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La democrazia italiana, i partiti, il PD

La relazione del segretario Pier Luigi Bersani alla Direzione nazionale

Mi atterrò strettamente al tema di questa nostra riunione di Direzione perché vorrei che la discussione si concentrasse sull’oggetto che abbiamo messo all’ordine del giorno e che può essere sintetizzato così: come miglioriamo noi stessi e il funzionamento della nostra vita associativa.
Avevo detto nell’ultima Direzione che avremmo lavorato per investire in diverse direzioni sui risultati che abbiamo ottenuto. Una di queste è senz’altro il partito: l’esigenza di migliorare noi stessi esiste e problemi da risolvere ne abbiamo ancora.
È chiaro – lo dico subito – che migliorare noi stessi vuol dire, prima di tutto, migliorare la nostra politica, il nostro progetto, la nostra proposta nel confronto con i problemi del Paese. E vuol dire creare nel vivo di questo confronto quel nucleo di condivisione e di lealtà reciproca che è la sostanza vera della vita di un’associazione.
Ma certamente esistono anche i problemi – su questo adesso ci concentriamo – che riguardano la struttura della vita associativa e che presentano aspetti che ci suggeriscono una riflessione e un intervento.
Vorrei anzitutto chiarire la proposta che avanzo a proposito del percorso, ossia che cosa intendo quando parlo di conferenza sul partito. Leviamoci dalla testa i modelli tradizionali: non è un paracongresso, né una conferenza con i delegati, né altre cose simili.
Propongo invece un percorso aperto di discussione. Un percorso che parte con la discussione di oggi. Entro una settimana allestiremo un sito dedicato a questa Conferenza, che avrà diverse sezioni, una delle quali sarà costituita dai contributi dei membri della Direzione, i quali potranno scegliere se pubblicare l’intervento di oggi o piuttosto inviare un contributo scritto.
Dopo la Direzione di oggi, ci sarà poi nei prossimi giorni un incontro con i segretari regionali. In questa fase, a partire dalla mia relazione introduttiva e dai contributi dei membri della Direzione, si mette in moto, attraverso il coinvolgimento attivo delle Unioni regionali, una discussione che avrà diversi canali: i circoli, il sito online (sul quale militanti, simpatizzanti, critici e tutti quelli che vorranno intervenire potranno far pervenire il loro contributo), le feste democratiche durante l’estate, nelle quali ci saranno finestre dedicate alla discussione sul tema del partito.
Il ritorno di questa discussione avverrà attraverso una selezione ragionata che verrà fatta dagli organismi regionali e dalla segreteria nazionale, per poi tornare nella Direzione, che formulerà una proposta di indirizzo per l’Assemblea, la quale sarà chiamata a varare eventuali modifiche statutarie o, comunque, a fare un punto finale.
Vedremo come questo percorso si affiancherà all’altro percorso che abbiamo in moto, che è quello sul progetto. L’obiettivo è quello di chiudere per ottobre-novembre. Questo è l’essenziale riguardo la proposta del metodo e del percorso.

Il Pd e la democrazia italiana
In questo avvio di discussione indicherò alcuni nodi problematici che dobbiamo sciogliere, e suggerirò anche l’indirizzo con il quale affrontarli. È chiaro che altri temi si presenteranno lungo il percorso, perché qui non farò l’elenco di tutti i problemi. Immagino anzi che la discussione segnalerà altri problemi e questioni da affrontare. Intendiamo discutere in forma aperta anche per questa ragione.
Il punto fondamentale che qui voglio rimarcare (anche se non vi dedicherò molte parole perché ne abbiamo parlato altre volte) è quello da cui prendiamo le mosse in questa discussione e che deve essere chiaro a tutti quelli che vi parteciperanno: noi stiamo parlando della democrazia italiana.
In altre parole, il tema che noi svolgiamo ha un titolo preciso: che cosa si fa dopo Berlusconi, dopo l’ubriacatura populista e personalista di questa povera democrazia italiana. L’orizzonte è costituito, quindi, dal progetto di ricostruzione, dall’insieme di riforme che devono riconsegnarci una democrazia rappresentativa riformata. Dobbiamo ripartire da qui, ne abbiamo parlato altre volte, perché la premessa di questa Conferenza, a cominciare appunto da come la impostiamo, è assolutamente questa.
È in questo quadro di ricostruzione democratica del Paese che noi solleviamo una discussione sui partiti e, quindi, sul nostro partito.
Noi dobbiamo sempre ricordare che abbiamo scelto di chiamarci Partito Democratico: in queste due parole – forse non ci avevamo pensato fino in fondo – c’è un radicale programma per l’Italia. Non c’è nessun altra forza politica che si chiama partito e in Italia la democrazia incontra problemi particolari.
erto, la democrazia rappresentativa è in una fase di difficoltà in tutto il mondo, perché, da un lato, i canali di partecipazione e di decisione non sono in grado di affrontare i temi nuovi che hanno una dimensione sovranazionale, dall’altro, ci sono esigenze di protagonismo diretto di movimenti e di singole istanze della società, che non accettano di essere mediate oltre un certo limite.
Tuttavia, nessuna democrazia matura nel mondo ha rinunciato a una funzione dei partiti, in nessun modo e da nessuna parte questa esigenza di protagonismo diretto della società civile è diventata la strada per negare alla radice la funzione delle forze politiche.
Noi sappiamo di avere avuto alle spalle una particolare vicenda italiana, ne abbiamo parlato tante volte. Non proponiamo peraltro riedizioni di esperienze passate: sappiamo che per uscire dal populismo non basta dire “democrazia rappresentativa”, bisogna dire “riforma della democrazia rappresentativa”, ribadendo i temi sui quali da tempo siamo impegnati. E, lo ripeto, tra questi temi c’è anche uno importante che riguarda i partiti.
Spero, ad esempio, che si riconoscerà che si sta poco a poco verificando quello che avevamo intuito: nello zoppicare ormai evidente di Berlusconi e della sua area di maggioranza è visibile la confusa ricerca di un modo per affrontare il problema, recuperando una qualche forma-partito. Vedremo cosa faranno.
Non può sfuggirci che in tutto il sistema politico italiano ha prevalso una piegatura personalistica delle formazioni politiche, che, anche per ragioni naturali, non potrà essere eterna. Il tema del rapporto tra leadership e collettivo è quindi il tema di domani.
Se è così, pur con tutti i nostri problemi, abbiamo tre anni di vantaggio sugli altri. Le esperienze buone o cattive che abbiamo fatto ci mettono su questo tema in pole position. Bisogna allora che noi utilizziamo al meglio questo vantaggio, che correggiamo rapidamente i difetti e che così, avendo risolto un certo numero di questioni aperte, ci attrezziamo meglio a svolgere il ruolo di primo partito di questo Paese.
Questo deve essere l’orizzonte dell’impegno che affrontiamo con la Conferenza…
Che cosa intendo quando parlo di un moderno partito popolare e riformatore? Intendo un partito di iscritti ed elettori, nazionale e autonomistico, unito e plurale, laico ma non agnostico eticamente e culturalmente.
Un partito che, da un lato, riafferma con orgoglio l’autonomia e l’essenzialità della politica, dall’altro, ne riconosce i limiti.
Un partito che mette insieme orgoglio e umiltà, che sa riconoscere i confini della sua azione e si pone perciò il problema di avere strutturalmente un rapporto aperto con la società, un rapporto cioè di affiancamento e collaborazione con movimenti democratici e civici, che pretendono politicità senza per questo pretendere di sostituirsi alla politica.
Questo è il tema di domani, perché queste autonome soggettività di cui parliamo vanno naturalmente condotte a non sfociare nell’anti-politica, ma resteranno un dato strutturale della società di domani. Non possiamo pensare che siano fenomeni passeggeri. Attraverso strumenti di formazione, di informazione e anche con l’ausilio della rete bisogna quindi trovare un modo per rilegittimare la politica, affiancandola a istanze e movimenti che sono ugualmente legittimi, ma che riconoscono l’esigenza di una funzione unificante, che è quella della politica.
Se riusciamo a rappresentare la funzione del partito così, possiamo dirci un’altra cosa politicamente impegnativa. Abbiamo tre anni e mezzo di vita. Lavorando così, possiamo costruire un racconto condiviso: dove siamo arrivati è il risultato del lavoro di tutti, è il frutto dell’aiuto e del contributo di tutti.
La grande avventura del Pd dovrà essere narrata in una evoluzione positiva, nella quale tutti hanno dato una mano. Dobbiamo consegnare al futuro una storia condivisa della vicenda di questi anni.
Proprio per questo non intendo in nessun modo che questa discussione sia inficiata o disturbata da preoccupazioni d’area o di corrente. Qui siamo nella nostra ditta, nella quale si parla con libertà e senso di responsabilità. Ognuno dà il suo contributo e alla fine insieme tireremo le somme.

