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"Manovra, accordo dopo il vertice. Salta il contributo di solidarietà", da www.repubblica.it

Ad Arcore l’atteso incontro Lega-Pdl per discutere i nodi del provvedimento anticrisi. Una legge costituzionale per sopprimere le province. Nessuna modifica all’Iva, riduzione dei vantaggi fiscali per le cooperative. Intervento sulle pensioni: esclusi gli anni di servizio militare e università nel conteggio dell’anzianità. Salvi i piccoli comuni. Nel pomeriggio l’attacco di Alemanno: “Manovra da azzerare”. Cancellazione del contributo di solidarietà, abolizione per via costituzionale di tutte le province, dimezzamento del numero dei parlamentari, 2 miliardi in meno di tagli agli enti locali e nuovi interventi sulle pensioni. Sono alcuni di punti dell’accordo raggiunto al termine del lunghissimo vertice Lega-Pdl che si è svolto oggi ad Arcore per discutere i nodi più controversi della manovra -bis 1. “Molto bene”, ha commentato il ministro dell’Economia Giulio Tremonti in uscita dalla residenza del premier.

Contrariamente a quanto ipotizzato, nessuna modifica verrà invece apportata all’Iva – ma l’aumento dell’imposta sul valore aggiunto sarà prevista nella delega fiscale – mentre sarebbe stato raggiunto un accordo sulla riduzione dei vantaggi fiscali per le società cooperative.

Pensioni, esclusi dal conteggio università e servizio militare. Sulle pensioni, il calcolo verrà effettuato solo in base agli “effettivi anni di lavoro” e non dovrebbe più tener conto degli anni di servizio militare prestato e degli anni universitari. “Verranno scorporati”, mantenendo immutato l’attuale regime previdenziale. Gli anni in questione, però, verranno computati per il calcolo della pensione. Quanto al contributo di solidarietà – che rimarrà soltanto per i parlamentari -, verrà sostituito con “nuove misure fiscali finalizzate a eliminare l’abuso di intestazioni e interposizioni patrimoniali elusive”.

Nessun taglio ai piccoli comuni. Salvi invece i piccoli comuni. L’articolo della manovra che ne disponeva l’accorpamento sarà dunque sostituito con un nuovo testo che preveda “l’obbligo dello svolgimento in forma di unione di tutte le funzioni fondamentali a partire dall’anno 2013 nonché il mantenimento dei consigli comunali con riduzione dei loro componenti senza indennità o gettone alcuno per i loro membri”.

Più poteri ad enti locali per lotta ad evasione. Nel comunicato finale del vertice di Arcore si annuncia poi la “riduzione dell’impatto della manovra per comuni, province, regioni e regioni a statuto speciale” e la “attribuzione agli enti territoriali di maggiori poteri e responsabilità nel contrasto all’evasione fiscale con vincolo di destinazione agli stessi del ricavato delle conseguenti maggiori entrate”.

Calderoli: “Manovra migliorata”. Soddisfatto il Ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli: “Ai mercati inviamo un messaggio chiaro: in primis i saldi restano invariati e i termini saranno rispettati. Inoltre, sono stato un buon profeta: i miglioramenti sono stati raggiunti all’unanimità tra le tre forze di governo ed alla presenza del ministro dell’Economia. Il testo -ha detto Calderoli – è stato migliorato e per la prima volta qualcuno dimostra di fare sul serio contro l’evasione colpendo le società di comodo”.

Alemanno: “Azzerare la manovra”. Nel pomeriggio, al termine della mobilitazione di oggi degli enti locali 2 contro i tagli previsti dal governo, il sindaco di Roma Gianni Alemanno era intervenuto in maniera durissima sul provvedimento anticrisi, dopo l’incontro con il ministro Maroni: “Non basta ridurre l’impatto di questa manovra. Bisogna rivederla, anzi azzerarla”, ha detto l’ex ministro. “Altrimenti non siamo nelle condizioni di sostenibilità economica per garantire i servizi. Ci aspettiamo – ha aggiunto – che il ministro dell’Interno porti questa nostra indicazione molto ferma a tutto il governo. Finché non ci saranno risposte serie la mobilitazione continuerà”.

Napoli (Anci): “Timido riconoscimento”. In serata la reazione del Presidente dell’Anci Osvaldo Napoli alle indiscrezioni uscite dopo il vertice di Arcore che ha parlato di “timido riconoscimento per la situazione finanziaria degli enti locali” sspiegando tuttavia che “in attesa di conoscere i dettagli dell’accordo di maggioranza, il giudizio si configura più negativo che positivo”.

Alle 20 scadenza per presentare emendamenti. In vista della scadenza, prevista per le 20, per la presentazione degli emendamenti alla manovra, il Terzo Polo ha illustrato le sue proposte di modifica in una conferenza stampa. Nella sua ‘contromanovra’ il raggruppamento composto da Udc, Fli, Api e Mpa propone di mettere mano al sistema previdenziale “tagliando quelle agevolazioni, le quote, che non hanno senso di esistere dopo la legge sui lavori usuranti”. Di qui una riforma che dovrebbe portare a cancellare il sistema delle quote dal 2012 e permettere di andare in pensione “o a 65 anni o con 40 anni di contributi”.

“Proponiamo un grande patto generazionale tra genitori e figli che passi attraverso la revisione del sistema previdenziale e che – spiega l’Udc Gianluca Galletti – porterebbe un risparmio per diversi miliardi di euro (oltre 5 miliardi nel 2014) che dovrebbero essere destinati non alla riduzione del deficit, ma interamente a incrementare l’occupazione giovanile e favorire la riqualificazione dei 40-50enni che perdono il lavoro”. Quanto alle donne, si propone “l’equiparazione del settore privato a quello pubblico e l’andata in pensione a 65 anni: i soldi sarebbero destinati all’occupazione femminile e al quoziente familiare”.

Anche Pd e Idv sono al lavoro per presentare le proprie proposte. Dall’Italia dei Valori si fa sapere che l’ufficio legislativo “sta ancora lavorando”, perchè “si sta rimettendo mano e si stanno riesaminando gli emendamenti già messi a punto”, ma la posizione del partito di Antonio Di Pietro comunque è nota e prevede l’abrogazione delle province, taglio ai costi della politica (con abolizione dei vitalizi) e agli sprechi, lotta all’evasione fiscale.

“Decine” di emendamenti dovrebbero venire anche dal pd, dove si continua con la messa punto delle proposte di correzione che ruoteranno attorno ai dieci punti della manovra alternativa presentata nei giorni scorsi dal segretario Pier Luigi Bersani. Anche il pd dovrebbe despositare solo in chiusura di termine, stasera, le proprie proposte, che verranno illustrate poi in conferenza stampa domani a Palazzo Madama, intorno alle 12.

