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"Il volto migliore", di Aldo Cazzullo

Quale Paese troveranno i capi di Stato che stanno arrivando a Roma da tutto il mondo? E quale Paese lasceremo alle generazioni future, ai nostri figli e ai nostri nipoti? L’anniversario della Repubblica, nel centocinquantesimo compleanno della nazione, ci impone di affrontare queste domande. Non se ne è sottratto Mario Draghi, esprimendo per l’ultima volta le sue Considerazioni finali da Governatore della Banca d’Italia, prima di assumere la guida della Banca centrale europea. E ha dato risposte che incoraggiano. Draghi ha sì parlato di un Paese «insabbiato» , impaurito dal futuro, afflitto da bassa mobilità sociale. Ma ha indicato la possibilità di un «Rinascimento politico e anche economico» , con parole che evocano, oltre a Cavour, la Costituzione della Repubblica romana del 1849, poi ripresa quasi cent’anni dopo dalla Costituzione della Repubblica italiana. A Roma, per la prima volta nell’Europa liberale, si teorizzò che la libertà da sola è appena un fiato di voce, se non c’è il progresso sociale, il salario per gli operai, la scuola per i ragazzi, il lavoro per i giovani. Il modo migliore per onorare il 2 Giugno e per accogliere gli ospiti stranieri è presentarci come un Paese unito attorno ai valori costituzionali. Il voto amministrativo ha spazzato via le velleità su una riforma della giustizia che si voleva «epocale» e in realtà, anziché colmare le gravi lacune di efficienza dei nostri tribunali, avrebbe rischiato di stravolgere l’ordinamento. Il senso delle istituzioni, gli equilibri tra i poteri, il rispetto delle regole e della legge non sono valori acquisiti per sempre; ma non sono neppure simulacri che i cittadini accettano di vedere negati o vilipesi. I 150 anni hanno dimostrato che gli italiani sono più legati alla patria di quanto amino riconoscere. Ma la patria non è esaurita dalla nazione; comprende anche lo Stato, che non può essere sentito — a maggior ragione da chi ha responsabilità istituzionali — come qualcosa di estraneo, che non ci interessa e non ci riguarda. I leader che oggi renderanno visita a Giorgio Napolitano forse non hanno sempre maturato un’idea seria della politica italiana. Ma certo sanno bene quello che l’Italia rappresenta nei loro Paesi. La terra della bellezza, dell’arte, della cultura, della creatività. Il mondo globale, che diventa sempre più uniforme, sempre più uguale a se stesso, guarda con ammirazione al Paese delle cento città, alla Roma della classicità e della cristianità come alla Milano del lavoro e della finanza, e alla grande provincia che a ogni crinale di collina cambia accento, paesaggi, prodotti. All’estero c’è una grande domanda di Italia. Il mondo di domani, che ci fa tanta paura, è anche una grande opportunità per un Paese che sia davvero unito e non lacerato tra Nord e Sud, Padania e Roma ladrona, terroni e polentoni, né ostaggio di una politica ridotta a rissa tra partigiani di interessi privati. Un esempio è sotto gli occhi del mondo: i soldati italiani delle missioni di pace, che saranno rappresentati nella rassegna di oggi. Uomini capaci di dimostrare che è ancora vero quel che diceva Cavour parlando di Garibaldi: gli italiani sanno battersi e morire per riconquistarsi una patria; sanno sacrificare anche se stessi, certo per la loro famiglia, ma anche per il bene comune. Il 2 Giugno dovrebbe richiamare la politica e in genere coloro che partecipano alla vita pubblica a essere all’altezza di questo esempio.