Un partito di iscritti e di elettori
Veniamo a qualche tema specifico, sapendo che ne indicherò alcuni ma non tutti. Per capire cosa intendo quando parlo di partito di iscritti e di elettori, propongo di lasciarci alle spalle la discussione partito leggero-partito pesante. Il partito deve garantire di poter svolgere alcune funzioni essenziali, che sono quelle che ne giustificano l’esistenza.
Deve quindi essere attrezzato ad ascoltare e a confrontarsi con le istanze della società, deve essere capace di un’elaborazione autonoma (deve cioè darsi dei canali propri di elaborazione culturale e politica), deve avere un’organizzazione adeguata a rendere praticabile e veicolabile la sua visione e il suo progetto, deve infine garantire formazione e selezione dei gruppi dirigenti. Queste sono le funzioni necessarie ed indispensabili, che vanno svolte con il massimo grado di leggerezza e di essenzialità.
Ci vuole un minimo di robustezza politico-organizzativa, che non contrasta affatto con l’apertura all’esterno, anzi ne è la condizione. Non penso al partito dei funzionari, ma a una formazione che abbia una stabilità strutturale e garantisca alcune professionalità specialistiche, ad esempio nel settore organizzazione e comunicazione, con figure che, anche al livello territorialmente adeguato, siano in grado di garantire continuativamente rapporti e iniziative verso l’esterno.
Per le funzioni politiche, noi non vogliamo essere un partito di funzionari. Quando necessario e utile, si devono trovare per i ruoli politici forme di collaborazione che abbiano carattere di flessibilità e fluidità.
In un partito così la sovranità appartiene agli iscritti che, a mio giudizio, in diverse essenziali e importanti occasioni, o per via statutaria o per via di decisione politica, la rimettono agli elettori.
Ci sono materie e circostanze in cui il riconoscimento del ruolo degli iscritti è imprescindibile. Si pensi all’elezione degli organismi dirigenti territoriali. O a scelte fondamentali di orientamento politico-programmatico, su cui è giusto valorizzare uno strumento come il referendum degli iscritti. Questa esigenza l’abbiamo enunciata varie volte, ma non l’abbiamo mai praticata.
Per esempio, potremmo sperimentarla alla fine di questo percorso della Conferenza sulle eventuali modifiche statutarie, chiamando gli iscritti a pronunciarsi con un referendum.
Oppure si pensi alle nuove tecnologie. Potremmo, per esempio, studiare di collegare l’iscrizione al partito all’attribuzione di un codice personalizzato di accesso a una rete di consultazione del partito, che possa aiutarci a sperimentare anche nuove forme di democrazia telematica.
Ci sono invece occasioni in cui è opportuno e necessario che gli iscritti, nella nuova logica di un partito che ho cercato di descrivere, trasferiscano la sovranità a una platea più vasta, costituita dagli elettori del partito che accettano di dichiararsi e registrarsi come tali.
Sapete quanto complesso sia il tema della registrazione, che può essere fatta in modo flessibile o più rigido. Anche di questo dovremo discutere, ma il tema c’è. Il trasferimento della sovranità agli elettori è necessario nel caso della scelta dei candidati per i vertici istituzionali.
È una scelta che, per le nostre responsabilità e le nostre dimensioni, non riguarda solo il partito, ma investe le prospettive delle comunità locali. Le primarie sono fondamentali e preziose. Nella normalità dei casi, le primarie si sono rivelate in grado di raccogliere e mobilitare attorno al PD e alla coalizione anche energie esterne ai partiti.
Mettiamo fine a questa discussione che a volte ritorna: noi abbiamo il copyright nazionale ed europeo di questo strumento, non ce lo faremo portar via da nessuno!
Questo intendo quando dico di mettere in sicurezza le primarie: attenzione, uno strumento così prezioso non può essere contraddetto nelle sue finalità.
Noi abbiamo sperimentato che le primarie si sono rivelate preziosissime quando sono state interpretate come una risorsa della politica, sono state meno preziose (uso un eufemismo) quando sono state concepire come una sorta di vincolo regolamentare da brandire nello scontro interno.
In questi casi vi è stato un automatismo burocratico, che ha portato all’utilizzazione delle primarie solo per fini di parte.
Dobbiamo perciò valutare quale sia lo spazio politico necessario per individuare i casi in cui non ci siano le condizioni per il ricorso a questo strumento. Lascio aperta la discussione su questo punto, ponendo il problema e legandolo a un aspetto su cui voglio invece dire una cosa più precisa. È chiaro che in questo meccanismo possono esserci talora elementi negativi o qualche volta perfino patologici; il punto è che quando noi ci roviniamo da soli applicando male il meccanismo, roviniamo anche la coalizione.
Quando parlo di responsabilità, non lo faccio solo per noi: se noi perdiamo un Comune perché abbiamo impostato male le scelte, perdiamo un comune per tutto il centrosinistra e vince la destra!
Penso che la scelta di spostare l’asse delle primarie verso la coalizione si sia dimostrata giusta e vincente. Adesso abbiamo il problema di individuare regole democratiche che impediscano di trasformare, come in qualche caso è avvenuto, le primarie di coalizione per i vertici istituzionali locali in una resa dei conti interna al Pd.
Pongo il tema di meccanismi che favoriscano, magari senza imporla rigidamente, l’univocità della presenza del PD nelle primarie di coalizione. Valutiamo di alzare la soglia di presentazione delle candidature espressione del partito, oppure di individuare dei meccanismi di deroga a rispetto alla regola di un solo candidato del PD nelle primarie di coalizione.
Chiedo un aiuto per trovare una soluzione su questo tema, perché questo, all’atto pratico, si è rivelato il punto si cui si è innestato il problema di cui dicevo, cioè lo svilimento delle primarie in una diatriba interna. Per questa ragione chiedo che sul punto la discussione indichi una soluzione.
Ribadisco che, a mio giudizio, l’apertura agli elettori è una risorsa da salvaguardare anche per l’elezione del segretario nazionale del Partito Democratico. Sia per la sua funzione di rappresentanza generale che per la sua esposizione esterna, è una responsabilità che non può essere intesa come rivolta solo al corpo degli iscritti, perché poi vive quotidianamente sotto i riflettori di una battaglia che coinvolge l’opinione pubblica nazionale, e perché può avere dei tratti unificanti in un Paese che di questo ha assolutamente bisogno.
Per quel che riguarda la selezione dei candidati al Parlamento, noi abbiamo un nostro progetto di riforma elettorale. C’è in corso un’iniziativa referendaria, di cui troveremo il modo di discutere, ma è chiaro che noi abbiamo la nostra proposta. Possiamo dire che tutto ciò che mette in discussione il Porcellum e apre uno spazio per una discussione parlamentare di riforma può essere utile, ma noi abbiamo la nostra proposta.
In presenza del Porcellum, noi siamo di fronte a una questione che è emersa in maniera assolutamente evidente negli ultimi mesi. C’è una spinta enorme alla partecipazione – i referendum, le amministrative, la piazza di Milano – e ci troviamo di fronte all’imbuto di una legge elettorale che costringe alla nomina dei parlamentari.
Questa legge è talmente in contropelo rispetto alle esigenze di partecipazione, che qui davvero può profilarsi una situazione dove rischia di “piovere per tutti”. Quindi noi dobbiamo affrontare il tema, tenendo presenti le implicazioni di ciò che facciamo. Stiamo parlando della composizione di gruppi parlamentari che devono garantire la rappresentanza di genere, i territori, il pluralismo, le competenze e l’apertura all’esterno. Noi dobbiamo ribadire e combinare queste esigenze, per inserirle però in un quadro di partecipazione.
Mi limito a dire che, nel caso in cui rimanga in vigore questa legge elettorale, noi dovremo trovare delle forme che tengano conto anche delle diverse articolazioni territoriali. Ad esempio, abbiamo le Unioni regionali di cui avvalerci. Noi possiamo quindi dare dei criteri di indirizzo, secondo uno schema per cui una parte fondamentale delle scelte vengono rimesse agli iscritti, senza escludere (in particolare per quelle regioni che siano in grado di farlo) iniziative di ulteriore ampliamento dei meccanismi di partecipazione.
Non scendo ulteriormente nei dettagli, limitandomi dunque a un indirizzo che garantisca la partecipazione a partire dagli iscritti (senza escludere forme più larghe laddove a livello regionale le condizioni politiche e regolamentari lo consentano) e che assicuri quegli elementi di unitarietà imprescindibili per i gruppi parlamentari.

