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"L'egoismo padano", di Gad Lerner

La Lega incarognisce e comincia a dare il peggio di sé. Sgominata nel Nord che sognava già suo; asserragliata nel governo di Roma ove s´è distinta solo per lottizzazione e clientelismo; incapace di emanciparsi dal Capo che non ne azzecca più una; scattano in lei i riflessi pavloviani dell´egoismo territoriale.

I confini della Padania immaginaria che nella fase espansiva si fantasticavano estesi fino all´Umbria e alle Marche, ora vengono ristretti alle ridotte pedemontane; all´antimeridionalismo delle origini; alla ricerca, un quarto di secolo dopo, dell´impossibile revival purificatorio.
Dàgli ai napoletani, allora! Con becero compiacimento i gerarchi incanutiti sogghignano dell´emergenza rifiuti campana e giocano a boicottare il decreto governativo che ne consentirebbe lo smaltimento in altre regioni, già pronte a trattarli.
Piace loro, nel centocinquantenario della nazione, riprodurre la dinamica degli staterelli preunitari. Alla faccia di un federalismo solidale in cui non hanno mai creduto, sposano la burocrazia delle dogane e delle frontiere interne alla penisola. Il loro giornale titola soddisfatto: «Napoli soffoca nei rifiuti ed è senza vie d´uscita». Si arrogano il merito di far soffrire i partenopei, descritti come topi in gabbia (testuale), vicini alla catastrofe (testuale).
La responsabilità storica di avere portato al governo questi energumeni nemici dell´italianità, disposti a giurare sulla Costituzione pur di fare i ministri, per poi rinnegarla, grava sulle spalle di Silvio Berlusconi. Come dimenticare, del resto, le parole minacciose e vendicative con cui il presidente del Consiglio apostrofò gli elettori dopo la vittoria di De Magistris? La frase sfuggitagli dopo l´esito dei ballottaggi –”I napoletani si pentiranno moltissimo”- acquista oggi un eco sinistro.
Difficile pensare che non vi sia stato un calcolo cinico da parte di Berlusconi nel rinviare l´approvazione del decreto di smistamento per due, tre sedute del Consiglio dei ministri. Solo che l´apprendista stregone, disposto a tollerare e strumentalizzare l´energia distruttiva del leghismo pur di tirare a campare, ora rischia di esserne a sua volta travolto. Il ministro della Complicazione normativa, Roberto Calderoli, promette di far “volare le sedie” anche contro di lui. Il linguaggio rozzo e violento dei capi leghisti messi alle strette perde la sua aura carnevalesca. Il buffone incattivito altri non è che una carogna.
Il raduno di Pontida ha evidenziato come la Lega abbia esaurito i suoi spazi di manovra. Decaduto il mito dell´abilità tattica di Bossi, consumato il repertorio delle trovate demagogiche con l´ultima farsa dei ministeri al Nord, il Carroccio è costretto a giocarsi anche l´ultima sponda del rapporto diplomatico con il Quirinale. Già era entrato in rotta di collisione con Giorgio Napolitano pretendendo la violazione degli accordi internazionali sulle missioni militari in Libia, in Libano e in Afghanistan. Ma adesso il veto leghista al soccorso di Napoli suona come un´offesa diretta alle sollecitazioni del Capo dello Stato.
Il governo, minoritario nel paese, reagisce abdicando al suo mandato di operare nell´interesse di tutta la nazione. Diviene attore della sua spaccatura, nella miope aspettativa di trarre vantaggio dalle pulsioni meschine dell´antimeridionalismo. Con ciò dimostrando di ignorare, ormai, le aspettative assai più degne degli stessi cittadini settentrionali.
L´involuzione estremista della Lega, purtroppo, non la riporta automaticamente alla sua collocazione naturale di movimento destinato all´opposizione. La nomenclatura del Carroccio è composta da uomini seduti da quindici, vent´anni in Parlamento. Fingono, quando si dicono pronti a lasciare le poltrone. Temono con ragione che l´abbandono del potere determini la frantumazione del loro movimento.
Mai come oggi l´Italia avrebbe bisogno di recuperare un sentimento di partecipazione comune al dramma dei napoletani. La crisi dei rifiuti, originata certo – come dimenticarlo – da gravi colpe delle amministrazioni locali, non potrà mai essere gestita senza un armonioso concorso delle istituzioni, dal Comune alla Provincia, dalla Regione al Governo nazionale. Il boicottaggio di questa urgente collaborazione fra poteri pubblici, scatenato per biechi pseudo-interessi di partito, esaspera, insieme alla sofferenza della popolazione, la crisi della nostra democrazia. Napoli sommersa dai rifiuti non è una vergogna che si possa liquidare solo come fallimento della sua classe dirigente. Altrettanto vergognoso è lo spettacolo di ministri della Repubblica che irridono alla sciagura e voltano le spalle ai cittadini, venendo meno al proprio dovere

