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"Riforme, ecco l’accordo addio al bicameralismo Senato di regioni, meno sindaci", di Francesco Bei

Tutti i tasselli stanno andando al loro posto e persino sull’Italicum il lavoro è ormai avanzatissimo, tanto da far ipotizzare a Renzi di vederlo approvato a palazzo Madama entro la pausa estiva.
Ma intanto la riforma costituzionale. «L’accordo è vicino», conferma Giovanni Toti a denti stretti. Il nuovo Senato della Repubblica, disegnato dagli emendamenti messi a punto dai relatori Finocchiaro e Calderoli, recupera molte funzioni, pur perdendo quella fondamentale di poter dare o togliere la fiducia al governo. Insomma, non è più un «dopolavoro per sindaci», per dirla con Berlusconi. Ha competenza sulla legislazione regionale e su quella europea, co-elegge il presidente della Repubblica, il Csm e i giudici costituzionali, ma soprattutto recupera voce sulle leggi elettorali e su quelle costituzionali. Crescendo le funzioni, cambia anche la composizione. Renzi ha dovuto rinunciare al suo Senato dei sindaci. I primi cittadini saranno invece pochi, circondati da una stragrande maggioranza di consiglieri regionali- senatori. Il premier ha trattato partendo da 1/3 di sindaci e 2/3 di consiglieri regionali, ma alla fine Forza Italia è riuscita a strappare la quota simbolica di un sindaco per ogni regione (non sarà automaticamente il primo cittadino del capoluogo di regione, a Roma andrà invece un sindaco eletto dai suoi colleghi). Il cocktail finale è dunque più vicino a 1/4 di sindaci – una ventina – e 3/4 di rappresentanti regionali, un mix che rassicura il centrodestra, preoccupato di un’eccessiva
rappresentanza del Pd nella Camera alta.
Comunque nella notte si tratta ancora. Sono tornati ad esempio i senatori di nomina presidenziale scelti nella società civile, anche se non quanti ne avrebbe voluti il capo del governo. «Siamo all’ultimo, delicatissimo, miglio», si lascia sfuggire a tarda sera Debora Serracchiani. Il diavolo, si sa, si nasconde nei dettagli, e dopo averci lavorato così a lungo anche a palazzo Chigi qualche timore resta. «Sono abbastanza ottimista — ha detto Renzi ai suoi — ma con quelli là è sempre un’incognita ». Certo, la conferenza stampa di Berlusconi ha confermato il premier nella sensazione di avercela fatta davvero. Che il leader di Forza Italia abbia presentato le sue proposte sul presidenzialismo non è stato considerato un ostacolo. A colpire di più è stata l’affermazione, ripetuta da Berlusconi, che l’accettazione del presidenzialismo non era «assolutamente» una conditio sine qua non per chiudere l’accordo sul Senato e sul
Titolo V. Quanto al merito della proposta forzista, Renzi per il momento non ritiene di poterla accogliere: «Ora bisogna completare il percorso su cui c’è accordo. Per cui aprire la questione del presidenzialismo è inopportuno e intempestivo. Siamo a un passo dalla chiusura, inutile infilarci in un dibattito sul presidenzialismo ». Più avanti si vedrà, non ci sono pregiudiziali.
Se l’intesa c’è perché dunque non annunciarla subito? In realtà l’incontro di oggi tra Paolo Romani e Maria Elena Boschi
— oltre ai ripetuti contatti di Denis Verdini con palazzo Chigi — servirà a stabilire con precisione come dovranno essere scelti i futuri senatori. Il problema su cui si stanno scervellando gli sherpa in sostanza è questo: visto che ogni regione ha una legge elettorale con un premio di maggioranza che schiaccia le minoranze, come garantire che le opposizioni siano rappresentate adeguatamente nel futuro Senato? La soluzione, suggerita da Roberto Calderoli, sta nel «voto limitato». Ovvero i consiglieri regionali avranno una scheda con un numero di opzioni inferiore al numero dei senatori da mandare a Roma. In questo modo, giocoforza, anche le opposizioni potranno avere i loro rappresentanti ponderati sul voto reale preso in regione.
Al di là dei tecnicismi, quello che conta è che Renzi è convinto di aver strappato l’intesa solo dopo aver mostrato i muscoli. Non solo il sorprendente risultato elettorale, ma anche «la determinazione che abbiamo avuto con i casi Mauro e Mineo» hanno fatto la differenza. Da ultimo, per blindare l’accordo, Renzi ha voluto chiamare a sé tutto il Pd. È successo la sera di martedì, quando a palazzo Chigi il premier ha siglato quello che, scherzando, definisce «un patto di sangue dentro il partito». Assicurate le retrovie, è potuto andare avanti. tenendo per sé la regia della trattativa finale.
«Con Calderoli abbiamo fatto un gran lavoro — racconta la presidente Anna Finocchiaro — e siamo pronti a presentare i nostri emendamenti. Abbiamo registrato l’apprezzamento di tutti. Ora aspettiamo che Renzi sciolga gli ultimi nodi politici e poi li depositiamo in commissione». L’intenzione del premier è arrivare all’approvazione del pacchetto più presto che mai. «A questo punto prendere o lasciare, o mangiano questa minestra o si buttano dalla finestra… ». Per palazzo Chigi il nuovo traguardo è arrivare al voto finale in commissione entro il 2 luglio, ovvero prima che Renzi si presenti a Bruxelles avviare il semestre italiano di presidenza. «Andare lì con la riforma approvata — ha spiegato il premier durante il vertice con i dem — per me cambia molto. Quando vado in Europa a dire che abbiamo cancellato le province e che supereremo il bicameralismo, rimangono tutti a bocca aperta. Questa partita in casa ci consentirà di vincere anche la partita in Europa».
Del pacchetto fa parte anche l’Italicum, che il capo del governo vorrebbe vedere approvato dal Senato «entro la pausa estiva ». L’intesa anche su questo sarebbe molto avanti, con alcune significative correzioni: soglie di sbarramento portate al 4% sia per chi si coalizza che per chi resta fuori; soglia alzata al 40% per aggiudicarsi il premio di maggioranza. Ma la vera novità sarebbe il superamento delle liste bloccate con l’introduzione delle preferenze o dei collegi. Su questo però si tratta ancora.

