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"Caos M5S, c’è un nuovo cerchio magico", di Tommaso Ciriaco

Senza una bussola, nel caos. E soprattutto ostaggio di un vuoto di potere che ha fatto emergere un nuovo cerchio magico. È il Movimento cinque stelle, allo sbando dopo la batosta delle Europee. Nessun summit, zero discussioni sulla linea politica e una giravolta strategica che ha disorientato un po’ tutti. Grillo in vacanza, Casaleggio assente. I due “fondatori” che fanno sentire meno la loro voce. Così, dietro la polvere, già si intravede la figura di Luigi Di Maio. Di fatto, è il reggente del nuovo corso. Gradito a molti e combattuto da altri, la sua ascesa ha scatenato un vespaio nei gruppi parlamentari.
I segnali non sono incoraggianti. Il leader, per dire, è scomparso dai radar. Sfinito da un lunghissimo tour e demoralizzato dal voto, ha staccato clamorosamente la spina. Il “guru”, convalescente, ha rallentato il ritmo. «Manca una guida», sussurrano in molti. Da quando le urne si sono chiuse, in effetti, il comico ha evitato di mettere piede a Roma. Trascurati e un po’ abbattuti, deputati e senatori hanno appreso dal blog l’improvviso cambio di linea. E anche chi aveva spinto per il dialogo con le altre forze politiche è rimasto spiazzato: «Prendo atto che non ne abbiamo discusso assieme – rileva Walter Rizzetto – la decisione è stata presa da parte di alcuni che la considerano digeribile
».
Con il Movimento alla deriva, allora, è toccato a un gruppo di fedelissimi della Casaleggio associati prendere in mano il timone del grillismo. In cima alla piramide, come detto, c’è il vicepresidente della Camera. Si muove con pieni poteri. È lui a condurre le danze nel corso della conferenza stampa della svolta e a gestire il delicato nodo dello streaming. E sarà sempre lui a guidare la delegazione del M5S che si recherà a palazzo Chigi per trattare sulla legge elettorale. «È molto preparato sostiene Tancredi Turco – e per i responsabili della comunicazione è fra i migliori in tv».
I mugugni, però, stentano a restare negli argini. Si lamentano alcuni falchi e qualche colomba. Nel corso di una riunione di senatori, Elena Bulgarelli ed Elena Fattori hanno chiesto conto del “doppio ruolo“ di Di Maio:
«La base degli attivisti ci fa notare che critichiamo la Boldrini perché non super partes, ma mandiamo il nostro vicepresidente della Camera a guidare la nostra delegazione politica a Palazzo
Chigi. Vi sembra il caso?».
Da qualche mese Casaleggio preferisce limitare gli spostamenti e governa il Movimento dal quartier generale di via Manzoni, nel cuore di Milano. Lavora lì, nel suo studio razionalista senza tv, alle spalle uno sfavillante poster di Tex Willer. Tra le pareti bianco-verdi della Casaleggio associati, comunque, il vicepresidente è considerato il più affidabile. «Per me – sostiene la senatrice Serenella Fucksia – Luigi è una figura che
mette tutti d’accordo. È equilibrato, garbato e – scherza – sbaglia meno lui di Grillo…».
A comporre l’inner circle c’è naturalmente anche Davide Casaleggio, figlio del guru e socio
dell’azienda paterna. Lavora fianco a fianco con una ventina di giovanissimi dipendenti, incollato come loro ai quattro maxi schermi al plasma che monitorano il flusso di “Beppegril-
lo.it”. È una squadra affiatata: nelle pause restano tutti a pranzare in un cucinotto interno alla sede, dove c’è spazio solo per la differenziata. Non è tutto, perché a supportare il Fondatore ci
sono Claudio Messora, Rocco Casalino e Ilaria Loquenzi, new entry della comunicazione di Montecitorio. Senza dimenticare Silvia Virgulti, tv coach ascoltatissima dal guru. Decisiva nel cambio di strategia, allena i parlamentari ad andare in tv. Sono i “prescelti” che hanno potuto calcare il logoro parquet della Casaleggio associati, accolti dall’imponente parete che celebra l’ascesa grillina con copie incorniciate dei quotidiani nazionali.

