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"C´era una volta il Senatur", di Ilvo Diamanti

Il passaggio di Bossi in Cadore, per festeggiare il compleanno dell´amico Tremonti, insieme a Calderoli, è durato poco.
Qualche giorno appena. Per l´incalzare della crisi, ma soprattutto, per paura dei fischi, delle proteste e dei contestatori. Così, niente interviste e niente conferenze stampa. Una nemesi: il contestatore contestato. Il portavoce della Protesta protestato. A casa propria (visto che il bellunese è culla del leghismo). Un tempo, invece, Bossi era costantemente (in) seguito da una comunità di giornalisti “specializzati”. Soprattutto d´estate, in attesa di una provocazione quotidiana, che desse un po´ di colore politico a una stagione altrimenti incolore. E Bossi non deludeva mai. Sparava (verbalmente) contro l´Italia, i “vescovoni” e il Papa polacco. Contro Berlusconi, le destre e le sinistre – romane. Da qualche anno, però, nessuna sorpresa e meno giornalisti, a Ponte di Legno come in Cadore. La Lega non riserva più sorprese. Si è normalizzata. Tutti i politici, d´altronde, si sono un po´ “leghizzati”. Le sparano grosse per ottenere spazio sui media. Sul modello del Senatur nel comizio di ieri sera a Schio. Poi, soprattutto, il declino del berlusconismo ha “colpito” anche la Lega. Che, come il Pdl e Forza Italia, è un “partito personale”. Quantomeno: altamente “personalizzato”. “Impersonato” dalla “persona” di Umberto Bossi, fin dai primi anni Novanta. Quando il Senatùr, dopo aver riunito le diverse leghe regionaliste intorno al nucleo lombardo e dopo aver “epurato” tutti gli altri leader concorrenti, è divenuto il solo, indiscusso Capo della Lega. Unico riferimento strategico e simbolico. Unica bandiera. Più della stessa Padania (che egli, d´altronde, incarna). Oggi, quella parabola pare essersi consumata. Nonostante che la Lega, negli ultimi anni, abbia riconquistato il peso elettorale di un tempo. Nonostante che, da dieci anni stia al governo, quasi ininterrottamente. E sia divenuta il “partito forte” della maggioranza. Eppure, da qualche tempo, pare finita in un cono d´ombra. Insieme al Capo. Per diverse ragioni.
a. La crisi di consenso della maggioranza, messa in luce dalle amministrative e dal referendum degli scorsi mesi, alimentata dalla bufera dei mercati.
b. Le difficoltà provocate dalle manovre finanziarie del governo, ultima quella discussa in queste settimane. Hanno alimentato l´insoddisfazione popolare, ma, soprattutto, hanno costretto la Lega a giocare un ruolo sgradito e innaturale. A indossare una sola maschera. Quella del “partito di governo”. Che chiede sacrifici. Impone tasse. Senza contropartite, perché parlare di federalismo mentre si tagliano le risorse agli enti locali, anzi: mentre si tagliano migliaia di enti locali, è quantomeno ardito.
c. E poi c´è il problema di Bossi, la Persona intorno a cui ruota il partito Personale leghista. Non è più quello di un tempo. La malattia l´ha segnato profondamente. Anche se i segni del male e della sofferenza, esibiti apertamente e senza timidezza, hanno, per certi versi, rafforzato il carisma del Capo. Non solo tra i suoi “fedeli”. Oggi, però, la debolezza del corpo appare sempre più un limite. All´esterno, perché Bossi insiste ad atteggiarsi come un tempo. Come se nulla fosse cambiato. La stessa canotta d´antan. E poi gli sfottò, le pernacchie, il dito levato. Come se fosse lo stesso degli anni Ottanta e Novanta. Ma non lo è più. Così, però, rischia di apparire patetico. Il peggio che possa capitare a un Barbaro orgoglioso come lui.
d. Inoltre, su di lui pesano i segni, più che i sospetti, dell´omologazione ai vizi della politica politicante. L´impressione di essere sensibile ai (e condizionato dai) consigli di un circolo esclusivo e ristretto di dirigenti (e di parenti). Per non parlare del “familismo”, visto che il suo portavoce pare essere divenuto il figlio Renzo.
e. La sua debolezza “personale”, però, sembra riflettersi anche all´interno del partito. Attraversato da tensioni centrifughe. Fra territori e leader, che corrono e si rincorrono, ciascuno per proprio conto. Talora, contro gli altri. Mentre cresce l´insoddisfazione degli elettori e degli stessi militanti, espressa in modo aperto all´adunata di Pontida dello scorso giugno.
Eppure è difficile, quasi impossibile, che Bossi possa venir messo da parte. Nessuno ne ha la forza, nel partito. E se lo stesso Bossi decidesse di uscire di scena, per propria decisione, difficilmente la Lega gli potrebbe sopravvivere, così com´è ora. Perché l´unica bandiera, l´unico mito fondativo, l´unico legame biografico: resta lui. Senza di lui, tutte le mille differenze locali e personali che oggi, faticosamente, coabitano nella Lega, rischiano di esplodere. Ostaggio di se stesso e del proprio passato, il Capo non è mai sembrato tanto solo.