La Repubblica 19.06.14

"Il rammendo delle periferie nella coscienza collettiva", di Renzo Piano

Quando i commissari d’esame hanno aperto le buste con i temi mi sono reso conto che il rammendo delle periferie è entrato nella coscienza collettiva. Che dire? Sono l’architetto e senatore più felice del mondo. Quello che intendo come ruolo di senatore a vita è questo: risvegliare le coscienze, soprattutto quelle dei giovani che in questi giorni affrontano la maturità. A loro va il mio più sincero in bocca al lupo, visto che per scaramanzia gli auguri non si fanno. Quello che è importante nella mia veste di senatore, che non può essere diversa da quella di architetto, è piantare dei semi nell’immaginario dei giovani e non solo. Il mio contributo è parlare e lavorare sulle periferie che sono la città del futuro così come sulle scuole che oggi accolgono gli italiani di domani. In questo terreno si piantano i semi ed è importante che sia coltivato, fertile e ben irrigato.
Sono certo che i semi germoglieranno perché i nostri giovani sono straordinari, eredi di una cultura che non ha pari. E lo dice uno che ha lavorato in tutti gli angoli del mondo. Penso che sia fondamentale che in Senato siedano persone che portino energia civica. Scienziati, ricercatori, musicisti, inventori, esploratori: il tesoro del nostro Paese è soprattutto nella cultura, che è alimentata dalla bellezza e dall’amore per la scienza. Sono convinto che la bellezza salverà il mondo, magari salvando una persona per volta, ma lo salverà. Non sono argomenti astratti: all’inizio del secolo scorso furono i senatori scienziati, che provenivano dal mondo del lavoro, a sconfiggere la piaga della malaria in Italia. Come fa l’Italia a guardare lontano senza la cultura, la nostra vera forza? Credo sia essenziale avere in Senato persone che rappresentino il nostro Paese sotto questo aspetto. Anche oggi c’è chi, come me, si occupa di trasformare le periferie in pezzi di città felice e chi di denunciare le truffe di Stamina. Penso che questa sia la strada giusta, chiamiamole competenze o se preferite cultura. Nel mio progetto di rammendo delle periferie sono infatti centrali le scuole, che sono la fabbrica della nostra cultura. Una cultura non nozionistica ma vera, fatta di ricerca, conoscenza, sapere e curiosità. Questa ci appartiene e il suo luogo di riferimento nel mondo è l’Europa, e all’interno dell’Europa è il Paese dove viviamo. Noi italiani siamo come dei nani sulle spalle di un gigante, tutti. E il gigante è la cultura, una cultura antica che ci ha regalato la capacità di cogliere la complessità delle cose. Si tratta di un capitale enorme che va conservato e alimentato. Un compito che spetta alla scuola che deve essere un luogo d’aggregazione, una piazza dove ci si incontra e confronta, una sorta di casa di quartiere dove i ragazzi imparano e insieme imparano anche i genitori. Un edificio permeabile alla città, con un continuo scambio tra dentro e fuori. Abbiamo una tradizione educativa che parte da Maria Montessori per arrivare a Mario Lodi e Loris Malaguzzi, passando per la scuola di Barbiana. Spesso ce ne dimentichiamo mentre all’estero ci copiano: in Italia ci sono 137 scuole con il metodo Montessori, negli Usa oltre 5.000 e in Germania 1.600. Eppure l’abbiamo inventata qui. Il problema delle scuole è un problema di mancanza di cura, di incuria e menefreghismo. Il contrario del motto “I care” che don Lorenzo Milani aveva scritto su una parete di un’aula di Barbiana: me ne importa, mi sta a cuore. L’opposto esatto del “me ne frego” fascista. La scuola deve essere vissuta come la propria casa e non come un luogo percepito estraneo e lontano, certo non si può pretendere di accendere la scintilla del senso civico nei ragazzi se gli edifici sono abbandonati al degrado e, magari, anche i luoghi destinati al gioco e ai laboratori sono inagibili. Ci vuole un cambio di mentalità che parta dallo Stato, poi il resto viene di conseguenza se un luogo diventa vissuto e amato. In Giappone nelle scuole elementari e medie sono gli scolari a occuparsi delle pulizie dei locali. Ma c’è innanzitutto bisogno di una grande opera di rammendo e consolidamento delle scuole, con cantieri leggeri e poco invasivi che non obblighino a deportare i bambini in altre strutture. Un rammendo che deve anche essere un’occasione per ripensare quali siano gli spazi più adatti all’educazione dei ragazzi. Parlo di tetti trasformati in osservatori astronomici e arricchiti di orti dove coltivare gli ortaggi per la mensa, di un piano terra che diventa una casa aperta ai genitori, ai nonni, ai pensionati che vogliono contribuire con la loro esperienza. Penso a palestre ma anche a spazi dove fare teatro, suonare e ascoltare la musica, a laboratori, biblioteche e sale vuote dove semplicemente si possa pensare. Perché anche il silenzio e la solitudine fanno parte dell’educazione.