La Repubblica 18.06.14

"Ma l’esame dovremmo farlo allo stato della nostra scuola", di Mila Spicola

Quattro le tipologie che il ministero metterà sul tavolo dei maturandi per la prima prova scritta, quella di italiano: analisi del testo, saggio breve/articolo di giornale, tema storico e tema di carattere generale. Tra i 465mila studenti alcuni miei ex alunni. «Prof, secondo lei cosa è più facile?». «Valeria, quel che sai far meglio, no? Leggi tutte e quattro le tracce, fatti uno schemino per ciascuna, se l’argomento lo conosci e lo governi, vai e scrivi. Rifletti, bevi, respira, non ti far prendere dall’ansia..». «Pare facile prof! Lei non si fece prendere dall’ansia?». «Nel tema no, nella versione sì». «Ogge su santo, prof! La versione!».
Negli ultimi giorni i miei ingressi su Facebook sono stati costellati dalle domande e dai dubbi dei miei primi ex alunni alle prese con l’esame di Stato nella Secondaria di Secondo Grado. Quelli almeno che ci sono arrivati. I miei ex pulcini da mesi mi chiedono, mi interrogano, mi raccontano e mi fan ricordare e ritenere come i giorni e i tempi prima degli esami siano sempre identici. Tanto da cadere nell’inevitabile incubo degli esami da rifare anche io. On line i siti, ma anche i quotidiani, in rete o cartacei, sono pieni di consigli, sempre gli stessi, su come affrontare le prove: cosa mangiare, quanto dormire, come studiare. Oppure di dati sui numeri, su quanti sono gli scrutinati, gli ammessi, i sommersi e i salvati.
Non so, io mi ritrovo a riflettere su altro. Cosa faranno e dove andranno i miei ex pulcini, quali competenze stiamo dando loro, quale conoscenza porteranno nel loro percorso di vita? Esame di maturità. Maturità di chi? Che adulti hanno intorno a loro rispetto ai quali misurare l’indicatore della maturità, della competenza, della conoscenza? Cosa stiamo certificando? Osservo e rifletto sulle competenze di un liceale e su quelle richieste a uno studente di istituto tecnico professionale e so perfettamente che il massimo nella valutazione del primo non corrisponde in Italia al massimo della valutazione del secondo. E nemmeno la certificazione delle loro competenze di base. Non è disuguaglianza questa? Dovrei raccontarlo a questi ragazzi? O a noi adulti? O ai miei colleghi docenti? O al «Sistema», così stiamo tutti a posto e va tutto bene madama la marchesa?
La presente e viva e le morte stagioni vo comparando e non so se nella mia stagione le cose andavano allo stesso modo, certo non ci riflettevo allora. Vo comparando ancora le competenze acquisite e da valutare di uno studente siciliano, a cui il «Sistema» ha offerto circa due anni in meno di scuola rispetto al coetaneo trentino, per assenza di tempo pieno nella scuola elementare, a cui si sommano gli anni in meno all’asilo, e tali competenze verranno valutate tali e quali da un esame di Stato Nazionale. Non è disuguaglianza questa? Non è anticostituzionale una tale differenza di offerta d’istruzione, innanzitutto di tempo, di strutture, di occasioni? E mi sovvien l’eterno «fondamentale» problema dell’andar a scuola un anno prima, per uscire un anno prima e «affrontare il mondo del lavoro alla stessa età di altri paesi europei» e mi chiedo: è questa l’emergenza maggiore adesso? Non sarebbe il caso di interrogarci su altro? Un anno prima ma con quali profili? Sempre gli stessi? Con quali programmi? Con quali contenuti? Con quali direzioni di sviluppo professionale certo tracciate? Siano esse immediate o posticipate da un percorso universitario? Cosa stiamo dando e a cosa stiamo preparando questi novelli esaminandi? L’esame di maturità forse dovremmo farcelo noi nel predisporre un cambiamento necessario del percorso della scuola superiore, o sbaglio? Una riqualificazione delle scuole tecnico professionali, che tornino ad essere la fucina qualificata e qualificante del ceto medio e della piccola imprenditoria italiana, aggiornando programmi, percorsi e sbocchi, non il girone infernale dove mandare chi «non ha voglia di studiare». Lo stesso per i licei: interrogarsi sui contenuti ma anche sui metodi. E per entrambi non cedere mai di una virgola su una pari e uniforme offerta di qualità culturale, sia che si tratti del tecnico informatico di Canicattì o del liceo Nazareno di Roma. Che si torni a parlare di attitudini dei ragazzi e non di separazioni di file di destini segnati per altro: per origine, per ceto, per luogo. «Prof, secondo lei cosa è più facile?» Cosa volete rispondere ai nostri ex pulcini? Dirgli di bere, di respirare profondamente, di riflettere, di farsi uno schema chiaro prima di scrivere e di riprendere le fila del loro futuro, in modo più pressante e vivo. Magari col nostro aiuto, non con le nostre resistenze e le nostre gabbie mentali. Cambiare noi intanto, se ne siamo capaci.

L’Unità 18.06.14

"Terza media, l'esame fuori tempo", di Maurizio Tiriticco*

Nel 2007 l’obbligo di istruzione è stato innalzato di due anni. Si è trattato di una iniziativa largamente attesa, perché in una società ad alto sviluppo otto anni di istruzione obbligatoria erano veramente pochi, stante lo sviluppo di quelle competenze di base estremamente necessarie per qualsiasi processo lavorativo.

