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"Le pene alternative riducono i reati", di Mario Marazziti

Carcere d’agosto. Record storico del sovraffollamento, 67 mila detenuti e 39 suicidi dall’inizio dell’anno. A centinaia sono stati salvati un attimo prima che fosse troppo tardi. Per sovraffollamento e riduzione di fondi: soltanto 3,15 euro a disposizione per il vitto giornaliero. Meno della metà di pochi anni fa per ciascun detenuto.
Nell’ultimo anno 9 mila reclusi in più e mille agenti in meno. Organici sotto di 6 mila unità. Puglia, Emilia Romagna e Campania vicine al cento per cento di sovraffollamento (Poggioreale 2.695 detenuti per 1.385 posti. Ma anche San Vittore conta 1.460 presenze in celle che ne devono ospitare 930). Si tiene aperta la porta delle celle per includere corridoi e aree comuni nella metratura «pro capite» e non incorrere nelle sanzioni di Strasburgo per maltrattamenti. Altre carceri esistenti restano chiuse per mancanza di personale.
Ma c’è una buona notizia: se si esce prima di prigione non si commettono più reati, ma di meno. La cattiva notizia è che invece se si resta fino alla fine della pena, con piani di reinserimento sociale sempre più rarefatti, una volta liberi si commettono nuovi reati, e si ritorna di più in carcere.
Ma come? Non c’era stata un’onda di recidive dopo l’indulto? No. C’era stato solo un gigantesco aumento della quantità di notizie di cronaca nera nell’informazione italiana, con crescita di senso di allarme: notizie triplicate nei tiggì e nell’informazione scritta, nell’anno successivo all’indulto. La notizia vera non è stata ancora data.
Il carcere italiano, in realtà, nonostante gli sforzi dei responsabili, produce recidive: 68,45 per cento. Al contrario, quanti hanno usufruito dell’indulto sono caduti in recidive nel 33,92 per cento dei casi, la metà. Alla fine del 2008 a tornare in prigione era stato il 29,14 per cento dei beneficiari dell’indulto. A guardare in profondità, il dato è ancora più eclatante: chi ha usufruito dell’indulto provenendo da misure alternative (comunità terapeutiche, arresti domiciliari e altro) è caduto in recidive nel 22 per cento dei casi, tre volte di meno dei normali detenuti che hanno scontato tutta la pena. E una parte dei reingressi non è dovuta a nuovi reati, ma a condanne definitive per vecchi reati, arrivate però dopo. Paradossale? È solo la realtà. È necessario cambiare. Per uscire da una bancarotta giudiziaria, finanziaria e umanitaria non degna di un Paese di grande cultura giuridica e di una democrazia consapevole.
Letti a castello anche tripli in alcuni «bracci», autolesionismo e pena di morte strisciante per suicidi e per mancanza di cure adeguate a livelli imbarazzanti, condizioni di lavoro del personale carcerario rese più difficili da carenza di numero e assenza di mezzi non creano maggiore sicurezza. Sono una patologia. Se due detenuti su tre rientrano in carcere e la criminalizzazione eccessiva aumenta il numero dei soggetti a rischio di reclusione, non è una sorpresa che in soli tre o quattro anni — con l’aggiunta della crisi economica — si sia creata una accelerazione nel numero dei carcerati che non ha precedenti nella storia d’Italia. E che non ha nessuna corrispondenza con il tasso di criminalità: in calo da due decenni per la maggior parte dei reati.
Occorre allora partire dalla crisi del sistema per scelte semplici e coraggiose. Amnistia per i reati meno gravi e uscita anticipata per chi si trova a fine pena. Misure alternative per tutti i malati gravi e le persone in età avanzata che faticano ad accedere alle misure sanitarie garantite dal sistema sanitario nazionale, anche per la carenza di mezzi e di personale. Depenalizzazione e introduzione di misure alternative e socialmente utili per reati che non mettono a rischio la collettività e che non necessitano della reclusione, come pure per i reati lievi che rischiano, con il carcere, di rendere abituale la consuetudine e la familiarità con comportamenti devianti. Introduzione dell’idea di «risarcimento sociale» all’interno del processo e del patteggiamento, evitando di ridurre la sanzione alla sola pena detentiva e al «dopo processo», anticipando così la riabilitazione già nella fase processuale, creando una convergenza di interessi tra offeso e autore dell’offesa. Utilizzo e rafforzamento della Cassa delle ammende (che si autoalimenta) per la riabilitazione e il reinserimento sociale e non come palliativo per interventi edilizi nelle prigioni esistenti.
Si può utilizzare la crisi per umanizzare subito e costruire il futuro.
Portavoce Comunità di Sant’Egidio

Il Corriere della Sera 19.08.11

"E' possibile un sistema di valutazione friendly?", di Giancarlo Cerini

Scorrendo le bordate polemiche sui blog e sui siti degli insegnanti, capita spesso di leggere “indignate” prese di posizione contro l’attuale sistema di valutazione, contro l’utilizzo dei test nelle rilevazioni degli apprendimenti, contro le novità introdotte nell’ordinamento (voto in decimi, certificazione delle competenze, sistema degli esami, ecc.). Senza se e senza ma. Poiché non ho mai apprezzato gli atteggiamenti manichei e le semplificazioni, mi permetto di re-intervenire in materia, per riepilogare lo stato dell’arte con qualche ulteriore aggiornamento, soprattutto in materia di valutazione “di sistema” [1].

