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Modena – Violenza sulle donne, il Pd: “Una priorità politica”

Lo stabilisce un Odg approvato ieri dalla direzione provinciale del Pd. Per il Partito democratico il contrasto alla violenza sulle donne è una “priorità politica”. Lo stabilisce un ordine del giorno approvato ieri sera dalla direzione provinciale del Pd di Modena. Anche in provincia di Modena la violenza sulle donne – si legge nel documento – rimane ancora poco conosciuta e largamente sottostimata. I dati ufficiali della Questura indicano una preoccupante recrudescenza del fenomeno della violenza sulle donne e un’aumentata consapevolezza delle donne italiane e straniere che, sempre più spesso, trovano il coraggio di denunciare. In crescita anche i dati presentati dal Centro antiviolenza e dall’associazione Donne e giustizia. Aumentano nella nostra provincia anche i casi di femminicidio. Due nel 2010 e già due in questi primi quattro mesi del 2011. Ultimo, in ordine cronologico, quello di Maria Cibele, cinquantenne brasiliana uccisa con un colpo di pistola alla tempia dal suo compagno.

La Direzione provinciale sollecita quindi le istituzioni a potenziare e a sperimentare nuove azioni volte a contrastare la violenza sulle donne. Alle Asl si chiede di “consolidare e aggiornare una politica sanitaria che si faccia carico del supporto e della cura dei soggetti violenti e delle vittime di violenza”. Al tempo stesso si chiede alle istituzioni di “concertare maggiormente, con gli organismi che tutelano l’ordine pubblico, strategie di accoglienza della denuncia della violenza subita, per rendere meno traumatico il percorso che la donna si trova ad affrontare”.

Il documento sottolinea inoltre la necessità di “intensificare il collegamento fra scuola, Università, servizi territoriali e consultori per adolescenti”; potenziare le azioni messe in campo dal Tavolo contro la violenza alle donne istituito presso la Prefettura; “rafforzare i percorsi di autonomia psicologica ed economica delle vittime di violenza” attraverso i servizi per l’accoglienza e l’inserimento sociale delle vittime.

La direzione Pd invita infine i parlamentari a “promuovere azioni politiche per il ripristino dei fondi necessari ai Centri antiviolenza” e a sostenere una legge quadro sulla violenza che preveda un inasprimento delle pene e metta in campo azioni efficaci di “educazione, prevenzione, sostegno delle vittime e recupero degli uomini responsabili delle violenze”.

Amministrative: infiltrazioni camorriste nelle liste del Pdl campano

Il Partito Democratico ha chiesto un incontro con il ministro Maroni per garantire la trasparenza del voto. Orlando: “L’emergere di candidature legate alla camorra indica un chiaro disegno politico promosso dal gruppo dirigente del centrodestra, finalizzato a sfruttare elettoralmente la mobilitazione di settori direttamente legati alle organizzazioni criminali”. “Molto inquietante è la notizia che due dei quaranta arrestati di oggi del clan Polverino fossero candidati in liste Pdl per le elezioni comunali di Quarto in provincia di Napoli, e che uno di questi fosse addirittura il coordinatore locale del Pdl.
Evidentemente il Pdl in quei territori non ha svolto fino in fondo il compito di selezionare con attenzione le proprie candidature. Ciò dimostra che la criminalità organizzata continua a ricercare quei partiti e quelle liste che abbassano la guardia per infiltrarsi nelle amministrazione e nella politica”.

Questo il commento a caldo di Emanuele Fiano, Responsabile Sicurezza del Pd, che insieme al responsabile Giustizia Andrea Orlando ha immediatamente chiesto un incontro al ministro Maroni per sapere quali provvedimenti intenda prendere il governo, riguardo questo gravissimo episodio, “affinché sia garantita la massima attenzione degli organi di pubblica sicurezza sul proseguo della competizione elettorale”.

“Tale incontro – hanno comunque ribadito i due esponenti democratici – sarà anche l’occasione per esprimere apprezzamento per il lavoro di contrasto alla camorra che ha condotto agli arresti”.

Andrea Orlando, Responsabile Giustizia e commissario del Pd di Napoli ha evidenziato come l’arresto di Salvatore Camerlingo e di Armando Chiaro, (i due candidati del Pdl), sia l’ulteriore conferma della pervasività della camorra nella politica napoletana e in particolare, nell’area del centrodestra.
“L’emergere di numerose candidature legate alla camorra nei comuni chiamati al voto indica che c’è un chiaro disegno politico promosso dal gruppo dirigente del centrodestra, finalizzato a sfruttare elettoralmente la mobilitazione di settori direttamente legati alle organizzazioni criminali – ha detto Orlando -. È un disegno che rischia di mettere in discussione la stessa trasparenza del voto e pone una grave ipoteca sul confronto democratico. A nulla sono valsi i nostri appelli a vigilare sulla composizione delle liste e, del resto, è ormai evidente che non ci si trova più di fronte a semplici disattenzioni”.

Fiano e Orlando hanno poi congiuntamente lanciato un appello a tutte le forze politiche e sociali che si oppongono a questo disegno “di unirsi e mobilitarsi per vigilare sulla regolarità e sulla libertà del voto, anche segnalando ogni episodio che turbi l’andamento della campagna elettorale”.

Teresa Armato, senatrice campana del Pd e membro della Commissione antimafia ha tristemente sottolineato come “ad ogni blitz anticamorra che si fa nel territorio campano, entrano nella rete degli inquirenti candidati del Pdl o loro congiunti”.
“Nel Pdl quindi si pone una severa questione morale! Che cosa dobbiamo aspettare perché finalmente si levi una voce in quel partito? Perché smettano di fare finta di niente, in una condizione di omertà grave e vergognosa? Purtroppo appare sempre più evidente che il Pdl in Campania vuole consegnare alcune istituzioni alla malavita organizzata” ha concluso Armato.

Ha parlato di una “gigantesta e macrocoscopica questione morale” nel centrodestra campano anche Massimiliano Manfredi, presidente provinciale del Pd Napoli.
“Nicola Cosentino e i suoi sodali si stanno assumendo la responsabilità gravissima di inquinare il sistema politico locale candidando gli incandidabili per qualche manciata di voti in più. Il rischio è che migliaia di cittadini campani diserteranno le urne di fronte a questi sconci che feriscono irreversibilmente il sistema politico campano portando un danno enorme alla nostra collettività a prescindere dagli orientamenti politici” ha aggiunto Manfredi.
“Mi aspetterei almeno per questa volta –ha concluso il Presidente provinciale– una presa di distanza da parte del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Sarei il primo senza strumentalizzazioni ad applaudirlo, ma temo che la mia speranza cadra’ come al solito nel vuoto”.