Il Corriere della Sera 02.06.11

"La TV del potere sconfitta dal voto", di Nadia Urbinati

Tra i tanti significati che queste elezioni amministrative dall´esito felice suggeriscono a lettori attenti è la sconfitta del centralismo monopolistico del sistema di informazione e propaganda. Già da qualche anno gli scienziati sociali hanno messo in luce la relazione tra l´incremento di potere che i media online sono capaci di dare ai cittadini e il declino dei big media. Alcuni paralleli si possono tentare che diano il senso di questa considerazione sugli effetti politici della tecnologia informatica. La Tv via cavo è giunta in Italia qualche mese fa, vent´anni o giù di lì più tardi che negli altri Paesi occidentali (e non). E vent´anni di un´opinione diramata da monopoli televisivi hanno corrisposto, anno più anno meno, agli anni dell´egemonia di Berlusconi. Il ritardo tecnologico del nostro Paese non è stato casuale. Nemmeno casuale è, per converso, il nesso tra innovazione tecnologica e liberalizzazione delle opinioni. E, per fare un passo oltre, tra l´uso capillare della comunicazione tele-online negli anni più recenti (quella che ha portato Internet nelle nostre tasche) e la vittoria elettorale delle forze di opposizione nelle recenti elezioni amministrative. Un assaggio degli effetti politici della tecnologia decentrata della comunicazione si era avuto nel gennaio scorso, con il movimento democratico del Cairo. E un altro parallelo vale la pena di mettere in luce, quello tra i miliardi spesi dalla candidata Moratti e i pochi soldi spesi dal candidato Pisapia. Il centralismo dei sistemi di propaganda e creazione delle opinioni richiede un apparato costoso; i media online, decentrati e auto-gestiti dagli attori stessi, è low cost, con ricadute di straordinaria importanza per la democrazia. Infine, a completare il quadro, l´ultimo parallelo, anch´esso gravido di riflessioni politiche: lo scollamento fra il sistema di monopolio e ciò che i cittadini hanno in testa o pensano e vivono e, per converso, il legame stretto e quasi immediato che la comunicazione via rete consente.
Non c´è nulla di nuovo nel riconoscimento che il monopolio si autocondanni alla sconfitta: in questo, siamo tutti figli di Adam Smith. È un fatto fisiologico, poiché controllare e filtrare le informazioni genera l´effetto indesiderato di far sì che chi controlla conosce solo parzialmente come stanno le cose. Il monopolio crea un mondo monocromatico del quale muore perché incapace di intercettare e tollerare le conoscenze che gli potrebbero invece servire per fare scelte oculate ed efficaci. Generare un mercato protetto è controproduttivo per chi lo genera, non solo per chi ne è vittima. Per converso, la diversità è quanto di più complicato da essere digerito per un sistema di centralistismo monopolistico. In questo senso, il monopolio è forte nell´imporsi contro avversari piccoli e minori, ma diventa svantaggiato nel corso della gestione del suo dominio perché espelle la diversità, la quale comunque continua a esistere. Il monopolio è così autoreferenziale da non riuscire a comprendere il nemico. È debole perché troppo forte; perde perché ha vinto troppo.
Ora, il sistema di duopolio mediatico che scelte politiche stolte e clientelari hanno contribuito a edificare nel nostro Paese a partire dal 1984 ha mostrato tutta la sua vulnerabilità poiché gli sfugge totalmente il mondo variegato, plurale e decentrato della vita sociale, il quale, tenuto fuori dalle televisioni nazionali, si manifesta liberamente attraverso la rete. Si è detto in questi giorni che Berlusconi ha perso altre volte in passato e poi è tornato a vincere. Ma occorre tenere conto del fatto che nelle volte passate non c´erano i media online e, soprattutto, la tv via cavo. Insomma, l´egemonia politica di Berlusconi si è costruita attraverso il controllo centralizzato dell´informazione e il blocco dell´innovazione tecnologica e declina insieme alla fine di questo controllo e di questo blocco.
In un´intervista a Barack Obama in visita in Inghilterra riportata su Repubblica alcuni giorni fa, il presidente americano, che vinse a dispetto di tutti i sondaggi e con lo stupore dei suoi avversari proprio grazie alla rete, offre alcuni suggerimenti alle sinistre europee perché tornino a vincere: un programma per il Paese che parli alla classe media e a chi è in difficoltà a causa della crisi ma che non ispiri una cultura del lamento e del risentimento bensì stimoli a guardare al futuro e trasmetta ottimismo; alcune idee programmatiche chiare che tutti possono comprendere e trasmettere a loro volta; parole altrettanto chiare che riescano a rendere quelle idee immediatamente comunicabili; e infine una macchina da guerra che operi attraverso il web e sia in grado in tempo reale di ribattere alla propaganda avversaria del gossip. In sostanza, tutti i consigli per vincere insistono sulla forma comunicativa diretta e online: un mezzo elastico, decentrato, capace di raccogliere la diversità, e reattivo a regie propagandistiche di tipo stalinista.
Certamente, come tutti i mezzi, i media online possono essere usati per buone o pessime cause. Non è appunto che un mezzo. Ma è alla natura di questo mezzo che occorre prestare attenzione: alla sua resistenza ad essere centralizzato e monopolizzato. Si può dire, per ritornare al discorso con il quale avevamo iniziato queste riflessioni, che la tecnologia è un volano di libertà e di liberalizzazione. In un bell´articolo di qualche giorno fa, Stefano Rodotà commentava su questo giornale le inquietanti dichiarazioni del presidente francese Sarkozy sull´esigenza di limitare la libertà della rete. Il controllo del mezzo di comunicazione che viaggia fuori dai palinsesti televisivi sarà d´ora in avanti il rischio più grave che la comunità democratica dovrà fronteggiare. Questa sarà molto probabilmente la sfida di domani. Ma oggi, in questo fine maggio del 2011, possiamo almeno convenire che un monopolio, quello della televisione tradizionale, è stato sconfitto.

