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Manovra, i sindacati avvertono: «Non si fa cassa con le pensioni», di Felicia Masocco

Le Regioni disertano l’incontro con il governo perché non dice quello che sa e loro devono apprendere dai giornali dei tagli che si stanno abbattendo sui bilanci degli Enti locali. L’Unione europea incalza perché si riduca in fretta il debito. Confindustria preme perché si faccia la manovra altrimenti ai 43 miliardi (erano 40 fino all’altro ieri) già previsti ne andranno aggiunti altri 18. I sindacati levano gli scudi contro l’ennesimo “ritocco” alle pensioni: l’età per andarci aumenta per tutti, non solo per le donne del settore pubblico di cui già si sapeva, ma per uomini e donne d’ogni dove. Il terzo settore protesta in piazza contro i tagli al Welfare: quelli che ci sono e quelli che arriveranno visto chei Comuni, primi distributori di servizi sociali, dopo essere stati massacrati con la finanziaria dello scorso anno, con questa manovra sono chiamati a contribuire per altri 3 miliardi. In pratica piovono tagli, sforbiciate che fanno a pezzi l’Italia delle favole, quel paese in cui tutto va meravigliosamente bene su cui si è molto soffermato il premier Berlusconi nei giorni scorsi parlando al Parlamento. Il varo del decreto è atteso per il 28-29 giugno, data della prossima riunione del governo. Entro il 5 agosto le Camere dovranno licenziarlo.

UN’ALTRA RIFORMA Nella lista degli interventi in cantiere spicca quello sulle pensioni. In sintesi si va verso l’aumento dell’età di vecchiaia per le donne nel settore privato e verso l’ anticipo dal 2015 al 2013 della riforma che lega l’età di pensionamento all’aspettativa di vita. Ancora: aumento dei contributi dei collaboratori, formalizzazione dell’aumento dell’età per il pensionamentodi anzianità nel 2013(e possibile anticipo a metà del 2012). È un’altra riforma, dopo quelle già fatte, che scarica sui lavoratori una bella quota del prezzo da pagare. E le donne pagheranno di più: si sta lavorando a una norma perché anche per loro l’età per la pensione salga a 65 anni, come gli uomini, anche nel privato. Le donne che lavorano nella pubblica amministrazione adesso vanno a 61 annimadal 2012 è previsto uno “scalone” che le porterà direttamente a 65. La riforma dell’anno scorso, inoltre, prevede che dal 2015 si possa aumentare l’età per l’accesso al pensionamento legandola all’aspettativa di vita. Il primo scalino non potrà superare i tre mesi ma gli scalini successivi (triennali a partire dal 2019) potrebbero essere anche di quattro mesi. La riforma all’ inizio non porta risparmi consistenti (1,2 miliardi nel complesso nei primi due anni, quindi se si anticipasse si otterrebbero tra il 2013 e il 2015) ma a regime (nel 2020 o nel 2018 a seconda di quando la si fa partire) varrebbe circa 1,6 miliardi l’anno. I sindacati non ci stanno, «già dato », dicono. La leader della Cgil Susanna Camusso afferma: «È un’idea del tutto recessiva e non utile per il paese, con un accanimento contro le donne». Prima Tremonti deve tagliare i costi della politica, dice il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni. E per il segretario confederale della Uil, Domenico Proietti, l’ipotesi è «sbagliata». Anche il segretario dell’ Ugl, Giovanni Centrella, spiega: «così si perseguitano gli onesti». Semplicemente «vergogna» è il messaggio dello Spi, il sindacato dei pensionati dela Cgil. Invece secondo la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, l’ipotesi «è unpunto importante che da credibilità alla manovra ». «Per fare cassa il governo si appresta ancora una volta a colpire il sistema pensionistico producendo nuove iniquità sociali», afferma il capogruppo Pd nella commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano. E ricorda che governo lo aveva già fatto innalzando a 65 anni l’età pensionabile delle donne del pubblico impiego, «senza peraltro utilizzare le risorse risparmiate a vantaggio dell`occupazione femminile e della conciliazione tra tempi di lavoro e di vita».