In effetti nella società della conoscenza la tradizionale separatezza tra lavoro manuale e lavoro intellettuale si sta attenuando sempre più rapidamente, e non c’è attività che non richieda anche conoscenze di base di alto profilo. In seguito all’innalzamento dell’obbligo, ci si aspettava che il tradizionale diaframma tra scuola media, dove la prossima settimana si svolgeranno gli esami conclusivi, e istruzione secondaria superiore si andasse via via attenuando e che la verifica delle competenze di cittadinanza e delle competenze culturali acquisite dagli studenti, puntualmente definite nel dm 139/2007, e debitamente coordinate con quanto richiesto dall’Unione europea a tutti i sistemi scolastici degli Stati membri, costituisse il vero momento terminale di dieci anni di studi obbligatori.

Ma questa attesa non si è mai realizzata. Le ragioni di tale insuccesso sono almeno tre: a) le difficoltà che hanno incontrato le istituzioni scolastiche di secondo grado nel progettate i percorsi del primo biennio di studi obbligatori assicurando quella «equivalenza formativa» prevista dal citato dm, la quale avrebbe dovuto permettere di superare la tradizionale diversità dei tre ordini; b) il fatto che sono state indicate modalità per la procedura certificativa molto approssimate; c) il fatto che la certificazione stessa viene rilasciata solo a domanda dell’interessato.

Inoltre, sarebbe stato opportuno rivedere la stessa normativa relativa all’esame di Stato conclusivo della scuola media, in quanto questa non costituisce più il momento terminale dell’obbligo di istruzione. É opportuno rilevare che la Costituzione prevede che al termine di un ciclo di istruzione vi sia un esame di Stato. Però, a tutt’oggi il primo ciclo di istruzione, per norma, non si conclude a 16 anni di età, cioè a conclusione dell’obbligo di istruzione, come sembrerebbe opportuno, ma ancora al termine della scuola media. Tali carenze, da un lato, vanificano l’ innalzamento dell’obbligo di istruzione, dall’altro contribuiscono ad attribuire all’esame di terza media un valore terminale che in effetti non dovrebbe più avere.

In tale situazione, l’esame di terza media continua a rivestire un’importanza e un valore che invece dovrebbero essere trasferiti alla reale conclusione dell’obbligo di istruzione. Ma così non è, per cui tra alcuni giorni gli alunni della scuola media continueranno ad affrontare un esame lungo e complesso!

Si tratta di ben cinque prove scritte disciplinari e di un colloquio pluridisciplinare. Tra le prove scritte figura quella nazionale proposta dall’Invalsi, che «fa media» con le altre. Il profilo dell’esame è, quindi, eccessivo rispetto al fatto che il diploma di terza media oggi non ha più alcun effetto legale, stante l’avvenuto innalzamento dell’obbligo di istruzione.

La prova Invalsi riguarda due discipline, l’italiano e la matematica. E qui sorge un interrogativo: non sono sufficienti le prove di italiano e di matematica amministrate dalle scuole? Un alunno potrebbe superare la prova della scuola e non quella dell’Invalsi o viceversa. Non costituisce quindi questa prova un doppione e una invasione di campo? Forse lo Stato non si fida delle sue istituzioni scolastiche? Alle quali, però, ha riconosciuto l’autonomia, didattica, organizzativa, di ricerca, sperimentazione e sviluppo. E sono le medesime istituzioni che «individuano inoltre le modalità e i criteri di valutazione degli alunni nel rispetto della normativa nazionale» (dpr 275/99, art. 4, c. 4).

E ancora: le prove Invalsi – quando ben fatte, e non sempre lo sono – sono predisposte sulla base di criteri misurativi e valutativi che hanno a monte i suggerimenti di una ricerca docimologica di grande spessore, anche transnazionale. Si tratta di una «cultura della valutazione» che, a partire dagli anni Settanta, in un clima di profondo rinnovamento, avviammo con una serie di provvedimenti che miravano a rinnovare in profondità la didattica di tutti i gradi e gli ordini di scuola. Ma, a partire dal Terzo millennio, questa strada è stata interrotta. Basti pensare a quel ritorno ai voti decimali che spazzò via anni e anni di ricerca finalizzata ad attivare nuove strategie valutative.

Pertanto, oggi, ci troviamo di fronte a un profondo divario: da un lato c’è un Invalsi che, in materia di valutazione, interviene a gamba tesa su tutte le nostre scuole, perfino a modificare gli esiti di un esame di Stato, le cui commissioni sono di fatto sottoposte ad una sorta di regime di vigilanza; dall’altro ci sono le nostre scuole che in materia di valutazione ancora si cimentano con prove e criteri valutativi lontani anni luce dalle proposte imposte dall’Invalsi. Ora si prospetta anche l’eventualità che la terza prova pluridisciplinare degli esami di Stato conclusivi del secondo ciclo di istruzione sia affidata all’Invalsi. In tal caso le commissioni di esame gestirebbero «in proprio» solo il colloquio. E’ noto che, tra le sei tipologie proposte alle commissioni per la confezione della terza prova, queste scelgono la prima e la seconda, considerate «più facili» rispetto alle altre. Anche in questo caso va sottolineato il fatto che confezionare una terza prova_ ben fatta, non è affatto una cosa semplice, e richiede tempi e competenze che a volte le commissioni non hanno. Anche in questo caso, a mio avviso, il problema non è intervenire pesantemente a sottrarre compiti agli insegnanti commissari, ma «attrezzarli» perché possano produrre una terza prova con quella competenza che essa richiede ed esige.

