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La cricca non resiste al "rubo dunque sono", di Giorgio Bocca

Gli uomini del fare dicono di provvedere alle necessità del giorno secondo il bisogno, ma non è questo il modo per conservare alla democrazia libertà e giustizia. Gli uomini del fare dicono di rispondere all´emergenza, ma senza una coerenza istituzionale si finisce solo per favorire i ladri e i prepotenti. La famosa idea liberale per cui bastava una stretta di mano per suggellare un contratto non ha più alcun significato. Tutti rubano. Da mesi le procure d´Italia scavano nella corruzione, scovano nel fango più lercio e immondo tutti i partiti, nessuno escluso: la P3, la P4, la casa di Scajola, le cassette di sicurezza di Milanese deus ex machina di Tremonti, le tangenti all´ex presidente pd della Provincia di Milano Filippo Penati e poi avventizi del sistema criminale come Tarantini e Lavitola. Per non parlare dei processi a Berlusconi.
Faccio il cronista da più di sessanta anni, osservo la gente nei suoi vizi e nelle sue virtù ma c´è una domanda a cui non ho ancora trovato risposta: perché si ruba? Perché rubavano nel regno e poi nella prima e nella seconda repubblica, perché rubava il ricchissimo Raul Gardini? Alla morte di Serafino Ferruzzi, miliardario di Ravenna, aveva ereditato una fortuna, aveva proprietà agricole, navi, treni, aerei, fattorie e allevamenti in Patagonia, ma non gli bastavano, diventò padrone della Montedison, una grande industria che fatturava all´estero il sessanta per cento, un potentato, e la depredò. Dell´industria non gl´importava niente, era un commerciante. Insomma, in pochi anni sono riusciti a fare un buco di trentunmila miliardi di lire. Non si era mai visto nel mondo un buco simile, il precedente della Chrysler era stato di sedicimila. Soldi bruciati come? In spese folli per Radio Telemontecarlo, per la regata del Moro di Venezia, per squadre di pallacanestro o di volley, per i componenti del clan, una cinquantina di persone, per auto Ferrari e per barche da trenta metri. Poveracci di questo mondo, non lo sapete che si fa presto a spendere? Rubava Duilio Poggiolini, direttore del servizio farmaceutico pubblico, e rubava il direttore dei telefoni di stato, Parrella. Non bruscolini: settanta e più miliardi di tangenti dalle industrie a cui davano una mano. Il sistema ladro seleziona ladri sempre più esperti. Anni fa un´inchiesta nel provveditorato delle opere pubbliche di Milano stabilì che 29 impiegati su 30 erano corrotti. La corruzione universale, onnicomprensiva è un cane che si morde la coda.
Tempo fa un giornale ha fatto l´elenco delle malversazioni compiute da politici e affaristi nell´ultimo mese: occupava mezza pagina. Siamo tornati a “Mani pulite”, al complotto dei giudici comunisti per affossare Bettino Craxi, l´uomo della Milano da bere? Diciotto anni fa andai al palazzo di giustizia di Milano per sapere cosa ne pensasse il procuratore Francesco Saverio Borrelli. L´ufficio del procuratore era immenso, perché nella burocrazia italiana il grado elevato si misura a metri quadrati di tavolo e a metri cubi di stanza. Trovai un signore piccolo di statura ma con la schiena dritta, uno che senza alzare la voce mi spiegava il perché di Mani pulite, allora e non prima. «Vede, i segni della corruzione dilagante c´erano, alcune aziende erano fallite sotto il peso delle tangenti, delle “dazioni”, come le chiamavano. E c´era stata la “Duomo connection” che rivelava la complicità fra la politica e l´affarismo. Eppure abbiamo aspettato a intervenire perché le voci, gli indizi, le indagini, le intercettazioni telefoniche devono comporsi, assumere una chiarezza inequivocabile. Deve cioè accendersi la luce dell´evidenza e dell´intollerabile perché l´intervento della giustizia sia efficace e non più rinviabile, perché le indagini mordano i corrotti e non siano uno spreco di buoni propositi. Io mi sono convinto che Mani pulite sia stata possibile perché ci fu un lento ma progressivo recupero di valori, la consapevolezza di vivere in una società ingiusta, la stanchezza di dover subire dovunque e comunque la disonestà imperante».
A diciotto anni da quell´incontro molti di noi si chiedono se la luce stia per accendersi, se stiamo finalmente per uscire dal tunnel, da questa illegalità “gelatinosa”, come la chiamano. Il procuratore Borrelli rispose a queste domande con un´esortazione kantiana: “resistere, resistere, resistere”. Un´esortazione che può sembrare puritana ma che è semplicemente un invito al ritorno della ragione, a uscire dalla ripetizione degli errori, dall´anarchia delle umane avidità. Leggendo l´elenco dei più recenti latrocini, ciò che colpisce di più è che spesso i corrotti non sanno bene perché lo sono, perché hanno accettato di esserlo. È un´alienazione che già impressionò i magistrati che si occuparono di “Mani pulite”: la corruzione che diventa un obbligo inevitabile, come confessa il consigliere comunale di Milano Pennisi, che si fa arrestare mentre intasca cinquemila euro: «Mi sono rovinato da solo». E un ricordo di diciotto anni fa, il giudice Piercamillo Davigo che racconta: «L´altro giorno ho interrogato un giovane impiegato del municipio di Vigevano; apro l´incartamento e leggo che ha intascato una tangente di poche migliaia di lire. Scusi – gli dico – ma vorrebbe spiegarmi perché uno come lei si è giocato la reputazione e la vita per poche lire?. Ero obbligato, mi risponde, quei pochi soldi me li ha dati il mio capo ufficio, se gli dicevo di no alla prima occasione mi licenziava».
C´è una contesa filosofica dietro “Mani pulite” come dietro lo scandalo della protezione civile e dietro gli ultimi episodi di corruzione e malaffare politico. Fra quanti pensano che la distruzione-creazione del libero mercato, o se preferite la “lotta per la vita” sia il prezzo della sopravvivenza, e quanti invece che il ritorno alla ragione sia l´unica sopravvivenza possibile. “Rubo dunque sono”. La delinquenza dilagante e ossessiva non è solo avidità, è anche voglia di “farla franca”, di essere più furbi, più disinvolti, più pronti degli altri, come ha ampiamente dimostrato l´ex ministro Scajola. Un altro, Guido Bertolaso nella sua difesa ha colto bene questo aspetto: «Mi è stato chiesto di intervenire subito, in fretta, per rispondere subito alla richiesta di protezione. Ma la fretta non va d´accordo con i controlli, con le giuste prudenze». E si ritorna ai rischi e agli errori del populismo, della politica del fare, della ricerca del consenso a ogni costo. L´avidità è grande, ma la voglia di “farla franca” è incontenibile. Ogni giorno la televisione e i giornali danno notizia dell´arresto di un boss mafioso: cambia il nome ma la storia è sempre la stessa, sempre la voglia di “farla franca”. Tutti i ladri convinti di aver trovato il modo per essere più furbi delle guardie, tutti con il covo sotterraneo convinti di essere più furbi dei carabinieri. Non è vero che il delitto paghi, è vero che il delitto piace, che al “rubo dunque sono”, non si resiste.

