scuola | formazione

"«Non insegnare storia dell'arte mette a rischio il nostro futuro» Giulia Maria Crespi: l'ambiente si difende con la cultura", di Paolo Conti

«Il ministro Mariastella Gelmini cosa sa della storia dell’arte italiana, del nostro Paese, della Nazione che lei governa? Sarei felice di incontrarla e di rivolgerle alcune domande…». Giulia Maria Crespi, Presidente Onorario nonché fondatrice del Fai, il Fondo Ambiente Italiano, gioca con il suo personaggio («ormai sono vecchia, dico senza paura ciò di cui sono convinta») sfoderando l’arma dell’autoironia. Ma i suoi argomenti, e i ragionamenti che propone, sono seri e solidissimi: «Ho letto con sgomento giorni fa proprio sul Corriere della Sera della misera condizione in cui si trova l’insegnamento della storia dell’arte nel nostro Paese. Cancellato, sparito. L’Anisa, l’associazione degli insegnanti di storia dell’arte, possiede un prospetto che fa paura. Storia dell’arte scomparsa nel biennio dell’Istituto tecnico per il Turismo. Lo stesso avviene nell’Istituto Professionale Turistico, Istituto Professionale per la Grafica, Istituto professionale per la Moda. Niente insegnamento nel primo biennio dei licei classico e scientifico. Dico: nel classico! Ma come è mai possibile?»
Le due grandi passioni di Giulia Maria Crespi sono il Paesaggio italiano, quindi l’ambiente e la stessa tradizione agricola come parte integrante del contesto, e la storia della vicenda artistica del nostro Paese. Due capitoli che, ai suoi occhi, rappresentano un unicum: «I due temi sono strettamente collegati. Mi spiego. Non insegnare la storia dell’arte significa togliere una indispensabile conoscenza a intere, future generazioni di geometri, architetti, sindaci che dovrebbero rispettivamente studiare e governare il territorio. Ma come potranno farlo se ignoreranno l’arte italiana, così impregnata di Paesaggio culturale? Significa anche allevare nuove leve di funzionari statali, e quindi soprintendenti, che non avranno appreso da ragazzi i fondamenti della nostra storia artistica. Come faranno questi giovani soprintendenti a muoversi con conoscenza e responsabilità se non sapranno ciò che dovrebbero sapere?» Ma non è solo la macchina dei Beni culturali ad allarmare Giulia Maria Crespi: «Io mi domando e poi domando al ministro Gelmini. L’Italia è un paese che vivrà in futuro soprattutto di turismo legato alla cultura, al nostro patrimonio. Come è immaginabile educare i futuri operatori turistici privandoli di una disciplina fondamentale per il loro lavoro? Ridicolo! L’Italia è ricca solo di questo: di arte, di tesori, di musei, di passato…. Ha ragione lo storico e saggista inglese Paul Kennedy quando dice che l’Europa può ancora contare, per il suo futuro, sull’arte e la cultura. L’Italia più di tutti, aggiungo io, e quindi dobbiamo studiare e prepararci proprio per costruire quel futuro».
Giulia Maria Crespi si concede un piccolo tuffo nella memoria: «Da ragazza ho studiato bene la storia dell’arte, nel triennio finale ci si applicava sui testi di Paolo D’Ancona, Fernanda Wittgens e Irene Cattaneo. Ma davvero non capisco come si possa abolire l’arte nel primo biennio…» Un sospiro, di quelli tipici del Presidente Onorario del Fai: «Stiamo svendendo tutto ai cinesi, lo sappiamo bene. Ma i cinesi non potranno mai comprarci i Templi d’Agrigento o il Duomo di Milano. Quindi dobbiamo imparare a conoscerli e ad amarli perché rappresentano il nostro futuro».
Che fare, signora Crespi? «Dobbiamo protestare. Far sentire la nostra voce alla Politica. Ho saputo che il ministro Gelmini starebbe preparando un tavolo tecnico per esaminare il problema. E io vorrei sapere: chi siederà a quel tavolo tecnico? Quale conoscenza ha della storia dell’arte? Aggiungo che bisognerà quanto prima occuparsi anche della fine dell’insegnamento della musica. Nel resto d’Europa se ne apprende molta, di musica. Qui, nella patria del Melodramma, no. Tutto questo è grave, gravissimo, da irresponsabili…».

Il Corriere della Sera 16.09.11

1 Commento

  1. Vorrei inoltre sottolinera come, confinando l’arte al solo treinnio, i docenti si trovino a dover svolgere “programmi” ridotti e del tutto slegati, dal punto di vista cronologico, dalle altre discipline. Gli studenti non hanno più la possibilità di formarsi delle solide basu culturali nel biennio e trovano la disciplina solo a partire dal terzo anno. La situaizone peggiore la vivono comunque gli istituti professionali, come potranno lavorare i futuri albergatori senza sapere consigliare ai loro clienti le bellezze del nostor paese?

I commenti sono chiusi.