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Modena «Oltre 120 insegnanti in meno». I genitori in piazza Matteotti: «A rischio il tempo prolungato», di Gianpaolo Annese

Settanta insegnanti in meno alle scuole superiori, 42 mancanti alle medie, 11 alle elementari. Solo due posti in più alle scuole d’infanzia (contro i 16 necessari): in tutto 121 posti in meno nelle scuole di Modena e provincia. Il calcolo è del Partito democratico che ieri ha affiancato i genitori nel sit in di piazza Matteotti contro «i tagli del governo» e ha illustrato l’effetto della terza tranche del decreto Gelmini del 2008, «un provvedimento che inciderà pesantemente sulla qualità del sistema scolastico, a causa dell’aumento di alunni per classe, della riduzione del tempo scuola, della mancata attivazione di specifici corsi di studio».
DA alcune settimane il comitato genitori della scuola Galileo Ferraris, l’associazione Città & scuola e il coordinanamento dei Consigli d’istituto e dei comitati genitori delle scuole di Modena e provincia sono impegnati nella campagna ‘Il tempo negato’. «Dal prossimo anno – scandiscono i genitori in piazza mobilitati nella raccolta di firme per cercare di sospendere la decisione dell’esecutivo – i tagli programmati dal governo porteranno all’estinzione del tempo prolungato. Ma non saranno solo le famiglie che avevano optato per questa formula formativa a vedere disattese le loro richieste. L’eliminazione die due pomeriggi settimanali di alcune classi vedrà una riassegnazione dei docenti e una riformulazione dell’offerta formativa che coinvolgerà tutti gli studenti e le loro famiglie». Si sta «minando il futuro del paese taglieggiando l’istruzione e la conoscenza».
LANCIA in resta anche il Pd appunto con le parlamentari Manuela Ghizzoni e Mariangela Bastico che rivolgono un appello anche ai colleghi di centrodestra: «Mettiamo da parte le nostre differenze e chiediamo insieme alle istituzioni competenti di operare per rivedere la politica dei tagli agli organici che dequalifica il nostro sistema scolastico. Non lasciamo cadere nel vuoto l’appello delle famiglie, degli insegnanti, degli studenti».
COME sottolineano «i genitori modenesi che si sono mobilitati – dicono Ghizzoni e Bastico – l’unione fa la forza, e siamo a fianco della loro mobilitazione, pronte ad accogliere anche i colleghi del centrodestra che hanno a cuore la scuola modenese e il futuro delle nostra comunità». Un’azione condivisa «di tutta la comunità locale, dal mondo della scuola a tutte le forze politiche e sociali, può salvare l’offerta formativa

Il Resto del Carlino 19.06.11

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Settemila firme: «Dai tagli non nasce una buona scuola», di Marco Amendola

In poche ore hanno raccolto 1500 firme che hanno di fatto coronato il loro obiettivo di arrivare a 7000. Sono i genitori che ieri pomeriggio in piazza Matteotti hanno posto all’attenzione dei modenesi il brutto momento che sta attraversando la scuola, tra tagli e riduzioni, e che in tutta la provincia vedrà un calo drastico di cattedre e insegnamenti in scuole dell’infanzia, primaria, medie e superiori.
Loro rivendicano una scuola con un’ampia offerta formativa e didattica e che faccia da scudo al disagio sociale: «Ci rivolgiamo non solo ai genitori degli studenti ma a tutta la società modenese e al mondo economico perchè con questi tagli a rimetterci sono soprattutto i ragazzi ma anche le imprese. Poco tempo fa gli studenti venivano del Corni e del Fermi venivano prenotati dalle aziende perché erano sicure di trovare professionalità e competenze, ma questo non sarà più possibile perché la scuola si sta dequalificando», spiega Giuseppe Stefani, responsabile del coordinamento comitati genitori.

I numeri esposti dal comitato sono forti: 8 miliardi in meno alle scuole statali, mancanza di 123 insegnanti, 880 alunni in più. Le classi pollaio sono sempre più vicine e a rimetterci sarà tutto il sistema formativo, con la diminuzione del servizio e della qualità. Una delle strade che sta seguendo il comitato è infatti quella di coinvolgere tutto il mondo politico modenese, dai consiglieri comunali fino ai parlamentari, per arrivare così a fare pressioni unitarie sull’ufficio scolastico regionale. Durante la mattinata erano presenti le due parlamentari del Pd Bastico e Ghizzoni ma per Stefani la scuola non deve essere fatta oggetto di questioni e ideologie politiche: «Tutto il mondo politico – continua Stefani – deve difendere la scuola, come è successo a Castelfranco Emilia e per il liceo musicale Sigonio». In quest’ultimo caso infatti dopo continue manifestazioni e una raccolta di 5500 firme il risultato è stato raggiunto, e quindi il comitato dei genitori è fiducioso e spera anche qui di ottenere risposte e risultati immediati. Ma nel frattempo la contestazione continua, soprattutto per il discorso del tempo prolungato che per il prossimo anno scolastico forse non ci sarà in alcune scuole cittadine come le Marconi Ferraris e altri istituti. La conseguenza sarà che a tanti ragazzi mancherà la possibilità di approfondimento e studio. In questo modo si interrompe un’esperienza che ha radici profonde nel nostro territorio, nata alla fine degli anni settanta e largamente diffusa in tutta la provincia modenese, anche per aiutare e istruire studenti con difficoltà nell’apprendimento, e in una fascia d’età difficile e delicata.

Molti ieri pomeriggio i modenesi, soprattutto genitori, che hanno firmato per difendere la scuola pubblica, dire no ai tagli e difendere l’istruzione. Solo pochi anni fa il sistema scuola a Modena rappresentava un punto di eccellenza a livello nazionale, ma oggi tutto questo è stato messo in bilico. Ma anche ironia. Su un tavolino di fianco alla raccolta firma anche uno spazio dove assaggiare prodotti tipici come salame e lambrusco: »Gli unici tagli che ci piacciono sono quelli del salame», conclude Stefani.