La Repubblica 20.08.11

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“Gaffe, insulti e contraddizioni Il lungo crepuscolo del Senatur mette in imbarazzo la base lumbard”, di ROdolfo Sala

L´altra notte ha abbandonato in anticipo l´albergo dove risiede in Cadore. Dopo la manovra ha confessato di di avere voglia di dormire per tre giorni di fila. Resterà un´immagine, di questa scialbissima estate bossiana, a raccontare meglio di mille parole il crepuscolo del Senatùr. Lui seduto a un tavolo all´aperto dell´hotel Ferrovia, insieme a Calderoli e Tremonti, e davanti a loro gli uomini della scorta che fanno muro, per impedire a chicchessia ogni contatto con il terzetto. Mai successo. Finora le vacanze di Bossi erano cavalcate trionfali, bagni di folla non solo ai comizi. Erano processioni continue di militanti leghisti e anche semplici cittadini che accorrevano ovunque il Senatùr si palesasse. E, certo, nessuno avrebbe neppure osato immaginare che un comizio programmato potesse saltare per il timore fondato di contestazioni, com´è invece successo a Calalzo. Proprio lì, tra le montagne del Cadore, durante l´ultima esternazione con i giornalisti – prima della fuga di giovedì notte seguita alla cena blindata per il compleanno di Tremonti: è tornato un giorno prima del previsto nella sua Gemonio – Bossi si è abbandonato a una confessione: «Sono stanco morto, dopo il varo della manovra ero distrutto, avevo solo voglia di dormire per tre giorni di fila». E invece ha voluto affrontare lo stesso il pur ridimensionato tour agostano. E ha toccato con mano che qualcosa si è rotto, che la magia del carisma comincia a venir meno.
Tuttavia non sono tanto, o solo, le contestazioni a certificare un certo appannamento di Bossi, ad annunciare l´autunno del Patriarca. Non sono i venti militanti del Pd che protestano davanti al suo albergo, e neppure le esigue schiere di ex leghisti convertiti all´autonomismo più spinto: a contare davvero è quel che non succede più rispetto a quello che è successo in questi giorni. E allora val la pena di raccontare la strana atmosfera che si respirava quest´anno a Ponte di Legno, tradizionale meta del ferragosto bossiano. Lui all´hotel Mirella ci è arrivato solo il 15 notte, in ritardo di un giorno rispetto al programma (ma gli altri anni si presentava il 13, con tutta la famiglia al seguito, mentre stavolta c´è stata solo una fugace apparizione del figlio Renzo). Ci è arrivato dopo il comizio di Ferragosto, quello degli insulti – poi rimangiati – a Brunetta– e delle battute irriverenti sulla senatrice a vita Rita Levi Moltalcini. E quando si è seduto al bar, i giornalisti hanno potuto avvicinarlo subito: sparita la folla di ammiratori, questuanti, gente in vacanza smaniosa di stringergli la mano, e qualcuno della corte ha sibilato parole un tempo impronunciabili: «Non se lo fila più nessuno».
Battuta irriverente e forse ingenerosa, ma l´impressione è proprio questa. Forse c´entra anche il sorprendente rosario di uscite contraddittorie messe in fila negli ultimi mesi. Cominciò con gli strali lanciati a Napolitano, che pretendeva un passaggio parlamentare dopo la nomina di ministri esterni alla maggioranza, ma il giorno dopo, a Novara, lui scusò con il presidente, “una persona saggia”. Poi fu il caso Papa, il deputato pdl che a giorni alterni Bossi voleva “in galera” e poi salvato dal voto parlamentare. Più di recente, con l´aggravarsi della crisi economica, gli ondeggiamenti sull´Europa: «Complotta contro di noi», anzi no, ci salva perché «la Bce comprerà i nostri titoli». Per finire con lo zig zag sulle pensioni: bisogna salvarle anche a costo di sfiancare i Comuni con i tagli della manovra, e chi dice il contrario, anche nella Lega, «si comporta come i terroni abituati all´assistenzialismo romano, mentre noi da Roma vogliamo la libertà».
Ondeggiamenti che nel corpo vivo della Lega vengono vissuti con grande imbarazzo. Ormai è un ritornello, lo ammettono in molti, purché protetti dall´anonimato: «Le cose che dice l´Umberto dipendono da chi è stato il suo ultimo interlocutore». Vero o falso che sia, una cosa è certa: per la prima volta nella sua quasi trentennale storia, la Lega, meglio: una sua parte, sembra archiviare il monolitismo di cui i tutti i leghisti sono sempre stati orgogliosi. Lo si è visto, per la prima volta in modo scoperto, prima dell´estate, quando nel gruppo parlamentare di Montecitorio si raccolsero le firme per mettere in discussione la guida di Marco Reguzzoni, iperbossiano messo lì un anno prima proprio dal Capo nonostante la maggioranza dei deputati in camicia verde, appoggiati da Bobo Maroni, fosse contraria. Il giorno prima il Senatùr disse che i deputati leghisti erano «maggiorenni e vaccinati», dunque liberi di scegliere, ma al dunque Bossi impose di nuovo la sua mano sul capo di Reguzzoni. Che rimase presidente del gruppo. Ma alla riunione volarono parole grosse e pure qualche spintone tra esponenti delle diverse fazioni, mentre il segretario federale accusò di “metodi mafiosi” chi aveva promosso la raccolta di firme. Maroni non aveva vinto, e del resto non poteva. Lo spiegava così, l´altra sera, un leghista a Calalzo: «Il Capo non si può ancora discutere». «Ancora». Fino a quando?

