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"I paesi contagiati dalle cattive idee", di Joseph E. Stiglitz

La Grande Recessione del 2008 si è tramutata nella Recessione dell´Atlantico del Nord: sono soprattutto Europa e Usa, non i mercati emergenti, a essersi impantanati in una palude di crescita lenta e disoccupazione alta. E sono l´Europa e l´America che stanno marciando, da sole e affiancate, verso l´epilogo di una maestosa débâcle. Lo scoppio di una bolla è stato seguito da imponenti misure di stimolo in stile keynesiano che hanno evitato una recessione più grave, ma hanno anche aperto grossi buchi nei conti degli Stati. La risposta – ingenti tagli alla spesa – garantisce in pratica che la disoccupazione resterà, forse ancora per anni, su livelli inaccettabilmente alti (un enorme spreco di risorse e un sovraccarico di sofferenze).
L´Unione Europea si è finalmente impegnata ad aiutare gli Stati membri in difficoltà finanziarie. Non aveva scelta: con le turbolenze finanziarie che minacciavano di estendersi da Paesi piccoli come la Grecia e l´Irlanda a Paesi grandi come l´Italia e la Spagna, era sempre più a rischio l´esistenza stessa dell´euro. I leader europei si sono resi conto che il debito dei Paesi in difficoltà sarebbe diventato ingestibile se l´economia non fosse tornata a crescere, e questa crescita è impossibile senza assistenza.
Ma anche mentre promettevano aiuti imminenti i leader europei hanno continuato ad agire sulla base della convinzione che anche i Paesi non in crisi devono tagliare la spesa pubblica. L´austerity frutto di questi tagli azzopperà la crescita dell´Europa, e di conseguenza la crescita delle economie europee più in difficoltà: dopo tutto, il miglior aiuto per la Grecia sarebbe una crescita solida dei suoi partner commerciali. La crescita stentata, inoltre, penalizzerà il gettito fiscale, minando l´obiettivo proclamato di risanare i conti pubblici.
Il dibattito prima della crisi era una chiara dimostrazione di quanto poco sia stato fatto per rattoppare i fondamentali dell´economia. La veemente opposizione della Banca centrale europea a una cosa che è essenziale per qualsiasi economia capitalistica (la ristrutturazione del debito di entità fallite o in stato di insolvenza) è la prova della persistente fragilità del sistema bancario occidentale.
La Bce ha sostenuto che i contribuenti si dovevano accollare tutto il peso del debito in sofferenza della Grecia, per timore che un coinvolgimento del settore privato potesse innescare un “evento creditizio” che avrebbe determinato consistenti indennizzi sui Cds e forse alimentato altre turbolenze sui mercati finanziari. Ma se la Bce è veramente preoccupata da questa eventualità, se non sta semplicemente facendo gli interessi dei prestatori privati, sicuramente avrebbe dovuto pretendere dalle banche livelli di capitale più alti.
E avrebbe anche dovuto vietare agli istituti di credito di accedere al rischioso mercato dei Cds, dove le banche sono ostaggio delle decisioni delle agenzie di rating su che cos´è un evento creditizio e cosa non lo è. In effetti, un risultato positivo del recente vertice dei leader europei a Bruxelles è stato quello di avviare un processo che punta a imbrigliare maggiormente la Bce e il potere delle agenzie di rating statunitensi.
L´aspetto più peculiare della posizione della Bce è stata la sua minaccia di non accettare come garanzia titoli di Stato ristrutturati se le agenzie di rating decideranno che la ristrutturazione è da classificare come evento creditizio. Il senso della ristrutturazione è quello di alleggerire il debito e rendere più maneggevole la parte che rimane. Se i titoli erano considerati accettabili come garanzia prima della ristrutturazione, dopo la ristrutturazione diventano sicuramente meno rischiosi, perciò non si capisce per quale motivo non si dovrebbe continuare ad accettarli come garanzia.
Questo episodio serve a ricordare che le Banche centrali sono istituzioni politiche, con un´agenda politica, e che le Banche centrali indipendenti tendono a essere preda (almeno «cognitivamente») delle banche che teoricamente dovrebbero regolamentare.
E le cose non vanno molto meglio dall´altro lato dell´Atlantico. Laggiù l´ultradestra ha minacciato di mandare in bancarotta lo Stato, confermando quello che ipotizza la teoria dei giochi: quando individui irrazionalmente votati a distruggere tutto se non riescono ad averla vinta si scontrano con individui razionali, prevalgono i primi.
Il risultato è stato che il presidente Barack Obama ha accettato una strategia squilibrata per la riduzione del debito, senza aumenti delle tasse, nemmeno per i milionari che tanto bene se la sono passata durante gli ultimi vent´anni, e nemmeno eliminando le regalie fiscali alle compagnie petrolifere, che minano l´efficienza economica e contribuiscono al degrado ambientale.
Gli ottimisti affermano che l´impatto macroeconomico dell´accordo per innalzare il tetto all´indebitamento e impedire il default sarà limitato sul breve termine, all´incirca 25 miliardi di tagli alle spese per l´anno entrante. Ma la riduzione dell´imposta sul libro paga (che metteva oltre 100 miliardi di dollari nelle tasche dei cittadini americani) non è stata rinnovata e sicuramente le imprese, in previsione degli effetti contrattivi del mancato rinnovo di questa misura, saranno ancora più riluttanti a prestare.
La stessa fine delle misure di stimolo produce effetti contrattivi. E con il prezzo delle case che continua a calare, la crescita che arranca e la disoccupazione che rimane ostinatamente alta (un americano in cerca di lavoro su sei non riesce a trovare un impiego a tempo pieno), quello che serve – anche per riportare in ordine i conti pubblici – sono altri stimoli di bilancio, non l´austerity. Il fattore che più concorre a far lievitare il deficit è il calo del gettito fiscale provocato dal cattivo andamento dell´economia: il rimedio migliore sarebbe tornare a far crescere l´occupazione. Il recente accordo sul debito è una mossa nella direzione sbagliata.
Ci sono molti timori sul contagio finanziario tra Europa e America. D´altronde la cattiva gestione della finanza in America è stata una delle principali cause scatenanti dei problemi dell´Europa, e le turbolenze finanziarie sul vecchio continente non sono un bene per gli Stati Uniti, specialmente se si considera la fragilità del sistema bancario Usa e il ruolo che continua a giocare in uno strumento finanziario non trasparente come i Cds.
Ma il vero problema viene da un´altra forma di contagio. Le cattive idee non si fanno fermare dai confini nazionali e le teorie economiche sbagliate si alimentano a vicenda dall´una e dall´altra parte dell´Atlantico. Così come la stagnazione che queste politiche si porteranno dietro.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

La Repubblica 08.08.11

2 Commenti

  1. asso987 dice

    MI PERMETTO SE NON CONSONO BANNATELO !, GRAZIE !
    LA VERE CAUSE E LE DINAMICHE DELLA CRISI !

    DAL LEGGERE IN VACANZA ! (NON TRATTA SOLO DEL PETROLIO E’ ATTINENTE ..)

    La verità sul picco del petrolio

    Ma cos’è il cosiddetto e famigerato picco del petrolio? Semplice, premesso che il petrolio è una risorsa naturale di fatto non rinnovabile sui tempi scala umani, la quantità di petrolio “prodotto” (cioè estratto, raffinato e immesso sul mercato) NON è rappresentata, nel tempo, da una curva sempre crescente o quasi — quale invece è la curva dei consumi di una società liberal-capitalistica come la nostra, basata sull’espansione economica quasi-continua, pena la recessione o anche peggio — bensì da una curva con una forma vagamente simmetrica e “a campana”, che come una montagna ha un picco — detto “picco del petrolio” o anche “picco di Hubbert” — all’incirca a metà, cioè quando sostanzialmente una metà del petrolio estraibile è stato estratto. Come vedremo, una volta superato il picco di Hubbert iniziano per la nostra società dei problemi insormontabili, perché il petrolio che può essere estratto e immesso sul mercato diminuisce sempre più rapidamente, mentre la domanda da consumi tende a crescere.

    Figura 2. Il “picco del petrolio”, o “picco di Hubbert”, è in pratica il picco più alto, collocato intorno al 2008, che vediamo in questo grafico che rappresenta la produzione mondiale cumulativa di petrolio+gas naturale (il petrolio si distingue in convenzionale e in “non convenzionale”, la cui estrazione è molto più difficile e costosa: pesante, da giacimenti marini profondi o polari, etc.). (fonte: ASPO Newsletter, marzo 2009)

    Secondo le maggiori autorità mondiali (e, soprattutto, fonti del tutto indipendenti) in questo campo — ovvero il geologo petrolifero Colin Campbell, Kjell Aleklett e altri esperti dell’ASPO (Association for the Study of Peak Oil and Gas) — oggi noi saremmo sopra il picco del petrolio: anzi, secondo i dati e vari “segnali”, lo avremmo appena superato, e ciò sarebbe avvenuto nel 2008. Infatti si vede bene che si è superato il picco solo un certo tempo dopo che si è oltrepassato, quando la situazione ha assunto già un carattere catastrofico o quasi: lo si può notare, infatti, dal solito grafico del petrolio prodotto, sotto forma di un netto massimo (o, come sta avvenendo in questo caso, di un massimo non troppo pronunciato seguito da un pianerottolo più o meno regolare) seguito da un chiaro inizio di declino. Ad ogni modo, il fatto che ora siamo sopra il picco o nelle sue immediate vicinanze, è fuori discussione: oltre il 95% dei modelli (elaborati da gruppi di esperti diversi) prevede il picco tra il 2008 e il 2010.