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Far meglio si può. Ecco perché diciamo no a questo Def

I deputati PD in commissione Cultura e Istruzione presentano il parere alternativo al Documento Economia e Finanza, contestando la scelta del governo, unica in Europa, di ridurre l’investimento pubblico nella filiera del sapere.
I parlamentari PD della VII Commissione della Camera dei Deputati hanno presentato il parere alternativo al Documento Economia e Finanza (DEF) del Governo. Il parere, firmato dalla capogruppo in commissione Manuela Ghizzoni, dal presidente del Forum Istruzione Giovanni Bachelet e da tutti gli altri deputati democratici, è un’accusa impietosa nei confronti del governo che “sin dall’inizio della legislatura, non solo non ha affrontato i problemi cronici del sistema formativo italiano, ma li ha addirittura aggravati”. Il Piano nazionale delle Riforme (PNR), inserito nel DEF, non ha un impianto strategico ed è una sorta di “cornice del nulla”, e appare “significativa quanto irresponsabile” la scelta di riduzione dell’investimento pubblico fatta dal governo -unica in Europa- nella filiera del sapere.

Ecco il testo completo del documento:

PARERE ALTERNATIVO, presentato dai deputati Ghizzoni, Bachelet, Coscia, De Biasi, De Pasquale, De Torre, Levi, Lolli, Mazzarella, Melandri, Nicolais, Pes, Rossa, Russo, Siragusa

La 7a Commissione permanente della Camera dei Deputati, esaminato per le parti di propria competenza il Documento di economia e finanza 2011,

premesso che,

nello spirito della Nuova Strategia Europa 2020 (EU2020), la Commissione europea ha previsto un coordinamento strategico dei diversi momenti di definizione programmatica per i Paesi membri attraverso l’introduzione del c.d. “Semestre europeo” che ha inizio ad aprile di ogni anno, con la presentazione contestuale dei Piani nazionali di riforma (PNR) e dei Programmi di stabilità (PS);

il nuovo PNR, documento che assume un ruolo fondamentale in questo processo, deve contenere i seguenti elementi: lo scenario macro-economico, come definito nel PS; l’analisi degli squilibri macroeconomici nazionali e l’identificazione degli ostacoli principali alla crescita e all’aumento dell’occupazione; le misure strategiche di riforma da adottare per il raggiungimento degli obiettivi nazionali di crescita produttiva e occupazionale;

la legge 196/2009 incardina la discussione del PNR, all’interno di quella più generale del DEF;

nella fase transitoria, in sede di predisposizione della bozza di PNR, da presentare alla Commissione entro il 12 novembre, il Governo ha trasmesso il documento alle Camere a ridosso della data in cui si chiedeva la conclusione della discussione, limitando fortemente la possibilità del Parlamento di procede ad una ampia disamina del testo;

nell’Analisi annuale della crescita, la Commissione ha evidenziato che molti progetti di PNR indicano tra le proposte previste dagli Stati membri per raggiungere gli obiettivi nazionali, misure già attuate o a uno stadio piuttosto avanzato, oppure alquanto vaghe, con poche precisazioni circa la natura esatta delle norme, il calendario di attuazione, l’impatto previsto, il rischio di applicazione parziale o di insuccesso, il costo per il bilancio e l’uso dei Fondi strutturali dell’UE;

considerato che:

anche nella versione definitiva, il PNR appare vago, di difficile lettura, spesso ripetitivo e scevro di un impianto strategico, di impegni dettagliati e di scadenze precise. Una “cornice del nulla” come è stato efficacemente definito, in cui si contano complessivamente misure programmatiche di cui alcune sono semplici piani, altre titoli vuoti, altre ancora passibili di un iter lunghissimo o di difficile realizzazione;

se dalle enunciazioni teoriche del PNR si passa ai dati macroeconomici e di finanza pubblica del Programma di stabilità, si rileva che nel prossimo triennio la crescita è rivista al ribasso rispetto alla DFP del settembre 2010 ed è stimata all’1,1 per cento per il 2011, all’1,3 per cento per il 2012 e all’1,5 per cento per il 2013;

nonostante la revisione delle stime della crescita, il Governo mantiene invariati i saldi di finanza pubblica in termini tendenziali: l’indebitamento netto è confermato al 3,9 per cento per il 2011 e al 2,7 per cento per il 2012, come nella DFP;

se non si affronta il problema della crescita, non solo gli investimenti pubblici continueranno a diminuire (da 48,6 miliardi di euro nel 2011 a 45,9 miliardi nel 2014) e la pressione fiscale rimarrà invariata (42,5 per cento nel primo e nell’ultimo anno del quadriennio) ma per consentire il rispetto degli obiettivi europei sarà necessaria anche una manovra correttiva per il 2,3 per cento del PIL (oltre 35 miliardi di euro), come anticipato dal DEF, per il biennio 2013/2014;

poiché il riequilibrio duraturo dei conti pubblici passa soprattutto per il rafforzamento del potenziale di sviluppo dell’economia, sarebbe stata necessaria l’individuazione di misure strategiche precise anziché una poco convincente politica dei due tempi che, senza garantire la riduzione del debito (per la quale la Banca d’Italia considera necessario un PIL del 2 per cento annuo), rimanda sine die il problema della crescita;

valutato che, per le parti di competenza

al fine di promuovere una crescita intelligente, inclusiva e sostenibile, come chiesto da Europa 2020 a tutti gli stati membri, è necessario dimezzare il tasso di dispersione scolastica e triplicare il numero di laureati, investendo sui saperi e scommettendo sulla qualità del capitale umano e su una società della conoscenza diffusa;

il recente rapporto Ocse 2010 evidenzia come gli investimenti in istruzione dei paesi membri siano cresciuti fortemente negli ultimi anni, ma l’Italia resta ben al disotto della media, pari al 5,7% del PIL, con il 4,5 % del PIL investito nel 2007. Eppure è dimostrato che, oltre ai benefici in termini di promozione umana, coesione sociale e integrazione, trasmissione dei principi che fondano la convivenza civile, la maggiore spesa per istruzione produce rendimenti economici certi, maggiore occupabilità per gli interessati, maggiore capacità innovativa dell’economia e possibilità di specializzarsi in settori a più alto valore aggiunto;

