Latest Posts

Carpi – 70° Anniversario Eccidio di Fossoli

Domenica 13 luglio 2014, alle ore 9,30, presso il Poligono di Tiro di Cibeno di Carpi si svolgerà la celebrazione del 70° anniversario dell’eccidio dei 67 Martiri di Fossoli con il seguente programma:
9,30 – Ritrovo autorità
9,45 – Riti religiosi
10,00 – Introduce e modera: Marzia Luppi, Direttrice Fondazione Fossoli
Saluto di Alberto Bellelli, Sindaco di Carpi
Intervento di Carla Bianchi Iacono, in rappresentanza dei familiari delle vittime
Intervento della sen. Roberta Pinotti, Ministro della Difesa

Disabilità: i parlamentari modenesi Pd Ghizzoni, Guerra e Patriarca “Importanti novità nel dl sulla P.A.”

L’articolo 25 del dl 90/2014, il cosiddetto dl Madia contenente misure di rinnovamento nella Pubblica amministrazione, ha introdotto novità importanti in materia di invalidità civile e disabilità. A darne notizia sono i parlamentari modenesi del Pd Manuela Ghizzoni, Maria Cecilia Guerra ed Edoardo Patriarca. L’intervento di semplificazione riguarda, principalmente, le procedure per la patente di guida dei mutilati e minorati fisici, la regolamentazione del parcheggio degli invalidi con apposito contrassegno, l’accertamento della permanenza delle disabilità, l’erogazione delle provvidenze nel passaggio dalla minore alla maggiore età. “Si tratta di norme – spiegano Ghizzoni, Guerra e Patriarca – da tempo richieste dalle organizzazioni che rappresentano gli invalidi civili e i disabili che, finalmente, hanno trovato pieno riconoscimento nel provvedimento voluto dal ministro Madia”.

Le erogazioni delle indennità legate all’invalidità civile vengono confermate anche nel momento in cui il minore invalido diventa maggiorenne, se la patologia invalidante è già stata accertata ed è tra quelle comprese nell’elenco stilato dal Ministero non saranno più necessarie le visite Inps di verifica della permanenza dello stato invalidante, il rinnovo della patente di guida per i mutilati e i minorati sarà effettuato secondo le procedure ordinarie e con la durata normalmente prevista per le altre categorie. Sono solo alcune delle procedure semplificate introdotte dall’articolo 25 del cosiddetto dl Madia. “Si tratta di norme da tempo richieste dalle organizzazioni che rappresentano gli invalidi civili e i disabili – spiegano i parlamentari modenesi del Pd Manuele Ghizzoni, Maria Cecilia Guerra ed Edoardo Patriarca – In alcuni casi si tratta di norme di semplice buon senso, in altri di semplificazione secca di procedure che nel tempo hanno reso il percorso burocratico delle certificazioni per gli invalidi e le loro famiglie particolarmente farraginoso. Siamo, quindi, particolarmente soddisfatti di poter annunciare alle persone con disabilità, alle loro famiglie e alle organizzazioni che li rappresentano l’adozione di procedure di semplificazione in materia di invalidità civile e disabilità. Ulteriori miglioramenti, crediamo, potranno essere introdotti nel corso della conversione in legge del decreto”. Tra le norme adottate, certamente interessanti sono quelle relative alla mobilità delle persone con disabilità: da ora in avanti, ad esempio, scatta l’obbligo per i Comuni di lasciare a disposizione degli invalidi muniti di contrassegno un numero di posti per la sosta gratuita (almeno 1 ogni 50 posti disponibili) anche nei parcheggi a pagamento gestiti in concessione. Fino ad ora, poi, i termini di rinnovo delle patenti speciali erano inferiori a quelli delle patenti ordinarie. Con le nuove norme, invece, se viene certificato che la situazione di invalidità è stabilizzata e non suscettibile di aggravamento, il rinnovo della patente di guida speciale avrà la durata normalmente prevista per le altre categorie. “Vengono snellite anche le procedure per l’accertamento della permanenza della minorazione civile o della disabilità – concludono Ghizzoni, Guerra e Patriarca – in particolare vengono ridotti i termini obbligatori entro i quali effettuare le visite e viene ampliata la fattispecie per la quale possono essere effettuati accertamenti provvisori da parte di un medico specialista della patologia denunciata, comprendendo, ad esempio, anche i riposi e i permessi ai genitori di figli disabili”.

"Madri e operaie: i diritti ottenuti a caro prezzo", di Andrea Bonzi

Le discriminazioni nelle grandi fabbriche, le lotte per la conquista di una parità che non è ancora tale. «SENZA GIUSTA CAUSA» ci porta nella Bologna degli anni ’50. Qaundo militare nel sindacato o nel PCI e diffondere l’Unità costava il posto.