Gazzetta di Modena 20.06.11

"Finisce la stagione della docilità", di Nadia Urbinati

Le analisi dell´esito del voto sono un indicatore non meno interessante del risultato del voto. Prendiamo come caso esemplare il modo con il quale leader politici e commentatori di area centro-destra hanno descritto i cittadini che hanno reso possibile il quorum e poi la sconfitta delle leggi passate da questa maggioranza: “arrabbiati”, “terrorizzati”, “emotivi”. Aggettivi che parlano di attori irrazionali. Un po´ come succede quando si parla di donne, alle quali, vale ricordarlo, non si voleva concedere il diritto di voto perché incapaci di ragionare imparzialmente, di pensare in termini di giustizia, a causa della loro vicinanza alle pulsioni naturali, della loro emotività.
Cittadini come donne e come bambini: infantilizzati per non farli cadere in errore, e bollati di irrazionalità quando agiscono di testa loro! Le carte vengono sovesciate. Poiché quando gli italiani si identificano con un capo carismatico sono razionali, mentre quando votano contro le sue indicazioni sono emotivi. Un controsenso plateale se si pensa che il diritto di voto è praticato in silenzio proprio per consentire a ciascun cittadino di scegliere liberamente, con la propria testa. La cittadinanza democratica non agisce in massa quando parla con autorità sovrana, ma individualmente, proprio perché presume che tutti noi sappiamo distinguere il bene e il male. Ma chi ci governa pensa alla democrazia come a una giostra sulla quale ci si deve stare come e fino a quando lo decide il manovratore.
Vediamo di smontare questa lettura infantilizzante con una riflessione su questo risultato referendario. Di irrazionalità ed emotività in questi cittadini che si sono recati a votare nonostante gli sgambetti dei poteri centrali se ne vede poca. Gli esperti ci dicono che gli italiani ricevono le informazioni per l´8% dalla carta stampata e per la restante parte attraverso le televisioni nazionali, statali e private. Le televisioni di stato e Mediaset sono state comandate o di tacere sui quesiti dei referendum. Quindi, questi cittadini “irrazionali”, “arrabbiati” ed “emotivi” si sono impegnati con costanza e nel tempo a cercare altrove quello che non trovavano seduti comodamente in poltrona. Se l´emotività e l´irrazionalità suggerisce questi comportamenti razionali protratti nel tempo, non occasionali, allora le scienze sociali devono rivoluzionare i loro metodi. Ma ovviamente le cose non stanno così.
Consideriamo per esempio il movimento anti-nucleare: questo è longevo abbastanza da aver sedimentato la sua presenza nella società, ed è inoltre fatto di gente che sa molte più cose dei ministri che discettano di energia e di nucleare. E prendiamo i movimenti che hanno tenuto viva in questi lunghi mesi la questione dell´acqua come bene comune: le informazioni che hanno distribuito dovunque, nelle città grandi e piccole, con i metodi tradizionali e con quelli online, sono puntuali e chiare. E infine: c´è forse bisogno di movimenti specifici per comprendere che la legge sul legittimo impedimento è un esempio offensivo di privilegio, uno strappo al principio di uguaglianza?
In tutti questi casi, i cittadini italiani hanno dimostrato di essere stati molto razionali e competenti. E per questo hanno disobbedito e dissentito, esercitando cioè una virtù democratica. Poiché, non va dimenticato che il raggiungimento del quorum e poi la vittoria dei Sì sono stati possibili grazie a molti cittadini orientati verso i partiti del centro-destra. Nel caso della Lega Nord la disobbedienza è stata un segno ancora più straordinario di democrazia. Poiché questo é un partito nel quale l´appartenenza identitaria, emotiva e passionale, è più importante della conoscenza e della convinzione individuale nel guidare le decisioni degli elettori. La disobbedienza dei fedeli della Lega all´indicazione del leader Bossi è stata una girata di spalle all´emotività dell´appartenenza in nome di un ragionamento di questo tipo: l´incoerenza tra il dire e il fare che l´alleanza con il Signore di Arcore impone alla Lega è tale da richiedere che venga dal “basso” un segnale forte. Anche in questo caso, un ragionamento tutt´altro che emotivo. Non comprenderlo sarebbe davvero irrazionale.
La saggezza dei cittadini ha stupito un po´ tutti, anche a sinistra. Poiché fino alle vittorie delle elezioni amministrative nemmeno qui si era investito davvero sui referendum, anche perché si temeva che si traducessero in un ennesimo fallimento. Le brucianti sconfitte degli ultimi 16 anni hanno indotto molti a sinistra a non investire nella partita referendaria. Ed è anche questa un´indicazione importante perché dietro il timore del quorum si può leggere una mancanza di conoscenza di quel che stava succedendo fuori delle sedi di partito.
Alla fine dei conti, dunque, pare che gli emotivi, gli irrazionali e gli impauriti siano da cercarsi fuori dalla cittadinanza ordinaria, la quale ha dimostrato di essere molto politica perché ha identificato la politica con riflessioni su ciò che è giusto e conveniente per la società tutta. Ha dimostrato di sapere che cosa significa avere autorità democratica: saper dire Sì e No ragionando con la propria testa, senza obbedire. La lunga stagione delle docilità sembra proprio finita.

La Repubblica 20.06.11

"La spinta propulsiva è finita", di Federico Geremicca

E passi per i tanti militanti che affollano il pratone di Pontida vestiti da Alberto da Giussano, con mantello, spadone e tutto il resto, nonostante i trenta gradi all’ombra. E passi anche per quelli che sfoggiano elmi da unni o da vichinghi, con belle corna lunghe e arcuate. Ma quando in attesa dell’arrivo di Bossi il segretario della forte Lega di Bergamo chiama sul palco «i templari del bel fiume Serio» – e loro sul palco ci salgono davvero – allora il dubbio svanisce, e si può dire con certezza che da queste parti qualcosa non va: o almeno non va più. E non va più perché il folklore va bene quando adorna e rappresenta – come è stato fino a ieri – una linea corsara, furba e spesso fin troppo aspra; ma quando quella linea non c’è più, quando l’affanno è evidente e il Capo non ha una rotta da indicare alla sua gente, allora non resta che il folklore: e di folklore anche una forza come la Lega, ben radicata nelle valli di quassù, lentamente può morire.

Forse è questo, al di là degli ultimatum veri o presunti spediti all’indirizzo di Silvio Berlusconi, il messaggio che arriva da Pontida: il vecchio Carroccio è nei guai, fermo e incerto sulla via da imboccare perché scosso e stupito – forse perfino più del Pdl – dal doppio capitombolo elezioni-referendum. La battuta d’arresto ha lasciato cicatrici profonde in un partito non abituato alla sconfitta: e la reazione, a cominciare dal gran raduno di ieri, non sembra affatto all’altezza dei problemi che ha di fronte. E’ come se, gira e rigira, la Lega avesse esaurito la propria spinta propulsiva, fosse d’improvviso a corto d’argomenti e a nulla servisse – anzi – riproporre gli stessi con più enfasi e più durezza.

