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"La ricerca perduta", di Pietro Greco

Alla fine anche gli ultimi nodi sono venuti al pettine. In un solo anno, tra il 2008 e il 2009, la produzione scientifica dell’Italia è crollata del 22,5% passando da 52.496 articoli pubblicati si riviste internazionali con peer review ad appena 40.670. Ponendo fine a una crescita, ininterrotta e senza pari in Europa, che durava da trent’anni. Che aveva consentito alla scienza italiana di mascherare, attraverso la produttività dei singoli (altro che fannulloni) le fragilissime basi del sistema e di assorbire, persino, l’«effetto Cina». È questa, in estrema sintesi, la novità contenuta nell’articolo «Is Italian science declining?» (La scienza italiana è in declino?) che Cinzia Daraio, docente di Economiae organizzazione aziendale all’università di Bologna, e l’olandese Henk Moed del centro di studi scientifici e tecnologici dell’università di Leida, hanno pubblicato sulla rivista, con peer review, «Research Policy», che si occupa, appunto di politica della ricerca. I due ricercatori hanno preso in esame una serie di indicatori bibliometrici dal 1980 al 2009.E hanno constatato come, in questi 30 anni, il sistema di ricerca italiano abbia avuto un incremento quantitativo e qualitativo di produzione senza precedenti. Tra il 2000 e il 2008, in particolare, il numero di articoli scientifici firmati da ricercatori italiani è passato da 32.751 a 52.496:un aumentodel60%ottenuto malgrado il numero di ricercatori sia rimasto sostanzialmente costante e malgrado le risorse siano rimaste sostanzialmente costanti. Quest’incremento ha fatto sì che l’Italia conservasse la sua quota mondiale di produzione scientifica malgrado l’«effetto Cina»: ovvero la perentoria entrata in scena degli scienziati cinesi che ha fatto abbassare la quota di tutti gli altri Paesi. In pratica gli scienziati italiani hanno pubblicato, nel 2008, quasi quanto gli scienziati francesi, pur essendo la metà in termini numerici e pur disponendo di meno della metà delle risorse rispetto ai colleghi d’oltralpe. Ma gli italiani hanno vinto il confronto anche con tutti i loro colleghi europei e del mondo. Secondo i calcoli di Cinzia Daraio ed Henk Moed, infatti, in questi trent’anni i ricercatori italiani hanno aumentato come nessun altro la produttività individuale (il numero di articoli scritti in media da un singolo ricercatore) e si sono imposti come, in assoluto, i più produttivi al mondo. Vincendo la gara anche con gli stakanovisti tradizionali, svizzeri e olandesi in testa. Anche la qualità dei loro lavori è migliorata. Il numero di citazioni per articolo, infatti, ha mantenuto un trend di costante ascesa e, a partire dall’anno 2000, ha superato la media mondiale. Anche se resta inferiore a quella dei ricercatori dei Paesi europei più avanzati. In definitiva, possiamo dire che i ricercatori italiani – che qualcuno si ostina a chiamare fannulloni – sono pochi, ma hanno lavorato per trent’anni come nessuno al mondo, ottenendo il primato assoluto in termini di produttività e una buona sufficienza in termini di qualità. Grazie a questo superlavoro individuale hanno mascherato le debolezze strutturali del sistema ricerca. Che da trent’anni ottiene meno risorse e meno attenzione di quanto non succeda in tutti gli altri Paesi, a economia matura o a economia emergente. Il gigante è cresciuto, ma i suoi piedi sono diventati sempre più piccoli e sempre più argillosi. Ma dopo trent’anni di questo paradosso il sistema non ha retto più. Le risorse e l’attenzione dei governi – in particolare dei governi diretti da Berlusconi – sono ancora diminuite e il gigante è crollato. Non poteva essere diversamente. Con questa anomalia il sistema italiano della ricerca – per utilizzare una metafora cara al professor Pier Giuseppe Pelicci, lo scopritore dei geni dell’invecchiamento – è piombato come nel Medioevo, con qualche castello che ospita la nobiltà, e intorno il deserto della quantità e della qualità. I castelli hanno retto per quanto hanno potuto, molto meglio di quanto si potesse sperare, alla sfida della modernità. Ma alla lunga sono stati costretti ad arrendersi. Ai nuovi barbari, la gran parte interni al Paese. Il sistema ricerca in Italia non regge più. Può reggere l’Italia senza un sistema di ricerca?

L’Unità 23.08.11

2 Commenti

  1. Manuela Ghizzoni dice

    Grazie per la segnalazione, ripresa dallo stesso Greco.

    “Ricerca: non sono in calo pubblicazioni” di Pietro Greco, da http://www.unita.it
    Il dato era infondato. Non è vero che la produzione del sistema di ricerca italiana, misurato attraverso il numero di articoli pubblicati su riviste con peer review, è diminuita del 22,5% nel 2009 rispetto, come riportato nell’articolo «Is Italian science declining?» pubblicato su Research Policy da Cinzia Daraio, docente di Economia e organizzazione aziendale all’università di Bologna, e da Henk Moed, dell’università di Leida, di cui su l’Unità ha dato conto. Come ha dimostrato Giuseppe De Nicolao, dell’università di Pavia, il dato è solo una somma provvisoria. Il meccanismo di conta degli articoli scientifici è piuttosto complicato e, dunque, c’è bisogno di un po’ di tempo prima che i dati si consolidino.
    Abbiamo dato una notizia incompleta e ce ne scusiamo con i lettori. Resta, tuttavia, il quadro generale. Il sistema di ricerca italiano è caratterizzato da un’alta produttività individuale: i nostri ricercatori pubblicano, in media, più articoli dei colleghi di altri paesi. E la qualità dei loro articoli – misurata attraverso appositi indicatori – è comunque superiore alla media (anche se inferiore a quella dei paesi più avanzati).
    Tuttavia èun sistema piccolo, rispetto a quello di altri paesi europei. Che, a causa delle scarse risorse, si sta organizzando con una struttura che potremmo definire di «incastellamento»: pochi gruppi di assoluta eccellenza che si chiudono in manieri robusti e intorno la campagna sempre più povera.
    Una struttura del genere fa sì che molti gruppi possano lavorare con successo alla frontiera della ricerca internazionale.Manon fa sistema. Come succede, invece, in tutti i paesi avanzati. Questa struttura, così atipica, è ora sottoposta a nuovi stress. Come ha ricordato, per esempio, la CRUI in un recente documento nei prossimi mesi, a prescindere dall’ultima manovra, l’università e la ricerca saranno sottoposti a nuovi tagli. La domanda dunque resta: riusciremo a mantenere l’alta produzione attuale e a uscire dal regime feudale dell’incastellamento?

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