Authority boccia la Robin tax. Intanto l’Authority per l’energia ha bocciato la Robin tax, affermando – nel parere inviato al Parlamento – che riduce “la propensione all’investimento” e rischia di avere un impatto “particolarmente negativo sui consumatori”. In linea generale l’Authority ritiene che “il settore dell’energia non sia oggi caratterizzato da fondamentali tali da giustificare che l’aumento dell’ires sia circoscritto al solo settore energetico”.
29.08.11

Mille Sindaci in piazza per un No al governo

A Milano manifestazione di protesta indetta dall’Anci, contro i tagli del governo agli enti locali. Zoggia: “I Sindaci difendono le esigenze dei cittadini”. Fassino “Accorpare servizi, ma non abolire i piccoli Comuni”. Pisapia: “Ritirare la parte della manovra bis che introduce tagli ai Comuni”. “In questo momento chi dà una mano affinché questo Paese rimanga forte e i cittadini non si sentano abbandonati in balia della crisi sono i Sindaci e non certo il governo”, ha dichiarato Davide Zoggia, responsabile Enti locali del Partito Democratico, commentando la manifestazione di protesta indetta dall’Anci contro i tagli del governo agli Enti Locali.

Sono stati un migliaio i Sindaci arrivati da tutte le parti d’Italia a Milano e che si sono riuniti nella piazza Duca d’Aosta che ospita il Pirellone per dire no alle misure previste dalla manovra bis. In un tripudio di fasce tricolore i rappresentanti di Comuni anche piccoli e piccolissimi, che rischiano di essere cancellati, hanno manifestato tutti insieme, contro il governo, a prescindere della loro appartenenza politica.

“La protesta di oggi testimonia proprio questo – ha evidenziato Zoggia – ovvero: la fermezza nelle richieste e il no ad ulteriori tagli agli Enti Locali. Gli amministratori locali rivendicano tutti le medesime cose, indipendentemente dal loro colore politico e questo è il segno che a guidare la protesta non è il pregiudizio politico ma solo l’interesse per difendere le esigenze dei cittadini. Le differenze sono sotto gli occhi di tutti: c’è chi si riunisce in vertici quasi segreti in ville blindate e chi invece preferisce stare in piazza insieme ai cittadini per dare un segnale della presenza delle istituzioni e dimostrare con fiducia che l’Italia ce la può fare”.

“La protesta è corale”, ha rimarcato il primo cittadino di Torino, Piero Fassino. “Il fatto che a Milano siano accorsi tanti Sindaci dimostra che i tagli sono sbagliati. Non sono contrario all’accorpamento dei servizi pubblici per i piccoli Comuni – ha spiegato Fassino parlando con i giornalisti alla manifestazione – ma questo non vuol dire abolire migliaia di consigli comunali e giunte che stanno lavorando al meglio e propongono un sistema sostenibile e senza sprechi”. “Per quanto riguarda la manovra credo che i tagli proposti siano insostenibili – ha aggiunto Fassino – so che ci stanno ripensando, vediamo se le nuove proposte miglioreranno la situazione. Intanto la mobilitazione dei Comuni italiani continuerà finché non avremo risposte sicure sul ruolo degli enti locali”. Il problema sul concreto, secondo Fassino è che “con la manovra bis sono in discussione fondamentali servizi che i Comuni erogano ai cittadini, quindi non si tratta di una rivendicazione corporativa, in gioco ci sono milioni di persone che ogni giorno ricevono servizi dei nostri Comuni”.

“Quella inaugurata dai Sindaci contro il governo sarà una battaglia vinta soltanto se saranno eliminati tutti i tagli, non se saranno ridotti”, ha detto chiaramente il Sindaco del capoluogo lombardo che ha ospitato la manifestazione, Giuliano Pisapia. “Per questo è importante essere uniti sui bisogni dei cittadini e la protesta deve essere bipartisan, al di là di ogni pregiudiziale politica. Perché quando si parla di servizi sociali da erogare ai cittadini non c’è destra né sinistra. Questa è una manovra ingiusta e ingiustificabile e il governo deve ritirare completamente la parte della manovra bis che introduce tagli a enti locali e nello specifico ai Comuni”. Sulla mobilitazione in piazza, il Sindaco di Milano ha commentato: “E’ una manifestazione riuscita oltre ogni più rosea previsione. Ora è importante che dalla protesta si passi alla proposta e l’Anci si sta già muovendo in questa direzione. Chiaramente finché il governo non fa marcia indietro, questa mobilitazione non si deve fermare. La scelta di uscire dal Pirellone in corteo fino in piazza della Scala è stata una scelta dovuta a un numero di presenti al di là di ogni previsione, ma anche un gesto simbolico: i sindaci non si chiudono nelle aule di Palazzo Pirelli, ma vogliono parlare ai cittadini”.

“E’ una politica sciaguratissima”, ha detto Marta Vincenzi, Sindaco di Genova intervenuta al convegno dei sindaci a Milano per discutere i contenuti della manovra finanziaria, “In seguito ai tagli previsti dal Governo salta tutto il sistema del welfare”. Raccogliendo anche le istanze di altri sindaci, la Vincenzi ha poi invocato il ripristino dell’Ici, l’imposta comunale sugli immobili.

Fra i primi cittadini che sono scesi in piazza c’è anche Virginio Merola, Sindaco di Bologna, che ha ribadito l’importanza di “un coinvolgimento maggiore dei Sindaci nelle discussioni che riguardano le proprie amministrazioni. “C’è una grande rabbia, i Sindaci, mentre si discute della manovra, non vogliono restare sullo sfondo, noi vogliamo essere coinvolti”.

Anto.Pro.

www.partitodemocratico.it

«Cambiamo lo Statuto Pd. Un politico deve essere più corretto di un cittadino», intervista a Luigi Berlinguer di Simone Collini