Cosa ci dice la valutazione di sistema

Alcune domande preliminari si impongono: ci serve un sistema nazionale di valutazione? Agisce contro o dalla parte della scuola? E ancora: si possono utilizzare gli esiti delle rilevazioni nazionali ed internazionali degli apprendimenti (Ocse, Invalsi, ecc.) per giudicare della bontà di un sistema scolastico?
Certamente le informazioni ricavate dalle indagini citate non ci dicono tutto, ma sono un indizio da non trascurare. Gli ultimi dati disponibili (Indagine Pisa 2009) segnalano un leggero miglioramento negli apprendimenti degli allievi italiani rispetto alla precedente indagine del 2006, accompagnato però da alcuni elementi di criticità che tendono a cristallizzarsi:
a) un divario “storico” tra le regioni del nord, del centro e del sud (che però va riducendosi, anche a seguito di azioni compensative nelle regioni del sud interessate da “obiettivo convergenza”);
b) un divario “storico” tra i risultati degli allievi frequentati diverse tipologie di istituti superiori (con una sofferenza evidente negli istituti professionali e nella formazione professionale);
c) un aumento dell’incidenza dei fattori socio-culturali (contesto ambientali e ceto di appartenenza degli allievi) sul “rendimento” degli allievi;
d) un aumento della dispersione dei risultati, sia tra scuole dello stesso tipo, sia tra gli allievi (sono in aumento sia le fasce di eccellenza, sia le fasce di criticità).
Analoghe evidenze sembrano emergere dagli esiti delle indagini dell’Invalsi, anche se condotte con modalità e per finalità diverse (più per offrire dati informativi alla scuola, piuttosto che per analizzare e confrontare i dati delle singole scuole).
Queste contraddizioni, se lette in termini positivi, ci ricordano che ci sono dei fattori che influiscono positivamente sulla qualità della scuola. Compito di chi svolge funzioni di governo nazionale e locale è rendere espliciti tali fattori, per sviluppare azioni di accompagnamento (quindi politiche pubbliche a livello macro e micro) al fine di un miglioramento complessivo dei risultati.
D’altra parte le indagini comparate segnalano una sostanziale omogeneità della spesa statale pro-capite per alunno tra le diverse regioni italiane, mentre appaiono più marcate le differenze di risorse immesse nel sistema ad opera degli attori locali (Regioni, enti locali, privati, ecc.) con un forte vantaggio per il centro-nord. Questo dato si riverbera soprattutto negli indicatori strutturali (edifici, attrezzature, logistica, servizi di supporto).[2]
Dunque, si pone un problema di equità nella distribuzione delle risorse umane e finanziarie, da collegarsi però alla trasparenza dei risultati: insomma, in una prospettiva federalista sarà sempre più necessario districarsi tra fabbisogni finanziari, standard di funzionamento, costi dei servizi.
Altre ricerche mettono in evidenza lo stretto intreccio tra dotazione di capitale sociale di un territorio (tolleranza, creatività, volontariato, coesione sociale, senso di fiducia) e buoni risultati scolastici: il capitale sociale si costruisce lentamente perché è frutto di virtù civiche che si coltivano e sedimentano nel tempo (e una buona rete di scuole è essa stessa un fattore che contribuisce a costruire questo capitale).
Più difficile diventa isolare i fattori endogeni (preparazione ed impegno dei docenti, ruolo del dirigente, organizzazione scolastica –ad esempio, durata del tempo scuola, dimensione e formazione delle classi, configurazione della docenza – scelte didattiche, tecnologie e supporti didattici, ecc.) e calcolare il loro contributo al miglioramento dei livelli di formazione. La misurazione del “valore aggiunto” è nel nostro paese ai primi passi e si presenta ancora fragile, perché concentra la sua attenzione solo su alcuni dati cognitivi, e si lascia sfuggire una gran quantità di valori educativi (ad esempio, come misurare il valore aggiunto dell’integrazione scolastica dei disabili?).

Valutare non basta

Queste brevi osservazioni possono ben motivare l’enfasi che oggi si pone sui sistemi di valutazione come strategia per stimolare il miglioramento dei risultati scolastici, fermo restando i diversi significati da attribuire al concetto di “scuola migliore”: per formare elite? Per collocare funzionalmente nei posti di lavoro? Per formare cittadini attivi? Per elevare il profilo dei ceti culturali più deboli? Per offrire pari opportunità a tutti? Ecc.
Ma consigliano anche di tenere molto aperto il significato di “valutazione”, che dovrebbe sempre essere distinto in:
a) rilevazione dei dati, misurazione, rielaborazione, comparazione, ecc. (operazioni prettamente docimologiche);
b) lettura e interpretazione dei dati, analisi e riflessività, scelte (operazioni interpretative e decisioni conseguenti);
c) attivazione di misure di accompagnamento (ricerca didattica, formazione del personale, consulenza e coaching, monitoraggio) per favorire processi di miglioramento;
d) rendicontazione sociale e forme di valutazione interna ed esterna (accountability).
Dunque è improprio (come sembra fare la recente legge 10/2011, c.d. “milleproroghe”) chiamare l’insieme di tutte queste misure, strutture e soggetti: “sistema di valutazione” tout court, soprattutto perché un termine così pervasivo rischia di fermare l’attenzione solo sul momento del “controllo” piuttosto che su quello della “promozione” e dell’”accompagnamento”.
Inoltre, il sistema di valutazione dovrebbe essere costruito attraverso un processo fortemente condiviso con il mondo della scuola (nelle sue linee di fondo) ed è quindi auspicabile un percorso che possa coinvolgere più soggetti, in un approccio aperto e plurale, che sia garanzia di successo dell’operazione.
Il sistema di valutazione non può essere pensato solo per le esigenze del sistema (per valutare scuole, valutare dirigenti, valutare apprendimenti), ma dovrebbe richiamare lo scenario dell’autonomia, il ruolo e le responsabilità affidate alle scuole, attraverso l’alimentazione di un clima di reciproca fiducia.
Nel lessico della legge 10/2011 appare solo il termine “valutazione esterna” che finisce per evocare
una forma di “pressione” verso la scuola. Sarebbe importante puntualizzare che un processo di valutazione esterna si intreccia necessariamente con una azione di autovalutazione e che il frutto più significativo è un programma di rendicontazione sociale da parte della scuola verso la propria comunità e stakeholder.[3]

Il patto di fiducia Invalsi-scuole

Occorre che l’intensificazione delle rilevazioni censuarie degli apprendimenti, che riguardano ormai tutte le classi 2^ e 5^ primarie, 1^ e 3^ secondarie di primo grado, 2^ secondarie di secondo grado, sia ricondotta al suo significato “formativo”. Se le prove sono censuarie (e non a campione), così come vuole la legge 176/2007, le informazioni capillari che esse contengono vanno restituite solo alle scuole, per un utilizzo interno, in vista dell’analisi degli apprendimenti, della correlazione tra esiti e pratiche didattiche, delle criticità e positività riscontrabili in ogni contesto.
La conoscenza dei dati (ma soprattutto l’elaborazione) risulta elemento imprescindibile per fondare strategie didattiche e decisioni da parte della scuola e degli insegnanti, ai fini del miglioramento dei livelli di apprendimento. Va pertanto esclusa la pubblicizzazione dei risultati, che potrebbe creare situazioni di competizione tra le scuole e incentivare comportamenti opportunistici (al limite della correttezza) in occasione della somministrazione delle prove. Va anche contrastato il fenomeno, che si sta diffondendo, del teaching to testing (insegnamento finalizzato al superamento dei test), perché introduce elementi di distorsione nella vita didattica delle classi e tende a far coincidere l’apprendimento con la soluzione di quesiti a risposta multipla, con il rischio di impoverire la qualità dell’insegnamento[4].
Diversa è la scelta effettuata in alcune realtà, di impegnare gli insegnanti in attività di ricerca e formazione a partire dall’analisi approfondita dei quesiti estratti dalle diverse rilevazioni (es. Invalsi, ma anche OCSE, IEA, ecc.), per cogliere il rapporto tra struttura dei quesiti, processi cognitivi sottesi, pratiche didattiche più correnti, per stimolare una maggiore riflessione sui metodi di insegnamento in una ottica di apprendimento formativo. Si cita l’esempio dell’Emilia-Romagna, ove sono stati realizzati a cura dell’USR due ampi programmi di ricerca-formazione, denominati progetti ELLE ed EMMA, rispettivamente progetto “emergenza lingua” ed “emergenza matematica”, proprio con l’obiettivo di compiere un’analisi critica del nuovo impianto docimologico e stimolare la capacità di gestirlo in maniera intelligente (cioè, senza le semplificazioni tipiche del testing).
Emblematico di questo percorso è l’analisi degli item che hanno presentato il maggior tasso di insuccesso per i ragazzi, e la loro riformulazione attraverso testi semplificati, supporto di grafici e disegni, imbastitura di strategie di soluzione, ecc. Un simile “trattamento” (che è poi il frutto della mediazione didattica dei docenti) fa capire quale sia il margine di miglioramento di un buon metodo di insegnamento, all’insegna dei principi che sono alla base dell’idea di “valutazione formativa”…