L’Unità 24.06.11

"Governo, la grande recita", di Mario Calabresi

Da almeno un anno nella politica italiana esistono due universi paralleli: quello della realtà e quello della finzione. La realtà, così come la raccontano ministri, sottosegretari, senatori, deputati, faccendieri, lobbisti, manager delle grandi aziende e diplomatici di ogni nazionalità, è che il governo è paralizzato, il presidente del Consiglio totalmente assorbito dalle sue vicende personali e la maggioranza lacerata da rivalità, invidie e lotte di potere.

La realtà però viene solo sussurrata: al telefono, nelle cene private o a margine degli incontri di lavoro. Da un anno capita di ascoltare esponenti di primo piano dello Stato e del governo ripetere che una stagione è finita, il Paese non più governato e che ormai si vive nella palude. E fin qui siamo all’analisi politica, poi si viene investiti da una serie di lamentele, sfoghi e pettegolezzi sul premier e sui suoi ministri che, al confronto, tutto quanto è stato letto sui giornali risulta perfino pallido e stinto.
Al posto della realtà va in scena una grande rappresentazione, in cui appare una corte che ancora crede nell’invincibilità del sovrano, nella sua capacità di tornare in sella e soprattutto nell’unicità del suo carisma.

Se si vanno a ricercare le dichiarazioni pubbliche degli esponenti del centrodestra è difficile trovare traccia di critiche, prese di distanza o dubbi sull’operato di Berlusconi o del governo. Eppure le occasioni non sono mancate, da Noemi a Ruby, dal bunga bunga alle pressioni per cancellare programmi e conduttori Rai, dalle assenze nella politica internazionale (la nostra incapacità di avere un ruolo di primo piano nelle crisi in Tunisia, Egitto e Libia) fino alla mancata crescita e al nostro declino.

Molte volte, di fronte a situazioni estreme, è venuto da chiedersi come fosse possibile che il mondo del centrodestra digerisse tutto, senza mai muovere una critica o indignarsi.

Lo scorso autunno incontrai un giorno Bisignani, che non avevo mai visto prima, e, come molti altri esponenti del governo nelle stesse settimane, mi raccontò di un presidente del Consiglio assente e distratto dal suo privato e di una maggioranza completamente allo sbando. Rimasi colpito dal doppio registro della narrazione: un racconto privato che divergeva totalmente dalla rappresentazione pubblica

Poi sono arrivate le intercettazioni del caso Ruby, i file di Wikileaks (con le confidenze agli americani di molti nostri politici e manager) e perfino le telefonate di Briatore nell’inchiesta sul suo pànfilo. Così abbiamo scoperto giudizi taglienti e senza appello su Berlusconi, i suoi comportamenti e sullo stato del governo, scagliati da persone che credevamo vicinissime e fedeli.

Da qualche giorno infine, con le migliaia di intercettazioni dell’inchiesta chiamata P4, il velo è completamente caduto e leggiamo attoniti delle risse, degli insulti, degli odii che lacerano il governo e circondano Berlusconi. Al di là degli aspetti penali e del malcostume di un sistema che sembra aver abolito ogni trasparenza e ogni criterio di merito, emerge uno scenario in cui i veleni hanno conquistato ogni spazio del discorso pubblico.

Scopriamo che anche i ministri o gli amici di una vita dileggiano Berlusconi (così come facevano le ragazze ospiti delle feste ad Arcore), lo considerano finito e organizzano continue guerre intestine. La reazione naturale sarebbe stata quella della resa dei conti, della cacciata degli infedeli, ma invece nulla è successo. Perché per sopravvivere c’è bisogno di tutti, si è costretti a scendere a patti con chiunque e a qualunque prezzo: l’unico problema appare quello di chiudere il rubinetto della realtà, di ripristinare in fretta la finzione.

Così vediamo una ministra, che abbiamo appena saputo ritenere il premier «poco intelligente», sedersi ai banchi del governo, o molti altri stringersi la mano e sorridersi nonostante sia stato reso noto che si detestano e tramano uno contro l’altro.