Sarebbe invece necessario sospendere per un lasso di tempo disteso (un biennio?) la somministrazione delle prove Invalsi e attribuire invece, all’istituto, all’Indire e a chi ne abbia competenza il compito di intervenire sulle istituzioni scolastiche e sugli insegnanti affinché si impadroniscano di quella cultura della valutazione della quale c’è una grande necessità. Quando il divario tra le competenze dell’Invalsi e quelle dei nostri insegnanti sarà colmato, solo allora le prove Invalsi saranno ben accette.

già ispettore Miur

da Italia Oggi 17.06.14

"Scatti, recuperato anche il 2012", di Carlo Forte

Mercoledì scorso i rappresentanti del governo e dei sindacati Cisl, Uil, Snals e Gilda-Unams hanno firmato all’Aran un’ipotesi di contratto, che restituisce ai docenti e al personale Ata un anno di servizio ai fini dei gradoni (la Cgil non lo ha firmato). La sottoscrizione dell’accordo in zona Cesarini allontana anche il rischio, per i lavoratori della scuola che avevano ottenuto l’avanzamento di gradone nel 2013, di vedersi retrocedere al gradone precedente. Così come prevedeva la legge, nel caso in cui entro il 30 giugno non si fosse arrivati ad un’intesa.

Il testo ora passa al vaglio degli organi di controllo e, se non saranno avanzati rilievi o altri intoppi, si passerà alla sottoscrizione definitiva e all’adeguamento delle buste paga dei lavoratori. L’anno oggetto dell’intesa è il 2012, la cui utilità era stata cancellata dal governo Berlusconi insieme al 2011 e al 2012. Gli anni 2010 e 2011 sono già stati recuperati con altri interventi. Rimaneva il 2012, che sarà rianimato per effetto del nuovo accordo. I passaggi ai tavoli negoziali si sono resi necessari perché l’art. 9, comma 23, del decreto legge 31 maggio 2010, n. 78 ha disposto che: «Per il personale docente, amministrativo, tecnico ed ausiliario (Ata) della scuola, gli anni 2010, 2011 e 2012 non sono utili ai fini della maturazione delle posizioni stipendiali e dei relativi incrementi economici previsti dalle disposizioni contrattuali vigenti». L’intenzione del legislatore, infatti, era quella di introdurre un ritardo di tre anni nella maturazione degli scatti di anzianità. E ciò avrebbe comportato, a regime, una perdita secca di circa 1000 euro per ognuno degli anni del triennio, sia nella retribuzione che nella pensione. Con ulteriori decurtazioni della buonuscita.

Gli effetti delle nuove disposizioni, però, sono stati mitigati da un successivo intervento legislativo, che ha ripristinato il recupero del 2010. Il tutto mediante l’utilizzo dei fondi inizialmente accantonati per finanziare il merito (si veda il decreto interministeriale 14 gennaio 2011 n. 3). Fondi derivanti dal taglio di circa 135mila posti di lavoro nella scuola, disposti tramite il piano programmatico dell’art.64 della legge 133/2008. Il ritardo, dunque, era già stato ridotto di un anno, grazie al recupero dell’utilità del 2010. Per il recupero del 2011, però, i soldi del merito sono risultati insufficienti. Anche perché buona parte delle disponibilità sono state utilizzate dal governo per retribuire i docenti di sostegno, autorizzati in deroga alle riduzioni di organico. E quindi, per trovare i fondi che mancavano, governo e sindacati alla fine hanno deciso a maggioranza di utilizzare una parte dei fondi previsti per finanziare lo straordinario dei docenti e degli Ata (si veda il contratto del 13 marzo 2013). In ciò utilizzando il fondo per il miglioramento dell’offerta formativa (Mof). Infine, con l’accordo dell’11 giugno scorso, le parti hanno recuperato anche il 2012, attingendo, anche questa volta ai fondi per lo straordinario dei docenti e dei non docenti. Incetezze restano sul futuro degli scatti per gli anni a venire, visto l’intento del governo di rivedere il peso dell’anzianità di servizio nella carriera dei docenti.

Resta, il fatto, già nell’immediato, che il decreto del Presidente della Repubblica 122/2013, all’articolo 1, comma 1, lettera b), dispone la cancellazione anche dell’utilità del 2013 ai fini dei gradoni, prorogando di un anno le disposizioni contenute nell’articolo 9, comma 23, del decreto legge 78/2010 (la norma che ha cancellato l’utilità del 2010 del 2011 e del 2012 ai fini dei gradoni.) E dunque, nonostante gli sforzi fatti dai sindacati, la progressione di carriera è tuttora gravata da un anno di ritardo (senza gli interventi il ritardo sarebbe stato di 4 anni.)