La Repubblica 02.06.11

"L’eredità di Draghi", di Franco Mosconi

La più europea delle istituzioni italiane, la Banca d’Italia, ha l’altro ieri idealmente salutato chi ne è alla guida da cinque anni e mezzo, Mario Draghi. Egli ha voluto esprimere il commosso tributo della Banca tutta a Carlo Azeglio Ciampi, autentico maestro per tanti funzionari che a palazzo Koch lavorano. E maestro per molti di loro è stato il compianto Tommaso Padoa-Schioppa, ricordato dal Governatore con parole molto significative.
Che Banca d’Italia sarà senza Mario Draghi? Possiamo scorgere due eredità: la prima riguardante le persone, la seconda le idee e le politiche pubbliche.
Le grandi istituzioni si contraddistinguono per la continuità che sanno imprimere alla loro azione, pur nel naturale succedersi delle leadership.
Va proprio a merito di Draghi l’aver rinnovato profondamente in questi anni il Direttorio, ove sono entrate personalità di grande esperienza – maturata sia in Banca sia a livello internazionale – come il direttore generale Fabrizio Saccomanni e i vice direttori Anna Maria Tarantola (la prima donna a rivestire questo ruolo), Ignazio Visco e Giovanni Carosio. L’alta dirigenza della Banca d’Italia è perfettamente idonea a succedergli.
La seconda eredità del quinquennio di Draghi riguarda le riforme sollecitate per sboccare questo nostro immobile paese. È stato Draghi stesso a utilizzare l’ultima cartella e mezzo delle Considerazioni finali per affermare: «La crescita economica del nostro paese è stata il mio punto fisso».
Semplificando molto, c’è un piano macroeconomico della storia, che considera la stabilità – così cara alla cultura tedesca – un prerequisito per una crescita economica duratura e non effimera.
L’esempio dell’Italia dei primi anni ’90 è giustamente citato; non va dimenticato infatti il ruolo svolto da Draghi come direttore generale del Tesoro con tutti i governi della repubblica (Amato, Ciampi e Prodi) che seppero agganciare l’Italia e la lira al grande disegno della moneta comune europea. Tornando all’oggi, egli ha sottolineato con forza come sia necessario «riportare sotto controllo i bilanci pubblici» attribuendone il compito innanzitutto alle «politiche nazionali».
Ci sarà molto da fare nell’Italia dei prossimi anni: una correzione della spesa primaria corrente di oltre il 5 per cento reale nel 2012-14, evitando tagli uniformi a tutte le voci (quelli che invece questo governo ha teorizzato e perseguito), ponendosi altresì l’obiettivo di ridurre – scrive Draghi – «in misura significativa le aliquote, elevate, sui redditi dei lavoratori e delle imprese ». Infine, il compito della Bce è illustrato con poche, chiare parole: «Assicurare la stabilità dei prezzi nel medio periodo; la stabilità monetaria è il suo fondamentale contributo alla crescita».
Il piano microeconomico della storia ha essenzialmente un nome: produttività; o, meglio, una produttività che “ristagna” (è infatti ferma del tutto da dieci anni). Questione che, a sua volta, ne evoca altre due: il capitale umano di qualità e le imprese innovative.
Dei nostri giovani talenti, delle riforme all’istruzione e all’università, e della necessità di un più forte riconoscimento del merito il Governatore parlò già nelle sue prime Considerazioni finali nel 2006; del rischio di perdere o sprecare una generazione – quella dei contratti atipici, che coinvolgono milioni di italiani – nel biennio seguito alla grande crisi (2009 e 2010).
Martedì si è soffermato sulla necessità per il paese di darsi un nuovo «sistema di protezione sociale», di taglio universalistico per promuovere le chance di vita e lavoro di tutti i cittadini. Ha indicato «la scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro» come «un fattore cruciale di debolezza del sistema».
L’altra costante delle Considerazioni di questi cinque anni è stata la struttura produttiva italiana, sottoposta alla duplice sfida della globalizzazione e della rivoluzione tecnologica. C’è stata indubbiamente una ristrutturazione delle imprese negli anni dell’euro ma è rimasta, per così dire, un’incompiuta: le nostre imprese restano mediamente più piccole di quelle di Eurolandia; il balzo da una classe dimensionale all’altra è raro; le tantissime imprese familiari hanno una gestione che rimane troppo spesso «nel chiuso della famiglia proprietaria». È dunque una ristrutturazione che va completata, e dal 2006 a martedì scorso numerosi sono stati gli spunti per l’azione (giustizia civile, concorrenza, infrastrutture, etc.) offerti a coloro che hanno avuto e hanno responsabilità di governo.
Guardando a questi cinque anni ci domandiamo: si è trattato di “prediche inutili” come quelle del suo “illustre predecessore”, Luigi Einaudi? Il rischio, paventato dallo stesso Draghi, purtroppo c’è. Ma il paese sta capendo che è arrivato il tempo di ristabilire un rapporto con la (dura) realtà delle cose. E sempre da Einaudi ci viene quel «conoscere per deliberare», stella polare per chi ambisce a essere classe dirigente.