La Repubblica 20.08.11

Lettera della Cgil a Cisl e Uil: «Uniti contro la manovra», di Giuseppe Vespo

Una lettera della Cgil per incalzare Cisl e Uil a un giudizio univoco e unitario sulla manovra. Non un appello esplicito, diretto, a scioperare insieme, riferimento che nel messaggio manca, anche se «implicito» secondo l’interpretazione dei destinatari. Cisl e Uil restano fredde di fronte alla mobilitazione generale dei lavoratori che Susanna Camusso si appresta a indire nei prossimi giorni non per ragioni «interne», ma «per il bene del Paese», contro i provvedimenti estivi che annunciano lacrime e sangue. La Cgil prende carta e penna e scrive ai sindacati di Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti. Una lettera lunga e incalzante nella quale Corso Italia fa riferimento anche alle richieste avanzate nei mesi scorsi al governo da Cisl e Uil. Redistribuzione del carico fiscale, accanimento contro il pubblico impiego, lavoro: istanze che oggi, unite alle misure contenute nel decreto, potrebbero far convergere i confederali verso un giudizio critico univoco nei confronti della manovra Tremonti. Sembra questo il ragionamento del sindacato. L’invito è arrivato con i leader sindacali ancora in vacanza, ma la prima impressione è che sarà difficile vedere le tre bandiere insieme in piazza. Ad oggi, per ragioni diverse Cisl e Uil non pensano allo sciopero generale, piuttosto a soluzioni alternative. La Cisl punta a fare pressing su governo e Parlamento, la Uil lavora alla riconvocazione del tavolo imprese- sindacati che il quattro agosto ha presentato al governo il documento per la crescita. Dal nuovo confronto tra le parti sociali, dicono a via Lucullo, potrebbero arrivare nuove proposte di modifica alla manovra. Il sindacato di Luigi Angeletti starebbe lavorando anche allo sciopero del pubblico impiego, ormai «usato dal governo come un bancomat». Ma la situazione è in talmente in evoluzione, fa notare un commentatore, che le distanze potrebbero ridursi. Lo si vedrà già dalla prossima settimana: lunedì Raffaele Bonanni parteciperà al meeting di CL a Rimini. Poi la Cisl convocherà la segreteria e deciderà come muoversi per far cambiare i punti meno graditi della manovra. Sempre lunedì Susanna Camusso riunirà a Roma i segretari di categoria e quelli territoriali della sua organizzazione. Dai sindacalisti potrebbe arrivare il mandato al direttivo di fine mese perché indica lo sciopero. Mercoledì è prevista una mobilitazione di Corso Italia davanti al Senato e una conferenza stampa della leader sindacale. Anche la Uil riunirà la sua segreteria alla fine del mese. I tre confederali sono d’accordo nel dire «no» all’accanimento del governo contro i lavoratori del pubblico impiego, al ritocco delle pensioni, al fatto che siano sempre i soliti a pagare. Ma «la situazione economica non ci permette di indire uno sciopero generale, significherebbe gravare ancora di più sui lavoratori », dice Giorgio Santini, segretario generale aggiunto della Cisl. «Della Cgil – aggiunge – non mi piacciono due cose: il massimalismo populista sui contenuti della manovra, perché la realtà è diversa, e il fatto che se vuole coinvolgere gli altri sindacati deve sedersi a discutere». «Per noi – continua Santini – molte cose della manovra vanno cambiate: a partire dal fatto che il lavoro autonomo e professionale non paga i sacrifici, pagano solo i dipendenti». E ancora: «Bene i tagli alla politica, anche se non bastano. Mentre su 25 aprile e Primo maggio ci appelliamo al presidente Napolitano. Sulla contrattazione di secondo livello – conclude –non ci convince il fatto che oltre ai confederali possano intervenire a livello aziendale anche sigle poco rappresentative ». Per Paolo Pirani, segretario confederale Uil, «il giudizio sulla manovra è articolato: bene i tagli alla politica, una nostra bandiera; male invece che a pagare con la solidarietà siano solo gli onesti e il pubblico impiego. Più che uno sciopero generale però, bisogna recuperare lo spirito del 28 giugno. Del tavolo sindacati-imprese»