«Se non avessimo giocato con determinazione il nostro ruolo di sindacato, delegando le soluzioni alla politica, saremmo ancora a mani vuote» spiega Francesco Scrima, leader dalla Cisl scuola. Dello stesso tenore il commento del segretario della Snals, Marco Paolo Nigi, che parla di «ennesima ingiustizia ai danni del personale della scuola» evitata grazie alla firma dell’accordo. Per Massimo Di Menna, numero uno della Uil scuola, si tratta di un accordo «importante, utile per il personale della scuola che altrimenti avrebbero subito un’altra ingiustizia». Sostanzialmente positivo anche il commento del ccoordinatore della Gilda, Rino Di Meglio, che pone l’accento sulla questione del 2014: «Non possiamo esultare perché manca ancora all’appello lo scatto del 2013». Invece, per Mimmo Pantaleo, segretario della Flc-Cgil (che non ha firmato l’accordo): « Quest’ultima intesa indebolisce ulteriormente la contrattazione decentrata a fronte della mancanza di impegni per il rinnovo dei Contratti Nazionali». Soddisfazione è stata espressa anche dal ministro dell’istruzione, Stefania Giannini, secondo il quale, grazie all’accordo «si scongiura definitivamente la possibilità che il personale debba restituire, a causa di un pasticcio burocratico ereditato dal passato, somme già percepite».

da Italia Oggi 17.06.14

"Giovani anche troppo istruiti", di Emanuela Micucci

E poi li chiamano bamboccioni o gli etichettano come neet. Ma il 34,2% dei 15-34enni italiani accetta un lavoro che richiede un titolo di studio inferiore a quello posseduto. Pur di avere un’occupazione. Lavoratori sovraistruiti causa crisi fotografati dall’Istat nel Rapporto annuale 2014 (www.istat.it). Nel mercato del lavoro italiano la sovraistruzione interessa oltre 4,8 milioni di occupati, il 22%. Un fenomeno in crescita rispetto al periodo pre-crisi: il 23% in più rispetto al 2007. I più colpiti gli under 34, appunto, e gli stranieri (40,9%). Elevata tra le donne: è sovraistruito un terzo delle lavoratrici, il 25,3%, contro il 21,2% degli uomini.

Il 31% degli occupati sovraistruiti si concentra nel grande gruppo professionale dei servizi e del commercio, il 17,5% in quello delle professioni non qualificate, il 15% in quelle tecniche e il 12,4% tra artigiani, operai specializzati e agricoltori. Il 21,5% riguarda imprenditori, alta dirigenza, legislatori, solo il 2% professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione. Se il titolo di studio è un paracadute in tempo di crisi del mercato, tanto che nel periodo 2008-2013 l’occupazione dei laureati è salita del 12,3% (+443mila unità), un’analisi più dettagliata delle caratteristiche dei lavoratori più istruiti mette in luce una scarsa valorizzazione delle loro competenze; infatti, sale del 30% il numero di laureati che accettano impieghi meno qualificati, contro un +8,6% di quelli che svolgono professioni che richiedono skill elevati. e inferiori a quelle possedute. Un fenomeno insidioso che «può intrappolare i lavoratori per un lungo periodo in attività insoddisfacenti, che non sfruttano appieno il loro potenziale e che per questo possono portare ad un’obsolescenza delle competenze inizialmente possedute», commenta l’Istat, «la maggiore forza in termini di occupabilità dei soggetti più competenti si traduce in una incapacità del sistema economico nel mettere pienamente a frutto le competenze disponibili». Il profilo del sovraistruito delineato dall’Istat vede a rischio le donne e i più giovani da un punto di vista sia anagrafico, 15-24 anni, sia lavorativo, con una durata dell’attuale lavoro inferiore a 2 anni. Più propensi alla sovraistruzione gli occupati del Nord e del Centro rispetto a quelli del Sud. Tra i diplomati gli uomini sono i più esposti e, contrariamente ai laureati, il fenomeno è meno rilevante al Nord e al Centro. Maggiore probabilità di sovraistruzione per i diplomati autonomi e con contratto a tempo determinato, l’opposto del rischio per i laureati, maggiore per quelli a tempo indeterminato. «Tale segnale – commenta l’Istat – indica che i laureati sono probabilmente propensi a privilegiare un lavoro che offre migliori prospettive di stabilità, sebbene non garantisca un adeguato utilizzo delle competenze acquisite».

