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"Una selezione sospetta", di Pasquale D'Avolio

Con un tempismo davvero encomiabile la Direzione Generale per gli studi, la statistica e i sistemi informativi (Ufficio V) del MIUR ha promosso una selezione nazionale con l’obiettivo di realizzare 10 (dieci) Scuole 2.0. Si tratta, come è scritto nel bando, di una linea avanzata di innovazione (il cosiddetto Patto per la Scuol@ 2.0 avviato con il Piano Nazionale Scuola Digitale) che vuole coinvolgere l’ istituzione scolastica nella sua interezza e tutto il corpo docente contando su un sistema di cofinanziamento con Amministrazioni locali e regionali.
L’iniziativa è indubbiamente lodevole, ma …. Il bando è stato pubblicato sul sito del MIUR il 20 aprile giorno di chiusura della Scuole per le vacanze pasquali e il termine ultimo per l’inoltro della proposta, è il 2 maggio 2011, entro le ore 16,00. E’ richiesta una serie di documentazioni da parte delle Scuole nonché degli Enti locali (Comune, provincia, Regione) che devono indicare la loro disponibilità a compartecipare alle spese. Il tutto in meno di 10 giorni! Come si può immaginare una cosa del genere? Ammesso che i Collegi siano unanimi nel deliberare (la partecipazione e l’impegno infatti devono essere totali per garantire l’utilizzo delle nuove tecnologie), come fanno le Regioni o le province, nel caso di più richieste di finanziamento, a impegnarsi nel sostenere l’una o l’atra istituzione scolastica? Un minimo di concertazione e di analisi delle situazioni esistenti dovrebbe pur essere svolta; la cosa che meraviglia in questo caso è che vengano completamente esclusi gli Uffici scolastici regionali da qualsiasi coinvolgimento.
Le istituzioni scolastiche che intendano presentare la proposta di partecipazione dovranno produrre:
1. l’impegno scritto di Ente locale, Provincia o Comune di riferimento, nonché dell’Assessore regionale di competenza a supportare la scuola, anche in termini finanziari, in questa iniziativa;

2. una dichiarazione riguardante eventuali fonti aggiuntive di co- finanziamento a sostegno dell’iniziativa da parte di soggetti terzi;
3. un report dettagliato sulle iniziative di innovazione didattica e organizzativa realizzate negli ultimi tre anni;
4. la descrizione dettagliata delle tecnologie già installate e funzionanti;
5. una dichiarazione di disponibilità a realizzare, con la collaborazione e il coordinamento di organi e istituzioni individuate dal MIUR, la progettazione pedagogico-didattica e la strutturazione
dei modelli di organizzazione delle risorse umane, strutturali ed infrastrutturali dell’ istituzione
scolastica stessa;
6. una dichiarazione di disponibilità a partecipare al monitoraggio di enti individuati dal MIUR delle soluzioni progettuali adottate;
7. una dichiarazione del Dirigente scolastico che assicuri la permanenza delle condizioni infrastrutturali, organizzative e di sicurezza durante l’intero periodo del
progetto;
8. un’ attestazione dell’idoneità dei locali;
9. la delibera di partecipazione del Collegio Docenti;
10. la delibera del Consiglio di Istituto con la quale si richiede di partecipare garantendo che
tutte le condizioni richieste siano presenti nella scuola.
Le proposte di partecipazione saranno esaminate da un’apposita Commissione Nazionale nominata dal Capo del Dipartimento per la programmazione e la gestione delle risorse umane,
finanziarie e strumentali del MIUR. I lavori della Commissione Nazionale avranno termine il 7 maggio 2011. A questo punto come a non sottrarsi al sospetto che le 10 Scuole siano state
già individuate o comunque siano state messe al corrente del bando in tempi congrui?
Sarebbe opportuna almeno una dilazione della scadenza rispettando le procedure prima enunciate. E’ quello che si chiede da più parti, ma staremo a vedere cosa succederà Intanto è stato già fissato un Seminario internazionale che si terrà a Roma l’11 e il 12 maggio 2011, e al quale parteciperà “un gruppo significativo di insegnanti delle scuole individuate”.

