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"Il crepuscolo leghista fra bugie, liti intestine e attacchi ai giornali", di Michele Brambilla

Forse se ne sono accorti in pochi, ma appena Bossi ha finito il comizio Roberto Cota, che era lì sul palco accanto a lui, l’ha toccato quasi di nascosto per attirare la sua attenzione e gli ha fatto il gesto del pugno. Il pugno, fai il pugno» gli ha probabilmente sussurrato. E allora il Senatur ha alzato il braccio buono e ha agitato il pugno alla piccola folla che stava lì davanti, e che ha ricambiato con un «Bos-si Bos-si», il vecchio coro che ci favella del tempo che fu, per usare le parole di un altro coro, quel «Va’ pensiero» che la Lega ha scippato al Risorgimento. In quel tenero suggerimento del governatore del Piemonte c’è molto dell’aria crepuscolare che ha accompagnato ieri la festa dei popoli padani. Il capo vecchio, stanco e bisognoso d’essere imbeccato; le patetiche bugie («Siamo in cinquantamila»); il timore di contestazioni interne; la percezione che «il tempo è scaduto», com’era scritto sul cartello di un manifestante in prima fila.

I leghisti non hanno tutti i torti quando dicono che i giornalisti non capiscono né la Lega, né la gente del Nord. Per molto tempo è stato così. Ma il tempo è scaduto anche per queste recriminazioni, e i continui attacchi dal palco ai giornalisti – alcuni indicati con il dito, altri resi identificabili in tutti i modi – hanno suscitato nei cronisti più compassione che indignazione, perché quando un partito dà la colpa di tutto alla stampa, è come quando un allenatore dà la colpa agli arbitri. Non è per un pregiudizio che diciamo che quello di ieri è stato un triste spettacolo, anzi uno spettacolo triste, che è peggio. La Lega – piaccia o no – è fra i partiti italiani quello che ha da tempo il progetto politico più forte: il federalismo, e poi magari la secessione, comunque la rivendicazione di più potere e autonomia per una parte del Paese.

Proprio per questo fa tristezza vedere il fondatore, e ancora di più la sua ristretta corte, incapaci di sottomettere a quel progetto una questione familiare. Bossi che indica nel figlio Renzo – per il quale s’è addirittura inventato una laurea in Economia a Londra – il proprio successore, è uno spettacolo triste e ahimè caro Bossi, tanto italiano. È uno spettacolo triste anche il cercare di agitare la folla parlando o meglio sbraitando come se si fosse un partito d’opposizione, e non uno che negli ultimi dieci anni è stato al governo per più di otto. Rosi Mauro, furibonda perché nel partito (non sui giornali: nel partito, anche se senza uscire allo scoperto) la chiamano «la badante», ha urlato contro le tasse, la cassa integrazione e «la nostra gente» che perde i posti di lavoro. Di chi la colpa di tutto questo? Dell’opposizione? O dei giornali?

Ma sì: i giornali. Calderoli comincia il suo intervento così: «Hanno scritto che la Lega è spaccata. Sapete che cosa c’è di spaccato? I coglioni! I giornalisti ci hanno spaccato i coglioni». Poco dopo fa il gesto dell’ombrello, più avanti dice che «senza Bossi noi non saremmo un cazzo», perché questo è oggi il bon ton di un ministro. Ma quello che fa più tristezza è l’ostentazione di una verità virtuale. Rosi Mauro strappa applausi quando grida che «grazie alla Lega non hanno alzato l’età pensionabile delle donne», e c’è da chiedersi se chi applaude sappia o no che l’età pensionabile, dal governo di cui la Lega fa parte, è stata invece alzata; poi ne strappa altri sbandierando i «contratti territoriali, un’iniziativa della Lega grazie alla quale gli stipendi al Nord adesso sono più alti», e c’è da chiedersi quale film stiano vedendo quelli che applaudono. Chi ha parlato ieri dal palco di Riva Martiri evidentemente è convinto di avere di fronte un popolo disposto a credere a tutto.