Rosa fu licenziata perché, «dopo settimane di lavoro senza riposo, chiesi di poter rimanere a casa al mattino perché dovevo studiare». Bruna ricorda come il padrone «ci facesse lavorare fino alle dieci di sera senza pause. Faceva in modo di avere un magazzino bello pieno e poi, dopo due o tre mesi, ci licenziava». E quando fu cacciata Teresa pianse, perché, nonostante tutto «alla Sasib volevo bene. A me, che ho fatto la quinta elementare la fabbrica mi ha insegnato come se fossi andata all’Università, a muovere le mani, a lavorare, a ragionare, a ponderare le cose». Racconti forti, quelli delle donne licenziate per rappresaglia politico-sindacale negli anni ’50 a Bologna, uno dei cuori manifatturieri dell’Italia di quegli anni, raccolti nel volume “Senza giusta causa” di Eloisa Betti e Elisa Giovannetti uscito per i tipi dell’Editrice Socialmente con il sostegno della Camera del lavoro del capoluogo emiliano-romagnolo e dell’Unione donne italiane (Udi). Storie attuali oggi una volta di più, a pochi giorni dai numeri diffusi dall’Istat sullo “sprofondo rosa” della disoccupazione femminile, che ha sfiorato il picco del 14%. Vicende che – seppur a distanza di sei decadi – ci fanno capire come, nel mondo del lavoro spesso a pagare siano le donne, le madri, le lavoratrici.
ALMENO 15.000 LICENZIATI PER RAPPRESAGLIA
Sul territorio nazionale i licenziati per rappresaglia – ovvero perché sostenitori del Partito comunista o attivisti nel sindacato – furono oltre 15.000. Questo è il numero dei lavoratori che videro riconosciuto questo status,ma le domande pervenute dall’introduzione della legge nel 1974 furono almeno il doppio. Dunque non è facile capire quanti furono colpiti da questa discriminazione, ma alcune ricerche ipotizzano che la sorte di perdere il lavoro per aver sostenuto le proprie idee toccò almeno a 40.000 italiani e italiane. Erano tempi in cui le autorità cercavano di negare il permesso alle Feste de l’Unità e di ostacolare le attività delle Case del popolo e dei Cral, i Centri ricreativi per lavoratori. Si tennero processi per gli operai che raccoglievano firme e vendevano l’Unità (nella sola Bologna tra 1948 e 1954 furono 657), per chi partecipava a incontri politici (331 sempre nel capoluogo emiliano nello stesso periodo), infine per chi – la maggioranza, oltre 2.000 – si era reso colpevole di reati di parola, opinione e propaganda. E le donne? Si calcola che le licenziate per rappresaglia fossero almeno il 16% di quanti avevano fatto domanda,maè difficile avere una quantificazione più precisa. In particolare, a Bologna, ricordano le autrici, «le donne avevano un ruolo nella sfera pubblica e produttiva senza eguali», e dunque nel secondo Dopoguerra cominciarono a rivendicare il lavoro non solo come mezzo di sostentamento, bensì come diritto in quanto tale e strumento per la stessa emancipazione della condizione di sudditanza sociale”. Un diritto, per la verità, ostacolato in primis dalle istituzioni con provvedimenti discriminatori che davano, di fatto, la possibilità di licenziare le donne e ne decretavano l’espulsione da settori a gestione statale come le Ferrovie. Le motivazioni erano paradossali: oltre a ribadire il ruolo “essenziale” delle madri in famiglia, si aggiungeva la convinzione che espellendo le donne dalla produzione si sarebbe potuto risolvere facilmente il problema della disoccupazione. A Bologna su 1.900 licenziati per rappresaglia riconosciuti, 690 furono donne, quasi tutte cacciate tra 1948 e 1955, ricorda lo storiografo Luigi Arbizzani.
Sempre numeri ufficiali, sempre in difetto. Tra i nomi delle fabbriche in cui si svilupparono le vertenze più dure figurano marchi noti, dalla Sasib alla Fonderia Calzoni, dalla Hatù alla Maccaferri, dalla Weber alla Giordani. Prendiamo la Ducati: durante la Seconda guerra mondiale quattro dipendenti su cinque erano donne. Negli anni successivi, la forza lavoro verrà ridotta dai 2.900 addetti del 1948 ai 2.212 dell’aprile 1953. In mezzo, una lotta durissima, fatta propria dalla popolazione e dalle istituzioni bolognesi con iniziative di solidarietà (i contadini portavano il grano e la farina alle famiglie degli operai), e in cui le donne furono in prima linea, scioperando, distribuendo volantini, facendo picchetti. Venendo anche manganellate, la polizia non faceva complimenti. Solo una piccola parte dei licenziamenti fu fermata: essere mandata via «fu triste – spiega Jole – perché avevo sulle spalle la mia famiglia: mia mamma e mia sorella piccola. Rimanere a casa dal lavoro era dura». Da Maria, una sua ex collega, una riflessione sull’importanza del sindacato: «Dopo abbiamo lavorato in altre fabbriche, ma non era come alla Ducati. Là c’era il sindacato; con i “piccoli” lavorare a testa bassa oppure via». Il rispetto dei diritti delle lavoratrici-madri, peraltro stabiliti da una legge del 1950, era spesso una chimera. E non può non far pensare a quello che succede ancora oggi, con le dipendenti costrette a firmare dimissioni in bianco. Ecco la testimonianza di Laura, che lavorava alla Sasib. «Il giorno del ricevimento della lettera di licenziamento ero incinta di 15 giorni – scrive la lavoratrice -. Non potevano licenziarmi. Io gli ho dato la documentazione e loro mi hanno mandato dal medico per il controllo. Però non mi hanno più fatto entrare, allora io tutte le settimane, il lunedì, mi presentavo. Mi vedevano, mi salutavano e io tornavo indietro. La pancia cresceva, e ritiravo tutti i mesi lo stipendio». Il giorno della nascita del figlio, scattò il licenziamento. E tanti saluti.