da Europa Quotidiano 02.06.11

"Il diritto restituito", di Stefano Rodotà

La Corte di Cassazione ha fatto la sua parte, con intelligenza giuridica e senso delle istituzioni. Gli effetti della decisione di far tenere il referendum sul nucleare sono evidenti, viene sventato il colpo di mano di un governo prepotente e incompetente. Viene impedita una frode del legislatore a danno degli elettori. Viene restaurata la legalità costituzionale. Disprezzata da chi pensava che con uno sgangherato tratto di penna potesse esser fatta tacere la voce dei cittadini. Viene così disinnescata la trappola congegnata con l´apparenza dell´abrogazione delle norme sulla costruzione delle centrali nucleari e con la sostanza di un governo che pretendeva di tenersi le mani libere per far ripartire a suo piacimento il programma nucleare. Un espediente misero, un´evidente legge truffa, che violava il principio secondo il quale il referendum non si tiene solo se la nuova legge va esattamente nella direzione voluta dai suoi promotori.
La Cassazione ha colto la malafede governativa (implacabilmente documentata dalla memoria presentata da Alessandro Pace) e ha trasferito il referendum proprio sulla parte truffaldina della nuova norma. La morale di ieri è limpida. E ancora possibile sottrarre libertà e diritti all´aggressione di cui sono continuamente oggetto. La sconfitta politica del governo e della maggioranza non poteva essere più chiara.
Da tempo, infatti, eravamo costretti a fare i conti con una linea governativa sempre più pericolosa, avventurosa, costosa. Una linea, però, che ormai incontra resistenze sempre più decise, che hanno cominciato a demolirla e che, insieme, stanno facendo emergere le vere questioni nelle quali si riconoscono i cittadini. E non trascuriamo la decisione presa nella stessa giornata di ieri dall´Agcom, che ha dato indicazioni alla Rai perché sia assicurata una effettiva informazione sui referendum, dopo la vergogna dei silenzi, delle trasmissioni semiclandestine, degli spot “informativi” che sembravano fatti apposta per togliere ai cittadini ogni voglia di andare a votare.
Questa strategia antireferendaria è fallita. Fuggita dal referendum, la maggioranza si trova ora a fare i conti con un nuovo smacco. Chi sarà indicato come responsabile? Qualche povero amanuense? Gli eterni giudici comunisti? E deve soprattutto fare i conti con quei cittadini “emotivi” ai quali si è cercato di negare il diritto di voto. Che, però, sono ora in buona compagnia, con l´emotiva Angela Merkel che ha decretato la fine del programma nucleare tedesco.
Riportati nella loro interezza sulla scena istituzionale, i quesiti referendari sono destinati a caratterizzare ulteriormente e ad accelerare le dinamiche politiche appena avviate. Le elezioni amministrative hanno visto la comparsa di nuovi soggetti, non solo i nuovi sindaci, ma tutto quel mondo di donne, giovani, studenti, lavoratori, indignati di ogni età che, nei mesi passati hanno rivitalizzato la politica e che più d´uno aveva liquidato con un´alzata di spalle. I referendum, da parte loro, segnalano ora la comparsa di una nuova agenda politica, costruita intorno a temi forti, che parlano del futuro di tutti. Di un punto di unione tra queste due vicende, le elezioni amministrative e i referendum, e che si trova proprio nelle forze in campo, perché il miracolo del milione e quattrocentomila firme per i referendum sull´acqua “bene comune”, record assoluto per la materia referendaria, nasce proprio dalla mobilitazione di persone che poi sono state protagoniste nel tempo delle elezioni e che, a maggior ragione tornano ad esserlo in queste giornate.
Beni comuni, appunto. Questo è il tratto unificante dei quesiti referendari. Il bene comune dell´acqua sottratto alle pretese speculative. Il bene comune della salute e dell´ambiente sottratto al rischio nucleare. Il bene comune della legalità sottratta ad una giustizia a due velocità prodotta dal legittimo impedimento. Il caso o l´astuzia della ragione o la Provvidenza hanno fatto sì che si producesse una congiunzione così significativa. In un colpo solo possiamo dare alla vita, ai bisogni, all´eguaglianza, al futuro un senso che sembrava perduto.
Molti sono sconcertati continuano a giudicare i referendum sull´acqua in particolare con criteri di convenienza economica e non colgono le dimensioni di un vero passaggio d´epoca che non può essere affrontato con le categorie del passato. Forse stiamo entrando davvero in un mondo tutto nuovo, e questo può far tirare un respiro di sollievo. Ma servono molta fede e molto impegno.
La prova è vicina, il 12 e 13 di giugno.