con riferimento a tale parametro di spesa (valutato rispetto all’andamento del PIL), il Documento in esame (Tavola V.1, Sezione Prima) prevede un preoccupante calo, dal 4,2 del 2010 (già in netta flessione rispetto al dato del 2007) al 3,7 del 2015 e al 3,2 del 2030. Questa significativa quanto irresponsabile scelta di riduzione dell’investimento pubblico – unica in Europa – nella filiera del sapere è ricondotta dal Governo “all’effetto delle misure di contenimento della spesa per il personale, a cui segue un andamento gradualmente crescente nel trentennio successivo dovuto alla riduzione strutturale della popolazione scolastica”. In altre parole, il Governo attribuisce tale curva discendente degli investimenti in istruzione alla riduzione degli organici che, sebbene previsti dall’art. 64 del DL 112/2008 per il periodo 2009-2012, determinerebbero il loro effetto oltre il quadriennio definito. In realtà, la Tavola VI.1 della Sezione I del Documento (effetti sulla spesa pubblica del DL 78/2010, convertito nella L. 122/2010) dimostra come il ridimensionamento strutturale della spesa per l’istruzione sia dovuto anche alla eliminazione dell’adeguamento automatico delle retribuzioni del personale della scuola negli anni 2011-2013 e seguenti (si tratta di risparmi per: 320 milioni nel 2011, 640 nel 2012 e 960 nel 2013). A tale proposito, trova pertanto conferma quanto denunciato dal gruppo PD in occasione della discussione della legge di stabilità e negato dal Governo: lo slittamento triennale della “carriera” per oltre un milione di dipendenti della scuola, prevista dal comma 23 dell’art.9 della legge 122/2010 (“…gli anni 2010, 2011 e 2012 non sono utili ai fini della maturazione delle posizioni stipendiali e dei relativi incrementi economici previsti dalle disposizioni contrattuali vigenti”), ha pieno valore giuridico e determina effetti lungo tutta la carriera, nonostante il “recupero” economico degli scatti del triennio 2011-2013 attraverso i “risparmi” determinati dall’applicazione dell’art. 64 del DL 112/2008;

la prevista quota di PIL investita in futuro in istruzione non potrà consentire un innalzamento della qualità del sistema e soprattutto non potrà incorporare le risorse per un incremento retributivo, nonostante ad oggi gli stipendi del personale scolastico siano inferiori a quelli dei colleghi europei e sebbene tale questione sia ben nota al ministro Gelmini, che la citò tra le priorità da affrontare nella propria relazione di inizio mandato;

con specifico riguardo alla valorizzazione del capitale umano, le valutazioni del Governo riportate nel documento in esame, che collocano la riforma della scuola e dell’università come interventi strutturali coerenti con gli obiettivi europei, appaiono, a fronte dei dati riportati, più ottimistiche della realtà, invece, drammatica;

è necessario ricordare che il Governo, sin dall’inizio della legislatura, non solo non ha affrontato i problemi cronici del sistema formativo italiano, ma li ha addirittura aggravati: infliggendo 8 miliardi di tagli all’istruzione; sottraendo 132.000 posti di insegnanti e personale ATA; approvando una legge di riordino dell’università che non ha previsto risorse adeguate e che affida i propri effetti ad un numero eccessivo di decreti attuativi e regolamenti, determinando mesi, se non anni, di blocco formativo professionale dei giovani studiosi, poiché di fatto non sarà possibile attivare i dottorati di ricerca, gli assegni di ricerca, i contratti da ricercatore a tempo determinato e indeterminato;

nel Documento in esame il Governo menziona il sistema nazionale di valutazione come struttura funzionale al miglioramento della qualità dell’insegnamento e dello sviluppo dell’autonomia scolastica. Tuttavia, disattendendo l’ordine del giorno del Partito Democratico sulla manovra finanziaria dell’estate 2010, non rende certe nel tempo le risorse a disposizione di INVALSI e ANSAS (o delle loro evoluzioni istituzionali) e non consente quindi adeguata programmazione di ispezioni, indagini, ricerche, interventi di sostegno alle autonomie scolastiche e altri incentivi per il miglioramento del sistema di istruzione nazionale. Il 30% dei tagli della legge 133/08 inizialmente destinati a questo scopo sono infatti dirottati per coprire impropriamente gli scatti stipendiali perduti a causa della manovra e non appaiono altre voci o dotazioni specifiche;

in riferimento agli interventi finalizzati alla riduzione della dispersione scolastica (uno dei grandi ambiti di azione della strategia Europa 2020), il DEF rileva la volontà di raggiungere il modestissimo traguardo del 15-16% di coloro i quali lasciano prematuramente la scuola, a fronte dell’obiettivo del 10% fissato dall’Europa, mentre Polonia, Slovenia, Repubblica Ceca (con apprezzabile ambizione) si impegnano a scendere al 5%. Vale la pena ricordare che il modesto traguardo fissato dal nostro Paese nel Documento è molto inferiore a quello (10%) che l’Italia si è data, per le sole regioni del Mezzogiorno (in cui la situazione è peggiore), con il Quadro Strategico Nazionale per i fondi comunitari 2007-13. In altre parole, in questo fondamentale ambito di intervento, oltre a rinunciare a qualsiasi competizione virtuosa con gli altri paesi europei, riduciamo i nostri obiettivi rispetto a quanto noi stessi abbiamo convenuto solo quattro anni fa con l’Unione Europea. Siamo di fronte all’ennesima prova della inazione e della assenza di visione strategica del Governo rispetto alle politiche di coesione nazionali. Peraltro, lo scarso impegno del Governo è dimostrato dall’assenza di reali interventi quali, ad esempio, l’avvio di esperienze di continuità e raccordo curriculare che coincida con il passaggio dalla preadolescenza all’adolescenza, obiettivo che costituisce il punto di maggior sofferenza del sistema, ove si registra il tasso più alto di dispersione scolastica, con punte del 30%, soprattutto nel primo anno degli istituti professionali e tecnici oppure, l’opportunità di estendere le Anagrafi Regionali degli Studenti, oggi istituite solo in 11 regioni su 20;