IN CERCA DI UN FUTURO
Dopo l’espulsione dalle fabbriche i destini prendevano strade diverse. Jole, ad esempio, dopo la Ducati, «dove facevo condensatori che erano una finezza », andava «da una signora che realizzava le ciabatte a casa» e sbrigava le faccende di casa dalla sorella, senza dimenticare il proprio bambino. Bruna, per vent’anni, ha fatto la camiciaia in negozio del centro storico di Bologna,ma«senza libretto e senza contributi». Teresa e Laura hanno invece trovato un posto: la prima alla Omas stilografiche, ma solo dopo aver tant zighè (cioè, «tanto pianto» in dialetto) per la perdita del lavoro alla Sasib; la seconda «a fare le caramelle dai fratelli Toschi, fuori Mazzini». Ma non era facile riciclarsi, come non lo è oggi, per i tanti over 50 troppo giovani per andare in pensione, troppo vecchi per essere appetibili alle società in cerca di agevolazioni fiscali.
Adriana Lodi, classe 1933, sindacalista, che come assessore nel 1969 aprì il primo nido pubblico inaugurando un’era, esemplifica così: «Le donne pagavano di più perché, non essendo mano d’opera qualificata, avevano più difficoltà a trovare un’altra occupazione. Non che per gli uomini fosse facile, intendiamoci…».
A chiudere il testo una postfazione di Susanna Camusso, numero uno della Cgil nazionale. «La repressione, i licenziamenti, furono, come spesso viene chiamato, l’emblema della Costituzione negata nei luoghi di lavoro – tira le fila la leader del sindacato -. Negata perché veniva negato il fondamento di libertà, di uguaglianza e di pari dignità fra uomo e donna. Ma la Costituzione continuerà ad essere negata se il lavoro seguiterà ad essere pensato al maschile al punto da non leggere e vedere le discriminazioni».