da www.repubblica.it

"La strada giusta per l'erede", du Stefano Lepri

Forse la crisi di un Paese si misura più in certi momenti buoni.Proprio quando possiamo essere tutti soddisfatti, come italiani, dell’ascesa di Mario Draghi a presidente della Bce, si riesce a trasformare la nomina del suo successore in una specie di farsa; subito si intacca il prestigio guadagnato. Unica attenuante, anche la Francia non si è comportata bene in questa vicenda. Siamo ancora in tempo per risolvere bene la scelta del nuovo governatore della Banca d’Italia. Ma quello che è accaduto nelle ultime tre settimane mostra quanto in Italia difetti il funzionamento delle istituzioni. Siamo un Paese ancora in grado di esprimere personaggi di alta qualità, capaci di essere apprezzati nel mondo. Però poi è facile che anche i migliori rimangano almeno contaminati da giochi di potere conditi di personalismi. Lotte di potere e contrasti di ambizioni personali ovviamente esistono ovunque, ma in un Paese che funziona vengono disciplinati dal rispetto delle leggi e dalla qualità complessiva della classe dirigente. Draghi non è stato scelto in un mercato delle vacche tra i 17 governi che condividono l’euro, ma perché era di gran lunga il migliore dei candidati in gara. All’inizio della contesa sembravano prevalere grette questioni di nazionalità («questa volta deve toccare a un tedesco», «solo un nordico può dare un segnale di rigore»).

Poi la logica dei Trattati europei ha prevalso e questa volta la pressione dei mercati finanziari, pronti ad infierire su ogni scelta debole, ha giocato nel senso giusto. I guai sono venuti dopo, quando le questioni di nazionalità, superate della Germania, sono state rimesse sul tavolo dalla Francia. A Parigi, si sa, l’indipendenza della Bce dai governi, sancita dai Trattati, non è mai piaciuta molto, né alla destra né alla sinistra. Ma invece di confrontarsi con questo problema, e cercare di risolverlo, in Italia si è rifiutato di vederlo, e ha affrontato la successione al vertice della Banca d’Italia in termini (adattando una simile espressione di Oltralpe) «italo-italiani». Più del prestigio internazionale del Paese, più della funzionalità della Banca d’Italia, ci si è occupati d’altro. Si è percepito che alcuni banchieri desideravano cambiasse proprio ciò che la Banca d’Italia sotto Draghi ha fatto meglio, cioè vigilare severamente sulla solidità della finanza. E’ corsa voce che la scelta del nuovo governatore entrasse in patteggiamenti politici all’interno della maggioranza. Quasi mai si sono poste le domande giuste: chi può fare meglio quel lavoro? Chi fra i candidati ha già esperienza concreta nel campo difficile delle banche centrali, appunto autonomo dai governi? Chi possiede un più affermato prestigio internazionale? Invece si classificavano i nomi in «interni» ed «esterni», cosa che aveva senso quando la Banca d’Italia era un’istituzione solo italiana e non, come dal 1999, una parte dell’Eurosistema.