Il presidente della Commissione di garanzia «Il caso Penati sarà discusso il 5 settembre. È doveroso che il partito valuti un suo iscritto secondo criteri di etica politica che ha tempi diversi rispetto a quelli della magistratura». Il Pd ha convocato per il 5 settembre la Commissione di garanzia del partito per discutere del caso Penati. Spiega l’eurodeputato Luigi Berlinguer, presidente di questo organismo, che ha preso la decisione insieme a Pier Luigi Bersani per un motivo ben preciso: «Abbiamo convenuto che allo stato attuale Penati ha tutto il diritto di difendere la sua onorabilità come qualunque altro cittadino,ma ha altrettanto diritto di farlo il suo partito ». Non a caso, aggiunge l’ex ministro, sia lo Statuto che il Codice etico contengono espliciti richiami alla «onorabilità» del Pd.
Presidente Berlinguer, perché convocare questa Commissione quando è in corso un iter giudiziario?
«C’è un profilo giudiziario nella vicenda e la sua definizione spetta alla magistratura. Ma c’è anche un profilo politico, che tra l’altro non riguarda solo l’illiceità giudiziaria di comportamentoma la rilevanza politica
e morale, che invece compete al partito. Le cose che leggiamo sui giornali, citando decisioni non definitive di organismi giudiziari, investirebbero,se confermate, anche il profilo etico-politico. Ed è non legittimo ma doveroso che il partito si faccia la sua opinione e valuti anche secondo i criteri dell’etica politica».
Ha convocato anche Penati, alla riunione del 5 settembre?
«Non spetta a me farlo ma eventualmente potrebbe o dovrebbe essere una decisione della Commissione. Certo, se Penati vuole che lo sentiamo penso che non ci rifiuteremo».
Su cosa vi baserete?
«Io intendo giungere alla riunione della Commissione fornito fin dove possibile della documentazione accessibile, perché pubblica, finora raggiunta dalle autorità giudiziarie milanesi, ivi comprese le memorie d’accusa e difesa. C’è un’articolo dello Statuto che pone in capo alla Commissione di garanzia il compito di vigilare sul corretto comportamento dei membri del Pd. È un compito che intendiamo affrontare, insieme a tutto il partito. Non perché ci siano tante scorrettezze. Il Pd è sano, non è malato. La corruzione politica italiana risiede in assoluta prevalenza altrove. Tuttavia quell’articolo va onorato. Se non altro in sede preventiva. E poi anche perché certe patologie possono albergare anche nelle migliori famiglie».
Penati secondo lei dovrebbe rinunciare alla prescrizione?
«L’unico che può disporre di questa facoltà è lui. Certamente, gli appelli che gli sono stati rivolti da autorevoli esponenti Pd, le sollecitazioni a riflettere sul fatto che la sua stessa onorabilità è affidata a una piena soluzione, non possono non avere un peso».
Alla riunione della Commissione arrivate attrezzati di tutti gli strumenti necessari alla discussione?
«Molto è stato fatto, ma ci sono ancora delle questioni da affrontare. E non a caso un paio di mesi fa, quindi in un periodo non sospetto, Migliavacca e io abbiamo convocato per la Festa di Pesaro, il 9 settembre, una riunione dei 20 presidenti delle commissioni di Garanzia regionali e di altrettanti rappresentanti di organismi esecutivi regionali del partito dal titolo “regole e garanzie”. Dobbiamo aggiungere regole perché non c’è democrazia senza regole, non ci sono diritti senza doveri, partecipazione senza responsabilità. E poi dobbiamo ricordarci anche che non c’è legittima aspirazione individuale senzaun forte senso di appartenenza. Se mi iscrivo ad un partito è perché le mie idee si possano affermare in questa società ma anche per sostenere la mia famiglia politica nella sua interezza e non solo la mia individualità. La politica è un’attività che si fa per gli altri. E nostro compito è che il Pd vinca, non perda. Se si violano le regole morali nell’intento di far del bene si finisce sempre male. Si può e si deve far bene, con abilità, e perfino con astuzia.
Ma non con l’inganno e la strumentalità permanente. Nella riunione di Pesaro non ci chiuderemo sul caso Penati, allargheremo il discorso, perché è il momentodi affrontare tutte queste questioni».
Rimanendo a Penati, quali misure potreste adottare nei suoi confronti?
«La condizione per decidere è di conoscere ciò che è successo, sapere come stanno realmente le cose. I pm accusano con energia e convinzione ma con altrettanta energia e convinzione Penati si dichiara estraneo. Se noi ci avvicinassimo al problema col pregiudizio di un’idea precostituita non sarebbe corretto. Non possiamo anticipare nulla».
Quale sarà la vostra «indagine»?
«Dobbiamo individuare se ci sono profili etici o politici, sapendo che i tempi della politica e quelli della magistratura sono diversi, hanno esigenze diverse. In sede giudiziaria nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva. La politica non può aspettare anni. Naturalmente, è successo tante volte che dopo un lungo periodo di convinzione colpevolista sia arrivata una sentenza totalmente assolutoria, e viceversa. E quindi ad accelerare c’è un rischio. Però così noi nelle prossime settimane ci ritroveremo un profilo anche politico per affrontare la questione».
Penati ha fatto bene ad autosospendersi dal partito?
«Il sistema del Pd prevede, quando è in corso un’indagine giudiziaria di particolare gravità, l’autosospensione.
Ancor prima di accertamenti di colpevolezza. È una misura pesante, magiusta per la politica. Non sarebbe giusta in altri campi, ma è corretto che sia così. Penati ha ottemperato a questo principio, bisogna dargliene
atto».
Il vostro Statuto consentirebbe alla Commissione di garanzia anche di adottare una misura come l’espulsione
dal partito?
«È molto incerto in questo, non si può dire un sì o un no secco, c’è bisogno di una interpretazione complessa. Se c’è un corrotto non si può tenerlo nel partito, ovviamente, ma deve essere accertato. Per com’è attualmente lo Statuto, per adottare una simile decisione c’è bisogno di certezza giudiziaria o di forte certezza politica, documentata».
Pensa sia il caso di porre rimedio a questa incertezza dello Statuto?
«Partiamo da un principio generale: nel comportamento il pubblico amministratore, e a maggior ragione se del
Pd, deve essere molto più scrupoloso del cittadino comune. Se certe cose che non sono strettamente illegali
non rispondono però a principi di etica politica, il pubblico amministratore del Pd non può porle in essere. E quindi sì, noi discuteremo e vedremo come stanno le cose nel caso particolare di Penati, ma dovremo anche lavorare a una più chiara definizione dello Statuto e del Codice etico perché sia affermato in pieno questo principio. Bisogna essere più corretti di un cittadino comune. Sono contro l’idea della diversità biologica. Ma sono dell’ idea che noi abbiamo una scala di valori diversa da quella praticata, se non declamata, da quella degli altri partiti e amministratori».