Una valutazione all’inglese?

L’approvazione, in verità assai frettolosa e senza un pubblico dibattito, della legge 10/2011, ripropone la questione della valutazione di sistema, delle sue finalità, dei suoi attori, dei suoi strumenti. Come è noto la legge ipotizza tre diversi soggetti del sistema:
a) l’Invalsi, come soggetto deputato alla misurazione degli apprendimenti;
b) il corpo ispettivo, impegnato nella valutazione delle scuole e dei dirigenti;
c) l’Indire, con compiti di supporto e di miglioramento.
I fatti (anzi, i regolamenti attesi) ci diranno se siamo in presenza di una svolta nel nostro sistema educativo. Qui ci limitiamo a qualche osservazione sul compito attribuito agli ispettori, anche per “fatto personale”…
Diamo anche per scontato che il servizio ispettivo sia ripristinato in tutti i suoi effettivi (335 dirigenti tecnici in pianta organica, a fronte dei poco più di 40 in servizio)[5], che si proceda ad una ridefinizione dei suoi compiti (da non confinare solo nell’area del “contenzioso”), orientandolo verso un sistema di visita alle scuole sul modello inglese dell’Ofsted, che il personale ispettivo sia adeguatamente formato (come è noto, è in atto un concorso per reclutare 145 nuovi ispettori).
Ma come avverrebbe la valutazione delle scuole? Proviamo a ripercorrere qualche ipotesi che si sta cominciando a discutere a livello ministeriale, anche alla luce del controverso andamento delle prime sperimentazioni in atto (“Valorizza”, per la valutazione “reputazionale” dei docenti e “VQS” per la valutazione della performance organizzativa delle scuole).
Apposite equipe (coordinate da un ispettore tecnico, affiancato da due esperti di valutazione tratti da un apposito elenco) avrebbero l’incarico di visitare nell’arco di un triennio tutte le scuole del nostro paese, attraverso sopralluoghi in presenza (ad es. per tre giorni), analisi di documenti, osservazioni, interviste, ecc.. Al termine della visita l’equipe rilascia alla scuola un report (una sorta di check up), con suggerimenti per programmi di miglioramento. Un’analoga informazione è fornita all’Amministrazione scolastica, in modo che questa carta diagnostica della scuola diventi la base su cui andranno negoziati gli obiettivi strategici per il contratto di missione[6] del dirigente scolastico. Questo passaggio appare preliminare rispetto ad ogni ipotesi di valutazione della performance dirigenziale, che non coincide necessariamente con la valutazione della scuola, e dovrebbe piuttosto “apprezzare” il contributo specifico apportato dal dirigente al contesto professionale in cui opera (in sostanza, il suo progetto di intervento).
La valutazione dovrebbe focalizzarsi sui risultati degli apprendimenti (prove ma anche risultati a lungo termine), su aspetti didattici (cosa succede in classe?), su profili organizzativi (struttura, comunicazione, funzioni, sistema delle decisioni), sulla capacità di interazione esterna (partnership), sul clima sociale ed etico (valori), sulle professionalità ed i comportamenti dei diversi operatori (in particolare sulle forme di leadership).
L’osservazione esterna potrebbe essere preparata da una incisiva autoanalisi interna, sulla base di una griglia di indicatori standardizzati, che lascino comunque anche uno spazio per l’autonoma descrizione della scuola da parte dei soggetti interni. Il modello CAF potrebbe essere un buon punto di partenza, perché consente di enucleare grappoli di variabili significative riferite ai processo e ai risultati[7].
La dinamica valutativa interno-esterno, dunque, con il coinvolgimento di tutti i membri della scuola, degli organi collegiali, di una rappresentanza dei genitori, della rete degli stakeholder, si traduce in una sorta di controllo di gestione per introdurre elementi di responsabilità nell’organizzazione scolastica, in vista dell’assunzione di decisioni per il miglioramento[8].

Si può partire con una sperimentazione?

Un modello simile richiede notevoli risorse. Immaginando che un’equipe coordinata da un ispettore possa visitare 20 scuole ogni anno, nel triennio servirebbero circa 200 equipe dedicate a tempo pieno alla valutazione delle scuole. Sono 600 addetti, come il sistema di valutazione olandese, un paese 4 volte più piccolo del nostro. Irrealizzabile? Si vedrà! Nel frattempo è consigliabile mettere alla prova il modello sperimentandolo in un numero limitato di scuole che siano disponibili a farlo. Le scuole dovrebbero aderire volontariamente al progetto, tramite adesione formalizzata dagli organi competenti, con possibilità di una contestualizzazione e negoziazione delle caratteristiche dell’intervento esterno. La partecipazione dovrebbe implicare un riconoscimento economico alla scuola: più che di un premio o di una sanzione dovrebbe trattarsi di un incentivo anche economico (iniziale) ad intraprendere un percorso di miglioramento, finanziando comportamenti virtuosi (ricerca, formazione in servizio, valutazione, consulenza, documentazione, ecc.) che accompagnano concrete azioni nella scuola.[9]
Ovviamente la partecipazione al progetto richiede la disponibilità alla ispezione e alla valutazione esterna. Nel caso di raggiungimento degli obiettivi individuati, certificato dalla valutazione esterna, verrebbe erogato un ulteriore contributo di riconoscimento (premialità) per il percorso realizzato. Spetterà poi alla scuola, nelle sue diverse componenti, decidere l’utilizzazione della risorsa assegnata inizialmente e di quella erogata a consuntivo. L’erogazione potrà riferirsi a singoli docenti (o gruppi di docenti) che abbiano contribuito ad ottenere i risultati richiesti, mentre il riconoscimento al dirigente sarà collegato alla sua valutazione ed allo stipendio di risultato.
Non è in gioco la valutazione specifica dei singoli docenti, ma il loro apporto alla performance complessiva. Un principio etico e organizzativo dovrebbe essere salvaguardato: i docenti considerati più efficaci dovrebbero mettere le loro doti a disposizione del miglioramento complessivo del loro istituto, cioè essere persone generose, pro-attive, capaci di suscitare comportamenti positivi negli allievi e nei colleghi.
Il focus sul funzionamento complessivo dell’istituto è dunque propedeutico a sviluppare una valutazione di chi in esso opera; tuttavia la valutazione dell’istituto non coincide con la valutazione dei suoi operatori (dirigente e insegnanti), ma ne rappresenta lo sfondo conoscitivo indispensabile. Invece, l’osservazione in diretta di una scuola da parte di una equipe esterna dovrebbe essere finalizzata ad incrementare la capacità della scuola di riflettere sui propri esiti (successi e insuccessi) e di assumere adeguate strategie di miglioramento e sviluppo. Questo richiede un processo interattivo e non solo una misurazione esterna (sono dunque necessari una restituzione “dinamica” delle informazioni raccolte ed un franco dialogo interno-esterno)[10].