Si dimenticavano gli insegnamenti del caso Fazio: il governatore non deve essere né troppo vicino alla politica (nemmeno con alleanze trasversali), né troppo tenero verso i banchieri. All’apparenza, la giornata di ieri ha portato un po’ più di chiarezza. Il presidente del Consiglio ha fatto tre nomi, rimettendo in gara Lorenzo Bini Smaghi dopo averlo escluso senza spiegazioni due settimane fa. Sui tre nomi adesso si può fare un confronto aperto. Ma non è affatto sicuro che il mondo politico italiano abbia capito come la questione va affrontata, almeno a giudicare dalle chiacchiere romane di ieri sera. Cosicché, nel Paese che secondo gli stranieri si preoccupa troppo della «bella figura», finirebbero per fare una brutta figura tutti.

da www.lastampa.it

"Dirigenti arrestati, la folla assedia il Comune: fuori i ladri", di Francesco Alberti

L’ultima scena del festival delle mazzette in salsa parmigiana, con dirigenti comunali a mungere le casse pubbliche per autofinanziarsi la sistemazione del giardino di casa o la ristrutturazione della villetta al mare, è la gente in piazza, alle otto della sera, a tirare monetine contro il palazzo municipale. Urla, slogan e fischi sotto i Portici del Grano: «Vignali dimettiti da sindaco: vergogna, vergogna» . Centinaia di persone confluite spontaneamente in strada sull’onda del tam tam e di un’inchiesta che ha portato in galera per corruzione 11 persone (tra cui il capo dei vigili urbani e i due principali collaboratori del sindaco), facendo emergere, parole degli inquirenti, «un sistema di tangenti complesso e una sorprendente propensione a delinquere dei dirigenti» . Serata da brividi, dopo una giornata di fango e veleni. «Fuori i ladri dal municipio!» , gridano giovani e anziani. Due assessori fanno capolino alle finestre e si beccano il segno delle manette. Polizia e carabinieri proteggono l’ingresso del palazzo comunale. Vola qualche spintone. Dentro, in quelle stanze passate al setaccio dalla Finanza, si celebra in un’atmosfera da resa dei conti la seduta del consiglio comunale. Le opposizioni (Pd, Idv e altri) stanno presentando il conto al sindaco Pietro Vignali, da 4 anni alla guida di una giunta civico-berlusconiana (senza Lega): «Non poteva non sapere: lasci l’incarico, questa indagine è politicamente devastante per la città» , tuona nell’aula consiliare il capogruppo del Pd, Giorgio Pagliari, tra gli applausi del pubblico e i volti terrei di una maggioranza che si stringe a testuggine attorno al sindaco, deciso a non mollare: «Non mi dimetto— dice Vignali—, ero all’oscuro di tutto, i dirigenti sono stati sospesi, il Comune si tutelerà» . L’hanno chiamata «Green Money» , moneta verde, quest’inchiesta. Ma di bucolico ha poco. L’obiettivo era attingere soldi dalle casse comunali attraverso fatture gonfiate o fittizie per lavori di manutenzione del verde pubblico, in realtà mai fatti o del tutto inutili. Un giro di mazzette da quasi 500 mila euro che la Finanza, tra intercettazioni e filmati (tra cui la scena del pagamento di una tangente), ha messo impietosamente a nudo. «Il fenomeno della corruzione— ha detto il capo della Procura, Gerardo La Guardia — qui è molto diffuso» . Con l’aggravante, secondo l’accusa, che a gestire la rete erano tre dirigenti comunali, uomini legati a doppio filo al sindaco Vignali: il comandante dei vigili urbani, Giovanni Maria Jacobazzi, il direttore marketing ed ex capo dello staff del primo cittadino, Carlo Iacovini, e Manuele Moruzzi del settore Ambiente. In carcere anche 3 imprenditori, 4 titolari di piccole società e un investigatore privato. Il frutto delle tangenti, oltre che alla sistemazione di case e giardini, veniva dirottato anche sui conti correnti delle mogli dei dirigenti comunali. Pesante la posizione del capo dei vigili urbani, Giovanni Maria Jacobazzi, 40 anni, ex tenente dei carabinieri, voluto dal sindaco dopo lo scandalo del caso Bonsu, il giovane di colore picchiato e umiliato nel comando dei vigili urbani dopo essere stato scambiato nel settembre 2008 per uno spacciatore (10 le guardie municipali sotto processo). Il dirigente dovrà rispondere di altri due fatti. Aver fornito notizie riservate, attinte dal sistema informatico del Viminale, ad un investigatore privato di Monza, Giuseppe Lupacchini, facendosi pagare 4 mila euro. E aver esercitato pesanti pressioni su un vigile, suo sottoposto, per fargli togliere una multa inflitta a un noto commerciante. Un tipetto singolare, Jacobazzi. Insignito del titolo di Cavaliere da Carlo Saverio di Borbone per i servizi resi durante i funerali del duca Carlo Ugo, è salito alla ribalta giorni fa quando ha sospeso dal servizio 11 vigili in odore di assenteismo: «Chi lavora per il cittadino deve mostrare etica e correttezza» , tuonò, testa alta e petto in fuori.