Il sole 24 Ore 19.06.14

"I troppi paradossi di una (giusta) critica" di Sergio Rizzo

Non possiamo non rilevare alcuni paradossi, almeno tre, a proposito della procedura d’infrazione avviata da Bruxelles a cui l’Italia è sottoposta a causa dei biblici ritardi nei pagamenti alle imprese da parte dello Stato. Questo giornale non è mai stato tenero nei confronti delle amministrazioni che non pagano in tempi umani fornitori e imprese appaltatrici. Non da oggi, ma da quando questa storia è cominciata. Perciò siamo grati a Bruxelles per aver stabilito limiti precisi entro i quali lo Stato deve tassativamente onorare i propri debiti. Ma non possiamo non rilevare alcuni paradossi, a proposito della procedura d’infrazione a cui l’Italia è sottoposta a causa dei biblici ritardi nei pagamenti. Il primo è che la mazzata arriva, a pochi giorni dall’inizio del semestre di presidenza italiana, proprio nel momento in cui il problema viene affrontato con una determinazione sconosciuta in passato. L’attuale Ragioniere generale dello Stato, Daniele Franco, è sotto pressione, per questo particolare frangente, come non mai sono stati i suoi predecessori.
Fatta questa premessa, va certamente detto che quella determinazione andrebbe ancora incrementata. Ci sono Regioni meridionali che per ragioni imperscrutabili non attingono come potrebbero fare ai soldi che sono stati messi loro a disposizione. Esiste poi la faccenda spinosissima degli 11 miliardi di arretrati di spese in conto capitale che non vengono pagati perché farebbero salire un debito pubblico che la stessa Ue ci chiede di ridurre al ritmo di almeno 50 miliardi l’anno. Tutto questo è inconfutabile.
Si deve però ricordare che soltanto con l’effimero esecutivo di Enrico Letta, nel 2013, si è cominciato a prendere materialmente di petto un cancro del quale è difficile dare la responsabilità al suo governo come a quello di Matteo Renzi, in carica da pochi mesi. E siamo al secondo paradosso. Doppio. Perché il motore dell’iniziativa europea, Antonio Tajani, fra i maggiori esponenti di Forza Italia, non soltanto è italiano. Ma è anche esponente della parte politica che ha avuto la responsabilità di governare il Paese per la maggior parte del tempo (quasi nove anni, dal 2001 al 2011) in cui quel tumore diffondeva le proprie metastasi in tutta la pubblica amministrazione. Senza che venisse posto alcun argine a quella devastante espansione.

Il Corriere della Sera 19.06.14

Università: Ghizzoni (Pd), Impegno governo a risolvere nodo abilitazioni scientifica

“La Commissione Cultura della Camera ha approvato oggi all’unanimità, col parere positivo del Ministero dell’istruzione, una risoluzione che impegna il governo a risolvere i problemi evidenziati dalle prime tornate dell’abilitazione scientifica nazionale, cioè la ‘patente scientifica’ necessaria per partecipare ai concorsi universitari”. Lo dichiara Manuela Ghizzoni, deputata del Partito Democratico che l’8 aprile scorso ha presentato una risoluzione da cui è ricalcata quella unitaria approvata oggi, la quale comprende anche argomentazioni e tesi presenti nei testi paralleli presentati dagli onorevoli Santerini e Vacca.

“Con la risoluzione – spiega la Ghizzoni – il governo s’impegna a seguire un preciso indirizzo: le norme sull’abilitazione vanno certamente migliorate in base all’esperienza ma la procedura deve essere mantenuta senza alcuna sospensione perché dopo molti anni di incertezza l’università italiana ha assoluto bisogno di un sistema chiaro e regolare di selezione e reclutamento del proprio personale docente”.

“Dopo anni di blocchi al turn-over e in presenza di una vera e propria emorragia di docenti – continua la deputata Pd – è necessario e urgente rimuovere quanto prima i blocchi per riaprire le assunzioni di giovani e le promozioni dei meritevoli. E’ un impegno su cui stiamo già lavorando in vista della prossima legge di stabilità. Ma è altresì indispensabile rendere stabili e correttamente meritocratiche le norme relative alla carriera universitaria. La prima applicazione del meccanismo dell’abilitazione ha messo in evidenza oscurità e incertezze normative che talora non hanno premiato persone che lo meritavano generando centinaia di ricorsi ancora in discussione davanti ai tribunali amministrativi. D’altra parte sarebbe un grave errore fermare ancora una volta tutto. Si pensi solo ai giovani ricercatori a tempo determinato che attendono l’abilitazione per poter essere assunti come professori associati”.

“Così abbiamo preferito indicare al governo la strada di un’attenta messa a punto della normativa elencando una serie di puntuali interventi legislativi e regolamentari su cui c’è già una larga convergenza e che quindi potrebbero avere un rapidissimo iter. L’Università italiana lo merita proprio”, conclude Manuela Ghizzoni.