Tornando a Calderoli, come spiegare l’incredibile discorso di ieri? È partito attaccando i giornalisti perché si sono inventati spaccature nella Lega, poi si è scagliato con durezza mai vista contro gli oppositori interni – «quattro sfigatelli» – e soprattutto contro i sindaci di Verona Flavio Tosi e di Varese Attilio Fontana, mai nominati ma evocati più che chiaramente. Le spaccature interne sono un’invenzione dei giornalisti? Sarà, ma la Lega ieri ha fatto di tutto per renderle palesi. Non hanno fatto parlare i capigruppi della Camera (Reguzzoni) e del Senato (Bricolo) per paura che venissero fischiati. E non hanno fatto parlare Tosi per paura che venisse applaudito. Roberto Maroni, quando è venuto il suo turno, ha detto che di spaccature non ce n’è e molto democristianamente ha chiamato accanto a sé e abbracciato Calderoli (chissà quanto hanno gradito i maroniani Tosi e Fontana, da Calderoli appena presi a male parole). Anche il rito dell’ampolla, cioè il momento finale della festa, ha confermato che la spaccatura non è solo nella testa dei «giornalai»: accanto a Bossi c’era tutto il cosiddetto «cerchio magico» (il figlio, Rosi Mauro, Reguzzoni, Bricolo più il fido Calderoli) ma di Maroni e dei suoi nemmeno l’ombra.

Dicevamo che l’impressione è quella di un gruppo dirigente convinto che i propri elettori e militanti siano disposti a credere sempre a tutto. Ma è così? Finché si tratta di dare del pirla ai giornalisti, non c’è problema. Non ce n’è nemmeno quando Bossi dice che in Italia è tornato il fascismo perché non c’è più libertà di esprimersi e di manifestare, e lo dice proprio lui che ha appena chiesto il licenziamento del direttore di «Panorama» per un articolo sgradito. Ma su tutto il resto, fino a quando gli crederanno? Ieri i militanti erano pochi ma uniti nell’esprimere un solo concetto: non ne possiamo più. C’era un cartello con una spina staccata, ce n’era uno con scritto «basta tasse» e soprattutto ce n’erano tanti con scritto «secessione». Quando Bossi parlava, un solo coro lo interrompeva a tempi regolari: «secessione-secessione». E lui ha dato l’impressione di non sapere che cosa rispondere, di limitarsi a prendere tempo. Ha detto che sì, prima o poi «la faremo finita», ma che comunque bisogna trovare «una via democratica alla secessione». Poi per cercare di tenersi buoni questi impazienti militanti stanchi di promesse, ha chiuso gettando in mare, oltre che l’acqua del Po, quella del Piave; e ha aggiunto che sul Piave gli alpini avrebbero dovuto voltarsi e sparare dall’altra parte. E anche questa battuta, che un tempo avrebbe generato indignazione, oggi genera più che altro tristezza.