Da dove ripartire?

Nel corso degli ultimi mesi le vicende valutative sono state oggetto di vigorose polemiche, anche per qualche incidente di percorsi non voluto. Occorre ristabilire un clima di fiducia tra gli operatori scolastici, ridefinire il “contratto formativo” tra Invalsi e scuole, riconfermando la riservatezza della restituzione dei dati alle scuole. Questo Patto andrebbe chiaramente esplicitato all’inizio del nuovo anno scolastico, per evitare i possibili fraintendimenti e trovare una sua sanzione formale nelle nuove Direttive che dovrebbero regolare per i prossimi anni le azioni dell’istituto nazionale[11]. Anzi, sarebbe opportuno che le azioni di supporto formativo fossero incrementate e che progetti di ricerca sulle prove di valutazione (e sul loro senso) fossero diffusi sull’intero territorio nazionale, anche con fondi specifici del budget dell’Invalsi, colmando una lacuna nel rapporto tra scuole e sistema di valutazione, attraverso la costituzione in ogni scuola di un presidio valutativo (e di una apposita figura docente a ciò dedicata), in grado di “gestire” e “filtrare” le sempre più complesse problematiche valutative. Sarebbe la prova “provata” che è il sistema di valutazione a lavorare per le scuole e non viceversa.
L’uso pubblico dei dati valutativi (comunque non riferito alle singole unità scolastiche) dovrebbe essere sobrio, anche da parte delle autorità centrali, poiché la comparazione tra una rilevazione e l’altra nel corso degli anni (in termini di miglioramento o peggioramento dei risultati) è del tutto aleatoria, in quanto il set delle prove viene modificato totalmente ogni anno (a differenza di quanto avviene con Ocse-Pisa), proprio per consentire alle scuole di fare un uso didattico delle prove. In caso contrario sarebbero più affidabili prove a campione, ma questa scelta modificherebbe l’intento di restituire informazioni utilizzabili da ogni scuola per la propria azione.
Ed è questa la finalità che ogni buon sistema di valutazione dovrebbe aspirare a realizzare.

[1] Sulle questioni relative alla valutazione degli apprendimenti si rimanda a G.Cerini, Si fa troppo presto a dire (si o no alla) valutazione, in “Rivista dell’istruzione”, n. 3, maggio-giugno 2011, Maggioli e G.Cerini, Il tormentone della certificazione delle competenze, sul sito Educazione & Scuola, giugno 2010: http://www.edscuola.it/archivio/riformeonline/tormentone_della_certificazione.htm

[2] Una analisi della spesa per l’istruzione, corredata di indicatori di confronto tra le diverse regioni, è contenuta in Regione Emilia-Romagna, Report sul sistema educativo in Emilia-Romagna, I Quaderni, RER, 01, Bologna, 2011.

[3] D.Previtali, Il bilancio sociale nella scuola, Edizioni Lavoro, Roma, 2010. Inoltre nel volume di G.Cerini (a cura di), Il nuovo dirigente scolastico. Tra leadership e management, Maggioli, Rimini, 2010 sono contenuti alcuni saggi di A.Paletta, M.Castoli, D.Previtali, A.Martini sul tema della valutazione di istituto in una ottica di sistema.

[4] E’ opportuno anche aprire un dibattito sulla presenza di prove nazionali strutturate all’interno degli esami di stato (al momento nell’esame di licenza media). Se è giusto introdurre elementi di comparazione dei risultati di raggio più ampio del singolo istituto, certamente appare sopravvalutato il “peso” che la prova nazionale viene oggi ad assumere nell’economia dei punteggi, ad esempio a scapito dell’apprezzamento complessivo del curricolo dell’allievo. Sulla questione è spesso intervenuto sul “Corriere della Sera” Roger Abravanel, con articoli assai polemici: cfr. R.Abravanel, Benevenuti al Sud (con 100 e lode), in “Il Corriere della Sera”, 2 agosto 2011.
Cfr.: http://www.corriere.it/cronache/11_agosto_02/benvenuti-al-sud-con-cento-e-lode-roger-abravanel_fbb6f542-bcc6-11e0-b530-d2ad6f731cf9.shtml

[5] Il recente DPR 3 giugno 2011, n. 132, che apporta modifiche al Dpr 17/2009 di riforma del Ministero dell’Istruzione, ha ulteriormente ridotto la dotazione organica dei dirigenti tecnici con funzioni ispettive a 301 unità.

[6] Il contratto di missione dovrebbe sostituire il generico incarico dirigenziale conferito dal Direttore Generale dell’USR al singolo dirigente scolastico, sulla base di quanto previsto dall’art. 25 del D.lgs 165/2001 e dagli specifici contratti nazionali di lavoro. Una riflessione sul tema è contenuta in G.Barzanò, Leadership per l’educazione. Riflessioni e prospettive dal dibattito globale, Armando, Roma, 2008.

[7] N.Arcangeli, CAF – Common Assessment Frameworkm in G.Cerini-M.Spinosi (a cura di), Voci della Scuola, X, Tecnodid, Napoli, 2011.

[8] A.Paletta, Scuole responsabili dei risultati. Accountability e responsabilità sociale, Il Mulino, Bologna, 2011.