L’Unità 29.08.11

"Accoglienza profughi, l’inferno dopo gli sbarchi", di Laura Anello

Sa che cos’ha trovato la polizia? Da mangiare, in magazzino, qualche cipolla. E un solo bagno per ventiquattro ragazzi». È fatto d’acciaio Joseph Amoako Dwomor, 21 anni, del Ghana. Non ha avuto paura quando tre anni fa è salito su un barcone per approdare a Lampedusa. Non ne ha avuta neanche quando l’altro giorno – lui che vive a Piazza Armerina con un permesso di soggiorno per motivi di studio – ha bussato al commissariato del paese per dire che la struttura di accoglienza «I tre pini» era un inferno. E i 24 ragazzi del Ghana ospiti lì tanti Oliver Twist con la pelle nera. «Vogliamo dare un’altra possibilità alla proprietaria?», gli ha chiesto l’ispettrice conciliante. «No», ha risposto lui, preparandosi a verbalizzare una denuncia per truffa.
La punta dell’iceberg di un affare, quello dei centri convenzionati con la Protezione civile, che viaggia alla media di 40 euro al giorno per l’ospitalità ai migranti maggiorenni e di 67 euro per i minorenni. Oltre mille strutture in tutta Italia, alcune di esperienza (comunità di accoglienza, parrocchie, strutture della rete Sprar per asilanti), altre del tutto improvvisate: alberghi, bed & breakfast, ostelli, appartamenti in condominio individuati da ogni Protezione civile regionale «dopo aver fatto ricerche di mercato», come si legge nell’ordinanza del 20 giugno scorso che ha aperto alle convenzioni con i centri pubblici e privati.
In sostanza non serve alcun requisito. E si va avanti sulla base di candidature spontanee su cui poi si contratta il prezzo: massimo 46 euro per i maggiorenni, 80 per le «strutture ponte» rivolte ai minorenni, che si chiamano così perché servono a traghettare i ragazzini verso la sistemazione definitiva nelle case famiglia, che però accolgono con il contagocce. Tutto vale, in tempi di emergenza, quando gli sbarchi incalzano e i centri d’accoglienza sono strapieni.
Sulla carta, nella convenzione, le strutture si impegnano a fornire colazione, pranzo e cena, biancheria e abiti, materiale per l’igiene personale, mediazione culturale. Che è un servizio cruciale perché comprende il sostegno psicologico, l’insegnamento dell’italiano, l’inserimento dei minori a scuola, l’assistenza sanitaria, l’orientamento, i rapporti per la questura. Previste pure cinque sigarette al giorno e una scheda telefonica che garantisca un minuto di conversazione con la famiglia lontana. O in alternativa, un «pocket money» da due euro e mezzo.
In realtà la prevista attività di controllo capillare da parte della Protezione civile è un’utopia, e succede di tutto. In alcune regioni la situazione è così preoccupante che si sta cercando di correre ai ripari: in Sicilia, per esempio, è stato appena costituito un gruppo di monitoraggio attraverso il coordinamento di associazioni del progetto «Praesidium»: Oim, Croce rossa italiana, Save the children, Achnur.
«Non parliamo di accoglienza, parliamo di attività per arraffare denaro», taglia corto Gabriele Presti, il commissario capo di Piazza Armerina che, dopo avere ascoltato Joseph e i 24 ragazzi ospiti, ha mandato ai «Tre pini» le volanti per vedere che aria tirasse. «Non abbiamo poteri di controllo -spiega – ma ci siamo resi conto dell’assoluta inadeguatezza della struttura, e avvertito la Protezione civile. Chiuderla da un giorno all’altro significava togliere il tetto sulla testa ai ragazzi, ma mi risulta che si sta cercando a breve una soluzione alternativa». La convenzione prevede che il rapporto con il centro privato, in caso di gravi inadempienze, si rescinda con un preavviso di quindici giorni.
«Mi ero proposto qualche settimana fa per fare il mediatore culturale racconta Joseph – e mi è bastato poco a capire come funzionasse la storia. Molti ragazzi avevano ancora le scarpe sfondate di quando erano sbarcati, alcuni di loro non avevano ancora capito dove fossero, a pranzo un piatto di pasta scotta, un solo operatore che si arrangiava come poteva, un cuoco di 65 anni che non aveva mai cucinato in vita sua. Per pranzo un po’ di pasta scondita e, quando andava bene, un pezzo di una fetta di pollo tagliata in tre parti». Joseph usa parole come rispetto, diritti, regole. Tiene per mano una giovanissima, timida ragazza palermitana che si è appena diplomata all’Alberghiero, la sua fidanzata.
Racconta: «Ho detto alla proprietaria: signora, questi ragazzi parlano solo il dialetto, devono imparare l’italiano. In un primo momento mi ha risposto: va bene, poi quando ha scoperto che bisognava comprare per tutti almeno un quaderno e una matita, è andata su tutte le furie. Le ho spiegato che servivano le fotografie per i documenti in questura, mi ha gridato che lei non tirava fuori un soldo. Un’altra volta ha cucinato con le sue mani frittelle disgustose e mi ha ordinato: di’ ai ragazzi che le ho comprate al ristorante. Ho risposto: no, signora, non faccio questo tipo di mediazione, se vuole glielo dica lei».
Così Joseph ha sbattutola porta e se n’è andato, anche se non ha un lavoro alternativo, dando una lezione di coraggio, di orgoglio, ma pure di fiducia nelle istituzioni. «Non mi va – dice con un sorriso – di lavorare per finta per prendere soldi, e stare zitto, altrimenti il mondo non cambierà mai».

La Stampa 29.08.11

"«Sperano di farla franca…» Penati, l’ora degli «sciacalli» Veltroni querela Gasparri" di Felice Diotallevi

Su Filippo Penati continua il pressing di esponenti Democratici che gli chiedono di rinunciare alla prescrizione o di dimettersi dal consiglio regionale lombardo. E lo stesso Pd fa quadrato davanti alla sfacciataggine del Pdl, che con Gasparri, Cicchitto e Giovanardi si arrampicano su strani sillogismi e su spudorate considerazioni sulla prescrizione, quel toccasana che Berlusconi ha voluto imporre al Parlamento per evitarsi un buon numero di processi e di probabili condanne. Così la maggioranza, davanti alla richiesta del Pd verso il suo esponente (che si è autosospeso, pratica sconosciuta a tutti gli indagati del Pdl), insiste: «Non basta». Gasparri è al solito il più dozzinale: «Si scrive Penati, si legge Bersani». Repliche e controrepliche, finchè in serata giunge la notizia della querela che Walter Veltroni intenterà verso il capogruppo Pdl a PalazzoMadama.«Il sistema di potere dei Ds-Pd – aveva detto, a spanne, Gasparri – emerge con chiarezza dalle vicende di Sesto San Giovanni. Continuazione delle tradizionali vicende che hanno visto il principale partito della sinistra al centro di un sistema finanziario ricco di risorse e povero di trasparenza, per non dire altro. Bersani spera di farla franca come capitò ai suoi predecessori graziati dal Di Pietro magistrato che così, salvati dalla tangente Enimont i capi Pds D’Alema, Veltroni, Fassino ecc, si avviò verso la carriera ministeriale insieme alla sinistra a cui aveva garantito immeritata impunità». Giovanardi è sulla stessa nota, Cicchitto si allarga e vi legge una guerra di posizioni interna al Pd, con sfondo sulla «legge elettorale». Oltre all’iniziativa giudiziaria di Veltroni («da Gasparri affermazioni gravi, ancor di più visto che ricopre importanti incarichi istituzionali»), dal Pd rispondono ribadendo quella «distanza etica» che li distingue dal centrodestra. In particolare mettono in risalto l’ apertura di «un percorso interno», ovvero la convocazione, il 5 settembre, della commissione di garanzia. «C’ è stato il massimo rigore e la massima trasparenza dal nostro partito che – dice il responsabile
organizzativo Nico Stumpo – in queste ore è oggetto di attacchi da parte di forze politiche che hanno adottato sempre condotte ben differenti… con Verdini, Cosentino, Milanese e Brancher». «È partita purtroppo una campagna di sciacallaggio contro il Pd che – osserva Francesco Boccia – si commenta da sola». Il vicecapogruppo al Senato Luigi Zanda sottolinea la «malafede politica di chi da sempre ha garantito l’immunità a Berlusconi con leggi ad personam». Poi, in serata, i grossi calibri: «Il Pdl vuole delegittimare il ruolo di governo e la credibilità del Partito democratico per distogliere l’attenzione dalle difficoltà della maggioranza di fronte alla pesante e iniqua manovra di ferragosto. Noi invece non abbiamo affatto nascosto la testa sotto la sabbia, né alzato polveroni su complotti, né cercato di intimidire o fermare le indagini della magistratura. E abbiamo chiesto a Penati di distinguere la sua posizione da quella istituzionale e di partito ». Così, in una nota, il presidente dell’assemblea nazionale del Partito democratico, Rosy Bindi. E il vicesegretario Enrico Letta ha ribadito: «Non c’è dubbio che Filippo Penati debba rinunciare alla prescrizione. Sta qui la differenza tra il nostro atteggiamento e quello di altri: da noi chi viene toccato da vicende così fa un passo indietro, si deve dimettere e far processare; altri diventano ministri. C’è una differenza di fondo. Per noi non deve rimanere alcuna macchia su questa vicenda».