"Debito, crescita e occupazione: il flop dell’austerity", di Carlo Buttaroni

In un saggio del 2002, «Globalization and Its Discontents», l’economista e premio Nobel Joseph Stiglitz analizza le crisi finanziarie degli anni Novanta, mettendo in luce come le ricette imposte ai Paesi in crisi dalle istituzioni economiche internazionali (in particolare il Fondo Monetario Internazionale), fossero sempre basate sulla riduzione della spesa pubblica e su una politica monetaria deflazionista. Ricette che, peraltro, in tutti i casi si sono rivelate inefficaci o, addirittura, dannose per il superamento della recessione. Quello che sembra sempre più un «dibattito proibito», per riprendere il titolo di un felice libro di Jean-Paul Fitoussi, si rivela quindi non così nuovo, ed evidenzia come l’austerità messa a punto dai tecnocrati di Bruxelles sia un principio attivo del qua
le era stata già ampiamente dimostrata la tossicità per le economie nazionali. Ma tutte le critiche alle politiche economiche basate sull’austerità sono sempre state avvolte da una cortina di silenzio che ha visto complice la politica. Anche in Italia gli esempi sono innumerevoli e vanno dal «fiscal compact» alla follia del «pareggio di bilancio» in Costituzione. Esempi che dimostrano la subordinazione della sovranità politica agli indirizzi delle élite tecnocratiche europee, al mantra dei «sacrifici inevitabili» e della politica dei due tempi che si fonda sull’idea che per non diventare poveri nel futuro è meglio diventarci subito.
La prova del «silenzio» che avvolge il dibattito intorno all’austerità è in un’opinione pubblica convinta che la crisi abbia origine nell’eccessivo debito pubblico, mentre la causa scatenante della crisi è nell’indebitamento privato e, per paradosso, anche nei salari troppo bassi dei lavoratori che hanno avuto progressivamente meno reddito per acquistare ciò che, invece, erano in grado di produrre in quantità sempre maggiore.
Sembra inveromile che intorno al portare avanti scelte di politica economica così dannose ci sia stata tanta perseverante determinazione, anche quando gli effetti collaterali si sono resi così evidenti da non richiedere alcun supplemento di riflessione. Nessuna delle premesse delle politiche dell’austerità si è realizzata: non la crescita del Pil, che si sta rilevando talmente lenta da far pensare a una fase di stagnazione; non l’occupazione, in continua diminuzione; non il debito pubblico, in inarrestabile ascesa. Basta vedere gli effetti sull’occupazione nel nostro Paese, diminuita di oltre un milione di unità dall’inizio della crisi. E con un rapporto tra popolazione e lavoratori come quello attuale, non c’è possibilità di uscire dalle acque basse in cui il Paese si è incagliato, perché manca la forza motrice. È questo lo spreco vero, di cui non si parla mai, irrecuperabile e intollerabile.
Lo spreco del capitale umano, di chi ha perso il lavoro e, mese dopo mese, vede deteriorarsi le proprie competenze; quello dei tanti giovani che oggi non lavorano e che, se e quando lo troveranno, sarà a salari inferiori di quelli che percepivano coloro che li hanno preceduti, compromettendo qualsiasi aspirazione e progetto di vita. Questi sprechi sono superiori a qualsiasi debito che si possa immaginare e non rappresentano solo il fallimento di una prospettiva individuale, ma il dissolvimento di un orizzonte pubblico.
È questo il risultato dell’«austerità e precarietà espansiva» che ha agito in base alla teoria che dal contenimento dei deficit pubblici si liberassero risorse che il privato avrebbe utilizzato più efficacemente. Una teoria che non teneva in minimo conto del «vuoto didomanda» che l’arretramento del pubblico determinava sul mercato interno. Il risultato è stato, invece, che la minore domanda pubblica non è stata compensata da quella privata, facendo precipitare la domanda interna e lasciando l’onere della crescita a una domanda estera (non più trainante) che pesa meno del 20%, mentre il rimanente 80% è rappresentato dai consumi delle famiglie, dagli investimenti (privati e pubblici) e dai servizi collettivi.
Il secondo pilastro delle follie tecnocratiche europee è stata la convinzione che l’aumento dell’occupazione potesse essere generata da un aumento della flessibilità del lavoro, sia contrattuale che retributiva. Anche in questo caso gli esiti sono stati quelli prevedibili: una sostituzione delle condizioni più che una creazione di lavoro, con conseguente riduzione di tutele e diritti, per chi li aveva conquistati nel passato e l’istituzionalizzazione della precarietà per chi si attendeva un miglioramento dello stato in cui era confinato. Col risultato, altrettanto prevedibile, che le retribuzioni nominali sono state compresse, le retribuzioni reali diminuite e i consumi delle famiglie conseguentemente ridotti, aggravando gli effetti negativi delle politiche di austerità sulla domanda interna.
Non è un caso, quindi, che il problema principale dell’Italia, in questo momento, sia proprio la debolezza della «domanda interna». Così come non è uno strano scherzo del destino che la contrazione dei redditi abbia avuto come effetto un consistente calo dei consumi, considerando che a trovarsi con meno soldi da spendere sono state proprio quelle fasce di lavoratori che convertono in acquisti una percentuale proporzionalmente più elevata del proprio reddito.
Gli effetti della compressione della domanda, inevitabilmente, hanno condizionato l’offerta. Basti pensare che il grado di utilizzo degli impianti delle imprese manifatturiere italiane oggi è soltanto al 72% del potenziale e dall’inizio della crisi l’industria ha perso quasi un milione di posti di lavoro. Se la domanda interna avesse, invece, stimolato un utilizzo al 100% degli impianti, l’effetto si sarebbe tradotto in un milione di occupati in più che, stimolando a loro volta la domanda, avrebbero alimentato nuova occupazione. Con la domanda che langue, invece, se anche il costo di un lavoratore fosse pari a zero, le imprese non avrebbero comunque alcun interesse ad assumere, perché le merci che quel lavoratore sarebbe in grado di produrre rimarrebbero chiuse nei magazzini o invendute sugli scaffali. E in queste condizioni, l’interesse dell’impresa non può essere che quello di sostituire un lavoratore che costa di più con uno che costa meno, ricev
endo un vantaggio immediato in termini di costi di produzione, ma un danno sul lungo termine come capacità di crescita della domanda. E, soprattutto, in questo modo non ci può essere alcun vantaggio in termini di occupazione, vero ostacolo e, nel contempo, unica ricetta per una reale ripresa.

da L’Unità

Scuola primaria, formazione degli insegnanti e saperi storici: la qualità dipende da tutti Lettera aperta dei docenti universitari di discipline storiche nei corsi di Scienze della Formazione primaria