Così si corre a cercare di rimettere in pista ogni strumento per bloccare le intercettazioni e la loro divulgazione: il problema non è la sostanza ma la rappresentazione. Bisogna impedire in fretta di far sapere agli italiani non tanto di eventuali scandali ma cosa pensano davvero parlamentari e ministri. Dobbiamo credere che regni ancora l’armonia, per farlo è necessario chiudere al più presto porte e finestre affinché la rissa si svolga tutta tra le porte di casa. L’urgenza adesso è quella di rimettere in piedi la Grande Recita, i problemi veri possono aspettare ancora un giro.

La Stampa 24.06.11

"Un problema di democrazia", di Ezio Mauro

Un potere ormai terrorizzato da se stesso, dagli scandali che mettono a nudo la sua debolezza, dal consenso in fuga, decide di alzare il ponte levatoio e chiudersi nel Palazzo assediato, separandosi dai cittadini. È questa la vera ragione della legge bavaglio che per la seconda volta Berlusconi vuole calare sulla stampa e sulle inchieste con la cancellazione delle intercettazioni telefoniche, impedendo ai magistrati di indagare sul crimine e ai cittadini di conoscere, di capire e di giudicare.
È un´altra legge ad personam, costruita per proteggere il vertice del governo dall´inchiesta sulla P4, che infatti ieri il ministro Alfano ha attaccato come “irrilevante”, dimenticandosi di essere Guardasigilli: perché l´inchiesta svela il malaffare di una centrale governativa di potere occulto e piduista per condizionare le istituzioni, l´economia e la Rai, minacciando, promettendo e proteggendo.
Un potere indebito, di fronte al quale si genuflettono incredibilmente ministri, grand commis e uomini di un falso establishment tarlato, incapace di autonomia e di dignità, valvassori che chiedono insieme protezione e libertà di saccheggio. Ma questa deviazione – ecco il punto – nasce nel cuore del berlusconismo, e riporta al vertice del governo, per conto del quale si promettono nomine, si minaccia fango, si imbandiscono affari. È questo che gli italiani non devono sapere. Dunque, legge bavaglio bis: i magistrati non potranno perseguire i reati secondo le procedure di tutti i Paesi civili. I cittadini potranno conoscere le notizie sui crimini nella misura che il governo vorrà.
Con ogni evidenza è un problema di democrazia, che riguarda tutti. Già una volta l´opinione pubblica ha bloccato il bavaglio, con la battaglia del post-it. Lo farà ancora, perché l´Italia di oggi non può accettare un abuso sui doveri dello Stato, sui diritti dei cittadini, sulla libertà.

La Repubblica 24.06.11

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“Gli utili idioti di Bisignani”, di ALBERTO STATERA