La Repubblica 03.08.11

Meno manovre e più riforme

Unità d’Italia e riformismo alla Festa nazionale di Pesaro. Veltroni: “Il 10% degli italiani possiede il 48% della ricchezza del Paese. La parola patrimoniale non deve mettere paura”. Amato: “I sacrifici devono distribuiti tra tutti. La storia del riformismo è storia di costruzione: si può sacrificare il presente in nome del futuro”. Walter Veltroni e Giuliano Amato sono stati i protagonisti del dibattito alla Festa nazionale di Pesaro sul riformismo e l’unità degli italiani. I due leader hanno analizzato le profonde differenze che hanno caratterizzato la politica che ha fondato l’Italia da quella attuale che l’ha portata alla crisi dei valori comuni.

La manovra economica è un chiaro esempio dei tempi che viviamo. Amato ha posto l’accento sulla sbagliata condizione di fondo che caratterizza l’azione del governo. “Oltre alle difficoltà di trovare la quadra del puzzle che risolva il problema – ha dichiarato l’ex Presidente del Consiglio – siamo in una situazione in cui bisognerebbe fare sacrifici e distribuire questi sacrifici tra tutti. Purtroppo invece si paga e si viene chiamati a pagare non in quanto componenti di una comunità (dove ciascuno paga per quanto può) ma come punizione. Così si distrugge la società. Si paga per chi ha esportato all’estero i capitali, per l’evasore, si paga per la casta”. L’ostilità per cui si paga non risolve un problema collettivo. “È solo una punizione che alcuni meritano e altri no. Ci sarebbe da domandarci che cosa abbiamo meritato per meritarci questo? (cit. Pedro Almodovar). È sparito il noi della solidarietà, che ci accomuna in una prospettiva futura. Un futuro per cui sacrificarsi”. Invece questo governo nella sua manovra dichiara di aver bisogno di nemici per risolvere il problema.

“Qualcosa ha inquinato nel profondo la nostra Italia – ha continuato Amato – per cui c’è bisogno di recuperare quei sentimenti che ci permettono di superare le difficoltà, fidandoci l’uno con l’altro. La storia del riformismo è storia di costruzione: si può sacrificare il presente in nome del futuro. La
la crisi attuale è di valori morali e di etica civile. Nella malattia che ha colpito l’Italia anche noi siamo responsabili per la mancanza del coraggio di sostenere cosa siamo stati e di sostenere il futuro”.

È un momento molto difficile per l’Italia e occorrono decisioni immediate per dare sostegno e forza all’Italia. Per Veltroni “il Paese brancola nel buio per colpa di un governo che ha già prodotto 3 manovre senza trovare la cosiddetta quadra. Un governo sbandato che trascina in basso le imprese, i lavoratori, i giovani. Noi non siamo un paese di merda come ha detto Berlusconi ma un grande paese che merita immediatamente un governo adeguato alla grandezza della sua storia. Abbiamo problemi immediati e questi vanno affrontati con un messaggio forte e con una persona autorevole al governo che possa parlare in Europa. Berlusconi è escluso! Una persona come Giuliano Amato, Carlo Azelio Ciampi, Romano Prodi: persone che anno legato il loro nome al risanamento del Paese e che possa sedersi in Europa con prestigio”.

“Non si può continuare di andare di manovra in manovra- ha continuato Veltroni – perché ci avviteremmo come la Grecia in una spirale. Servono meno manovre e più riforme. Quante riforme sono state fatte? Serve coraggio! Rispondere alle esigenze di generazioni che non hanno nessuna certezza per il futuro e sono sostenuti solo dai loro padri che si stanno svenando”.

“Il messaggio da dare è chiaro e semplice: il 10% degli italiani possiede il 48% della ricchezza del Paese. Questi devono contribuire. Si chiama patrimoniale e non deve mettere paura questa parola. Governare un paese non è un fine ma un mezzo: non è la conquista del potere ma la volontà di cambiare il Paese. Occorre alzare lo sguardo e non restare piccoli. Occorre il coraggio per la più difficile delle sfide: il riformismo”.

Giuliano Amato è stato l’artefice nel 1992 della manovra più dura della storia italiana ma, a differenza di oggi, allora non ci furono le stesse divisioni.
“Non basterebbe dire c’ero io!” ha risposto con una battuta il presidente. “C’era un clima diverso, eravamo ai prodromi della nascita dell’euro. L’ingresso nell’area euro era la prospettiva, anche se meno prossima, che dava una grande spinta europeista. C’era anche la consapevolezza del rischio di sganciarci dall’euro e dal trenino delle valute che giravano attorno. Il Paese voleva conservare una prospettiva. Nella difficoltà cercai di avere un rapporto più stretto con le parti sociali e meno con i partiti. Fu molto intenso questo rapporto sebbene ci fossero misure che il sindacato non poteva accettare. C’era un’altra cultura. Si capiva che il presente si poteva ridurre in funzione del futuro”.

“Faccio un esempio” ha dichiarato Amato. “Oggi è stato chiesto di rivedere il sistema pensionistico: il problema principale è che le nuove generazioni, che non hanno lavorato in maniera continuativa o che hanno lavorato con salari bassissimi, avranno pensioni di fame. Io sto pagando il mio contributo di solidarietà ma se sapessi che questo potrebbe contribuire a dare forza a quelli dei giovani, mi sentirei molto più solidale e contento di farlo. Così si aprirebbe una porta al negoziato anche con i sindacati. Riformare significa trovare spazi in questo senso”.

“I decisori politici si dividono in due: quelli che hanno letto qualche libro e quelli che leggono solo l’Adnkronos”. Oggi i secondi sono predominanti.

C’è una crisi della credibilità della politica da cui occorre uscire presto. Per Veltroni il caso Penati è di enorme gravità ma “non è stato sottovalutato affatto. Non vedo nessuno fumus persecutionis della magistratura nei confronti del PD. Se sostenessimo il contrario saremmo come la destra che o si scaglia contro i giudici o approva leggi che fanno evitare i processi. Tutto questo significa far aumentare corruzione e criminalità organizzata. Questa è la vera questione morale: si è fatto strada il principio per cui etica e moralità sono fesserie. La politica è diventata una macchina troppo pesante che non decide nulla, che va in corto circuito con la società. E questo può essere la base di un nuovo autoritarismo. Da subito il PD deve essere protagonista della battaglia sul dimezzamento dei parlamentari. Solo una democrazia più snella funziona. Una democrazia con partiti più aperti e più leggeri. Poi serve nuova legge elettorale. Tutto questo si può fare in 90 giorni. Serve recuperare più sobrietà per la politica. Serve unità per gli italiani e non divisioni. Non è più tempo di sorridere, serve il cambiamento”.