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Ecco il testo della risoluzione approvata:
La Commissione VII della Camera dei Deputati,
premesso che:
1. l’articolo 16 della legge 30 dicembre 2010, n. 240, ha istituito l’abilitazione scientifica nazionale (ASN), volta ad attestare la qualificazione scientifica che costituisce requisito necessario per essere ammessi a partecipare alle procedure di chiamata di professori di prima o di seconda fascia da parte delle università;
2. l’ASN è conferita per ciascun settore concorsuale, distintamente per le due fasce, da un’unica commissione nazionale di durata biennale, formata per sorteggio da quattro professori ordinari in servizio presso università italiane nel medesimo settore e da un professore in servizio presso un’università di un paese dell’OCSE;
3. le procedure per il conferimento dell’ASN sono indette dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca con frequenza annuale inderogabile e si concludono entro cinque mesi dalla loro indizione;
4. ai candidati che non conseguano l’ASN è preclusa la partecipazione alle due tornate annuali successive di ASN;
5. il regolamento per l’ASN è stato emanato con il decreto del Presidente della Repubblica 14 settembre 2011, n. 222, e a questo sono seguiti il decreto ministeriale n. 76 del 7 giugno 2012 e la delibera dell’Agenzia Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) n. 50 del 21 giugno 2012 con cui sono stati definiti i criteri, i parametri, gli indicatori e i valori di soglia da utilizzare da parte delle commissioni per la valutazione dei curricula dei candidati, salvo ulteriori indicazioni fornite successivamente dall’ANVUR in ordine alle modalità di calcolo degli indicatori;
6. la prima tornata di abilitazioni scientifiche è stata bandita il 20 luglio 2012 con scadenza delle domande fissata per il 20 novembre 2012;
7. per dirimere alcune questioni relative alla corretta interpretazione delle norme del DM 76/2012, il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, con nota circolare n. 754 dell’11 gennaio 2013 rivolta in primo luogo alle commissioni giudicatrici, interveniva su alcuni aspetti applicativi delle norme per il conseguimento dell’ASN, in particolare quelle riguardanti l’uso degli indicatori quantitativi e delle relative mediane per il giudizio scientifico sui curricula dei candidati;
8. la nota circolare n. 745 dell’11 gennaio 2014 esplicita che di norma l’abilitazione scientifica deve essere attribuita dalla commissioni esclusivamente ai candidati che abbiano soddisfatto le condizioni di merito di giudizio e il superamento degli indicatori di impatto della produzione scientifica. Infatti, rimandando a quanto previsto dall’articolo 6, comma 5, del decreto ministeriale 7 giugno 2012, n. 76, esplicita che le commissioni possono discostarsi da tale regola generale e che quindi possono non attribuire l’abilitazione a candidati che superano le mediane per il settore di appartenenza, ma con giudizio di merito negativo della commissione, ovvero possono attribuire l’abilitazione a candidati che, pur non avendo superato le mediane prescritte, siano valutati dalla commissione con giudizio di merito estremamente positivo;
9. i lavori delle commissioni giudicatrici della prima tornata si sono prolungati ben oltre i termini di legge, tanto che sono stati necessari ripetuti e complicati provvedimenti di proroga, sia generali sia di singole commissioni in autotutela;
10. tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 sono stati finalmente pubblicati i risultati per tutti o quasi tutti i settori concorsuali;
11. nel frattempo era stata bandita anche la seconda tornata di abilitazioni scientifiche, con scadenza delle domande fissata per il 31 ottobre 2013, ma sono state già disposte proroghe dei termini per i lavori delle commissioni fino al termine massimo di legge del 31 maggio 2014, dopo il quale si dovrebbe provvedere alla sostituzione delle commissioni;
12. il termine del 31 maggio 2014 è risultato comunque insufficiente per la maggior parte delle commissioni in quanto sembra che gli indicatori personali dei candidati non siano stati resi disponibili dal Ministero fino a metà di maggio 2014;
13. i risultati della prima tornata dell’ASN sono gravati da centinaia di ricorsi ai tribunali amministrativi, in buona parte motivati dall’intrico e dal sovrapporsi di norme e indicazioni non sempre chiare e univoche, nonché dalla loro applicazione da parte delle commissioni giudicatrici;
considerato che:
1. l’ASN era stata concepita dal legislatore sostanzialmente come una verifica ad personam della raggiunta produttività e maturità scientifica per poter ambire a ricoprire posti di professore universitario e quindi come condizione necessaria per poter partecipare ai concorsi banditi dalle università;
2. si è invece ingenerato l’equivoco generalizzato che l’ASN sia un vero e proprio concorso di reclutamento e non una mera abilitazione ad personam, accentuato dal comportamento di alcune commissioni giudicatrici che hanno proceduto ad una valutazione scientifica essenzialmente comparativa, cioè concorsuale, dei candidati;