    Il concetto di picco del petrolio, infatti, si applica pure alla produzione di petrolio dei singoli Paesi o dei singoli pozzi. Ebbene, dei 65 Paesi del mondo maggiori produttori di petrolio, la maggior parte hanno già superato il picco di Hubbert (ad es., la Russia lo ha superato nel 2007) e dunque la loro produzione è in declino, mentre per gli altri è solo questione di tempo. In pratica, il grosso della produzione mondiale deriva da pochi giacimenti giganti scoperti molto tempo fa, e tre dei quattro giacimenti giganti più grandi del mondo (Daqing in Cina, Cantarell in Messico, Burgan in Kuwait) sono già in declino, mentre il quarto (Ghawar, in Arabia Saudita) sembra prossimo a oltrepassare il picco. Essi sono oggi i soli giacimenti petroliferi in grado di produrre 1 milione di barili di petrolio al giorno, ma fino a quindici anni fa erano 15. Quando anche gli ultimi Paesi supereranno il picco del petrolio, inizierà purtroppo un marcato declino della produzione mondiale, e con esso il veloce cammino verso una probabile catastrofe.

    Tabella 1. Le migliori stime disponibili dicono che il picco di Hubbert a livello mondiale per il petrolio (+ gas naturale) è stato raggiunto nel 2008, e che il declino della produzione sarà alquanto rapido. (fonte: ASPO Newsletter, marzo 2009)

    Non ci sono “paracadute”, perché le scoperte di nuovi giacimenti nel mondo hanno raggiunto un massimo negli anni Sessanta e sono nettamente in calo da decenni, nonostante i notevoli miglioramenti delle tecnologie per la prospezione petrolifera. Anche il forte aumento dei prezzi negli anni Settanta conseguente alla grave crisi petrolifera del ’73 (di natura geopolitica) non è stato sufficiente a invertire la tendenza. Ormai si stanno già largamente sfruttando anche i grandi giacimenti di petrolio “pesante”, quelli marini profondi e restano da scoprire solo le “briciole”, o poco più. L’80% del petrolio che consumiamo è stato scoperto prima del 1973. Oggi, per sei barili di petrolio consumati viene scoperto un solo nuovo barile, e l’esplosione della domanda da parte di Paesi super-energivori come la Cina peggiorerà tale rapporto. Perfino scoperte inattese — che comunque appaiono improbabili — posporrebbero i problemi di qualche mese, ma ben poco cambierebbe nel quadro generale.

    Figura 3. La curva delle scoperte di nuovi giacimenti petroliferi ha un massimo negli anni Sessanta. Oggi le nuove scoperte sono largamente inferiori ai nostri consumi e alla domanda da consumi futura. (fonte: Association for the Peak of Oil and Gas)

    Si potrebbe a questo punto ingenuamente pensare che “basti” aumentare la produzione, cioè la capacità di estrazione e raffinazione. Il punto-chiave, tuttavia, è che la produzione di petrolio da un dato giacimento diviene progressivamente più difficoltosa (e costosa) via via che si estraggono percentuali maggiori della riserva recuperabile: in altre parole, è relativamente facile estrarre la prima metà del petrolio di un pozzo, cioè quello a sinistra del picco di Hubbert, ma non si può dire lo stesso per la seconda metà. Pertanto, il picco del petrolio si verifica quando si raggiunge la massima capacità di produzione possibile a causa di tali difficoltà; dopodiché, l’incremento degli investimenti in ricerca di nuovi giacimenti e nello sviluppo di nuove infrastrutture estrattive permesso dai prezzi del petrolio più elevati NON si traduce più in un incremento della produzione, ma riesce al massimo a stabilizzare per un po’, prima dell’inevitabile declino, il livello di produzione raggiunto al picco di Hubbert.

    Perché andiamo verso una catastrofe

    La nostra civiltà tecnologica è fondata sul petrolio, che direttamente o indirettamente entra in tutti i settori dell’economia: ad esempio, l’agricoltura moderna dipende dal petrolio sia come combustibile per i macchinari agricoli che per la produzione di fertilizzanti e pesticidi. Quasi non c’è prodotto della nostra vita quotidiana — plastica, giocattoli, borse, computer — o servizio, che non sia collegato a un qualche derivato del petrolio. Ma soprattutto, i prodotti raffinati del petrolio (benzina, gasolio, kerosene, etc.) rappresentano in pratica l’unica forma di carburante usata oggi (e l’unica utilizzabile su vasta scala per almeno altri 10-20 anni) per il trasporto sia dei beni (con camion, aerei, navi) sia dei lavoratori (con automobili, autobus, treni). Infine — ma non meno importante — una gran parte dell’energia elettrica usata nel mondo è ricavata bruciando combustibili ottenuti dalla raffinazione del petrolio, oppure altri combustibili fossili il cui prezzo e la cui durata sono legati a quelli del petrolio.

    La catastrofe è dovuta al fatto che tutto avverrà in tempi molto rapidi, impedendo ogni reale adattamento alla mutata situazione e frustrando, di fatto, ogni tardivo tentativo di mitigazione delle conseguenze. Infatti, una volta ben superato il picco del petrolio a livello mondiale, avremo una chiara e crescente divergenza tra la curva di produzione del petrolio da una parte (che vedrà un declino sempre più accentuato) e la curva della domanda dall’altra, che in un sistema liberal-capitalistico come il nostro fondato totalmente sull’economia del petrolio cresce (e “deve” crescere), pena il rischio di collasso dell’economia stessa e della civiltà. Tale divergenza, a causa dell’andamento di queste due curve — una decrescente (o stazionaria) e l’altra crescente (grosso modo al ritmo del 2% l’anno) dominata dalla domanda di petrolio di Cina e Asia — tenderà, da un certo punto in poi, a diventare insostenibile (nel 2030 la domanda cinese di energia sarà del 50% più alta, e ogni anno la Cina inizia a usare decine di milioni di nuove automobili).

    Figura 4. La divergenza rapidamente crescente tra la curva della domanda del petrolio e la curva della produzione del petrolio (+gas) — che fino al picco di Hubbert crescono di pari passo — a un certo punto dà luogo a una situazione potenzialmente catastrofica.

    Ciò si rifletterà inevitabilmente sul prezzo del petrolio, che tenderà a crescere con un ritmo esponenziale, in quanto in alcuni suoi utilizzi esso risulta di fatto insostituibile, tanto più in un arco di tempo inferiore a 10 o più anni (a seconda dei suoi singoli impieghi), per cui verrà acquistato anche a prezzi assai più alti. Già oggi la curva del prezzo del petrolio, che su scale temporali brevi e medie fluttua molto a causa di fattori geopolitici, speculativi, etc., nascondendo il trend sistematico di fondo, invece su una scala temporale più lunga (anni) è ben descritta da una curva di tipo esponenziale (Urso, 2006), andamento dovuto negli ultimi anni (peraltro con modesta inflazione, che dunque non incide granché) proprio all’avvicinarsi del picco di Hubbert. La semplice estrapolazione nel futuro di tale curva — che tenderà tanto più a crescere a ritmo esponenziale una volta ben superato il picco di Hubbert — mostra come la tendenza sia di arrivare in poche decine di mesi a prezzi stellari, chiara “anticamera” di una catastrofe.

    Figura 5. La curva esponenziale che ben interpola i dati sul prezzo del petrolio dal 1999 al 2006 può essere estrapolata nel futuro dando preziose (e, soprattutto, inquietanti) informazioni sulla rapidità di crescita del prezzo del petrolio nel futuro. Questo grafico fa intuire molto bene come la nostra civiltà tecnologica vada verso un vicino “crash”.
    (fonte: elaborazione dell’autore su formula interpolante di A. Urso, 2006)

    Non si tratta, purtroppo, di fantascienza. La “forbice” tra domanda e offerta mondiale di petrolio sta realmente per iniziare ad allargarsi. Da una parte, la domanda di petrolio cresce tendenzialmente del 2% l’anno, spinta soprattutto dalla domanda di Cina e India. Dall’altra parte, l’offerta di petrolio nel mondo non aumenta da circa due anni, e anzi è in leggera diminuzione perché probabilmente si è già raggiunta la massima capacità di produzione possibile (cioè il picco di Hubbert): perfino il Medio Oriente non è in grado di garantire non solo l’aumento della produzione, ma neppure il mantenimento dei livelli attuali. Si prevede che nei prossimi anni — verosimilmente già dopo il 2010 — l’offerta di petrolio diminuirà a un ritmo grosso modo dell’ordine del 4% annuo (tipico dei pozzi all’inizio del loro declino). Tanto che perfino la sempre “super-ottimistica” — e, per ragioni su cui non mi dilungo, di solito poco attendibile — International Energy Agency (IEA) è stata di recente costretta ad ammettere la gravità della situazione e ad ipotizzare un collasso dell’offerta entro il 2015.

    In realtà, il declino della produzione del petrolio sarà assai più rapido di quanto usualmente previsto perché pochi considerano il fatto che, specie dopo il picco di Hubbert, per estrarre il petrolio — dunque, a parità di risorsa estratta — occorre sempre più energia, per cui il petrolio netto disponibile sarà ben inferiore a quello prodotto, dal momento che: petrolio netto = petrolio estratto – petrolio impiegato per l’estrazione. Se negli Stati Uniti (dove il picco del petrolio c’è stato nel 1970 e dunque ciò ci dà informazioni su quanto succederà presto a livello mondiale) nel 1930 ci voleva un barile di petrolio per estrarne 100, cioè il rapporto era di 100:1, negli anni Settanta era già calato a 30:1 e nel 2000 a 11:1. In pratica, ciò equivale a descrivere il picco del petrolio con l’asimmetrica “curva di Hubbert netta” al posto della solita (simmetrica e semplicistica) curva di Hubbert. Ciò fa anche capire come NON sia tanto importante quanto petrolio rimane all’umanità, bensì quanta energia netta possiamo ancora ricavarne per unità investita (il cosiddetto EROI, Energy Return on Investment).