[9] Avevamo già suggerito questa ipotesi in G.Cerini, …e se a scattare fosse il merito? In www.edscuola.it (rubrica Riforme on line).

[10] M.Castoldi, Si possono valutare le scuole? Il caso italiano e le esperienze europee, Sei, Torino, 2008.

[11] Con l’a.s. 2010-11 cessa il raggio d’azione della Direttiva n. 74 del 15 settembre 2008, che aveva regolato per un triennio l’attività dell’istituto nazionale di valutazione (www.invalsi.it ).

da ScuolaOggi 19.08.11

"Equità e propaganda", di Maria Cecilia Guerra

La proposta del Pd di tassare con un’imposta straordinariamdel 15% i capitali che hannom beneficiato dello scudo fiscale ha sollecitato un intenso dibattito. Ad essa è stata contrapposta nelle ultime ore l’ipotesi, avanzata da alcuni parlamentari del Pdl, di mettere a punto un nuovo scudo fiscale da cui ricavare, con un’aliquota che potrebbe essere del 7%, un gettito straordinario di 2-3 miliardi. E’ un’ipotesi sorprendente in quanto sconfessa la logica stessa con cui ci avevano venduto il primo scudo. Ci avevano detto che quello scudo avrebbe riportato capitali freschi in Italia che sarebbero serviti a finanziare la ripresa economica.Male cose sono andate ben diversamente: come ci hanno mostrato le statistiche relative alla bilancia dei pagamenti, coloro che hanno aderito allo scudo hanno generalmente preferito regolarizzare i loro capitali mantenendoli comunque all’estero. Ci avevano detto che il contemporaneo inasprimento delle sanzioni e dei controlli per chi esportava illegalmente capitali avrebbe, non solo garantito l’emersione dei capitali fuggiti, ma anche impedito il verificarsi di nuove fughe
nel futuro. E allora perché dovremmo aspettarci di avere gettito fiscale da un nuovo scudo? E perché tutti i giornali ci informano di ungrande rinnovato interesse di contribuenti italiani nei confronti dei depositi e investimenti in paradisi fiscali (specialmente la solita Svizzera), per paura di essere chiamati a contribuire ai costi della crisi? Insomma, uno scudo bis, in questo momento, non solo non avrebbe effetto (chi è fuggito e non ha regolarizzato e chi sta fuggendo adesso si sente evidentemente al sicuro da qualsiasi accertamento), ma sarebbe un ulteriore vergognoso condono di cui un Paese con più di 100 miliardi di gettito evaso non ha proprio bisogno.
Veniamo allora alle grida contro l’ipotesi del Pd: la tassazione bis dei capitali già scudati. Due sono le obiezioni principali: chi dice sarebbe tecnicamente impraticabile e che infrangerebbe un patto sacro tra Stato e contribuenti. Si tratta, in entrambi i casi, di affermazioni confutabili. Il prelievo sui capitali scudati è stato fatto a suo tempo in forma anonima: le banche e gli altri intermediari coinvolti hanno provveduto al versamento dell’imposta rivalendosi sui proprietari dei capitali. Il «nome» degli aderenti allo scudo non è stato reso noto all’Agenzia delle Entrate ma è noto alle banche. E per forza lo è ancora, se no lo scudo fiscale non potrebbe funzionare.
Lo scudo infatti opera in questo modo: se un domani il fisco giungesse a ipotizzare un’evasione fiscale, diciamo ad esempio
per 5 milioni, a carico di un soggetto che ne ha usufruito, questo soggetto potrebbe evitare ogni accertamento dimostrando, attraverso la documentazione in possesso della banca, di avere regolarizzato 100 milioni di capitali. E quindi bisogna che la banca tenga questa documentazione a disposizione del suo cliente. La nuova tassazione potrebbe quindi avvenire in forma anonima secondo il meccanismo già usato: le stesse banche che hanno effettuato il primo potrebbero effettuare questo secondo versamento
rivalendosi poi, in via riservata (anonima), sul contribuente. In questo modo non verrebbe neppure, in alcun modo, messo in discussione il patto originariamente fatto con lo Stato: l’imposta a
suo tempo versata ha reso possibile pulire (scudare) capitali frutto di evasione. Nessuno sta proponendo di togliere questo scudo, la sanatoria che è stata fatta resta confermata.
Quello che succederebbe è solo che la dichiarazione anonima che riguarda i capitali rientrati verrebbe utilizzata come indicatore di capacità contributiva (così come lo è nel caso del contributo di solidarietà la dichiarazione, non anonima, di un reddito superiore ai 90 mila euro) e, nella logica di un prelievo straordinario, si chiederebbe anche ai proprietari di questi particolari tipi di capitali di dare un loro contributo al risanamento delle finanze pubbliche.
Sarebbe un prelievo retroattivo? Certo, esattamente come lo sono il contributo di solidarietà e la cosiddetta robin tax (l’addizionale Ires sulle società che operano nel settore dell’energia). Muterebbe delle regole che si consideravano immodificabili?
Certo, come avviene con la sospensione della corresponsione dell’identità di buonuscita per i dipendenti pubblici e con la modifica dell’età pensionabile. Può darsi che in alcuni casi quelli che hanno fatto ricorso allo scudo fiscale non siano più in possesso dei capitali per cui hanno beneficiato dello scudo. Niente di male: si potrebbe lasciare loro l’opzione, per non pagare il nuovo tributo, di uscire dall’anonimato e accettare una verifica fiscale sulla loro situazione patrimoniale.

L’Unità 19.08.11

"Il sogno del Tfr in busta-paga. Quello degli statali vale 12 miliardi", di Raffaello Masci

«La gallina, la gallina, non ci sono dubbi». E di dubbi, in effetti non ne ha uno dei maggiori esperti italiani di previdenza, il deputato del Pdl Giuliano Cazzola: «Meglio la gallina domani che l’uovo oggi. E la proposta del ministro Bossi spero che resti solo una boutade di Ferragosto e nulla di più». Per chi si fosse perso le puntate precedenti, diciamo subito che la disputa nasce dall’intervento tenuto dal ministro Umberto Bossi a Ponte di Legno dove, tradizionalmente ormai, tiene un comizio nel giorno di Ferragosto. L’atmosfera di quest’ultimo appuntamento, per la verità, non è idilliaca: la manovra fresca di varo, se aveva fatto sanguinare il cuore di Berlusconi, figuriamoci quello dei lavoratori dipendenti. Bossi capta l’umore della piazza e fa una promessa: il Tfr invece di essere lasciato alle aziende potrebbe diventare uno stipendio in più ogni anno. La cosa, ripresa dalle agenzie di stampa, fa il giro delle varie roccaforti politiche e istituzionali, incassando – sostanzialmente – un coro di mugugni, variamente argomentati. «Il Tfr in busta paga rischia di compromettere lo sviluppo dei fondi pensione» ha commentato seccamente Confcommercio. «Non è una misura di crescita – ha commentato l’economista Elsa Fornero – ma è addirittura una misura subdola, perché fa percepire una sorta di regalo ai lavoratori quando regalo non c’è».