Un partito nazionale e autonomista
Il secondo grande tema è costituito, a mio giudizio, dalla dimensione nazionale e autonomista del partito. Noi abbiamo una certa idea dell’Italia, siamo patrioti e autonomisti, e abbiamo una certa idea di federalismo, fondata sulla nostra cultura. La nostra cultura dell’autonomismo è una risorsa preziosissima se collegata alla nostra vocazione patriottica. Come partito federale, noi abbiamo cominciato negli ultimi anni a dare più risorse e strumenti alle organizzazioni territoriali. Siamo convintissimi che un partito non si rimette in piedi puntando solo sul trascinamento dei leader o sulle campagne nazionali.
Per questo dobbiamo rafforzare l’autonoma responsabilità economica, organizzativa e politica dei nostri livelli territoriali.
Qui c’è il punto di come questa rappresentanza territoriale trovi diretta espressione negli organi dirigenti nazionali. Propongo con grande convinzione il principio per cui una quota consistente – io direi fino alla metà – degli organismi ad ogni livello (nazionale, regionale e provinciale) debba essere espressa direttamente dalle organizzazioni dell’ambito territoriale sottostante.
Questo perché tale meccanismo di rafforzamento delle rappresentanze locali ancora il dibattito politico alla concretezza del radicamento territoriale, corresponsabilizza i territori nella dimensione nazionale, diventa una leva di promozione e di selezione di quadri validi che, se rimangono chiusi in una dimensione localistica, non possono alzare lo sguardo. Partecipare al lavoro di direzione a un livello più ampio è un elemento formativo per eccellenza.
L’applicazione di questo principio può inoltre essere un meccanismo correttivo (non risolutivo, ma correttivo sì) dell’eccesso di verticalizzazione correntizia, perché, in fin dei conti, se un circolo deve mandare qualcuno alla direzione provinciale, mediamente sceglie il giovane che ha voglia di andarci e che è ritenuto capace.
Se la decisione la prendiamo da Roma, non è detto che sia così. Su questo sono interessato a discutere seriamente, è un punto essenziale. È chiaro che non si risolvono le cose dall’oggi al domani, ma si può mettere in moto un processo di cambiamento positivo.
Vi è poi il tema del rapporto tra partito e amministratori locali. Abbiamo approvato recentemente il regolamento per la buona condotta degli amministratori locali. È uno strumento importante, perché consente di dire all’amministratore locale: «Rispondi ai cittadini, però sei nel PD. Noi rispettiamo la tua autonomia e non ci interessa dirti chi sono gli assessori, per noi le regole essenziali sono correttezza, trasparenza, rigore».
Riguardo l’aspetto politico, il problema è come, nelle condizioni date, si garantisce l’autonomia degli amministratori e insieme si valorizza il patrimonio di affidabilità e di fiducia che tanti di loro esprimono e che li rende una risorsa fondamentale.
Ribadita l’autonomia dei vertici istituzionali rispetto alle scelte gestionali, occorre una comunicazione più stretta nell’indirizzo politico e amministrativo per uscire dall’eterno dilemma: il partito si lamenta del disinteresse del sindaco e il sindaco del fatto che nessuno gli dia una mano. È una storia antica, non nasce certo oggi. Qui bisogna dire agli amministratori: noi non entriamo nelle vicende gestionali, però una volta l’anno (arriverei a prevederlo anche statutariamente) si tiene una conferenza programmatica organizzata dal partito sulle prospettive amministrative.
Può essere questo o un altro meccanismo, ma cerchiamo di trovare una soluzione. Inoltre, il meccanismo di cui ho detto, che prevede organismi costruiti per una buona parte su base territoriale, può essere anche il veicolo per mettere di più alla prova della direzione politica esperienze amministrative. Mi pare che anche questo possa essere utile.
Se noi costruiamo un’architettura del partito a forte base territoriale, possiamo tranquillizzare su un altro punto cardine, ossia sulla necessità di rafforzare le funzioni centrali del partito. Se davvero vogliamo il partito federale, dobbiamo farlo con funzioni centrali che siano adeguate. In nome di che cosa? Della proprietà indivisa, ossia del marchio, della ditta, che, se viene danneggiata in un luogo, viene danneggiata dappertutto.
Se costruiamo degli organismi nazionali nei quali ci sia anche la presenza forte dei territori, lì si possono condividere anche decisioni di intervento che siano più incisive di quelle che abbiamo oggi. Naturalmente mi riferisco a casi-limite, come quelli che possono riguardare il mancato rispetto del Codice etico (che deve essere invece sempre esigibile), questioni programmatiche dirimenti, o anche questioni di candidature e alleanze che possono mettere in discussione la credibilità di fondo del partito.
In queste circostanze, credo che bisogna prevedere per gli organi nazionali la possibilità di intervenire e anche, nei casi-limite, di avocare la decisione ultima.
A proposito dell’autonomia dei livelli territoriali, bisogna affrontare il tema della modalità di elezione dei segretari regionali, che intendo rimettere alla discussione.
Abbiamo avuto l’esperienza dell’agganciamento dell’elezione dei segretari regionali al meccanismo delle primarie per il segretario nazionale. Questa soluzione a me non pare coerente, in quanto stride con l’impostazione per la quale i livelli territoriali devono avere la possibilità di un confronto politico autonomo.
I livelli regionali sono rimasti schiacciati: un po’ di filiere verticali, un po’ di sostegno di liste locali, il tutto dentro una discussione molto nazionale. Proporrei lo sganciamento temporale dei congressi regionali rispetto alle primarie per il segretario nazionale.
A questo punto si pone però un altro problema: finché c’è l’aggancio alla dimensione nazionale, si può pensare di fare le primarie per il segretario regionale, ma, se non è così, comincia a essere più complicato, in quanto diventa concreto il rischio di una burocratizzazione delle primarie. Discutiamone comunque: a mio giudizio, il punto di fondo è se scollegare il percorso regionale da quello nazionale. Se si propende per questa ipotesi, a me pare più logico restituire agli iscritti la scelta del segretario regionale.

Un partito plurale e unitario

Ho detto in più occasioni che non vogliamo un partito con stanze o appartamenti separati, ma che la ricetta che prepariamo deve comunque lasciar trapelare gli ingredienti diversi, ossia i diversi filoni e le differenti sensibilità. Ho accennato prima che un diverso rapporto tra centro e territori può contribuire a evitare la piegatura delle aree culturali verso esiti correntizi verticali.
Dobbiamo incoraggiare la fisionomia politico-culturale delle aree, facendo di questo un asse del partito. Discutiamone quindi, io guardo con un certo favore quando le aree promuovono iniziative culturali, di approfondimento e di ricerca.
Mi pongo e pongo il problema, se questa è la dimensione e la prospettiva, di verificare come poi il partito si attrezza per una sintesi utile di questi apporti culturali. Tra le funzioni strutturali di un partito a livello nazionale (e probabilmente non solo a questo livello) c’è quella di un ufficio studi o di qualcosa di analogo, nel quale nel rapporto con tutte queste varie realtà si riconfigurano anche punti di sintesi, temi di relazione, specializzazioni nell’approfondimento dei temi.
Dall’altro lato, io rafforzerei la dimensione e il ruolo dei territori, man mano che cambiano i protagonisti e si impongono le nuove generazioni, alle quali non possiamo certo consegnare gli schemi di una volta. Dobbiamo incoraggiare largamente processo di de-verticalizzazione. Le correnti verticali non sono l’architettura del partito del futuro.
Una volta che ci siamo intesi su questo, il pluralismo culturale deve essere difeso e valorizzato, perché è la nostra ricchezza. Vorrei che, nel corso della nostra discussione, approfondissimo la ricerca di questo punto di equilibrio: come rafforzare il profilo politico-culturale del pluralismo, evitando la verticalizzazione correntizia.
Questo è necessario anche perché ho in testa un partito -l’ho anticipato prima- laico ma non agnostico sui temi etici, sui grandi temi culturali, sulle nuove frontiere delle scelte etico-morali. Qui si colloca il tema di come ci accostiamo a temi nuovi e delicati. Ribadisco che noi dobbiamo riconoscere il diritto all’appello alla coscienza come elemento irrinunciabile, che deve però essere collocato a valle di un processo di discussione, di affidamento reciproco, che muove dalla consapevolezza che tutti noi siamo nel partito per prendere decisioni in nome del bene comune. Questo ci vincola a ragionare, anche quanto proponiamo leggi, considerando la coscienza di tutti.
Ritengo quindi che (se ne parla sempre per questi casi, ma non riguarda solo questi casi) che i gruppi parlamentari e consiliari del partito debbano darsi regole di solidarietà e di disciplina interna: non esiste per nessuno il vincolo di mandato, e tuttavia l’appartenenza a un gruppo è una scelta, che presuppone l’accettazione di regole condivise.
Queste regole devono naturalmente prevedere la possibilità del voto di coscienza, ma inserendolo in un quadro di valorizzazione della ricerca comune delle soluzioni ed evitando che l’appello al voto di coscienza sia banalizzato. Non entro nei particolari, ma le forme possono essere trovate.
L’importante è che abbiamo chiaro il punto politico fondamentale. Quando dico che non siamo agnostici, intendo che dobbiamo sempre ricordare che il centrosinistra non è il centrodestra, il che significa non possiamo rappresentare il nostro mondo mettendoci nel relativismo più totale riguardo i temi cruciali.
Abbiamo su questi temi un’altra pelle, più sottile. La nostra gente è diversa, chiede sempre un forte riferimento di senso e di valore. Noi dobbiamo trovare il modo di mettere in valore la ricchezza e la forza di convinzioni etiche e religiose, per trovare poi una nostra piattaforma di cultura politica, naturalmente praticando l’autonomia della politica. Autonomia significa che la politica deve mettersi nella condizione di poter decidere per tutti, rivendicano il suo ruolo di mediazione tra principi e norme.