La Repubblica 02.06.11

"Scuola, stop alle richieste di soldi alle famiglie", di Salvo Intravaia

È illegittimo chiedere soldi alle famiglie per mandare avanti gli istituti scolastici. Lo afferma un recente documento pubblicato nel sito del ministero dell´Economia. A darne notizia è la Uil scuola attraverso il suo segretario generale, Massimo Di Menna, che cita il Massimario dei rilievi ispettivi della Ragioneria generale dello stato. Il documento elenca «i rilievi più significativi formulati dai servizi ispettivi di finanza pubblica nel corso dell´esercizio 2010»: un elenco delle irregolarità più ricorrenti commesse da dirigenti scolastici, segretari (ora direttori dei servizi amministrativi) e organi collegiali nella gestione delle risorse scolastiche.
La notizia non mancherà di avere strascichi polemici, specialmente dopo le ultime prese di posizione di tanti dirigenti scolastici che si sono rivolti alle famiglie per tirare avanti la carretta e sanare i bilanci in rosso. Ultimi in ordine di tempo i 376 presidi dell´Asal – l´Associazione delle scuole autonome del Lazio – che hanno inviato una lettera a migliaia di genitori, denunciando il «più imponente taglio nella scuola della storia italiana del dopoguerra». «Abbiamo sempre auspicato – continuano – che le scuole non chiedessero contributi alle famiglie per il loro funzionamento ordinario; ma una scuola pubblica di qualità ha bisogno di qualcosa di più della semplice sopravvivenza». Qualche giorno prima, gli studenti del liceo Modigliani di Giussano, in Brianza, hanno deciso di anticipare lo stipendio a dieci docenti precari senza paga da tre mesi, prelevando 10 mila euro dal fondo volontario delle famiglie. L´iniziativa era stata concordata col preside che non sapeva come pagare i malcapitati supplenti. E ad aprile la preside della elementare Roberto D´Azeglio di Torino ha deciso di rendere obbligatorio il contributo “volontario” di 50 euro ad alunno, perché con i 3.900 euro che restavano in cassa non poteva più «comprare neppure sapone e carta igienica».
In parecchi casi, la Ragioneria generale dello Stato ha rilevato «l´indebito accollo alle famiglie degli alunni di contributi dovuti in forma obbligatoria dagli istituti». Spesso, la natura “volontaria” dei contributi è esplicitata a priori dalle scuole. Ma certe volte la linea di demarcazione tra il contributo volontario e quello obbligatorio è sfumata. E le famiglie si sentono obbligate ugualmente a pagare. Per Adiconsum, gli stratagemmi adottati dalle scuole per indurre le famiglie al pagamento del contributo sono molti: «L´invio di bollettini anche ad alunni esonerati dal pagamento delle tasse scolastiche erariali; bollettini unici già compilati con cifre che comprendono sia le tasse dovute per legge sia i contributi scolastici che la legge prevede come volontari; informazioni ingannevoli sull´obbligatorietà dei contributi; diniego di iscrizione degli alunni le cui famiglie si rifiutano di pagare il contributo». Nell´ambito dell´autonomia scolastica, le scuole hanno la possibilità di richiedere alle famiglie il pagamento di un contributo per l´arricchimento dell´offerta formativa, ma «tali contributi – ribadisce l´associazione – sono da considerarsi sempre e comunque “erogazioni liberali” cioè volontari».
Secondo il Censis, sono 53 su 100 le scuole che si rivolgono ai genitori, per cifre variabili da 16 euro a 300 euro. Con questo gruzzolo comprano di tutto: dalla cancelleria ai detersivi. Ma secondo il ministero dell´Istruzione «le scuole non hanno ragioni e titolo per chiedere contributi alle famiglie se non liberalità finalizzate all´innovazione tecnologica, edilizia scolastica (di competenza degli Enti Locali), miglioramento dell´offerta formativa» perché «nel 2011 le risorse a loro disposizione sono state aumentate di 685 milioni di euro».