E’ un problema non da poco perché – al di là delle tattiche su quando e come votare – riguarda il futuro stesso del movimento. Ed è un problema – alla luce di quel che si è visto e sentito ieri a Pontida, tra bandieroni e facce dipinte di verde – che la Lega farebbe bene ad affrontare. Dovrà chiedersi, per esempio, quale ulteriore forza espansiva può avere un movimento che chiede la fine dei bombardamenti in Libia non perché lì continuino a morire donne e bambini, ma perché costano troppo e poi finisce che arrivano nuovi immigrati a Ponte di Legno o a Gallarate. O che ha individuato l’approdo della Grande Guerra a Roma ladrona nella richiesta che almeno qualche ministero, anche di serie B, venga trasferito al Nord. Si può crescere ancora con slogan e obiettivi così? Forse nelle valli. O lungo le sponde di fiumi custoditi dai templari… Ma già se si guarda a Milano, moderna capitale del Nord, occorrerebbe interrogarsi sul perché alle ultime elezioni solo un cittadino su 10 ha deciso di votare Lega.

Quella della modernità – modernità di linea, di organizzazione e di idee e proposte per il Paese – è un’altra questione che ieri a Pontida è saltata agli occhi in maniera ineludibile. Sembra paradossale dirlo della Lega che al suo irrompere sulla scena modernizzò non poco in quanto a temi (quello della sicurezza nelle città, per dirne uno) e perfino in quanto a proposte istituzionali (il federalismo): ma ieri il folklore e il richiamo all’identità, utilizzati per supplire all’assenza di linea, sono apparsi d’improvviso vecchi, inattuali e quasi figli di un’altra epoca. Tra un supermercato e un nuovo grande parcheggio, la modernità sta letteralmente (e simbolicamente) mangiandosi il pratone di Pontida: e a fronte dei tanti cambiamenti, la Lega risponde riscoprendo la secessione (tema degli esordi), l’identità padana e inasprendo la lotta ai clandestini (triplicato il tempo di internamento nei Cie). Difficile andar lontano, così. E difficile anche – se non in virtù dei meri numeri – mettere davvero spalle al muro l’amico-nemico Berlusconi.

Se serviva una controprova di quanto fosse ormai logorato il rapporto tra la Lega e il premier, ieri la folla di Pontida – una gran folla, come solo nei momenti di grandi vittorie o di grandi difficoltà – l’ha fornita. Fischi ogni volta che veniva citato il suo nome, grandi striscioni per invocare «Maroni premier». Bossi ha definito la leadership di Berlusconi alle prossime elezioni «non scontata»: ma si è dovuto fermare lì, avendo chiaro che una parola in più lo avrebbe spinto in un vicolo al momento del tutto cieco. Il punto è che la base leghista – antiberlusconiana per ragioni quasi antropologiche e caricata per anni a pallettoni fatti di slogan duri e modi spicci – digerisce sempre peggio certe prudenze (obbligate) del Gran Capo. E’ a Berlusconi, alle sue ossessioni giudiziarie e ai suoi bunga bunga che vengono infatti attribuite le sconfitte dolorose non solo di Milano ma di Comuni-simbolo nell’iconografia leghista, da Gallarate a Desio, fino a Novara. A fronte di questo, la prudenza dei capi è sempre meno accettata, e molti non nascondono di avercela anche con chi, nella Lega, si sarebbe «romanizzato»…

Un’immagine, ieri, ha colpito molti dei cronisti accorsi a Pontida. E’ accaduto quando, poco prima dell’arrivo di Bossi sul palco, volontari del servizio d’ordine leghista hanno sequestrato e poi minuziosamente sbrindellato un lungo striscione bianco con delle frasi vergate in nero: «Datevi un taglio. Abolite le Province e dimezzate il numero dei parlamentari. Ce lo avevate promesso». Una contestazione figlia dei furori del passato, certo; e frutto, magari, di quelle compatibilità politiche che nessun capo leghista, nelle valli, ha mai spiegato ai militanti della base e ai templari che vigilano sul fiume Serio… Un problema, anche questo. E a giudicare da certi umori, nemmeno semplicissimo da affrontare.

La Stampa 20.06.11

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“Le due Leghe indecise a tutto”, di ILVO DIAMANTI