3. la stessa pretesa oggettività degli indicatori quantitativi si è rapidamente rivelata illusoria per i singoli candidati, sia per i molti errori inevitabilmente contenuti in banche dati commerciali di dimensioni enormi, sia per la complessità interna dei settori concorsuali difficilmente riducibile a pochi indicatori generali;
4. le commissioni si sono trovate spesso in difficoltà davanti ad una normativa irrituale, incerta e altalenante in merito all’uso degli indicatori quantitativi, in particolare per la presenza nello stesso decreto 76/2012 di valori di soglia, il cui superamento sembra essere condizione necessaria per il conseguimento dell’abilitazione, e contemporaneamente, all’art. 6, c. 5, di possibili deroghe alle soglie da parte della stessa commissione;
5. non sono poi mancati casi di serie difficoltà per la presenza di membri stranieri delle commissioni, come ad esempio quello del settore concorsuale 12/A1 (Diritto privato) in cui il membro straniero aveva comunicato di non conoscere la lingua italiana;
6. in alcuni casi le commissione hanno dichiarato non abilitati candidati con valori di indicatori di impatto alti, in quanto la produzione scientifica degli stessi era stata giudicata non pienamente pertinente al settore concorsuale pregiudicando, quindi, la produzione scientifica prodotta in ambito multidisciplinare;
7. non va peraltro sottaciuto il problema di comportamenti delle commissioni giudicatrici tesi a far prevalere considerazioni di tipo accademico-corporativo su considerazioni prettamente scientifico-culturali, ottenendo risultati di abilitazione che sono apparsi talora contrari ai principi della qualità scientifica e del merito personale tanto da sollevare forti polemiche, con riflessi addirittura internazionali;
8. vi è dunque il forte rischio che tutto il sistema si blocchi impedendo ancora una volta, dopo sei anni di effettiva sospensione dei concorsi di assunzione e promozione dei docenti, che il reclutamento dei professori assuma un andamento regolare nel tempo e nelle regole, condizione assolutamente imprescindibile per il corretto funzionamento degli atenei e per le legittime aspirazioni di carriera di chi si dedica alla didattica e alla ricerca nelle università. In assenza di tale regolarità si pregiudicherebbe la competitività della ricerca del nostro Paese, considerando che l’Italia è già costantemente agli ultimi posti in termini di finanziamenti, di personale, di laureati;
impegna il Governo a:
1. predisporre urgentemente, informando costantemente le competenti commissioni parlamentari sull’avanzamento di tale attività, quegli interventi legislativi e regolamentari necessari per migliorare e porre su basi certe la normativa dell’abilitazione scientifica in modo da rendere stabile il sistema nazionale di verifica della maturità scientifica raggiunta da coloro che intendono partecipare ai concorsi banditi dalle università per assumere professori ordinari o associati;
2. evitare in ogni caso una sospensione in qualunque forma delle procedure per il conseguimento dell’abilitazione e ad introdurre subito la presentazione “a sportello” delle domande dei candidati all’abilitazione, cioè non legate a scadenze temporali;
3. rivedere le modalità di composizione e nomina delle commissioni giudicatrici dell’abilitazione, all’interno comunque di liste di professori ordinari selezionati secondo criteri scientifici oggettivi, valutando in particolare l’opportunità di rendere facoltativa la presenza di commissari stranieri;
4. rendere le commissioni maggiormente rappresentative dei settori scientifico-disciplinari meno numerosi che fanno parte del settore concorsuale e di garantire una corretta valutazione dei candidati che sono cultori di discipline non rappresentate all’interno della commissione;
5. chiarire le norme sulla base delle quali le commissioni attribuiscono l’abilitazione, precisando che i giudizi derogatori previsti dal comma 5 dell’articolo 6 del DM n. 76/2012 devono essere rigorosamente motivati;
6. rivedere criteri, parametri e indicatori del DM 76/2012 tenendo conto dei pareri di CUN, ANVUR e CEPR, secondo quanto previsto dal DPR 222/2011, nonché delle maggiori società scientifiche settoriali, in modo da ampliare l’analisi preventiva della significatività degli indicatori e il conseguente consenso su di essi e sulle relative soglie, eventualmente differenziandoli all’interno dei settori concorsuali molto articolati;
7. garantire la massima trasparenza nella determinazione degli indicatori e della loro distribuzione statistica, sia quelli complessivi per ogni settore concorsuale, sia quelli particolari relativi a ciascun candidato, disponendo in particolare che gli indicatori personali siano resi noti all’interessato immediatamente e non al termine della procedura;
8. coordinare con la normativa dell’abilitazione la procedura delle “chiamate dirette” di cui all’articolo 1, comma 9, della legge 4 novembre 2005, n. 230;
9. valutare l’opportunità di alleggerire il contenzioso in atto sui risultati della prima tornata di abilitazione consentendo il riesame da parte delle commissioni dei curricula dei candidati non abilitati i cui indicatori personali siano risultati inesatti per errori e lacune presenti nelle basi dati internazionali utilizzate, nonché la loro ammissione alle nuove procedure di abilitazione “a sportello”.

