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Amministrative 2011, Bersani scrive agli elettori: "Ecco perché votare centrosinistra"

“Cara elettrice, Caro elettore, siamo a pochi giorni dalle elezioni amministrative del 15 – 16 maggio 2011. In ciascuna delle città e delle province dove si voterà non mancheranno le buone ragioni per sostenere schieramenti e candidati di centro sinistra, progressisti e civici e per dare sostegno alle liste del Partito Democratico”. E’ quanto ha scritto il segretario nazionale del Pd, Pier Luigi Bersani, in una lettera inviata alle famiglie degli elettori in alcune delle principali città coinvolte nelle elezioni amministrative, a cominciare da Milano, Torino, Bologna, Napoli, Trieste, Cagliari.
In particolare, agli elettori di Milano Bersani ha scritto che “il voto avrà un valore particolare per una città come Milano, una grande capitale morale, culturale, economica. Punta di diamante del Paese per l’innovazione, la moda, l’economia, la creatività. Come oltre il 70% dei cittadini pensa, Milano merita una guida diversa, che sappia occuparsi dei suoi problemi: la vivibilità, il traffico, i servizi alla persone, il lavoro e il costo della vita, le grandi sfide del cambiamento. Dare a Milano una nuova guida alla sua altezza, che la rispetti e la rappresenti: è quello che può garantire Giuliano Pisapia. E tanto più sarà forte il Partito Democratico tanto più Milano tornerà ad essere all’altezza del suo nome, della sua tradizione, dei suoi cittadini”.
Ai Napoletani Bersani ha scritto che “il voto a Napoli ha un doppio valore: dare alla città una guida credibile che riesca ad affrontare problemi seri come i rifiuti, il lavoro, la sicurezza e la vivibilità. Una guida autorevole come Mario Morcone capace di amministrare bene e di essere libero di agire in autonomia, rilanciando valori come la solidarietà, l’accoglienza, il buon vivere. Ma il voto a Napoli è importante anche per lanciare un segnale a tutta l’Italia della capacità del Sud di uscire dalla palude in cui è stato relegato dall’attuale Governo. Con quante promesse Berlusconi, a cominciare dalla risoluzione del problema rifiuti o dall’incremento dell’occupazione, ha ingannato i napoletani. Un voto per la città, un voto per l’Italia, qui è più vero che altrove: il centrodestra qui tenta la sua disperata resistenza. Napoli ha diritto alla sua riscossa”.
Agli elettori di tutte le città il segretario del Pd ha inoltre proposto una riflessione su un ulteriore argomento. “L’Italia – ha scritto Bersani – vive un momento difficile. Difficile soprattutto perché non si riesce, non dico a risolvere, ma nemmeno a discutere davvero i gravi problemi sociali che si sono affacciati e che si acuiscono. Il lavoro, innanzitutto; la disoccupazione e la precarietà dei giovani, la crisi delle piccole imprese, i redditi di famiglie e pensionati che si impoveriscono, i consumi che calano. Si stanno indebolendo i servizi, dalla scuola, alla sanità, alla giustizia per i cittadini. I comuni mancano di risorse per le politiche sociali e per investimenti immediati che diano un po’ di lavoro. Ma in Italia si parla d’altro. Questo è il problema. Il governo è di fatto paralizzato, il Parlamento è paralizzato. Tutto gira attorno ai problemi e alle battaglie personali del Presidente del Consiglio.
Si bloccano cosi le grandi energie e le enormi potenzialità che l’Italia possiede. Diventa impossibile fare quello che si dovrebbe fare: una svolta di politica economica e sociale e un piano di riforme vere che rimettano in movimento l’economia e l’occupazione.
La deformazione continua della nostra democrazia cancella dalla scena e dall’agenda del governo i problemi concreti dei cittadini e le vere priorità del Paese. Le elezioni amministrative non cambiano i governi nazionali . Queste elezioni amministrative, tuttavia, possono e devono dare un segnale chiaro: cosi non si può più andare avanti. Bisogna cambiare strada e occuparsi finalmente del futuro dei nostri figli e del nostro paese. Anche il Suo voto può dare questo segnale”

www.partitodemocratico.it

Ghizzoni: Gelmini “manodiforbice” colpisce anche a Castelvetro

L’on. Ghizzoni del Pd: “Nonostante le richieste, 17 famiglie non potranno iscriverei propri bambini al modello didattico prescelto. Per loro il tempo pieno è proibito”.