A Pontida, ieri, si sono affrontate e specchiate le due Leghe che coabitano sotto lo stesso tetto. Dentro lo stesso partito. Spesso, dentro le stesse persone. Se ne è avuta una rappresentazione esplicita, quasi teatrale, osservando la scena della manifestazione. Da una parte, la Lega di lotta e di protesta. I militanti ammassati sul prato. A gridare, senza sosta: “Secessione! Secessione!”. Dall´altra, sul palco, la “Lega di governo”.
I leader. Chiamati, a uno a uno, per nome e cognome. E “per carica”. Ministri, viceministri, presidenti di Regione e dei gruppi parlamentari. Da ultimo, il Primo. Il Capo. Umberto Bossi. L´icona che tiene unite le due Leghe. Movimento e istituzione insieme, per usare le categorie weberiane rilette da Francesco Alberoni. Il “movimento rivoluzionario” indipendentista e il “partito normale”, istituzionalizzato. Sempre più difficili da riassumere. Soprattutto oggi. Ne ha risentito anche la comunicazione del Capo. Normalmente semplice, fino all´eccesso. Ma chiara e netta. Stavolta meno del solito. Ha espresso i contenuti cauti, della Lega di governo con il linguaggio esplicito della Lega di lotta. Alla congiunzione fra le due Leghe, l´idea del Sindacato del Nord. Che tutela gli interessi “padani”.
Da ciò l´attenzione, ampia e appassionata, dedicata da Bossi agli allevatori e alla loro lotta. Ma anche ai contadini. Testimoni della “terra”, il mito che ispira la Lega e la sua fede padana. Da ciò anche la minaccia, più che l´invito, al governo e a “Giulio” (Tremonti). Affinché abbassino le tasse che colpiscono soprattutto i “ceti produttivi” del popolo padano. Artigiani, lavoratori autonomi e piccoli imprenditori. Anche la polemica di Bossi, rilanciata da Maroni, contro l´intervento armato in Libia, viene tradotta in questa chiave. Più delle ragioni umanitarie preoccupano le ragioni della sicurezza. Del Nord. Minacciato dall´invasione dei poveri cristi in fuga dai bombardamenti.
La Lega di lotta e di governo, tuttavia, faticano a stare insieme, a Pontida. Qualche volta stridono. Ai militanti di Pontida che gridavano “Secessione! Secessione!”, Bossi ha risposto promettendo – più modestamente – di decentrare alcuni ministeri nel Nord. Più precisamente: a Monza. I dicasteri guidati da lui stesso e Calderoli, intanto. Invitando Maroni e lo stesso Tremonti ad aggregarsi. D´altronde, ha aggiunto, il ministero dell´Economia deve stare dove si produce. Non a Roma. Spostare i ministeri a Monza serve, infatti, a marcare il distacco dallo Stato Centrale. E a valorizzare, per contro, la Capitale del Nord. Che gravita intorno a Milano. D´altronde, dopo le elezioni amministrative, la Padania ha perduto la capitale. E la Lega è stata spinta ulteriormente in provincia.
Anche gli avvertimenti a Berlusconi – fischiato dai militanti ogni volta che ne veniva pronunciato il nome – rispondono al sentimento della “Lega di opposizione”. Berlusconi – ha detto e ripetuto Bossi – non sarà necessariamente il candidato premier. D´altronde, i militanti, esibendo striscioni da stadio, inneggiavano a “Maroni premier”.
Il messaggio è chiaro. Berlusconi, verrà sostenuto dalla Lega solo se rispetterà gli interessi e le rivendicazioni del Sindacato del Nord. Pensieri, parole – e parolacce – a cui, tuttavia, difficilmente seguiranno i fatti. Perché queste rivendicazioni del Sindacato del Nord, per quanto “moderate”, appaiono poco praticabili.
Proporre di decentrare alcuni ministeri a Nord è ben diverso che minacciare la secessione. Ma si tratta, comunque, di un progetto difficile da realizzare. Significherebbe svuotare l´idea – e la realtà – di “Roma Capitale”. Divenuta tale con un decreto votato dalla stessa Lega. Lo stesso discorso vale per la riforma fiscale e le altre iniziative volte ad alleggerire – o almeno controllare – il debito pubblico. Difficile immaginare che possano avvenire a spese, prevalentemente, dei ceti sociali e delle aree del Mezzogiorno. Roma Capitale e la Regione Lazio sono governate dal Pdl. Il Centrosud garantisce il bacino elettorale maggiore del Pdl. La Lega dovrebbe, a questo fine, rompere con Berlusconi e il suo partito, come nella seconda metà degli anni Novanta. Dovrebbe ascoltare il popolo di Pontida che grida: “Secessione! Secessione!”. Impensabile. Perché incombe ancora la sindrome del ´99. Quando la Lega secessionista, da sola, si ridusse a poco più del 3%. Abbandonata dai “forzaleghisti”, come li definì Edmondo Berselli. Gli elettori che votano ora Lega ora Forza Italia (e ora Pdl) su basi tattiche.
Per questo Bossi lancia parole di lotta, ma poi usa argomenti di governo. Sorretti da ragioni ragionevoli. Guardate che non basta schiacciare un bottone per cambiare, ripete il Capo. Guardate che non possiamo fare cadere il governo e non possiamo neppure andare al voto. Oggi. Non conviene. Il «ciclo storico (ha detto proprio così) è cambiato. Ci è sfavorevole. Vincerebbe la Sinistra».
Ma poi, aggiungiamo noi, non sarebbe facile neppure a Bossi convincere il suo partito ad abbandonare il governo – e il sottogoverno. Per ragioni interne. Costringere alle dimissioni i suoi ministri e i suoi viceministri. E tutti i suoi uomini inseriti nelle istituzioni, nei centri di potere economico, finanziario, pubblico e radiotelevisivo. Sarebbe difficile perfino a lui, il Capo. Anche proclamare la secessione. Da Roma. Non solo perché la stragrande maggioranza degli elettori del Nord, compresi i suoi, non la accetterebbe. Ma perché la rottura della maggioranza a livello nazionale avrebbe rilevanti conseguenze locali. Visto che la Lega, nel Nord, governa in due Regioni, molte province e centinaia di comuni. Insieme al Pdl.
Difficile, infine, pensare che una Lega di governo, cresciuta tanto e tanto in fretta nel Nord, non sia attraversata da divisioni interne. Come avviene in tutti i partiti “normali”. Che la proposta dei ministeri a Monza non abbia suscitato disagio nel Nordest e soprattutto in Veneto. Che le ovazioni a “Maroni premier” non abbiano messo di cattivo umore Calderoli. E magari anche qualcun altro.
Per questo le parole di Bossi e il rito di Pontida non hanno offerto indicazioni chiare sul futuro. La Lega di opposizione vorrebbe correre da sola. Contro tutti. La Lega di governo non ci pensa proprio. Il Sindacato del Nord pone alla maggioranza condizioni che il Pdl non può accettare. Nessuno è abbastanza forte per imporsi. Né per rompere. Così il governo – e il Paese – sono destinati a navigare a vista. Finché ci riusciranno.

La Repubblica 20.06.11

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Berlusconi tira un sospiro di sollievo “Non c´è alternativa al mio governo”, di Carmelo Lopapa