“Quando arriveremo alle elezioni – ha continuato Veltroni – dovremmo essere in grado di saper comprendere questo cambiamento. Non sarà una cosa semplice: le leadership si misurano quando sanno dire cose che oggi appaiono strane e discutibili ma che domani diventano vere e reali. Enrico Berlinguer incontrò dissenso e solitudine: non fu facile il compromesso storico, la scelta della Nato; e così fu per Aldo Moro, Giuseppe Di Vittorio, Bruno Trentin, Luciano Lamo e Giorgio Napolitano”.

Un’ultima battuta sulla necessità di rinnovamento dell’attuale classe dirigente. Per Amato “la classe dirigente attuale è una delle ragioni delle difficoltà di oggi. Quando nacque l’Italia non c’erano solo élite di politici ed intellettuali. Furono le lotte locali a generare i diritti per tutti: questo fu il primo passo del riformismo. Oggi ci appaiono come cose molto lontane ma questa è la storia che ha formato la nostra comunità. La dirigenza nasce così: Sturzo era nel Consiglio di Caltagirone! La classe dirigente finché c’erano i partiti ancora funzionanti faceva da legame e sostanza del riformismo. Questo sentimento ora non c’è più”.

Per Veltroni “ è molto più serio parlare di rinnovamento della politica che dei certificati dell’anagrafe. C’è una parola troppo irrisa dalla superiorità della politica: valori. Non sta insieme una società senza valori, perché i valori non sono roba per la letteratura e i sognatori ma l’elemento costruttivo della società. La destra ha portato i valori dell’individualismo e della frantumazione in ceti e corporazioni. Il leghismo è stato un veleno locale e sociale. La società è molto separata. C’è fragilità, instabilità e insicurezza. Si è perso sentimento unitario che serve ad affrontare la tempesta. Dalla crisi non si esce con gli io di Berlusconi ma con la ricostruzione del noi collettivo. Il senso del vita politica è il rapporto con l’altro. Il PD ha un’identità propria: quella ambiziosa di sapere ricostruire un sistema di valori che diamo forza e speranza per il futuro”.

Andrea Draghetti

www.partitodemocratico.it

"Gelmini, sono troppi. Lasciali a casa", di Mila Spicola

L’ 1 settembre di ogni anno è il primo giorno per i docenti italiani, che sono troppi, per i bidelli che sono più dei carabinieri, e per il personale amministrativo, quello che in Presidenza si affanna tra iscrizioni, certificati e circolari, troppi anche loro. Dovevo scriverne di quel primo giorno…non ce l’ho fatta. L’ho mantenuto un “fatto privato”. Il primo collegio dei docenti, il nuovo preside, l’inizio della programmazione, i compiti assegnati, i nuovi colleghi (precari), i vecchi colleghi (precari anch’essi con minore consapevolezza)…Un rito che si ripete ogni anno e..però… vedo intorno a me visi sempre più rassegnati e già stanchi. Leggo la nausea, se mai si potesse leggere.
Una ministra con pettinatura nuova di zecca lancia numeri come al lotto, forse se li è sognati stanotte, un paese intero le dà credito, persino a sinistra, nell’accogliere quei numeri falsati, per raccontarci tra le righe che “tutto è a posto, tutto è in ordine e l’anno scolastico inizierà regolarmente e mai come oggi è andata così bene”. Magia dei numeri.
Che ci sta a fare lo sciopero della fame quel deficiente di Calogero (scusami Calogero) a piazza D’Orleans a Palermo, che ci sta a fare quello scemo di Pietro, anche lui in sciopero della fame a Ragusa? Che ci sto a fare io e le altre come me, che ci stiamo a fare a denunciare quello che sta accadendo invece? Forse che i numeri falsi sono i nostri? I miei? Forse davvero va tutto bene? Ma lasciam perdere questa classe infame, gli insegnanti italiani. Pensiamo ai ragazzi. E che cavolo. “La scuola è per i ragazzi, mica per i docenti!”. Come la giustizia: è per i cittadini, mica per i magistrati! Salvo poi che per assicurare istruzione e giustizia ci vogliono per forza gli uni e gli altri: insegnanti e magistrati. Oibò. Una volta si diceva: “persone che se ne intendono”. Oggi siamo circondati di teste che non intendono e la cosa si complica parecchio.
Ma torniamo ai ragazzi. Che cacchio ci stanno a fare 30, 40 ragazzi nelle prime classi delle superiori?
Magari è il frutto di una mistificazione indotta da stress la nostra. E invece le classi sono tutte con meno di 25 alunni come recita la legge? Che non è vero che ne esistono anche di 40 alunni?
Magari ogni disabile ha il suo insegnante di sostegno per le ore dovute, 18 se è un disabile grave (e sono comunque molto di meno delle 30 o 40 che seguono i suoi compagni “normodotati”)? E magari non è vero che io, che insegno arte, non ho nessun sostegno quando lo trovo in classe, qualunque sia la sua disabilità? Magari sogno? Quando lo trovo in classe insieme ad altri ben più di 20..numero massimo consentito dalla legge in presenza di disabili (ah, queste leggi…che barba, che noia..).
E magari ce la siamo inventata per intero la favola che due scuole su tre in Italia sono a rischio. Non hanno il certificato di agibilità, quello antisismico o quello antincendio. Hanno strutture fatiscenti, impianti non funzionanti, muffe, distaccamenti, crepe, spazi inadeguati? Massì..sarà tutta un invenzione degli insegnanti comunisti il cui unico obiettivo è andar contro alle mirabilie di questo governo. Chissà quante ne inculchiamo di verità false. E magari quella bimba siciliana che si è beccata 4 punti in testa per caduta di cornicione a scuola è una comparsa. Bene l’è andata mi vien da aggiungere. Magari la chiamano allo Zecchino D’oro.