I tagli della ministra Gelmini colpiscono anche le scuole elementari di Castelvetro. Ecco il commento dell’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Istruzione della Camera.
«Forse la ministra Gelmini pensava di riuscire nel miracolo dei pani e dei pesci. Si deve accontentare di essere considerata una “manodiforbice”. Non si possono cancellare 87 mila posti di docente e far credere di essersi limitata ad eliminare gli sprechi. Sono state cancellate invece modalità didattiche apprezzate – come il tempo pieno – e la possibilità di rispondere alle istanze delle famiglie. Tra i 121 insegnanti in meno attrabuiti al modenese per il prossimo anno scolastico, ci sono anche gli 11 di scuola primaria, con la conseguenza di non poter rispondere a tutte le nuove richieste di sezioni a tempo pieno. Quanto accade a Castelvetro, è emblematico: nonostante le istanze avanzate, 17 famiglie non potranno iscrivere i propri bambini al modello didattico prescelto. Per loro il tempo pieno è proibito. Per individuare i 17 “esclusi”, rispetto ai 42 che ne hanno fatto domanda, la scuola è poi costretta a utilizzare criteri estranei alle esigenze di apprendimento dei bambini e al principio di omogeneità con cui si forma una classe. E’ necessario un impegno di tutti a tutti i livelli perché il ministro riveda la propria scelta sugli organici, che mortifica le esigenze didattiche e impedisce alla scuola di assolvere al proprio compito costituzionale con la serenità necessaria. Oggi è stato firmato il cosiddetto decreto “sviluppo”, ma in esso non vi è traccia di una moratoria sui tagli agli organici (19700 per il prossimo anno). Quale sviluppo possiamo garantire al Paese se non investiamo nella conoscenza e negli apprendimenti dei propri cittadini?».

ufficiostampa@pdmodena.it

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«No al tempo pieno rivolta dei genitori», di Silvia Dotti

CASTELVETRO. Insorgono i genitori per il no del ministero alla realizzazione delle quindici classi richieste.
Polemica sulle future classi prime della scuola elementare di Castelvetro, dove 15 richieste di tempo pieno non verranno soddisfatte. Sabato mattina i genitori degli alunni entranti sono stati convocati per una riunione urgente, il motivo? Un ridimensionamento delle classi.
Ad iscriversi all’anno scolastico 2011/2012 della “Primo Levi” sono stati in 49, la maggioranza dei quali, ben 42, ha scelto il tempo pieno.
Essendo soltanto 7 gli alunni della eventuale classe dei moduli, la dirigente scolastica dell’Istituto comprensivo, Carla Martinelli, aveva deciso di parlare con i genitori al fine di accontentare la maggioranza formando così 2 classi di tempo pieno. Sembrava cosa fatta, ma dal Ministero è arrivato il “no”.
Così ieri mattina la direzione ha comunicato che verranno formate ugualmente una classe a tempo pieno da 27 alunni e una di moduli da 22. Il risultato sono 15 richieste che verranno disattese.
Ora i genitori compileranno un modulo che aiuterà la scuole a stilare una graduatoria per l’attribuzione del tempo pieno, che tiene conto del comune di residenza e di lavoro, di eventuali fratelli nella stessa scuola e della disponibilità dei nonni. L’alternativa che rimarrà una volta assegnati i posti sarà quella di spostare i bambini nelle altre elementari dell’Istituto comprensivo, ovvero le “Gatti” di Solignano e le “Cavedoni” di Levizzano.
Tra i genitori si è però scatenata la polemica: «Cercheremo di prendere le firme di tutti per richiedere che venga intrapresa una strada diversa – hanno spiegato – la legge prevede che venga accontentata la maggioranza e Roma deve tenere conto del fatto che 42 su 49 vogliono il tempo pieno. La cosa che poi ci lascia perplessi è che in caso di parità in graduatoria gli alunni verranno estratti a sorte, come fosse una lotteria. Temiamo che così non si rispettino quei criteri per cui le classi vengono formate cercando di dividere gli alunni più indisciplinati. Anche la preside aveva già iniziato a formare le due classi a tempo pieno senza problemi».
Ma è proprio la direttrice Carla Martinelli ad esprimere diffidenza, il problema maggiore infatti ora sono i tagli all’istruzione: «Sono scettica e preoccupata, non credo che questo possa servire a convincere il Ministero. Avevo chiesto di poter fare due classi a tempo pieno viste le richieste pervenute dai genitori, ma me ne è stata data solo una, l’altra deve per forza essere a tempo normale, cioè mezza giornata. Questo significa che dovrò trasferire metà delle richieste di tempo pieno in una classe diversa. Per farlo ho utilizzato dei criteri fatti dai rappresentanti degli stessi genitori, tenendo conto del comune di residenza o di lavoro, dei nonni, di chi ha il sostegno dei servizi sociali o chi invece ha già dei fratelli al tempo pieno. Sono criteri simili a quelli che vengono utilizzati per le graduatorie degli asili e del nido. Quella a cui assistiamo è una situazione analoga a ciò che si verificò l’anno scorso a Spilamberto. Non so se si risolverà, sono preoccupata perché andiamo verso situazioni difficili e i tagli imposti dallo stato non ci aiutano. Anzi avrò sempre meno bidelli, dunque un problema di sicurezza che si somma a quello sociale delle sezioni in meno».