Il Corriere della Sera 25.06.11

"Il bavaglio del potere contro l'informazione", di Giovanni Valentini

Non sarà certamente il “caso Bisignani”, il faccendiere agli arresti domiciliari per favoreggiamento, a farci scoprire adesso che “l´informazione è potere”. E sappiamo pure che può essere un contro-potere, se svolge il compito di controllare il potere costituito in nome e per conto della pubblica opinione, come spetta alla libera stampa.
Ma la vicenda imperniata sull´ambigua figura di Luigi Bisignani e su quella ancora più equivoca dell´ex magistrato Alfonso Papa, il deputato del Pdl per il quale gli inquirenti hanno chiesto l´arresto, dimostra che l´informazione può diventare anche un anti-Stato. O meglio un contro-Stato, come mi corregge dopo un intervento televisivo l´amico “libertario” Luciano Lanza, alludendo a chi combatte l´organizzazione statale esistente per sostituirla con un´altra forma organizzativa di Stato. Vale a dire, nel caso specifico, un´attività di condizionamento delle istituzioni per orientarne e influenzarne le scelte: dal governo al Parlamento e alla magistratura, fino al sistema dei media e in particolare alla Rai.
Proprio questo era, in base alle accuse delle magistratura, l´obiettivo fondamentale della ragnatela di rapporti e relazioni intessuta da Bisignani, per rafforzare e ampliare il suo potere realizzando affari o malaffari. Dovremo attendere ovviamente che la giustizia – come suol dirsi – compia il suo corso e accerti le responsabilità. Ma intanto dalle anticipazioni delle carte processuali emerge già un intrigo a dir poco torbido e inquietante. E come in altri casi analoghi, le intercettazioni telefoniche aprono uno squarcio illuminante che fa prevalere l´interesse pubblico a conoscerne il contenuto anche sul rispetto formale della privacy.
L´avvocato Fabio Lattanzi, legale di Bisignani, contesta l´interpretazione – ripresa dal sottoscritto a “Otto e mezzo”, la trasmissione di Lilli Gruber su La 7 – che si tratti di informazioni riservate. Ma, altrimenti, in che cosa consisterebbe il favoreggiamento, ai danni dell´amministrazione della giustizia? E su che cosa si fonderebbe la richiesta di arresto per Papa? Non abbiamo forse letto sui giornali che i pm “configurano un´associazione per delinquere finalizzata al procacciamento di notizie segrete e riservate”? Quelle sono le “fughe”, le vere violazioni per le quali bisogna scandalizzarsi.
La tesi “minimalista” secondo cui Bisignani sarebbe soltanto un uomo malato di politica, di relazioni e di chiacchiere, o magari un “millantatore” proprio come Licio Gelli, il capo della loggia P2 sciolta per legge nel 1982 in forza dell´articolo 18 della Costituzione (II comma) che vieta le associazioni segrete, francamente non è credibile e appare già smentita dalle anticipazioni filtrate finora. E anche se il contenuto delle intercettazioni telefoniche fosse “penalmente irrilevante” – come si affretta a dichiarare in modo del tutto irrituale e arbitrario il ministro (ancora) in carica della Giustizia, Angelino Alfano – comunque sarebbero politicamente, moralmente ed eticamente assai rilevanti.
Dice bene, allora, il garante per la Privacy quando ricorda che le persone note hanno diritto a una tutela “attenuata” rispetto agli altri. Ma il fatto è che qui, a parte la notorietà delle persone e la responsabilità pubblica di alcune di loro, non si tratta di vicende che attengono alla sfera individuale o privata. Bensì di trame occulte che – da palazzo Chigi agli altri palazzi del potere fino a quello della Rai – attengono direttamente all´interesse collettivo dei cittadini, implicando perciò il loro diritto a essere informati in modo completo e trasparente su questioni di rilievo generale.
Il governo e la sua maggioranza stiano attenti, dunque, a riproporre in questa circostanza il bavaglio contro l´informazione. Sarebbe certamente un boomerang mediatico e politico. Un potere che pretende di nascondere dietro un divieto illiberale le proprie debolezze e i propri vizi rischia di perdere definitivamente qualsiasi residua legittimazione.