E le mamme dormienti che non inforcano le armi dell’indignazione per andarsi a difendere i figli di fronte a tutto ciò, rimanendo imbambolate di fronte al Grande Fratello, a Uomini e Donne, a Squadra Antimafia (squadra antichè??) con l’ultimo modello di bocca rifatta, sono soltanto una coreografia dell’ultimo allestimento del Nabucco con la regia di Emma Dante. Donna geniale ma sempre fuori le righe, si sa…
E magari, caso a me più vicino, non è vero che il 60% delle spese per l’istruzione dei ragazzi siciliani sostenute dalla Regione Sicilia se ne va in affitti. A chi? Affitti milionari in edifici fatiscenti la cui proprietà è a volte certificatamente dubbia e non è un ossimoro. E non è affatto vero che la mia scuola è un magazzino con gli infissi rotti, per il quale paghiamo 265.000 euro l’anno di affitto. La potremmo fare nuova e bella con 4 anni di affitto.
E non è affatto vero che la Sicilia spenda in scuola più della Lombardia e che ai suoi ragazzi arrivino briciole ammuffite. Ai ragazzi siciliani, sì, quelli che poi “vanno male a scuola perchè i loro docenti non sono bravi e sono troppi”. Ma quando mai. Tutte balle, professoressa.
E dunque forse l’unica cosa vera è che noi docenti siamo troppi. Questo il motivo dei visi spenti…
Il “troppo” è una misura relativa però, fatto ignoto persino a molti dirigenti del mio partito, il PD, perché mi costa di persona averli sentiti dichiarare, non una, ma più volte, davanti alla mia faccia “si però, Mila, siete troppi, è vero”. Vero?!!! Troppi rispetto a quanti? Questo dimentica la ministra dai finti occhiali e dalle finte competenze e questo dimenticano o ignorano persino i nostri. Il troppo è una proporzione matematica: va considerata in rapporto a qualcos’altro. Troppi rispetto a quanti ragazzi? In Francia sono di meno: è la litania. Ma in Francia il Ministero non paga né i docenti di religione (ahi ahi,..che tasto scomodo, Mila, stai zitta…) né, tantomeno quelli di sostegno. Se li sommiamo ai docenti “normali” risultano essere addirittura più dei nostri.
E allora io dico: troppi ragazzi. Ok. Troppi. In Italia ce ne sono molti di più di quanti una classe dirigente Vecchia, auto conservatrice e in aperta malafede ne possa reggere. La legge recita (anzi, “LE” leggi, sono ben tre e tutte in vigore) che ci debbano stare non più di 24 ragazzi in una classe con un insegnante? Che ci stanno a fare in 40 in una classe, GesùSanto? Lasciamoli a casa. Riportiamo la legalità nella pubblica amministrazione a partire da una corretta gestione delle risorse umane. I conti quadrerebbero finalmente; del resto, sono lustri che non ci capita di vedere un governo così bravo a far di conto, l’ultima finanziaria è un prototipo mai visto di perizia contabile.

Per la Gelmini e per questo Governo e per moltissimi italiani, compresi quelli che dirigono partiti a destra come a sinistra come al centro al sopra e al sotto, gli insegnanti sono un numero a priori e non a posteriori e sono troppi. Non dipendono cioè dal numero dei ragazzi e dalle leggi ma da un GIUDIZIO BIBLICO, da un POSTULATO INCONFUTABILE, qualunque sia il numero: sono troppi e dunque devono essere di meno, di una quantità indefinita. I ragazzi? E che sono mai? Chi se ne frega…
E dunque : quest’anno 1000 docenti in quella Città da Roma in giù (che fosse anche di due milioni di abitanti), non più di mille, moltiplichiamo mille x 24 e quello sarà il numero perfetto della scuola perfetta. Da Roma in su il rapporto cambia “perché lì sì che sanno far meglio il loro mestiere”. Se sono di meno, i ragazzi li andiamo a prendere da un paese vicino. Se sono di più? Nessun problema: lasciamoli a casa. Così fanno compagnia alle mamme sul divano mentre guardano la TV. Sarebbe più giusto..piuttosto che infilzarli con lo spiedino nelle classi pollaio. E magari le ragazzine a 15 anni si “fanno” il seno, piuttosto che rifarlo, e i ragazzini si lanciano a 200 all’ora sul raccordo anulare. Perché la noia se li mangia vivi. Padri, madri e figli. Altrove la chiamerebbero emergenza educativa, io la chiamo ormai emergenza sociale, culturale…politica. Si, ragazzi, cattiva politica. Cattivissima perchè incapace, inefficiente, incompetente. Con tanto di certificazione.
Se si potesse definire l’incompetenza della Gelmini nell’ambito suo di “competenza” , cioè il sistema scuola, non potremmo utilizzare altro aggettivo che “enciclopedica”.
La sua è una sorprendente ignoranza enciclopedica. Per cui è perfetta.

Non è un romanzo di Borges, e nemmeno una favola di fantascienza. E’ ciò che accade. Chi è senza colpa scagli la prima pietra.
Ma forse me lo sto sognando? Ceci ne pas …

https://www.facebook.com/pages/La-scuola-sè-rotta-il-libro-sulla-scuola-dellera-Gelmini/203173906386917?ref=ts