L’Unità 39.08.11

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“PRESCRITTI E SMEMORATI”, di Pietro Spataro

Non può restare nemmeno la più piccola ombra. Non si può consentire che un sospetto possa offuscare il ruolo del Pd e creare disorientamento tra i suoi elettori e i suoi militanti. Per questo la strada che ha davanti Filippo Penati appare sempre più stretta. Le accuse dei pm sono pesanti Lo abbiamo detto sin dall’inizio: massimo rigore e massima trasparenza. Come ha scritto Alfredo Reichlin un mese fa su questo giornale un partito che ha l’ambizione di contribuire alla ricostruzione del Paese deve essere inflessibile. Finora ha cercato di esserlo: ha espresso fiducia nei giudici, ha spinto Penati a fare un passo indietro, ha convocato la Commissione di garanzia per valutare i provvedimenti da prendere. Ora, però, ci si aspetta che sia lo stesso Penati a fare gesti ancor più netti. Come si sa, si è autospeso dal Pd e si è dimesso da vicepresidente del consiglio regionale lombardo nonostante continui a professarsi innocente. L’accusa che resta a suo carico (cassata dal gip quella di concussione) è corruzione per la quale il reato è già prescritto. Una condizione che mette Penati al riparo dal processo.
Ma ciò che è sufficiente per un normale cittadino non lo è per un dirigente politico e tanto meno per un partito: Penati deve riuscire a dimostrare la sua completa estraneità. E a questo punto per farlo non ha altra strada che rinunciare alla prescrizione e presentarsi in dibattimento. Dopo che il Pd si è battuto contro la prescrizione voluta da Berlusconi, non sarebbe serio né ammissibile che un suo esponente se ne avvalesse o la considerasse quasi un’assoluzione. Certo, si tratta di una scelta difficile, perchè ognuno è solo davanti alla legge e valuta liberamente le strategie difensive. Ma è evidente che se una scelta del genere non venisse compiuta per Penati si determinerebbe una condizione di assoluta incompatibilità con il suo partito. L’etica, il rigore e la trasparenza sono questioni politiche di prima grandezza per chi vuole cambiare il Paese e si batte per l’equità e la giustizia. Anche per questo motivo Penati, per essere libero nel difendersi, dovrebbe valutare seriamente se lasciare il suo posto di consigliere regionale che ha conquistato con la fiducia di tanti elettori di centrosinistra che ora non sanno più per chi hanno votato. Sosteniamo questo dal primo giorno e lo ribadiamo in modo chiaro e netto affinché non ci siano equivoci. Ma la girandola di dichiarazioni di autorevoli esponenti del centrodestra che ieri ha vorticato sulle agenzie o i titoli di certi giornali (quelli di famiglia e non) che hanno già scritto la sentenza definitiva e accusato tutti i leader dal Pci al Pd delle peggiori nefandezze, sono davvero indecenti. Sentire usare argomenti giustizialisti da quelli che hanno difeso Berlusconi ad ogni processo, ad ogni rinvio a giudizio o ad ogni accusa gridando contro i «giudici comunisti» fa impressione e dimostra a quale livello di spregiudicata demagogia si sia arrivati nell’era berlusconiana. Sentirli tuonare contro «Penati salvato dalla prescrizione» fa ancora più impressione visto l’uso che di quello strumento (ostinatamente voluto) ha fatto il premier. E vederli accusare il Pd per la sua debolezza contro la corruzione è ancora più sorprendente visto il numero di esponenti del centrodestra che, in presenza di inchieste giudiziarie, accuse e rinvii a giudizio, hanno fatto carriera diventando persino ministro. E’ una schiera di smemorati questa che si muove disinvoltamente sulla scacchiera della politica e opera cambi di fronte senza alcuna vergogna. Avremmo voluto sentirli prima moralisti o inflessibili fustigatori come Gasparri, Cicchitto, Giovanardi. O ancora i custodi della moralità come Belpietro e Sallusti. Ma erano altrove, tutti insieme impegnati fino allo spasimo a difendere il Capo dal complotto delle “toghe rosse”. Vedete, purtroppo così va il mondo dalle parti del Partito Personale. Nel centrosinistra che noi vogliamo, invece, si può anche chiedere a un dirigente che non è stato nemmeno rinviato a giudizio di rinunciare alla sua protezione processuale. Se a destra avessero usato lo stesso metodo, chissà come sarebbe andata la nostra storia. Verdini, Cosentino, Romano e imputati vari non avrebbero più alcun incarico. E Silvio Berlusconi, con il suo fardello di imputazioni (e con la prescrizione scambiata, anche dal Tg1, per assoluzione) non starebbe più a Palazzo Chigi. Solo fantasie, ovviamente: perché tutti in coro avrebbero gridato al tradimento del voto popolare. Non c’è niente da fare, il populismo genera brutti mostri.

L’Unità 29.08.11

"Tremonti è il padrone dei ministeri e delle tredicesime mensilità dei loro dipendenti", di Osvaldo Roman

ScuolaOggi

E davvero singolare, in tempo di manovre economiche contro la crisi, il modo con cui il ministro dell’Economia sta procedendo contro i diritti dei cittadini e contro l’autonomia e l’efficienza dell’amministrazione dello Stato. Le tredicesime e il TFS, così come nel passato gli scatti economici di carriera del personale della scuola e, sia pure con diversa modalità, dei ministeri, non sono, per lui come per la sua maggioranza, diritti acquisiti con la stipula di un contratto, perfino di natura privatistica, lo sarebbe invece l’impegno di non tassare i capitati rientrati con lo scudo fiscale! Così anche, per rapinare ai precari una parte dei loro diritti in materia retributiva si è inventato un contratto integrativo sottoscritto dai soliti volonterosi. Tremonti e i ministri leghisti che inaugurano le sedi decentrate dei ministeri hanno messo in scena la celebrazione ufficiale del loro rifiuto di dare attuazione al Titolo V della Costituzione. che proprio in materia di istruzione ha finora avuto la manifestazione più appariscente.