L’Unità 20.08.11

"Assunzioni A.T.A. Amministrativi e Tecnici fregati due volte", di Pippo Frisone

Dovevano essere 36mila le assunzioni in ruolo del personale precario ATA nel 2011/12.
Ma i precari non avevano fatto i conti coi poteri di prestidigitazione della Gelmini. Tralasciando ogni riferimento ai posti liberi e vacanti in organico di diritto dopo i trasferimenti e passaggi che vanno ben oltre quella cifra, il Ministro, facendo il gioco delle tre carte, distingue tra contingente totale e ripartizione destinata a diverse operazioni. E sì, perché dal contingente totale di 36mila unità bisogna scorporare diverse quote, destinate ad altre finalità che non interessano i precari:
-Accantonamenti per i docenti inidonei 1.300 posti, di cui 1.174 Amministrtivi. e 126 Tecnici.
-Mobilità professionale , 2.768 (40% del contingente) destinata al personale ATA di ruolo per passaggi verticali di profilo.
A farne le spese sono i precari inclusi nelle graduatorie provinciali dei profili Amministrativi e Tecnici ai quali vengono così sottratti ben 4.068 posti (60%) di cui 1.330 per docenti inidonei e 2.768 per la mobilità professionale su di un totale di 6.707 dei rispettivi contingenti.
Ad essere soddisfatti, si fa per dire, restano solo i precari Collaboratori Scolastici ai quali per le assunzioni in ruolo va l’intero contingente di 26.641 posti che rappresenta il 74% dei 36mila posti.
Ma c’è poco di cui gioire. Accusati dalla Gelmini di essere più dei carabinieri, in questi ultimi tre anni i Collaboratori Scolastici sono stati letteralmente falcidiati, il che ha messo a repentaglio la tenuta stessa dei servizi, dalla sicurezza alla vigilanza, dalle pulizie all’assistenza all’handicap.! In fondo queste 30.580 assunzioni in ruolo rappresentano solo un parziale risarcimento a fronte dei 45mila tagli , previsti dalla manovra del 2008 nell’ultimo triennio. Un risarcimento che difficilmente migliorerà l’efficienza dei servizi e le sorti della scuola pubblica

da ScuolaOggi 20.08.11

"Lacrime, sangue e sprechi. La manovra finisce nel Ponte", di Manuela Modica

Il Ponte non c’è ancora, e praticamente neanche le opere preliminari. In compenso ci sono già i primi conti, salatissimi, che graveranno sulle spalle dello Stato per un quarto dellamanovra
appena varata. Più che un ponte, un pozzo senza fondo. Tra i soldi già spesi e quelli in preventivo lo Stretto di Messina più che dell’azzurro del mare sembra brillare d’oro. Dalla sua fondazione, infatti, la Società Stretto di Messina è costata alle casse dello Stato almeno 400 milioni. È stata costituita l’11 giugno1981 (a seguito della legge istitutiva 1158/1971) ed è concessionaria per la progettazione, realizzazione e gestione del Ponte. Da allora, ha percepito un contributo annuale dallo Stato di 50 miliardi di lire, poi convertiti in euro, fino al 1996, quando il governo Prodi frenò la trasfusione di denaro dalle casse statali, tagliando l’annualità. Eppure dall’81 al 2011 non si è fatto nulla. Nonostante i numerosi annunci, le dichiarazioni da propaganda – alcune paradossali: Matteoli sostenne ai microfoni di Sky, per esempio, dopo l’alluvione di Giampilieri (50 km a sud dal punto in cui dovrebbe sorgere la megastruttura) che il ponte avrebbe evitato le morti –non esiste ancora il progetto esecutivo, senza il quale nessun lavoro può prendere avvio, e non esiste ancora lo studio di fattibilità. Vuol dire che ancora non si sa se sia possibile realizzarlo: «Per stessa ammissione dei progettisti esistono 120 criticità da risolvere,una per esempio riguarda i giunti che terranno l’impalcatura », spiega Domenico Marino, docente presso il dipartimento di Patrimonio
architettonico all’università di Reggio Calabria, autore del libro L’insostenibile leggerezza del ponte. Non si sa ancora come si farà a sostenere la campata unica più grande al mondo, lunga 3,5 chilometri, ma si conoscono le cifre dell’ipotetica realizzazione. Numeri in costante espansione: «Il costo di costruzione era stato previsto in 4,6 miliardi di euro nel progetto preliminare del 2003. – continua Marino – Questa cifra è lievitata a 6,3 miliardi nel 2008. Oggi nel progetto definitivo approvato dalla Stretto di Messina è di 8,5 miliardi. Con questo trend si arriverà a 12 miliardi in fase di progetto esecutivo». Mentre il progetto definitivo è stato annunciato
soltanto poche settimane fa. Lo scorso 29 luglio Pietro Ciucci, amministratore delegato della Stretto Spa, così annunciava il via libera del cda: «L’investimento complessivo previsto nel piano economico finanziario viene aggiornato da 6,3 a 8,5 miliardi».
L’annuncio arriva appena 10 giorni dopo la notizia che in «Europa 2020», il piano di finanziamento della Commissione Ue che partirà nel 2014, è stato cancellato il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina. E annuncio è rimasto: il progetto definitivo non ha avuto una presentazione ufficiale. Mentre Eurolink, il consorzio che ha vinto il bando di gara nel 2003, liquida per termine contratto (a progetto) 15 addetti, restando con un solo dipendente, si riducono drasticamente i soldi per le opere compensative. Solo il Comune di Messina aveva previsto per queste una spesa di 250 milioni, ma nell’ultima finanziaria il tetto massimo previsto per le “compensazioni” è del 2 per cento: «In tutto erano stati previsti 700milioni di spesa, il 2% dell’intera somma consiste soltanto in 156 milioni». Dalla Stretto rispondono che si deve fare riferimento alla finanziaria precedente, quella cioè in cui il costo complessivo del ponte era stimato «in 4,6 milioni e la spesa prevista per le opere compensative del 5%: 200 milioni circa, quindi». Ma Ciucci spiegava a fine luglio anche l’attenta analisi di fattibilità finanziaria: «È stato confermato lo schema di finanziamento del progetto che prevede di raccogliere sui mercati finanziari oltre 4 miliardi di euro, così come previsto nel piano 2009». Quindi un’opera che rischia di costare allo Stato un quarto di tutta al manovra lacrime e sangue, si affida ai mercati finanziari, adesso, con il clima che c’è in giro. Il governo ha previsto nella finanziaria di giugno che la società passi alle dipendenze dirette del Ministero del tesoro. Dunque espropri, risarcimenti alle famiglie, altri costi per lo Stato. Si attende ora il pronunciamento del Cipe sul progetto definitivo, e dopo l’ultimo passaggio, l’approvazione del progetto esecutivo, in cui si saprà l’effettivo costo e se davvero è possibile unire Scilla e Cariddi.