La Stampa 19.09.11

"Le ragioni per non dire no ai palestinesi", di Lapo Pistelli*

L’Italia è un grande Paese ma il Premier è oramai un paria dellam comunità internazionale. Capi di Stato e di governo fuggono gli incontri bilaterali, le conferenze stampa e le foto ricordo poiché incombe sempre il colpo di scena, il commento impronunciabile. Berlusconi è un leader scaduto ed è finita la favola dell’uomo che da del tu al mondo. Il Primo Ministro non sarà a New York, nonostante il Mediterraneo sia al centro di alcune decisioni. Noi democratici diciamo la nostra sulla più rilevante. Il 20 settembre, i palestinesi depositeranno una risoluzione per chiedere il riconoscimento del loro Stato. Se depositata al Consiglio di Sicurezza per tentare il
riconoscimento pieno, essa avrà bisogno di almeno nove voti favorevoli e nessun voto contrario da parte dei membri permanenti, uno scenario reso impossibile dall’annunciato veto Usa. Se depositata all’Assemblea, essa richiederà il sì di 129 Paesi, i due terzi dei componenti. In tal caso, l’OLP passerà da «osservatore permanente» a «Stato non membro» (come il Vaticano), un riconoscimento che impegna i Paesi a favore, non gli altri. Questo nuovo rango darebbe maggiore forza negoziale e permetterebbe di riconoscere la giurisdizione della Corte Penale, potendo così sollevare singoli casi del contenzioso con Israele. Tutte le parti hanno tessuto iniziative, i palestinesi per guadagnarsi consensi, gli israeliani per sottrarli, gli americani e gli europei per
proporre alternative, una risoluzione che fissi o una nuova base negoziale o un impegno al negoziato diretto che eviti il voto o una proposta di «upgrade» che elevi lo status a qualcosa di meno di «Stato non membro». Da anni, il negoziato è fermo. I Paesi occidentali portano una responsabilità e se oggi ci si preoccupa del «giorno dopo», questo accade per le inerzie del «giorno prima». Abu Mazen si gioca tutto: settembre 2011 era la data limite per la fine dei negoziati secondo il Quartetto, ma da due anni non accade niente; la Cisgiordania governata da Fayyad è molto cambiata; la primavera araba ha dato nuovi sostegni; la scelta netta per la diplomazia come metodo ha allargato le simpatie internazionali e dato probabilmente i voti necessari in
Assemblea.
Israele vive il tempo del suo isolamento diplomatico: non ha previsto i mutamenti regionali, ha visto allontanarsi Egitto e Turchia, soffre un crescente criticismo contro Netanyahu da parte laburista ma anche di Khadima («un disastro diplomatico senza precedenti» secondo Livni). Israele fronteggia un dilemma storico. Esso rivendica di essere l’unica democrazia dell’area e si sente «focolare» per il popolo ebraico. Nel momento della nascita, all’Onu, il Presidente Truman impose la modifica del nome, da «Jewish National State» in «State of Israel»: il carattere territoriale e democratico del nuovo Stato doveva prevalere sulla natura religiosa. Oggi le tendenze demografiche, a causa dell’occupazione, portano un aumento della popolazione palestinese e una contrazione di quella ebraica. Perciò, l’unica condizione per mantenere le due caratteristiche è la pace, il ritorno ai confini del 1967, con gli scambi necessari. Fuori da ciò c’è la negazione della realtà, l’aspettativa di una leadership Usa più «amica», la speranza di una crisi regionale che costringa il mondo ad occuparsi della
sicurezza di Israele.
Stati Uniti ed Europa sono nel gruppo dei sicuri perdenti politici. La Casa Bianca, costretta dall’antica amicizia, ha annunciatoil suo veto: si indebolisce la simpatia guadagnata da Obama nelle piazze arabe e si dimostra insufficiente la pressione diplomatica esercitata. Una Europa debole si accinge a dividersi dagli Stati Uniti e al suo interno. L’Italia è davanti a un clamoroso passo falso se non torna indietro dall’annunciato voto contrario promesso da Berlusconi. Noi siamo da sempre «equivicini»: due popoli due Stati, una forte amicizia con Israele e altrettanto forti motivazioni per sostenere l’aspirazione palestinese. L’Italia ha una posizione-Paese consolidata, che non può essere schiacciata oggi da una posizione-Governo. L’Italia ha un interesse nazionale che le viene dal Mediterraneo e che non le consente di giocare con i sentimenti profondi di opinioni pubbliche che si sono rimesse in moto. Ci sono dunque tutte le ragioni per dire sì, assieme ad alcuni partner europei,
consapevoli certo che solo il ritorno al negoziato diretto potrà poi risolvere le questioni aperte, comunque vada. Ma sarà il governo e non il Pd a votare a New York. E allora chiediamo a chi lo rappresenterà di avere un atteggiamento lungimirante, corrispondente all’intero Paese. Un voto di astensione non accontenterà le due opzioni più marcate ma permetterà all’Italia di rientrare nella Ue e di non graffiare gratuitamente il ruolo che dobbiamo giocare nel Mediterraneo. Non facciamoci del male inutilmente.