da ScuolaOggi 03.05.11

"Ora ai neoassunti salta la mobilità", di Alessandra Ricciardi

Niente trasferimenti per 5 anni, anche per motivi familiari . La novità nel decreto Sviluppo, giovedì al cdm: piano assunzioni e blocco risarcimenti ai precari L’attesa è tutta per giovedì, quando il ministro dell’economia, Giulio Tremonti, potrebbe presentare al consiglio dei ministri il decreto legge Sviluppo. Il primo provvedimento dei due previsti in materia, quello incentrato prevalentemente sulla riduzione della pressione burocratico-regolativa. Nel dl, tutto ancora rigorosamente nelle mani del Tesoro, sarà probabilmente inserito un articolo unico che riguarda la scuola (si vedano le anticipazioni di ItaliaOggi di martedì scorso), dai precari alle graduatorie. Secondo i rumors di viale Trastevere, nelle pieghe dell’articolo sarà previsto anche il divieto di trasferimenti di provincia per gli insegnanti neosassunti, per i primi 5 anni dalla immissione in ruolo. Un divieto che si applicherà anche alle assegnazioni provvisorie, quelle normalmente disposte per rispondere a esigenze personali di famiglia e che oggi era possibile chiedere ogni anno. La bozza di articolo chiarisce in prima battuta che per i precari della scuola, durante il servizio a tempo determinato che precede l’eventuale immissione in ruolo, non è possibile operare nessuna ricostruzione di carriera. In questo modo, il governo risponde alle sentenze dei giudici che hanno condannato l’amministrazione a risarcire i docenti, gli ausiliari, i tecnici e gli amministrativi «tappabuchi storici», ovvero assunti a tempo determinato per più di tre anni, e dunque in violazione della normativa europea. I risarcimenti, alla luce della nuova disposizione, non saranno possibili. La stretta sarà possibile grazie al fatto che i precari della scuola godono di una specificità, è il ragionamento, cioè fanno fronte a esigenze non pianificabili del servizio didattico. Per rendere il tutto credibile, e giuridicamente inoppugnabile, è necessario però eliminare quei posti perennemente vuoti. Ecco allora che si passa la secondo punto, ovvero al piano triennale di assunzioni. La bozza non indica ancora però il numero di posti sui quali si procederà nei prossimi anni ad assumere a tempo indeterminato. Sul punto ci sono ancora trattative in corso, tra il ministero dell’istruzione che indica in 65 mila i posti vuoti e disponibili, tra insegnanti, segretari e bidelli. E, dall’altra parte, il ministero dell’economia, che sta ancora valutando la sopportabilità finanziaria dell’operazione anche rispetto ai flussi del turn over e ai risparmi di spesa da realizzare nel settore.

Ma per avviare l’operazione non è neanche necessario che siano indicati i numeri, dicono dal dicastero dell’Istruzione, perché per le assunzioni basta il decreto di autorizzazione del Tesoro-Funzione pubblica. Per cui la quantificazione potrà essere fatta anche in un momento a successivo rispetto al varo del dl Sviluppo.

Nell’ambito del piano di assunzioni, la Lega Nord sembra poi aver spuntato il vincolo a restare sulla sede di prima assegnazione non più per 3 anni ma per 5. Se non ci saranno cambiamenti dell’ultima ora, per 5 anni saranno vietate anche le assegnazioni provvisorie. Il tutto è giustificato dalla necessità di evitare il balletto delle nomine e garantire la continuità didattica. Una magra consolazione per il Carroccio, che aveva chiesto di congelare le graduatorie permanenti per un anno e di evitare così che, al primo turno utile per le assunzioni, nelle province del Nord arrivassero i precari del Sud.

da Italia Oggi 03.05.11

"Così le tute blu hanno spiazzato i duri del sindacato e del Lingotto", di Paolo Griseri