altresì, il Documento cita il programma di potenziamento infrastrutturale dell’edilizia scolastica, nel quale si prevede la realizzazione di nuovi edifici scolastici e la ristrutturazione di quelli già esistenti, senza tuttavia indicare uno specifico e credibile piano di intervento adeguatamente finanziato. Tale assenza risulta foriera di dubbi e interrogativi, soprattutto in considerazione del fatto che due edifici scolastici su tre non sono a norma di legge e che l’Italia ha una delle percentuali più basse d’Europa di edifici scolastici dotati di certificato di abilità statica, il 46% contro, ad esempio, il 98% della Germania. Le previsioni del citato programma sono prive di qualsiasi concreto riferimento e omettono, perfino, di richiamare il destino dello stanziamento CIPE di 1 miliardo di euro finalizzato ad un piano straordinario di interventi, sul cui primo stralcio di 358 mln, al momento, non si riescono ad avere informazioni sullo stato di realizzazione. Ma il programma ignora altresì ogni riferimento al ruolo del federalismo fiscale, prospettando una modalità di intervento sull’edilizia scolastica che sottrae alle Regioni e agli enti locali ogni reale competenza in materia. Infine, il Governo non prevede alcun intervento che escluda le spese per l’edilizia scolastica dal patto di stabilità, nonostante gli impegni assunti con l’accoglimento di appositi ordini del giorno proposti dal Partito Democratico;

nel quadro delineato dal Governo riguardo alla valorizzazione dell’istruzione non emerge nessun intervento volto a risolvere il problema del precariato, anche alla luce della sentenza del tribunale di Genova, per la quale un’eventuale estensione degli effetti determinati dalla suddetta sentenza al personale della scuola a tempo determinato, che volesse intraprendere analoghe azioni legali, potrebbe comportare per lo Stato oneri da 4 a 6 miliardi di euro;

anche sull’integrazione e l’interculturalità l’intervento di politica scolastica indicata dal Documento non fa alcun riferimento ad interventi volti a favorire un rapido ed equilibrato inserimento degli alunni stranieri, quali, ad esempio, la didattica supplementare dell’italiano come lingua straniera;

il Documento, poi, ignora qualsiasi riferimento al sistema educativo della prima infanzia sebbene in un paese civile dovrebbe essere prioritario poiché garantisce il diritto educativo di ogni bambino; ad esso dovrebbe essere raccordata una reale politica di conciliazione dei tempi dedicati al lavoro e all’attività di cura;

se le previsioni del documento fino ad ora commentate escludono investimenti strutturali per ridurre la dispersione scolastica, per migliorare l’edilizia scolastica, per aumentare gli stipendi degli insegnanti e le risorse per il diritto allo studio, l’atteggiamento del Governo – con improvvida cecità strategica – e altrettanto deficitario rispetto agli altri target di Europa 2020, riguardanti il numero dei laureati (26% contro 40%) e gli investimenti in ricerca e sviluppo (1,53% contro 3%). Per quanto riguarda la percentuale dei laureati, il nostro Paese, insieme alla Romania, si è posta l’obiettivo più basso: il 26-27%, mentre l’Europa punta al 40%; l’Irlanda al 60%; la Francia al 50%; la Polonia al 45%, la Spagna al 44%, la Bulgaria al 36%, la Grecia al 32%. Per quanto riguarda la spesa in ricerca e sviluppo rispetto al PIL, l’Europa si pone l’obiettivo del 3%, con paesi come Svezia e Finlandia che puntano al 4%, Francia, Germania, Spagna e Portogallo che ambiscono all’obiettivo comunitario del 3%, la Romania al 2% e la Polonia all’1,7%, mentre l’Italia si pone il misero traguardo dell’1,53% (insieme a Malta, Cipro e Slovacchia). A questo punto non si può non sottolineare, con preoccupazione, che i target nazionali della strategia Europa 2020 contenuti nel Piano Nazionale delle riforme (sezione III del DEF) puntano a posizionare il nostro Paese all’ultimo posto in quasi tutti gli ambiti, ma in particolare in quelli che attengono alla formazione e alla ricerca, con effetti deleteri per lo sviluppo economico e la crescita sociale;

per quanto riguarda il settore dell’università, il Documento in esame mette in rilievo la costituzione del “Fondo del merito” (previsto dall’articolo 4 della legge 30 dicembre, n. 240/2010), come contributo necessario al raggiungimento dell’obiettivo europeo dell’accrescimento del numero dei laureati; a tal proposito è doveroso ricordare che il suddetto Fondo, che peraltro non prevede una congiunta valutazione del merito di studio e delle condizioni di reddito del beneficiario, rimane “una scatola vuota”: non solo non è previsto alcuno stanziamento specifico per una finalità così importante, ma si dispone che il fondo sia alimentato da “versamenti effettuati a titolo spontaneo e solidale da privati, società, enti e fondazioni”, limitando l’apporto dei trasferimenti pubblici a “specifiche disposizioni”, peraltro non previste. La presumibile platea dei beneficiari e la aleatorietà finanziaria del suddetto Fondo non fanno prevedere niente di buono per il diritto allo studio;

tra le misure operative volte a promuovere e rafforzare l’università, il Documento ricorda gli incrementi per il Fondo ordinario per le università (FFO) di 800 milioni di euro per il 2011 e di 500 milioni di euro dal 2012, ma tralascia di chiarire che tali risorse compensano solo parzialmente i tagli operati. Infatti dopo l’incremento degli 800 milioni di cui sopra per l’anno in corso, il FFO registra ancora un segno meno di ben 276 milioni rispetto all’assestamento 2010, infatti, la legge di stabilità varata al Consiglio dei Ministri il 15 ottobre 2010 aveva previsto un taglio a tale fondo di un miliardo e 76 milioni di euro, determinati dalla decurtazione lineare di 126 milioni, dalla cancellazione dei 550 milioni del così detto fondo Padoa Schioppa – Mussi e dall’assenza dei 400 milioni recuperati nel 2010 attraverso lo scudo fiscale. Pertanto, l’enfatizzata integrazione del FFO non rappresenta una inversione di tendenza rispetto alla politica dei tagli né, a maggior ragione, può essere considerata la dimostrazione di un investimento serio ed efficace del Governo per lo sviluppo del sistema universitario del nostro Paese;