*Responsabile esteri Pd

L’Unità 19.09.11

"Il trattatello immorale della signorina Terry", di Concita De Gregorio

No, non è gossip. È un trattato di antropologia culturale quello che Terry D e Nicolò, probabilmente Teresa, consegna al suo intervistatore in un video che da giorni migliaia e migliaia di persone stanno scaricando in rete. Un trattatello immorale in dieci semplicissimi punti, l´abbecedario della mutazione genetica di cui Pier Paolo Pasolini fu profeta e Silvio Berlusconi responsabile, per un trentennio suadente magnaccia.
Colpevole del delitto politico di istigazione alla prostituzione di una generazione intera, corruttore morale e culturale di un Paese.
Sconcertante, ipnotica nel suo non essere mai sfiorata dal dubbio, semplicemente sicura di essere nel giusto la ragazza barese che ha trascorso le sue notti a pagamento in letti di destra e di sinistra fino ad arrivare al Letto Supremo espone in dieci minuti la quintessenza del berlusconismo. Parla all´Italia e molta parte dell´Italia – bisogna dirlo molto chiaro, questo – la trova ragionevole. Una ragazza che sa quello che vuole, che sa stare al mondo. Del resto, molta parte dell´Italia politica, da diverse latitudini, le ha dato ragione. Dunque no, non faremo troppi pettegolezzi anzi non ne faremo alcuno. Semplicemente proviamo a decifrare le parole di una ragazza di vent´anni che ci spiega come si vive nel Paese in cui abitiamo, l´Italia com´è diventata. Dice Terry De Nicolò che «Tarantini è un imprenditore di grande successo, un mito». L´uomo che ha messo a verbale che «le donne e la cocaina favoriscono gli affari», che ha barattato prostitute in cambio di appalti, che con la moglie ha messo in piedi una ragnatela di ricatti per i quali è oggi agli arresti, è «uno che è riuscito ad arrivare all´apice, e non è da tutti». È stato bravissimo e lo è, perché lui «ha vissuto giorni da leone mentre gli altri vivono 100 anni da pecora». Mussolinianamente, un mito. Se ora si trova nei pasticci è per via «dell´invidia, sono tutti invidiosi, è tutto mosso solo dall´invidia». Quindi, il sottotesto è: quello che conta è arrivare all´apice. Non importa come, anzi bisogna sapere come – con le donne, la cocaina, il ricatto – e semplicemente farlo. Non esiste un problema di rispetto delle leggi, esiste la legge di natura, che è la seguente: «Quando sei onesto non fai grande business, rimani nel piccolo. Se vuoi arrivare in alto devi rischiare in proprio, devi rischiare il culo. Per avere successo devi passare sui cadaveri degli altri ed è giusto che sia così». È giusto che sia così. Chi lo nega non è mosso da una diversa visione delle relazioni fra gli uomini ma da un risentimento personale: è invidioso, perché tutti potendo farebbero come Berlusconi, se non lo fanno è perché non possono.
Difatti la sinistra «ha rotto le palle» con questa «idea moralista che tutti devono guadagnare duemila euro, tutti devono avere i diritti». Eccheppalle, i diritti. «Se vuoi guadagnare ventimila euro al mese ti devi mettere sul campo. Ti devi vendere tua madre. È così». Dunque apparentemente l´alternativa è guadagnare due o ventimila euro al mese, ventimila essendo la cifra appropriata al bisogno di ciascuno. Qui va detto che l´esegeta del berlusconismo dimostra pochissima conoscenza di un Paese in cui anche i duemila sono per una moltitudine una chimera. Ma è un difetto di dettaglio. Dunque, abbiamo detto: rischiare il culo e vendere tua madre. Si fa così. A sinistra, garantisce la ragazza che ne ha contezza, è lo stesso: «Solo che sono più loffi e non pagano». Fra l´originale e la copia è sempre meglio l´originale. Difatti per andare dall´Imperatore devi mettere una collana di smeraldi, «per andare con Frisullo ti puoi anche mettere la collanina dei cinesi». E veniamo dunque al cuore della questione: la prostituzione. Le donne usate come tangenti, retribuite per fare sesso: pagate in denaro, in seggi, in consulenze a Finmeccanica, in posti al parlamento o all´europarlamento e anche di più. E allora? Il problema qual è? Dice De Nicolò: «La bellezza, come dice Sgarbi, è un valore. È come la bravura di un medico. Se sei bella e ti vuoi vendere devi poterlo fare. Se sei racchia e fai schifo devi stare a casa. È così da che mondo è mondo. Tutte queste storie sul ruolo delle donne, che palle, quelle che non lo vogliono fare stiano a casa e non rompano i coglioni». Cioè: se una ha belle gambe non ha altri problemi della vita, ogni donna è seduta sulla sua fortuna come scrivono persino certi editorialisti, le belle vendono la patonza come i dottori la loro sapienza e finita lì. Le racchie a casa, a meno che non vogliano investire sul futuro: che significa farsi la quinta di reggiseno dal chirurgo e tirarsi un po´ su le natiche. Una piccola spesa che vale la partita, l´Esteta apprezzerà e ti retribuirà per questo. L´Esteta, dice proprio così Terry De Nicolò, è l´Imperatore: «Davanti all´Imperatore non ti puoi presentare con una pezza da cento euro, devi avere minimo un abito di Prada. Perché lui è un esteta, apprezza la bellezza».
A chi dovesse obiettare che si tratta “solo” delle opinioni di una prostituta faremo osservare alcuni dati di cronaca recente. Nei licei le ragazzine di sedici anni – non tutte, parecchie – hanno il book fotografico. Delle ragazze che visitano palazzo Grazioli una viene accompagnata in auto dal padre. Il genitore di una di quelle non ammesse minaccia di darsi fuoco. La madre della giovane che dal bagno del presidente del Consiglio la chiama per dire “mamma indovina dove sono” le risponde brava anziché chiamare la polizia. Il fratello della presunta fidanzata del premier, un giovane dell´hinterland torinese, famiglia operaia, alla domanda: è proprio sua sorella la fortunata? risponde «magari». La professoressa della scuola di Noemi Letizia, all´epoca minorenne, intervistata in tv dice «chi non vorrebbe essere amica di un uomo così potente?». Certo, naturalmente: non tutta l´Italia è così. Non tutte le ragazze sono in fila per accedere al lettone di Putin, la manifestazione delle donne di febbraio lo ha mostrato. Tuttavia ce n´è abbastanza per dire che un modello di vita si è imposto, in questi anni. È il modello della prostituzione. È da sfigati dire che compito di un uomo di governo non è “foraggiare” le prostitute con buste da diecimila euro ma offrire loro possibilità alternative di vita e di lavoro. Se poi si azzardano a dare voti ai loro amanti, come Manuela Arcuri fa alle Iene, vengono depennate come volgari. Volgare cosa? Istigare alla prostituzione o piegarsi alla legge di mercato? In definitiva, volgare è dare voti sfogliando il catalogo degli uomini di cui si è fatta esperienza. «Questo ha fatto cilecca», ha detto ridendo Manuela Arcuri, ed è stata per questa colpa esclusa dalla lista. Più del giudizio dei tribunali l´Esteta teme, si vede, quello delle sue concubine. Nel tempo di cui l´Imperatore detta le regole l´impotenza è il solo fallimento intollerabile. A Terry De Nicolò, tribunale supremo, l´ultima parola.