I laureati in scienze sociali e umanistiche e quelli in scienze economiche e statistiche sono i più penalizzati, avendo un rischio sovraistruzione superiore del 25% quello dei laureati in scienze mediche e infermieristiche.

da Italia Oggi 17.06.14

"Il passaggio della maturità", di Gian Arturo Ferrari

Quando divenne premier, ai primi di maggio del 1997, Tony Blair dichiarò che il suo governo aveva tre priorità: istruzione, istruzione, istruzione. Nei diciassette anni che sono passati da allora, quello che era nel 1997 un programma sorprendente e uno slogan ben trovato si è trasformato in una verità lapalissiana. Nessuno è oggi tanto sprovveduto da non accorgersi che la ricchezza delle nazioni, presente e futura, consiste e soprattutto consisterà nel livello culturale dei cittadini, nella loro utensileria mentale. Nel capitale umano, certo, ma in un capitale coltivato. Nessuno è oggi tanto snob da non riconoscere che dietro l’irritante retorica della «società della conoscenza» si cela un solido, persin troppo solido, nucleo di verità. Il fatto cioè, nudo e crudo, che le condizioni di vita e di sviluppo passeranno di lì, dal livello e dalla capillarità dell’istruzione.
Quel che i diciassette anni trascorsi hanno dimostrato — tra diffusione delle tecnologie digitali, apertura e globalizzazione dei mercati, voracità nell’apprendimento (si pensi agli studenti asiatici in America…) — è che su questi temi siamo usciti dal quadro otto-novecentesco ispirato al progressismo umanitario. Siamo alla struggle for life, alla lotta per la sopravvivenza. E la sopravvivenza (spesso, pudicamente, chiamata occupazione…), per strano che possa parere, passa primariamente dall’istruzione. Ora, il perno del nostro sistema scolastico è lo snodo tra l’apprendimento preuniversitario e quello universitario. È un rendiconto finale, la somma di tutte le somme. È una conclusione — di un ciclo più che decennale — ed è un inizio. È una selezione, tra chi vuole e può proseguire e chi no. È un coming of age , un passaggio e un rito di passaggio, dalla adolescenza alla giovinezza, l’ingresso nella vita adulta. Tutto questo è quel che, antiquatamente ma appropriatamente, chiamiamo maturità. E siccome si tratta di un perno delicatissimo, di una cervicale, di un’anca, di un ginocchio, insomma di un’articolazione essenziale dell’intero sistema, dalle sue condizioni si può dedurre agevolmente lo stato di salute del tutto.
In via preliminare occorre però decidere se l’esame di maturità, che parte domani con la prima prova, abbia ancora un senso. Se infatti singole facoltà di singole università pubbliche amministrano propri esami d’ammissione (ah che nostalgia la Camera dei Fasci e delle Corporazioni…), è chiaro che l’esame di maturità perde ogni significato. Meglio eliminarlo, con risparmio di fatica, tempo e denaro. Nessuno scandalo, gli altri grandi Paesi europei non ce l’hanno o non ce l’hanno così tardi, a diciannove anni. Se invece si eliminano gli esami di ammissione, l’intero sistema scolastico deve essere radicalmente rifatto. Non riformato, rifatto. Il motto di Blair, nuovo rasoio di Occam, non lascia scampo. Se questa è la cosa più importante, è la prima da fare.
Partendo dal principio, materialistico ma lodevole, «intanto che non ci piova dentro» il governo ha per il momento affrontato l’edilizia scolastica . C’è ben altro. C’è un corpo insegnante umiliato, un personale non insegnante assai folto, un’università burocratica, sindacati riottosi. Ma il peggior di tutti i mali sta al centro, nella normativa, pedante sulle inezie e cieca di fronte al senso effettivo delle cose.
Una normativa che negli anni si è particolarmente esercitata, con una sorta di voluttuosa insistenza, proprio sull’esame di maturità. Cambiandogli nome e connotati, azzoppandolo, lentamente sfregiandolo e sfigurandolo. In una sorta di riedizione burocratica del Principe felice (anche se la maturità a dire il vero tanto felice non era) di Oscar Wilde, dove alla statua del principe gli uccelli cavano prima ornamenti, decorazioni e gioielli e poi gli occhi. Ma anche questo troncone non trova pace. L’anno prossimo infatti, meraviglie d’Italia, giungerà a compimento (!) l’ultima tranche della riforma del 2010, cioè di tre governi fa.
Nel frattempo gli indefessi normatori si occupano di aspetti essenziali per il futuro del Paese. Per nostra consolazione, il 19 maggio il ministero ha emanato l’Ordinanza n.37 che all’Articolo 21, «ai sensi del Decreto Ministeriale 16 dicembre 2009, n.99, articolo 3, comma 2» si preoccupa di stabilire i criteri a cui le commissioni degli esami di maturità si devono attenere per conferire il voto supremo di cento e lode. Ciò chiarito, sembra di capire, il perno su cui ruota tutto il nostro sistema scolastico tornerà all’antico splendore. Con tanti saluti a Blair e al suo istruzione, istruzione, istruzione .