è, altresì, doveroso ricordare che il comma 24, articolo 1, della Legge 13 dicembre 2010, n. 220 (Legge di stabilità 2011), dispone che entro il 31 gennaio di ogni anno sia emanato un decreto interministeriale per l’approvazione di un piano straordinario per la chiamata di professori associati per ciascuno degli anni 2011-2016 a valere su quota parte delle risorse del fondo di finanziamento ordinario dell’università (a tal punto è intervenuto il comma 9, articolo 29 Legge 240 del 2010 che fissa detta quota in: non superiore a 13 milioni per l’anno 2011, 93 milioni per il 2012 e 173 a decorrere dal 2013) e che, ad oggi, trascorsi tre mesi rispetto al termine fissato, non risulta emanato nessun decreto interministeriale. Si tratta della conferma che la legge 240/2010 non garantisce purtroppo né interventi per la progressione carriera del personale universitario né tantomeno l’ingresso di nuovi e giovani professori;

valutato, altresì che:

il quadro delineato dal governo non accenna a nessun intervento finalizzato a rilanciare la cultura;

la curva della spesa pubblica italiana nel settore della cultura mostra un calo vertiginoso. L’abdicazione dal suo ruolo storico di capofila nell’innovazione e nel campo della creatività pone l’Italia in una posizione di pesante subalternità culturale rispetto ad altri paesi più lungimiranti. La Germania ha stanziato circa 12,5 miliardi di euro; la Francia per il 2011 ha assegnato al settore della cultura e dei media 7,5 miliardi di euro (con un aumento di circa 150 milioni di euro rispetto all’anno precedente) di cui 2,7 per la sola “missione” cultura. In Italia invece, alla catastrofica situazione dei fondi statali va aggiunto il taglio dei trasferimenti a regioni ed enti locali che penalizzerà molto il settore, se è vero che da anni questi ultimi investivano in cultura più dello Stato;

le nostre città, i nostri territori raccontano una storia di abbandono e incuria che, con sempre minori risorse umane e finanziarie, le strutture tecniche preposte alla tutela cercano di contrastare: il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione non sono oggi al sicuro e giorno dopo giorno pezzi di storia si sgretolano sotto il peso del tempo. Le attività culturali sono messe in ginocchio dalla mancanza di investimenti e di certezze che riducono le produzioni e rischiano di trasformare il nostro paese da grande centro di creatività e innovazione culturale a semplice luogo di circuitazione;

pur rilevando come necessaria la marcia indietro del Governo sugli insostenibili tagli al Fus, è, tuttavia, inaccettabile l’aumento dell’accisa sulla benzina per coprire tali misure

ESPRIME PARERE CONTRARIO.

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"La festa americana", di Federica Mogherini

Mentre Obama raccontava al suo popolo ed al resto del mondo la fine del “simbolo del male”, per le strade delle metropoli della civilissima East Coast (non nel profondo sud o nel Midwest conservatore) ragazzi giovanissimi esultavano. Un cartello diceva “Obama 1 – Osama 0”, come fosse una partita di calcio. Caroselli di macchine, bandiere, cori, la gioia di fronte alla morte di un uomo. Del peggiore degli uomini. Ma non riesco a smettere di pensare, con tutto il bene che voglio all’America e con tutto quello che di buono ho sempre pensato del suo attuale presidente, che qui c’è qualcosa di molto più complicato. Qualcosa di non riconducibile al risultato da partita di calcio.
Per diverse ragioni. Primo. Non c’è bisogno di essere cattolici per provare disagio nel vedere l’esultanza per la morte di un uomo. Credo che la vita di una persona, anche della peggiore delle persone, abbia un valore. È il motivo per cui sono contraria alla pena di morte, e continuo ad esserlo anche di fronte a criminali di guerra, a chi commette stragi o ne comanda l’esecuzione, a chi uccide bambini, e a Bin Laden.
Gioire per la morte, per l’uccisione di un uomo, è una cosa al di fuori della mia comprensione. Che possano farlo dei ragazzi giovanissimi, tra cui molti democratici, ci dice molto su quanto hanno scavato nell’animo dell’America questi dieci anni di “lotta del bene contro il male” che ci distanziano da quel terribile 11 settembre.
La giustizia si avvicina alla vendetta. Il risultato è quello di una partita di calcio, di un videogioco. 1–0, palla al centro.
Secondo. Il vero colpo ad al Qaeda non è questo. È quello che è venuto in questi mesi dalle piazze del mondo arabo, da quei giovanissimi che nel contestare le dittature sotto le quali sono nati e cresciuti non ne hanno evidenziato l’amicizia con l’occidente, ma hanno piuttosto sfidato l’occidente e l’America per prima, sul terreno della coerenza delle sue promesse di democrazia e libertà. Il vero colpo ad al Qaeda Obama l’ha inferto non con l’uccisione di Bin Laden, ma con il discorso del Cairo del 2009 – e col fatto che, essendo pronunciato da un presidente americano di nome Barack Hussein Obama, le sue parole sono state prese sul serio.
Infatti, da quelle piazze al Qaeda è stata totalmente assente: la domanda è di democrazia e libertà, la risposta non sta nel fondamentalismo islamico, nella religione usata strumentalmente per fini politici. Terzo. Si può leggere l’esultanza americana come una sorta di sentimento di liberazione. Non la gioia per la morte di un uomo, ma per la fine di un incubo e del suo simbolo. Attenzione. A volte la fine dei simboli consente il perpetuarsi degli incubi. Credo che il ruolo di bin Laden in al Qaeda fosse poco più che simbolico, per non parlare della ormai relativa marginalità dei legami tra al Qaeda e quei talebani che, se tornassero al potere in Afghanistan, farebbero strage di afghani e non solo. Se la fine del simbolo bin Laden fosse usata come premessa, in Afghanistan, per quel “missione compiuta” che ogni presidente americano ha voglia e bisogno di dire, e del conseguente frettoloso seppur preannunciato disimpegno, temo ci ritroveremmo presto in un mare di guai.
Se è vero che l’intervento in Afghanistan è iniziato per al Qaeda, oggi Afghanistan e al Qaeda non sono sovrapponibili: c’è un lavoro da fare in Afghanistan (innanzitutto per proteggere le donne afghane e tutti coloro che in questi anni hanno creduto in un tentativo di democrazia), e c’è un lavoro non più così prioritario da fare contro al Qaeda (non più prevalentemente in Afghanistan, come la localizzazione del nascondiglio di bin Laden ci ricorda).
Quarto. Al contrario, forse l’uccisione del simbolo servirà a completare il cambio di registro, nella politica estera americana. Oggi i timori di ripercussioni immediate sono troppo forti per potersi permettere altro che non sia un «la lotta al terrorismo continua ». Ma forse col passare delle settimane l’assenza del “simbolo del male” consentirà all’America di superare del tutto la retorica e la politica del “bene contro il male”.
Un primo fondamentale passo lo ha già fatto Obama con la distinzione netta tra Islam e al Qaeda, al Cairo nel 2009 ed ancora ieri notte («l’uccisione di bin Laden non è un colpo contro l’Islam, perché i capi di al Qaeda non sono leader musulmani»). Per archiviare definitivamente lo scontro di civiltà, una volta tramontato l’angelo Bush, forse era necessario tramontasse anche il diavolo Bin Laden.
Se ci sarà da festeggiare, quindi, lo si potrà capire solo tra qualche mese. E non sarà per la morte di un uomo, ma per la fine di una politica. Dipenderà da cosa Obama, al netto della campagna per la rielezione, deciderà di fare di questo 1–0. Continuare a far credere che si sta giocando una partita, o dichiarare che dopo dieci anni è, finalmente, finita.