Nei documenti governativi che accompagnano la manovra, si svolge anche quell’incredibile pantomima sui tagli dei trasferimenti alle Regioni e agli enti locali che non vengono sommati a quelli precedenti decretati con l’art. 14 del DL. 78 e con l’art. 20 del DL 98 perché non dovrebbero essere considerati “tagli dei trasferimenti” ma ”contributi, sostanzialmente coatti, delle autonomie locali alla riduzione del fabbisogno e dell’indebitamento netto”. Credo che pochi cittadini abbiano potuto riflettere sulla circostanza che gli enti locali sono stati chiamati contribuire con fondi che non erano nella loro disponibilità ma in procinto di essere loro assegnati dal governo che se ne è trattenuta una parte definita unilateralmente come contributo. Qui all’oltraggio al Titolo V della Costituzione si aggiunge concretamente il tragico decesso del federalismo fiscale che è tutto racchiuso nelle sequenza dianzi descritta. Il recente decreto legge 138 recante le “ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria” già dall’articolo 1, comma 1 ricomincia a prendersela anche con i Ministeri prevedendo per gli anni 2012 e 2013 un taglio delle spese, aggiuntivo a quelli già decretati con il DL. 98, art. 10, rispettivamente di 6.000 e 2.500 milioni di euro. Anche in questo caso giornalisti e commentatori di regime e perfino esponenti PDL, con responsabilità nelle associazioni delle autonomie locali, citano solo i nuovi tagli e dimenticano i vecchi che sono però destinati a incidere nelle medesime annualità.
Per quanto riguarda i tagli agli organici e alle spese dei Ministeri si deve ricordare che, sotto il governo Berlusconi, erano stati oggetto, anche di recente, di analoghi interventi.

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da ScuolaOggi 29.08.11

"La P3, la P4, il Cavaliere e il mistero dei milioni regalati", di Concita De Gregorio