    Figura 6. La cosiddetta “curva di Hubbert netta”, che ci mostra come il declino del petrolio davvero disponibile per la società, cioè “netto”, sia in realtà molto più rapido di quanto previsto dalla tradizionale curva di Hubbert “lorda”. (fonte: The Oil Drum)

    Cosa succederà più nel dettaglio

    Tutto ciò porta inevitabilmente ad almeno un “super-picco” del prezzo del petrolio (il primo si è verificato nella prima metà del 2008), che, non essendo evidentemente sostenibile se non per brevissimo tempo, provoca una recessione (non a caso la più grande crisi finanziaria degli ultimi 80 anni ha raggiunto un punto minimo a fine 2008) che taglia la domanda e riduce per un po’ la pressione sul prezzo. A questo primo ciclo possono seguire più cicli di apparente ripresa economica (e/o relativa speculazione finanziaria) fino al raggiungimento di nuovi picchi del prezzo del petrolio poi seguiti da nuovi crolli, e così via. Un plausibile scenario per i prossimi mesi/anni prevederebbe, quindi, un circolo vizioso fatto di Shock da prezzo del petrolio – Recessione – Collasso del prezzo del petrolio – Ripresa economica – Shock da prezzo del petrolio. Diminuendo a ogni nuovo picco del prezzo la capacità produttiva di petrolio e la “soglia di dolore” della società, si innesca inoltre una spirale ribassista di estrema pericolosità.

    Negli anni Ottanta, la cosiddetta spare capacity — cioè la riserva di produzione di petrolio inutilizzata disponibile per far fronte a “imprevisti” (ad es. piattaforme off-shore danneggiate da uragani, guerre locali che coinvolgono Paesi produttori, dannegggiamento di oleodotti da parte di terroristi, etc) — era del 15%: cioè, l’offerta di oro nero era del 15% superiore alla domanda. Nel 2008, invece, la spare capacity era già scesa al 3% a causa dell’aumento della domanda a fronte di un’offerta di petrolio praticamente ferma su un valore costante. Ma più la spare capacity si avvicina a 0 e più la domanda è vicina all’offerta, e quindi più elevate sono le fluttuazioni di prezzo del petrolio sovrapposte al trend di fondo: a provocarle, è sufficiente un imprevisto tipo quelli citati prima. Quando poi, a un certo punto, la “forbice” tra domanda e offerta (mostrata in Fig. 2) si apre perché la domanda diviene costantemente superiore all’offerta — cioè la spare capacity diventa “negativa” — cominciano i guai seri.

    Figura 7. Confronto tra il petrolio consumato dall’OECD (organizzazione di Paesi consumatori che include Stati Uniti, Europa, Canada, Giappone, Australia) e il prezzo del petrolio. Si vede che nel 2005 il consumo ha un picco, in quanto la produzione mondiale di petrolio raggiunge un plateau e, poiché la domanda diventa maggiore dell’offerta (cioè la “spare capacity” diviene negativa), il prezzo del petrolio schizza verso l’alto, deprimendo la domanda e innescando una Grande Recessione. (fonte: The Oil Drum)

    Quando infatti la domanda di petrolio sarà permanentemente superiore all’offerta, l’intero sistema economico precipiterà in una crisi energetica strutturale non solo difficilmente superabile a breve termine, ma difficilmente superabile tout-court e gravida di pericoli, a cominciare dal rischio di un collasso sistemico. Difatti, un sistema liberal-capitalistico come il nostro si basa (e, in particolare, il sistema economico-finanziario si regge) su un’economia quasi eternamente in espansione, cioè che accresce di anno in anno il Prodotto Interno Lordo (PIL). I prezzi sempre più alti del petrolio e, a cascata, di un numero sempre maggiore di beni e servizi, provocheranno d’altra parte un marcato calo del potere di acquisto delle persone, che taglieranno di conseguenza le spese, incidendo sui consumi. I profitti del sistema capitalistico verranno quindi colpiti in due modi: dai costi più alti e dalle minori vendite. Ciò significa “recessione economica”: una situazione di crisi che, oltre una certa soglia di gravità e durata, può avere effetti sistemici.

    In pratica, con l’inizio del declino nell’offerta di petrolio si innesca una crescita dei prezzi che diventa sempre più insostenibile, e dunque si ha una contrazione dell’economia, cioè una recessione. Secondo gli esperti dell’ASPO, essa non può che sfociare prima o poi nella Terza Grande Depressione dopo quelle del 1870 e del 1930. Una depressione, però, potenzialmente ancor più pericolosa di qualsiasi altra del passato perché potrebbe essere da un certo punto in poi — e cioè da quando il prezzo del petrolio (o meglio, la sua media a 12 mesi) non scenderà al di sotto di certi minimi — caratterizzata da stagflazione, cioè da presenza di inflazione pur in un contesto di stagnazione economica, ovvero di mancanza di crescita. Inoltre, l’incertezza e la volatilità dei prezzi del petrolio, eventualmente accompagnata dalla crisi del credito, potrebbe indurre le compagnie petrolifere a ritardare o cancellare costosi progetti di ricerca e di estrazione del petrolio fondamentali per rendere quanto meno più “dolce” il declino dei livelli di produzione.

    Una simile spirale di fondo ribassista conduce, dopo un periodo di incubazione in cui “ci si giocano via via tutte le cartucce” per cercare di contenerla curando i “sintomi” e non la vera causa della malattia, a una depressione economica sempre più profonda, in quanto dovuta a una causa strutturale come il rapido declino dei combustibili fossili dopo il picco di Hubbert. Ciò significa, da una parte, il palese raggiungimento dei cosiddetti “limiti naturali” della crescita e, dall’altra, il fallimento della nostra economia di crescita: una situazione che, portando i sistemi economico-finanziari e socio-politici locali e globali sempre più verso critici “punti di rottura”, non potrebbe durare a lungo senza che si inneschi una nuova dinamica, verosimilmente catastrofica. Anche perché, come illustrato in alcuni articoli di The Oil Drum citati nella bibliografia, il declino della produzione del petrolio comporterà, fra l’altro, una rapida e devastante svalutazione delle monete e degli asset tradizionali, poiché l’unica “vera moneta” sarà l’energia.

    Il rischio del “crac” finanziario globale

    Perché in questa Terza Grande Depressione si rischia seriamente il collasso del sistema economico-finanziario? La ragione è che, soprattutto negli Stati Uniti, e specie negli ultimi anni, le banche hanno prestato più di quanto avevano in deposito, concedendo con facilità dei mutui-casa a quel 25% della popolazione americana più povera che non poteva offrire adeguate garanzie (i famosi “mutui sub-prime”). Ciò confidando nel fatto che l’espansione di domani avrebbe coperto il debito di oggi, senza rendersi conto che l’espansione economica è stata in passato possibile proprio grazie al crescente flusso di energia a basso prezzo basata sul petrolio. Negli Stati Uniti, tutto ciò ha funzionato fin quando il costo dell’importazione di petrolio è stato compensato dall’espansione del credito domestico. Ma il declino della produzione di petrolio, invertendo la direzione di tale flusso e dunque trasformando l’espansione economica in una contrazione economica, ha minato alla base questo criticabile meccanismo.

    Infatti, più la causa di una recessione economica è seria, e più tende a portare allo scoperto le distorsioni di un modello capitalistico “drogato” fino all’inverosimile. Ne abbiamo avuto un “assaggio” nella crisi globale iniziata alla fine del 2007, in cui l’esplosione dell’enorme “bolla del credito” creata dai mutui facili ha travolto dapprima il sistema bancario, e poi, via via, tutto il resto. Infatti, la speculazione al ribasso sui mercati azionari, dopo aver attaccato le banche effettivamente in crisi, si è allargata a quelle sane e “liquide”, e poi un po’ a tutti i settori della Borsa, esaltando la gravità del problema di fondo prima citato, la cui natura è invece strutturale. Al punto che i mercati, sempre più terrorizzati dal fantasma del crac globale, sono diventati totalmente illiquidi: non c’era più fiducia nel prestarsi denaro, neppure tra le banche stesse. Ciò ha provocato una stretta del credito concesso dalle banche alle imprese, già sotto stress per il crollo dei consumi, alimentando così, in una sorta di “spirale perversa”, la recessione stessa.

    Figura 8. Il crollo della Borsa americana nella Grande Recessione iniziata nel 2007 (la più seria degli ultimi 80 anni) a confronto con il grande crollo avvenuto durante la Grande Depressione negli anni Trenta, che durò tre anni. I dati si riferiscono, precisamente, all’Indice Dow Jones Industrial. (i dati recenti sono aggiornati all’1/1/09)

    Si è arrivati davvero vicini al collasso, anche perché proprio in questa crisi senza precedenti è risultato ormai chiaro come, sia nella “pancia” delle banche sia, più in generale, nel sistema finanziario mondiale, esista in realtà un potenziale “buco nero”, una voragine che può inghiottire tutto e tutti. Non ci riferiamo tanto ai “titoli tossici” con cui le grandi banche americane hanno scaricato sui risparmiatori di tutto il mondo i rischi assuntisi erogando mutui subprime, bensì ai vari strumenti derivati frutto della nuova “ingegneria finanziaria”: in particolare, ai cosiddetti Credit Default Swaps (CDS), con cui ci si protegge dal rischio che alcuni titoli (comprese le obbligazioni “tossiche” con cui sono stati “cartolarizzati” i mutui subprime) non vengano onorati alla scadenza. I CDS sono una “bomba” di gran lunga più pericolosa e destabilizzante dei titoli tossici — Warren Buffett li ha definiti “un’arma di distruzione di massa che pone rischi mega-catastrofici per i mercati finanziari” — perché ammontano a 700 trilioni di dollari, una cifra astronomica, e nessuno sa come siano distribuiti.