Il Corriere della Sera 17.06.14

"Distrazioni di massa", di Elisabetta Gualmini

Non è vero che Grillo ha scelto di entrare nel gioco. Che si è rassegnato alle logiche del compromesso parlamentare, dopo il flop delle europee. Beppe la politica la fa, a suo modo, da moltissimo tempo, dosa e distilla le strategie di breve e di medio periodo con oculatezza, talvolta vince e talvolta perde, ma non si butta mai a caso. A differenza di quello che può apparire, il Beppe istrione e improvvisatore sui palchi e nelle piazze è l’altra faccia del Beppe determinato e razionale. Un leader double-face che non scandalizza nessuno. Quello che dice che la tv è il peggiore dei mali (e cancella poco prima delle politiche l’unica intervista prevista) e poi decide, un anno dopo, che invece è meglio andarci in tv e si accomoda con agio da Bruno Vespa. Quello che dice: o vinciamo le Europee o lascio, ma poi rimane stabilmente in sella. E quello che dopo aver detto no, no e poi no all’odiato Pd poi ci ripensa e manda una richiesta formale di incontro, dai toni quasi affettuosi.

Cambiare le strategie, o meglio adeguare flessibilmente le tattiche alle contingenze della politica, annusando l’aria che tira e cercando di non perdere centralità, è quello che fanno i leader politici. Niente di strano, dunque. Con l’apertura al premier, Grillo raggiunge infatti almeno due obiettivi.

Primo. Mette in imbarazzo il premier costringendolo a scegliere tra lui e Berlusconi. Tra il nuovo e il vecchio, tra i puri e gli impuri. Sinora Renzi aveva potuto spiegare che l’accordo con Berlusconi era dovuto anche all’impossibilità di dialogare con i grillini integralisti e solitari per scelta. Ora il premier dovrà spiegare che al posto di Grillo sceglie «l’inciucio» con Berlusconi. D’altro canto proporre una legge elettorale proporzionale senza premio di maggioranza e con la sola correzione dei collegi di media grandezza significa presentare a Renzi il contrario di quello che vuole. Come portare la carne a un vegetariano che ha chiesto l’insalata. E non è così vero che ci sarebbe governabilità e la possibilità per un partito di governare da solo. Intanto occorre raggiungere il 40% (non così facile da noi con tre partiti molto consistenti) e a differenza della Spagna non è costituzionalmente possibile avere governi di minoranza. Il Democratellum sarebbe una sciagura per Renzi e per il paese. Mentre Grillo non avrebbe niente da perdere. La soglia del 5% gli permette di far fuori tutti i partiti piccoli, compresi quelli della galassia dell’antipolitica, e di conservare un enorme potere di veto.

Secondo obiettivo. La versione morbida del grillismo potrà far dimenticare in fretta la surreale alleanza con la destra radicale di Farage. Nonostante l’approvazione della rete, il cartello in Europa con il partito della destra estrema e xenofoba inglese ha sollevato moltissime critiche, soprattutto tra i parlamentari. Tendendo la mano al Pd, Grillo distrae il suo elettorato dalle faccende europee e dopo essersi avvicinato a un partito di destra ha l’occasione di mostrarsi disponibile verso uno di sinistra. Come a dire discutiamo con tutti, siamo sempre oltre.

E così si invertono le parti rispetto allo streaming del febbraio scorso. Lì era Grillo che non faceva parlare Renzi, uomo delle banche e giovane vecchio della politica italiana, rimproverandogli di essere poco credibile perché diceva una cosa per poi smentirla il giorno dopo. Ora lo vedremo forse ostentare una predisposizione all’ascolto, con il solo obiettivo di smontare l’Italicum ed evitare la logica bipolare e maggioritaria che contribuirebbe ulteriormente al suo sgonfiamento.

Grillo non ha nulla da perdere. Chi invece rischia di più è Matteo Renzi, per la rincorsa a scendere a patti con lui. Tutti lo vogliono. Dalla Lega che vuole ritoccare il titolo V in cambio dell’ok al Senato, a Ncd e Fi che rilanciano sul presidenzialismo, sino a Beppe (appunto) che potrebbe risvegliare gli appetiti per il proporzionale ben presenti in parlamento. E se tutti rilanciano, il rischio di tornare alla casella di partenza è molto alto. C’è da sperare che con la forza del suo 40,8% Renzi riesca ad andare avanti, nonostante i limiti strutturali di questo governo (pur sempre di compromesso e senza maggioranza al Senato). Altrimenti non avrebbe senso proseguire. Di palude sulle riforme istituzionali ne abbiamo già vista molta.