Quando parliamo di Tfr accumulati, ci riferiamo a un tesoro di circa 13 miliardi (tanti quelli del 2010), che le aziende hanno dovuto tirare fuori. E’ possibile prendere questo gruzzolo e restituirlo ai lavoratori, come Bossi vorrebbe?

Per rispondere a questa domanda occorre capire cosa c’è dentro questa cifra. Intanto, dal 2007 il 23% dei lavoratori ha deciso di aderire alla previdenza complementare. Quei fondi non sono revocabili, e poiché costituiscono un ammontare di oltre 5 miliardi l’anno, non è possibile restituirli sotto forma di stipendi.

Restano 5,7 miliardi di Tfr dei lavoratori di società con più di 49 dipendenti, che hanno optato per mantenere la liquidazione in azienda. Queste somme vengono versate su un «Fondo Tesoro» gestito dall’Inps ma utilizzato per la spesa corrente dallo Stato. Se si toglie, con cosa si copre il buco di bilancio? Il resto – per arrivare a 13 miliardi – è un piccolo fondo residuo in cui confluiscono, sempre presso l’Inps, i Tfr di chi non ha fatto nessuna opzione. Ma non è tutto: come la mettiamo con le liquidazioni degli statali? «Se andassero restituite in busta paga – dice l’economista del Fli Mario Baldassarri – avremmo un incremento salariale del 7%, quasi 12 miliardi e mezzo l’anno». Di fatto un’altra manovra.

In tutto questo c’è da valutare il problema della tassazione: ora i fondi pensione hanno un trattamento fiscale del 12,5% come per le rendite finanziarie. Inoltre il Tfr resta fuori dall’Irpef, è tassato all’11%, oltre ad essere rivalutato ogni anno di una quota pari al 75% dell’inflazione più un punto e mezzo. «Un trattamento simile non sarebbe mai possibile se la stessa somma transitasse in busta paga – spiega Cazzola – e soggiacesse alle aliquote Irpef. Anzi, in qualche caso, quel piccolo incremento di stipendio generato dal Tfr se ne andrebbe una parte in tasse e una parte in consumi».

Se mai il governo volesse comunque insistere su questa strada ci sarebbe da prendere in considerazione un «lodo Bonanni», illustrato dal leader della Cisl in un’intervista al «Sole-24 Ore»: «Si potrebbe rendere obbligatorio il versamento di una quota del Tfr per la previdenza integrativa, abbassando dall’11 al 6 per cento la tassazione. L’altra quota potrebbe andare in busta paga, a condizione che l’aliquota sia al massimo dell’11%».

La Stampa 19.08.11

"Tfa, le selezioni per l’accesso non prima di ottobre", di Alessandro Giuliani

A sostenerlo è la Flc-Cgil, alla luce dell’ultima nota ministeriale: l’effettiva attivazione delle prove potrà avvenire forse perfino tra novembre e dicembre. Stabilito intanto il contingente per la prima tranche: i posti disponibili per infanzia e primaria sono 5.611; alle medie 4.626; alle superiori 5.659. Si attendono ora conferme dalle Università.
I tempi per l’attivazione dei nuovi percorsi abilitanti, i Tfa (Tirocini formativi attivi), rischiano di allungarsi ulteriormente: a sostenerlo è la Flc-Cgil, dopo aver approfondito le ultime note ministeriali, in particolare la nota 81, attraverso cui viale Trastevere ha introdotto le regole utili alla realizzazione dei nuovi corsi che sostituiranno le Ssis. Secondo il sindacato di Domenico Pantaleo, “considerate le date indicate e il successivo parere obbligatorio del CUN, tutto lascia pensare che l’effettiva attivazione dei corsi e delle relative prove di accesso non possa avvenire prima del mese di ottobre 2011, e forse perfino tra novembre e dicembre”. La notizia non farà di certo piacere alle decine di migliaia di candidati che da ormai da qualche anno attendono di partecipare alla selezione, prima passo verso l’insegnamento.
La Flc-Cgil sottolinea anche che in base a quanto comunicato dal ministero dell’Istruzione, i decreti per i corsi di sostegno e per il CLIL (insegnamento in lingua straniera di una disciplina non linguistica), hanno già ottenuto i necessari pareri e che a breve saranno emanati”. Inoltre si fa “anche cenno al percorso abbreviato per Scienze della formazione primaria riservandosi ulteriori indicazioni. Ricordiamo che la Laurea magistrale per la formazione degli insegnanti della scuola primaria e dell’infanzia è stata già attivata e che la relativa prova di accesso si svolgerà il prossimo 10 ottobre. Ancora nessuna notizia, invece, per i corsi previsti presso le accademie e i conservatori, né sui contingenti previsti per l’attivazione dei vari corsi”.
Sempre il Miur ha intanto diramato, attraverso un nota del 10 agosto, il numero di insegnanti che andranno a concorso: a livello generale “i posti disponibili saranno solo quelli che deriveranno dai pensionamenti che sono stati calcolati sulla base dei parametri e delle regole attuali e tenendo conto della presenza degli insegnanti soprannumerari”. A concorso andranno quindi la metà di coloro che lasceranno. La quota di pensionati è stata però incrementata del 40% in modo da poter rispondere considerare anche le necessità dei docenti che dovranno operare nelle scuole paritarie. Per la prima tranche di corsi, i posti disponibili per infanzia e primaria sono 5.611; alle medie 4.626; alle superiori 5.659. Ora si attendono indicazioni più precise sulle disponibilità da parte delle Università ad attivare i corsi. E, successivamente, le ripartizioni regioni e per classe di concorso

La Tecnica della Scuola 19.08.11

"Una volta era servizio pubblico ora vogliono liquidare la Rai", di Natalia Lombardo