da Europa Quotidiano 03.05.11

Oltre la crisi. La vera sfida: tornare al futuro", di Alfredo Reichlin

Ai danni del berlusconismo si aggiungono quelli di una involuzione economica e sociale che ha investito l’intero pianeta. Il Pd deve proporre una nuova visione politica. Nel mondo è in atto una rivoluzione conservatrice senza precedenti. Un partito riformista come il Pd ha il compito di affrontarla comunicando con chiarezza alternative e valori. La politica, se vuole tornare a mordere, deve raccontare ai cittadini, specie i più giovani, quello che sta accadendo nel mondo
Lo sapevamo, ma è davvero tremenda questa lunga agonia del “Cavaliere”. Assediato da eventi che non è più in grado di dominare, quest’uomo si difende bruciando i raccolti e avvelenando i pozzi. Il problema politico anche per evitare lo sfascio della compagine nazionale è quello di ridare al Paese fiducia e guida. Una guida non soltanto politica, intellettuale e morale. Essere noi la forza costituente capace di porre su nuove basi il futuro della nazione italiana.
A me sembra che, finalmente, questa strada maestra il Partito democratico l’abbia imboccata. E a questo punto è la realtà nella sua terribile asprezza che rende ridicola la chiacchiera politica sulle alleanze. Noi a chi dobbiamo parlare se non all’insieme del popolo italiano? Il popolo italiano non è una accozzaglia di individui che si definisce in base alle sigle di partito o alle “facce” che si esibiscono in Tv. È un popolo, il quale sente tutta l’incertezza del suo futuro. Ecco perché per dirigerlo bisogna dire bene chi siamo e se l’Italia di domani ha ancora bisogno di una sinistra, e quale.
L’impresa non è facile perché i partiti non si inventano. Sono vitali e contano se sono storicamente necessari, se “fanno storia”, se è chiara la loro funzione nella vita nazionale. Bisogna rispondere, quindi, ad un interrogativo cruciale. Qual è oggi la nostra “funzione”? A fronte di quale grande problema di riforma esso si pone come necessario? Certo la risposta deve partire dall’Italia e, come da anni qualcuno di noi va dicendo e scrivendo, si tratta di creare uno strumento capace di affrontare quella che non è una crisi come tante altre, ma un rischio di dissoluzione della nazione italiana. L’Italia non è un’isola e la sfida che si pone davanti è un enorme e inedito problema sociale e umano. Vogliamo davvero un partito “a vocazione maggioritaria”? Bisogna allora sapere (questo a me sembra il cuore della discussione) che un programma riformista moderno non esiste, non morde se non ha il coraggio di misurarsi con quella profonda rivoluzione conservatrice che domina il mondo da trent’anni.
Non scopro nulla, dico una ovvietà. Ma la ripeto perché forse non ci siamo ancora capiti bene sulla natura di quella svolta. Domandiamoci perché la politica non morde. Solo per insipienza oppure perché si tratta di qualcosa che configura i termini di un nuovo conflitto? Un conflitto di portata storica tra le forze del progresso e quelle della reazione, e un conflitto tale che ridefinisce anche i soggetti, noi compresi. È per questo che il Paese si chiede chi siamo ed esita a riconoscerci come alternativa. Perché insieme alla più gigantesca redistribuzione della ricchezza tra i continenti e dentro i continenti questo conflitto ha investito la vita, le libertà, il destino, il tessuto della società europea. Ha rotto il compromesso tra capitalismo e democrazia, ha posto fine al “cittadino” riducendolo alla misura del consumatore, ha contrapposto l’individuo alla società. In definitiva è questo fenomeno grandioso di portata mondiale che ha creato l’antipolitica, ha scavato questo solco tra i partiti e la gente e che ha reso la sinistra impotente, dato lo squilibrio sempre più profondo tra la potenza dell’economia finanziaria e il potere della politica, cioè la possibilità degli uomini di decidere del loro destino.
Sono solo accenni per dire una cosa su cui non so quanti concordano. Non si tratta di una delle tante modificazioni del capitalismo. È una sfida senza precedenti ai fondamenti storici del compromesso sociale, e quello scambio tra guadagno personale e diritti sociali, tra capitale e lavoro su cui si è retta la moderna società capitalistica e la cosiddetta economia sociale di mercato. Non credo di esagerare. Quando le attività finanziarie (cioè la speculazione in borsa e le scommesse su titoli incartati su altri titoli) sono arrivate a superare di tre/quattro volte le attività reali, e quando sulla spalle dei produttori della ricchezza reale (produzione non significa solo produzione di oggetti ma di creatività umana e della complessità del tessuto sociale) grava l’onere di remunerare una rendita enorme e parassitaria, non possiamo non chiederci, non solo su quali basi reali, ma su quale legittimazione etica si regge la società di oggi. Io penso che questo sia il passaggio nuovo. È etico-politico, non soltanto economico. E anche certi economisti dovrebbero ricordare che dopotutto l’economia è un rapporto tra uomini, non tra cose. Enormi ricchezze si creano sul debito, cioè giocando su risorse inesistenti. Ma chi paga i debiti? Quei debiti non sono pagati da chi li ha fatti ma dal denaro pubblico e dal “valore aggiunto” creato dal lavoro. Ovunque il debito privato si trasforma in debito pubblico. Ma allora di che riforme parliamo? Quale nuovo compromesso sociale è pensabile (prima il risanamento e poi lo sviluppo) quando il sistema finanziario sottrae il risparmio alla produzione di quei beni pubblici (formazione, capitale umano) i quali rendono poco nell’immediato ma senza i quali non esisterà mai lo sviluppo? Aumenterà solo l’ingiustizia. Ecco perché il riformismo è di fronte a una cosa diversa dall’economia sociale di mercato, ovvero dalle civiltà che ha avuto come centro l’Europa, cioè un luogo dove il comando della società e della vita umana non dipendeva solo da una oligarchia del denaro fatto col denaro, ma anche dal genio e dalla libertà dell’imprenditore, dal sindacato, dallo Stato, da movimenti ideali e culturali.
Ci sono alternative? Questa è la domanda che mi assilla. Dico alternative concrete, democratiche non il sogno di una rivolta disperata. Io credo che la risposta stia in una dimensione nuova della politica. Penso che dovremmo liberarci dei fantasmi di un modello che in realtà non può più funzionare: l’idea di una società guidata dall’alto. La politica nel mondo di oggi richiede un protagonismo nuovo delle masse. E quindi non solo un programma concreto, ma una rivoluzione intellettuale e morale che parli ai giovani di problemi di questa natura, che poi sono quelli che creano il precariato e oscurano il loro futuro. Il messaggio da mandare ad essi è semplicissimo: riappropriatevi delle vostre vite.
Ecco, io vedo qui un campo enorme di iniziativa di un nuovo partito. Un campo molto vasto perché si rivolge, non solo ad una parte, ma all’intera società. E non a parole, in quanto si pone il problema di coniugare le ragioni della libertà individuale con quelle della comunità. Costruire una nuova comunità umana: questo è il nostro compito, non “solo” costruire un nuovo Stato. Chi difende l’individuo senza storia e senza diritti uguali non capisce che gli uomini non esistono se non in quanto stanno dentro una storia e un legame sociale. Spetta a noi lottare perché essi tornino ad essere persona e ad appropriarsi delle loro vite. Questo è il riformismo. È anche un nuovo linguaggio, meno politicistico e meno economicistico. Del resto che cosa è stato nella storia l’atto di nascita del Riformismo se non la costruzione di una vasta rete sociale di solidarietà, di cooperazione, di lavoro collettivo, ad opera di socialisti come di cattolici? In tutt’altri termini, in tutt’altra scala, anche oggi questo è riformare. È rendere possibile un nuovo umanesimo. Ecco perché io penso che la presenza cattolica sia parte costitutiva del Partito democratico: perché sta nelle cose e nella lotta di oggi la necessità profonda di riunire l’umanesimo cristiano con la lotta per l’emancipazione dell’uomo che fu propria della tradizione socialista.
Vorrei quindi fosse chiaro che il tema che sollevo è qualcosa di molto diverso dall’idea di un classico spostamento a sinistra oppure del ritorno al vecchio scontro sociale. È invece quello di capire meglio il rapporto sempre più stretto, sempre più complesso (questo è il punto) nel mondo moderno tra una economia sempre più dominata dal bisogno di nuovi beni e di un più qualificato capitale sociale e un potere finanziario che in pratica lo nega. È decrepita la vecchia contrapposizione cara ai “liberal” tra Stato e Mercato, è diventata anche poco significativa la vecchia contrapposizione socialista tra profitto e salario. Lo sfruttamento è ben altro: riguarda il lavoro ma investe la condizione umana, la vita, i modi di pensare, i territori. Io credo stia qui il ruolo storico e la base sociale di un partito nuovo. Ed è questo che comincia ad emergere dalle cose.