«Questo che vogliono mettere è un idiota. Per cui, voglio dire, questo è già molto positivo» Gigi Bisignani, inesauribile Cagliostrino del berlusconismo, parla al telefono con Maurizio Basile che sta per essere nominato ad dell´Atac, la società dei trasporti pubblici romana.
bASILE fa il nome di chi è candidato in quel momento a sostituirlo nell´incarico di capo di gabinetto del sindaco Gianni Alemanno. Si tratta di un magistrato della Corte dei conti che il personale Who´s who di Bisi classifica per l´appunto come un idiota. Ma che c´è di meglio di un idiota da manipolare a piacimento? «Se ti tirano fuori dal cilindro uno fighissimo – spiega paziente al suo interlocutore, che non deve considerare proprio un´aquila – poi non puoi neanche dirgli niente, no? » Ecco, questo è il mondo di Bisi, trasversale non solo tra destra e sinistra, ma anche tra furbi, furbissimi e idioti. Un network dai confini indefiniti fatto di generali felloni, magistrati corrotti, agenti segreti deviati, affaristi senza scrupoli, manager tangentari, giornalisti asserviti. E idioti. Un parco di pochi furbi quasi come lui e una pletora di utili idioti da collocare nelle poltrone giuste. Un genere che non difetta nell´italica “classe dirigente” e che Bisi ha badato sempre a valorizzare perché sono loro un cardine del suo potere, come ha cercato di spiegare in quella telefonata al Basile e che appare in tutta evidenza nel suo, diciamo, modus operandi.
Come farebbe l´omino che già trent´anni fa dava la linea al povero ministro del Tesoro Gaetano Stammati, a controllare di fatto la Rai, a licenziare Santoro, se non ci fosse un direttore generale che ha bisogno di un “badante” furbo come lui, allevato alla scuola di Gelli e Andreotti? Così ministeri, istituzioni, corpi militari, banche, enti pubblici, società si sono popolati anche ad opera del Bisi di «stronzi, mostri e mignotte», epiteti di cui gratifica il ministro Michela Brambilla, che in quel momento non deve essere ai vertici dell´apprezzamento nella sua illimitata scuderia. Anche i suoi migliori cavalli, come Scaroni e Geronzi, li contorna un po´ di suoi brocchi, perché con i furbi come lui non si sa mai. Non a caso i più compulsivi politici telefonatori, tolto Clemente Mastella, non sono proprio considerati tra i più volpini: la cinguettante Prestigiacomo, lo sperduto Frattini, la Carfagna, la maestrina Gelmini, Fitto, Cesa, Baccini, Elisabetta Gardini, Ronchi. I demoni si vedono “da vicino”, gli idioti si sentono come capita.
Ma badate, l´idiota di Bisi non è come il principe Myškin di Dostoevskij, un uomo spiritualmente bello, ma dev´essere necessariamente anche un po´ mascalzone. Perché anche un ministro idiota può ben capire che non si appaltano delicate decisioni istituzionali a un privato cittadino pregiudicato, condannato per gravi reati. Ma si sa, nella presunta seconda Repubblica queste sottigliezze sono riservate ai moralisti da strapazzo. E poi, diciamolo, la storia si è incaricata di smentire il detto di Craxi all´indirizzo di Andreotti, secondo cui le volpi prima o poi finiscono in pellicceria. Figuriamoci Bisi e la sua corte di idioti.