“Rotto il patto tra Umberto e Tremonti”. In autunno la resa dei conti. Nella “verifica” di domani il capo del governo recepirà le richieste leghiste e chiederà la fiducia
Il Cavaliere è pronto a cedere solo sulle “sedi di rappresentanza” dei dicasteri. «Umberto ha mantenuto gli impegni, andremo avanti fino al 2013». Silvio Berlusconi tira un sospiro di sollievo davanti alla tv nel salotto di Arcore. Bossi ha appena concluso il proclama da Pontida, governo e Pdl vacillano sotto i diktat leghisti, al premier viene preannunciato il tramonto della sua leadership, per il Cavaliere però è un disco verde. E si prepara a passare all´incasso a metà settimana con la verifica in Parlamento. Resta il timore di fondo che la resa dei conti, quella vera, sia «solo rinviata all´autunno».
Davanti alle telecamere è sereno: «Si è verificato quello che Bossi mi aveva annunciato, la conferma che la nostra alleanza non ha alternative e che c´è la volontà di proseguire la legislatura» spiega il presidente del Consiglio quando esce a fine giornata dal Niguarda di Milano, dopo la visita al militare ferito in Afghanistan. E poco conta che quelli di Bossi siano stati già definiti dalla “Padania” come l´«Ultimatum al governo». Berlusconi quell´ultimatum è pronto ad accoglierlo, pur di andare avanti. «Al Senato e alla Camera illustrerò il programma che comprenderà anche alcune delle richieste che sono state esplicitate da Bossi». Ci sarebbe anche il trasloco di tre o quattro ministeri al Nord, tra i balzelli imposti dal Carroccio e sufficienti a far saltare i nervi ai romani del Pdl, da Alemanno alla Polverini. Ecco, anche su quello Berlusconi è convinto di poter trovare la «quadra». Che passerebbe – stando a quanto trapela dalla nuova segreteria del partito – attraverso «sedi di rappresentanza operative» dei ministeri in questione. Come dire, uffici con segretaria al seguito dai quali i ministri «padani» potranno, se vorranno, prendere anche le loro decisioni. Ma la storia si chiude lì, i dicasteri, coi loro impiegati, resteranno a Roma. Per il resto, il programma che il Cavaliere promette è «impegnativo» e servirà per affrontare «una crisi che non è ancora finita», ammette. «Non abbiamo alcun dubbio sul fatto che la maggioranza in Parlamento mantenga la fiducia, quindi andremo avanti». La fiducia si voterà domani a Montecitorio sul decreto Sviluppo. Ma nel Pdl si sta facendo largo l´ipotesi di un documento di sostegno al premier dopo le sue dichiarazioni alle Camere sulla verifica di governo, per incassare un secondo via libera nella stessa settimana. «Darebbe una buona spinta» è la tesi del pidiellino lombardo Gregorio Fontana. Quel che interessa a Berlusconi è tirare fino al 2013. «Oggi l´Italia richiede di essere governata, richiede stabilità – prosegue nella sua analisi in serata – Le elezioni di medio termine hanno fatto pagare anche a noi il dazio della crisi, ma questo non significa che si debba interrompere il governo e la legislatura, significa soltanto che bisogna proseguire con un´azione più incisiva», prova a rassicurare.
Al capo del governo non è sfuggito il passaggio sul 2013 e sul sostegno tutt´altro che scontato del Carroccio alla sua leadership. È il preannuncio di un divorzio che nella peggiore delle ipotesi potrebbe portare fino alla rottura della coalizione. Ma al netto dei «toni da comizio di Umberto», come li ha definiti Berlusconi commentando coi suoi, c´è tutta la soddisfazione per il pressing leghista su Tremonti. «Si è spezzato l´asse tra Giulio e la Lega» dice in privato il premier a proposito delle parole di Bossi sulla necessità di una riforma del fisco in tempi rapidi: «La parte più dura del discorso Umberto l´ha dedicata a lui». La sensazione del presidente del Consiglio, insomma, è che a questo punto il ministro dell´Economia sia pressoché all´angolo. Con due incognite non secondarie, tuttavia. La reazione dei mercati, questa mattina, dopo l´avvertimento dell´agenzia di rating Moody´s sul debito pubblico italiano. Quindi, le pressioni dell´Eurogruppo sul governo per accelerare i tempi della manovra da lacrime e sangue (40 miliardi). Due fattori che potrebbero far gioco al ministro di via XX Settembre nella sua «resistenza» a oltranza sul taglio alle tasse.
Sarà la partita dei prossimi giorni. Come lo sarà, in casa Pdl, la fronda che sta maturando alla vigilia del Consiglio nazionale del primo luglio. La guerra dichiarata da Alemanno e dalla Polverini alla Lega, vista dai vertici del partito, ha tutta l´aria di preparare uno strappo da qui all´estate. Il sindaco di Roma in queste settimane sta lavorando di diplomazia con Claudio Scajola e con Roberto Formigoni. I suoi raccontano che il punto si farà a fine luglio, in occasione dell´assemblea della sua fondazione. I tempi a quel punto potrebbero essere maturi per un nuovo scisma. L´ennesimo.

La Repubblica 20.06.11

"Se tra i giovani torna la voglia di inventare", di Goffredo Fofi

Allo stesso modo in cui ci si sente offesi dalla volgarità, supponenza, superficialità del nostri connazionali, e soprattutto di quelli che hanno il privilegio di potersi esprimere pubblicamente, così ci si sente rinfrancati da quelli tra loro che dimostrano uno “stile” diverso, il bisogno di una profondità, l’inquietudine di una ricerca. Ricerca di che, in definitiva, se non del senso da dare alla propria esistenza in mezzo agli altri? È a partire da questa primaria differenza che mi capita di questi tempi di giudicare i giovani che incrocio, con cui vengo a contatto girando l’Italia.

Una premessa. Io mi ritengo molto fortunato, per aver conosciuto e per avere ancora la possibilità di conoscere e frequentare persone di valore, minoranze attive o presenze pulite ancorché passive, e non faccio molta distinzione tra le età, ma certamente il tempo logora, e l’Italia corrompe: è difficile trovare adulti o anche vecchi preoccupati di qualcosa di più che della loro sopravvivenza, del loro star bene e, tra quelli che hanno una qualche figura pubblica, del loro piccolo potere, della loro povera immagine.

Torniamo ai giovani. Come sempre, la maggioranza tra loro finisce per farsi conformista, e per farsi lentamente conquistare dai modelli vincenti. È difficile tener testa da soli agli tsunami delle mode (delle manipolazioni commerciali che ne sono alla base) e ai ricatti del “così va il mondo”, ma è pur vero che il grande privilegio della gioventù è sempre stato quello di inventare il nuovo in barba alle idee correnti. Faccio allora un esempio. Prima delle elezioni ho visto sui muri delle piccole città meridionali e settentrionali l’imbarazzante esposizione di facce sorridenti e brutte, di puffi che chiedevano il voto, e per buona parte si trattava di giovani. Nessuno sembrava avere qualcosa di suo da dire, un programma anche minimo da proporre, anche se tutti dichiaravano di essere portatori di cambiamento, dicevano che bisognava cambiare senza mai dire cosa, perché, come.

Chiedevi a qualche amico del posto e ti diceva chi erano, e scoprivi che, a parte i cognomi più noti (rampolli di politici, commercialisti e professionisti bene insediati, e dunque “eredi” secondo le regole del “familismo amorale”), gli altri erano sconosciuti ai quali qualcuno (i genitori, una nonna affettuosa, un parente interessato) aveva pagato la campagna inventando magari una piccola lista – in certi comuni del Sud se ne sono presentate a dozzine, e quelle sopravvissute si sono accorpate, cioè “vendute”, a quelle maggiori. In generale, non era vero che non ci fosse ricambio, anche se sul fronte di una tradizione che è tutto fuorché entusiasmante: in queste elezioni i giovani hanno avuto un peso anche dentro il sistema di potere consolidato. Ma per fortuna lo hanno avuto più grande su quello contrario, della novità.