La Repubblica 25.6.11

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“TRASPARENZA ED ECCESSI, IL RUOLO DI TOGHE E GIORNALI”, di Giovanni Bianconi

Da dieci giorni Luigi Bisignani, uomo d’affari e di relazioni, è agli arresti domiciliari a casa sua. Un giudice di Napoli ce l’ha messo con l’accusa di favoreggiamento. I pubblici ministeri avevano chiesto di spedirlo in carcere anche per il reato di associazione per delinquere, ma il giudice ha detto che non c’erano indizi sufficienti. Contro questa decisione, la Procura ha presentato appello. Lo stesso giudice ha chiesto alla Camera dei deputati di mandare in prigione l’onorevole del Pdl Alfonso Papa, aggiungendo le accuse di corruzione, concussione ed estorsione. Bisignani e Papa sono anche sospettati di far parte di un gruppo di potere occulto «diretto a interferire sull’esercizio di funzioni di organi costituzionali, amministrazioni ed enti pubblici» , in violazione della legge del 1982 (successiva allo scandalo P2) che vieta le associazioni segrete. Ma per questa ipotesi— tuttora in piedi — gli stessi pubblici ministeri non hanno nemmeno chiesto l’arresto, ritenendo non sufficientemente gravi gli elementi raccolti finora. In questa complessa situazione giudiziaria sono state svolte intercettazioni telefoniche e ambientali durate mesi, e da qui deriva il profluvio di pubblicazioni di verbali e conversazioni tra Luigi Bisignani e molti suoi interlocutori. Al punto di rianimare la tentazione di una legge che vieti, o comunque limiti, la pubblicazione di quei documenti. Accompagnata da polemiche più o meno esplicite contro i magistrati che le hanno inserite negli atti. Perché sono «penalmente irrilevanti» , si dice, e perché vi compaiono spesso nomi e discorsi di parlamentari. Ma gli intercettati non erano i parlamentari, bensì Bisignani che parlava spesso con loro e di loro. Il quale è agli arresti non perché s’intratteneva con ministri e sottosegretari, ma per tre episodi di presunto favoreggiamento dedotti da alcune di quelle conversazioni e altre testimonianze. Il giudice, nella sua ordinanza, ha inserito solo le conversazioni ritenute utili a sostenere il favoreggiamento per Bisignani e le altre accuse per Papa; i pubblici ministeri nella loro richiesta, hanno trascritto quelle che sostenevano anche l’accusa di associazione per delinquere: e sono di più, giacché per dimostrare quel reato hanno inteso illustrare relazioni e contatti del principale indagato. Emessi i provvedimenti, i pubblici ministeri hanno depositato alle parti — secondo l’interpretazione del codice da loro ritenuta corretta — tutti gli atti del procedimento, che comprende anche l’ipotesi di associazione segreta. Facendo così cadere il segreto investigativo su quelle carte. Comprese le informative della polizia giudiziaria in cui, per chiedere la proroga delle intercettazioni ogni due settimane, si riportavano di volta in volta ampi stralci delle conversazioni già registrate, affinché i magistrati valutassero l’opportunità di continuare gli ascolti. È in quella sede che viene esaminata la «rilevanza penale» dei discorsi intercettati. Che non si limita, come pare ritenere qualcuno, alla diretta derivazione di un reato da un singolo discorso. Se l’accusa ipotizza che un gruppo di potere condiziona enti e istituzioni orientandone le decisioni, è normale che dia valore a conversazioni in cui si parla di Rai e di nomine, voti spostati ed emendamenti parlamentari, ministri amici o nemici. Luigi Bisignani ha sostenuto davanti al giudice di essere «una persona per bene che cercava di dare dei consigli» . Secondo i pm, invece, era un «procacciatore istigatore-utilizzatore di notizie segrete» , raccolte anche attraverso il suo sistema di relazioni; perciò danno peso a conversazioni apparentemente insignificanti ma utili, nella visione dell’accusa, a disegnare il contesto in cui si muoveva il presunto «dirottatore» della pubblica amministrazione. Toccherà ai giudici stabilire, qualora si arrivasse a un processo, se sono stati commessi i reati ipotizzati. Nel frattempo i passaggi processuali compiuti hanno aperto la via della divulgazione a quanto scoperto con le indagini, e al contenuto degli atti depositati. Forse con qualche eccesso a monte, nell’inserimento dei colloqui nei fascicoli dell’inchiesta, e a valle, nella loro pubblicazione. Però i giornali non sono tribunali, è naturale che attribuiscano rilevanza non solo a ipotetici reati ma anche a discorsi di cui sono venuti lecitamente a conoscenza che svelano i meccanismi del potere e di certe istituzioni; per esempio su come funzionano le cose nelle stanze del governo o ai piani alti di Enti pubblici o semipubblici. «Realtà purulenta» , l’ha chiamata Massimo Teodori su queste colonne. Si possono immaginare riforme che regolino meglio il deposito di alcuni atti processuali, ma tornare a discutere se si possono diffondere o meno atti non più segreti significherebbe scegliere di impugnare la scopa per nascondere tutto sotto il tappeto, anziché l’aspirapolvere per provare a pulire l’ambiente.