La Repubblica 19.09.11

"Il dovere civico di testimoniare e le scelte del premier", di Luigi Ferrarella

Non è un capriccio del premier o un’impuntatura dei magistrati il braccio di ferro sulla testimonianza di Berlusconi. In gioco è l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, è la possibilità stessa di celebrare un procedimento secondo le regole valide per potenti e diseredati. Non è un capriccio del premier o un’impuntatura dei pm il braccio di ferro sulla testimonianza che Berlusconi, convocato dalla Procura di Napoli, si rifiuta di rendere se non gli verrà consentito di farsi accompagnare dai suoi avvocati e quindi di potersi avvalere delle facoltà (compresa quella di non rispondere o di mentire) che il codice riconosce agli indagati in procedimenti connessi e non ai testimoni, obbligati invece a rispondere e a dire la verità.
La posta in gioco è molto più alta dell’orgoglio delle parti in causa, e perfino della sorte della singola inchiesta: è invece l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, e perciò è affare di tutti e non soltanto di Berlusconi o dei suoi pm, dell’arrestato Tarantini o del latitante Lavitola, la cui sorte è appesa proprio ai chiarimenti che la parte offesa Berlusconi potrebbe dare con la propria deposizione. È insomma la possibilità stessa di celebrare un procedimento secondo le regole valide per ricchi e poveri, potenti e diseredati.
Tutti i giorni, infatti, in tutti i palazzi di giustizia d’Italia ci sono persone che, citate come testimoni, vorrebbero tanto farne a meno: lamentano di dover sacrificare impegni lavorativi e personali, sbuffano per il fatto di dover sobbarcarsi magari anche lunghe trasferte a fronte di miserrimi rimborsi chilometrici, si chiedono perché non possano cavarsela spedendo una memoria scritta, e nei casi più delicati mandano (proprio come Berlusconi) il proprio avvocato a chiedere di essere ascoltati con le facoltà degli indagati anziché con gli obblighi dei testi. E tutti i giorni, in tutti i palazzi di giustizia d’Italia, queste persone si sottopongono infine alle decisioni dei vari soggetti previsti dalla legge (di volta in volta Procure, Tribunali, Corti d’Appello), pena l’ordine ai carabinieri di accompagnare coattivamente il teste recalcitrante.
Ecco perché il braccio di ferro sula testimonianza va ben oltre la contingenza dell’inchiesta di Napoli: pretendendo per sé regole diverse da quelle che valgono per tutti gli altri cittadini chiamati ogni giorno come lui ad adempiere al dovere civico di testimoniare, il presidente del Consiglio vuole scegliersi le regole del deporre, proprio come già ha voluto scegliersi i giudici (legge Cirami sul legittimo sospetto e conflitti di attribuzione su Ruby), le prove (legge sulle rogatorie e ddl sulle intercettazioni), i reati (legge sul falso in bilancio), i tempi (legge ex Cirielli sulla prescrizione e ddl processo lungo), le impugnazioni (legge Pecorella), le immunità (legge Schifani e legge Alfano).
Ecco perché, a prescindere dal merito dell’indagine, è una sconfitta il fatto che oggi il premier, invece di concordare con i pm napoletani la data della propria testimonianza che la legge gli consente di rendere stando a Palazzo Chigi, preferisca farsi scudo di una sonnolenta miniudienza (si comincia addirittura alle ore 11 e c’è un solo teste minore da ascoltare) di un processo-zombie come il processo Mills, la cui prescrizione tra quattro mesi è ormai da tempo assicurata dalla combinazione tra vecchie leggi ad personam e attuali impasse procedurali, amplificate dall’accordo informale richiesto mesi fa da Berlusconi e concessogli dalla presidenza del Tribunale per procedere di norma con udienze soltanto il lunedì. A meno che il premier non abbia un sussulto e, per rendere più credibili i suoi «non mollo», oggi venga al processo Mills, dove lo si accusa di aver corrotto un testimone in giudizio, per annunciare la sua decisione di rinunciare a godere in febbraio della sicura prescrizione. Proprio quello, peraltro, che il partito del premier reclama a gran voce dall’indagato pd Filippo Penati.