Punto di forza, nonostante tutto, del sistema educativo italiano, il primo ciclo d’istruzione è il cardine della scuola democratica, inclusiva, strumento di promozione della persona e della società tutta. È il luogo dove si impara ad imparare, dove si acquisiscono le conoscenze di base e i prerequisiti logici e metodologici delle discipline, dove si avvia l’educazione alla cittadinanza, al rispetto di sé e degli altri, alla comprensione della complessità.
In questo delicato processo, alla Storia viene affidato il compito di formare nei cittadini, fin dall’infanzia, la coscienza del divenire e della collettività, motivandoli “al senso di responsabilità nei confronti del patrimonio e dei beni comuni” (Indicazioni nazionali 2012), in sintonia con l’art. 9 della Costituzione, ed educandoli al confronto. Nonostante la riduzione delle ore d’insegnamento e nonostante il programma curricolare preveda come contenuti obbligatori solo la preistoria e la storia antica, il sapere storico entra in gioco in molti altri aspetti e momenti dell’istruzione. La scuola primaria è dunque chiamata a “esplorare, arricchire, approfondire e consolidare la conoscenza e il senso della storia” in tutti i modi possibili, attraverso l’esplorazione del territorio, la scoperta dei monumenti e delle opere d’arte del passato, le attività dedicate a Costituzione e cittadinanza e altro ancora.
Come vogliamo che siano formati i futuri maestri e maestre che dovranno far vivere la storia in classe e fuori? Quanta importanza attribuiamo alla formazione storica di coloro ai quali chiediamo di far nascere la curiosità verso il passato e arricchire il senso e la conoscenza della storia?
Non molta, si direbbe guardando la situazione attuale nei corsi universitari di Scienze della formazione primaria.
Il riordino di questi corsi dopo il ritorno al maestro unico sancito dalla riforma Gelmini del 2009 prevede un certo numero di cosiddetti “crediti formativi” di discipline storiche. In primo luogo, però, il loro aumento da 8 a 16 nel nuovo percorso quinquennale costituisce un rafforzamento solo apparente, dato che l’area storico-geografica rimane debolissima, come tutti gli insegnamenti disciplinari, anche perché si è inopportunamente annullata la distinzione tra scuola dell’infanzia e primaria. Inoltre, pochissime università hanno organizzato corsi integrati dall’antichità al contemporaneo. In alcune gli insegnamenti sono a scelta dello studente, nella maggior parte si impone questo o quello. Calcoli economici, pensionamenti, rigidità burocratiche, diverso inquadramento disciplinare degli insegnamenti, talvolta qualche sospetto e competizione tra settori disciplinari e tra dipartimenti universitari spingono troppo spesso a soluzioni di ripiego.
Possibile che non si possa fare uno sforzo di creatività e di impegno di tutta l’università –dai docenti ai rettori fino al Ministro – per trovare le risorse e offrire una formazione di maggior respiro? Possiamo permetterci, come cittadini e come storici, che sia trascurata la preparazione storica degli insegnanti del primo ciclo?
Non si tratta di immaginare impossibili programmi omnicomprensivi né, viceversa, di distillare nozioni in pillole lungo tutto l’arco della storia universale, ma di creare percorsi stimolanti attraverso i periodi e i temi, di introdurre i futuri maestri ai principali aspetti della ricerca dei vari settori, di presentarne tendenze comuni e problemi specifici, di fornire delle indicazioni e degli strumenti didattici per i diversi periodi per metterli poi in grado di organizzare al meglio la loro attività. Di far vivere la storia con competenza e di guidare i bambini alla scoperta delle loro città, del paesaggio, del patrimonio culturale e storico-artistico.
A questo proposito, è imprescindibile creare una sinergia con le discipline delle arti. Le indicazioni ministeriali individuano nella tutela dei beni storici e artistici una delle finalità principali dello studio della storia a scuola. Gli insegnanti dovrebbero dunque essere formati per questo compito così importante. Tuttavia, se tutti i corsi di scienze della formazione primaria hanno giustamente un insegnamento di storia della musica, solo una minoranza prevede insegnamenti storico-artistici, gli altri privilegiano quello tecnico del disegno. Possibile che non si possa includere entrambi ovunque?
Se, come ricordano le indicazioni ministeriali del 2012, nel nostro Paese “la storia si manifesta alle nuove generazioni nella straordinaria sedimentazione di civiltà e di società leggibile nelle città …nel paesaggio, nelle migliaia di siti archeologici, nelle collezioni d’arte, negli archivi, nelle manifestazioni tradizionali”, la storia e la storia dell’arte sono complementari e si rafforzano mutualmente: attraverso l’osservazione delle tracce materiali del passato i bambini scoprono la storia, e attraverso la storia imparano a capire, amare e tutelare il patrimonio.
Vogliamo creare le condizioni perché ciò sia realtà?

Primi firmatari:
Rosanna Alaggio (Molise), Francesco Bartolini (Macerata), Paola Bianchi (Aosta), Benedetta Borello (l’Aquila), Beatrice Borghi (Bologna), Edoardo Bressan (Macerata), Angela Carbone (Bari), Carlo Felice Casula (RomaTre), Luca Ciancio (Verona), Bonita Cleri (Urbino), Antonio Corda (Cagliari), Carmela Covato (RomaTre), Cinzia Cremonini (Milano Cattolica), Marco Cuaz (Aosta), Fabrizio D’Avenia (Palermo), Giacomo De Cristofaro (Napoli Suor Orsola Benincasa), Maria Pia Donato (Cagliari), Rolando Dondarini (Bologna), Maria Teresa Fattori (Modena e Reggio Emilia), Paolo Favilli (Genova), M. Vittoria Fiorelli (Napoli Suor Orsola Benincasa), Marina Garbellotti (Verona), Angelo Gaudio (Udine), Patrizia Guarnieri (Firenze), Giacomo Jori (Aosta), Erica J. Mannucci (Milano Bicocca), Dino Mengozzi (Urbino), Maria Grazia Montaldo (Genova), Daniele Montanari (Milano Cattolica), Irma Naso (Torino), Walter Panciera (Padova), Sabina Pavone (Macerata), Lavinia Pinzarrone (Palermo), Elena Riva (Milano Cattolica), Paolo Rosso (Torino), Aurora Savelli (Firenze), Olivetta Schena (Cagliari), Gianluca Soricelli (Molise), Carmela Soru (Cagliari), Luigi Tomassini (Bologna), Mario Tosti (Perugia), Michaela Valente (Molise)

******

“La formazione degli insegnanti e l’Università: un nuovo slancio è possibile?”, di M.P. Donato