La Repubblica 24.06.11

"Caro Pd, il difficile viene ora", di Stefano Menichini

Pier Luigi Bersani vola oggi a Bruxelles, dove si ritroverà con vari leader europei che condividono almeno tre cose con lui: sono figli della vecchia socialdemocrazia; sono all’opposizione nei rispettivi paesi; hanno (alcuni, non molti) la speranza di tornare presto al governo.
C’è un nesso fra questi tre fattori. La socialdemocrazia si è fatta sovrastare dalle destre che nel momento della frammentazione e della paura sociale hanno dato risposte populiste e di breve periodo, che ora arrivano quasi dappertutto a scadenza ma quasi ovunque vengono messe in crisi più da se stesse che dalla forza di proposte alternative e innovative.
In diversi paesi d’Europa, infatti, la reazione della socialdemocrazia alla sconfitta è stata più che altro di ripiegamento sulle proprie costituencies tradizionali: in prima battuta per frenare l’emorragia elettorale intorno a sé; in prospettiva, nella speranza che il ritorno alle parole d’ordine della protezione potesse rassicurare società scosse dalla crisi e dall’insicurezza.
Questa è stata anche la via di Bersani fino a ora. E sta funzionando, almeno quanto al primo obiettivo: avendo ereditato un partito che veniva dato in liquidazione precoce, il visibile recupero elettorale e di attenzione verso il Pd è già un grande merito del suo segretario, che anche i critici del passato gli devono riconoscere.
Bersani però non è il tipo che si crogiola. Intorno a lui si avverte fastidio perché molti commentatori, non potendo più recitare il de profundis per il Pd, lo accusano adesso di scivolamento a sinistra, di subalternità agli estremismi e di aver smarrito l’ispirazione riformista della migliore stagione ulivista.
Provare fastidio è legittimo – e fa bene Bersani a smontare gli stereotipi quando gli capita – però occorre riconoscere per tempo i problemi. Quelli veri: l’accusa di subalternità a vendolismi, dipietrismi e grillismi è una solenne stupidaggine.
Da settimane stiamo assistendo esattamente allo spettacolo opposto. Cioè a un Vendola che nel rincorrere va in affanno e sbaglia toni e posizioni; a un Di Pietro prima ammansito dal ridimensionamento elettorale e ora precipitato nell’eccesso opposto (pur con la riscoperta di una remota vena liberale); e a un Grillo marginalizzato dai propri stessi spropositi, e alla fine ininfluente dovunque si sia presentato con proprie liste.
Il punto è un altro: la capacità del Pd di vincere proponendo per l’Italia una rottura di continuità e non solo la restaurazione pre-berlusconiana di regole rispettate, buona prassi istituzionale, concertazione sociale.
La tenuta della maggioranza parlamentare, in queste ore, finisce per far somigliare l’attuale crisi di Berlusconi, più che a un collasso, al lento deperimento consumatosi nella seconda metà della legislatura 2001-2006. E allora come lavorò il centrosinistra, mentre Berlusconi declinava e perdeva ogni elezione? Ds e Margherita, si ricorderà, si avvicinarono alla fusione ingaggiando fra loro una competizione fatta di molte cose – non tutte piacevoli – ma soprattutto di rincorsa all’innovazione. Welfare, mercato del lavoro, commerci, fisco per l’impresa minore, università, merito, competizione: nel cantiere di quello che sarebbe diventato il Pd si usavano gli attrezzi più moderni e si affollavano personalità e soggetti organizzati con i quali la sinistra non aveva più contatti, o non li aveva mai avuti.
Il profilo del nuovo lavoratore dipendente della manifattura (oggetto di un sondaggio presentato dal Pd a Genova venerdì scorso, di cui ha scritto ieri Dario Di Vico sul Corriere) non era una scoperta, ma la premessa di un aggiornamento di linea come non ce n’era mai stato.
Che cosa ne fu di tutto quel lavoro voluto e orchestrato da Fassino e Rutelli è noto. Un’enorme mole di innovazione precipitò nell’imbuto dell’esile maggioranza dell’Unione di Prodi, picconata già in campagna elettorale dalle sortite sulla patrimoniale (che aiutarono la rimonta di Berlusconi) e poi definitivamente nei due anni più bui di governo del centrosinistra che si ricordino.
Non tutto andò perduto: quando Veltroni si trovò a varare il Pd, la piattaforma del Lingotto non nasceva dalla sua fantasia personale bensì da tutta quella preparazione. Nel Pd odierno pochi amano rievocare quella stagione. Molti pensano che fosse viziata di liberismo, coda perversa dell’adesione alla Terza via. Forse non c’erano, forse non condividevano: ma la verità è che quel lavoro di rielaborazione nasceva da una sconfitta socialdemocratica già a quel punto consumata, e dunque non ne fu la causa ma casomai una risposta. Si trascura poi il fatto che insopportabili ingiustizie e diseguaglianze in Italia permangono proprio a causa del processo interrotto di liberalizzazione (tentata solo dal centrosinistra, del centrodestra sul tema non vale la pena di parlare), e a causa dei vizi oligarchici esibiti dal nostro capitalismo alla prova dell’apertura del mercato.
Tutti questi problemi stanno ancora lì, lasciati intatti dalla glaciazione berlusconiana. Altrove, come nella Gran Bretagna di Ed Miliband con cui Bersani si incontra oggi, la politica deve fare i conti con crisi e cambiamenti veloci, con un dinamismo sociale magari pericoloso ma molto spinto. In Italia proprio non si può dire che il problema sia l’eccesso di rapidità del cambiamento.
Naturalmente il Pd potrebbe evitarsi troppe discussioni, non ricercare alcuna discontinuità, limitarsi ad aspettare che la mela cada dall’albero: è marcia più che matura, l’evento deve solo consumarsi, la vittoria elettorale è obiettivamente a portata di mano.
Invece lo stesso inventore della metafora della mela, Bersani, ripete spesso di avere ancora tanto lavoro da fare, e che il Pd non può farlo da solo, come non potrà da solo governare il paese: ha ragione su tutti i punti.
Erano fastidiosi ieri sera i toni di Di Pietro alla camera, sono petulanti tanti commentatori, può darsi che ci siano divergenze interne da affrontare su vari punti di programma. Da adesso in poi però il tema non è più come cambiare il governo Berlusconi, è come cambiare l’Italia. Il Pd già adesso può vincere, ma se trovasse toni e proposte giuste potrebbe addirittura sfondare.