Quello che abbiamo smesso di chiederci è perché, per conto di chi. Assuefatti all´omeopatico dilagare della corruzione che ha trasformato l´Italia nel paese del “che male c´è, così fan tutti”, tutti colpevoli nessun colpevole, scivoliamo distratti sui resoconti di giornata dei giornali, tanto si sa come va il mondo.
Sei Procure, sei filoni di indagine, migliaia e migliaia di pagine agli atti. Berlusconi ha regalato a Dell´Utri dieci milioni di euro? Un uomo generoso, beato lui che ce li ha. Angelucci ha estinto il mutuo da otto milioni di Denis Verdini? Ah. Walter Lavitola, curatore testamentario della un tempo gloriosa testata L´Avanti! paga uno stipendio mensile al procacciatore di protesi e di prostitute Tarantini, rimborsato dal presidente del Consiglio? Era prevedibile, Tarantini del resto (“le donne e la cocaina favoriscono gli affari”, un maestro del pensiero) in qualche modo doveva essere messo in salvo. Meglio soldi che un seggio in parlamento, in fondo. Fu Verdini ad avvisare Caldoro, allora candidato alla presidenza dalla regione Campania, che c´era un dossier “tipo Marrazzo” sul suo conto? Gentile. Del resto fu Berlusconi in persona ad avvisare Marrazzo. Voleva aiutarlo, certo. Un gruppo di faccendieri scambia le sorti politiche di Cosentino con la legge sull´età pensionabile dei giudici. Normale. Si attiva per far pagare alla Mondadori solo il 5 per cento di quel che deve alla Agenzia delle entrate? Gianni Letta segue la vicenda di persona? Vabbè, se è per pagare di meno, chi non lo farebbe, potendo. Ecco, bisognerebbe ritrovare lo stupore, almeno. Se non l´indignazione la consapevolezza dell´enormità di ciascuna di queste notizie.Ricominciare a chiedersi: ma perché? Per conto di chi? Il Grande Corruttore ha comprato ogni cosa, persone e beni, ha disinnescato alla fine l´unica arma per lui davvero letale: l´intelligenza, la capacità di ciascuno degli italiani di darsi risposte in proprio, senza delegare. Eppure non è difficile, basterebbe riportare tutto alla dimensione propria e ragionare sui soldi. Come se fossero i nostri, i vostri. Può una persona che guadagna 4000 euro al mese, come dice di sé uno degli indagati P3, spenderne 1000 per invitare ogni giovedì a cena degli amici? Non può, voi non potreste. Dunque chi lo ripaga, per conto di chi lo fa, e perchè? Quando qualcuno vorrà scrivere finalmente in chiaro la storia di come affondò nel pantano da lui stesso progettato l´impero di Silvio B. dovrà raccontare non di donne e di magio e, il collante del ricatto che tutti ammutolisce. Vediamo.
I PRESTITI INFRUTTIFERI
Vuol dire regalo. Non rendono niente, soldi a perdere. Abbiamo qui, venti pagine di relazione . della GdF, la relazione sui soldi regalati negli ultimi tre anni da Berlusconi a Dell´Utri. Dieci milioni in tre parti: il 22 maggio 2008 attraverso il Monte dei Paschi, filiale di Segrate (la stessa che stipendiava le Olgettine), febbraio e marzo 2011 su Banca Intesa. Coprono uno scoperto di oltre 3 milioni di euro di Dell´Utri, e sette avanzano. A cosa servono quei soldi? Perché il presidente del consiglio in carica finanzia con una somma così ingente un suo vecchio amico, certo, un uomo che in questo momento non ha altri incarichi se non la presidenza dei Circoli del Buon Governo, ironia delle parole, oltre ad una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa? Il procuratore Giancarlo Capaldo ha chiesto lo stralcio di questa parte dell´inchiesta P3. Il resto andrà a giudizio a metà ottobre, sui bonifici si continuerà ad indagare. Capaldo si è chiesto perché, in definitiva. Si deve lavorare ancora per spiegare perché, in cambio di cosa Berlusconi paga l´uomo che gli presentò lo stalliere Mangano. Immaginarlo, indovinarlo non basta a certificare che si tratta di un compenso. Nel faldone bonifici c´è un´altra vicenda per lo meno curiosa: villa Gucci a Firenze, comprata da Denis Verdini per 8 milioni di euro – che non aveva – e in effetti pagata in tre rate dal re delle cliniche private Angelucci, denaro transitato da una società Lussemburghese sulla filiale Roma 5 del banco di Brescia. Perché Angelucci paga i debiti di Verdini? Non basta accertare il passaggio di denaro, bisogna “chiarire senza equivoci la natura dello scambio”. In questo caso, lo scambio tra due uomini che si sono fatti da soli, proprio come il Principale. Un ex portantino del San Camillo il primo, il titolare di una macelleria divenuto presidente di banca, Credito cooperativo fiorentino, il secondo. Un miglioramento di status, quello di Verdini, che si riverbera anche nella natura dei reati che negli anni, una ventina di procedimenti, gli sono stati contestati. Dallo stupro alla concussione, che è più elegante. Chissà quanti bei ricordi di gioventù, con l´ex barelliere Angelucci, tra un passaggio di milioni e un altro. E comunque perché corrono questi denari e favori? Nell´interesse di chi?
I LUOGOTENENTI
C´è qualcuno che comanda, qualcuno che esegue gli ordini o addirittura li indovina, addestrato a prevenire i desideri. La storia del Grande Corruttore passa per le vicende dei suoi uomini, quelli che si sporcano le mani e qualche volta le lasciano in pasta, il sentimento di impunità e di onnipotenza essendo lo spirito del tempo. Le inchieste di questa stagione passano di qui, conviene conoscerli. Sono, dirà la storia, tre modesti faccendieri. Quello di Berlusconi si chiama Denis Verdini, era in principio un macellaio di Fivizzano, divenne infine il dominus della sorte politica del suo signore per via dei denari, ovviamente: aveva una banca, teneva i cordoni della borsa e le fila dei moltissimi famigli e questuanti, dei finanziatori venuti da lontano, dalle epoche sepolte del craxismo degli esordi, delle massonerie degli affari, dei faccendieri piduisti da cui tutta questa storia trae origine. Poi c´è Luigi Bisignani, in stretti rapporti con Gianni Letta: era un ragazzino all´epoca di Licio Gelli è un crocevia degli affari trent´anni dopo. Il luogotenente di Tremonti è Marco Milanese, irpino di Cervinara, una laurea assai tardiva, ombra silenziosa e avida del ministro dell´economia. Le sei inchieste che nel 2011 minano come cariche di tritolo l´edificio già pericolante del Sistema si occupano di loro: i lobbisti a capo di una corte di figurine minori – Fofò, Mimì, Gegè, magistrati e presidenti, imprenditori e aspiranti scudieri – che parlando stretto dialetti di diversi entroterra si riuniscono indifferentemente tra gli stucchi di palazzo Pecci Blunt o sotto una tettoia di un´area di servizio autostradale, fanno a gara ad acquisire credenziali presso “Cesare”, lo chiamano così, l´imperatore che tutto muove, per passare poi all´incasso. Premono sulle corti di giustizia per favorire il lodo Alfano, dunque la di lui impunità; facilitano la nomina di un magistrato amico; fabbricano dossier su un candidato nemico, governano miliardi di appalti pubblici, si regalano barche, macchine e ville, se il mutuo è scoperto arriva presto un imprenditore in debito di gratitudine ad estinguerlo. Sei inchieste: Milano, Monza, Firenze, Perugia, Napoli, Roma. E sullo sfondo la guerra per la successione: Gianni Letta e Giulio Tremonti, gli eredi naturali, si contendono da mesi, in verità da anni, l´eredità del berlusconismo. Letta è l´Andreotti del Duemila. Ecumenico, trasversale, amico di tutti, destra e sinistra, mediatore congenito fin dal tono di voce. Tremonti è l´uomo del Nord, pratico, antipatico, sodale della Lega di Bossi, la foglia di fico efficiente – a suo modo – in un governo di ventriloqui di modesta competenza. L´uomo dei conti. E´ dunque la storia, questa, della guerra fra Letta e Tremonti: una battaglia che oggi, estate 2011, li vede entrambi in ginocchio, azzoppati dalle inchieste in procinto di andare a dama. Fra settembre e ottobre le procure depositeranno le richieste di rinvio a giudizio dei loro uomini. Il pallino torna nelle mani di Silvio B., Cesare ormai diffidente di entrambi, mentre l´impero costruito negli anni Ottanta sul mattone e poi sulle tv, diventato infine politica allo scopo di mantenere intatte ricchezze e privilegi, tutto intorno si sfarina.
GLI ASSEGNI