GIOVANNI BIANCONI dal Corriere della Sera del 25 giugno 2011

Scuola, a rischio corsi serali e insegnamento in carcere

L’on. Ghizzoni e la sen. Bastico lanciano l’allarme e interrogano la Gelmini. “Si tratta di un vero e proprio smantellamento dell’istruzione degli adulti”. “La soppressione di gran parte dei corsi serali e lo smantellamento della scuola nel carcere S.Anna presto saranno una realtà.” A lanciare l’allarme sono l’on. Manuela Ghizzoni e la sen. Mariangela Bastico, che sulla questione hanno presentato un’interrogazione al ministro Gelmini.

“Il provveditorato modenese – sostengono le due parlamentari – avrebbe deciso di tagliare drasticamente i corsi serali, ad esclusione dell’istituto Barozzi, presso le scuole Spallanzani di Castelfranco, Don Magnani e Morante di Sassuolo, Fassi e Meucci di Carpi, Corni, Venturi e Cattaneo Deledda di Modena. Unica eccezione l’istituto Barozzi.

E’ una scelta in contrasto con la circolare del Ministero dell’Istruzione sugli organici – sottolineano le due parlamentari del Pd – nella quale si indica di lasciare i docenti nella sede di precedente titolarità, in vista dell’approvazione del nuovo regolamento per l’educazione degli adulti. Perchè non si è rispettato questo indirizzo ministeriale?”.

Per quanto riguarda il Carcere S.Anna, Bastico e Ghizzoni osservano che già negli anni passati si è registrata una progressiva riduzione del numero delle classi. In particolare nell’anno scolastico passato si è passati da tre a una sola classe di alfabetizzazione, da 6 a 4 di scuola media, da 6 a 3 di scuola superiore. “Le informazioni in nostro possesso per il prossimo anno – aggiungono le parlamentari – sono tali da lasciar presagire un vero e proprio smantellamento della struttura scolastica. E’ molto probabile che venga attivata una sola classe di alfabetizzazione, mentre per la scuola media non vi sarà alcun organico completo, e per le superiori non è previsto nemmeno un docente. Come si pensa – chiedono le due esponenti democratiche – di adempiere al dettato costituzionale della rieducazione del detenuto, se si impedisce di fatto il conseguimento di un titolo di studio?”.

Nella loro interrogazione, l’on. Ghizzoni e la sen. Bastico richiamano l’attenzione anche sul caso del Centro territoriale permanente di Modena: la normativa prevede 10 docenti ogni 120 iscritti ai corsi mentre a tutt’oggi risultano in servizio 9 docenti a fronte di 1981 iscritti, di cui 1771 iscritti ai corsi di alfabetizzazione e 179 alla scuola secondaria di secondo grado.