L’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione e i costi della politica
Nel nostro percorso, affrontando il tema della trasparenza e dei costi della politica, non possiamo eludere la questione di una legge di attuazione dell’art. 49 della Costituzione. Capisco le controindicazioni, il rischio di fossilizzare e irrigidire la vita interna dei partiti. Ma se vogliamo dire più chiaramente che per noi la necessità dei partiti non significa il ritorno ai difetti dei vecchi partiti, credo che l’attuazione dell’art. 49 ci dia una bella occasione.
Ci sono già proposte in Parlamento, discutiamone a partire dal principio che un partito, per assolvere la funzione costituzionale, deve garantire trasparenza e meccanismi democratici di partecipazione. In questo quadro, possiamo vedere che cosa significa ribadire una posizione forte sul tema dei costi della politica. Facciamo attenzione su questo, perché ovunque si discute dei costi della politica e noi abbiamo il dovere di mettere un argine a una possibile deriva verso l’antipolitica e la plutocrazia.
La mia proposta è di individuare una soglia europea, verificando, ad esempio, quanto si spenda in Germania o in Francia per i partiti, per i parlamentari e quali siano gli istituti che non coincidono (ad esempio, i vitalizi da abolire). Non accettiamo derive di antipolitica, attestiamoci su una posizione e combattiamo, rivendicando però criteri di sobrietà. Non ci sono solo le questioni che riguardano la pubblica amministrazione, le riforme istituzionali e la riduzione del numero dei parlamentari.
Abbiamo certo altri aspetti da considerare: i superstipendi dei manager, la fiscalità a carico delle imprese che danno buonuscite esagerate e altro ancora. Detto questo, non possiamo non guardare ciò che riguarda direttamente la politica.
Questa impostazione deve coinvolgerci tutti, PD nazionale e livelli regionali, perché noi abbiamo un problema specifico che riguarda proprio la dimensione regionale. È una questione seria, bisogna che ci impegniamo a fondo su questo. Anche in quest’ottica, occorre garantire che il partito in quanto tale abbia una sua autonomia gestionale e organizzativa rispetto a funzioni istituzionali che hanno accumulato, nel corso di varie legislazioni, un potere di apparati e di risorse che alla fine sbilancia qualsiasi equilibrio. Non va bene, questa situazione non è salutare per nessuno, né per le funzioni istituzionali, né per il partito.
Procediamo quindi con determinazione e senza cadere nell’antipolitica, ricordando che ci sono anche realtà come quella dei sindaci di Comuni sotto i 30 mila abitanti, il cui trattamento è palesemente inadeguato. In questi casi si tratta invece di correggere per dare una mano in più.

Formazione, comunicazione, progetto

Un ulteriore aspetto riguarda la formazione e la comunicazione. Diciamo intanto che sulla rete siamo presenti più di quanto si dica e più di altri. Riguardo l’uso della rete voglio dire due cose: non siamo interessati ai meccanismi autoreferenziali della rete, siamo invece interessati alla rete come potentissimo strumento di critica e di aggancio alla realtà.
La sua potenzialità risiede proprio in questo, come grande strumento di connessione con la fisicità, la materialità dell’azione politica. Quando portiamo l’esempio di Obama, in fondo ci riferiamo a questo.
Internet non sostituisce, anzi alimenta una dimensione comunitaria reale. In questo senso, sulla rete possiamo fare di più. Nel corso di questa Conferenza cercheremo anche idee nuove: come abbiamo i volontari per fare le feste democratiche, così noi dovremmo avere dei volontari della rete, perché la rete è un luogo cruciale di critica della realtà e di combattimento politico-culturale.
Intendiamoci, in molti casi saranno gli stessi che fanno le feste, perché noi abbiamo anche una generazione di giovani che partecipa alle feste. Non sto affatto parlando di due categorie distinte, sto dicendo che dobbiamo mantenere attivi entrambi i canali.
Credo che abbiamo risorse partecipative enormi da attivare. Mi riferisco anzitutto alle feste democratiche: non dobbiamo mai sottovalutare l’importanza di questi appuntamenti. Proverei anzi a raccogliere idee su come non limitare questi aspetti comunicazione popolare solo alla festa annuale e come trovare anche durante l’anno dei modi più rapidi e semplici per organizzare un’iniziativa culturale o un momento di ritrovo popolare.
L’obbiettivo deve essere quello arricchire l’iniziativa politica con momenti comunicativi e comunitari durante l’intero corso dell’anno.
Il terreno della formazione politica è per noi cruciale. Dobbiamo mettere a sintesi le iniziative interessanti che abbiamo già realizzato. In più, abbiamo ora un nuovo tassello molto importante: un grande progetto di formazione e mobilitazione di duemila giovani delle regioni meridionali.
Non entro nei dettagli, anticipo solo che sarà una sperimentazione, un modo per costruire un meccanismo di circolazione politica interna fra giovani già impegnati nel Mezzogiorno nella battaglia politica e amministrativa.
Non ho bisogno di aggiungere quanto sia cruciale questo tema del Sud, anche se certo nel Sud non tutte le realtà sono uguali. Ruolo dei territori e selezione delle migliori esperienze negli organismi dirigenti nazionali; funzione più incisiva del centro; formazione: sono tre leve anche per affrontare le situazioni in cui c’è da ricostruire daccapo, perché noi abbiamo situazioni in cui c’è da ricostruire daccapo.
Tutto questo però non può avvenire (lo vedremo meglio affrontando il progetto) senza una nuova piattaforma culturale, politica e programmatica per il Mezzogiorno. Se vogliamo costruire nuove classi dirigenti, non possiamo che farlo impugnando una nuova linea politica e una nuova idea del Mezzogiorno. È evidente, quindi, che c’è una questione di contenuti.
Riguardo la pari dignità femminile, la conferenza delle donne Pd, che si sta progressivamente strutturando, può esserci d’aiuto non solo come elemento di specializzazione dell’iniziativa, ma per imporre questa questione come un tema generale di battaglia politica nel Paese. Va benissimo la parità negli organismi dirigenti, ma insisto sempre nel dire che dobbiamo sempre farci percepire all’esterno come quelli che la parità la vogliono anche fuori. Non possiamo fare la società perfetto in un partito solo, su questo occorre che rafforziamo il messaggio esterno.
Facciamo attenzione a quel che sta succedendo nel Paese: il movimento civico che si è manifestato alle amministrative era strapieno di donne. È quasi una tautologia dire: si muove una spinta civica, si muove la società, si muovono le donne. E vorrei far notare che, se si guarda la composizione delle nuove giunte, stavolta, senza tanti conflitti, la parità di genere ha trovato un riconoscimento piuttosto diffuso. Ritengo che non sia un passo da poco, proprio perché collegato a una vittoria e a un cambio di fase.
Propongo di inserire nella discussione anche il tema delle nuove generazioni. I giovani devono potersi misurare sempre di più con responsabilità di direzione politica. Ne abbiamo tanti in giro. Abbiamo bisogno di portarli a sperimentare compiti di direzione a livelli superiori, perché non vengano fuori rinnovamenti estemporanei. Il rinnovamento è una cosa seria e dovrebbe essere uno dei compiti fondamentali di ogni leader e di ogni gruppo dirigente quello di promuovere la presenza delle nuove generazioni.
Qui c’è una missione specifica dell’organizzazione giovanile, che io definirei in questi termini: dare una mano perché una parte di tutto quello che si sta muovendo nel mondo giovanile possa indirizzarsi verso l’impegno politico. A mio giudizio, il compito principale dei giovani democratici potrebbe essere quello di stimolare quelle energie in circolazione nelle università, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, interessate o anche solo incuriosite dall’impegno politico.
Poi si vedrà come la pensano, però l’obiettivo prioritario deve essere quello di incoraggiare a un impegno politico quei protagonismi e quelle energie giovanili che sorgono su un terreno parziale e che poi purtroppo spesso non riescono a superare questa parzialità.
Ci siamo definiti il partito del lavoro, del lavoro non solo dipendente, ma imprenditoriale, autonomo, professionale, artistico. Possiamo anche qui esaminare la possibilità che sul tema del lavoro il partito organizzi un appuntamento annuale di riflessione e approfondimento. Faccio notare che Berlusconi, nell’ultimo intervento parlamentare, ha parlato per un’ora e non mai ha pronunciato la parola ‘lavoro’. È una cosa impressionante, che però ci dice anche che quanto spazio ci sia per un partito che davvero voglia sviluppare fino in fondo questa chiave.
Infine, possiamo discutere anche di come abbiamo organizzato le strutture centrali e regionali. Anticipo un mio giudizio di sintesi: le strutture dipartimentali e di forum non funzionano tutte allo stesso modo, però quelle che funzionano ci hanno consentito di riprendere rapporti con mondi e realtà importanti, di fare elaborazione, di essere presenti. Insomma, se ce n’è qualcuna che funziona, vuol dire che anche le altre possono funzionare. Su questo io non avanzo perciò proposte di modifiche strutturali, piuttosto intensificherei e formalizzerei di più una prassi che in parte già esiste: il lavoro comune fra dipartimenti, forum, gruppi parlamentari e gruppi consiliari regionali.
C’è da rafforzare, in particolare, la collaborazione con il nostro gruppo europeo. In realtà, la politica europea è ormai politica domestica, nazionale, non è più parte della politica internazionale. Facciamo veramente fatica a digerire questa novità, sia come sistema istituzionale, sia come partito. Su questo valuterei anche di introdurre un correttivo formale nella nostra struttura interna, per sottolineare questo cambiamento.
Siccome siamo partito di progetto, tutto quanto ho detto è naturalmente l’intelaiatura dell’elaborazione programmatica e delle battaglie politiche. Non mi sfugge che dobbiamo perfezionare anche il nostro modo originale di costruire progetto e proposte, anche se siamo arrivati già a un certo punto. Concluderemo entro fine anno il lavoro sul progetto, sviluppatosi con il contributo dei forum e le riunioni dell’Assemblea nazionale.
A me pare che questo lavoro abbia funzionato. Forse un difetto o, comunque, un limite si manifesta riguardo la ricaduta di questa elaborazione programmatica nelle dimensioni territoriali, dal livello regionale a seguire, un grande limite nella diffusione di ciò che elaboriamo.
Forse a questo problema non si ovvia solo con rimedi organizzativi, ma provando a rafforzare già nella fase ascendente, quella di costruzione iniziale delle proposte, il coinvolgimento delle dimensioni regionali e locali.
In conclusione, apriamo oggi un percorso inedito nelle esperienze della politica italiana e non solo italiana. La nostra Conferenza avverrà all’aria aperta, ricercando contributi in modo largo e coinvolgente e aiutandoci così a trasmettere, anche per via di metodo, un tratto della nostra identità.

da www.partitodemocratico.it

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Costruiamo la democrazia italiana del dopo Berlusconi
Scriviamo una nuova storia senza discorsi di parte. Sarà racconto condiviso, tutti avranno dato mano. Così Bersani in apertura della Direzione nazionale in corso di svolgimento. “Il nostro compito è quello di costruire la democrazia italiana del dopo Berlusconi e per questo obiettivo faremo riforme per superare l’ubriacatura populista berlusconiana”. Lo ha detto il segretario del Pd Pier Luigi Bersani nella relazione con la quale ha aperto la Direzione nazionale del Partito nella sede del Nazareno.