Il Corriere della Sera 19.09.11

"Piuttosto della crisi meglio la secessione", di Ilvo Diamanti

Umberto Bossi, ieri, a Venezia ha concluso la manifestazione che, da 15 anni, celebra la secessione padana. Il mito che mobilita e fornisce identità alla Lega e ai suoi militanti. L´ha fatto invocandola, puntualmente. La secessione. Unica via di uscita per una democrazia in pericolo. Dove, anzi, “il fascismo è tornato con altri nomi e altre facce”. Parole sorprendenti, in bocca al ministro delle Riforme istituzionali per il Federalismo.
al leader di un partito che governa da 10 anni, salvo una breve pausa – meno di due anni. La “Lega di governo”, ben insediata a Roma. Soggetto forte della maggioranza e alleato affidabile di Berlusconi, anche in tempi cupi come questi. Bossi torna ad agitare lo spettro della secessione, per via democratica. Attraverso un referendum. Ma abbiamo motivo di dubitare che alle parole seguiranno fatti concreti. Che davvero la Lega possa e voglia perseguire la secessione – seppure per via democratica.
In primo luogo, perché rischierebbe di trovarsi da sola, con poche persone al seguito. Come avvenne nel settembre del 1996, quando la marcia per l´indipendenza padana, promossa dalla Lega, andò largamente deserta. Poche decine di migliaia di militanti. Un po´ pochi per marcare il “confine naturale” del Nord padano. D´altronde, basta ragionare sui dati elettorali (come ha fatto ieri Francesco Jori su Il Piccolo e su altri quotidiani del Nord). Nel 1996, quando la Lega raggiunse il risultato più ampio fino ad oggi, nelle regioni del Nord padano si fermò, comunque, al 23%. Nel 2008 al 19%. Alle Regionali del 2010 nel Lombardo-Veneto, dove è più forte e radicata, si è attestata al 30% (dei voti validi. Cioè, molto meno se si considera la popolazione intera). In ogni caso: una “larga minoranza” dei cittadini del Nord – e pure del Lombardo-Veneto. Tuttavia, ricondurre “tutti” gli elettori leghisti al verbo secessionista è improprio e, anzi, largamente sbagliato. Basti pensare a quel che avvenne dopo il 1996, quando la Lega, da sola, proseguì nel progetto indipendentista. Riducendosi a poco più del 3% alle Europee del 1999. Ciò che la indusse a rientrare a casa. Meglio: nella Casa delle Libertà. Accanto a Berlusconi. D´altronde, ancora nel 2006, la Lega raggiungeva appena il 4% in Italia, ma restava di poco sotto al 10% nel Nord. Il fatto è che il successo della Lega dipende da ragioni che poco hanno a che fare con la secessione. Come dimostrano numerosi sondaggi condotti sull´argomento. In un´indagine recente (Atlante Politico di Demos, giugno 2011), la quota di elettori che si dice d´accordo con l´affermazione: “Il Nord e il Sud dovrebbero dividersi e andare ciascuno per conto suo” è del 12% in Italia, sale al 14% nel Nord Ovest e al 26% nelle regioni del Nord Est (esclusa l´Emilia Romagna, altrimenti il dato medio si abbasserebbe). Fra gli elettori leghisti risulta elevata: intorno al 40%. Cioè, di nuovo, una “larga minoranza”. Che resta, però, minoranza. Per contro, l´85% degli elettori del Nord padano e oltre il 70% di quelli leghisti considerano l´Unità d´Italia una conquista “molto o abbastanza positiva” (Demos per Limes, marzo 2011). Mentre oltre l´80% degli elettori del Nord (padano) e della Lega si sentono “orgogliosi di essere italiani”. Infine, più di otto persone su dieci, tra gli italiani ma anche fra gli elettori del Nord, ritengono che fra 10 anni l´Italia sarà ancora unita. E fra i leghisti questa convinzione appare solo un po´ meno diffusa: 77%.