In un bell’articolo su la Repubblica Ilvo Diamanti, attento e puntuale come sempre, ha messo in rilievo meglio di altri il ruolo avuto dai giovani nel cambiamento in corso. Dai giovani e dai loro mezzi di comunicazione, che hanno decretato la decadenza del potere televisivo (di “destra” e di “sinistra”: lo sguaiato pappone delle grida amministrato cinicamente dai “grandi conduttori” e dal “grande comunicatore”). Assieme al voto delle donne nauseate dalle schifezze del berlusconismo e dai modelli femminili vincenti, assieme al voto dei cattolici, sul quale bisognerebbe riflettere meglio, e più ancora di quelli, è stato il voto dei giovani a decidere di queste elezioni e del referendum. Di giovani che hanno giustamente le scatole piene di noi adulti, dei “grandi” adulti come dei piccoli adulti, dei big come dei loro lacchè e dei loro complici portatori di ideali simili e diffusori di simili modelli. Di giovani che chiedono fatti e sostanza, e rispetto per sé e per i cittadini comuni, con le carte in regola e non…

Forse verranno ancora delusi (o ci deluderanno) e forse molti di loro finiranno ancora una volta nel calderone delle maggioranze frastornabili ed egoiste. Forse dovranno scontrarsi con quegli altri giovani che vedono nella politica (nell’occupazione del “pubblico”) soltanto un posto di lavoro o, peggio, un posto di comando. E noi adulti dovremo di nuovo saper distinguere, e metterci, paritariamente, a servizio dei migliori tra loro e dei modi che escogiteranno di inventare un nuovo all’altezza di questi tempi balordi. Per il momento, è già bello non dover dire loro “fuitevenne”, andatevene all’estero, scappate via da questo paese di merda, come diceva tanti anni fa Eduardo De Filippo ai ragazzi napoletani.

L’Unità 19.06.11

Donne democratiche a convegno

“Cercasi donne attive per un’Italia nuova” è lo slogan scelto per la Conferenza provinciale delle donne democratiche che si terrà lunedì 20 giugno a partire dalle 19.30 presso l’agriturismo La Baccelliera, in strada Baccelliera 84. “Le donne vogliono essere dove si decide il futuro del Paese – spiega Caterina Liotti, portavoce del gruppo di lavoro che ha preparato la Conferenza – e mettere a frutto, per il bene di tutti, intelligenze e punti di vista innovativi. A questo scopo sono nate a livello nazionale e locale le conferenze delle donne democratiche, luoghi di proposte e di confronto per una politica che migliori la loro vita e renda paritaria la loro rappresentanza”.

Caterina Liotti aprirà i lavori della conferenza alle 20.30. Seguiranno il dibattito e le conclusioni affidate a Roberta Agostini, coordinatrice della conferenza nazionale delle donne democratiche. Al termine approvazione del regolamento ed elezione del comitato esecutivo. Parteciperanno all’incontro, tra gli altri, il segretario provinciale del Pd Davide Baruffi, la coordinatrice della Conferenza regionale Lucia Borganzone; la sen. Mariangela Bastico; l’on. Manuela Ghizzoni;, la consigliera regionale Palma Costi.

La linea del Piave di Tremonti "Subito la manovra da 40 miliardi", di Massimo Giannini

La mossa del ministro dell’Economia dopo l’annuncio di Moody’s. Fiducia nell’asse con Bossi: “Vedrete, verrà rinsaldato”. Stasera vertice delicatissimo. “Anticipare la manovra”. Se mai ci fosse stato ancora un dubbio, sospeso tra i pronunciamenti demagogici del Grande Imbonitore di Arcore e i riposizionamenti strategici del Gran Cerimoniere di Pontida, la sortita di Moody’s l’ha spazzato via in un colpo. Giulio Tremonti, adesso, si sente più forte. E ha un’arma in più per difendersi dall’accerchiamento di Berlusconi e Bossi: rilanciare sulla linea del rigore. E varare subito, prima dell’estate, la maxi-manovra da 40 miliardi, che dovrà portare l’Italia al pareggio di bilancio entro il 2014. È l’unica risposta possibile, da offrire all’Europa e ai mercati, per tenere il Paese al riparo dalla “sindrome greca”.

Chiuso in casa a Pavia, il ministro del Tesoro si prepara a una domenica di passione. Questa mattina, sul pratone di Pontida, c’è il raduno della Lega, che dovrà decidere le sorti del governo. Maroni e Calderoli alzano i toni, e coprono le pretese di Cisl e Uil, palesemente velleitarie perché colpevolmente tardive. Dopo aver ingoiato senza fiatare ogni tipo di rospo, in tre anni in cui i salari reali del privato sono crollati e gli stipendi del pubblico impiego sono stati congelati, Bonanni e Angeletti si ricordano che famiglie e lavoratori, precari e disoccupati, meritano adesso una “ricompensa” fiscale. Minacciano addirittura uno sciopero, dopo aver boicottato ogni genere di protesta organizzata dalla Cgil. I due ministri leghisti si accodano. Bossi tace. Parlerà solo lui, oggi, al popolo padano. E tutti aspettano di
capire se romperà con Berlusconi (evitando di seguirlo nella deriva sfascista) o se romperà con Tremonti (smettendo di seguirlo sulla linea rigorista). Il ministro è tranquillo: il suo “asse” con il Senatur oggi “verrà anzi rinsaldato”. Perché un conto è dire “serve la riforma fiscale subito” (come gridano Maroni e Calderoli), un altro conto è dire “serve una riforma fiscale, ma non ci sono i soldi per farla” (come dirà Bossi).