“Consegniamo ai nativi del Pd una nuova storia” ha ribadito il leader democratico. “Dovremo costruire un racconto condiviso perché dove arriveremo lo avremo fatto tutti insieme e tutti avranno dato una mano. Non disturbiamo questo percorso con discorsi di parte”.

“Avanzeremo proposte – ha aggiunto Bersani – per andare verso una democrazia rappresentativa riformata. Oggi si apre una discussione su quale democrazia vogliamo, su quali partiti vogliamo e, quindi, su quale Partito Democratico vogliamo”.

www.partitodemocratico.it

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Bersani: nostro copyright primarie, basta rese dei conti

«Costruiamo la democrazia italiana del dopo Berlusconi. Faremo riforme per superare l’ubriacatura populista berlusconiana».

È questo uno dei passaggi della relazione con cui il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, ha aperto la Direzione del partito Bersani ha ricordato che l’odierna riunione è dedicata all’organizzazione della conferenza nazionale che si svolgerà in ottobre e sarà dedicata alla vita interna del partito: «Consegniamo ai nativi del Pd – ha esortato Bersani – una nuova storia. Per far questo dovremo costruire un racconto condiviso, perchè dove arriveremo lo avremo fatto tutti insieme e tutti avranno dato una mano. Non disturbiamo questo percorso con discorsi di parte».

Tocca dunque al Pd, ha proseguito Bersani, costruire «la democrazia italiana del dopo Berlusconi» promuovendo «riforme per superare l’ubriacatura populista berlusconiana». Come Pd, ha detto ancora Bersani, «avanzeremo proposte per andare verso una democrazia rappresentativa riformata. Oggi – ha detto ancora – si apre una discussione su quale democrazia vogliamo, su quali partiti vogliamo e, quindi, su quale Partito Democratico vogliamo».

l Pd «non deve essere un partito di funzionari, ma un partito solido e con capacità di ascolto, di elaborazione e di selezione della classe dirigente». Lo ha detto Pier Luigi Bersani, nella relazione alla direzione nazionale, durante la quale ha sollevato l’esigenza di «dare più poteri agli iscritti». Il Pd deve essere «un partito di iscritti ed elettori, nazionale e autonomista, plurale e unitario, laico ma non agnostico», ha detto il segretario Pd.

«Le primarie per i vertici istituzionali sono fondamentali. Noi abbiamo il copyright nazionale ed europeo e non ce le faremo portare via da nessuno», ha detto Bersani.

Le primarie «vanno messe in sicurezza». Pier Luigi Bersani pone alla direzione nazionale il tema della frammentazione nel Pd, causata dalla competizione interna. «Bisogna evitare che a livello locale ci sia una resa dei conti» e bisogna porre dei paletti alle doppie candidature del Pd.

«La sovranità appartiene agli iscritti che in alcune circostanze la mettono nelle mani degli elettori», dice il segretario del Pd. Il leader democratico ha aperto «al referendum degli iscritti» e a forme di consultazione online.

l Pd è un «partito federale e patriottico». Lo dice Pier Luigi Bersani nella relazione alla direzione del Pd. E aggiunge: «una quota dei dirigenti locali, direi fino alla metà, deve essere espressa dal territorio».

www.unita.it

"Gli strateghi del Nulla", di Paolo Leon

Occorrerebbe fare chiarezza sulla politica economica, dove si sovrappongono diverse voci, molti giudizi e qualche minaccia. Cominciamo da Berlusconi, che ha tracciato un programma insensato, perché mentre continua ad esprimere un giudizio positivo sulle politiche del governo, contemporaneamente riconosce la necessità di una manovra per lo sviluppo che evidentemente non c’è. Poiché la scarsa crescita è con noi da tempo, occorre dedurne che Berlusconi crede oggi che l’«aver messo in ordine i conti» non aveva alcun riferimento con lo sviluppo: avrebbe ragione, naturalmente, come ogni volta che si pratica la strategia dei due tempi (prima i sacrifici, poi lo sviluppo) ma allora, fin dall’inizio della legislatura, avrebbe dovuto mettere in campo politiche di sviluppo e ordine nei conti. Era un programma necessario, anche per evitare che l’austerità di Tremonti si riflettesse negativamente sulla ripresa economica, ed era politicamente fattibile data l’enorme maggioranza della destra in Parlamento. L’attuale perdita di credibilità del governo sta proprio nell’angustia di quel disegno. Adesso, promettere qualcosa sullo sviluppo, per esempio con qualche cervellotica operazione sulle aliquote dell’Irpef, compensata forse da un aumento dell’Iva o da una riduzione delle pensioni, serve soltanto ad adescare consenso, non certo a rimettere in moto l’economia e, in ogni caso non basterebbe a ridurre il deficit pubblico. Tremonti, a sua volta, ha volato apparentemente basso, cercando di apparire come l’uomo della lesina. Il suo comportamento, però, è sconcertante. Al Consiglio Europeo, il ministro italiano non ha ricordato la sua stessa proposta per gli eurobond, ha dimenticato l’idea di una tassa europea sulle transazioni finanziarie, non ha rilevato l’effetto deprimente sull’economia europea di bilanci in pareggio in due-tre anni, né ha fatto rilevare come, per alcuni Paesi, ciò scuote alle fondamenta il patto sociale nazionale, non ha preteso una qualche difesa dalla speculazione internazionale dei debiti pubblici dei Paesi membri, non ha speso parole sulle agenzie di rating. L’Italia, certo, è il Paese europeo con il debito pubblico più alto, ma ha un peso molto rilevante perché è il terzo Paese manifatturiero d’Europa, è sostegno indispensabile per l’Euro, provvede risparmio a tutta l’Europa, ha, nelle sue banche, meno problemi della Germania e della Francia. Che Tremonti abbia accettato le politiche di rientro dell’Unione, senza alcuna apertura su politiche europee per la crescita, può voler dire solo due cose: o egli ritiene cinicamente che le indicazioni europee e le minacce conseguenti della Commissione non valgano un soldo bucato, e nessun Paese riuscirà effettivamente a rientrare dai deficit e dal debito, oppure ha usato la severità della Commissione per farsi legare le mani, così da scalzare Berlusconi e qualificarsi come il Quintino Sella di un governo di salute pubblica. In una cosa è riuscito Tremonti: a porre il debito italiano su un piano vicino a quello greco, con la conseguenza che, di nuovo, è la paura che comanda l’elaborazione delle politiche economiche nazionali.
Nella confusione, torna anche l’idea, a destra e a sinistra, che il risanamento finanziario sia già una politica di sviluppo. Che non sia così è chiaro a chiunque non dorma ad occhi aperti; ma la paura è come il sonno: genera mostri. Non c’è soluzione, se non nella formulazione del programma di governo del centro sinistra: è questo che deve prendere insieme i due tempi, lavorare per l’occupazione e per un ragionevole risanamento, riprendere il disegno europeo e fin d’ora prospettarlo ai partner dell’area Euro. Un “vaste programme”? Dopo Berlusconi&Tremonti, è solo questo che può restituire credibilità alla nostra finanza pubblica, ed è anche la premessa per mandare a casa la destra.