da Europa Quotidiano 24.06.11

Riduciamo i costi della politica

Il PD presenta un ordine del giorno per l’abolizione della pensione vitalizia dei parlamentari. Bersani: “Non intendo concedere nulla all’antipolitica ma rivendico una maggiore sobrietà per la politica italiana”. Sarà un ordine del giorno al bilancio interno di Montecitorio quello che il PD presenterà per i primi di luglio per abolire la pensione vitalizia dei parlamentari eletti a partire dalla prossima legislatura. Il testo, che avrà come primo firmatario il segretario Pier Luigi Bersani, mira ad equiparare i costi della politica italiana con quelli europei e tagliare molti dei 125 milioni che rappresentano il bilancio che è stato predisposto dai deputati questori per questo anno.

A margine di una serie di incontri a Bruxelles, tra cui con il leader dei laburisti britannici Miliband, Bersani ha ribadito che l’Europa deve continuare ad essere punto di riferimento nel programma del Pd, anche quando rivendica “maggiore sobrietà” nei costi della politica. E quindi “no ai vitalizi dei parlamentari” che non esistono in nessun altro sistema politico europeo. La finanza deve pagare i costi della crisi e l’eccesso di debito accumulato dai Paesi europei. Una delle modalità è introdurre una tassazione sulle transazioni finanziarie.

“Io sono per far pagare la finanza e con questo intendo che non c’è dubbio che questa ha scaricato sul debito pubblico una quantità rilevante del problema della crisi” del settore, ha dichiarato il leader democratico ai cronisti, sottolineando che il “problema del surplus di debito c’è e che non può essere scaricato solo sul welfare e il lavoro”.

Come fare allora? Secondo Bersani occorre introdurre “una tassa sulle transazioni finanziarie, per esempio, su cui ci sono già n proposte”, tra cui quella “di Visco che è secondo me la più intelligente tra quelle sentite finora”. Con i ricavati di questa imposta si potrebbero, ha spiegato il segretario del Pd, finanziare programmi per rilanciare l’occupazione e la crescita a livello Ue. “L’Europa deve lanciare ora messaggi chiari, che si capiscano”.

Bersani ha precisato di aver commissionato uno studio per valutare “come funzionano i costi della politica” nei principali paesi europei. “Non intendo concedere nulla all’antipolitica – ha detto – ma rivendico una maggiore sobrietà per la politica italiana. Quindi viene tolto quello che non è conosciuto in Europa, tipo i vitalizi dei parlamentari”.

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Bene la proposta di Bersani di una Maastricht della politica. L’Italia deve andare verso l’Europa anche per quanto riguarda il numero dei parlamentari, il funzionamento delle istituzioni, i costi della politica. Da quest’ultimo punto di vista molto importante è la proposta del superamento dei vitalizi per i parlamentari. Così Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria nazionale del Pd

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I vitalizi attualmente erogati dalla camera per gli ex deputati sono circa 2.000: 1.400 in favore degli ex inquilini di Montecitorio e circa 600 a titolo di reversibilità per i loro eredi. Gli effetti benefici della misura per le casse della Camera, dunque, non si vedranno a breve termine, ma per avvertirli dovranno passare decine di anni.