"Le carceri italiane dimenticate dalla legge", di Adriano Prosperi

«Quello della giustizia e della sua appendice carceraria è il tema principe della crisi del Paese»: così, parola più parola meno, sembra che abbia detto il ministro Angelino Alfano a Marco Pannella ricoverato per le conseguenze di un durissimo sciopero della fame e della sete sui problemi del carcere. Dispiace non poter essere d´accordo col ministro. Le sue parole sono un bell´esempio dell´arte del politico di mestiere di cambiare le carte in tavola. Il «tema principe» del Paese, cioè il problema dei processi di Berlusconi, non ha niente a che spartire con la questione carceraria. No, il carcere non è un´appendice del problema della giustizia, è “il” problema. Lo è in assoluto: noi non abbiamo per fortuna la pena di morte, ma abbiamo carcerazioni di una lunghezza tale da esserne l´equivalente. Eppure si dice che la gente chiede pene sempre più dure: sarà vero? Di fatto c´è solo che nel Paese non c´è un´emergenza criminalità. Tutte le statistiche dicono che in Italia il numero dei reati è fermo da anni. Eppure cresce di continuo l´affollamento delle prigioni.
I numeri sono impressionanti: la capienza delle carceri è di circa 45.000 posti, i numeri reali sfiorano i 70.000. Capienza: è il termine in uso per le discariche. Il carcere è la discarica della società, la sua pattumiera, il luogo dove i rifiuti umani vengono chiusi, dimenticati, distrutti moralmente o fisicamente. Quei settantamila per oltre il 60% appartengono alle “fasce deboli” della società: immigrati, tossicodipendenti, gente senza dimora, sofferenti psichici. Chi sono i veri responsabili della situazione? Il resoconto del “Gruppo Abele” di fine 2010 li indica senza incertezze: sono le leggi. Questo nostro Paese non ha ancora una legge che punisca la tortura: e da ciò l´imbarazzo su come punire le alte e basse cariche responsabili del massacro del G8 di Genova. Ma ha fior di leggi per mettere la gente in galera: per esempio la Bossi-Fini sull´immigrazione, la Fini-Giovanardi sulle droghe e la ex-Cirielli sulle recidive. E non parliamo dei Cie, dove Maroni vuol tenere i profughi e i clandestini per diciotto mesi. In galera si vive e soprattutto si muore: centosettanta i morti del 2010 di cui sessantacinque per suicidio. E il 2011 si avvia a battere il record. Ci sono quelli che vengono, per così dire, lasciati morire: la cronaca della mia città ha registrato il caso di Mario Santini, sessant´anni, un uomo definito “a bassa pericolosità”, morto in cella nel pomeriggio del 18 maggio scorso. Era malato, aveva bisogno di cure, è stato trovato morto. E ci sono quelli che in carcere entrano vivi e ne escono morti perché qualcuno li ammazza – qualcuno che dovrebbe essere responsabile della loro esistenza e dei loro diritti: si veda alla voce “Stefano Cucchi”, si leggano le altre storie come la sua che ci interpellano dai capitoli del libro di Luigi Manconi e Valentina Calderone, Quando hanno aperto la cella. Sono tutte storie dello stesso genere: appartengono a una umanità minore, residuale e per questo ritenuta non degna di essere difesa.
Al contrario è la società che bisogna difendere da loro: o almeno così pensa chi relega queste notizie nella categoria degli incidenti inevitabili. Bisogna che qualcuno muoia perché sulle condizioni delle carceri si accenda per un momento la luce della cronaca. Così come bisogna che le strade di Napoli trabocchino di immondizia perché qualcuno si preoccupi. Ebbene, è evidente che così non si può continuare: come per le discariche dei rifiuti anche per gli esseri umani rifiutati e lasciati marcire in galera c´è chiaramente qualcosa di sbagliato nelle leggi. Occorre promuovere una presa di coscienza nella classe dirigente del Paese che imponga una revisione legislativa delle norme criminogene accumulatesi negli anni.
Non bastano le pur meritorie iniziative di gruppi isolati e l´impegno di associazioni come quella che ha promosso il pellegrinaggio a piedi di un gruppo di carcerati raccontato in un bell´articolo di Avvenire di qualche giorno fa. Il problema del carcere è iscritto nella contraddizione tra la funzione di strumento “reintegrativo” dell´individuo nella società che la nostra Costituzione gli ha affidato e la realtà che ne ha fatto una macchina criminogena. Il carcere deve essere concepito come un luogo di passaggio e non come uno stato senza alternative. Una pena certa e un diritto penale minimo, secondo la proposta di Luigi Ferrajoli, debbono sostituire il calvario imposto da norme dettate dalla paura del “nemico della società”.
Così l´Italia non farebbe che tornare alle sue tradizioni storiche remote, quando intorno alle carceri si mobilitavano le migliori energie di una popolazione ben consapevole del fatto che lì si trovavano i più poveri e i meno tutelati della società. Quando, alla metà del Seicento, il vescovo modenese Gian Battista Scanaroli pubblicò il suo monumentale trattato su come doveva funzionare l´istituzione dei visitatori delle prigioni lo definì un libro nato “tra le catene dei carcerati”, “in mezzo alle tenebre dei poveri”. Nell´Italia dei consumi affluenti su quelle tenebre diventate impenetrabili deve accendersi finalmente la luce della ragione.