“Polimorfismi e computer: così ho letto il Dna dove c’è la firma del killer di Yara”, di Valentina Arcovio

La svolta delle indagini sulla morte di Yara Gambirasio è arrivata lontano dalla scena del crimine. Lontano dalla Val Brembana. Oltre alle forze dell’ordine e all’Università di Milano, a dare un contributo fondamentale sono stati i laboratori dell’Università Tor Vergata di Roma, guidati dal genetista e rettore dell’ateneo Giuseppe Novelli. Lo stesso scienziato che ha permesso, alcuni anni fa, di inchiodare il boss Provenzano e che ora ha dato un contributo decisivo a smascherare l’identità del presunto assassino di Yara. Massimo Giuseppe Bossetti è stato identificato, dopo quasi quattro anni di ricerche, a partire dalla ricostruzione del suo Dna, il codice genetico che si eredita per metà dalla madre e per metà dal padre e che è caratteristico di ogni individuo.
Tutto è iniziato dall’analisi di minuscole macchie, forse di sangue, rinvenute sulle mutandine della vittima. «Tramite i cosiddetti “sistemi di eluizione” è stato possibile staccare quella piccola traccia biologica dal tessuto», spiega Novelli. In pratica gli scienziati hanno trattato il frammento di slip con un «mix» di sostanze chimiche che ha permesso di isolare quella che si è poi rivelata essere la traccia chiave del caso.
Successivamente il campione è stato sottoposto a una serie di procedure «di pulizia». «La traccia è stata purificata, vale a dire separata da altri componenti come proteine, minerali e sali, tramite una resina in grado di legarsi alle molecole di Dna», racconta lo scienziato. Poi il campione è stato misurato: una macchina grande quanto un tablet, che sfrutta particolari sostanze chimiche, ha permesso di quantificare il Dna presente nel campione. «A quel punto ci si è chiesti se la quantità ricavata – continua Novelli – fosse sufficiente per sottoporla a successive analisi che avrebbero permesso di confermare la natura biologica del campione: sangue, urina, sperma e così via. Ma, vista la quantità esigua e il rischio di compromettere quell’unica traccia, si è deciso di proseguire direttamente con le analisi del Dna».
Per rendere l’esame più preciso il campione è stato copiato milioni di volte con una tecnica ormai famosa – la «Reazione a catena della polimerasi» (nota come «Pcr»), messa a punto nel 1983 dal Premio Nobel Kary Banks Mullis – e che oggi vanta numerose applicazioni anche in medicina e in biotecnologia. «Il campione – spiega il genetista – viene utilizzato come una sorta di stampo che, una volta inserito nell’amplificatore – cioè una macchina grande quanto un pc – permette nel giro di appena 4-5 ore di produrre moltissime copie». Il materiale ottenuto può quindi essere «letto chimicamente» tramite il sequenziamento del Dna. La macchina utilizzata per l’operazione – questa volta grande almeno quanto un vecchio computer da tavolo – valeva solo qualche anno fa centinaia di migliaia di euro (quella di Tor Vergata ne è costati 200 mila), ma oggi può essere acquistata a poco più di mille euro.
«Nel caso di Yara – racconta il genetista – sono stati analizzati 16 polimorfismi, cioè 16 punti di lettura del Dna che cambiano da persona a persona». Una volta che il sequenziatore ha svolto il lavoro, sullo schermo dei computer dei laboratori sono apparsi quelli che in gergo si chiamano «picchi», piccole linee distinguibili le une dalle altre per colore, altezza e posizione: a quel punto era finalmente disponibile il profilo genetico dell’individuo che si stava cercando, ovvero la sua impronta genetica digitale.
Passo successivo: si doveva dare un volto, oltre che un nome e un cognome, alla persona, che da quel momento-chiave in poi ricercatori e inquirenti hanno ribattezzato «Ignoto 1». Infatti. mentre gli scienziati lavoravano per amplificare al massimo quella flebile traccia, in Val Brembana è iniziata un’operazione su vasta scala, unica nel suo genere. Squadre di carabinieri e poliziotti hanno contattato 18 mila persone residenti nella zona dove viveva Yara e hanno prelevato piccoli campioni di saliva, dai quali estrarre frammenti di Dna. Senza questi controlli a tappeto le analisi dei genetisti sarebbero state inutili: sarebbe stato impossibile rintracciare eventuali Dna simili o complementari con quello del presunto assassino.
Così, è stato solo dopo avere analizzato questo materiale genetico che è stata trovata un’ulteriore traccia: uno dei profili rivelava una certa compatibilità con quello rinvenuto sui vestiti di Yara. Poteva essere, per esempio, il Dna di un consanguineo del presunto killer. «Si è deciso – spiega Novelli – di concentrarsi sulla famiglia della persona che è risultata avere un Dna molto somigliante con quello delle tracce sul cadavere. Anche tra i familiari di questa persona, due figli e una madre, nessuno è risultato compatibile. Il padre era morto, e quindi è stato escluso, ma ormai era chiaro che ci fosse un collegamento».
Da qui è cominciata a formarsi l’idea che «Ignoto 1» fosse un figlio illegittimo. «E’ stato prelevato il Dna del padre (che era già deceduto), estraendolo dalla saliva usata per attaccare la marca da bollo della sua patente, e, ripetendo le procedure eseguite sulla traccia rinvenuta sul corpo di Yara, abbiamo trovato una compatibilità molto forte», racconta lo studioso. A questo punto sono entrati i calcoli biostatistici messi a punto dai genetisti romani. «Questi sistemi, che consentono di stabilire il grado di parentela tra due diversi profili genetici, ci hanno permesso di ipotizzare che l’uomo poteva essere proprio il padre di Ignoto 1». Per escludere ogni possibilità di errore è stato riesumato il cadavere dell’uomo. «E’ stato prelevato il Dna da un pezzetto di osso, purificato dalla materia inorganica presente, e poi analizzato con le stesse procedure usate per la traccia iniziale», dice Novelli. In poche ore sui computer è apparsa la scritta tanto attesa: «Match».
Giuseppe Guerinoni, l’autista di Gorno, era davvero il padre di «Ignoto 1». A questo punto è partita un’altra battuta di caccia. Ma stavolta il campo di ricerca era più ristretto. «Sono stati analizzati i profili di oltre 700 donne che, in base alle testimonianze, potevano aver avuto contatti con l’autista. Lo scopo – spiega Novelli – era trovare la componente materna del Dna per confrontarla con quella del campione. Sono state individuate alcune possibili sospette e per una di loro si è visto che il Dna combaciava, cioè doveva essere la madre di Ignoto 1».
Gli inquirenti hanno quindi identificato il figlio della donna e, con un controllo con l’etilometro fatto nei giorni scorsi, è stata ricavata la sua saliva e, di conseguenza, il suo Dna. Da una nuova comparazione è emersa la compatibilità totale tra il Dna di «Ignoto 1» e quello di Massimo Giuseppe Bossetti, la persona fermata.
Il lavoro della scienza era a questo punto è concluso. «Gli scienziati hanno trovato i pezzetti di questo puzzle – conclude Novelli -. Ora tocca alle autorità ricomporli e svelare il mistero che celano».