L’idea di mezza estate rilanciata da Formigoni come toccasana per appianareil debito pubblico, quel «privatizziamo la Rai», è stata da molti derubricata a vera «stupidaggine». Ne è convinto il consigliere Giorgio Van Straten, sia per la difesa del «servizio pubblico, che esiste in tutti i paesi europei», sia perché «non taglierebbe il legame con la politica». Semmai si dovrebbe discutere «della qualità del servizio pubblico: come si fa? Con quali risorse?», anche se non pensa che possa fare la fine dell’Alitalia. Ma la Rai sta venendo via via svuotata, oppressa dal conflitto d’interesse, Santoro e Ruffini sono andati via per esasperazione. «Un’azienda avrebbe dovuto far di tutto per tenere Santoro, è una perdita grave». Ancora non colmata nella prima serata di RaiDue, se non da Criminal Minds…
Inquadra il problema Luigi Zanda, vicecapogruppo Pd al Senato ex consigliere a Viale Mazzini: «Negli ultimi anni c’è stata una degenerazione dello spoil system, non solo nelle testate o nelle reti, ma con la trasmigrazione di dirigenti da Mediaset alla Rai, dove hanno troppo potere persone vicine alla concorrenza, il che ha abbassato violentemente la qualità dell’informazione e dello spettacolo sia alla Rai che in Mediaset». La privatizzazione? «Una sciocchezza, un’idea da Ferragosto», afferma Zanda, «la Rai sarebbe
deprezzata perché non è mai stata di livello così basso, e prima si dovrebbero emanare delle serie norme antitrust e gli organi di controllo dovrebbero infliggere pene più severe. E poi la pubblicità finirebbe ancora di più sulle tv a danno della carta stampata».
L’estate la Rai è vuota. L’informazione va in villeggiatura, chiude i
battenti come le scuole. Riapre a metà settembre, se va bene. In quest’estate anomala, infuocata dalla crisi, a reggere il testimone dell’approfondimento (appena tamponato il vuoto da un tardivo calendario di servizi sui tg), sono stati Linea Notte del Tg3, che non si è mai interrotto, e RaiNews, che ha anche assicurato le dirette dal Parlamento per l’intervento di Tremonti e interviste ai leader politici, purtroppo nel cono d’ombra del più scintillante (con risorse senza pari) SkyTg24.
LETTERA DI RICHIAMO A MINEO
Eppure al direttore di RaiNews, Corradino Mineo, invece dell’approvazione da parte dell’azienda, salvo due righe ieri, è arrivata una lettera del direttore generale, Lorenza Lei, nella quale si minacciavano sanzioni se avesse parlato di nuovo con i giornalisti, dopo un’intervista al Fatto quotidiano. La direttiva del silenzio
Rai imposta dall’ex Dg Cattaneo. L’Italia è l’unico servizio pubblico
in Europa ad andare in ferie. Alla fine del secondo periodo di garanzia (nel quale si ingolosiscono i pubblicitari a comprare spazi negli appetibili programmi), dopo la prima settimana di giugno, tutti si rilassano, i talk show chiudono (nonostante la disponibilità sia di Floris che di Lucia Annunziata, solo Ballarò si è «allungato» per
un po’). Motivo? Costerebbe troppo prolungare i contratti ai collaboratori delle redazioni, è la scusa, quando le strutture tecniche sono comunque pagate tutto l’anno. «Un errore di cui abbiamo discusso nel Cda», prosegue Van Straten, «perché su La7 va avanti In onda e la Rai è ferma?». Oppure nello speciale Tg1 di domenica scorsa si è parlato della Madonna di Medjugorje…
Nelle tv pubbliche europee? «Euronews durante l’estate non interrompe gli approfondimenti, la Newsroom continua», spiega Pierluigi Malesani, presidente del consiglio di sorveglianza di Euronews, il canale europeo di informazione, «le uniche repliche, ma di programmi più interessanti, sono di scienza e cultura quando i lavori di Bruxelles sono sospesi». Da noi, invece, non si scampa dalle repliche di Sissi e la Rai vanta «il record in prima serata per il Commissario Rex». Salvo aver regalato a Mediaset, martedì, il sorpasso di ascolti in prima e seconda serata.
«In Inghilterra la Bbc non fa differenza tra estate e inverno, neppure
alla radio», prosegue Malesani, «l’approfondimento di Newsnight va in onda tutte le sere alle 20,30 sulla Bbc2, poi c’è il settimanale di un’ora Panoramae i tg sulla Bbc1. I paesi latini invece seguono il summer block, il periodo di chiusura scolastica: si fermano i talk show con conduttori di prestigio – in Francia da luglio a metà agosto,
in Spagna fino a tutto agosto, in Germania, che latino non è, fino al 10 agosto – ma gli approfondimenti nei tg continuano». Da noi da giugno a metà settembre è tutt un summer block…
E a settembre le grane torneranno al pettine per Lorenza Lei: il direttore del Tg2 da nominare, come sollecita l’Usigrai; a ottobre andrà via Ruffini da RaiTre (in pole Maria Pia Ammirati, vicina alla dg); la testata regionale difende l’edizione serale. Le reti si svuoteranno, tra le 150 e le 180 persone passeranno nella mega direzione Intrattenimento nelle mani di Giancarlo Leone, dal quale dipende tutto, da Sanremo (di certo c’è «il perno » Gianni Morandi, in alto mare il contratto col Comune) allo show di Fiorello su RaiUno. È la divisione in generi avviata da Lei, la Dg che, in nome della logica aziendale, sta compiendo le mission che Masi fallì: come eliminare Santoro e Ruffini e far contento Berlusconi…

L’Unità 19.08.11

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“Vendere la Rai? Ci perde la democrazia”, di Giorgio Merlo