www.partitodemocratico.it

Manovra: regioni disertano conferenze con Stato

I presidenti delle Regioni non parteciperanno alle Conferenze Stato-Regioni e Unificata previste per il pomeriggio. Lo ha appena comunicato ai giornalisti il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, al termine della Conferenza delle Regioni di stamane. “Abbiamo posto da tempo la richiesta di un incontro politico al governo affinché si concretizzino gli accordi che il governo ha fatto sul trasporto pubblico locale, il federalismo e il Patto per la salute: manca la seconda tranche di copertura del finanziamento per evitare di introdurre i ticket”, ha spiegato Errani. “Si è aperta poi – ha aggiunto – la discussione sulla manovra: tutti i livelli della Repubblica devono partecipare alla discussione e alla impostazione della manovra. Noi chiediamo di essere coinvolti istituzionalmente in un confronto che consenta alla Repubblica di fare delle politiche coerenti e sostenibili. A noi non interessano logiche politiche di nessun tipo, abbiamo dimostrato con la massima coerenza che siamo sempre disponibili a fare accordi e a portarli avanti coerentemente ma chiediamo altrettanta coerenza al governo, diversamente è difficile continuare il dialogo fattivo per il Paese”

Il sogno dei giovani del Valle "Un´altra cultura è possibile" di Curzio Maltese

La storica sala occupata dal 14 giugno da artisti precari e non per chiedere lavoro e nuove regole. Pago le bollette con la tv. Fare teatro è un lusso. Perchè i miei colleghi di Londra campano bene?
Chiediamo di lavorare senza essere massacrati dalla burocrazia e senza dipendere dai politici. Da trent´anni dicono di chiudere gli enti inutili. L´hanno fatto solo con l´Eti che gestiva questa sala. Non si esce da qui solo con un evento ma faremo proposte per cambiare il sistema culturale
In qualsiasi altro paese il destino del Teatro Valle di Roma sarebbe uno solo: monumento nazionale. Nell´Italia paradossale di Berlusconi il teatro più antico e bello della capitale può diventare o un mega ristorante oppure il luogo di una rivoluzione. Da nove giorni e nove notti qui va in scena la rivolta della cultura. Si sono fatti aprire col più italiano degli stratagemmi, una bella ragazza che fingeva di chiedere informazioni. Appena dentro, hanno blindato le uscite con catene e bastoni e spalancato il cuore del teatro a chiunque volesse partecipare.
Da allora un pugno di lavoratori dello spettacolo, in gran parte giovani precari, sta gestendo un teatro pubblico meglio di un consiglio d´amministrazione. Duemila spettatori ogni sera a vedere decine di artisti famosi, da Elio Germano ad Andrea Camilleri, da Franca Valeri a Silvio Orlando a Moni Ovadia, un intero quartiere stretto intorno agli occupanti, la polizia che lo sa e sorveglia da lontano, il caso finito sui media internazionali. Giorno dopo giorno, una lotta nata un pomeriggio, è diventata il simbolo di un´altra Italia. Un´Italia che «considera la cultura un bene pubblico come l´acqua», per dirla con Elio Germano. Un paese di ragazzi e ragazze che si sono formati all´estero e credono nel merito e nel sogno, attrici e attori che studiano all´accademia e non fanno la fila da Lele Mora per avere lavoro, registi e tecnici precari da una vita perché non hanno un Bisignani che li raccomandi ai papaveri di viale Mazzini. Gente stufa di umiliazioni, di stage gratuiti per anni, di «mandami er book» e «ma tu chi conosci?», di finti provini di massa dove ti dicono «vai, hai un minuto», «ma tanto hanno già deciso il cast di parenti e amici e lo fanno solo per rubare una giornata di lavoro», di falsi laboratori «dove paghi per entrare, ti fanno fare due settimane di improvvisazioni e poi ti fregano i monologhi».