    Le nazionalizzazioni di grosse banche e di altri “attori” importanti in questo o quel settore, nonché l’acquisto di asset tossici, hanno momentaneamente stabilizzato la situazione negli Stati Uniti e nel resto del mondo, impedendo sia fallimenti a catena “eccellenti” soprattutto di banche e assicurazioni, sia di scoperchiare il “vaso di Pandora” dei Credit Default Swaps, cose che avrebbero destabilizzato in maniera critica l’intero sistema. Il problema è che tali “salvataggi” da parte degli Stati, compiuti proprio nel tentativo di impedire danni ben peggiori, fanno esplodere i debiti pubblici, incrinando la fiducia di grossi investitori e piccoli risparmiatori nei titoli obbligazionari con cui gli Stati finanziano i loro debiti. Dunque, se i Governi non fanno i salvataggi si rischia il collasso dei mercati mondiali, a cominciare dall’azionario; mentre, se i salvataggi li fanno, oltre una certa misura si rischia invece un non meno grave default (cioè un fallimento, da insolvenza o illiquidità) degli Stati medesimi. Quindi, in entrambi i casi si rischia in pratica il “crac” del sistema finanziario globale.

    Figura 9. Il debito nazionale degli Stati Uniti (espresso in percentuale sul PIL), dalla Grande Depressione fino al 2009. Si noti come quello verso cui sta andando (secondo una previsione ottimistica del Governo americano) sia un livello di indebitamento assai elevato, addirittura prossimo a quello della Seconda Guerra Mondiale (oltre 100% del PIL), e ben superiore a quello degli anni Trenta. (fonte: U.S. Treasury Department)

    Ma salvare le banche per evitare il crac totale è un’operazione dal costo immane. Il prezzo pagato finora (maggio 2009) dai contribuenti americani ed europei per accollarsi attraverso gli interventi statali le perdite da “titoli tossici” delle banche e risanarne un po’ i bilanci evitandone il fallimento, sfiora i 10.000 miliardi di dollari, quasi il PIL annuo degli Stati Uniti. Tuttavia, ci sono ancora molte perdite nascoste nei bilanci delle banche, camuffate con abili trucchi contabili e non venute allo scoperto grazie all’apparente ripresa dell’economia. Perciò, in caso di nuove crisi — come quella, inevitabile, provocata dal declino della produzione di petrolio — per evitare l’effetto detonatore finale dei Credit Default Swaps ci si avvicinerebbe in realtà a pericolosi punti di rottura. La fase successiva, infatti, sarebbe la bancarotta di più Paesi — come successo già, nel 2008, alla piccola Islanda — che, nel caso fossero di un “peso” economico (negli Usa, la California, 12a economia mondiale, è in bancarotta e altri 7 Stati sono vicini), porterebbe presto, attraverso un effetto domino, alla catastrofe.

    Previsioni a breve e medio termine

    Per fare delle previsioni, occorre innanzitutto capire bene il presente, e in particolare la ragione della crisi economica iniziata nel 2007, la più grave dell’ultimo secolo dopo la Grande Depressione degli anni Trenta. L’origine di questa crisi viene di solito attribuita allo scoppio della “bolla” dei mutui-casa americani. Ma con tale semplicistica risposta, in realtà, si confonde un sintomo (il default dei mutui subprime) con la causa. Infatti, perché questa bolla è scoppiata? Qual è la vera causa della crisi? La risposta viene dal semplice grafico qui sotto, che mostra come gli Stati Uniti siano entrati in crisi, trascinando con sé il resto del mondo, perché la spesa per il petrolio (espressa come percentuale del PIL) ha superato, in quel Paese, una “soglia critica”. L’ha superata perché, a causa del picco del petrolio (o anche solo dell’avvicinarsi ad esso!) il prezzo del petrolio — che l’America consuma in gran quantità importandolo in gran parte da altri Paesi — è cresciuto più rapidamente di quanto potesse crescere l’economia americana.

    Figura 10. La spesa degli Stati Uniti per l’acquisto di petrolio (in buona parte importato dall’estero), espressa come percentuale del PIL. Si noti come, ogni volta che l’alto prezzo del petrolio fa salire questa spesa oltre una certa soglia — posta intorno al 5,5% — abbia luogo una recessione economica. (fonte: The Oil Drum)

    In pratica, per effetto del caro-petrolio — che, come abbiamo visto, è a sua volta collegato al “picco del petrolio” e causa un aumento generalizzato del prezzo di carburanti, energia, beni e servizi — molti americani non solo hanno dovuto tagliare i consumi, ma non hanno avuto soldi per pagare il mutuo-casa, e ciò ha causato altrettanti default, facendo scoppiare la famosa “bolla” ed entrare il Paese in recessione. Quindi, la profonda crisi iniziata nel 2007 risulta una diretta conseguenza del picco del petrolio, ed è scoppiata negli Stati Uniti perché qui le famiglie sono state incoraggiate a indebitarsi oltre le proprie possibilità. Nei suoi lucidissimi articoli che oggi appaiono quasi profetici (Economic Impact of Peak Oil – Part 2, 3), il professor G. Tverberg aveva previsto quanto finora successo, e si spinge oltre. Egli spiega che, senza il petrolio — o, equivalentemente, con il prezzo del petrolio alle stelle, tale da impedirne sempre più l’acquisto — l’economia non può crescere, e senza crescita il nostro sistema economico, che è tutto basato sul “debito”, non può funzionare.

    Il debito (sotto forma di mutui, prestiti, obbligazioni o altro) è infatti essenziale per comprare una casa, per avviare un’impresa ed è altrettanto prezioso nel mondo degli affari e nel commercio internazionale. In un’economia in espansione tipicamente i debitori riescono a ripagare i debiti (con i relativi interessi) perché nel frattempo la loro situazione finanziaria è migliorata (in quanto le case si apprezzano, l’attività avviata è in attivo, etc.), mentre i default rappresentano una frazione del tutto trascurabile. Al contrario, in un’economia in contrazione, la situazione dei debitori peggiora nel tempo, per cui non riescono a onorare i debiti e i default sono molti. Se non si interviene sulla (vera) causa della contrazione economica, la situazione peggiora sempre più quanto maggiore è la durata e la gravità della recessione stessa, finché non è messa in dubbio la solvibilità dell’intero Paese, cioè la sua capacità di ripagare (con gli interessi) i debiti verso altri Paesi, per cui a un certo punto scompaiono gli acquirenti dei Titoli di Stato e si ha il default.

    Difatti, l’aumento dei default privati in un’economia in contrazione, mettendo a rischio banche, assicurazioni, fondi pensione, etc., causa la restrizione del credito (oltre che tassi di interesse più alti), perché nessuno si fida più a prestare denaro. Di conseguenza, si possono fare meno investimenti e acquisti, tutto tende ad arrestarsi, e la contrazione dell’economia si autoalimenta. Inoltre, se lo Stato interviene facendosi garante dei debiti, alla lunga aumenta l’inflazione, mentre se non interviene si ha deflazione. Sul lungo termine, ripagare il debito in una tale situazione diventa una “battaglia persa”, e l’instabilità del sistema raggiunge punti critici. Attualmente siamo pericolosamente avviati su questa strada, perché, come mostrano i grafici di Eichengreen e O’Rourke, a livello mondiale la produzione industriale, la caduta del mercato azionario e la riduzione del commercio stanno ricalcando l’andamento che portò alla Grande Depressione degli anni Trenta, anzi stanno facendo anche peggio (in particolare, l’Italia), né paiono incoraggianti gli altri indicatori economici americani.

    Figura 11. La produzione industriale mondiale, confronto tra la crisi attuale e quella degli anni Trenta. Il crollo dal massimo prodotto dalla recessione iniziata a fine 2007 (simboli azzurri e verdi) è praticamente analogo, finora, al crollo che ha portato alla Grande Depressione (linea azzurra), durata 3 anni. (fonte: Eichengreen e O’Rourke)

    Secondo Tverberg, è evidente che la crescita non è più possibile, per cui si possono immaginare per il futuro a breve e medio termine due scenari, uno ottimistico e l’altro pessimistico (v. l’articolo “Peak oil and the financial crisis”). Lo scenario ottimistico — si fa per dire — prevede il da noi già citato periodo di “oscillazione”: dopo il primo “super-picco” il prezzo del petrolio crolla, poi la domanda riparte e il prezzo raggiunge di nuovo un picco, finché non si raggiunge un nuovo limite più basso nella produzione di petrolio e si verificano nuovi ampi default sul debito, ricominciando il ciclo daccapo. Quindi, si assiste a una temporanea (apparente) ripresa con il mondo che oscilla tra fasi di petrolio ad alto prezzo e sua temporanea scarsità e fasi di basso prezzo ma scarsa disponibilità di credito. Lo scenario pessimistico, invece, prevede un collasso dell’intero sistema finanziario, che lo scenario ottimistico semplicemente procrastina (forse fino a quando una consapevolezza diffusa della realtà non scatenerà il panico generale).

    Perchè non esiste una via d’uscita

    Il problema è che sembra NON esistere alcuna “via d’uscita”: l’idea che si possa realizzare per tempo — come molti sognano — una transizione da un’economia completamente basata sul petrolio a una basata sull’idrogeno e sull’energia da fonti rinnovabili (e “pulite”) appare del tutto illusoria. Conosco bene questo tipo di economia propagandata dagli economisti essendo stato consulente per una società italiana leader in tale campo, e posso dire — senza entrare in noiosi dettagli sulle singole tecnologie — che tale transizione ha tempi molto lunghi, i quali (anche se esiste una forte volontà politica) si misurano in decenni, non certo in anni. Al contrario, le crescite di tipo esponenziale o quasi — come quelle della curva del prezzo del petrolio e della forbice tra domanda e offerta di petrolio — sono molto rapide, e ora ci troviamo proprio in prossimità della fase di crescita più ripida di queste due curve, che inizia una volta superato il picco di Hubbert, cosa che oggi si ritiene essere avvenuta nel 2008.