da Gazzetta di Modena

Il premier dilaga in Tv, sit in del Pd sotto l'Agcom

Oggi pomeriggio dalle 16,30 alle 17,30 sit in del Pd davanti alla sede romana dell’ Agcom per protestare contro il dilagare senza limiti di Berlusconi su radio e Tv. La protesta, alla quale parteciperanno il capogruppo del Pd al Parlamento europeo, Davide Sassoli, e il segretario del Pd di Roma, Marco Miccoli, è volta anche a mettere in guardia dalla possibilità che Berlusconi possa fare propaganda domani in occasione della festa del Milan per lo scudetto o lunedì quando si recherà al tribunale di Milano per il processo Mills.

Più volte il Pd e le altre forze dell’opposizione hanno presentato in queste settimane esposti alla Agcom in cui è stata dimostrata la sproporzione di tempo, di parola e di notizia tra Berlusconi e i leaders delle opposizioni.

LE SANZIONI A TG4 E SKY
Una sanzione da 100 mila euro al Tg4 e una sanzione dello stesso importo a Sky, per «inadeguata osservanza degli ordini impartiti» martedì scorso in materia di par condicio: sono le decisioni adottate oggi dalla commissione Servizi e Prodotti dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che ha esaminato i dati del monitoraggio delle giornate di mercoledì 11 e giovedì 12 maggio e gli esposti pervenuti. «In esito all’attento esame delle trasmissioni, la Commissione – spiega una nota dell’organismo di garanzia – ha irrogato una sanzione di 100 mila euro al Tg4 e una sanzione dello stesso importo a Sky, per inadeguata osservanza degli ordini impartiti martedì scorso».

L’Autorità «proseguirà a vigilare con particolare attenzione, in queste ultime giornate, sul rigoroso rispetto di tutte le disposizioni da osservare nel periodo elettorale e, in caso di violazione, adotterà le sanzioni previste dalla legge. In proposito – si legge ancora nella nota – l’Autorità ricorda anche che, in relazione alle elezioni provinciali e comunali previste per le giornate di domenica 15 e lunedì 16 maggio, l’inizio del periodo di silenzio elettorale è fissato a decorrere dalle ore 24 di oggi venerdì 13 maggio e si concluderà alle ore 15 del 16 maggio. Il divieto di propaganda diretta e indiretta riguarda anche le emittenti radiotelevisive e si estende alla riproposizione delle posizioni politiche espresse nei giorni precedenti il divieto».

L’Autorità ricorda altresì che, «ai sensi dell’articolo 1 della legge 515/93, la presenza di membri del governo, candidati, esponenti di partito e di movimenti politici, fino alla chiusura delle operazioni di voto (quindi fino alle ore 15 del 16 maggio) può avvenire solo nelle trasmissioni informative riconducibili alla responsabilità di una specifica testata giornalistica e deve essere limitata esclusivamente all’esigenza di assicurare la completezza e l’imparzialità dell’informazione. La presenza è vietata in tutte le altre trasmissioni».