da www.unita.it

"Chi non ama l'Italia", di Vittorio Emiliani

Se non fosse che Berlusconi è, disgraziatamente per l’Italia, da tempo a capo del governo (sempre più inetto a governare) sembrerebbe di assistere ad una sboccata commedia dell’arte o ad una recita grottesca in cui – come dice un personaggio dell’«Opera da tre soldi» di Brecht – «prima la trippa vien, poi la virtù» Qualcuno, a destra, proverà ad esultare perché di “estorsione” viene accusato chi lo ricattava, e beccava soldi, cioè il faccendiere Giampaolo Tarantini e consorte. Sul piano della moralità pubblica, della credibilità politica, invece, la posizione del premier si fa ancor più pesante e squalificata. Non per il fatto (in sé patetico) che un “dongiovanni” ormai settantacinquenne si faccia portare nel suo regale palazzo “escort” variamente reclutate salvo poi assopirsi in circostanze anche ufficiali in modo ridicolo e imbarazzante. Ma per il fatto che questi e altri traffici, di palazzo in palazzo, di villa in villa, lo abbiano reso ricattabile da personaggi quali i Tarantini e i Lavitola. Che si telefonano per dirsi: «Dobbiamo tenere sulla corda il presidente Berlusconi fino a metterlo con le spalle al muro». E via con espressioni come «metterlo in ginocchio», «andargli addosso», «tenerlo sotto pressione». Che, se Berlusconi fosse ancora soltanto (un sogno ricorrente per molti di noi) il padrone del gruppo Fininvest e basta, sarebbero rilevanti unicamente per i suoi familiari, sodali e azionisti. Sciaguratamente lo sono per l’Italia intera, per la nostra governabilità ormai ridotta a pezzi, per la nostra attendibilità politica presso i partner europei, atlantici, mondiali. Del resto, era tutto già scritto quando Berlusconi si comportava da giullare del G8 facendo le corna nella foto ufficiale, giocando a «cucù» con la stupefatta Merkel, chiamando ad alta voce Obama alla presenza della regina Elisabetta, citando il «bunga-bunga» come un comico da avanspettacolo e sostenendo che, lui, Ruby, le ospiti fisse dell’Olgettina e le altre, le aiutava perché ha un’indole molto generosa. «Le buffonate di Berlusconi hanno soltanto danneggiato l’Italia»,
ha scritto il “Financial Times” facendo eco all’”Economist” che da parecchi anni lo chiama “The Jester”, il giullare, il buffone. E parlo di due delle testate economiche più serie del mondo.
Nella nostra lunga vita di cronisti politici abbiamo assistito a tante crisi economiche, a tante manovre finanziarie. Mai però ad una giostra impazzita come quella in corso, coi provvedimenti cambiati di ora in ora, scontentando tutti, senza che, alla fine, i conti tornino e si profili un minimo di luce nel buio tunnel nel quale il governo Berlusconi-Bossi ci ha cacciati. E lui, il premier, o non partecipa (per furberia? per impotenza?), oppure si mostra sempre più stanco, terreo, ingrugnato. Il fantasma del Berlusconi pimpante e vanaglorioso di poco tempo fa. Uno sconfitto che ancora pretende di governare. E non governa niente lasciando il Paese allo sbando dopo averlo coperto di ridicolo. Ma, del resto, quale persona minimamente seria intratterrebbe rapporti addirittura confidenziali con personaggi come quel Valter Lavitola che lo accompagnò durante la visita in Brasile e procurò il famoso, compiacente documento contro Gianfranco Fini presso il governo di Santa Lucia?
Lavitola è stato rintracciato il 13 luglio – secondo l’ultima intercettazione – su di una utenza telefonica di Panama, paese dove la trasparenza non è la prima virtù cardinale. Nella telefonata all’amico, il premier usa il più trucido dei linguaggi: «Io tra qualche mese me ne vado per i cazzi miei…vado via da questo paese di merda…». Questo volevamo sentire: se ne vada, Cavaliere, lasci subito la poltrona di capo del governo, esca (per sempre) da Palazzo Chigi, vada ad Arcore, a Villa Certosa, magari nel villone di Antigua, dove potrà farsi portare tutte le ragazze che vuole, finché la salute, la buona stella e la chimica l’assisteranno. Felici per lei, tireremo un sospiro di sollievo. Finalmente liberi. Finalmente governati da qualcuno che pensa anzitutto al Paese, all’Italia, mai tanto offesa e ridicolizzata. Ce ne vorrà per risalire. Ce ne vorrà. Ma, senza di lei, certamente ce la faremo.

L’Unità 02.08.11

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“DA NOEMI A RUBy FINO ALLE ESCORT SILVIO SOTTO SCACCO”, di Claudia Fusani

Finora è stata un’ipotesi. Adesso è scritto nell’ordinanza di custodia cautelare con cui il gip Amelia Primavera ha mandato in carcere Giampy Tarantini, imprenditore della sanità barese e, a tempo perso, procacciatore di femmine per Berlusconi, la moglie Angela Devenuto e il giornalista Valter Lavitola, uomo di business in Centro
e Sud America e, anche lui, organizzatore di party speciali per il premier: memorabile, si narra, quello in Brasile. Cronaca di un anno fa, più o meno. Adesso, appunto, tutti questi signori sono accusati di aver estorto a Berlusconi mezzo milione di euro in cambio della promessa di evitare spiacevoli dettagli durante i processi per spaccio di stupefacenti e corruzione in cui è coinvolto Tarantini. L’ipotesi secondo cui il nostro presidente del Consiglio sia un uomo debole con molti segreti come minimo sconvenienti rispetto al ruolo e sia quindi ricattabile diventa un fatto scritto nero su bianco su un atto giudiziario.
Con l’aggravante che la parte lesa, il premier, nonostante l’alta carica istituzionale ha preferito cedere al
ricatto e versare i soldi richiesti anziché andare al primo commissariato e denunciare chi osava metterlo sulla graticola. Se partiamo da qua, da quello che scrive il gip Primavera, è come se gli ultimi due anni delle nostra vita politica trovassero improvvisamente la chiave di lettura. Fin dall’aprile 2009, dalla festa di Casoria in onore del diciottesimo compleanno di Noemi Letizia. Da allora gli indizi e le prove della ricattabilità del premier si sono susseguiti a ritmo vertiginoso. Se la passione di Silvio per Noemi fu celata in modo goffo e mai esaustivo –
«sono amico del padre», «la aiuto negli studi» – fino al versamento di ventimila euro alla madre della ragazza trovato indagando sui giri di danaro per le notti di Arcore, quant’è accaduto dopo è stato via via sempre più difficile da nascondere. La cifra per pagare certi silenzi può essere solo immaginata pur con buona dovizia di indizi. Ai voli di Stato usati per portare a villa Certosa in Sardegna le amiche ballerine hanno provveduto gli amici della P3 che sono intervenuti per far chiudere quell’indagine del Tribunale dei ministri. Patrizia D’Addario, la prima testimone documentale (luglio 2009) delle notti a palazzo Grazioli, è stata “massacrata” e fatta passare per pazza, anche lei strumento di un eventuale ricatto. Tarantini, che la escort barese aveva ingaggiato insieme con altre fanciulle da mille duemila euro a notte, scopriamo ora che ha quantificato in mezzo milione e spiccioli il prezzo del suo silenzio in processi dove avrebbe potuto rivelare imbarazzanti retroscena.
C’è poi tutto il capitolo, assai oneroso per le tasche del premier, degli amici e delle amiche delle cene a Arcore. Cosa può sapere e raccontare Lele Mora, che di quelle feste è stato l’organizzatore e reclutatore, in carcere da luglio per bancarotta? Tra le agende sequestrate alla giovane Ruby, erano indicate varie cifre. Gli investigatori hanno dato peso, soprattutto, ai «quattro milioni da ricevere» appuntati nel settembre-ottobre
2010 quando l’inchiesta non era ancora pubblica ma Ruby era già stata sentita più volte dai magistrati ed era chiaro che sarebbe venuto fuori il «bordello» che ha fatto diventare Berlusconi imputato per concussione e prostituzione minorile. Ruby è parte offesa ma non si è costituita parte civile. E come lei molte altre ragazze, tranne due. Tutto questo ha un prezzo? Quando il 3 ottobre cominceranno a sfilare i testimoni in aula a Milano, qualcosa verrà fuori.