    Figura 12. Dettaglio della produzione mondiale di petrolio tra il 2004 e il 2008. Si noti come già da molti anni si sia sostanzialmente raggiunto un plateau — segnalato dalla banda più scura — prima del verosimile netto declino. La forma “a plateau” assunta dalla curva riflette sia il raggiunto limite nella capacità di produzione sia la staticità della domanda dovuta ai prezzi elevati. (fonte: The Oil Drum su dati EIA)

    Dunque, il problema è che verosimilmente NON ci sarà il tempo per la “sostituzione” del petrolio nella nostra economia prima che quest’ultima venga letteralmente stritolata dall’aumento del prezzo del petrolio. Infatti, come abbiamo già visto nel 2008 quando si raggiunsero i prezzi record di circa 145$ al barile, l’aumento del prezzo del petrolio provoca, a cascata, un aumento generalizzato dei prezzi, a partire da quelli della benzina e dei prodotti agricoli (quest’ultimo causato dai maggiori costi di trasporto e, soprattutto, dal fatto che con il caro-petrolio sempre più terreni agricoli vengono usati per produrre colture da cui estrarre un po’ di biocarburanti), ma anche delle materie prime e in seguito, come conseguenza, di beni e servizi. In altre parole, un aumento vertiginoso del prezzo del petrolio provoca un forte aumento dell’inflazione, e finisce per “strangolare” per prime le categorie più esposte all’uso di derivati del petrolio: dalle compagnie aeree agli autotrasportatori, dai pescatori ai pendolari.

    Inoltre, la transizione da un’economia del petrolio a un’economia basata su idrogeno e fonti rinnovabili NON è “a costo zero” dal punto di vista energetico: in altre parole, una civiltà che ha superato il picco di Hubbert si trova a disporre di (sempre) meno petrolio di quanto richiesto dalla sua economia; ma, per creare la quantità sterminata di pannelli fotovoltaici, di generatori eolici, di auto a idrogeno, etc. — e soprattutto tutta l’infrastruttura (reti e altro) — necessaria per effettuare la transizione a una società oil-free, occorre una quantità di energia elettrica enorme, ed oggi la maggior parte di tale energia è prodotta proprio da quelle che saranno sempre più costose e preziose fonti fossili, come appunto il petrolio. Dunque, come illustrato da alcuni articoli più tecnici postati nell’ottimo sito The Oil Drum, in realtà nel disperato tentativo di sfuggire ai problemi della fine del petrolio, il “gatto finirebbe col mordersi la coda”, accelerando — in una sorta di spirale perversa — il consumo del petrolio mondiale residuo, e quindi la folle corsa dell’umanità verso la catastrofe.

    In altre parole, il superamento del picco del petrolio, proprio a causa della rapidità delle sue conseguenze e del fatto che la transizione all’economia dell’idrogeno e delle fonti rinnovabili avrebbe dovuto essere iniziata con almeno una ventina d’anni di anticipo rispetto al picco di Hubbert — cioè, appunto, circa vent’anni fa — NON lascia probabilmente alla nostra civiltà tecnologica alcuna via d’uscita, cioè nessuno scampo. Infatti, nell’affrontare il problema del declino del petrolio, che è di natura strutturale, non c’è alcun modo di “mettere la polvere sotto il tappeto”, come fatto in un certo senso dai Governi per superare la crisi finanziaria iniziata alla fine del 2007, o di fare altri “giochetti” molto cari ai nostri politici e alla “finanza creativa”: quando la produzione del petrolio mondiale inizierà a diminuire chiaramente, ed i suoi effetti a prolungarsi e ad esacerbarsi — e inoltre l’umanità intera prenderà consapevolezza della situazione precipitando nel pessimismo e nella disperazione — sarà davvero l’inizio della fine.

    Figura 13. Diagramma a punti che mostra, su un periodo di diversi anni, la quantità giornaliera di petrolio prodotta in un dato mese e il prezzo del petrolio in quello stesso mese. Avvicinandosi al plateau di produzione di circa 74 barili al giorno (v. la precedente figura) nonostante il prezzo schizzi in alto — raggiungendo nel luglio 2008 il record di 147$ al barile — la produzione aumenta ben poco: un chiaro segno del fatto che il plateau è il “picco del petrolio” e che, in ogni caso, si è raggiunto un “punto di rottura”. A quel punto, la crisi è inevitabile e non c’è una vera via d’uscita. (fonte: The Oil Drum)

    Il problema più pesante, come sottolinea anche l’International Energy Agency, non è tanto la scarsità di denaro o di potenziali risorse per sostituire (almeno in parte) il petrolio, ma la mancanza di tempo. In realtà, esiste una possibilità teorica per “rinviare” per un po’ i gravi problemi derivanti da una produzione di petrolio largamente inferiore alla domanda da consumi crescenti, ed è quello di una drastica riduzione della popolazione mondiale, o meglio di quella dei Paesi maggiori consumatori: Occidente e Cina — o più in generale Asia — in testa. Ma, come abbiamo già visto all’inizio di questo lungo excursus, una riduzione in tempi rapidi della popolazione planetaria può avvenire solo attraverso due eventi altamente drammatici: una guerra nucleare o una pandemia altamente letale. Tuttavia, essendo l’Asia il luogo di produzione della maggior parte dei beni che consumiamo, ciò condurrebbe comunque a un catastrofico collasso per la nostra civiltà tecnologica. Dunque, ad esso pare che non si sfugga.

    Le fasi verso il collasso sistemico

    Ora ci troviamo all’inizio della parte più ripida della salita dei prezzi del petrolio, che dà origine a un processo articolato verosimilmente in tre fasi: (Fase 1, già conclusasi) una prima crescita record dei prezzi del petrolio, dei prodotti agricoli, delle materie prime e dell’inflazione, che innesca una recessione globale; (Fase 2) dopo due o più cicli di crisi economica e apparente ripresa in cui il prezzo del petrolio crea ogni volta una “bolla” che poi scoppia, l’onere è trasferito sempre più al consumatore finale sotto forma di un aumento generalizzato dei prezzi di beni e servizi, l’inflazione diventa a due cifre e inizia una pericolosa stagflazione che porta a una Grande Depressione; (Fase 3) il superamento di soglie critiche, magari accompagnato da un collasso dei rifornimenti ed all’impossibilità di “sostituzione” per mancanza di tempo, provoca una o più serie conseguenze tra le seguenti: (1) collasso del sistema economico-finanziario, (2) collasso dei sistemi socio-politici, (3) conflitti con probabile impiego di armi nucleari.

    Ci troviamo, attualmente (luglio ’09), all’inizio della Fase 2 della strada che conduce a un esito catastrofico: ci stiamo (solo) all’apparenza riprendendo dalla più profonda crisi economica degli ultimi 80 anni, e il prezzo del petrolio sta di nuovo viaggiando velocemente minacciando di raggiungere presto nuovi massimi. Poiché tali massimi non sono sostenibili per lungo tempo, è possibile che vi siano più cicli di profonda crisi economica e di apparente ripresa prima che si entri in pieno nella Fase 2, e cioè nella più Grande Depressione della Storia. Già in ciascuno di tali cicli, tuttavia, il rischio di una “fusione del nocciolo” (financial meltdown) del sistema economico-finanziario sarà sempre più elevato, e potrà essere forse scongiurato — non evitando, però, altri fallimenti di banche, compagnie aeree, aziende varie, etc. — solo al prezzo di nuovi grossi interventi economici statali, che di conseguenza aumenteranno il rischio di default degli Stati medesimi e di crac globale (Fase 3), esito che potrebbe diventare via via sempre più probabile.

    Figura 14. Il trend della disoccupazione negli Stati Uniti. Alla data di giugno 2009, non si vede ancora il minimo segno di un’inversione di tendenza. Anzi, altri dati rivelano che la situazione è anche peggiore perché sta crescendo il part-time obbligatorio e, se si includono anche questi casi, il cosiddetto “tasso di sofferenza” ha già raggiunto oltre il 18%, cioè quasi un 1/5, della forza lavoro. (fonte: U.S. Bureau of Labor Statistics)

    Vi è poi un altro tipo di minaccia, di tipo geopolitico. Infatti, i Paesi più “energivori” sono tra quelli che dispongono di “riserve” (nel senso di giacimenti) più limitate: quasi il 70% delle attuali riserve di petrolio si trova in Medio Oriente, mentre più del 75% delle riserve di gas naturale si trovano in Medio Oriente e Paesi dell’Ex-Unione Sovietica. Ciò è una minaccia per la continuità dell’approvvigionamento di tali risorse: perfino un attacco terroristico o militare al porto saudita dove transita il 12% del petrolio mondiale sarebbe catastrofico. Perciò, alcune nazioni sono già in gara per l’accaparramento delle ultime riserve, e la guerra costituisce — e costituirà sempre più — uno strumento privilegiato di tale strategia. Inoltre, un prezzo del petrolio molto più alto può essere sopportato bene dalla Cina ma non dall’Occidente, che dunque ha una “soglia del dolore” più bassa. E in una situazione ancora peggiore si trovano i Paesi poveri, in quanto il caro-petrolio si accompagna a prezzi più elevati per il cibo e per altre risorse essenziali, ponendo laggiù le basi per pericolose instabilità civili e sociali.