Questa sera, in Lussemburgo, c’è poi il vertice europeo che dovrà decidere le sorti di Atene. Nuovi aiuti, ristrutturazione del debito, né gli uni né l’altra. Tremonti non fa previsioni: “Tutto è possibile, nulla è scontato”. La preoccupazione è altissima. L’effetto domino è dietro l’angolo. Per questo la riunione di stasera è fondamentale, in vista della riapertura dei mercati di domani, e più ancora del Consiglio Europeo di giovedì prossimo, quando la questione greca sarà all’ordine del giorno del vertice dei capi di Stato e di governo, e si tratterà di stringere ancora di più i cordoni della borsa, con buona pace del Cavaliere che si era illuso di convincere Sarkozy a chiedere un allentamento dei vincoli delle leggi di stabilità dei paesi membri nei prossimi due anni. Scorciatoie che solo la disperazione irresponsabile di Berlusconi può considerare ancora possibili, in un’Eurozona tormentata dal dissesto dei debiti sovrani e perciò tornata al centro degli attacchi della speculazione internazionale.

Come uscire da questa congiuntura, che somma in un’algebra impossibile l’urgenza di un forte stimolo interno con la cogenza di un fortissimo vincolo esterno? Tremonti non ha dubbi. E tanto a Pontida, quanto a Lussemburgo, offre la stessa risposta, che rimanda alla Legge di Stabilità e al Piano Nazionale di Riforma: “La politica di rigore fiscale non è un’opzione, non è temporanea, non è conseguenza imposta da una congiuntura economica negativa, ma è invece “la” politica necessaria e senza alternative per gli anni a venire”. La linea del governo non può cambiare: non c’è spazio per una riforma fiscale generale, né tanto meno per un calo immediato delle aliquote Irpef. L’Italia deve garantire in tutti i modi “il rispetto dei vincoli sull’indebitamento netto e sul rapporto debito/Pil”. Dunque, ancora una volta, Tremonti non si sposta dalla sua linea del Piave: né manovre in deficit, né misure che ci allontanano dal pareggio di bilancio.

L’altolà di Moody’s aiuta la resistenza del ministro dell’Economia. Tremonti si aspettava una mossa del genere. La considera “un riflesso generalizzato della crisi greca, più che una critica specifica alla tenuta dei conti italiani”. E dunque “investe allo stesso modo tutti i paesi dell’Eurozona”, sia pure con un’intensità diversa. “E’ una fase critica e delicatissima per tutti”. Ma non c’è dubbio che per Paesi come la Spagna e l’Italia (dopo la diffusione della crisi tra Irlanda, Grecia e Portogallo) lo sia ancora di più. L’avvertimento dell’agenzia di rating, secondo la lettura che se ne da a Via XX Settembre, nasce da qui. “La tensione sugli spread di questi giorni riguarda tutta la struttura dei titoli di Eurolandia, non certo solo quelli italiani”.

L’Italia, da questo momento, torna ad essere un sorvegliato speciale. Ed è per questo che Tremonti, adesso, è più che mai irremovibile sulla disciplina di bilancio. E punta a lanciare un segnale ancora più netto di rigore. Il segnale è appunto “l’anticipo della manovra da 40 miliardi”. Un altro schiaffo alla strategia berlusconiana, che voleva una “scossa” espansiva subito, fatta di sgravi fiscali massicci, e la “stangata” rinviata (semmai) all’autunno. Il ministro inverte l’ordine: prima dell’estate “l’impianto dell’intera manovra che dovrà portarci al pareggio di bilancio nel 2014 dovrà avere una struttura di legge”. Dunque entro luglio conosceremo i contenuti della legge delega sulla riforma fiscale e i sacrifici necessari qui ed ora, e poi nell’arco dei prossimi due anni. Questione di giorni. Passata la verifica (sempre ammesso che passi) dalla settimana prossima Tremonti conta di portare i primi provvedimenti in Consiglio dei ministri, per arrivare alla discussione e al via libera del Parlamento prima della pausa di agosto.

Il solco è già tracciato, secondo il ministro dell’Economia. “E’ il Piano Nazionale per la Riforma. Quello è il nostro “palinsesto”. Nelle prime cinque pagine c’è scritto cosa dobbiamo fare per arrivare al pareggio di bilancio. E a pagina 6 c’è scritto cosa dobbiamo fare per portare a regime una seria riforma fiscale e assistenziale, basata sulla progressività, sulla solidarietà, sulla semplicità. Tarata sulla riduzione del numero sterminato di regimi fiscali di favore, almeno 400, e sul modello tedesco, che non è quello dello Stato costruttivista, che predetermina a tavolino le detrazioni e le deduzioni. Questo è il documento che abbiamo firmato in Europa. Questo è il patto che dobbiamo onorare. Non ci sono alternative”. Il messaggio al Cavaliere, ancora una volta, è più chiaro che mai. Resta un’ultima questione, che tuttavia è cruciale sul piano del giudizio politico. Se adesso anche l’Italia rischia la tragedia greca, come dimostra l’allarme di Moody’s, allora è un’intera politica economica che in questi tre anni è clamorosamente fallita. E di questo tutti, nello sgangherato “dream team” berlusconiano, portano allo stesso modo la loro quota di responsabilità. Questo governo ha tamponato il deficit, ma ha fatto riesplodere il debito, e ha dilapidato il tesoretto dell’avanzo primario. Il Paese non ha conosciuto vero né rigore contabile, né meno che mai vera crescita economica. Accorgersene, oggi, è una colpa etica imperdonabile. E rimediare, ormai, è una scommessa politica non più credibile.

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"Bossi 'salva' Berlusconi e Pontida lo fischia…" di Andrea Carugati

«Se andiamo adesso a elezioni e facciamo cadere Berlusconi, questo è un momento favorevole alla sinistra»: così Umberto Bossi a Pontida. Fischi dei militanti. «Spero che la Lega abbia la spada curva così il segretario del Pd se la piglia in quel posto». Lo ha detto il leader della Lega, Umberto Bossi, mimando il gesto, parlando dal palco di Pontida. Bossi replica così al segretario del Pd che aveva ricordato ieri i manifesti del suo partito raffiguranti i manifesti di Alberto di Giussano con la spada in giù.

BOSSI: DOPO I MINISTERI
ANCHE LA ‘MAGISTRATURA PADANA’
«La Padania deve avere i suoi magistrati, è un suo diritto». Lo ha detto il leader del Carroccio Umberto Bossi nel suo intervento a Pontida commentando l’inaugurazione di ieri della scuola di magistratura a Bergamo.

MARONI IL PIU’ APPLAUDITO
«Noi abbiamo un grande sogno: una Padania libera e indipendente». Così Roberto Maroni dal palco di Pontida. Il ministro dell’Interno si è detto «felice» del grande afflusso di militanti sul ‘sacro’ prato. E, a loro, ha detto: «Voglio ringraziare davvero tutti voi, in barba ai ‘gufi’ romani che dicevano che a Pontida non sarebbe venuto nessuno; a loro dico ‘Guardateli!’».