La Stampa 18.06.14

"Quasimodo, Europa e la grande guerra. La maturità vista dagli intellettuali", di Paolo Fabi

Prima prova scrittta per i quasi 500mila maturandi. Domani saranno alle prese con la prova d’indirizzo (matematica allo scientifico, greco al classico o lingua straniera al liceo linguistico). Lunedì il quizzone e poi gli orali. Lo storico Cardini: «Temi interessanti ma anche un po’ prevedibili». Alle 8,30 di questa mattina è iniziato l’esame di maturità per quasi 500mila studenti italiani. Il codice di accesso per “decriptare” le tracce per il primo scritto dell’esame (quello di italiano) è stato letto dal ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, in diretta al Tg1. Le commissioni hanno, quindi, potuto scaricare le tracce abbinando il codice a quello già in l,oro possesso inviato dal Miur.

Salvatore Quasimodo è uno degli argomenti proposti ai maturandi 2014. Del poeta siciliano (già uscito nel 2002) vengono sottoposti agli studenti i versi della poesia Ride la gazza, nera sugli aranci, dalla raccolta Ed è subito sera. Il tema di ordine generale è una frase tratta da Il rammendo delle periferie, articolo di Renzo Piano: «Siamo un Paese straordinario e bellissimo, ma allo stesso tempo molto fragile». Il confronto dell’Europa tra il 1914 e il 2014 la traccia per Storia: nel centesimo anniversario della prima Guerra mondiale, gli studenti sono chiamati a riflettere su com’è cambiata la situazione del continente in un secolo. Per il saggio breve in ambito artistico letterario il titolo è «Il dono», mentre per il saggio breve in ambito scientifico si suggerisce di riflettere su «la pervasività delle tecnologie». Violenza e non violenza nel `900.

Domani toccherà alla prova di indirizzo (ovvero matematica allo scientifico, greco al classico o lingua straniera al liceo linguistico). Tempo qualche giorno e l’esame tornerà con il temuto «quizzone» (lunedì). Dopo circa una settimana al via gli orali.

E insieme alla tracce arrivano i primi commenti di storici e intellettuali. A Europa lo storico Franco Cardini parla di qualche scelta «prevedibile», come quelle sulla Prima guerra mondiale e sull’Europa in particolare «visto che l’Italia si prepara al semestre di presidenza italiana». «Una scelta dettata anche dalle dure parole di Renzi – «l’Europa pensa alle banche e lascia affogare i bambini». Affermazioni che hanno fatto capire che il presidente del consiglio vuole creare un po’ di movimento a Bruxelles». Sulla stessa linea la traccia sul confronto tra il Vecchio continente nel 1914 e quello attuale: ««È un parallelo molto interessante tra un continente che si è suicidato e quello che stiamo cercando di costruire, anche se bisognerà poi vedere come le tracce sono state sviluppate dagli studenti. Il rischio è che non abbiano capito il parallelo e abbiano soltanto svolto una relazione storica».

Sulla stessa linea un altro storico, Giovanni Sabatucci, secondo il quale «le tracce occupano uno spazio talmente ampio che finiscono per essere un test non tanto valido ed efficace, in pratica ognuno può scrivere quello che gli pare». E in particolare sul tema storico, “L’Europa del 1914 e l’Europa del 2014: quali le differenze?, sottolinea come proponga «tutti i possibili punti di vista per interpretare questi cento anni della storia d’Europa, è un invito a scrivere quel che si vuole, che trasforma il tutto in una esercitazione di buona scrittura».

Ma può essere anche l’occasione, sostiene Franco Perfetti, ordinario di Storia e di Storia delle
relazioni internazionali alla Luiss di Roma, «per verificare non solo la dimensione nell’apprendimento nozionistico dello studente ma anche, e anzi di più, la maturità dello studente nella comprensione dei problemi, capire cioè che il periodo 1914-1918 ha davvero cambiato la storia. Proprio dalla Grande guerra si è innescato quel bisogno di creare un’Europa».

Massimiliano Panarari, saggista e docente universitario, invece, vede nei titoli delle prove, in particolare quelli sulla tecnologia, «uno sforzo della scuola per essere in sintonia con i tempi presenti e anche con una cultura legata alla contemporaneità. Un tentativo – spiega a Europa – di conciliare lo studio con il vissuto dei ragazzi». Giudizio, quindi, piuttosto positivo perché «la cultura letteraria è, proprio per l’avvento della velocità e dell’istantaneità di questi giovani iperconnessi, sotto attacco. Ma non si può prescindere dalla cultura umanistica anche nella scienza, che se troppo piegata sull’obiettivo da raggiungere rischia di diventare una dittatura tecnologica».

da Europa Quotidiano 18.07.14

"Prepensionamento a 70 anni: uscita «graduale» per 450 toghe", di Donatella Stasio