L’Unità 02.09.11

"Sacconi l'ideologo è stato degradato", di Federica Fantozzi

Quanti ne rimarranno (politicamente indenni) si chiederebbe Agatha Christie? Dieci piccoli ministri camminano sul filo del rasoio. È letale per le carriere, oltre che accidentata per milioni di italiani, questa fase della legislatura. I più potenti, i più duri, i più promettenti crollano. Scajola inciampa, e non una sola volta, sulla casa. Tremonti anche, si potrebbe dire in estrema sintesi. Adesso è il momentaccio di Maurizio Sacconi, architetto del «pastrocchio» sul riscatto della laurea che ha fatto balenare la «rivolta sociale» e lo ha trasformato da ex enfant prodige della politica in «dilettante allo sbaraglio». Tradito dal fuoco amico, praticamente fraterno: Uil e Cisl, sondate sulla norma ma crocifisse dalla fatidica “base”, hanno voltato la faccia. E il ministro del Lavoro ha perso la sua. Paga dazio un volto duro del berlusconismo: Sacconi sta ai lavoratori come Brunetta ai dipendenti pubblici come Gelmini agli studenti. Rapporti tormentati, zero cordialità, più che un segmento sociale di riferimento pare ci vedano un avversario da rieducare. Con Renato, veneto amico di una vita, hanno in comune la militanza socialista cominciata sotto l’ala di De Michelis e finita a destra, l’attivismo da «fantuttoni» (copyright Merlo) e le tesi oltranziste. I ragazzi? «Sono giovani-vecchi ma è colpa delle famiglie». La soluzione alla disoccupazione? «Accompagnamento al nuovo lavoro: chi rifiuta perde i sussidi». Classe ‘50, nativo di Conegliano, figlio di un funzionario di banca e di una maestra, deputato 29enne nel ‘79, un salto in un’agenzia Onu, forzista da un decennio, Sacconi è una certezza: passano i decenni ma resta granitica la sua avversità alla deriva debosciata post-sessantottina, alla decadente egemonia culturale della sinistra, all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori che zavorra l’altrimenti florida economia italiana. Oggetto, s’immagina, di conversazioni con il premier che ha la stessa rassicurante idiosincrasia: mentre mondo e Paese vanno a pezzi, loro riesumano il pericolo rosso; mentre la Fiat sprofonda in Borsa, rievocano l’«aristocrazia operaia»n Fiom. Cresce vertiginosamente, in compenso, la sua percezione della fede: in linea con la Chiesa più intransigente sul caso Eluana, accorato firmatario con Lupi e Quagliariello della “lettera ai cattolici” sulla presunzione di innocenza (non di moralità: folgorati sì ma scemi no) di Silvio. Uomo cortese e preciso ma facile a perdere le staffe, accentratore quasi maniacale, diffidente quanto il suo leader, Sacconi da tre anni guida il dicastero del Welfare. Si era fatto le ossa come sottosegretario di Maroni e non ha preso bene lo scorporo della Salute, andata a Fazio con sottosegretarie al seguito: l’animalista Martini e la pia Roccella, che lamentavano scarsa valorizzazione. Giuslavorista di formazione, docente a contratto, il nome di Sacconi è legato a quello di Marco Biagi, ucciso dalle Br, ed alle polemiche con la Cgil cofferatiana. Cosa farà “Maurizio” da grande, si chiedono nel PdL balcanizzato? In perenne conflitto carsico con Tremonti, si è galvanizzato vedendo il suo nome nel toto-successori. Amico di Bonanni, ha confidato nella “diplomazia bianca” per superare lo scoglio impervio della manovra. Ha sbagliato: esce perdente. Ma i nemici vigilino. L’uomo è, come la manovra, alla quarta vita. Sopravvissuto al crollo di un sistema dopo Tangentopoli, al tramonto della sua linea falco-apocalittico sull’Alitalia, al protervo quanto vano accanimento per impedire l’esecuzione della sentenza Englaro. Lì sconfitto – che paradosso – non da sindacalisti di stampo sovietico o precari cialtroni bensì da un pugno di socialisti. Che stava dall’altra parte.

L’Unità 02.08.11

Confindustria: "Manovra debole e inadeguata" . Comuni e Regioni in rivolta contro i tagli: "Il governo uccide il federalismo", di Lucio Cillis

Anche se il gettito da Robin Hood Tax andrà interamente agli enti locali, Comuni e Regioni sono sul piede di guerra mentre Confindustria critica duramente la manovra. Il consiglio direttivo degli industriali la giudica «debole e inadeguata, senza la necessaria certezza sui saldi. Mancano le misure strutturali e sono assenti misure adeguate per la crescita».
Una sonora bocciatura, dunque, che si affianca a quella del presidente facente funzione dell´Anci. Osvaldo Napoli spiega le novità e nel contempo esprime senza mezzi termini il disappunto per le misure proposte dal governo al termine della riunione che si è tenuta a Palazzo Chigi: «La discesa dei tagli da 6 a 3 miliardi che era stata annunciata, non c´è più. Restano sul tavolo 4,2 miliardi di tagli e per la riduzione di 1,8 miliardi non ci sono certezze di copertura, salvo un vago riferimento alla Robin Tax». Troppo poco per cambiare i rapporti burrascosi che oppongono l´esecutivo a sindaci e governatori.
I proventi della tassa sulle aziende energetiche verrebbero dunque girati direttamente nelle casse esangui degli enti locali, ma, nella sostanza, senza modificare di molto la situazione a favore di Regioni, Comuni e Province che resterebbero a corto di ossigeno. Una distanza incolmabile, al punto che tutti i rappresentanti delle autonomie locali marciano compatti e parlano di una vera e propria «rottura» tra le parti, con tanto di manifestazione congiunta contro i tagli, già programmata per lunedì pomeriggio a Roma.
Per il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, il presidente dell´Upi, Giuseppe Castiglione, il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, quello del Lazio, Renata Polverini, il sindaco di Roma Gianni Alemanno, il primo cittadino di Torino Piero Fassino e quello di Bari Michele Emiliano, la manovra nonostante le modifiche, deve essere riscritta. «Viene confermato un taglio di 4,2 miliardi e non ci viene neppure detto dove si recuperano 1,8 miliardi», dice la Polverini, «già se i tagli fossero già stati veramente dimezzati per noi sarebbe stato impossibile garantire i servizi in questa condizione non sappiamo veramente da che parte cominciare». «Si è rotta la catena istituzionale», commenta la governatrice del Lazio.
«Il giudizio che diamo dell´incontro è fortemente negativo: non abbiamo avuto alcuna risposta», sottolinea il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, che definisce il taglio alle autonomie nelle ultime tre manovre «drammaticamente sproporzionato e tutto a carico degli Enti locali». Le Regioni, a causa dei tagli, secondo Errani non saranno in grado di garantire il trasporto pubblico locale.
Secco anche il commento del primo cittadino della Capitale Gianni Alemanno, che ha portato le ragioni dell´Anci fin nella sede del Pd, dove ha incontrato (dopo aver sbagliato piano) il numero uno del partito Pier Luigi Bersani, e parlato di «un nuovo testo assolutamente inaccettabile».
E a fine giornata, c´è tempo per annotare l´ennesima battaglia di posizione tra sindacati: le voci di un incontro segreto tra Cisl, Uil e Confindustria al ministero del Welfare, mandano su tutte le furie la Cgil che definisce «grave» la notizia di un vertice con al centro le norme sulla contrattazione aziendale in deroga a leggi e contratti nazionali. Sulla stessa linea la Confcommercio, altra grande esclusa dalla riunione, che parla di «fatto gravissimo». Ma il leader della Uil Luigi Angeletti liquida le critiche con una battuta che innescherà nuove polemiche: «Purtroppo gli amici puoi sceglierli. I compagni sono quelli che capitano e noi siamo stati un po´ sfigati…».