La Repubblica 24.06.11

"Chi ha paura della patrimoniale?", di Nicola Cacace

Dopo il banchiere cattolico Pellegrino Capaldo, l’industriale Carlo De Benedetti, il presidente dei commercialisti Claudio Siciliotti e Giuliano Amato, è stato Luigi Abete, come presidente di Assonime a tornare sul tema patrimoniale, «componente essenziale della necessaria riforma tributaria» (Il Sole 24 Ore del 22 giugno). Patrimoniale, parola tabù per il centrosinistra parlamentare che attribuisce alla sua incauta evocazione la causa prima di passate sconfitte. Tabù condiviso anche da Abete che dice: «Non la si deve chiamare patrimoniale, bensì Ctc, contributo per trasparenza e crescita», definizione irrisa da Roberto Perotti che scrive il giorno dopo (il Sole 24 Ore, 23 giugno): «Alcuni vogliono finanziare la riforma con una patrimoniale, anche se si illudono di chiamarla con altro nome».
I fautori della patrimoniale partono dalla doppia constatazione che l’Italia è l’unico grande Paese europeo senza una imposta sui patrimoni e che “se il convento è povero, i frati sono ricchi”, avendo l’Italia il terzo debito pubblico del mondo, 1800 miliardi, 120% del Pil, ma anche una delle più grandi ricchezze private delle famiglie, (immobiliare e finanziaria), stimata da Banca d’Italia in 8.600 miliardi, sei volte il Pil. Anche se questa ricchezza è fortemente concentrata, essendo quasi la metà posseduta dal 10% delle famiglie.
Oltre alla esigenza inderogabile di una Riforma fiscale per allentare il peso delle tasse e rilanciare la crescita, c’è l’esigenza altrettanto inderogabile di una manovra finanziaria per rispondere alla richiesta della Ue di rientro del debito il più velocemente possibile (10 o 20 anni?), dall’attuale 120% al 60% del Pil, che implicherebbe una cura da cavallo di 900 miliardi, pari, nella migliore delle ipotesi (20 anni per il rientro) a 45 miliardi l’anno. È partendo da questi dati e da una pressione fiscale eccessiva ed anticrescita, che nascono queste proposte. Da dove altro si possono ricavare le risorse se non chiedendo un piccolo contributo ai più ricchi?
A sinistra solo la Cgil ha avanzato la proposta di una patrimoniale per i super-ricchi «aliquota dell’1% su ricchezze nette superiori a 800mila euro frutterebbe 15 miliardi». Secondo me anche di più, ma non è questo il punto. Si tratterebbe di una imposta di 5000-10.000 euro a famiglia che non impoverirebbe nessuna delle due milioni di famiglie super ricche. La proposta di Abete è diversa, “più di destra”, rivolta a tutti i cittadini, con una aliquota dell’1 per mille che, applicata ad una ricchezza totale di 8.600 miliardi, darebbe quasi 9 miliardi. Di ipotesi se ne possono fare molte ma non è questo il punto. Si può parlare di questi temi anche a sinistra? O come altrimenti pensa la sinistra di evitare a figli e nipoti, gravati da un debito spaventoso, la condanna di sicuro declino?

L’Unità 24.06.11