Belle facce che forse un giorno saranno famose, come quella di Margherita Vicario, 23 anni, che recita, canta, suona, scrive canzoni, anche in inglese, fa la volontaria negli ospedali pediatrici e cura l´archivio pirandelliano del nonno: «Pago le bollette, come tutti, grazie alla tv. Ma il teatro non posso farlo perché è un lusso, si lavora senza paga. Ma perché se i miei amici e coetanei attori a Londra o a Barcellona campano benissimo?».
«Da trent´anni in Italia si parla di chiudere gli enti inutili o di abolire le province. Mai fatto. L´Eti, l´unico ente teatrale pubblico, l´hanno invece l´hanno chiuso in due ore», dice Danilo Nigrelli, uno dei nostri migliori attori e registi di teatro, fra i capi della rivolta. L´Eti aveva in gestione il Valle di Roma, la Pergola di Firenze, il Duse di Bologna, un bel pezzo della storia teatrale italiana che ora rischia di andare all´asta. Dietro c´è l´anti-cultura che ha dominato in questi ultimi vent´anni e per di più in una nazione che detiene il 60 per cento dei beni artistici del pianeta e dove il 12 per cento del Pil arriva dal turismo. Il solo e derelitto cinema italiano è la terza industria del paese, con buona pace di Tremonti. Nello spettacolo lavorano 250 mila persone, 50 mila più che nella Fiat. Con la prospettiva di raddoppiare i posti di lavoro nel prossimo decennio, se si seguono le tendenze del resto d´Europa. Perché l´Italia ha più avvocati e architetti di Francia, Germania e Gran Bretagna, ma molti meno artisti di professione. «E allora da dove nasce questa favola che gli artisti non fanno un lavoro vero, sono mantenuti dallo Stato?» si ribella Manuela Cherubini, regista teatrale e traduttrice «Sia ben chiaro che noi non vogliamo l´Eti di prima e non difendiamo l´elemosina di Stato del Fondo unico dello spettacolo. Il Fus ti dà soltanto soldi che dovevi poi restituire in tasse e con l´interesse allo Stato, facendo guadagnare nel passaggio le sacre banche italiane. Noi chiediamo soltanto di poter lavorare, come accade in tutta Europa, senza essere massacrati dalle tasse e dalla burocrazia e senza dover dipendere dalla carità pelosa dei politici».
«C´è rabbia, amarezza, dolore in quest´occupazione, ma anche una felicità, una voglia di cambiare bellissima», dice Gabriele Lavia, direttore del Teatro di Roma e in teoria investito della responsabilità della prossima stagione del Valle, in attesa dell´asta. Come tale, dall´assemblea del Valle, s´è preso una bella dose di fischi. «Ero l´unica istituzione che si sia presentata ed è normale che mi abbiano contestato. Ma meno male che c´è stata questa occupazione. Non è un problema. È la salvezza. Io la farei durare un anno». Chissà se è una promessa. È certo che nella sua gloriosa storia, il Valle tanta gente non l´aveva mai vista. E tanta gente non aveva mai visto il Valle, dai negozianti del quartieri ai passanti semplicemente attratti dal casino, dalle migliaia di ragazzi. Ieri sera, come ogni sera, hanno dovuto mandare via centinaia di spettatori per problemi di sicurezza, con il teatro pieno all´inverosimile e sul palco la staffetta di grandi attori e debuttanti con le gambe tremule davanti alla folla. In un clima da teatro d´una volta, con gli applausi, i fischi, i “basta!” e i “biiis!”, insomma la vita. Quando all´una si spengono le luci, Margherita canta l´ultima canzone della buonanotte, gli occupanti si sistemano col sacco a pelo nei palchi settecenteschi per un´altra notte, nel Valle buio torna il peso dei ricordi. È un teatro che ha tenuto a battesimo tre secoli, il Settecento con l´inaugurazione, l´Ottocento neoclassico con il nuovo progetto del Valadier e il Novecento delle avanguardie con la prima rappresentazione dei Sei personaggi. Mario Monicelli, che lo amava molto, l´aveva omaggiato con una delle più indimenticabili scene del Marchese del Grillo. Non se ne fosse andato in quel modo, sarebbe qui a guardare nel suo teatro la sua rivoluzione.

La Repubblica 23.06.11