    La nostra civiltà tecnologica, ammesso che riesca a evitare una fine prematura per un collasso economico-finanziario, rischia quindi di finire per un collasso dei sistemi socio-politici. Infatti, nella crescita esponenziale del prezzo del petrolio (e dei generi alimentari che l’accompagnerà strettamente), il Terzo Mondo, non potendosi affatto permettere i prezzi che potrà (almeno inizialmente) permettersi il più ricco Occidente, entrerà per primo in una situazione gravissima, caratterizzata da: escalation dei morti a causa della fame, calo drammatico della soglia di povertà, disordini socio-politici, guerre, genocidi, etc. Dopodiché, sempre che la situazione del Terzo mondo non inneschi prima un conflitto globale, all’ulteriore crescere del prezzo medio del petrolio toccherà all’Occidente entrare nella fase critica — caratterizzata, verosimilmente, da black-out elettrici e penuria di carburante per i trasporti — che metterà sotto un fortissimo (e sempre maggiore) stress i propri sistemi socio-politici.

    Perché l’Italia è il Paese che sta peggio

    Ritengo opportuno aprire una parentesi sulla situazione italiana in tale contesto, poiché il nostro Paese è forse quello che nel complesso sta peggio in assoluto, sia perché ha il terzo debito pubblico più alto al mondo sia perché — come vedremo — è il più esposto al rischio di un collasso sistemico, dipendendo quasi completamente dall’estero per l’approvvigionamento di energia (sia elettrica che carburanti), nonché dal trasporto su gomma di tutte le merci. Ma per capire quali siano i rischi concreti per l’Italia, riteniamo opportuno rammentare (in quanto ci servirà come parametro di riferimento) che, quando il 23 dicembre 2001 l’Argentina andò in bancarotta, si trovava al terzo anno consecutivo di recessione economica e il suo debito pubblico aveva raggiunto il 140% del PIL: ricordatevi questo numero. Il default, oltre a ripercuotersi sulle obbligazioni (i famosi bond) dei risparmiatori italiani, provocò una perdita di valore della moneta argentina di quasi l’80 per cento: come se un euro valesse all’improvviso solo 20 centesimi.

    Abbiamo visto in precedenza che il mondo è destinato a entrare prima o poi (probabilmente più prima che poi, come nel ’29) in una Grande Depressione a causa dei prezzi alti dell’energia. In tale situazione, saranno necessari altri salvataggi di banche e assicurazioni per evitare di far saltare la mega-bomba a orologeria dei Credit Default Swap (che nel mondo ammontano a circa 500 trilioni di dollari, ovvero dieci volte di più dell’intero PIL mondiale, che è di 50 milioni di dollari), in quanto ciò significherebbe collasso immediato del sistema economico-finanziario. Ma tali salvataggi comporteranno un forte peggioramento del debito pubblico di molti Paesi. A quel punto, probabilmente qualche Stato andrà in bancarotta, con il rischio concreto di trascinarne con sé altri per effetto domino. In pratica, uno Stato va in bancarotta quando non riesce a piazzare sul mercato le proprie obbligazioni, con le quali paga gli interessi sul proprio debito: non a caso, prima di andare in default l’Argentina offriva bond con interessi a due cifre.

    La domanda, quindi, è: quale Stato andrà in bancarotta per primo? Gli Stati Uniti, che prima della crisi avevano un debito pubblico pari a circa il 60% del PIL (vedi Fig. 9), viaggiano verso un debito già pericoloso del 100% del PIL, che potrebbe essere ampiamente superato in caso di ulteriori “salvataggi”. Finora, la Cina ha acquistato le obbligazioni emesse dal Tesoro USA, di cui è il principale acquirente, ma non è chiaro se sarà disposta a farlo nel caso in cui si rendesse conto di star comprando solo “carta straccia”. In Europa, sono a rischio bancarotta, in particolare, alcuni Paesi dell’Est (che però sono economie abbastanza piccole) e la Grecia, che ha un debito pubblico pari al 95% del PIL ed, essendo “sotto i riflettori”, in futuro potrebbe avere grosse difficoltà a piazzare le proprie obbligazioni. L’Italia ha oggi un debito pari quasi al 110% del PIL, anche se non è stato finora peggiorato da salvataggi o piani di stimolo dell’economia, per cui rimane uno dei Paesi candidati alla bancarotta (in prima o in seconda battuta).

    L’Italia, per giunta, è probabilmente il Paese avanzato più esposto al rischio di un collasso sistemico. Infatti, noi dipendiamo per ben oltre l’80% dall’estero per l’approvvigionamento di energia elettrica (o dei combustibili necessari a produrla), il che si traduce in un alto rischio di black-out, anche permanenti, in caso di una seria crisi internazionale che coinvolga dei Paesi da cui dipendiamo, oppure di una bancarotta del nostro Paese (possibile fra un paio di anni, se non prima). Idem per quanto riguarda i carburanti per i trasporti, con l’ulteriore aggravante che in Italia il trasporto delle merci avviene quasi esclusivamente su gomma, con potenziali catastrofiche conseguenze nella fase più acuta di una crisi, come quella provocata dal naturale e rapido declino della produzione mondiale di petrolio e gas naturale. E, in una società come la nostra, sono sufficienti 10-15 giorni di interruzione di servizi quali energia e trasporti per portare il Paese a un collasso che, prolungandosi oltre, degenererebbe causando milioni di morti.

    Un problema gravissimo ma ignorato

    I Governi e i loro consiglieri hanno notevoli responsabilità nel non aver avuto la percezione dell’urgenza del problema “picco del petrolio” né, tanto meno, delle conseguenze a cui si va incontro quando si raggiunge e supera tale picco. E pare che continuino ancora oggi a vivere nel passato, immaginando che il problema non possa essere più grave del cambiamento climatico, su cui amano concentrare qualche modesto sforzo, peraltro più “di facciata” che sostanziale. Buona parte di tale profonda ignoranza va attribuita all’International Energy Agency (IEA), che, per motivi su cui preferiamo tacere, per anni ha fornito previsioni largamente ottimistiche su produzione e disponibilità del petrolio (nonché sul suo prezzo) poi sistematicamente rivelatesi sbagliate. Oggi, l’unica fonte affidabile sull’argomento è rappresentata dall’ASPO, l’Association for the Peak of Oil and Gas, che in quanto ad autorevolezza e indipendenza è l’equivalente dell’IPCC (International Panel for Climate Change) per il riscaldamento globale.

    A differenza del riscaldamento globale, tuttavia, il picco del petrolio è un argomento troppo nuovo e interdisciplinare per attirare l’interesse della maggior parte degli esperti “tradizionali”, così sembra non esistere nei media e nella coscienza collettiva. Addirittura, se nel 2007 si faceva una ricerca nel database ScienceDirect, si trovavano solo 24 articoli scientifici contenenti nel titolo o nell’abstract il termine “Peak Oil”, contro ben 1800 articoli contenenti “Global Warming”! Tra l’altro, il picco del petrolio e il riscaldamento globale indotto dall’uso sconsiderato dei combustibili fossili nell’ultimo secolo rappresentano due lati della stessa medaglia, e molte delle soluzioni proposte per il riscaldamento globale — energie rinnovabili, migliore efficienza energetica, etc. — sono utili anche per il picco del petrolio. Prima o poi i politici, gli economisti, gli scienziati, e tutti i semplici cittadini si accorgeranno del nuovo problema, ma sarà tardi.

    Figura 15. Le statistiche di Google Trends mostrano come il “picco del petrolio” sia stato, negli ultimi anni, un argomento quasi del tutto ignorato nelle ricerche di informazioni su Google rispetto al “riscaldamento globale”, nonostante il primo sia di gran lunga il problema più serio e urgente per il nostro futuro prossimo. (fonte: ASPO)

    Occorre invece sottolineare la gravità del problema, che è sotto ogni aspetto di gran lunga superiore per urgenza e probabili conseguenze a quella del riscaldamento globale. Durante la crisi petrolifera del ’73, dovuta al boicottaggio arabo, la discrepanza tra offerta e domanda (cioè la spare capacity) raggiunse appena il -5%, ovvero l’offerta era “solo” del 5% inferiore alla domanda, e comunque lo fu solo per un tempo limitato. E già questo fu sufficiente a quadruplicare il prezzo del petrolio, e a provocare inflazione a due cifre, auto a targhe alterne, file interminabili ai distributori di benzina. Ma nello scenario “post-picco del petrolio” il gap negativo tra la capacità di produzione e la domanda si stima che cresca intorno al 4% l’anno (che è il tasso di declino annuale iniziale dei pozzi, che di solito dopo pochi anni sale al 10% e più), il che porta a un gap negativo di almeno il 20% in meno di cinque anni: un vero disastro, altro che -5% degli anni Settanta!

    Con un calo di questa entità, anche la contrazione economica — cioè, in pratica, il calo del PIL cumulato nell’arco di pochi anni — potrebbe dunque essere altrettanto grande, ovvero a due cifre, con tutte le catastrofiche conseguenze che ciò comporterebbe in un sistema economico-finanziario fondato sul presupposto dell’espansione, resa possibile solo dall’energia fornita dal petrolio a basso prezzo, grazie alla quale l’1% della popolazione mondiale produce cibo per il restante 99%. Perciò, è inevitabile che la recessione economica iniziata alla fine del 2007, seguita da un’apparente ripresa, sfoci prima o poi in una Grande Depressione (come successe anche nel 1929). Ma questa volta, essendo la sua causa fondamentale il declino della fonte-chiave di energia della nostra civiltà tecnologica, sarà molto più grave di quella degli anni Trenta, che, in pratica, fu poco più dello scoppio di una grossa bolla speculativa nel mercato azionario dell’epoca.