Insomma, la “via democratica alla secessione” non porterebbe lontano la Lega. Perché non piace al Nord ma neppure alla maggioranza degli elettori leghisti, che si sentono molto più italiani che padani. Allora perché Bossi continua a richiamarla, come un mantra?
Anzitutto, per contrastare il malessere dei suoi elettori. I più fedeli e, a maggior ragione, quelli “tattici”, molto numerosi nelle aree economicamente più dinamiche. I quali la votano per manifestare contro Roma e il Sud. Contro l´inefficienza dello Stato e la pressione fiscale, troppo alta. Contro i privilegi della casta e del sistema politico. “Romano”. La usano, cioè, come una sorta di sindacalista del Nord. Che oggi, però, rischia di risultare inefficace. Altri dati di sondaggi recenti (Demos, settembre 2011) dicono, esplicitamente, che la manovra finanziaria del governo non piace né al Nord (circa 70% di giudizi negativi e 23% positivi) né ai leghisti (49% di giudizi negativi e 42% positivi). Agli elettori leghisti, in particolare, non piace Berlusconi, grande alleato della Lega e di Bossi. Solo un terzo di essi ne valuta l´operato con un voto “sufficiente”.
Insomma, la “Lega di governo” è in difficoltà di fronte al suo elettorato, fedele e “tattico”. Cerca, per questo, di riproporre le parole d´ordine della “Lega di protesta”. E secessionista. Anche se fa specie che sia il Ministro delle Riforme istituzionali a presentarsi come portabandiera dell´opposizione.
Ma il leader della Lega agita la minaccia secessionista anche per sopire le divisioni che attraversano i dirigenti del suo partito. Coinvolti, com´è stato osservato, assai più che dalla “secessione”, dal tema della “successione”. Che vede in Roberto Maroni il candidato più accreditato. Ma anche il più osteggiato. Esempio più evidente e recente di queste tensioni: il servizio appena pubblicato da Panorama, dove si accusa la moglie di Bossi di “guidare” il partito insieme a un “cerchio” ristretto di uomini fedeli al Senatur. Raccoglie voci note da tempo. Con la differenza – e la novità – che a rilanciarle è un periodico della galassia editoriale di Berlusconi. Il che suggerisce quanto le tensioni siano, ormai, ineludibili. Indifferibili. Nella Lega e nel Centrodestra.
Da ciò, l´ultima spiegazione. La Secessione, come la Padania, è un mito fondativo, una sorta di orizzonte proiettato lontano nel tempo. Mentre la manovra finanziaria, che appare a 8 italiani su 10 inaccettabile, è reale. Attuale. Come il crollo di consensi che ha travolto il governo e, anzitutto, il Presidente del Consiglio.
La Lega e Bossi, in primo luogo, potrebbero staccare la spina. Se volessero fare Lega d´opposizione. Proporre altri candidati premier. Oppure nuove elezioni (com´è avvenuto in Spagna). In questo caso, però, dovrebbero rinunciare alla posizione dominante che il Carroccio occupa nel governo e in molte amministrazioni. Rischiare l´emarginazione, come dopo il 1996. Ma, soprattutto, se Berlusconi uscisse di scena, Bossi potrebbe seguirne la sorte. E senza Bossi nella Lega si aprirebbe una guerra di successione. Dall´esito incerto. Anche per la Lega, di cui Bossi costituisce tuttora l´Icona Unificante. Per cui sempre meglio minacciare e poi rinviare. La crisi di governo, le elezioni. Meglio, tanto meglio, invocare la Secessione. La Padania. Ma più in là. Domani è un altro giorno. Si vedrà.