A quanto si apprende, le decisioni sono passate con quattro voti a favore (quelli del presidente Corrado Calabrò e dei commissari Michele Lauria, Gianluigi Magri e Sebastiano Sortino). Il commissario Antonio Martusciello ha invece votato contro la sanzione al Tg4, mentre si è astenuto sulla multa a Sky.

www.unita.it

"Un patrimonio da non svendere", di Giulia Maria Mozzoni Crespi e Fulco Pratesi*

Caro direttore, ci dobbiamo affidare a un saggio presidente della Repubblica, a una vigile Unione Europea e all’impegno dei tanti ambientalisti per evitare che uno degli ambiti più preziosi del Paese diventi oggetto di mercanteggiamento, a vantaggio di pochi e a danno di molti: soprattutto a danno dell’Italia che si configura proprio per le sue coste. È cosa buona che si torni indietro, raccogliendo gli appelli di chi si era opposto fin dall’inizio all’assegnazione di spiagge, coste e aree demaniali, che sarebbero state conferite con diritto di superficie per 90 anni. Ma ci permettiamo di dire che temiamo non basti: il problema, infatti, non è soltanto il tempo per cui vengono cedute le aree, ma lo strumento con cui questo avviene. Il «diritto di superficie» (regolamentato dal codice civile) viene rilasciato per fare o mantenere una costruzione o un’opera, appartenente a un soggetto diverso dalla proprietà del suolo. Mentre invece con la concessione ogni opera rimane in capo al Demanio: la differenza è sostanziale. Già ora, dato che ombrelloni, lettini, cabine e chioschi-bar sembrano pochi, molti stabilimenti hanno realizzato palestre, ristoranti, negozi, discoteche. Con il diritto di superficie si tenta di attribuire la proprietà di tutto ciò ai privati, con conseguenze che andranno oltre i 20 anni di cui si parla. Già oggi con la concessione viene stravolto il vincolo paesaggistico, autorizzando, a 300 metri dalla battigia, la costruzione di piscine, campi sportivi, alberghi e ristoranti, cancellando in questa maniera il senso della gloriosa legge Galasso, che era parzialmente riuscita a preservare parte delle nostre coste, eliminando altresì il controllo delle Soprintendenze che sono l’unico serio guardiano del nostro territorio. A questo punto viene anche da domandarsi se quei tratti di mare incontaminati e quelle spiagge rimaste miracolosamente intatte e pubbliche saranno in futuro al riparo da un probabile tentativo di venire pure loro affidati alla speculazione privata. Vorremmo ricordare che il National Trust inglese possiede 900 miglia di coste integre che sono frequentate da un turismo crescente, così come le proprietà del Fai e le oasi del Wwf sono sempre più ampiamente visitate. Difatti un turismo moderno e soprattutto giovanile ricerca sempre maggiormente luoghi preservati dove regna la biodiversità e quell’Armonia dell’Ecosistema che genera Forze Salutari ma anche Spirituali. Un patrimonio collettivo non può essere svenduto. Novant’anni sarebbero stati un tempo abnorme, fuori da ogni logica e misura, che rendevano pressoché proprietario il gestore. Proprietario di un tesoro e una risorsa, anche economica, di tutti, che noi italiani abbiamo mantenuto sino ad oggi e che dobbiamo trasmettere a figli e nipoti. Perché la nostra arte, le nostre coste e i nostri mari sono irripetibili risorse non esportabili che, se custoditi e mantenuti rimarranno, qualunque fatto avvenga, un’ineguagliabile meta per le future generazioni e anche per un turismo futuro che, se ben programmato e ben gestito, potrà contribuire enormemente a ridurre il tasso di disoccupazione.

*Giulia Maria Mozzoni Crespi presidente onorario del Fai
*Fulco Pratesi presidente onorario del Wwf

Il Corriere della Sera 13.05.11

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Fai e Wwf: resta l’allarme cemento sulle spiagge italiane

È un bene che si torni indietro riducendo a 20 anni il diritto di superficie per le concessioni delle spiagge italiane, «ma temiamo non basti, occorre tornare al ‘diritto di concessione’ che è ora in vigore». Il Fai-Fondo Ambiente Italiano e WWF Italia tornano sul decreto sulle concessioni delle spiagge, alla vigilia della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, confermando l’ipotesi che il Governo, recependo anche le osservazioni dell’Unione Europea e del Quirinale, decida di abbassare il termine di diritto di superficie, inizialmente fissato a 90 anni, portandolo a 20.

