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"Le Belle Arti vanno in piazza", di Raffaella De Santis

L´arte vuole la laurea. Studenti e professori chiedono la riforma universitaria delle Accademie di Belle Arti e per ottenerla, dopo anni di attese, scelgono di protestare con lo sciopero della fame e scendono in piazza. A dare avvio alla contestazione è l´Accademia di Belle Arti di Roma, da due settimane motore della rivolta. La piazza di fronte all´istituto, nel centro storico della capitale, in via di Ripetta, si è riempita di tende e ombrelloni, un accampamento nel caldo di luglio, in cui gli studenti bivaccano giorno e notte. Possono mangiare massimo sei frutti al giorno e quando la stanchezza si fa sentire si danno il cambio. Saranno pure gli artisti di domani, ma le loro richieste sono molto concrete: questi giovani, insieme ai loro prof, vogliono arrivare a essere riconosciuti studenti universitari a tutti gli effetti, al pari dei loro colleghi europei.
«Negli altri paesi, in Europa e negli Stati Uniti, le accademie sono considerate istituti di alta formazione artistica, dai quali si esce laureati», spiega Donatella Landi, artista e docente di Pittura e Video installazione. Non è così in Italia, dove invece le accademie non rilasciano lauree. «Formalmente ci comportiamo come le università adottando sia il modello 3+2 (triennio di laurea breve più biennio di specializzazione), sia il sistema dei crediti, ma nei fatti rilasciamo diplomi». Eppure una legge esiste, precisamente la legge n. 508 del 1999, che stabilisce le «equipollenze tra i titoli di studio delle Accademie di Belle Arti e i titoli di studio universitari». La legge è stata approvata dodici anni fa, mancano però i regolamenti attuativi, dunque non è operativa. Gli studenti che escono dall´accademia non possono accedere alle scuole di specializzazione e ai dottorati post laurea e nei concorsi pubblici i loro titoli valgono molto meno di quelli di un laureato. Mentre i docenti sono penalizzati per stipendi e ruoli rispetto ai loro colleghi universitari. Tra quelli scesi in piazza ci sono artisti, curatori, storici dell´arte: oltre a Donatella Landi, Ciriaco Campus, Giovanni Albanese, Cecilia Casorati, Marco Bussagli, Ivo Bomba, e tanti altri.
«Siamo alla frutta», si legge su un cartellone. E dunque, che frutta sia. Niente cibo, finché il governo o il parlamento non decideranno di votare un decreto urgente per il riconoscimento giuridico ed economico universitario delle Accademie di Belle Arti. Il limbo delle accademie, la loro esistenza ibrida tra scuola media superiore e università, non esiste in Spagna, né in Francia, né tantomeno in Germania, dove questi istituiti fanno parte a pieno titolo dell´istruzione universitaria. «Così stiamo tradendo l´articolo 33 della Costituzione, che considera le accademie, al pari delle università, istituzioni di alta cultura», fa notare Landi. Eppure nel nostro paese ci sono venti Accademie di Belle Arti, che contano oltre mille professori di ruolo e quasi 19mila studenti iscritti. A questo punto, si aspetta la reazione della altre diciannove accademie italiane.

La Repubblica 15.07.11

1 Commento

  1. liliana dice

    una rivolta giustissima che comunque vada sarà una risposta tardiva, molto tardiva. E’ una vera ingiustizia ma anche, nei confronti del mondo una vera arretratezza se non ci si sbriga non verranno più studenti dall’estero e ci saranno sempre meno iscritti, perchè sicuramente preferiranno altre facoltà cge dopo tre e cinque anni rilasciano laurea e dottorato. Non credo questi studenti siano da meno degli infermieri, dei cuochi, degli enologi e dei professori di educazione fisica. Anzi l’arte regalato lustro, fama, bellezza e turismo a qesto paese, ma forse oggi cge ormai si è già in possesso di tutto ciò non si apprezza più. Auguri!

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