L’Unità 19.08.11

"Ancora tagli a trasporti e sanità gli enti locali "pagano" la manovra", di Agnese Ananasso

Una manovra da rifare, che taglia i servizi e colpisce le famiglie. Su questo l´Italia è veramente unita, da Nord a Sud. È l´Italia degli enti locali: i settori più colpiti sono sanità, trasporti pubblici e servizi sociali. Il comune di Bologna dovrà tagliare 60 milioni di euro già dal 2012 e ottenere anche un avanzo di 60 milioni: missione impossibile. In Puglia si punta sui tagli ai costi della politica: tra Regione, Province e Comuni saranno ben 816 le poltrone sforbiciate. Sono i trasporti pubblici a essere più a rischio sia in Sicilia (a rischio il treno che collegherà Palermo all´aeroporto) che in Toscana. Qui la Regione, con cento milioni in meno, non vuole aumentare tasse e Irpef, ma sono già in vigore i nuovi ticket per visite e farmaci. Situazione simile in Liguria, dove si pensa di chiudere l´Apt e si rischia di cancellare il fondo per la non autosufficienza e i contributi a enti e associazioni. Una soluzione sarebbe introdurre l´aliquota Irpef per i redditi tra 20 e 30mila euro. Sulla stessa linea la Lombardia, dove le risorse potrebbero arrivare dalla vendita di proprietà del demanio abbandonate, dall´addizionale Irpef dello 0,2% sui redditi superiori ai 33.500 euro, dall´aumento del prezzo dei biglietti dei mezzi pubblici, della Tarsu, dell´Ici e dalla tassa di soggiorno. Salvi i servizi sociali. Già al massimo Irap e Irpef in Campania, dove i trasporti locali saranno i più penalizzati dal taglio di 200 milioni. Dall´aumento del bollo auto e dalla tassa di soggiorno le risorse per non toccare i servizi sociali. La Capitale riceverà 270 milioni in meno, la Regione Lazio 300. Si agirà su accorpamento dei Comuni (Rieti rischia di sparire), ridimensionamento dei costi e del personale, senza aumentare le addizionali Irpef, già altissime. Stessa politica seguita dalla Regione Piemonte per salvaguardare servizi sociali e sanità, contando su un aumento del prezzo del ticket dei mezzi pubblici e sulla vendita delle ex municipalizzate. Tutti calcoli che, forse, non serviranno a compensare i tagli in discussione a settembre. Ma ora è ancora tutto da decidere.

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A rischio l´assegno per i disabili Associazioni, ridotti i contributi

La manovra in Liguria rischia di cancellare il Fondo per la non autosufficienza, l´assegno mensile che la Regione consegna a chi cura in casa anziani malati o disabili. Si studiano anche la cancellazione dell´esenzione dall´aliquota regionale Irpef (vale per i redditi tra i 20 e i 30 mila euro). Possibile addio inoltre per l´Agenzia Promozione turistica. Ballano i fondi straordinari per le aziende di trasporto locale. «Avevamo girato 30 milioni ai Comuni per ridurre l´impatto del taglio governativo di 63 milioni permettendo così agli autobus di viaggiare, ma lo sforzo non si ripeterà», dice l´assessore alle Risorse finanziarie della Regione Liguria, Pippo Rossetti. La Liguria con questa manovra perde altri 60 milioni. «In tutto, tra la Sanità e il resto, ci dobbiamo muovere con 284 milioni in meno � aggiunge l´assessore – per questo vedo male anche enti ed associazioni nel campo della cultura e dello allo sport. Non c´è neppure da contare su un aumento delle entrate dalle varie imposte. Sotto questo profilo la crisi in Liguria l´abbiamo già scontata nel 2010: 31 milioni in meno di incassi dalle imposte a causa della riduzione dei consumi di gas e benzina e di alcune altre imposte di cui lo Stato gira alla Regione parte delle entrate».

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Mancano100 milioni per i bus medicine, ticket legato al reddito

La Toscana subirà tagli per 230 milioni di euro, effetto della manovra del governo. Ma sono attese anche le sforbiciate sui finanziamenti ministeriali, ancora tutti da calcolare. Preoccupa soprattutto le riduzioni dei finanziamenti al trasporto pubblico, dove mancheranno all´appello 100 milioni di euro. Ma il governatore toscano Enrico Rossi non intende per il momento ritoccare né l´addizionale Irpef né le altre tasse. Da ieri sono scattati però le nuove tariffe sanitarie per le prestazioni specialistiche: per le visite si passa da 18,60 a 22 euro. Per le visite di controllo da 12,90 a 20 euro. Un ticket sui medicinali scatterà invece nei prossimi giorni. La Regione Toscana, in accordo con Emilia Romagna e Umbria, introdurrà un tariffario per fasce di reddito: tutti coloro che hanno un reddito fino a 36 mila 151,98 euro saranno esclusi dal pagamento. Da quella soglia e fino a 70 mila euro si pagherà 1 euro a confezione, fino a un massimo di 2 euro per ricetta. Da 70 mila 001 a 100 mila, la spesa sarà di 2 euro a confezione, fino a un massimo di 4 euro. Oltre 100mila euro, si arriverà a 3 euro a confezione, fino a un massimo di 6 euro.