In ogni caso, denunciano le associazioni, «è un inghippo la trasformazione del diritto di concessione in diritto di superficie che mette a rischio cementificazione le spiagge. Si vuole infatti separare la proprietà del terreno da quello che viene edificato e questo significa garantire ai privati la proprietà degli immobili, già realizzati o futuri sul demanio marittimo. Tutto questo non era fino ad oggi possibile perchè tramite la concessione gli immobili, anche se realizzati da privati, rimanevano in uso per il tempo della concessione ma erano del demanio. In concreto – spiegano Fai e Wwf – questo significa che con l’introduzione del »diritto di superficie» se lo Stato vorrà le spiagge libere da infrastrutture una volta scaduto il termine dei vent’anni, dovrà pagare ai privati il valore degli immobili realizzati perche questi saranno a tutti gli effetti di loro proprietà e quindi potranno essere venduti o ereditati. Si riduce il potere che lo Stato può esercitare sulle coste perche con la concessione lo Stato aveva la possibilità di revoca in caso di violazione dei termini del contratto, visto che la concessione stabiliva anche le dimensioni delle strutture che potevano essere edificate. In via teorica, anche se poco applicata, lo Stato può ora revocare le concessioni in caso di violazioni cosa non più possibile con il diritto di superficie».

www.unita.it

"Parità, che sconosciuta. Nella corsa a sindaco la carica dei maschi", di Alessandra Rubenni

Da Nord a Sud, in tutte e 18 le regioni italiane in cui dopodomani si andrà alle urne, le donne candidate a sindaco bisogna cercarle col lanternino. Potere, politica: faccende da uomini. E così è per queste amministrative, che si fermano al 14% di “quote rosa” fra quanti aspirano alla poltrona di primo cittadino, contro l’86% di candidati maschi. Sul totale di 3.976 candidati in tutta la Penisola, 3.419 sono uomini, 557 donne. Roba di cui andare poco orgogliosi. «Di certo siamo lontani dalle best practices del Nord Europa, dove la parità di genere è stata raggiunta pressoché ovunque. Per non parlare della Finlandia, dove è
assoluta», commenta Debora Serracchiani, parlamentare del Pd a Bruxelles, proprio nella legislatura che ha visto toccare la quota del 35% di donne fra i deputati europei. «C’è ancora da fare, ma è più di quanto avvenga in Italia», continua Serracchiani. E passando dal Parlamento a città e paeselli, nei 1.315 comuni chiamati al voto per il rinnovo dei sindaci, in ben 800 non c’è neanche una donna fra i candidati sindaci. Lì le sfide saranno tutte al maschile, dicono i dati di Anci e Viminale. «Per ilPd – sottolinea ancora la parlamentare europea – la parità di genere è uno dei principi fondamentali inserito nello statuto. Nelle nostre liste la presenza di donne è in media del 40%, ma in alcuni casi raggiunge anche il 50%». Il centrodestra non fa lo stesso? Beh, oggi «il 50% della popolazione è sottorappresentata, c’è un problema di riconoscimento di diritti.
Evidentemente per il centrodestra non è una priorità. Del resto un problema culturale c’è, in larghissima maggioranza il candidato sindaco è uomo. E anche questa discussione è il segnale di un’arretratezza culturale che dobbiamo superare. Solo in Italia, per l’introduzione delle quote rosa nei Cda, ho assistito a una discussione per allontanare l’entrata in vigore della legge, perché mancherebbero le donne con competenze adeguate: semplicemente assurdo!».
Ma a sinistra e a destra le misure, evidentemente, restano diverse. Così, per un’Anna Finocchiaro che da Napoli esorta a usare il voto di domenica «per dare un forte segnale al Paese per riequilibrare la rappresentanza di genere», perchè «portare più donne preparate e competenti nei consigli comunali serve alla democrazia e al buongoverno delle città», e ancora, per una Marina Sereni che invita gli elettori a «sostenere le donne nelle liste del Pd», a Milano c’è una ricandidata Letizia Moratti, voce del Pdl, che con la sua platea ammette apertamente: «se vi promettessi il 50%di donne in giunta non sarei onesta». Tutto questo, mentre lo stesso ministro alle Pari Opportunità, Mara Carfagna, insieme all’Anci si rivolge ai futuri amministratori delle città per chiedere una giusta rappresentanza femminile nelle prossime giunte, perché quella attuale «è troppo bassa». Obiettivo che le donne del Pd si sono assicurate da tempo, a Bologna, perlomeno col loro candidato, Virginio Merola, che in caso di vittoria ha promesso un governo “rosa” per metà. In attesa che, magari, diventino legge le proposte di riforma del voto che puntano alla parità di genere nelle pubbliche amministrazioni (un progetto c’è per le elezioni comunali, e l’Unione delle Province chiede sia esteso anche alle provinciali). La maglia nera a proposito di “quote rose” fra i candidati, nel frattempo, la vince la Campania, con 30 donne in corsa per le 151 poltrone da sindaco disponibili, contro 385 candidati maschi, con una sproporzione del 7% contro il 93%. Alle Marche, invece, il (ben modesto) primato opposto, con 29 comuni al voto e 77 candidati sindaco, di cui 15 donne, pari al 19,5%.