L’Unità 24.06.11

"Prepariamoci al dopo Gelmini", di Fabrizio Dacrema

I recenti risultati elettorali ci dicono chiaramente che una fase politica è ormai alla fine. Quali che siano i tempi della transizione, questo governo, ormai ridotto al galleggiamento balneare, ha imboccato la strada del declino irreversibile. Il vento del cambiamento vede protagonisti soggetti e temi che sono stati al centro delle mobilitazioni contro le politiche del governo su scuola, università e ricerca. Dobbiamo prepararci al dopo Gelmini, consapevoli che ci attende un’opera di ricostruzionen profonda in un contesto molto difficile, segnato da una quadro finanziario pesante (prevista una manovra da 40/45 miliardi entro il 2014) e da una situazione politica ancora priva di una chiara alternativa pronta a prendere le redini del governo. Elezioni comunali e referendum ci insegnano che si vince dove e quando si realizza una vera e propria riattivazione sociale e politica dei cittadini attorno proposte realmente condivise, costruite attraverso il confronto e la partecipazione attiva.
Su questa lunghezza d’onda stanno muovendosi gli Stati Generali della Conoscenza (www.statigeneralidellaconoscenza.it), nati dall’intuizione che in questa fase è prioritario dare voce ai protagonisti di scuola, università e ricerca e ai soggetti interessati alla loro funzione sociale e civile. Un’apertura essenziale alla partecipazione e al confronto che ha unito nel Comitato Promotore oltre 30 organizzazioni (nel blog è reperibile il documento di base con i soggetti che lo hanno sottoscritto) e ha permesso di far prevalere le capacità di ricomporre, tenere assieme, fare rete, oltre gli steccati e le divisioni.
Queste scelte spiegano il successo del primo appuntamento nazionale degli Stati Generali della Conoscenza, tenuto a Roma il 17 e 18 maggio scorsi, che ha visto una partecipazione superiore alle più ottimistiche previsioni: più di 800 le persone (studenti, docenti, ricercatori, lavoratrici e lavoratori precari della conoscenza, dottorandi, genitori insieme ai rappresentanti di associazioni impegnate nella cultura e nel sociale) sono state presenti a entrambe le giornate, partecipando ai lavori in plenaria e ai seminari. L’ampia partecipazione e la ricchezza dei punti di vista che si sono espressi nel corso delle due giornate di lavoro hanno prodotto una prima elaborazione sullo stato della conoscenza del nostro paese e sulle prospettive di cambiamento. Si tratta ora di proseguire il percorso e di ampliare le alleanze sociali sul tema della centralità della conoscenza. Si deve sviluppare il nucleo propositivo iniziale, contenuto nel documento di base e nei report dei seminari, attraverso iniziative articolate, tematiche e/o decentrate, finalizzate ad approfondire i nodi individuati e a definire proposte e azioni utili.
Le iniziative si svilupperanno fino all’autunno e vedranno il coinvolgimento delle organizzazioni promotrici presenti nelle diverse realtà. Successivamente il Comitato promotore nazionale farà convergere elaborazioni e proposte in un altro appuntamento nazionale con l’obiettivo di mettere in campo una piattaforma condivisa sui temi della conoscenza. Emerge l’esigenza di una nuova visione sui temi della conoscenza, fondata sulla consapevolezza che oggi il diritto al sapere è il diritto di ogni persona ad apprendere lungo tutto il corso della vita. L’apprendimento permanente è sempre più la chiave di accesso ai principali diritti di cittadinanza (dal lavoro alla partecipazione attiva alla vita politica) e lo strumento per fronteggiare i problemi della modernità (dall’innovazione continua
all’intercultura).
L’apprendimento permanente è anche la nuova prospettiva per ripensare i sistemi formativi. La formazione iniziale non può più essere considerata un percorso esaustivo cui seguono aggiornamenti nel corso della vita adulta. Le conoscenze aumentano in modo straordinario e mutano sempre più velocemente, le competenze deperiscono rapidamente. Solo l’apprendimento permanente permette di non trovarsi nel corso della vita privi del bagaglio di competenze sufficienti per orientarsi nella complessità sociale, per trovare e tenere un lavoro o per riconvertire la propria professionalità. Il primo compito della formazione iniziale diventa allora assicurare a tutti la capacità di apprendere per tutto il corso della vita, una formazione culturale di base che attivi in ogni persona un’autonoma capacità di apprendere. I lavori del Forum Nazionale degli Stati Generali della Conoscenza si sono poi sviluppati lungo quattro direttrici di cambiamento:
• potenziare gli strumenti del diritto allo studio: legge quadro e definizione dei livelli essenziali di prestazione, piano straordinario per l’edilizia scolastica, case dello studente, strutture universitarie e per la ricerca pubblica, nuovi strumenti universali di welfare (contributi economici e servizi pubblici) capaci di sostenere l’effettivo accesso ai saperi e alla cultura, politiche di welfare universalistiche contro la precarietà lavorativa;
• costruire sistemi pubblici, integrati e decentrati, che valorizzino l’autonomia delle istituzioni della conoscenza e ne favoriscano l’interazione con le autonomie locali e i soggetti sociali: reti tra i soggetti coinvolti nei processi formativi, legge quadro per l’apprendimento permanente, certificazione delle competenze comunque acquisite;
• cambiare il modo di fare scuola: attivazione dei soggetti che apprendono, didattica laboratoriale, sviluppo di competenze attraverso la soluzione di “compiti di realtà”, profonda revisione dei curricoli, ricerca didattica, formazione iniziale e continua degli insegnanti, valutazione di sistema;
• promuovere politiche formative che assicurino ad ogni persona una solida formazione culturale di base e professionale e che puntino all’innalzamento diffuso dei livelli di istruzione e formazione per superare il deficit cognitivo del sistema produttivo italiano e per promuovere qualità e innovazione.
Su questi temi le oltre trenta organizzazioni che hanno promosso gli Stati Generali della Conoscenza continueranno il lavoro comune di ricerca ed elaborazione nella convinzione che non esistono autosufficienze, specie se l’obiettivo non è la sola testimonianza, ma l’avvio di un effettivo processo di cambiamento. Occorrono convergenze e alleanze, le forze interessate alla ricostruzione della scuola pubblica devono realizzare la “massa critica” sufficiente a vincere le resistenze al cambiamento. Una nuova convergenza delle forze sociali sui temi della conoscenza sembra il modo per riuscire a spostare il baricentro dell’interesse pubblico più sui temi del futuro e delle prospettive delle nuove generazioni, in un contesto dove stanno prevalendo gli interessi a breve, sia in campo economico che
politico.

da ScuolaOggi 24.06.11

"Scontro sulla legge bavaglio. Alfano: sulla P4 nessun reato e intercettazioni inutili", di Alberto D'Argenio

Il Pdl preme sull´acceleratore per approvare la legge sulle intercettazioni. Il governo vuole il sì entro luglio e rispolvera il testo Mastella. Il Guardasigilli attacca i pm dell´inchiesta sulla P4 definendo «irrilevanti penalmente» le conversazioni registrate. Per il presidente della Camera Gianfranco Fini «il decreto-bavaglio sarebbe incostituzionale». E Napolitano sarebbe pronto a fermarlo. Nuovo scandalo, nuova legge bavaglio. E questa volta quanto prima. Sommerso dalle intercettazioni sulla P4 il governo studia un provvedimento da approvare in fretta e furia per mettere fine alla possibilità di rendere pubblici i particolari delle inchieste, a partire da quella di Napoli che sta facendo tremare i palazzi del potere. Lo certifica Fabrizio Cicchitto: «Quello che sta avvenendo è semplicemente scandaloso», dice il capogruppo del Pdl alla Camera che tra l´altro attacca anche l´editore del gruppo Espresso, Carlo De Benedetti. Il Pdl è sul piede di guerra e lo si capisce dalla mobilitazione dei suoi. Parla il Guardasigilli (e segretario in pectore del partito di Berlusconi) Angelino Alfano per dire che «le intercettazioni che leggiamo oltre a non essere penalmente rilevanti non sono gratis» e per gli ascolti abbiamo accumulato «un debito di un miliardo di euro». Secondo Alfano le intercettazioni sono state utilizzate senza alcuna prudenza. Per il capo della diplomazia Franco Frattini ci troviamo di fronte a qualcosa di “indegno e illegale”. E in serata parte alla carica con un editoriale di fuoco in prime time il direttore del Tg1, Augusto Minzolini.
Le somme le tirano i parlamentari di rango del Pdl. Come Maurizio Lupi: “Non se ne può più, servono regole e pene certe per fermare una pericolosa deriva”. E chiede anche l´approvazione di un provvedimento condiviso. I tempi di intervento li detta il capogruppo in commissione Giustizia Enrico Costa, per il quale bisogna agire “senza indugio”, ovvero subito. «Per decreto», aggiunge Margherita Boniver. Ma dalla Lega non arriva una singola parola in sostegno del Pdl.
Il clima sembra essere quello di un anno fa, quando con la protesta dei post-it gialli si schierò l´opposizione, mezzo Pdl (quello dei finiani poi espulsi), la magistratura, le forze dell´ordine, le organizzazioni internazionali e partner strategici come il governo Usa. Uno stop arriva proprio dal presidente della Camera Gianfranco Fini, per il quale «non è ipotizzabile» intervenire sulle intercettazioni con decreto o riesumando il testo del Pdl al Senato «che è stato giudicato un bavaglio». Da Bruxelles – dove ha avuto un colloquio con la Merkel – il leader dell´Udc Casini dice che «se il governo vuole fare un provvedimento ragionevole ci stiamo, se si vuole solo censurare no». Sulla vicenda si esprime anche il vicepresidente del Csm Michele Vietti: «Ho un vago ricordo della mia precedente esperienza parlamentare, in cui ripetutamente si è parlato di varare una legge sulle intercettazioni senza mai far seguire alle parole i fatti… Comunque, non è mai troppo tardi».
Le intenzioni del governo sono bocciate dal Pd. Massimo D´Alema trova “inopportuno” procedere per decreto su una materia così delicata. Alla maggioranza suggerisce di riprendere la legge “molto equilibrata” scritta dal governo Prodi. Chiosa Andrea Orlando, responsabile giustizia del partito: «Siamo contrari a qualsiasi limitazione delle intercettazioni». Ma non c´è da stupirsi che il governo vada avanti, dice il dipietrista Li Gotti, perché “a molti piace il torbido”. Si muove anche l´Ordine nazionale dei giornalisti che parla di fatto «intollerabile», mentre la Fnsi stigmatizza «l´assenza di senno politico di chi in questo momento pensa di nuovo a leggi bavaglio».