La Repubblica 19.08.11

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“La freddezza del Quirinale garante dell’unità d’Italia”, di Marzio Breda

«Quando finiscono i soldi le cose cambiano». Così dice Umberto Bossi, da Venezia, agitando lo spettro della secessione (da ottenere, concede, «per via democratica, attraverso un referendum per la Padania»). È una svolta, dopo qualche tempo di moderazione in doppiopetto, e il leader leghista la associa alle difficoltà dell’economia. Cioè a quella crisi tra le cui possibili ricadute il capo dello Stato ha da tempo indicato rischi per la stessa coesione nazionale.
Insomma: Giorgio Napolitano aveva messo nel conto che le prove imposteci dalle cadute dei mercati avrebbero potuto sfociare in «impulsi disgregativi» come questo, e infatti ne aveva parlato fin dal 7 gennaio scorso, mentre inaugurava a Reggio Emilia le cerimonie per i 150 anni dell’unità d’Italia. Ma, in una stagione nella quale il sistema è già sotto stress per la tenuta del governo (per problemi interni oltre che per il susseguirsi di manovre finanziarie sempre più dure), con la questione giudiziaria del premier che s’intreccia con una più vasta questione morale, ha ritenuto di non intervenire su un altro potenziale fronte di conflitto. Almeno non subito. Di sicuro non a caldo.
Si spiega così il silenzio del Quirinale, ieri, dopo il nuovo scatto in avanti (che in realtà è un ritorno alle origini) del gran capo lumbard.
Il freddo silenzio di chi non sottovaluta la provocazione, tanto più che a lanciarla è un ministro della Repubblica, ma neppure intende esasperarla. Forse anche perché quella sortita è stata un po’ mitigata dai più potabili proclami di alcuni colonnelli leghisti, come l’incitazione a «combattere per il federalismo dentro le istituzioni» espressa da uno striscione dei fedeli a Maroni.
Certo, per il capo dello Stato dev’essere deprimente constatare quanto poco abbiano pesato le sue aperture di credito alla Lega degli anni scorsi, incitando la politica a «dare compimento all’evoluzione del federalismo» e delle autonomie previste dalla nostra Magna Charta. Un sostegno che gli è valso una lunga tregua dal partito del Nord. In qualche caso erano scattate addirittura manifestazioni di esplicito feeling, come con il sindaco di Verona, Flavio Tosi, o con il ministro Roberto Calderoli.
Appoggio che si è concretamente materializzato durante il suo tour attraverso l’Italia per il Giubileo della Nazione. Durante il quale, a parte isolati dispettucci, Napolitano si è ritrovato spesso affiancato dai rappresentanti padani, ed è successo perfino a Bergamo e Varese.
La politica può talvolta richiedere il gioco duro, come quello scelto da Bossi. Il presidente, che ha una lunga esperienza parlamentare alle spalle, lo sa. Tuttavia, la spregiudicatezza, anche quando fosse motivata, non è mai compatibile con i principi.
Bastano i suoi recenti richiami da «rappresentante dell’unità nazionale», a ricordarlo. L’altro ieri, da Bucarest, ha chiesto a tutti di essere «responsabili e all’altezza della situazione» e di cercare «nuove ragioni per stare uniti». Mentre una settimana prima aveva ammonito che uno sviluppo serio lo si ha solo se «si cresce insieme, Nord e Sud».
Il campanello d’allarme suonato ieri da Venezia è comunque l’ultimo di una serie assillante di questi giorni, per Napolitano. Tutti concentrati sulle sorti del premier. Qualcuno invoca un suo intervento risolutore, magari attraverso un messaggio alle Camere. Ma se è vero che l’istituto del messaggio non ha limitazioni di contenuto (non per nulla in dottrina lo si definisce «libero», e in ciò si distingue dai messaggi di rinvio di una legge), è altrettanto vero che in una fase come quella attuale e con un esecutivo che ha appena ottenuto un voto di fiducia, il capo dello Stato non può fare nulla. Pretendere che si rivolga al Parlamento perché metta in minoranza il governo, equivale a chiedergli di fare quasi un colpo di Stato.

Il Corriere della Sera 19.09.11