L’Unità 13.05.11

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Le donne nei Comuni un’opportunità non colta

Le elezioni amministrative sono imminenti. Si vota in 1177 Comuni e 9 Province. Le elezioni saranno un’opportunità per aumentare la presenza femminile nelle amministrazioni locali? Avremo più donne alla guida dei nostri Comuni? Le candidature femminili nelle grandi città sono cresciute di circa il 10% – per effetto di un incremento del 30% circa nelle liste del centro-sinistra e del 10% in quelle di centro-destra – rispetto alla tornata precedente (si veda Il Sole 24 Ore di lunedì 9 maggio), ma basterà questo per convincere gli elettori?
L’empowerment politico femminile è un tasto dolente in tutti i Paesi. Secondo i dati del World economic forum, solo il 18% della distanza tra il potere politico maschile e femminile nei Parlamenti e Governi nazionali è stato colmato. Le donne nel Parlamento europeo sono il 35%, ma se guardiamo ai singoli Paesi si passa, per la Camera dei deputati (o camera unica) da percentuali superiori al 40% in Svezia, Olanda, Finlandia al 21% italiano. Come evidenziano i dati, le difficoltà di essere eletti al Senato sono maggiori: in Italia solo il 18% delle donne ce la fa e, con l’eccezione di Finlandia, Spagna – che negli ultimi anni per precisa volontà politica ha fatto passi da gigante – Norvegia, Svezia e Belgio, meno del 30% dei ministri è donna. In Italia le ministre sono cinque, di cui tre senza portafoglio.
Ma cosa succede a livello locale? Un’ipotesi da esplorare potrebbe essere che alle poche donne elette o con incarichi di governo a livello nazionale o federale corrisponde però una loro presenza più significativa a nelle amministrazioni locali. L’ipotesi di scuola è che poiché le donne si sono affacciate più tardi degli uomini nell’ambito della politica, stanno facendo ancora la gavetta nelle amministrazioni locali, poi, eventualmente, approderanno in numeri maggiori a Parlamento e Governo nazionale.
A confermare questa ipotesi guardiamo il caso della Francia: la rappresentanza femminile in Parlamento è ferma a circa il 20%, mentre le donne rappresentano il 48% nei consigli regionali.
Questo non sembra tuttavia accadere nel nostro Paese. Nelle Province le donne sono solo il 12% dei consiglieri e il 6% degli assessori; nei Comuni il 19% dei consiglieri e il 6% degli assessori. Il valore più alto di assessori si registra in Emilia Romagna, dove comunque non superiamo l’11% di donne nelle giunte comunali. Qualche cambiamento nel tempo c’è stato. Mentre negli anni 80 solo tre donne su 100 avevano la carica di sindaco, gli ultimi dati disponibili indicano che il numero di donne sindaco è salito a circa 10 su 100. La crescita della rappresentanza femminile è stata simile tra le varie aree del Paese. I sindaci donna guidano con più probabilità Comuni dove il livello di reddito è più elevato, al Nord piuttosto che al Sud; grandi o piccoli non fa differenza.
Ci auguriamo che le prossime elezioni confermino e accelerino il trend positivo. Ma guardando i nomi dei candidati sindaco nelle principali città non ci aspettiamo (purtroppo) grandi rivoluzioni di genere. Peccato. Perché le donne in politica possono rappresentare un’opportunità di rinnovamento e miglioramento della qualità della classe politica. Il numero medio di anni di studio delle donne italiane presenti nelle amministrazioni locali è superiore a quello degli uomini. Come nel mercato del lavoro, è attivo un meccanismo di selezione positiva, per cui solo le donne più qualificate sono presenti in politica.
Se gli anni di studio sono una proxy della qualità dei politici, come suggerito da molti studi recenti, un maggior numero di donne in politica, partendo dalle amministrazioni locali, potrebbe avere effetti positivi sui Governi del nostro Paese. Possiamo perdere questa occasione?