La Repubblica 24.06.11

"Chi tocca le pensioni rischia di bruciarsi", di Raffaella Cascioli

Sono mesi che il ministro dell’economia, nell’intestarsi il merito di aver preservato l’Italia dagli effetti devastanti della crisi e di aver saputo mantenere al riparo i conti pubblici italiani, sostiene di averlo fatto preservando la coesione sociale. Sono anni che Berlusconi prima e Tremonti poi vanno dichiarando che l’Italia sta meglio di altri paesi, che in fondo da noi la crisi economico-finanziaria più brutta degli ultimi secoli ha avuto un impatto limitato sul tessuto sociale del paese.
Ora però che, seppure in un arco temporale meno ravvicinato, il governo deve trovare e in fretta 43 miliardi di euro per raggiungere nel 2014 il pareggio di bilancio, la vernice con la quale finora si è artificialmente cercato di nascondere le crepe del sistema paese dovute alle mancate riforme sta venendo via. Con il risultato che mettere le mani nuovamente nelle pensioni appare la scorciatoia più facile.
Con un presidente della repubblica che ha definito un «impegno ineludibile e urgente quello di rafforzare la sostenibilità finanziaria del sistema-Italia, attraverso un incisivo abbattimento del debito pubblico», con le agenzie di rating che stanno mettendo sotto osservazione la credibilità del sistema Italia e i mercati che hanno messo sotto pressione i rendimenti dei titoli di stato italiani, la strada di una manovra strutturale appare obbligata.
E se per Confindustria l’intervento sull’età pensionabile anticipando al 2013 l’aggancio alle speranze di vita è necessario, così non la pensano i sindacati per i quali il tema della previdenza è un tasto che non va toccato. Almeno non per primo perché la previdenza ha già contribuito e, come ha insistito ieri il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni, prima di toccare le pensioni vanno tagliati i costi della politica, vanno tassati di più i beni di lusso, vanno aggrediti i costi delle amministrazioni.
L’avvertimento suona come una minaccia: «Lo diciamo chiaro al ministro Tremonti, vorremmo vedere se la classe dirigente è capace di autoriformarsi prima di chiamare gli altri alla riforma». Un no alla riforma previdenziale che ricompatta i sindacati. Cgil-Cisl-Uil non intendono consentire ad un governo, incapace di operare scelte di politica economica e fiscale, di fare cassa con il welfare.
Tanto più che l’anticipo al 2013 dell’aumento dell’età per l’accesso alla pensione legandolo all’aspettativa di vita porterebbe nei primi tre anni, ovvero fino al 2015, risparmi complessivi per 1,2 miliardi di euro. Se sull’aumento dell’età pensionabile per le donne nel settore privato a 65 anni è possibile trovare il consenso degli imprenditori, c’è da chiedersi come potrà un governo in crisi di consensi nel paese attingere nuovamente alla previdenza per sistemare i conti pubblici. Eppure, Tremonti ha bisogno di misure credibili e sull’efficacia dei tagli alla spesa pubblica, alla luce dell’esperienza degli ultimi dieci anni, non c’è più nessuno in grado di scommettere.

da Europa Quotidiano 24.06.11

"Il ponte di Messina? 250 milione (e non si fara)", di Sergio Rizzo

Sei anni sono passati da quando Berlusconi annunciò la costruzione del ponte di Messina, e nulla è successo. Una storia infinita. Nel dopoguerra, la prima vera mossa fu un concorso di idee del 1969. «Costruiremo il ponte di Messina, così se uno ha un grande amore dall’altra parte dello Stretto, potrà andarci anche alle quattro di notte, senza aspettare i traghetti…» Da quando Silvio Berlusconi ha pronunciato queste parole, era l’ 8 maggio 2005, sono trascorsi sei anni, e gli amanti siciliani e calabresi sono ancora costretti a fare la fila al traghetto fra Scilla e Cariddi. Sul ponte passeranno forse i loro pronipoti. Se saranno, o meno, fortunati (questo però dipende dai punti di vista). La storia infinita di questa «meraviglia del mondo» , meraviglia finora soltanto a parole, è nota, ma vale la pena di riassumerla. Del fantomatico ponte sullo Stretto di Messina si parla da secoli. Per limitarci al dopoguerra, la prima mossa concreta è un concorso per idee del 1969. Due anni dopo il parlamento approva una legge per l’attraversamento stabile dello Stretto. Quindi, dieci anni più tardi, viene costituita una società, la Stretto di Messina, controllata dall’Iri e affidata al visionario Gianfranco Gilardini. Che ce la mette tutta. Coinvolge i migliori progettisti, e per convincere gli oppositori arriva a far dimostrare che il ponte potrebbe resistere anche alla bomba atomica. Passerà a miglior vita senza veder nascere la sua creatura. La quale, nel frattempo, è diventata un formidabile strumento di propaganda. Ma anche un oggetto di scontro politico: mai un ponte, che per definizione dovrebbe unire, ha diviso così tanto. Da una parte chi sostiene che sarebbe un formidabile volano per la ripresa del Mezzogiorno, se non addirittura una sensazionale attrazione turistica, dall’altra chi lo giudica una nuova cattedrale nel deserto che deturperà irrimediabilmente uno dei luoghi più belli del pianeta. Fra gli strali degli ambientalisti, Bettino Craxi ci fa la campagna elettorale del 1992. E i figli del leader socialista, Bobo e Stefania, proporranno in seguito di intestarlo a lui. Mentre l’ex presidente della Regione Calabria Giuseppe Nisticò avrebbe voluto chiamarlo Ponte «Carlo Magno» attribuendo il progetto di unire Scilla e Cariddi al fondatore del Sacro Romano Impero. Nientemeno. Finché, per farla breve, arriva nel 2001 il governo Berlusconi con la sua legge obiettivo. Ma nemmeno quella serve a far decollare il ponte. Dopo cinque anni si arriva faticosamente a un passo dall’apertura dei cantieri, con l’affidamento dell’opera (fra polemiche e ricorsi) a un general contractor, l’Eurolink, di cui è azionista di riferimento Impregilo. Quando però cambia la maggioranza. Siamo nell’estate del 2006 e il ponte finisce su un binario morto. Il governo di centrosinistra vorrebbe addirittura liquidare la società Stretto di Messina, concessionaria dell’opera, ma il ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, sventa la mossa in extremis. Nessuno lo ringrazierà: ma se l’operazione non si blocca il «merito» è suo. Nel 2008 torna dunque Berlusconi e il progetto, a quarant’anni dal suo debutto, riprende vita. Certo, nella maggioranza c’è qualcuno che continua a storcere il naso. Il ponte sullo Stretto di Messina, la Lega Nord di Umberto Bossi proprio non riesce a digerirlo. Ma tant’è. Nonostante le opposizioni interne ed esterne, la cosa va avanti sia pure lentamente. E si arriva finalmente, qualche mese fa, al progetto definitivo. Nel frattempo, sono stati già spesi almeno 250 milioni di euro. Sarebbe niente, per un’opera tanto colossale, se però gli intoppi fossero finiti. Sulla carta, per aprire i cantieri, ora non mancherebbero che poche formalità, come la Conferenza dei servizi con gli enti locali e il bollino del Cipe, il Comitato interministeriale che deve sbloccare tutti i grandi investimenti pubblici. Sempre sulla carta, non sarebbe nemmeno più possibile tornare indietro e dire a Eurolink, come avrebbero voluto fare gli ambientalisti al tempo del precedente governo: «Scusate, abbiamo scherzato» . Il contratto infatti è blindato. Revocarlo significherebbe essere costretti a pagare penali stratosferiche. Parliamo di svariate centinaia di milioni. Ma nonostante questo il percorso si è fatto ancora una volta più che mai impervio. Non per colpa dei soliti ambientalisti. Nemmeno a causa della crisi economica, il che potrebbe essere perfino comprensibile. Piuttosto, per questioni politiche. Sia pure mascherate da difficoltà finanziarie. Per dirne una, il «decreto sviluppo» ha materializzato un ostacolo imprevisto e insormontabile. Si è stabilito infatti che le cosiddette «opere compensative» , quelle che i Comuni e gli enti locali pretendono per non mettere i bastoni fra le ruote al ponte, non potranno superare il 2%del costo complessivo dell’opera. E considerando che parliamo di 6 e mezzo, forse 7 miliardi di euro, non si potrebbe andare oltre i 130-140 milioni. Una cifra che, rispetto agli 800– 900 milioni necessari per le opere già concordate con le amministrazioni locali, fa semplicemente ridere. Bretelle, stazioni ferroviarie, sistemazioni viarie…. Dovranno aspettare: non c’è trippa per gatti. Basta dire che il solo Comune di Messina aveva concordato con la società Stretto lavori per 231 milioni. Fra questi, una strada (la via del Mare) del costo di 65 milioni. Ma soprattutto il depuratore e la rete fognaria a servizio della parte nord della città, che ne è completamente priva: 80,7 milioni di investimento. Adesso, naturalmente, a rischio. Insieme a tutto il resto. Anche perché le opere compensative sono l’unica arma che resta in mano agli enti locali. Portarle a casa, per loro, è questione di vita o di morte. A remare contro c’è poi il clima politico. Dopo la batosta elettorale alle amministrative la Lega Nord, che già di quest’opera faraonica non ne voleva sentire parlare, ha alzato la posta e questa è una difficoltà in più. Fa fede l’avvertimento lanciato dal leghista Giancarlo Gentilini, vicesindaco di Treviso: «La gente non vuole voli pindarici, non è interessata a opere come il ponte sullo Stretto di Messina perché è una cosa che non sta né in cielo né in terra. Quindi anche tu, Bossi, quando appoggi questi programmi da fantascienza, ricordati piuttosto di restare con i piedi per terra, perché gli alpini mettono un piede dopo l’altro» . Con l’aria che tira nella maggioranza basterebbe forse questa specie di «de profundis» che viene dalla pancia del Carroccio per far finire nuovamente il ponte su un binario morto. Senza poi contare quello che è successo in Sicilia. Dove ora c’è un governo regionale aperto al centrosinistra, schieramento politico che al ponte fra Scilla e Cariddi è sempre stato fermamente contrario. Una circostanza che rende estremamente complicato al governatore Raffaele Lombardo spingere sull’acceleratore. E questo nonostante i posti di lavoro che, secondo gli esperti, quell’opera potrebbe garantire. Sono in tutto 4.457: un numero enorme, per un’area nella quale la disoccupazione raggiunge livelli record. Ma il fatto ancora più preoccupante, per i sostenitori dell’infrastruttura, è il disinteresse che sembra ormai circondarlo anche negli ambienti governativi. Evidentemente concentrati su ben altre faccende. La società Stretto di Messina ha diramato ieri un comunicato ufficiale per dare notizia che «il consiglio di amministrazione ha avviato l’esame del progetto definitivo del ponte» . Un segnale che la cosa è ancora viva, magari nella speranza che Berlusconi si decida a rilanciare il ponte, annunciando l’ennesimo piano per il Sud? Forse. Vedremo quando e come l’esame si concluderà, e che cosa accadrà in seguito. Sempre che il governo vada avanti, sempre che si trovino i soldi per accontentare gli enti locali… Intanto nella sede messinese di Eurolink, dove lavoravano decine di persone, sembrano già cominciate le vacanze. Come avessero fiutato l’aria.