La Stampa 17.06.14

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Napolitano a Renzi: ampia condivisione. Il premier: l’apertura di Grillo? Va valutata seriamente – In settimana incontro con Berlusconi, di Emilia Patta

«Ora tutti sono favorevoli a fare le riforme ed è positivo: un mese fa sembrava io avessi la peste. Tutti attorno a un tavolo, meglio via mail che si fa prima, e cerchiamo di essere operativi. Questa è la settimana in cui le cose si decidono». La settimana politica di Matteo Renzi si apre all’insegna della riforma costituzionale che supera il bicameralismo perfetto istituendo il Senato delle Autonomie e, sullo sfondo, della legge elettorale. Il premier ne parla nel pomeriggio davanti a una platea attenta come quella degli industriali veneti (si veda pagina 4). E soprattutto ne parla in mattinata con il capo dello Stato Giorgio Napolitano. Nel menù dell’incontro riforme, provvedimenti del governo e prossimo Consiglio europeo. Ma sono le riforme a costituire il piatto forte dopo la svolta del Movimento 5 Stelle, che nel week end ha aperto la porta del dialogo sulla legge elettorale proponendo il cosiddetto Democratellum (un proporzionale con preferenze corretto leggermente in senso maggioritario tramite piccole circoscrizioni). «Napolitano e Renzi hanno fatto il punto sulla definizione dei provvedimenti legislativi discussi dal recente Consiglio dei ministri e hanno poi compiuto un ampio giro d’orizzonte sui temi della riforma costituzionale all’esame del Senato – fanno sapere fonti del Quirinale –. Nell’occasione si è parlato del possibile coinvolgimento del più ampio arco di forze politiche in vista della conclusione dell’iter delle riforme in quel ramo del Parlamento».
Il più ampio coinvolgimento possibile, con l’apporto anche delle forze di opposizione. Napolitano non si stanca di ripeterlo: le regole vanno possibilmente cambiate insieme. E certo la mossa di Beppe Grillo spariglia le carte sul tavolo della trattativa mettendo in difficoltà sia il Pd, che quelle carte non può esimersi dall’esaminare, sia Fi, che rischia di essere scavalcata in Parlamento dopo settimane di indecisione sulla tenuta o meno dell’ormai famoso Patto del Nazareno siglato tra Renzi e Berlusconi nel gennaio scorso. E non c’è dubbio che l’improvviso cambio di strategia di Grillo su riforme e legge elettorale mette innanzitutto sotto pressione proprio il patto del Nazareno. Patto che resta il pilastro sul quale Renzi ha costruito il suo progetto, ci tengono a precisare da Palazzo Chigi. Il premier non cambia schema sulle riforme – assicurano i suoi collaboratori –: la «via maestra» passa sempre dal Nazareno, ma certo Renzi non può che registrare il clima mutato dopo aver spianato la strada delle riforme in commissione Affari costituzionali con la sostituzione del dissidente Corradino Mineo con il capogruppo Luigi Zanda. Il messaggio mandato alle forze politiche dell’opposizione è insomma giunto chiaro: il governo non aspetterà oltre, le riforme possono passare anche a maggioranza. E a differenza di molti dei suoi nel Pd Renzi vuole prendere sul serio l’apertura di Grillo, non la considera un bluff o un espediente per uscire dall’angolo. La data buona per l’incontro con i 5 Stelle potrebbe essere mercoledì della prossima settimana (il format, streaming o altro, è ancora da decidere, l’unica certezza è che non ci sarà Renzi ma probabilmente la ministra Maria Elena Boschi e il vice al partito Lorenzo Guerini). Mentre l’incontro atteso con Berlusconi – il terzo faccia a faccia su riforme e legge elettorale – dovrebbe esserci nelle prossime ore, forse già oggi, anche se ancora non è stato fissato.
Ed è tutta dell’ex Cavaliere, ora, la responsabilità di far vivere o meno il Patto del Nazareno. Perché anche senza l’apporto di Forza Italia il premier è intenzionato ad andare dritto sulla riforma del Senato e del Titolo V, convinto che le eventuali defezioni dei “dissidenti” del Pd sarebbero comunque coperte dai fuoriusciti grillini e da parte di Sel. Nonché dalla Lega: ieri in Veneto Renzi ha discusso del tema con il governatore Luca Zaia, e in Senato i democratici danno per fatto l’accordo con il Carroccio – tramite Roberto Calderoli – sulla base di qualche ritocco in favore delle Regioni sulla composizione del nuovo Senato e sul Titolo V. Intanto la dissidenza dei 14 senatori del Pd autosospesisi dopo la sostituzione di Mineo si avvia a rientrare: rassicurati da Zanda durante un incontro durato ben due ore e mezzo sul fatto che l’articolo 67 della Costituzione che stabilisce la libertà di mandato degli eletti sarà rispettato, dovrebbero annunciare già oggi il ritiro della forma di protesta messa in atto con l’autosospensione. Mineo non sarà comunque reintegrato in commissione, che potrà dunque contare su una maggioranza coesa anche dopo la sostituzione di Mario Mauro per i Popolari per l’Italia. Ma i senatori democratici in dissenso potranno comunque votare secondo coscienza in Aula senza rischiare sanzioni. Il problema dei numeri insomma resta. Anche da qui la necessità di «un’ampia condivisione».

Il Sole 24 Ore 17.06.14