    Molti, fra l’altro, ignorano del tutto che oltre al “fattore tempo” esiste un altro, e non meno importante, problema di fondo. Il petrolio, infatti, rappresenta oggi il 35% dell’energia mondiale generata (ma insieme al gas oltre il 55%) e circa il 90% dell’energia usata nei trasporti (nei quali le fonti rinnovabili hanno un’incidenza quasi nulla). L’energia fornita dalla produzione corrente di petrolio è quindi enorme, equivalente al lavoro 24 ore su 24 di ben 22 miliardi di schiavi. Ebbene, anche secondo l’ASPO è virtualmente inconcepibile che la produzione di energia dalle possibili fonti alternative possa essere aumentata al punto da compensare il declino di petrolio e gas. Infatti, il gas naturale è anch’esso assai prossimo al picco, e pure le altre sorgenti primarie di energia (carbone e uranio) sono soggette a un rapido esaurimento, mentre la transizione alle fonti rinnovabili richiede, paradossalmente, un’enorme quantità di energia e inoltre con esse — come già per i biocarburanti — l’area disponibile tende a saturare.

    Figura 16. I consumi energetici mondiali. Si noti come nel loro complesso i combustibili fossili (petrolio + gas + carbone) forniscano addirittura l’80% circa del totale mondiale dell’energia consumata. (Fonte: IEA – Key World Statistics 2003)

    Alcune false credenze sull’argomento

    Circolano spesso, tra la gente comune e perfino tra alcuni esperti, idee errate riguardanti il problema del picco del petrolio. Alcune nascono dalla semplice ignoranza dei dati. Quanti sanno, ad esempio, quali sono quantitativamente gli utilizzi del petrolio? Ben pochi, visto che il 99% dei siti sul picco e la fine del petrolio non ne parlano! Ebbene, secondo alcune stime di tecnici del settore, circa il 55% di un barile di petrolio diventa carburante, il 20% olio combustibile per produzione elettrica e usi industriali, oltre il 10% serve per il riscaldamento, mentre il resto va in bitumi, lubrificanti e altri prodotti lavorati (plastica, tessuti, etc.), come mostrato dalla tabella qui sotto. È interessante sapere che un barile di petrolio (pari a 158 litri) fornisce un’energia di 1.650 kWh, pari ai consumi elettrici di una famiglia in sette mesi e mezzo, oppure equivalente al lavoro di 5 schiavi per 12 ore al giorno per un anno. In Italia, mediamente una persona consuma 5 litri di petrolio al giorno, ossia circa un barile di petrolio al mese.

    Di un barile di petrolio il
    Diventa…

    23%
    Gasolio auto

    22%
    Benzina

    20%
    Olio combustibile per utilizzi industriali o per la produzione elettrica

    10%
    Gasolio per riscaldamento

    7%
    Kerosene per il trasporto aereo

    5%
    Gpl per auto e riscaldamento

    5%
    Bitumi (ad es., per realizzare asfalti)

    5%
    Prodotti lavorati vari (plastica, tessuti, etc.)
    3%
    Lubrificanti

    Tabella 2. I vari utilizzi tipici di un barile di petrolio, espressi in maniera quantitativa.

    Ebbene, è una falsa credenza che sia possibile sostituire il petrolio nel suo uso principale con i biocarburanti, cioè carburanti di origine vegetale. Infatti, anche se gli Stati Uniti per ipotesi convertissero tutto il mais da loro prodotto in bio-diesel (da sottrarre, però, all’attuale uso alimentare), coprirebbero solo il 12% della propria domanda di carburanti. Dunque, non è possibile rimpiazzare i derivati del petrolio con i biocarburanti senza provocare un serio impatto sulla disponibilità di cibo per noi stessi e sui prezzi dei generi alimentari. Non stupisce quindi che, secondo uno studio della Banca Mondiale, i biocarburanti — soprattutto dove gli agricoltori sono stati indotti da incentivi statali a dedicare parte dei propri campi a tale produzione — hanno distorto i mercati, provocando nel 2008 un’impennata fino al 75% dei prezzi alimentari mondiali. In seguito a tale rapporto, la Commissione Europea è finita sul banco degli imputati per aver fissato come obiettivo per il 2020 la quota di carburanti di origine vegetale al 10%.

    Un’altra idea comune è che, per affrontare il problema del picco del petrolio, sia utile aumentare l’efficienza energetica: ad es. producendo calore con fonti rinnovabili e non con fonti pregiate di energia, come invece sono l’olio combustibile o quella elettrica (quest’ultima ricavata magari da una centrale a olio combustibile sfruttando solo il 50% del calore prodotto). Il paradosso è che ciò permette alla popolazione e all’economia di crescere a livelli ancora più insostenibili, senza affrontare le vere cause: lo stile di vita, la sovrappopolazione, etc. L’umanità tende sempre ad agire in modo miope, guardando solo all’oggi, e compie azioni che realizzano una sorta di “effetto molla”: i cittadini riducono i km percorsi in auto, le imprese i margini di profitto, lo Stato le tasse sulla benzina, etc. Più si tamponano i sintomi e più la molla si carica, finché, finite le “carte da giocare”, scatta all’improvviso con un effetto simile a quello dell’acqua quando rompe gli argini, facendo precipitare in breve tempo la situazione.

    Figura 17. La “nostra scelta” riguarda come vogliamo arrivare in pochissimi anni a un livello e ad uno stile di vita sostenibili: possiamo tentare di gestire la difficile e al tempo stesso rapidissima transizione oppure lasciare che sia una catastrofe a farlo per noi. Quest’ultima sembra essere la strada che abbiamo da tempo imboccato.

    Un’altra falsa credenza è che il prezzo crescente del petrolio dipenda dalla speculazione. Questa gioca certamente un ruolo importante sul breve e medio termine (da ore a mesi), ma non sul lungo termine (anni), in quanto essa semplicemente “scommette” in anticipo sui futuri trend (assolutamente reali) di domanda e offerta: se questi trend poi non si verificano, gli speculatori non guadagnano bensì perdono; in più, se essi spingessero i prezzi a livelli ingiustificati, la domanda si contrarrebbe e loro rimarrebbero con “piscine” di petrolio invendute! Pertanto, non servirebbe a nulla chiudere il mercato dei futures sul petrolio — ossia la possibilità di agire della speculazione finanziaria — nel tentativo di proteggere l’economia e la finanza (anche se tale mercato, oggi libero, va regolamentato). Sarebbe anzi un errore, perché la funzione preziosa del mercato dei futures e della finanza in generale è proprio quella di anticipare le tendenze in atto nel mondo reale, e dunque di fornire un prezioso “campanello d’allarme”.

    A proposito di speculazione, come sottolinea Tverberg in uno dei suoi ultimi articoli, in una contrazione economica seria il prezzo medio del petrolio (che, paradossalmente, ne è la causa) e di tutte le altre commodity tende a calare — quasi per un’ironia della sorte — non a crescere. Infatti, la già citata restrizione del credito che si ha quando si verificano molti default privati sul debito, oltre a rappresentare un problema di per sè, significa prezzi più bassi (pure per il petrolio), oltre che meno fondi da investire sia per realizzare nuove infrastrutture (strade, reti elettriche, satelliti GPS, etc.) sia per manutenere le vecchie e per puntare su alternative al petrolio più o meno palliative come le fonti rinnovabili, le auto a idrogeno, etc. E, in un contesto di scarso credito, minori capitali da investire e prezzi bassi, non solo la base industriale tende a collassare, ma il declino della produzione di petrolio sarebbe molto più rapido di quanto previsto dai soliti modelli business-as-usual, peggiorando ulteriormente le cose.

    La fine della civiltà tecnologica

    Dunque, oggi ci troviamo in una fase critica della Storia dell’Uomo e della Civiltà, che in qualche modo vedrà la fine della civiltà tecnologica come noi la conosciamo. La prima metà dell’Età del Petrolio — iniziata circa due secoli fa e appena finita — è stata caratterizzata dall’espansione, basata sulla disponibilità di tanta energia a basso prezzo ricavata dal petrolio, ed ha visto lo sviluppo di un sistema finanziario fondato sul presupposto della crescita perpetua, che ha potuto creare falsa liquidità in quanto le banche prestavano più di quanto avessero in deposito. La seconda metà dell’Età del Petrolio, invece, è (e sarà sempre più) caratterizzata da una scarsa disponibilità di energia a basso prezzo e dunque dalla contrazione, per gestire la quale occorrerebbe un nuovo sistema economico-finanziario (una improbabile economia di “stato stazionario”) oltre che uno stile di vita profondamente diverso, intollerabile per chi ha estratto e consumato i combustibili fossili al massimo ritmo possibile.

    Figura 18. Probabilmente, le “armi di distruzione di massa” che per prime porranno fine alla nostra civiltà tecnologica sono i derivati, strumenti creati da un’ingegneria finanziaria priva di scrupoli. Si pensi che l’intero (e regolamentato) mercato borsistico americano rappresenta appena il 2%, in quanto a dimensioni, del mercato mondiale dei derivati (che non è regolamentato): una vera “Santa Barbara” pronta ad esplodere.

    Non è difficile cogliere la tragica ironia del declino della produzione del petrolio: più si è efficienti nell’estrarre e nel mettere sul mercato questa risorsa e prima essa diventa abbastanza scarsa da mettere il mondo nei guai. E oggi, di questa situazione non ancora compresa dai più, purtroppo ne vediamo chiaramente i sintomi, se si “vuole vederli”: crescita del prezzo del petrolio, crisi economica, aumento di fame e guerre, disoccupazione, etc. D’altronde, l’uomo è bravissimo a fare, in nome del profitto immediato e dell’interesse personale, il contrario di ciò che dovrebbe. Siamo giunti, quindi, a un punto di svolta. La Storia ci insegna che la recessione economica e le ingiustizie economico-sociali portano a risposte violente, come insurrezioni, conflitti civili e guerre. E mai come oggi sono grandi — e si vanno sempre più allargando — le disparità tra Paesi ricchi e Paesi poveri (nonché tra cittadini ricchi e poveri all’interno di uno stesso Paese), e tra “gente comune” da una parte e manager, finanzieri, politici dall’altra.