Ci mancava solo Formigoni a dirci che adesso occorre vendere la Rai a Murdoch. Come se uccidendo la Rai, liquidando il servizio pubblico e archiviando quel poco che resta del pluralismo nel nostro paese facessimo una cosa buona e giusta. Forse Formigoni non sa – anche se credo che lo sappia benissimo – che se si procede a privatizzare la Rai, come vuole anche quell’altro campione di garanzia e di pluralismo che è Fini, la conclusione è abbastanza chiara: si indebolisce il profilo della nostra democrazia e si consegna il mercato dell’informazione al mercato. Sì, proprio al mercato.
Cioè a chi se ne infischia del pluralismo, dell’imparzialità dell’informazione, del giornalismo di inchiesta, della qualità della sua programmazione e di tutto ciò che contribuisce a definire la presenza di un servizio pubblico radiotelevisivo.
È questo che vuole Formigoni?.
Conosciamo già chi persegue il disegno liberale e democratico (sic!). Da Fini a Delle Vedova a tutti coloro che in nome di una maldestra modernizzazione pensano che rinunciando a chi ha il dovere di garantire il pluralismo dell’informazione si faccia un passo in avanti sul terreno della libertà e del mercato.
Semmai, e al contrario di ciò che sostengono questi modernizzatori da strapazzo, quello che oggi va sventato è il disegno politico di chi punta a liquidare la Rai senza dirlo apertamente ma agendo in modo traversale, se non speculare.
E la scelta recente di Paolo Ruffini di lasciare la direzione di Raitre per accedere alla guida de La7 ha rimesso nuovamente in discussione il futuro del servizio pubblico radiotelevisivo nel nostro paese. Una scelta, quella di Ruffini, che è il frutto anche del pesante condizionamento subito in questi anni con la gestione dell’ex direttore generale Masi. Una scelta, però, quella di oggi, totalmente autonoma e libera che denuncia anche lo stato di difficoltà in cui versa attualmente la Rai. Malgrado la netta discontinuità introdotta dal nuovo direttore generale Lorenza Lei, è indubbio che ci troviamo ad un bivio: o la Rai riesce a recuperare uno spazio di mercato e di autorevolezza capaci di ritagliare uno spazio decisivo per il ruolo di un servizio pubblico nel campo radiotelevisivo oppure la prospettiva di una decadenza, seppur mitigata nel tempo, sarà sempre più irreversibile. Su questo versante si gioca la sfida dei prossimi mesi. Dalla programmazione dei palinsesti, alla garanzia di un autentico pluralismo, dalla qualità dei suoi programmi alla professionalità dei suoi artisti e lavoratori.
Sono tanti gli ingredienti che contribuiscono a comporre il mosaico della Rai. I “santoni”, specie se milionari, non sono indispensabili ma la qualità della sua programmazione non può essere barattata con la insopportabile subalternità alla maggioranza politica di turno.
Eppure, se vogliamo essere seri e non limitarsi alla recita della solita litania, non possiamo non denunciare un doppio scacco che oggi può mettere al tappeto la Rai. E la stessa vicenda Ruffini non ne è affatto esente.
C’è, insomma un doppio rischio che va denunciato e smontato. E poi, eventualmente, si può ripartire. Da un lato non possiamo non denunciare, seppur per l’ennesima volta, la volontà politica pervicace della destra berlusconiana di ridurre gran parte della Rai ad un semplice strumento a disposizione della maggioranza politica. Sono troppi, purtroppo, gli esempi che si possono e che si potrebbero fare. E lo dice una persona che non ha mai creduto ai “martiri” all’interno della Rai che si sacrificano, a suon di miliardi ieri e di milioni oggi, a garantire la libertà di informazione per tutti noi. No, non siamo ridicoli e non cadiamo nella goffaggine.
Ma è indubbio che in questi anni di berlusconismo, gli episodi che hanno costellato la Rai e il destino del servizio pubblico sono prevalentemente ascrivibili al radicale controllo politico e alla voglia di estromettere quelle voci che, più di altre, garantivano libertà di informazione, vero giornalismo di inchiesta, tutela del pluralismo e imparzialità stessa nella programmazione. E di fronte a questa situazione, che risponde ad una sola parola “conflitto di interessi”, abbiamo il dovere di reagire con forza e determinazione lavorando affinché questa anomalia, tutta italiana, finisca al più presto.
Ma, accanto a questa pesante ed ormai insopportabile anomalia, ce n’è un’altra che non possiamo non evidenziare. Ovvero, il disegno di altri settori politici di rafforzare la concorrenza nei confronti della Rai, potenziando ad esempio La7 o Sky. Un disegno, ovviamente legittimo, ma che non possiamo, almeno per onestà intellettuale, non denunciare.
Un disegno che si sostanzia sempre con nobili principi e grandi convincimenti ma che poi si traduce, come vuole giustamente il mercato, in sontuosi contratti e voglia di competizione.
E il rafforzamento di La7 e di Sky con l’ex personale Rai come si può spiegare se non con questa volontà di fare concorrenza al servizio pubblico? Insomma, per opposti motivi e con finalità diverse, l’obiettivo resta però comune: ovvero, la Rai va prima indebolita e poi ridimensionata.
Un disegno politico che unisce due opposti ma che poi converge nell’obiettivo comune.
Si può assistere in silenzio a questo doppio disegno politico? Non credo, come non credo che adesso i vertici aziendali possano limitarsi a parare il colpo.
Serve una strategia d’urto capace di invertire la rotta e capace soprattutto di far capire, attraverso la programmazione dei suoi palinsesti e i contenuti del suo progetto editoriale, che il servizio pubblico non è un optional o un mero ricordo del passato, ma un investimento concreto per continuare a produrre pluralismo, libertà e qualità dell’informazione.
Senza questo servizio pubblico, insomma, si corre il serio rischio di consegnare un’informazione definitivamente addomesticata e legata a gruppi editoriali e finanziari che non hanno tra le loro priorità la difesa del pluralismo e della libertà di informazione. Che è, stando alle dichiarazioni di Formigoni, Fini e compagnia cantante, ciò che vogliono ampi settori della politica italiana. Un disegno da sventare prima che sia troppo tardi.

da Europa Quotidiano 19.08.11

"Dedurre i costi dell'Istruzione, l'esempio della Germania", di Mara Gergolet

La Corte dei Conti tedesca introduce un concetto, e una norma, che va in controtendenza con le riforme dell’Università di Cameron in Inghilterra (e anche con quelle della Gelmini in Italia): l’istruzione sia più pubblica e più gratuita possibile. Vuoi studiare? Puoi dedurre i costi dell’istruzione dalle tasse, quando troverai un lavoro. Con una sentenza a sorpresa, e finita sulle prime pagine dei giornali, la Corte dei Conti tedesca introduce un concetto, e una norma, che va in controtendenza con le riforme dell’Università di Cameron in Inghilterra (e anche con quelle della Gelmini in Italia): l’istruzione sia più pubblica e più gratuita possibile.
Non che i giudici di Francoforte, chiamati a esprimersi sul caso di un pilota d’aereo e di un medico, non abbiano posto dei paletti. Sì può, cioè, scaricare l’affitto, i costi del corso e dell’acquisto del computer non a casaccio, ma purché si dimostri che sono stati indispensabili e finalizzati alla propria formazione. Inoltre, la sentenza di fatto estende una legge già istituita per la cosiddetta formazione ai «mestieri»: i costi (e l’acquisto dei materiali) dei praticanti di «bottega» da tempo si possono scaricare. Ora potranno farlo anche i professionisti, e chi si indirizza ai lavori intellettuali: in modo retroattivo, subito dopo aver trovato un impiego, per cifre consistenti (nel caso del pilota, 15 mila dei 20 mila euro spesi).
Certo, la Germania è il Paese dei conti pubblici in pareggio, diventata negli ultimi tempi un portabandiera dell’austerità e del rigore. Però sentenze come questa ricordano che, al di là dell’estesa rete sociale che la permea, poggia anche su valori condivisi. Come quello dell’istruzione, che è un valore democratico, che lo Stato promuove e tutela.

Il Corriere della Sera 19.08.11