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Pendolari, collegamenti più cari Aziende pubbliche sul mercato

Nel giro di tre anni, Torino dovrà rinunciare ad almeno 140 milioni di euro. A tanto ammonterebbero i tagli per il Comune sommando gli effetti delle diverse manovre. A settembre la Giunta guidata da Piero Fassino prenderà le contromisure. Oltre a riorganizzare i servizi, dagli asili nidi all´assistenza anziani, in Comune si prevede una vendita delle quote delle aziende ex municipalizzate, un aumento della tassa rifiuti, dell´addizionale Irpef e un incremento del biglietto dell´autobus, da 1 euro a 1,20 euro. Per recuperare altre risorse sarà introdotta una tassa di soggiorno. Il problema è che gli aumenti potrebbero non bastare per coprire i tagli in arrivo. Roberto Cota, governatore del Piemonte, ha escluso ritocchi alle Irpef e Irap regionali, e promesso la salvaguardia di alcuni settori chiave (come sanità, assistenza, sostegno alle imprese e al lavoro). La prossima settimana comunque ci saranno i primi incontri degli assessori regionali per ridefinire le priorità del bilancio 2012. Anche in questo caso il settore che potrebbe subire le maggiori ripercussioni è quello dei trasporti, anche con aumenti dei prezzi dei treni. Quelli usati abitualmente dai pendolari.

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E Bologna guida la protesta “Il bilancio? Non si potrà fare”

«La situazione è insostenibile». Così la vicesindaco Silvia Giannini sintetizza le condizioni di bilancio per il Comune di Bologna dopo la manovra di Ferragosto del governo. Il Comune non solo sarà costretto a tagliare nel 2012 più di 60 milioni di euro su un budget di 500 milioni, ma dovrà prevedere anche un avanzo di altri 60 milioni. «Non sarebbe sufficiente neppure alzare al massimo le tariffe e le imposte disponibili, vendere il patrimonio immobiliare e ritardare il pagamento dei fornitori». Conclusione: bilancio impraticabile, la manovra deve cambiare. Non diversa la posizione della Regione Emilia Romagna. La vicepresidente Simonetta Saliera ha calcolato, senza considerare la sanità dove sono allo studio ticket per fasce di reddito che scatteranno entro due settimane, tagli di 520 milioni su un bilancio di previsione di 4,2 miliardi 2012. Il presidente Vasco Errani ha aggiunto che sono in pericolo «i servizi essenziali di una comunità». La parola d´ordine per tutti è: inutile esercitarsi in ipotesi di tagli e inasprimenti fiscali, la manovra va cambiata radicalmente.

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Pronto l´aumento del bollo auto Sorrento chiederà soldi ai turisti

In Regione stimano che il taglio per la Campania sarà di circa 200 milioni l´anno. Il settore più a rischio è quello dei trasporti, destinati a subire circa la metà di questo taglio. Le tariffe sono già aumentate in primavera del 10 per cento (a Napoli il prezzo del biglietto è passato da 1,10 a 1,20 euro) e la Regione non vuole compiere ulteriori passi in questo senso. Si rischia soprattutto il taglio di contratti e corse, sia nel settore privato che in quello pubblico (si attendono ancora circa 170 milioni per il contratto con Trenitalia per la gestione della metropolitana regionale). Non ci sono spazi per operare una manovra tributaria: Irap e Irpef sono già ai loro livelli massimi, imposti dal precedente “sforamento” della spesa sanitaria. Non è escluso invece un ritocco del bollo auto. Anche i Comuni sono restii a procedere verso un aumento delle tasse. Castellammare di Stabia, però, appare rassegnata ad aumente l´Irpef, mentre Sorrento vuole puntare sulla tassa di soggiorno (ai danni dei suoi tanti turisti). Napoli tiene duro: per ora resta allo 0,5 per cento l´Irpef, nessuna modifica sulle spese sociali, a cominciare dai servizi scolastici.

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Può salire un´Irap già da record Roma e il rebus dell´assistenza

«La Capitale dovrà mettere in conto una riduzione delle sue risorse pari a 270 milioni di euro in due anni», è la stima del sindaco Gianni Alemanno che sottolinea come «i tagli annunciati dal governo spingano verso tagli alla spesa sociale. Ora noi siamo disponibili a passare ai raggi x i nostri bilanci, i costi standard ed il personale, ma le spese sociali sono davvero incomprimibili». La Regione Lazio subirà, invece, una decurtazione di circa 300 milioni, ma la sanità è stata esclusa dai nuovi tagli dato che già a luglio erano stati introdotti i ticket sulle visite specialistiche e diagnostiche. Addirittura la governatrice coltiva la segreta speranza di abbassare questi ticket in un futuro vicino, perché molto impopolari. Viceversa la Regione sembra rassegnata ad aumentare le tasse. Nel Lazio le addizionali sono già le più alte d´Italia con l´Irap al 4,92% e l´aliquota Irpef all´1,7. La manovra prevede l´abolizione della Provincia di Rieti, mentre sono circa 86 i Comuni sotto i mille abitanti per i quali sarà obbligatorio l´accorpamento. Tra questi c´è ance il Comune di Filettino, nel Frusinate, che ha lanciato la provocazione trasformandosi in Principato. Già circolano i primi esemplari della moneta chiamata “Il Fiorito”.