«FERMIAMO LA GUERRA IN LIBIA
COSI’ FERMIAMO PROFUGHI…»
«I missili non sono intelligenti, per fermare i profughi c’è solo un modo fermare la guerra». Lo afferma il ministro dell’Interno, Roberto Maroni. «Abbiamo contro la Nato che ha detto che non può fare un blocco navale per i clandestini in uscita, abbiamo contro l’Europa che non ci aiuta e la magistratura che è a favore dei clandestini».

«ABBASSIAMO COSTI DELLA POLITICA
IO LA MACCHINA ME LA SONO COMPRATA»
«Dobbiamo abbassare i costi della politica». Lo ha detto Umberto Bossi parlando a Pontida. «Io ho l’Audi e me la sono comprata. Basta con le auto blu che poi pagate voi». Bossi, infine, ha affermato che devono essere diminuiti anche i rimborsi elettorali.

«VOLETE SECESSIONE?
LA FAREMO, PREPARATEVI…»
«Se volete la secessione ci si prepari: la Lega verrà incontro ai popoli del Nord che vogliono una pressione molto forte verso il centralismo, e l’avranno. L’altra volta ci ha fermato la magistratura, questa volta, saremo più incazzati». Così Umberto Bossi dal palco del raduno di Pontida della Lega.

«BERLUSCONI? POTREMMO DIRGLI STOP…»
«Berlusconi non dia nulla per scontato. Può darsi che la Lega dica stop». Lo afferma Umberto Bossi dal palco di Pontida ricevendo un fragoroso applauso dalla folla del pratone.

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A Pontida la base mugugna insulta Alemanno e dice sì ai referendum
di Andrea Carugati

«Berlusconi? Bollito, improponibile, è ora di mandarlo a casa». Gli sfoghi su Radio Padania? Solo un antipasto, almeno stando a sentire i militanti che da ieri pomeriggio affollano i dintorni del sacro prato di Pontida. Fango a volontà, solo un po’ meno dell’anno scorso, cielo plumbeo, tende, salsicce, dialetti padani che si mischiano e rivaleggiano tra loro.

Eccola qui, la tana della Lega. E’ la sera dei giovani, star Matteo Salvini, che chiede di non parlare di politica e poi viene travolto dai suoi fans al grido di «Alemanno terrone» e altri cori tipo «Meglio senza mare, meglio senza sole che essere meridionale». Lui un po’ schiva l’abbraccio, memore del coretto sui napoletani che proprio qui a Pontida, due anni fa, gli costò il posto a Montecitorio. «Stasera meglio parlare di f…». Ma il bersaglio grosso non è il sindaco di Roma. Ma il Cavaliere. Un anziano fa previsioni sul discorso di Bossi: «A me piacerebbe che lo mandasse a casa, il Berlusca, ma temo che non lo farà…».

La moglie storce il naso, poi si avvicina «minacciosa» con l’ombrello verde padania: «Gino, ti ho detto che con l’Unità non devi parlare…». Il Gino si scusa e obbedisce. Ma basta girare l’angolo, e si trova il signor Carlo di Pavia, che conferma la stanchezza per il Cavaliere e ci aggiunge una postilla: «Sì, ma poi cosa facciamo da soli? Con chi lo finiamo il federalismo?». Ecco, è questo l’ultimo grimaldello a cui si può aggrappare il Senatur, per tenere buona la sua base. Portare a termine quel sogno che finora, come ammettono in tanti, «non si è visto, non si riesce a toccare con mano». Eccola qui la dead line che fissa il popolo di Pontida: «Finiamo il federalismo in ottobre, e poi vediamo». La pancia ribolle di sfiducia nel governo, tantissimi hanno votato sì ai referendum e lo dicono senza timori.

E insistono: «Il Cavaliere si è sputtanato col bunga bunga, si è fatto ridere dietro in tutto il mondo, sta facendo perdere voti anche a noi», spiega Francesca Turigliatto, segretario della sezione di Forno Canadese, Lega primo partito. I militanti che sono con lei arrivano a sussurrare qualcosa di sacrilego: “Sì, forse ci vorrebbe un ricambio generazionale anche nella Lega, Maroni sarebbe pronto”. Anche un anziano di Verona, Maurizio detto “il lupo”, pensa che è ora di cambiare: “Ci vuole Flavio Tosi”. Ma sono voci isolate. I giovani padani il Senatur lo amano ancora molto. “Senza di lui non ci sarebbe la Lega”.

E a domanda sul governo: “Decide Bossi, noi siamo il suo esercito”. Un gruppo di ventenni della Franciacorta va contro corrente: “Silvio è l’unico che ci ha dato una mano con il federalismo, in un Paese in cui tutti dicono di volerlo, ma solo a parole”. Se chiedi del premier e delle sue sparate, scuotono la testa: “E’ chiaro che non ci piace, ma per ora non ci sono alternative”. Paolo Grimoldi, leader dei Giovani padani e deputato, la mette giù così: ”Una riforma costituzionale con la sinistra io la farei anche, ma siamo sicuri che loro sono uniti? A me andrebbe bene anche la bozza Violante, vediamo se ci stanno”. Già, ma con quale governo in carica? “Finché non finiamo il federalismo, non ci sono alternative a Berlusconi. Non puoi fermare la macchina a 50 metri dal traguardo. Poi a a ottobre vediamo. Se il premier insiste con intercettazioni e prescrizioni ci facciamo una pensata”, conclude Grimoldi.

Qui tra i vialetti fangosi di Pontida la depressione post voto è stata velocemente accantonata. A domanda, tutti rispondono che “la guerra in Libia ha pesato, e soprattutto quei permessi a 20mila tunisini”. Altri raccontano aneddoti: “Lo sa che al mercato, in campagna elettorale, le vecchiette mi dicevano ‘ stavolta non vi voto più perchè state con Berlusconi’”. Ecco, questa è la cosa che brucia di più: “La gente lo odia così tanto che non vota più nemmeno noi…”. E’ ora di cena, i giovani padani vedono il cronista dell’Unità e iniziano a intonare cori pro Micciche, pro Alfano, e persino pro- Scilipoti. Spuntano pure “federalismo solidale” e “viva i cinesi”. L’umorismo, i ragazzi della Lega non l’hanno ancora perso.

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