La Repubblica 02.06.11

"Berlusconi paralizza l'Italia con i suoi problemi. Si dimetta"

Pier Luigi Bersani intervistato in videochat da Repubblica TV risponde alle domande degli italiani e spiega a cosa punta il PD: riforme, tutela del lavoro, nuova legge elettorale, riduzione del numero dei parlamentari
“La maggioranza di oggi non è più quella uscita dalle urne alle politiche del 2008. Quindi alla verifica richiesta anche dal Presidente della Repubblica, sull’effettiva tenuta di questa maggioranza di governo, Berlusconi si dovrebbe presentare dimissionario. Perché l’Italia non può girare attorno ai problemi di una persona sola, il governo è paralizzato e non è in grado di mandare avanti il Paese”.
Parte da un dato ovvio il Segretario del PD, Pier Luigi Bersani, intervistato durante la videochat di Repubblica.tv, il giorno dopo i ballottaggi per le elezioni amministrative, che hanno decretato la vittoria del Partito democratico e del centrosinistra in tutto il Paese. “Ormai andiamo avanti da mesi col pilota automatico, mentre abbiamo bisogno di riprendere la strada. Andiamo a votare se non si può fare altro, perché non possiamo continuare a stare in una palude. Se Berlusconi è uno statista, come si vanta di essere – ha ribadito il segretario – deve avere senso di responsabilità e capirlo”.

Il leader democratico ha poi risposto alle numerosissime domande fatte dagli ascoltatori, tutti entusiasti della riscossa democratica in atto, ma desiderosi di capire quali saranno i successivi passi per il cambiamento. Bersani ha così commentato che “anche la scelta politica del premier di aver acquisito i responsabili è stata un errore, perché si è trattato di pratiche di sopravvivenza come si è visto dal risultato del voto alle amministrative. Mentre al momento – ha aggiunto – l’unica e urgente cosa da fare per il centrosinistra è intavolare un dialogo per fare un governo di emergenza per una nuova legge elettorale. Sarebbe solo un meccanismo di restituzione dello scettro ai cittadini, basta parlamentari nominati”.

Esprimendo poi, a richiesta di un elettore una valutazione politica sulla Lega, Bersani ha detto che “nonostante il Carroccio abbia perso pesantemente in tutto il nord, Bossi sembra continuare a tenere il patto con Berlusconi. Invece il grande elettorato della Lega ha visto che il gioco del piede in due scarpe non ha portato a nulla. Non metto il cronometro ma credo che al nord se non c’è un ripensamento politico non è possibile per la Lega rimontare. Io li ho sempre visti come un partito abbastanza radicato e i glielo avevo detto, ma ora non è più così e incoerente, una volta la Lega voleva chiudere i ministeri mentre ora fa accattonaggio. Il nostro paese vive di autonomie e si vuole parlare seriamente di federalismo noi siamo pronti correggendo il tiro, ma deve essere un vero federalismo”.

Riguardo poi al risultato non confortante in questa tornata elettorale del Terzo Polo, il leader democratico ha fatto una analisi molto ampia. “Se gli elettori del terzo polo hanno votato per i candidati del centrosinistra –ha spiegato – è perché Pd e centrosinistra si sono aperti in modo aperto e costituzionale a fronte del populismo del centrodestra”. Bersani ha poi aggiunto che per questo, in questo momento storico il Pd non mette limiti ai propri interlocutori, perché “se si ha una vera esigenza di riscossa civica, oltre Berlusconi, dobbiamo anche liberarci dalla malattia personalistica del berlusconismo. Per questo noi ci rivolgiamo a tutte le forze interessate, anche perché è emerso dalle urne che dove non arrivano le forze politiche arrivano i cittadini. Non mettiamo barriere ad una proposta che deve restare larga, in quanto quando si parla di riforme e il progetto è credibile, tira da entrambe le parti, se non lo è no, lascia scoperto qualche pezzo”.