La Repubblica 02.08.11

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“Enti locali in rivolta: il governo non ascolta il federalismo è morto”, di Francesco Cundari

«Il federalismo fiscale è morto». Questa la sintesi dell’incontro a Palazzo Chigi tra enti locali e governo secondo Vasco Errani, presidente
della Conferenza delle regioni. «Il giudizio sull’incontro è fortemente negativo: non abbiamo avuto alcuna risposta», dichiara al termine dell’incontro il presidente dell’Emilia Romagna. Parole pesanti vengono anche da amministratori del centrodestra. Alcuni, come il parlamentare
del Pdl Osvaldo Napoli, presente in qualità di presidente dell’Anci, in evidente imbarazzo. «Nonsappiamo ancora con precisione a quanto ammonterà la riduzione dei tagli», ammette al termine dell’incontro, E proprio a lui tocca annunciare una«manifestazione congiunta di Comuni, Province e Regioni» che si svolgerà a Roma lunedì pomeriggio contro i tagli previsti dalla manovra finanziaria per le autonomie locali.
«L’iniziativa sarà pubblica e chiederemo un incontro ai capigruppo e al presidente del Senato», aggiunge Errani. La ragione della mobilitazione è semplice, ed è lo stesso Napoli a spiegarla: «Non c’è più la riduzione della metà dei tagli, da 6 a 3 miliardi, che era stata annunciata. Rimangono 4,2 miliardi di tagli e per la riduzione di 1,8 miliardi non ci sono certezze di copertura, salvo un vago riferimento alla Robin Tax».
In conferenza stampa i rappresentanti delle autonomie locali si presentano uniti, dalla conferenza delle regioni all’Unione delle province, sindaci del Pdl e del Pd, Nord e Sud. Da Gianni Alemanno a Piero Fassino, da Roberto Formigoni a Michele Emiliano. «Viene confermato un taglio di 4,2 miliardi e non ci viene neppure detto dove si recuperano 1,8 miliardi», ribadisce la presidente del Lazio Renata Polverini. «E temiamo che alla fine della fiera non ci sia copertura nemmeno per questi… Già se i tagli fossero già stati veramente dimezzati per noi sarebbe stato impossibile garantire i servizi, in questa condizionenon sappiamoveramente da che parte cominciare».
Il problema è infatti che ai tagli si aggiungono l’incertezza e la confusione. «Vedo che la manovra subisce cambiamenti ogni due ore, e
non sono certo cambiamenti migliorativi», dice il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia. «I Comuni – osserva – devono già far fronte alla
riduzione di trasferimenti, dovuta alle finanziarie precedenti. Siamo alla terza manovra in un anno e tutte hanno colpito duramente i comuni. Tutto questo è incomprensibile, anche perché mette a rischio servizi essenziali per i cittadini, che sono le vere vittime». Certo è che emendamenti, modifiche e promesse del governo continuano a non convincere gli amministratori locali. «I nuovi testi presentati sono assolutamente non soddisfacenti e inaccettabili. Contiamo di avere ascolto anche in sede parlamentare», insiste Alemanno. «Così come lunedì hanno manifestato insieme i sindaci di centrodestra e centrosinistra, adesso il nostro appello a rivedere la manovra dando respiro agli enti locali è rivolto veramente a tutti». Il sindaco di Roma appare tra i più attivi e determinati. A margine dell’incontro con Pier Luigi Bersani, che nel pomeriggio ha ascoltato i rappresentanti dell’Anci e illustrato loro le controproposte del Partito democratico, Alemanno si intrattiene a lungo con il segretario del Pd.
Il governo, dichiara Bersani al termine dell’incontro, sta dando «una botta micidiale alla condizione dei cittadini riducendo i servizi o facendo in modo che i servizi costino di più, perché i tagli si scaricano da parte degli enti locali con una maggiore pressione fiscale». Quindi quando Berlusconi dice «non metto le man inelle tasche degli italiani», prosegue il segretario del Pd, può dirlo perché «gliele fa mettere agli altri».
Sintetizza la situazione il responsabile Economia del Pd Stefano Fassina: «Alla cancellazione voluta dalla Lega dell’intervento sulle pensioni, il Pdl risponde con la cancellazione dell’allentamento parziale del Patto di Stabilità per Regioni, Province e Comuni. Pdl e Lega regolano i conti, paganoi lavoratori, le famiglie, le imprese».