La Repubblica 19.08.11

"Centri antiviolenza. Avamposti disarmati dal taglio dei fondi", di Luciana Cimino

Gli effetti dei tagli al Welfare, tra governo ed enti locali, rende drammatica la situazione dei centri antiviolenza sparsi sul territorio. Le strutture che difendono donne e minori costrette a chiudere i battenti. Donne e minori maltrattati e vittime di violenze sempre più soli in Italia. I Centri antiviolenza, già insufficienti sul nostro territorio, chiudono uno dopo l’altro, o, se non cessano le attività, portano avanti la programmazione tra mille difficoltà causate dalla disattenzione di Governo e enti locali.
Eppure i centri rappresentano spesso l’unico baluardo di difesa, e spesso di sopravvivenza, per le donne abusate dagli stessi familiari, o stuprate o per le sempre più numerose vittime degli stalker. Questo infatti è il paradosso: la legge sullo stalking prevede che alla donna perseguitata che si rivolge a un presidio ospedaliero o alle forze dell’ordine, deve essere indicato il centro antiviolenza più vicino. Peccato che poi gli stessi centri vengano messi in condizione di non operare, nonostante aumentino le richieste di aiuto. È la denuncia di Alessandra Bagnara, presidente di Dire (Donne in rete contro la violenza), sigla che raccoglie quasi 60 centri sparsi per la penisola. Di questi 40 sono in difficoltà finanziarie enormi o hanno chiuso definitivamente a causa della totale assenza di finanziamenti pubblici. Da nord a sud. «Il fatto è che i finanziamenti sono delegati agli enti locali – spiega Bagnara – questo ha creato in Italia una situazione a macchia di leopardo: una donna che subisce violenza non è ugualmente supportata in una regione come in un altra». «In Molisenon c’è nulla, in Campania c’è solo un centro a Napoli, in Piemonte funziona solo Torino, in Val D’Aosta niente, Sicilia e Sardegna funzionano a singhiozzo», continua Bagnara.
PROMESSE DEL MINISTRO
Il ministro per le Pari Opportunità si era impegnata più volte a sostenere i centri, perlomeno sbloccando un finanziamento di circa 20 milioni di euro già previsto dal governo Prodi. Per tre anni non si è visto nulla. Poi a marzo l’approvazione del Piano nazionale che prevedeva lo stanziamento dei fondi subordinato all’emanazione di alcuni bandi (ancora non effettuata). Ma le cooperative che da anni gestiscono i centri e lavorano sul territorio non ci stanno. «Per prima cosa – dicono dalla Dire – il Piano della Carfagna prevede siano sempre gli enti locali a occuparsene. Dunque non risolve nessun problema perché se ilComune o la Regione non riconoscono il progetto, un centro operativo da anni rischia di non essere finanziato, mentre noi chiedevamo il sostegno diretto da parte del governo. Inoltre era necessario realizzare centri dove non ne esistono, invece l’esecutivo parla di “implementare” e cosa implementi dove non c’è nulla? Lascia al libero arbitrio degli enti locali in momenti di crisi di bilancio, mentre abbiamo un aumento esponenziale di donne e bambine maltrattante, con un incremento di casi denunciati del 20%».
MAPPA DELLE DIFFICOLTÀ
E mentre il ministero tergiversa, versano in terribili difficoltà economiche i centri di Belluno, Gorizia, Catania. Soffoca Cosenza, unico centro in tutta la Calabria, che già a giugno 2010 ha dovuto chiudere la casa-rifugio. «Il centro va avanti con autotassazioni e
autofinaziamenti – spiega la responsabile, Antonella Veltri – eppure c’è una legge regionale varata dalla precedente giunta di centrosinistra, solo che ora sembra finita nel dimenticatoio. Siamo in attesa dei risultati di un bando generico. L’affitto è alto, non potremo andare avanti per più di un anno». Strozzato dall’affitto anche il centro Lisa, a Roma. È situato in un locale dell’Ater (l’ente che gestisce l’edilizia pubblica, ndr) ma non gli viene riconosciuta la funzione sociale. Risultato: l’Ater ha chiesto 20 mila euro di affitti arretrati. Un salasso per una struttura che si basa sul lavoro volontario delle operatrici e si mantiene con sottoscrizioni e feste di finanziamento.
Il centro “Le onde” di Palermo accoglie circa 400 donne l’anno. Come per gli altri, si tratta per lo più di donne e bambini vittime di violenza tra le mura domestiche. Hanno un progetto della Comunità europea che dura 15 mesi, dopo chissà. «A parole c’è attenzione – commenta Vittoria Messina, la presidente – ma non c’è un’azione di sistema per lavorare con le donne che vivono queste situazioni,
nonché per la formazione degli operatori. È come se la violenza di genere venisse trattata come un problema secondario rispetto ad altri. E quando succedono i fatti di cronaca si affronta l’emergenza piuttosto che aiutare la donna a essere capace di risollevarsi.
Non c’è attenzione a livello civile, magari compassione, ma non lucidità e coerenza nella programmazione di interventi. È lo specchio della realtà nazionale».