Sul fenomeno dei grillini Bersani ribadisce che “è importante percepire che ci sono esigenze nuove nel Paese, che vanno anche al di là di Grillo, che pongono delle domande. Ma le parole qualunquiste di Grillo sono già sentite. Mentre il tema della sobrietà della politica è importante ad esempio, in quanto il nullismo non porta da nessuna parte. Per questo si chiede al PD e centrosinistra di portare al governo esigenze ampie”.

Sempre restando su questo argomento, il Segretario ha meglio espresso il ruolo che deve ricoprire il Partito democratico in questo momento, proprio per essere al servizio del Paese. “Il Pd deve sforzarsi di aggregare forze positive esprime una funzione per il Paese. Bisogna mettersi al servizio di una alternativa che và costruita a partire dal centrosinistra. Ci dovrà però essere garanzia e compattezza della forza di governo -ha ribadito -. C’è un lavoro da fare in questo senso e lo stiamo facendo e il centrosinistra ha il dovere di condividere con noi questa esigenza di ricostruzione isolando l’estremismo e il populismo di Berlusconi. È importante il percorso, l’idea e la proposta per il Paese”.

Il giornalista ha poi voluto ricordare l’apparizione a sorpresa di Romano Prodi a Roma sul palchetto allestito al Pantheon per festeggiare i risultati elettorali, ed ha chiesto se la strada per il Pd sarà quella di ripercorrere l’esperienza dell’Ulivo. Bersani ha quindi chiarito che quasi un anno fa in una lunga lettera a Repubblica aveva parlato del nuovo Ulivo solo per esprimere l’importanza di riprendere da quella esperienza due concetti importanti: l’esigenza di riscossa del senso civico e la coesione delle forze riformiste. “Questo era il senso -ha detto -. Ancora è da consolidare una maturazione in questo senso, stiamo ad un ottimo punto ma ci lavoreremo ancora”. Il Segretario ha così chiarito che i punti irrinunciabili del programma sui quali costruire le alleanza sono le riforme: istituzionale, elettorale, dei sistemi di comunicazione, riforma della giustizia per i cittadini, dei costi della politica, riforma fiscale, liberalizzazione, del lavoro per risolvere il problema della precarietà”.

“Bisogna cambiare i rapporti di convenienza –ha ribadito -. Il tema è rendere meno costoso il lavoro non precario, per agevolarlo”.

Anche la crisi economica è stata al centro del dibattito, soprattutto in riferimento alle odierne dichiarazioni di Mario Draghi, che questa mattina ha rivolto un appello alla politica per uscire dalla crisi e favorire una crescita economica. “Appena si abbassa il sipario sul berlusconismo –ha dichiarato Bersani – arriveranno una enormità di problemi economici e anche chi ha detto che non c’erano e li ha negati per anni dirà che sono molto gravi. La storia del centrosinistra è sempre stata così. Bisogna portare il Paese alla Maastricht della fedeltà fiscale e caricare un po’ sulle rendite finanziarie. E puntare sulla politica industriale, scegliendo le nuove energie ad esempio e mettendo in giro un pò di economia. I miracoli non li fa nessuno, non mi aspetto un momento facile non dobbiamo raccontarci le favole. Lo sforzo è chiedere a chi ha di più per dare lavoro ai giovani”.

Parlando poi del referendum sul nucleare, sul quale domani la Cassazione deciderà sull’opportunità o meno del quesito dopo il voto sul decreto omnibus, Bersani ha assicurato che nei prossimi giorni ci sarà una campagna elettorale fitta, ad opera del Partito democratico “perché in questi giorni si è assistito ad un tentativo di scippo da parte del governo della sovranità popolare per modificare la norma sulle centrali nucleari”.

Il leader del Pd, su sollecitazione di uno spettatore ha parlato poi di quanto il PD è contrario ai privilegi della casta. “Non accetto l’idea generica dell’antipolitica voglio un mondo dove anche il ferroviere possa fare politica, dove ci sono privilegi particolari rispetto all’Europa noi agiremo, infatti c’è già una proposta in Parlamento del PD di riduzione del numero di parlamentari. L’Emilia Romagna ad esempio ha tolto i vitalizi ai consiglieri regionali anche se non è stato divulgato è così. E nel contempo risulta anche che ci sono dei sindaci che non riescono a sbarcare il lunario, ci vuole un riequilibrio e noi lo attueremo”.