L’Unità 03.05.11

«Dalle urne avremo sorprese e il governo dovrà tenerne conto», di Simone Collini

Il segretario Pd a Cagliari. Una città su cui scommettere per la svolta a sinistra. Come a Olbia
In Sardegna «possiamo vincere». E su Veltroni: «Scimmiottare Berlusconi non è affar nostro». «Dalla Sardegna può arrivare un segnale importante a livello nazionale», dice il leader del Pd. Che ripete: le amministrative devono far capire che bisogna smetterla di occuparci di «equilibri comprensibili solo a Radio Padania».
Pier Luigi Bersani segue con attenzione l’evolversi della situazione in vista del voto parlamentare sulle mozioni riguardanti la Libia. Ma c’è un altro voto a cui guarda con anche maggior attenzione, quello amministrativo di metà mese. Il leader del Pd non ha mai creduto che il governo potesse cadere sui raid aerei, mentre è convinto che le elezioni comunali possano mandare un avviso di sfratto a una coalizione che sta in piedi solo per interessi privati. «Non lavoriamo per spallate, ma auspichiamo che da questo voto venga un segnale inequivocabile che così non si può più andare avanti, che bisogna smetterla di occuparci dei problemi di uno solo e di equilibri comprensibili solo a Radio Padania, che dobbiamo cominciare a discutere di lavoro, redditi, servizi».
Per questo mentre tra Roma, Arcore e via Bellerio va in scena una trattativa che per lui avrà come unico risultato «coprire di ridicolo il nostro Paese», Bersani vola in Sardegna per sostenere i candidati sindaci del centrosinistra. «Sono fiducioso sulla possibilità di vincere qui», dice arrivando a Cagliari. «Da qui si può dare un contributo forte al centrosinistra anche a livello nazionale». Già, perché mentre tutti i riflettori sono puntati sulle sfide di Milano, Torino, Bologna e Napoli, non sarà da sottovalutare il risultato di Cagliari e Olbia. Due città in cui il centrosinistra non è mai riuscito ad aggiudicarsi il sindaco, ma che stando ai sondaggi diffusi prima del blackout informativo potrebbero dare un segnale in controtendenza.
In entrambe le città i candidati non sono espressione del Pd, ma Bersani non sembra darvi peso. A Cagliari è in corsa Massimo Zedda, trentacinquenne consigliere regionale di Sinistra e libertà che alle primarie ha battuto il senatore Pd Antonello Cabras. Il suo partito si impegnerà al massimo nonostante la sconfitta ai gazebo? Risponde Bersani: «Non amo sentir parlare di sconfitte nelle primarie. I contendenti qui non sono avversari. Con tutta la nostra convinzione sosterremo il candidato del centrosinistra. Su questo non ci sarà una sbavatura». Quanto a Olbia, dove Bersani si sposterà oggi per questa due giorni sarda, il candidato sostenuto dal Pd è l’ex sindaco Pdl Gianni Giovannelli, fuoriuscito dal partito di Berlusconi dopo un duro scontro e ora a capo di una sorta di coalizione di salvezza civica. Un laboratorio in vista dell’ampia coalizione? «Non sperimentiamo alleanze politiche alle amministrative – risponde – davanti a temi come l’imparzialità della pubblica amministrazione, la trasparenza, la legalità siamo aperti e generosi rispetto a qualsiasi convergenza».
Se il centrosinistra riuscirà a raggiungere l’obiettivo di espugnare le roccaforti sarde della destra, sarà anche perché è «unito e con un Pd tutto assieme in campo». Un aspetto sottolineato da Bersani rispondendo a chi gli chiede del ruolo che potrà avere Renato Soru, recentemente assolto nel processo sulla pubblicità della Regione sarda. Il leader del Pd si dice «felice che tutte le energie tornino in campo»: «Non c’è dubbio che Soru rimarrà protagonista della nostra vita politica, è un dirigente che ha un profilo sardo e nazionale e vedremo insieme a lui quale può essere il modo migliore di impegnare questa energia». E l’uscita di Walter Veltroni sula necessità di una verifica interna dopo il voto e di coinvolgere maggiormente alcune singole personalità? Di questo Bersani non vorrebbe parlare.
Anche perché, come spiega poco dopo in una saletta della sede del Pd regionale, «certi arzigogoli agli italiani interessano il giusto, soprattutto alla vigilia di un voto e quando la gente ci chiede grande unità. Ne discuteremo dopo. Non vorrei che il berlusconismo ci fosse entrato in vena. Ricordiamo come abbiamo fatto quando abbiamo vinto le elezioni. Scimmiottare Berlusconi non è affar nostro, altrimenti rischia di vincere l’originale».