Il Corriere della Sera 24.06.11

"La crisi greca e le colpe dalla UE", di Luciano Gallino

La crisi greca rappresenta in modo impietoso come il sistema finanziario di fatto governi ormai la Ue mediante i suoi bracci operativi: la Commissione europea, il Fmi e la Bce. I governi eletti dal popolo hanno scelto da tempo di fungere da rimorchio al sistema finanziario. Avrebbero dovuto riformarlo dopo l´esplosione della crisi nell´autunno del 2008, quando, con le parole del ministro tedesco dell´economia di allora, Peer Steinbruck, «abbiamo visto il fondo dell´abisso». È vero che a Bruxelles si discute da due anni di riforme finanziarie, ma dinanzi alla natura ed alle dimensioni del problema si tratta del solito secchiello per vuotare il mare.
Non avendo riformato il sistema finanziario, ed avendolo anzi aiutato a diventare più potente di prima, i governi Ue si trovano ora esposti alle sue pretese. Giusto come è avvenuto negli Stati Uniti. Al momento esso pretende siano salvate le banche dalla crisi del debito greco, in vista di altre richieste analoghe che nei prossimi mesi potrebbero riguardare il Portogallo, la Spagna, l´Italia. Fedeli al loro ruolo di organi democraticamente eletti che non vedono alternative se non quella di soggiacere al dettato di organi mai eletti da nessuno, quali sono la Ce, la Bce e l´Fmi , i governi Ue sono unanimi nell´esigere dalla Grecia di ridurre drasticamente il suo debito pubblico. Ha vissuto al disopra dei suoi mezzi, affermano, e ora deve imboccare un severo percorso di austerità. Come sia formato tale percorso lo sanno tutti, anche perché è lo stesso che quasi tutti i governi Ue, compreso quello italiano, stanno proponendo ai loro cittadini: tagliare i salari, le pensioni, la sanità, la scuola; privatizzare tutto, i trasporti, le spiagge, i servizi collettivi, le isole, i porti, e perché no, il Partenone.
Ciò che si tace in merito alla crisi greca è che le sue cause non sono quelle di solito addotte; che i rimedi finora proposti in sede Ue sono peggiori del male; e che la paralisi politica cui è stato ridotto il governo greco, privato della possibilità di decidere alcunché in tema di politica economica, costituisce uno svilimento della democrazia di importanza mondiale. Innanzitutto la causa prima dell´elevato debito pubblico non risiede affatto in un eccesso di spesa sociale, bensì in un flusso troppo ridotto di entrate fiscali, imputabile a un alto tasso di evasione durato parecchi anni. Adesso il governo greco, pressato dalla Ue, chiede ai pensionati, ai lavoratori, agli insegnanti, agli impiegati pubblici, di restituire al bilancio dello stato i miliardi di euro, in moneta attuale, sottratti col tempo ad esso da una minoranza che percepisce un reddito centinaia di volte superiore al loro. Dopo averli pure incolpati – il governo tedesco per primo – di lavorare poco, andare in pensione prima degli altri cittadini Ue, percepire pensioni d´oro, fare troppe ferie: laddove tutti i dati disponibili, per chi voglia appena informarsi, attestano che si tratta di affermazioni false.
Ma a quanto ammonta realmente il debito pubblico della Grecia, di cui si dice che potrebbe far saltare l´intera zona euro? Si tratta di 350 miliardi di euro. È certo una bella somma. La quale però rappresenta soltanto il 3,7% del Pil dell´intera zona euro, esclusa quindi una grande economia come il Regno Unito. Non soltanto: il 43% di tale debito è in mano a creditori greci, che per metà sono banche. Dal totale vanno ancora tolti 7 miliardi di debiti verso gli Usa, 3 verso la Svizzera, circa 2 nei confronti del Giappone. Il debito greco verso la Ue (banche e stati compresi) consistente soprattutto in obbligazioni e altri titoli, ammonta dunque a meno di 190 miliardi di euro, di cui circa 35 sono dovuti alla Bce. Ora, dal 2008 ad oggi i Paesi Ue, a parte la Svizzera, hanno speso o accantonato oltre 3.000 miliardi di euro (tre trilioni) per salvare le proprie istituzioni finanziarie. Ed ora davvero tremano perché un´economia tutto sommato periferica è in difficoltà per ripagare, a rate, poco più del 6% di tale somma? Il y a quelque chose qui cloche, dicono i francesi, qualcosa che non va nell´intera faccenda.
Le cose che non vanno sono principalmente due. La crisi greca è in primo luogo un´anteprima di quel che potrebbe succedere ad altri Paesi, Italia compresa, se i governi Ue non la smettono di subire le manovre del sistema finanziario, ivi comprese le agenzie di valutazione, e non provano sul serio a regolarlo, anche per evitare che ci piombi addosso tra breve una crisi peggiore di quella del 2008. Lo scenario comprende com´è ovvio il rinnovo potenziato di manovre speculative che i maggiori gruppi finanziari costruiscono scientemente per estrarne il maggior profitto possibile in forma di interessi e plusvalenze; il che implica, come insegnano i modelli di gestione del rischio, il far correre un rischio elevato non già ai gruppi stessi, bensì ai cittadini oggi greci, domani spagnoli o italiani. Ma comprende anche una spinta selvaggia alle privatizzazioni, che essendo condotte sotto la sferza della troika Ce, Fmi e Bce, consisteranno al caso in vere e proprie svendite di immensi patrimoni nazionali. L´Italia, dopotutto, ha ottomila chilometri di coste e centinaia di isole da mettere all´asta, più il Colosseo e magari l´intera Venezia; altro che la Grecia.
Una seconda cosa che non va è la Bce. Il suo limite fondamentale, imposto dal trattato istitutivo della Ue, sta nell´avere come massimo scopo statutario la stabilità dei prezzi, ossia la difesa dall´inflazione. Ciò spiega in parte la lentezza e la goffaggine con cui si è mossa a fronte della crisi greca. Ma un simile limite equivale a decidere per legge, poniamo, che il pronto soccorso del maggior ospedale cittadino si occupa soltanto di lesioni alla gamba sinistra. Le altre due banche centrali dell´Occidente, la Banca d´Inghilterra e la Fed, hanno tra i loro scopi statutari anche lo sviluppo e la crescita dell´occupazione. Scopi che perseguono pure creando esplicitamente nuovo denaro: una funzione fondamentale che gli stati Ue hanno ceduto alla Bce, ma che questa non sembra voler esercitare come, dove e quando più ne avrebbero bisogno. Per questo motivo nella Ue cominciano a moltiplicarsi le voci favorevoli a un ampliamento degli scopi statutari della Bce. La crisi greca potrebbe essere una buona occasione per passare dalle voci all´azione. Sempre che i governi non temano di disturbare la macchina di cui sono per ora a rimorchio.

La Repubblica 24.06.11