Il Sole 24 Ore 13.05.11

"La scuola che vogliono", di Carlo Lucarelli

Ci sono un paio di cose che non ho capito della proposta del deputato Fabio Garagnani di sospendere i professori che fanno propaganda politica a scuola. La prima è quali siano i termini che definiscano questa propaganda politica e la seconda è chi debba stabilirli, questi termini. Per esempio, attribuire le stragi dell’ultima guerra come quella di Marzabotto ai nazisti e ai fascisti, o dichiarare una vergogna le leggi razziali di Mussolini è propaganda di sinistra? E parlare delle foibe in relazione al comunismo è propaganda di destra? Perché in un paese come il nostro, confuso come il nostro, valori, atteggiamenti e materie di insegnamento si ritrovano ad essere confuse in fretta con etichette politiche, che tra l’altro cambiano col tempo. Io ho fatto le medie a Faenza, in Romagna, nei primi anni ’70, e avevo una insegnante di italiano –la professoressa Zoli- a cui devo gran parte di quello che mi rende soddisfatto di me stesso. La professoressa Zoli, oltre all’italiano e all’amore per la letteratura, ci insegnava una vera e propria educazione civica. Senso del dovere, rispetto per le regole, sincerità, solidarietà, il gusto della convivenza civile. Anche la memoria e l’antifascismo. Non so cosa votasse, la professoressa Zoli, quello che ci ingegnava, allora, non era né di destra né di sinistra. L’attualità entrava nelle sue lezioni e se insegnasse ancora oggi per quanto riguarda la magistratura paragonata alle BR mi immagino cosa avrebbe detto. Parole che, ripeto, non sono né di destra né di sinistra, ma che forse, oggi, le avrebbero fruttato da parte di qualche ultrà la depistante qualifica di comunista. E magari una sospensione. E’ questa la scuola che vogliamo?