Non più di due settimane fa, il Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini ha ribadito in un’intervista al Corriere Scuola che la priorità delle politiche per l’istruzione deve essere la formazione degli insegnanti. E che ciò che distingue in negativo l’Italia dai paesi avanzati è la scarsa importanza nella preparazione, selezione e aggiornamento dei docenti. Come non essere d’accordo?
Come spesso nel nostro Paese, però, quando si passa dalle dichiarazioni ai fatti, le cose sono più confuse e contraddittorie. La sindrome del moto perpetuo, delle riforme e riformine, contro-riformine, aggiustamenti, decretazione d’urgenza che affligge l’Università italiana, colpisce in modo forse ancor più cronico la scuola, e naturalmente le aree di contatto tra i due mondi come, appunto, la formazione degli insegnanti. Funzione che, diciamolo francamente, l’Università svolge talvolta in modo svogliato, come una fastidiosa appendice, nella non infondata sensazione che, comunque, ogni serio progetto formativo verrà disatteso nel giro di pochi anni dal ministro di turno. E nel sentimento diffuso di futilità, dato che non si risolve –non si vuole risolvere?- la strutturale incongruenza tra percorsi di formazione e sistemi di immissione in ruolo.
Uno dei pochi percorsi che, fino a qualche tempo fa, non soffriva di questa incongruenza erano i corsi di laurea di Scienze della formazione Primaria.
Previsti sin dal 1990 come unico accesso all’insegnamento nella scuola dell’infanzia e primaria, ma attivati solo dal 1998, questi corsi quadriennali abilitanti erano ben lungi dalla perfezione ma avevano almeno due meriti. Il primo era la programmazione, con uno stretto coordinamento tra università e direzioni scolastiche regionali. Il secondo, di ordine culturale, era la compresenza di insegnamenti umanistici e scientifici, organizzati in due distinti percorsi mirati alla preparazione di quelle figure docenti complementari che hanno fatto l’eccellenza del nostro primo ciclo di istruzione. Ciò permetteva una preparazione relativamente approfondita di studenti motivati, con una certa attenzione alla didattica che, pur non priva di problemi e di carenze, ha rappresentato un’innovazione non indifferente. In particolare, era proposta l’integrazione tra conoscenze e esperienza didattica in tirocinio nelle ricerche per la tesi, che potevano trovare così un’interessante specificità.
La sindrome del moto perpetuo, però, non ha risparmiato questi corsi.
Com’è noto, la riforma Gelmini del 2009 ha reintrodotto il maestro unico, con il principale obiettivo di una drastica riduzione della spesa (con relativa consistente riduzione dell’orario scolastico). Parallelamente è intervenuta la ristrutturazione dei corsi universitari di formazione primaria.
I nuovi percorsi quinquennali sono stati attivati nel 2011-12. Presentati a livello ministeriale come un salutare ritorno all’insegnamento disciplinare, la filosofia del “di tutto un po’” che li anima sta già mostrando dei limiti. Del resto, la griglia curricolare è rigida quanto basta per impedire percorsi di ampio respiro ma flessibile abbastanza per permettere scelte in funzione della disponibilità di personale. Per dirla in breve, anche nell’organizzazione di questi corsi l’autonomia universitaria appare un principio burocratico e contabile, più che culturale.
E’ evidente che l’Università ha la sua parte di responsabilità, a parte le eccellenze che per fortuna non mancano. Nella programmazione dei corsi, intanto: calati dall’alto dei regolamenti già di per sé discutibili, i docenti, soprattutto quelli “disciplinari” (ossia che non siano specialisti di materie psico-pedagogiche) li hanno per lo più subiti. Questo in un quadro di crescente burocratizzazione, tabelle e tabelline, sollecitazioni delle quasi mitiche “Parti Interessate” (ma non sempre illuminate), vincoli di bilancio sempre più stringenti anche laddove è in gioco la coerenza dell’offerta formativa… insomma, le cose della nostra università come la conosciamo.
Ma una parte di responsabilità vale sul piano culturale più ampio. Si parla molto di crisi dell’Accademia, di perdita di autorevolezza, di scollamento tra sapere e processi decisionali. Senza illudersi che sia la panacea per una crisi che è per molti versi strutturale, credo che sarebbe utile e necessario che almeno si torni, o per meglio dire si diventi, tutti protagonisti nel dibattito su, e nelle scelte per, la formazione degli insegnanti e i contenuti della scuola di ogni ordine e grado.
Un contributo in questo spirito, mi pare, è la lettera aperta firmata da un consistente gruppo di docenti universitari di discipline (in senso lato) storiche nei corsi di Scienze della formazione primaria –alcuni da tempo impegnati nel campo della didattica della storia e dell’arte o altro, alcuni meno, alcuni per niente, ma qui sta il punto- sulla formazione storica dei futuri insegnanti della scuola primaria. Con la volontà di promuovere ulteriori iniziative e approfondimenti.
Non posso e non voglio parlare per i colleghi. Per quel che interessa, personalmente mi motiva la consapevolezza che mi sono distratta troppo e troppo a lungo ho delegato. Col rischio di sembrare un po’ corporativa, mi interessa riflettere sul ruolo della mia disciplina nel corso di laurea nel quale insegno. Mi preme che corrisponda agli obiettivi formativi dichiarati. Penso che da universitaria la scuola mi deve riguardare, non fosse altro per come si formano i futuri insegnanti. E che finora mi sono illusa a credere che la storia possa essere una riserva collettiva di intelligenza della realtà se non ci occupiamo di questo.

da www.roars.it

"La fede criminale", di Roberto Saviano

Gli affiliati alle ‘ndrine rinchiusi nel carcere di Larino hanno deciso di non partecipare più alla messa. Da settimane attuano una sorta di sciopero religioso.