L’Unità 03.05.11

Le donne e il lavoro Camusso: addio sogni era meglio negli anni ´50

«Sembra paradossale, ma una donna coraggiosa negli anni Cinquanta poteva progettare la sua vita lavorativa molto più di quanto riescano a fare oggi le giovani donne prigioniere della precarietà e del non lavoro». I titoli di coda scorrono sullo schermo. Susanna Camusso, esattamente da sei mesi prima donna alla guida del più grande sindacato italiano, ha appena visto il film “Il primo incarico”, esordio alla regia per Giorgia Cecere. Protagonista, sempre in scena, una bravissima Isabella Ragonese. Proiezione nella sala intitolata a Giuseppe Di Vittorio nella sede della Cgil nazionale. Nei cinema arriverà venerdì.
Non è un film sul lavoro. O almeno non sembra pensato così. «Ma il lavoro è la chiave per l´emancipazione», dice Camusso. È la storia di Filomena, detta Nena, che vive a Cisternino e vince un concorso per andare a insegnare alla scuola elementare di Castrignano del Capo. Centocinquanta chilometri di distanza tra l´uno e l´altro, due paesini nel Salento con poche strada asfaltate e carri trainati ancora dai cavalli. Sud arretrato alla vigilia del nostro miracolo economico. L´emancipazione del lavoro, e delle donne, d´altra parte cominciò così. “Mi mandano lontano”, dice Nena alla madre. Lontano dalla famiglia, lontano dal fidanzato, borghese latifondista. Lontano come oggi nel mondo globalizzato non è più nulla.
Nena ha studiato da privatista e ha trovato un lavoro. «È il binomio istruzione-lavoro che non c´è più», riflette Camusso. «La rottura di oggi è che l´istruzione è diventata un percorso normale al quale, però, non corrisponde il lavoro. Non c´è più un progetto lavorativo, non c´è più alcuna certezza da questo punto di vista». Precarietà. «Che, paradosso per paradosso, interessa sempre più chi ha una scolarità alta. Nena vince un concorso. Ma chi ha più oggi l´opportunità di farlo un concorso? Il nostro è un mondo chiuso. Lo è perché senza un lavoro stabile sei meno libero. Hai meno autonomie, a cominciare da quella finanziaria, Vale più per le giovani donne che per i coetanei uomini. Perché per una donna senza lavoro si accresce, ancora oggi, la dipendenza familiare».
Nostalgia degli anni Cinquanta? Istinto conservativo? Quello che a giorni alterni appiccicano alla Cgil? «Ma per carità! La mia è la constatazione di una profonda ingiustizia. Questo è un Paese che sta disprezzando l´istruzione, che sta sottovalutando la funzione della scuola, che sta scivolando verso il degrado. E aggiungo: denunciarlo è l´opposto del conservatorismo».
Nena se ne va. Rompe con la famiglia (il padre non c´è, ma questo è un film di donne o di uomini che interpretano parti tipicamente “femminili”), sfida i pregiudizi dei nuovi paesani, soffre. Conquista i suoi piccoli e pochi scolari, ruba l´amore per rabbia. Spavalda. Il suo lavoro le dà autonomia. E coraggio. «Eppure – sostiene Camusso – non è un caso di proto-femminismo. Quella di Nena è un´altra storia. È l´emancipazione di una donna che però non mette in discussione il modello relazionale. Infatti accetta di sposare il manovale che seduce per una ripicca al fidanzato fedifrago. Ma lo fa proprio perché è forte della sua autonomia. Lei, più di mezzo secolo fa, può decidere la sua vita. Perché ha un lavoro». Potrebbe chiedere il “trasferimento al Nord” (così dice) oppure tornare al suo paesino dalla mamma e la sorellina. Invece farà la scelta che meno ti aspetti. Libera, con il suo lavoro. «Oggi, nel nuovo secolo, una giovane donna istruita può “scappare” dall´Italia. A cercare lavoro, però», chiosa Susanna Camusso, accendendo l´ennesima sigaretta, e uscendo dalla sala intitolata a Giuseppe Di Vittorio che della Cgil fu il leader fino agli anni Cinquanta.

La Repubblica 03.05.11