L’Unità 02.09.11

"Salvate le festività civili", di Paolo Soddu

Una decina di giorni fa gli storici Roberto Balzani (che è sindaco di Forlì), Thomas Casadei, Sauro Mattarelli e Maurizio Ridolfi hanno proposto una petizione contro la soppressione delle festività civili stabilita con il decreto legge contenente la penultima versione della manovra finanziaria. E sono state raccolte finora oltre diecimila firme [http://soppressionefestecivili. blogspot. com].
Nell’appello non solo si sottolinea il pericolo che questa scelta costituisce per la «coesione civile» e per la «produttività nazionale », ma si paventa che, così agendo, si giunga alla «negazione di quel patriottismo costituzionale e di quella idea di democrazia sociale su cui si è costruita e sviluppata la miglior storia della nostra repubblica ».
La norma varata dal governo lascia nell’indefinitezza il giorno nel quale tenere le «celebrazioni nazionali e le festività dei santi patroni»: il venerdì precedente, il lunedì seguente secondo il modello delle Bank Holidays, ovvero la domenica? Spetterà al governo, anno dopo anno, decidere: parrebbe il trionfo del pragmatismo, da taluno invocato contro i furori ideologici che sarebbe insito nei dibattiti sui valori. Cela più prosaicamente un tratto furbesco, opportunistico, che lascia alla valutazione dell’esecutivo in carica la scelta di dare senso o meno alle diverse ricorrenze.
L’Italia postfascista ha ereditato le pulsioni dissociative che avevano segnato la vicenda unitaria. È un carattere che viene da lontano e manifesta le difficoltà connesse con la costruzione di un autentico sistema democratico condiviso, contrassegnato da pari opportunità per tutte/i.
Ne è conseguita una vita attraversata da conflitti straordinari. La democrazia repubblicana, dopo la dittatura fascista, dopo il secondo conflitto mondiale e dopo la Resistenza, aveva per i padri costituenti anche questo intento: creare finalmente le condizioni di un’appartenenza comune, di una condivisione dei tratti fondanti il nostro patto.
L’Italia riflette su di sé il 25 aprile, il 1° maggio e il 2 giugno, quest’ultima festività soppressa nel 1977, al pari del 4 novembre, e ripristinata nel 2000 grazie all’opera di Ciampi.
Tutte e tre le date sono state, in alcune fasi della storia repubblicana, festeggiate separatamente: l’irrisolvibile conflitto della guerra fredda pareva una formidabile conferma delle divisioni della nazione. Eppure quelle date parevano appartenere a tutte le culture politiche alle origini della repubblica democratica. In occasione del 25 aprile più controverso, quello del 1948, a una settimana dalle elezioni che avevano dato centralità alla Dc, il ministro dell’interno Scelba vietò le celebrazioni all’aperto. La sola eccezione, con una manifestazione pubblica, si ebbe a Milano: il presidente del Consiglio della liberazione Ferruccio Parri, che parlò, venne fischiato dai militanti del Fronte Popolare; il Corriere della Sera ricordò le «ombre dei morti – da Matteotti a Gobetti, da Turati a Rosselli», omettendo Giovanni Amendola, Gramsci e Don Minzoni. Ciascuno, insomma, rivendicava il 25 aprile per sé e intorno al suo significato sorgevano dispute e controversie. Tutti, però, vi si riconoscevano.
C’è un altro aspetto di rilievo nell’appello degli storici: tra i paesi dell’Europa continentale, l’Italia rimarrebbe la sola a non avere più alcun compleanno od onomastico, limitandosi a celebrare pienamente soltanto le ricorrenze della tradizione cattolica.
Il decreto del governo ha a tale proposito invocato il vincolo del Concordato e qualche commentatore vi ha anche prestato fede. Ma tra l’autunno 1976 e la primavera 1977, quando a palazzo Chigi sedeva Giulio Andreotti con il sostegno della Dc e la non sfiducia di tutti i partiti dell’allora arco costituzionale, in un clima che era di austerità e di emergenza si produsse uno sfoltimento dei giorni di festa, che non risparmiò anche significativi anniversari religiosi, come l’Ascensione e il Corpus Domini. Il Concordato era in vigore dal 1929 e il partito cristiano guidava il governo dal 1945. Ora, invece, si è proceduto alla cancellazione delle feste civili di soppiatto, senza alcuna discussione pubblica.
Per l’Italia (e in verità non solo per lei) è prioritario ricostruire e rigenerare le proprie energie morali.
Le ha accumulate nel corso della catastrofe seguente le guerre del fascismo e ne ha speso le ultime riserve in quell’altro dramma nazionale, non ancora sufficientemente rielaborato, del contrasto ai terrorismi.
L’afflato partecipativo, la volontà di discussione e di riflessione, per nulla scontati emersi nella ricorrenza del 17 marzo, hanno mostrato che qualcosa nel profondo si sta muovendo. Non blocchiamolo.
Anche a questo servono le festività nazionali con il loro carico simbolico: a riconoscersi nel percorso comune, a gioire del punto che si è raggiunti e per la zavorra di cui – se se ne è stati capaci – ci si è liberati, e comunque non mai dimentichi di averla dovuta portare sulle spalle.

da Europa Quotidiano 02.09.11

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“Mobilitazione straordinaria per salvare il 25 aprile”, di Roberto Brunelli

La storia può essere violentata in tanti modi. Per esempio affogando un emendamento nella babele di trattative intorno a questa quadrupla manovra che il Wall Street Journal ha definito «una pagliacciata». Ma, ancora una volta, i partigiani non ci stanno. Ieri la segreteria nazionale dell’Anpi, riunita in seduta straordinaria, ha deliberato una mobilitazione generale per impedire la strage delle cosiddette «feste civili», quelle, per intendersi, che celebrano il fondamento dell’Italia uscita dal fascismo. «Il 25 aprile, il primo maggio e il 2 giugno: siamo ancora lì, a difendere non solo la memoria, ma l’identità stessa del paese»: lo dice Carlo Smuraglia, presidente dell’associazione nazionale partigiani. Presidente, cosa sta succedendo? «La situazione è molto confusa: la manovra viene riaggiustata continuamente, al Senato si stanno presentando gli emendamenti, la commissione è in attesa e in tutto questo non si sa ancora quale sia la sorte del paragrafo sulle festività. Comprendiamo i motivi della manovra, ma l’aspetto dei valori è altrettanto importante. 25 aprile, primo maggio e 2 giugno sono date importanti per tutti gli italiani. Gli argomenti che si sono usati per inserirle nella manovra sono irrilevanti dal punto di vista del risparmio. E poi: davvero non abbiamo la consapevolezza del valore simbolico ed educativo di queste date? Noi il 25 aprile spieghiamo alle nuove generazioni cos’è stato il fascismo e cosa ha voluto dire la Liberazione, così come il primo maggio è un momento unitario che riguarda tutti i lavoratori, una festa che solo il fascismo aveva messo in discussione…». Voi lanciate una mobilitazione straordinaria… «Abbiamo dato indicazione a tutte le nostre delegazioni – molte delle quali si sono mosse già autonomamente – di intensificare al massimo il proprio impegno. Siamo preoccupati per il fatto che si parli sempre più spesso di fiducia: sarebbe grave se vi rientrasse la norma sulle festività senza che vi sia stata una discussione seria». Ma qual è la ragione profonda per questa misura? Davvero quella di fare i conti con la Resistenza? «Sicuramente questa vicenda alimenta il sospetto che vi sia in alcuni la volontà di cogliere l’occasione di togliere di mezzo valori fondamentali alla convivenza nel nostro paese. Si stanno sommando diverse cose: proposte di legge per l’abrogazione della dodicesima disposizione transitoria della Costituzione (che vieta la riorganizzazione del partito fascista, ndr), il tentativo di equiparare i repubblichini ai partigiani e oggi la volontà di spostare il 25 aprile. Sono iniziative che fanno pensare che ci sia una precisa volontà o,come minimo, una scarsa comprensione della storia». Eppure sembrava che stessero prendendo piede iniziative bipartisan… «Beh, non se n’è saputo più nulla. Ho visto le dichiarazione del ministro Brambilla che ha ribadito come la questione della festività sia rimasta in bilico. Noi aspettiamo un atto formale: sarebbe motivo di tranquillità per tutti, a quel punto ci si può occupare dei veri elementi della manovra, che investe in maniera così gravosa le famiglie italiane. Intanto promuoviamo tutte le iniziative possibili: telegrammi, raccolte firme, presidi, manifestazioni. Vogliamo fare sentire il peso della volontà popolare sollevando un problema che non è dell’Anpi, ma di tutti gli italiani».❖

L’Unità 02.09.11