C’è chi evoca l’Ungheria, dove a dicembre 2011 fu adottata la nuova Costituzione che falciava di tre anni (dal 2015 al 2012) il mandato del presidente della Corte suprema, sgradito al governo, Andras Baka (che però ha presentato ricorso alla Corte di Strasburgo e ha vinto); chi ricorda che con l’unificazione tedesca tutti i giudici della DDR furono mandati a casa perché la loro cultura giuridica era incompatibile con l’economia di mercato e chi vede nell’«eliminazione di cinque generazioni di magistrati» nonché nell’avvicinamento alla pensione delle «battagliere generazioni degli anni 60-70» (formatesi alla scuola di Rodotà, Zagrebelsky, Ferrajoli) qualcosa di più di una semplice operazione di ricambio generazionale. C’è infine chi mette l’accento sull’incostituzionalità di una «rottamazione» che, con un tratto di penna, manda casa dall’oggi al domani 450 toghe ma soprattutto discrimina tra colonnelli e soldati semplici, prevedendo una minima gradualità per i primi (lasciati in servizio fino a tutto il 2015) e invece l’accetta per i secondi (costretti ad andarsene a ottobre). Certo è che non bisogna scomodare né la storia né la dietrologia né la Costituzione per vedere i rischi che la decisione del governo di prepensionare le toghe (da 75 a 70 anni) avrà sulla funzionalità del sistema giudiziario e sull’andamento dei processi in corso.
Il decreto legge con il taglio dell’età pensionabile dei magistrati è ora al Quirinale. Il testo, però, è ancora provvisorio e alcune parti potrebbero essere ritoccate. È ad esempio ballerina la norma voluta dal ministro della Giustizia Andrea Orlando per un concorso aperto anche ai semplici laureati in legge, così da compensare l’esodo con l’ingresso massiccio di toghe ben più giovani di quelle che dal 2006 entrano in magistratura. Ma anche la disciplina transitoria potrebbe essere rivista: se infatti è largamente condivisa la riduzione dell’età pensionabile a 70 anni (era stato Silvio Berlusconi a portarla a 75 per ingraziarsi, ma senza riuscirci, l’allora primo presidente della Cassazione Nicola Marvulli), a suscitare critiche è la scelta dei tempi – immediati – per estromettere gli “anziani” dalla magistratura (ottobre 2014), salvo la deroga per i capi degli uffici (dicembre 2015): scelte in odore di incostituzionalità alla luce della sentenza n. 83 del 2013 con cui la Consulta bocciò la riduzione immediata di 2 anni dell’età pensionabile dei professori universitari laddove una «gradualità» dell’esodo consentirebbe, tra l’altro, di gestire meglio i vuoti di organico e quindi la funzionalità del servizio. Su 9410 magistrati, infatti, solo 8465 sono presenti negli uffici e l’esodo di 450 in un anno e mezzo non sarà rimpiazzato negli stessi tempi, considerata la lunga durata del reclutamento di nuove leve. Perciò il governo pensava a un maxiconcorso aperto ai laureati, ipotesi che preoccupa per il rischio di una caduta del livello culturale della magistratura. E ancora di più preoccupa l’ipotesi di un reclutamento straordinario di avvocati e professori universitari. Incostituzionale appare anche la deroga per i capi degli uffici, poiché i magistrati «si distinguono solo per diversità di funzioni».
L’esodo riguarda toghe di primo piano come, a Milano, Bruti Liberati, Minale, Canzio, Laura Bertolè Viale; a Torino, Maddalena; a Palermo, Guarnotta; a Taranto il Procuratore Sebastio, protagonista della vicenda Ilva. Ma il più colpito è il Palazzaccio e i suoi vertici, Santacroce per la Corte e Ciani per la Procura generale. In Cassazione, già in debito d’ossigeno, 14 giudici dovrebbero fare gli scatoloni a ottobre e, entro il 2015, altri 7 (tra cui Giovanni Conti, colonna delle sezioni unite penali e Amedeo Franco, relatore della sentenza Mediaset); ben 42 presidenti di sezione dovrebbero uscire a dicembre 2015. Nomi che hanno fatto la storia della giurisprudenza, come Gabriella Luccioli (sue le sentenze su Eluana Englaro e sui figli di coppie gay), Nicola Milo (spacchettamento della concussione), Maria Cristina Siotto (Dell’Utri), Gennaro Marasca (Abu Omar), Renato Rordorf (tra i maggiori giuristi italiani di società e finanza), Luigi Rovelli (delibazione dello Stato sugli annullamenti della Sacra Rota), Giuseppe Berruti (concorrenza). Per non dire di altri 5 “direttivi” non ancora sessantottenni, penalizzati due volte perché tagliati fuori anche dalla proroga prevista invece per i settantenni. Tra loro il segretario generale Franco Ippolito che ha riorganizzato la Corte in questi anni, figura storica della magistratura (relatore con Conti della sentenza sulla prima guerra di mafia Provenzano-Riina).
Infine c’è il caso di Mario Barbuto, 72enne presidente della Corte d’appello di Torino che Orlando ha chiamato alla guida del Dipartimento strategico dell’organizzazione giudiziaria: il Csm non ha ancora deliberato il suo “fuori ruolo” che a questo punto”, però, farebbe scattare subito la pensione, tagliandogli la strada per il ministero. A meno che non si faccia una deroga ad persona. Ma sarebbe un’assoluta novità che aprirebbe la strada a profili non giudiziari (dunque anche politici) per i capi Dipartimento.

Il Sole 24 ore 18.06.14