A questo duplice fronte gli intellettuali progressisti hanno reagito, per la gran parte, diventando più realisti del re, vale a dire immergendosi sacrificalmente nel flusso di superficialità della cultura massificata. Così ci si è convinti che il rilancio della cultura umanistica potesse avvenire svecchiando il medium attraverso il quale veniva trasmessa, ossia trasferendo le biblioteche e i corsi di laurea sulle piattaforme informatiche, o tentando di traghettare il salvabile e ipotizzando di tradurre, a beneficio dei giovani lettori, poeti e scrittori della nostra tradizione. Intendiamoci, questo l’hanno fatto i migliori; gli altri si sono limitati a intervenire in programmi televisivi portando il punto di vista del “filosofo” ed esprimendo dotti pareri su Seneca e il dentifricio o qualunque altro argomento che venisse loro richiesto dall’intervistatore di turno, o a laureare honoris causa cantanti e anchormen televisivi.
Altro elemento importante nella riflessione di Giunta è la questione delle risorse. E anche su questo bisogna aprire una severa riflessione. Abbiamo imparato dalla crisi globale che uno Stato non può foraggiare tutto indistintamente e che occorre fare delle scelte. Smettiamola di pensare che sia di per sé positivo mantenere in piedi festival cinematografici, premi letterari, kermesse culturali in cui sempre più spesso l’intellettuale di turno interviene una sera in veste di scrittore incensato da critici amici suoi e la sera dopo in veste di critico incensante gli amici suoi scrittori. E bisognerà cominciare a dirlo, prima o poi, che il consumismo culturale ha molto più a che fare con il consumismo che con la cultura. Bisogna investire in quello che è strategico, ed è strategica la scuola pubblica, che deve essere difficile e severa, e deve avere le risorse per seguire più da vicino chi avanza lentamente (nei casi più disperati anche in rapporto di uno a uno, se non c’è altra via, come ha mostrato di recente un bellissimo servizio di Riccardo Iacona a Presa diretta dedicato alla scolarizzazione dei figli del popolo) e non perdere per strada nessuno studente, dalle elementari alla maturità. È in questo percorso che si deve formare la cultura e il senso critico del cittadino, e qui le discipline umanistiche svolgono un compito insostituibile. Le facoltà universitarie, invece, devono essere professionalizzanti. A Lettere, non diversamente che altrove, si deve imparare un mestiere (che sia quello dell’insegnante di scuola media, di critico, di storico, di intellettuale), cosa che prevede la conoscenza precise nozioni e il possesso di un bagaglio tecnico, ed è giusto che a svolgere questo mestiere, di vitale importanza per la nazione, vadano soltanto quanti ne sono effettivamente capaci. In questa prospettiva, l’introduzione di esami di ammissione che verifichino l’esistenza di necessarie competenze di base non confligge affatto con il diritto fondamentale del cittadino all’istruzione sancito dalla nostra Costituzione.

Il Sole 24 Ore 19.10.11