Dopo la scomunica pronunciata da Papa Francesco per i detenuti è inutile — hanno detto al cappellano don Marco — andare a messa — È inutile quando si è stati esclusi dai sacramenti. L’anatema di Bergoglio è giunto potente e inaspettato nelle carceri che ospitano gli uomini di ‘ndrangheta. Gran parte del mondo ha interpretato la scomunica come una mossa teologica, un’operazione morale fatta più per principio che per reale contrasto alle organizzazioni criminali. Un gesto morale considerato importante per dare una nuova direzione alla Chiesa ma che difficilmente avrebbe potuto incidere nei comportamenti dei padrini, degli affiliati, dalla manovalanza mafiosa. Quale danno avrebbe mai recato ad un boss una condanna metafisica che non ha manette, non ha sequestri di beni, non ha ergastoli ma che semplicemente esclude spiritualmente dalla comunità cristiana e dai suoi sacramenti?
Da queste domande era nata la diffidenza di molti che temevano che la presa di posizione del Papa contro i clan fosse inutile. Un gesto bello, nobile, ma innocuo. Ma non è così e la “protesta” dei duecento detenuti affiliati lo dimostra. Intanto è una prima volta, un unico nella storia criminale e non è affatto quello che potrebbe sembrare ad una prima lettura: ossia una semplice conseguenza della scomunica. Quando si tratta di organizzazioni mafiose ogni azione, ogni parola, ogni gesto non può esser letto nel suo significato più semplice e elementare. Dev’essere inserito nella complessa grammatica simbolica che è la comunicazione dei clan.
Questo sciopero della messa non parla ai preti, non parla alla direttrice del carcere, non parla nemmeno al Papa. Questo sciopero non dice: «Il Papa ci ha tolto la patente di cristiani, non possiamo più battere le strade della messa e della comunione». Perché questo è falso. Papa Francesco nel suo viaggio in Calabria ha fatto un gesto comunicativamente geniale, è andato a trovare i detenuti nel carcere di Castrovillari e ha detto loro «anche io sbaglio, anche io ho bisogno di perdono»: è in questa frase la vera forza della sua dichiarazione di scomunica. Non è contro l’uomo che in carcere appartiene all’organizzazione ma contro l’organizzazione. La scomunica non è all’assassino, all’estorsore, all’affiliato, al sindaco corrotto, al giudice compromesso, al boss, la scomunica è contro chi continua a sostenere l’organizzazione. La scomunica è all’assassinio, all’estorsione, alla tangente, alla corruzione quindi alla prassi mafiosa.
Quella degli affiliati non è quindi una sorta di protesta contro una Chiesa che ha abbandonato in contraddizione con il vangelo («ero carcerato e siete venuti a trovarmi») il conforto ai detenuti. È un manifesto. È una dichiarazione di obbedienza alla ‘ndrangheta, la riconferma del giuramento
di fedeltà alla Santa. Questo sciopero è un gesto che deve arrivare all’organizzazione stessa. La scelta di andare a messa nonostante la scomunica avrebbe potuto far apparire gli affiliati sulla strada del tradimento, alla ricerca di quel nuovo percorso di pentimento che Francesco gli ha indicato.
Sottolineano: siamo scomunicati perché ‘ndranghetisti, e nessuna occasione simbolica è lasciata sfuggire dagli uomini dei clan per ribadire soprattutto dalle segrete di un carcere la loro fedeltà. Si sciopera contro la messa in questo caso per dichiararsi ancora uomini d’onore e non lasciare alcun sospetto di allontanamento dalle regole dell’Onorata Società. Quando ci si affilia la “santina” di San Michele Arcangelo viene fatta bruciare tra le mani unite e aperte a forma coppa e le parole pronunciate sono definitive: «In nome di nostro Signore Gesù Cristo giuro dinanzi a questa società di essere fedele con i miei compagni e di rinnegare padre, madre, sorelle e fratelli e se necessario, anche il mio stesso sangue».
La scomunica di Papa Francesco sta diventando un meccanismo in grado di alzare come un grimaldello le inaccessibili blindate che isolano i codici mafiosi dal resto della società civile. Bisogna insistere e agire, isolare quelle parti di chiesa saldate alla cultura mafiosa che ancora resistono, come dimostra quel che è accaduto sempre ieri a Oppido Mamertina, in Calabria, dove la processione ha reso l’omaggio alla casa di don Giuseppe Mazzagatti. Un “inchino” dovuto per non alterare un vecchio boss che ancora tiene (rispetto alle giovani generazioni) al vecchio rito e che — come in molti hanno lasciato trapelare — da decenni finanzia feste patronali e iniziative religiose nel suo territorio.
Nell’Italia della crisi i simboli contano come reale e spessa sostanza, non sono un orpello di facciata. Alla scomunica religiosa deve seguire una scomunica civile assoluta, che permetta l’esclusione del meccanismo mafioso dalle dinamiche quotidiane, economiche, sociali. Un’esclusione vera, radicale,
definitiva.