A termine della trasmissione Pier Luigi Bersani ha parlato del tanto dibattuto tema delle primarie, discusso all’interno del Pd e del centrosinistra. “Io sono l’unico Segretario di Partito in tutta Europa ad essere stato eletto con le primarie, come posso esserne contrario – ha sottolineato – Le primarie sono state positive in tante realtà come Torino o Cattolica, mentre in altri casi non c’erano le condizioni per attuarle. Le primarie quindi vanno considerate non come automatismo ma sono da valutare caso per caso. Chi ci sta decide il percorso. Poi la gente che va a votare alle primarie darà una valutazione. Qualche volta un commissariamento può fare più rinnovamento delle primarie stesse –ha notato il Segretario. Anche un Partito che preservi per se una certa forza centrale è un punto rilevante per il rinnovamento e non per la conservazione”.

L’ultima domanda del giornalista ha dato lo spunto a Bersani per chiarire cosa pensa su una sua probabile candidatura come premier del centrosinistra. “Ora mi sento più forte lo ammetto –ha detto sorridendo –ma io non ci credo ad uno che risolve, c’è bisogno di una squadra fatta per bene e di un collettivo che lavora. Io ci sono e non mi metto davanti al progetto. Se vogliamo uscire dal berlusconismo non possiamo che non percorrere questa strada comune”.

www.partitodemocratico.it

"Nucleare, sì al referendum. Bersani: trucchi caduti", di Andrea Carugati

Il 12 e 13 giugno si voterà anche per il referendum sul nucleare. L’ufficio elettorale della Corte di Cassazione ha stabilito, infatti, che le modifiche apportate dal governo alle norme sul nucleare non precludono la celebrazione della consultazione popolare. La Cassazione ha quindi confermato che i cittadini potranno esprimersi anche sul quesito depositato a suo tempo dall’Idv, che resta in campo assieme agli altri tre, due sull’acqua e uno sul legittimo impedimento di premier e ministri a partecipare alle udienze. È stata così accolta l’istanza presentata dal Pd che chiede di trasferire il quesito sulle nuove norme appena votate nel dl omnibus: quindi la richiesta di abrogazione rimane la stessa, ma invece di applicarsi alla precedente legge si applicherà appunto alle nuove norme sulla produzione di energia nucleare (art. 5 commi 1 e 8).

Si brinda sotto il Palazzaccio
Un presidio organizzato dai Verdi ha accolto, stappando con una bottiglia di spumante, la decisione della Corte di Cassazione di andare alle urne per il nucleare. «Oggi – ha detto Angelo Bonelli dei Verdi – ha vinto la democrazia. Il problema è stabilire chi paga il costo di tutto questo. E io credo che lo debba pagare chi ci ha portato oggi a questa situazione con un provvedimento truffa. Per fortuna ci sono gli organi costituzionali a salvaguardia della democrazia».

Finocchiaro, pd: bellissima notizia
«Questa mattina riceviamo la bellissima notizia che la Cassazione ha stabilito che le modifiche apportate dal governo alle norme sull’energia nucleare non precludono lo svolgimento del referendum». Lo dice Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd, sottolineando che «avevamo sostenuto, anche attraverso la presentazione di una memoria alla Cassazione, che c’erano tutte le ragioni perchè il referendum sul nucleare si svolgesse». Per Finocchiaro «hanno vinto la Costituzione e i diritti dei cittadini italiani. Questa decisione fa giustizia delle vergognose manovre che il Governo aveva messo in campo per evitare che i cittadini italiani si esprimessero su una scelta così fondamentale. Berlusconi e la sua maggioranza, che si richiamano al popolo e alla sua volontà quando fa loro comodo, ora temono le urne e il giudizio popolare. Il voto di domenica scorsa è stato un segnale forte che è venuto da tutta Italia: i cittadini italiani bocciano le scelte di questo Governo». «Ci auguriamo che anche dalla consultazione referendaria, che riguarda anche scelte molto importanti sull’acqua e sulla legge che riguarda il legittimo impedimento, venga un segnale altrettanto univoco e forte. Il Pd si impegnerà affinchè questo avvenga facendo una forte campagna per sostenere il si ai 4 quesiti referendari», conclude.

www.unita.it