L’Unità 19.08.11

"Vogliono balcanizzare il lavoro", di Tiziano Treu

La manovra del governo è sbagliata e va corretta nel suo equilibrio fondamentale. Uno dei punti inaccettabili per il Pd è l’art. 8, intitolato “sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità”.
A dire il vero questa norma va stralciata dal decreto perché non c’entra niente con i saldi di bilancio e non ha nessun carattere di urgenza.
Sono anni che si parla di riformare la contrattazione collettiva e il ministro del lavoro ha da tempo presentato proposte su vari temi, fra cui una sul cosiddetto Statuto dei lavori, che riemerge ora in parte in questo art. 8.
Anzitutto la norma va ben oltre quello che suggerisce il titolo, perché investe in generale il ruolo del contratto collettivo, dandogli poteri assoluti di cambiare la gran parte delle norme del diritto del lavoro.
Noi siamo favorevoli a sostenere la contrattazione anche aziendale, ma non è questo il modo. In passato ci sono state molte esperienze positive di legislazione di sostegno, a cominciare dallo Statuto dei lavoratori, che questa norma vuole cambiare. Ma questa legislazione era veramente di sostegno, rispettosa degli orientamenti delle parti: ben diversa da questa.
Infatti, tanto per cominciare, la norma dell’art. 8 individua in modo inaccettabile due soggetti che potrebbero svolgere questa contrattazione: le associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale e le rappresentanze sindacali operanti in azienda. La prima formula è quelle usata tradizionalmente dal legislatore, la seconda è del tutto inedita. Ma tutte e due indicano soggetti sindacali diversi da quelli individuati come rappresentativi dal recente accordo interconfederale del 28 giugno 2011 che fissa una soglia di rappresentatività certificata e che a livello aziendale richiede che i contratti si facciano dalle Rsu o dalle Rsa rappresentative della maggioranza dei lavoratori. Il legislatore fa come se l’accordo non fosse stato appena firmato dalle parti, unitariamente. Eppure fino a ieri il governo ha sempre detto che voleva rimettersi alla volontà delle parti in questa materia.
A parte l’incoerenza, le conseguenze sono gravi per la serietà della rappresentanza. I contratti decentrati potrebbero essere conclusi da qualunque tipo di rappresentanza aziendale anche minoritaria e non legata a sindacati nazionali rappresentativi. Oppure da qualunque sindacato nazionale, anche da solo e senza verifica del suo mandato.
Tutto ciò è tanto più grave perché il decreto intende dare a questi contratti efficacia generale, cioè per tutti i lavoratori. Lo dice espressamente il comma 3 dell’art. 8 che contiene una sanatoria retroattiva degli accordi conclusi prima del 28 giugno 2011: una norma fatta per salvare gli accordi Fiat.
Qui almeno si richiede che gli accordi siano stati approvati con votazione a maggioranza dai lavoratori. Perché tale condizione è stabilita solo per gli accordi passati e non per quelli futuri? Non vedo il motivo.
Ma l’efficacia generale riguarda anche le intese del primo comma, quelle a cui il legislatore attribuisce il potere di regolare una serie di materie ora regolate per legge, quindi di cambiare la legge. Si tratta di quasi tutte le regole fondamentali del rapporto di lavoro: impianti audiovisivi, mansioni e inquadramento del personale, contratti a termine e a orario ridotto, regime di solidarietà negli appalti e nella somministrazione di lavoro, orario di lavoro, modalità di assunzione e di disciplina del rapporto, comprese le collaborazioni e le partite Iva , trasformazione e conversione dei contratti di lavoro, e conseguenze del recesso dal rapporto (salvo il licenziamento discriminatorio e quello della lavoratrice per causa di matrimonio) Anche in passato il legislatore ha delegato alla contrattazione la possibilità di flessibilizzare certe regole del rapporto ritenute troppo rigide: si voleva appunto una flessibilità negoziata.
Ma in questi casi la delega era sempre puntuale, su materie ristrette e contenuta entro limiti definiti dallo stesso legislatore. Qui invece la delega è senza limiti e senza criteri direttivi, pur riguardando norme e diritti fondamentali dell’ordinamento, come quelli dello Statuto dei lavoratori.
Un tale potere derogatorio è tanto più grave e inaccettabile in quanto può essere esercitato anche a livello di singola azienda da rappresentanze sindacali non rappresentative. Questo significa che possono introdursi nel sistema cambiamenti fondamentali da soggetti irresponsabili e in modo diverso azienda per azienda: una balcanizzazione del diritto del lavoro ingiusta e pericolosa per i lavoratori e, credo, anche per le aziende.
Una simile delegificazione presenta anche dubbi di legittimità, in tutti i casi in cui riguardi norme di ascendenza costituzionale o di derivazione comunitaria: orario, riposi, termine, eguaglianza ecc. Sono critiche simili a quelle da noi rivolte al cosiddetto “collegato lavoro” che voleva introdurre un arbitrato “di equità”, non tenuto al rispetto delle norme inderogabili di legge. Non a caso su questo punto si appuntarono allora anche i rilievi del capo dello stato che portarono a una modifica del collegato e a introdurre la condizione che l’arbitrato dovesse svolgersi nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento e dei principi regolatori della materia, anche derivanti da obblighi comunitari.

da Europa Quotidiano 19.08.11