da La Repubblica

"Napolitano: «Italia finita se giovani senza lavoro»", di Marcella Ciarnelli

Il Capo dello Stato a Monfalcone per l’anniversario della Grande guerra. Il pensiero all’Europa di oggi e il ricordo di come quel conflitto partì, cento anni fa da «nazionalismi aggressivi e bellicosi»

È alla «grande guerra» che gli italiani stanno vivendo da alcuni anni contro una crisi economica senza precedenti che il presidente della Repubblica ha dedicato le parole più forti della suo primo giorno di visita nei luoghi in cui, cento anni fa, cominciò un conflitto segnato da «nazionalismi aggressivi e bellicosi», il primo di un secolo che poi visse un’altra guerra solo pochi decenni dopo. «Se i giovani non trovano lavoro l’Italia è finita» ha detto Giorgio Napolitano mentre tutta Monfalcone gli si stringeva attorno nel primo giorno della visita in Friuli del Capo dello Stato, l’occasione di un incontro a Cormons con i presidenti di Austria, Slovenia e Croazia.
La preoccupazione di Napolitano è quella dei tanti che gli si stringono attorno. Padri, madri, anche molti ragazzi. Lo spaccato di un Paese che chiede di avere diritto ad una speranza. E una domanda sul futuro gli consente di rendere ancora una volta esplicito il suo pensiero in unmomento in cui, tanto più che il semestre a guida italiana è cominciato da pochi giorni ed è già in vista una riunione dell’Ecofin, bisogna ripetere forte ai partner Ue che la politica dell’austerità di questi anni deve essere superata per cominciare ad avviare politiche di sviluppo e crescita, motore indispensabile per rimettere in moto l’Italia. Per farla uscire da una crisi senza precedenti che condiziona il futuro di ognuno, i giovani innanzitutto il cui destino va di pari passo con quello del Paese intero e che sono i titolari di un drammatico primato, quello dei disoccupati che al Sud superai il cinquanta per cento ma che, ovunque, è molto al di sopra di quella europea. A questo proposito risuona ancora, in straordinaria sintonia, l’appello che proprio l’altro giorno anche Papa Francesco ha rivolto a chi ne ha la responsabilità principale: «Non possiamo rassegnarci a perdere tutta una generazione di giovani che non hanno la forte dignità. Una generazione senza lavoro è una sconfitta futura per la patria e per l’umanità». A nessuno è consentito che ci sia una generazione «scaduta». Si conclude oggi la visita del presidente in Friuli Venezia Giulia. Una due giorni cominciata a Monfalcone con l’inaugurazione della mostra dedicata alla Grande guerra e che avrà come ultimi appuntamenti Gorizia ed Aquileia, dopo lo straordinario concerto di Riccardo Muti nella serata di ieri, sulle tracce della Grande guerra che costò migliaia di morti ma che consentì di cominciare a misurarsi con il concetto di patria. Cento anni dopo l’inizio del conflitto c’è l’Europa unita che resiste ai tentativi di minarne alla base l’identità ma, allo stesso tempo, si trova a misurarsi con la crisi, con i nazionalismi, con populismi deteriori. Un’Europa che deve fare il salto di qualità necessario per avviarsi sulla strada di quegli Stati Uniti in cui nessuno rinuncia alla propria identità ma lavora meglio di come è stato fatto fin qui a comuni obbiettivi. Sollecitazioni da lui fatte di recente nel suo incontro con in vertici dell’Europa, nel suo discorso al Parlamento di Strasburgo di qualche mese fa.
Giorgio Napolitano ha invitato a «un esercizio di memoria collettiva, di condivisione umana, di riflessione storica sulle vicende del nostro paese e dei nostri paesi, sulle vicende del nostro continente del secolo scorso, sulle ragioni e sul percorso del nostro impegno per la pace». Nelle celebrazioni del centenario, «le istituzioni europee, e la cultura europea, dovrebbero evitare un anacronistico riprodursi di antiche polemiche sulle responsabilità cui far risalire lo scatenarsi di quell’immane, sanguinosissimo e distruttivo scontro. Il punto di partenza di una nostra rinnovata riflessione e analisi critica, dev’essere piuttosto – ha spiegato – il quadro degli opposti interessi e disegni egemonici che alimentarono l’età non solo dello sviluppo di Stati nazionali in via di modernizzazione, ma dei nazionalismi e delle vecchie e nuove presunzioni imperiali».
Un ricordo personale, poi. «L’Italia uscì in effetti da quella guerra trasformata socialmente e moralmente. La mia generazione ha fatto in tempo ad attraversare gli anni della seconda guerra mondiale e quel che essa significò di distruttivo per le nostre città e per la nostra società, ma ha anche appreso dai suoi padri il tormento della prima guerra mondiale.
Mi si consenta di ricordare – come ho già fatto una volta – la testimonianza di mio padre, ufficiale di complemento al fronte, che scrisse di quei fanti in trincea, che non si svestivano da mesi e da un momento all’altro dovevano salire alla contesa linea di Monte Valbella. Ed egli volle, commosso, ricordarli impegnati nella estrema, pietosa mansione di tracciare scavare comporre, nel luogo che pareva più coperto, tombe per i resti di poveri caduti».

da L’Unità