    Se guardiamo la situazione attuale in una prospettiva storica, forse possiamo coglierne la sua drammaticità. Dall’Ottocento, il benessere portato dal petrolio ha dato luogo a un boom della disponibilità di cibo e della popolazione mondiale. L’uomo, infatti, è la prima specie animale ad aver utilizzato fonti esterne di energia, con le quali ha sostituito il lavoro degli schiavi. Grazie ad esse, la moderna agricoltura è quasi 40 volte più efficiente, in termini di cibo prodotto, di quando il lavoro veniva svolto dall’uomo e dagli animali anziché dalle macchine. Ora, però, ci troviamo ad affrontare il rapido declino delle fonti di energia primarie, e al crollo della produzione di petrolio si accompagnerà inevitabilmente un catastrofico crollo della disponibilità di cibo e della popolazione mondiale. Quindi il picco del petrolio oggi è, in ultima analisi, un problema di sovrappopolazione, oltre che, ovviamente, di consumi individuali eccessivi.

    Figura 19. Il picco della popolazione umana associato al picco della produzione del petrolio (e della disponibilità di cibo). Dopo il picco di Hubbert ci si aspetta un rapido crollo della popolazione mondiale quanto meno a un livello sostenibile. (fonte: ASPO)

    La più grande sfida a cui l’umanità è chiamata in questo momento è tentare di gestire tale transizione a un mondo post-petrolifero — inevitabile e rapida — nel modo meno “doloroso” possibile. È infatti impossibile che la popolazione mondiale possa crollare a un livello sostenibile se non morendo per fame e per guerre. D’altra parte, un eventuale conflitto nucleare globale potrebbe rendere il pianeta invivibile per l’uomo, e causarne di fatto l’estinzione. Se mai qualcuno sopravviverà a una transizione di tale portata, ciò significherà presumibilmente il ritorno a una condizione rurale tradizionale, con comunità autosufficienti, se non addirittura a uno stadio più primitivo. In effetti, oggi siamo su un treno che è alla fine della sua corsa, ma a questo arresto imprevisto la nostra civiltà tecnologica ci sta arrivando nel modo più veloce e violento possibile, il che non rende difficile immaginare quali potranno essere le conseguenze.

    In conclusione, il raggiungimento del picco mondiale di produzione del petrolio rappresenta quel punto della Storia dell’umanità in cui la risorsa petrolio cessa di essere abbondante (come è stata fino a pochi anni fa) e diventa scarsa, con conseguente aumento esponenziale dei prezzi e con tutte le difficoltà economiche e geopolitiche del caso. Il fatto che il petrolio sia una risorsa preziosissima e di fatto NON sostituibile su larga scala per il trasporto di merci e persone nonché per la produzione di innumerevoli prodotti di uso comune o particolare, oltre alla crescita di Paesi come la Cina, che ha raddoppiato i consumi di petrolio negli anni Novanta e ha un tasso di crescita simile a quello delle economie occidentali nel Dopoguerra, rende purtroppo del tutto impossibile, di fatto, una transizione a una società post-petrolifera (cioè basata sull’idrogeno, sulle fonti di energia rinnovabili e su nuovi materiali) senza che lungo la strada si verifichino collassi sistemici o altre situazioni catastrofiche per l’intera umanità.

    Una fine annunciata. Vi dice nulla l’Isola di Pasqua? Come in tempi non sospetti raccontavo nel mio libro “Mondi futuri” (vedi a pag.146), su quell’isola ricca di foreste 1600 anni fa viveva una civiltà florida e sofisticata anche politicamente. Ma gli abitanti tagliarono a un ritmo elevato gli alberi per costruire barche con cui procurarsi cibo. Il rapido esaurimento di questa risorsa preziosa (il legno) provocò la fame e lo scoppio di disordini gravissimi, e quando nel 1772 gli europei arrivarono sull’isola, i pochi superstiti vivevano in uno stato di cannibalismo e violenza su un’isola sterile e desolata. La società mondiale sta dunque semplicemente ripercorrendo le orme di quanto già successo su scala più piccola all’Isola di Pasqua. Detto in altre parole, la n

  2. asso987 dice

    CAMBRIDGE – E ‘tempo per le maggiori banche centrali del mondo a riconoscere che uno scoppio improvviso di un’inflazione moderata sarebbe estremamente utile per lo svolgimento pantano epico debito di oggi.

    Sì, l’inflazione è un modo sleale di scrivere in modo efficace tutti i non-indicizzati debiti nell’economia. Inflazione dei prezzi forze creditori di accettare il rimborso in moneta svilita. Sì, in linea di principio, ci dovrebbe essere un modo per risolvere i mali del sistema finanziario senza ricorrere all’inflazione. Purtroppo, più si esaminano le alternative, comprese le iniezioni di capitale per le banche e un aiuto diretto per i titolari di mutuo casa, diventa più chiaro che l’inflazione potrebbe essere un aiuto, non un ostacolo.

    Finanza moderna è riuscita a creare un default dinamica di tale complessità stupefacente che sfida approcci standard per debito allenamenti. Cartolarizzazioni, della finanza strutturata, e altre innovazioni sono così intrecciati diversi attori del sistema finanziario che è praticamente impossibile ristrutturare una istituzione finanziaria alla volta. A livello di sistema sono necessarie soluzioni.

    Inflazione moderato nel breve periodo – ad esempio, il 6% per due anni – non sarebbe chiaro i libri. Ma sarebbe significativamente migliorare i problemi, facendo altri passi meno costoso e più efficace.

    Vero, una volta che il genio inflazione viene lasciato fuori la bottiglia, potrebbe richiedere diversi anni per rimetterlo in Nessuno vuole rivivere l’anti-inflazione lotte degli anni 1980 e 1990. Ma in questo momento, l’economia globale è sull’orlo del precipizio del disastro. Abbiamo già una vera e propria recessione globale. Se i governi non andare avanti del problema, si rischia una grave recessione in tutto il mondo diverso da qualsiasi cosa abbiamo visto dal 1930.

    Le azioni politiche necessarie coinvolgere aggressiva di stimolo macroeconomico. La politica di bilancio dovrebbe idealmente concentrarsi sul taglio delle tasse e la spesa in infrastrutture. Le banche centrali stanno già tagliando i tassi di interesse a destra ea sinistra. Tassi di interesse in tutto il mondo rischiano di dirigersi verso lo zero, mentre gli Stati Uniti e Giappone sono già lì. Il Regno Unito e della zona euro alla fine decide di andare la maggior parte del cammino.

    Devono anche essere prese per ricapitalizzare e ri-regolazione del sistema finanziario. Rischi enormi rimarrà fino a quando il sistema finanziario rimane in respiratori governo, come è effettivamente il caso negli Stati Uniti, Regno Unito, la zona euro, e molti altri paesi oggi.

    La maggior parte delle più grandi banche del mondo sono essenzialmente insolventi, e dipendono da continui aiuti statali e prestiti per tenerli a galla. Molte banche hanno già riconosciuto il loro aperto le perdite dei mutui residenziali. Con l’aggravarsi della recessione, però, i bilanci delle banche saranno ulteriormente martellato da un’ondata di default in immobili commerciali, carte di credito, di private equity e hedge fund. Mentre i governi cercano di evitare la nazionalizzazione delle banche a titolo definitivo, si troveranno costretti a effettuare ricapitalizzazioni secondo e terzo.

    Anche il piano di salvataggio stravagante del colosso finanziario Citigroup, in cui il governo degli Stati Uniti ha riversato in $ 45 miliardi di capitale e backstopped perdite su oltre $ 300 miliardi di crediti in sofferenza, potrebbe rivelarsi inadeguato. Quando si guarda attraverso il paesaggio dei restanti problemi, tra cui il multi-miliardi di dollari del mercato credit default swap, è chiaro che il buco nel sistema finanziario è troppo grande per essere interamente riempiti di dollari dei contribuenti.

    Certo, una parte fondamentale della soluzione è quello di permettere più alle banche di fallire, assicurando che i depositanti sono ripagato in pieno, ma non necessariamente titolari del debito. Ma questo percorso sarà costoso e doloroso.

    Questo ci riporta alla opzione inflazione. Oltre a problemi di debito di rinvenimento, un breve scoppio di un’inflazione moderata sarebbe ridurre il reale (al netto dell’inflazione) del valore di immobili residenziali, rendendo più facile per quel mercato si stabilizzi. Assente significativa l’inflazione, i prezzi delle case nominali probabilmente bisogno di un altro calo del 15% negli Stati Uniti, e più in Spagna, Gran Bretagna, e molti altri paesi. Se aumenta l’inflazione, i prezzi delle case nominali non hanno bisogno di cadere tanto.

    Naturalmente, data la recessione in corso, potrebbe non essere così facile per le banche centrali per raggiungere qualsiasi inflazione a tutti in questo momento. Infatti, sembra che evitando sostenuta deflazione , o caduta dei prezzi, è tutto quello che possono gestire.

    Fortunatamente, creando l’inflazione non è scienza missilistica. Tutte le banche centrali devono fare è tenere stampare moneta per comprare il debito pubblico. Il rischio principale è che l’inflazione potrebbe superamento, sbarco a 20 o 30% invece del 5-6%. Infatti, la paura di superamento paralizzato la Banca del Giappone per un decennio. Ma questo problema è facilmente percorribile. Con una buona politica di comunicazione, le aspettative di inflazione può essere contenuto, e l’inflazione può essere abbattuto più rapidamente, se necessario.

    Ci vorranno ogni strumento nella finestra di fissare oggi una volta-in-a-secolo crisi finanziaria. La paura dell’inflazione, se visti nel contesto di una depressione globale possibile, è come preoccuparsi di ottenere il morbillo quando si è in pericolo di peste.

    Kenneth Rogoff è professore di Economia e Politiche Pubbliche all’Università di Harvard, ed è stato in precedenza capo economista del FMI.

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