L’Unità 13.05.11

"Davanti allo sfascio Alemanno-Polverini", di Roberto Morassut

Le istituzioni locali principali del territorio di Roma e del Lazio sono al collasso. Mai così dal dopoguerra. La crisi ha tre aspetti: istituzionale, politico e sociale.
Sul piano istituzionale la Regione Lazio è intrappolata. Ogni risorsa del suo ultimo bilancio – e forse anche dei prossimi – è destinata a precipitare nel gorgo del debito sanitario e i grandi settori dello sviluppo regionale – in primo luogo la formazione e le infrastrutture – sono cancellate dalla programmazione finanziaria mentre si fa cronica l’insolvenza di cassa verso fornitori ed imprese.
L’amministrazione del Comune di Roma è sfasciata, travolta dalla crisi finanziaria e da un folle spoil system che ha disperso enormi capacità e competenze.
Sul piano politico la Polverini ed Alemanno sono figure deboli nell’opinione pubblica, nel rapporto con i loro partiti e col governo nazionale. Sul piano sociale, infine, la società romana ed ancor più quella laziale attraversano una crisi profonda che per la prima volta dopo decenni coinvolge strati ampi di ceto medio produttivo e burocratico-amministrativo oltre ai ceti popolari, che sempre pagano le crisi.
Purtroppo la crisi finanziaria degli enti locali e del governo non consente ormai una efficace risposta di tipo esclusivamente pubblico all’aumento delle domande e in giro cresce lo smarrimento.
Il Partito democratico non può traccheggiare in questo disastro e deve scuotere l’albero avanzando alcune proposte di riforma radicale del sistema.
In primo luogo credo che occorra lavorare per costruire un nuovo sistema di governance pubblicoprivato e privato sociale sviluppando l’esperienza del cosiddetto “modello romano” che provvide essenzialmente ad una “societarizzazione” delle vecchie municipalizzate e pervenendo ad un sistema liberalizzato di stampo europeo.
Nel sistema dei servizi pubblici infatti – trasporto, energia e rifiuti – alcune grandi aziende non sono più risanabili con il danaro pubblico. Una politica di liberalizzazioni è un discorso serio che non si può improvvisare in poche righe ma la direzione inevitabile.
Nel settore del welfare urbano – a Roma in particolare – occorre investire sulla responsabilità ed il protagonismo della società civile, dell’impresa sociale e cooperativa affiancandola al ruolo strettamente pubblico.
Nei paesi anglosassoni – in Gran Bretagna soprattutto – si parla di “Big Society” a fianco del “Big government”. A Roma parliamo di “sussidiarietà”.
In assenza di risorse finanziarie la leva per costruire un modello innovativo di welfare urbano ispirato a pratiche di sussidiarietà sta nell’uso del patrimonio immobiliare del Comune di Roma che è immenso e che può essere messo a disposizione di cooperative ed imprese sociali e giovanili per potenziare azioni di housing sociale, coltivazione biologica, manutenzione urbana, servizi di prossimità, assistenza sociale, formazione, cultura.
Nel settore del governo del territorio occorre finalmente varare una moderna legge urbanistica regionale che spazzi via l’attuale caos di norme e di leggi che si sovrappongono l’un l’altra e che favoriscono solo la granitica forza dei poteri illegali che non a caso si espandono sul territorio approfittando della farraginosità delle amministrazioni pubbliche.
Serve una legge di pochi articoli che dia norme chiare per regolare il ricorso alla contrattazione inevitabile con i privati, garantendo al pubblico quote significative delle rendita urbana che si genera nelle trasformazioni del territorio, che riservi così aree e suoli per realizzare edilizia popolare, servizi e infrastrutture e che assicuri stabili e continuative politiche di green economy.
In secondo luogo serve una riforma elettorale che spazzi via l’indegno mercato delle preferenze che sempre più condiziona la vita politica e la vita interna dei partiti, le scelte amministrative e la vita delle istituzioni e che ben lungi dal rappresentare una forma di democrazia e di scelta degli elettori va sempre più trasformandosi in una nuova forma di schiavitù e di sottomissione della libera scelta dei cittadini attraverso un voto di scambio che si produce in forme più o meno legali.
Occorre ricostruire un rapporto diretto tra elettori ed eletti basato sulla politica e non sui favori, riducendo l’ampiezza dei collegi elettorali, concentrando la scelta sulla persona sulla base di una alternativa o di più alternative politiche in un certo territorio e quindi introducendo collegi uninominali – con candidati selezionati da primarie – e contenendo la spinta al drenaggio delle risorse elettorali giunte ormai oltre ogni limite.
In terzo luogo va rilanciata in parlamento una battaglia per rifinanziare la legge 396/90 di Roma Capitale perché ormai si può dire con chiarezza e senza pudori che il federalismo fiscale si è tradotto per Roma in una fregatura perché Alemanno si è fatto scippare da Berlusconi e dalla Lega l’unico strumento concreto e certo di finanziamento aggiuntivo ai fondi ordinari in cambio di pochi compendi militari e demaniali a cui dovrà dare nuove destinazioni urbanistiche e che dovrà poi vendere prima di trasformarli in danari e senza le anticipazioni di cassa promesse.
Con risorse certe si può fare una realistica programmazione di investimenti per le infrastrutture: poche ma sicure. Per aprire un nuovo ciclo e per costruire un programma, però, c’è bisogno di generare nuove energie “civiche” senza le quali da queste parti non si vince mai. E un programma civico può costruirlo solo un partito aperto e che elabora proposte e contenuti e che costruisce così una“vocazione maggioritaria”.
Questa espressione a qualcuno può non piacere. Preferiamo parlare di “egemonia” o di “nuovo interclassismo sociale”? Non cambia molto.

da Europa Quotidiano 13.05.11