La storia è scritta in un vortice di assegni e bonifici firmati da Berlusconi nell´arco di trent´anni. Il primo riemerge dalle nebbie degli esordi, è nelle mani dell´avvocato Stefano Gullo da Agrigento, classe 1923, biografia che incrocia quella di Sindona negli anni della P2. Gullo prestò, allora, un miliardo di lire a Flavio Carboni e Silvio Berlusconi ottenendo in cambio come garanzia assegni da non incassare. Non ha recuperato che 200 milioni, oggi reclama il resto esibendo – appunto – gli assegni firmati Berlusconi. Gli ultimi sono i bonifici di Berlusconi a Dell´Utri di cui si diceva. Prestiti infruttiferi. Le carte sono agli atti, le fotocopie degli assegni e gli estratti conto in uno dei faldoni sulla scrivania del procuratore Giancarlo Capaldo. P4, P5, P55. Potremo andare avanti all´infinito ma la storia è sempre la stessa. Il sistema è quello, e non è neppure nuovo. Ricordate Evangelisti, «a Fra´ che te serve?». Era così ai tempi di Andreotti, che del resto è ancora assai presente sulla scena, è così oggi. Solo: a beneficio di un uomo solo. Possiamo chiamarla P5 o P55 ma per capire il senso della sigla bisogna risalire alla P2, in fondo anche Licio Gelli era un impiegato della Permaflex, Berlusconi allora un giovane affiliato alla Loggia. “Dovrebbero pagarmi i diritti d´autore”, disse Gelli anni fa a proposito di Berlusconi e Cicchitto. Più di recente, dei nuovi faccendieri sulla scena: “Dilettanti”. Anche Berlusconi ha detto di loro “pensionati sfigati”. Della sfortuna si può discutere, che siano pensionati è una menzogna. Flavio Carboni, signore di Sardegna, viene direttamente dagli anni di Andreotti e di Sindona, crocevia di morti sparizioni e misteri. Arcangelo Martino, socialista napoletano, viene dagli anni craxiani del Raphael. Fu proprio al Raphael, racconta, che presentò negli anni Ottanta a Berlusconi il suo collaboratore Elio Letizia, presente Craxi. Elio Letizia, padre di Noemi. Ricordate cosa disse Berlusconi il primo giorno? “E´ la figlia dell´autista di Craxi”. Non proprio l´autista, qualcosa del genere. I soldi, di nuovo – non le donne – sono la pista. I soldi e gli affari. Soldi di antica origine, debiti e sodalizi vecchi di decenni. Le radici alle origini. I frutti, poi, sono i Tarantini di Puglia, gli imprenditori sardi dell´eolico, gli Anemone dei grandi appalti e delle case ad altrui insaputa. E´ come se sulla scena delle inchieste, oggi, ci fossero la prima e la terza generazione di affaristi. I “pensionati” della Prima repubblica e i giovani affaristi rampanti dell´ultima. Un passo indietro, nell´ombra, la generazione di mezzo quella delle grandi fortune: il ragazzo sveglio di allora, anziano Cesare oggi.
UNA SOLA STORIA
Il “sistema gelatinoso” dei grandi appalti, la fabbrica del fango della P3, le pressioni sui magistrati e sulla Guardia di Finanza della P4: è una sola unica storia, la storia della corruzione eletta a sistema. Quando Caldoro dice: “Mi convocò Verdini alla Camera, mi disse che c´erano storie di sesso sul mio conto. Mi disse che si sentiva in dovere di informare Berlusconi” siamo tutti in grado di leggere il sottotesto di queste parole. Perché, in favore di chi? E quando si incontrano poi a casa Verdini per definire la candidatura di Arcibaldo Miller, l´interessato presente, Dell´Utri e Carboni. Per conto di chi? In un interrogatorio di sette ore Verdini è chiamato a dar conto di 2 milioni e 600 mila euro transitati dalla sua banca, in seguito oggetto di un´ispezione della Banca d´Italia che ne denuncia le molte irregolarità e la condanna a pagare una multa. Soldi che arrivavano da un imprenditore romagnolo dell´eolico, Fabio Porcellini. E finivano dove? “A finanziare il Giornale”, risponde Verdini. Il Giornale di Paolo Berlusconi, edizione Toscana. E perché un imprenditore dell´eolico con interessi in Sardegna, regione guidata dall´amico Cappellacci, dovrebbe pagare i debiti del Giornale. Per favorire chi, oltre a se stesso?
NELL´OMBRA
Dice Arcangelo Martino di Pasquale Lombardi, il socialista e il democristiano campani protagonisti dell´inchiesta P3: “Lombardi aveva rapporti con Gianni Letta, più volte ho sentito le loro telefonate. Disse che stava aggiustando la faccenda Mondadori perché fosse trasferita alle sezioni unite della Corte”. I nomi di Letta e di Tremonti – nelle 66mila pagine di un´inchiesta, le 80mila di un´altra – compaiono così, interlocutori invisibili all´altro capo del telefono. Beneficiari sedicenti inconsapevoli di appartamenti di gran lusso, mandanti mai espliciti. Cesare è il convitato di pietra. Quando in una nota in calce a uno dei fascicoli resta l´appunto dei Carabinieri – “Cesare è il nome in codice che gli interlocutori telefonici danno a Silvio Berlusconi” – succede la fine del mondo. Per il metodo, non per il merito. Formalmente quella postilla doveva essere secretata, è rimasta per errore. Leggiamo dagli atti. La cricca si attiva per la riammissione della lista Formigoni in Lombardia, per il dossier sul Caldoro che intralciava Cosentino in Campania, per la nomina di Alfonso Marra e il tentativo di candidatura di Arcibaldo Miller, questi ultimi magistrati perché le carte pullulano di giudici non ascrivibili alle toghe rosse, al contrario, giudici amici e compiacenti che volentieri partecipano a convegni ‘all inclusive´ nei più esclusivi resort della penisola, paga Carboni, paga il presidente della regione Cappellacci. Perché, nell´interesse di chi? Chi è l´utilizzatore finale?
CADUTI SUL CAMPO
Il primo a cadere, tra gli uomini di Gianni Letta è Guido Bertolaso, inviso assai a Tremonti. Il sistema gelatinoso degli appalti, il G8 e i mondiali di nuoto, Balducci, Anemone De Santis, Della Giovanpaola, il procuratore Achille Toro, le aragoste per pranzo e l´eolico per cena, i centri benessere e gli evviva la notte del terremoto. Bertolaso declina. Tremonti gioisce, ma subito l´inchiesta Finmeccanica – false fatturazioni, fondi neri – in un filone secondario, Eurotec, porta in luce la strana storia del suo consigliere Milanese. Questa è la vicenda di una barca ma sullo sfondo c´è un giro vorticoso di benefici galattici di regali stellari, una vita vissuta nello sfarzo supremo mentre il paese intero si accinge a metter mano al portafogli per risanare la voragine del debito in cui è precipitato. Il ministro dell´Economia chiede enormi sacrifici agli italiani e il suo braccio destro veleggia di regalo in privilegio. Lui stesso, il ministro, abita un appartamento da Milanese procurato. L´inchiesta, a parte i Rolex, parla di tre milioni e mezzo di tangenti per assicurarsi appalti assai più redditizi. Letta assesta un colpo alla Rai morente – perché, nell´interesse di chi? – piazza la cattolicissima Lorenza Lei alla direzione generale piuttosto che il candidato di Tremonti, Angelo Petroni. Subito Bisignani, uomo di fiducia di Letta a Palazzo Chigi, già lobbista ai tempi del tangentone Enimont e delle vicende Ior-Vaticano, finisce nell´inchiesta napoletana P4, altro giro di corruzione altre pressioni altri regali. Il 2 agosto l´aula di Montecitorio autorizza l´acquisizione degli atti su Milanese (corruzione, associazione a delinquere, favoreggiamento) e non per Verdini su cui pende una richiesta di rinvio a giudizio per tentato abuso d´ufficio nella ricostruzione dell´Aquila. Un colpo a Tremonti, senz´altro: Verdini salvo, Milanese no. Il 3 agosto Capaldo lascia l´inchiesta Enav-Finmeccanica per la storia del pranzo con Tremonti e Milanese , il 4 chiude le indagini sulla P3 e stralcia la posizione Berlusconi-Dell´Utri quanto ai bonifici di cui sappiamo. Su quelli si indagherà ancora. Intorno a Ferragosto emerge che Tarantini, il procacciatore di prostitute pugliese, è pagato un tanto al mese da Walter Lavitola, direttore de l´Avanti!, a sua volta rimborsato da Berlusconi. Per cosa? “Per generosità, perché Tarantini era disperato”, risponde Cesare. Lavitola, attivissimo nel procurare documenti sul caso appartamento di Montecarlo-Gianfranco Fini nei giorni della rottura politica tra i due fondatori del Pdl, conferma che si tratta di beneficienza. “Un uomo disperato”, Tarantini. I molti disperati d´Italia sanno ora a chi rivolgersi. A patto di avere qualcosa da offrire in cambio, è ovvio. “La generosità di per sé non è un reato, bisogna certificare con precisione in cosa consiste il do ut des”. Immaginarlo non basta. Un assegno, un bonifico, un prestito infruttifero. Cesare paga, in questo scorcio di fine epoca. Generosamente, “disinteressatamente”. Peccato per la concomitanza con la manovra, chè gli italiani pure pagheranno un conto. Che sappiano almeno con esattezza per coprire cosa, per salvare chi. Il pantano è un pozzo senza fondo, non basteranno pochi miliardi a risanarlo. Il Grande Corruttore sarà al sicuro fino al minuto esatto in cui non cominceremo tutti a chiederci perché, a favore di chi. Senza lasciare alla magistratura la supplenza, ché prima del reato c´è il delitto politico. La responsabilità morale e materiale dello scempio.

La Repubblica 29.08.11