Qualcuno l´ha definita la mossa del cavallo, ricordando il libro di Vittorio Foa, padre nobile della Cgil. La scelta delle rsu della Fiom di votare sì al referendum della ex Bertone di Grugliasco, dove si stava per consumare l´ennesimo strappo nel braccio di ferro tra Fiat e sindacati, ha colto di sorpresa il Lingotto. O almeno ha spiazzato quella parte dei dirigenti Fiat che in questi mesi hanno sperato di chiudere la partita con la Cgil semplicemente immaginando una fabbrica senza la principale organizzazione dei metalmeccanici. E´ evidente che quel sogno lo ha accarezzato per molto tempo lo stesso Marchionne anche imponendo la linea dura a dirigenti aziendali che forse non avrebbero seguito fino in fondo la strada dello scontro. E che proprio per aver tenuto una posizione sulla quale non concordavano, sono diventati i più acerrimi nemici di ogni successivo tentativo di mediazione e di modifica degli accordi di Pomigliano e Mirafiori.
Perché, oggi si può rivelarlo, una serie di tentativi per uscire dal muro contro muro, Marchionne ultimamente li ha fatti. Anche partecipando a incontri informali e riservati promossi dal sindaco di Torino, Sergio Chiamparino. E´ successo a metà febbraio e per alcune settimane è parso che la Fiat volesse davvero aprire una discussione senza pregiudizi nella fabbrica dove, a differenza di Mirafiori e Pomigliano, la Fiom ha la maggioranza assoluta delle rsu. Poi, spinta dalla forza degli opposti conservatorismi, quella finestra si è chiusa. Cisl e Uil hanno preferito chiedere al Lingotto la coerenza rispetto agli accordi di Pomigliano e Mirafiori nel timore che condizioni più favorevoli ottenute nella fabbrica dove la Fiom ha la maggioranza avrebbero finito per trasformarsi in uno spot a favore dei metalmeccanici di Landini. Parallelamente al Lingotto è tornata vincente l´idea di creare fabbriche senza la Cgil applicando accordi che escludono dalle linee chi non firma.
Si è arrivati così al bivio di ieri mattina: i delegati della ex Bertone, una fabbrica che non lavora da sei anni e che i dipendenti hanno difeso dal rischio di fallimento, dovevano decidere se accettare il diktat della Fiat o se condannare alla chiusura quella stessa fabbrica. Hanno scelto la prima strada dicendo chiaramente che la loro non è stata una scelta libera. Ora la palla torna nel campo del Lingotto. Perché di fronte al prevedibile plebiscito di sì toccherà alla Fiat annunciare che l´investimento si deve fare. Se invece gli uomini di Marchionne vorranno stravincere potranno vincolare quell´investimento alla firma della Fiom come organizzazione. Ma sarebbe una mossa tutta politica difficilmente comprensibile. Quanto poi i lavoratori della ex Bertone siano davvero convinti della bontà dell´accordo lo si scoprirà solo quando si voteranno nuovamente i delegati di fabbrica e ogni sindacato farà la sua campagna elettorale.
Anche la Fiom in queste settimane dovrà risolvere un serio problema interno. Ieri pomeriggio l´ala radicale del sindacato è insorta contro una mossa che considera una resa al Lingotto e toccherà a Landini e a Giorgio Airaudo respingere quell´attacco. La mossa di Grugliasco potrebbe riaprire la partita anche a livello di Federmeccanica: questa mattina gli imprenditori si riuniscono per discutere dei criteri di rappresentanza dei sindacati in fabbrica dopo i recenti rovesci giudiziari subiti dal contratto separato del 2009. E´ tempo di rimettere ordine nella giungla degli accordi stabilendo chi ha titolo di firmare i contratti. Lo spariglio di Grugliasco potrebbe aprire la strada anche alla soluzione di questo problema.

La Repubblica 03.05.11

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La Fiom cambia rotta: al referendum della Bertone chiede agli iscritti di votare sì all’accordo

Dopo essersi schierata per il no alle consultazioni sul contratto a Pomigliano e Mirafiori, la Fiom (i metalmeccanici della Cgil) cambiano rotta. Le Rsu delle officine automobilistiche Grugliasco (ex carrozzeria Bertone) a maggioranza Fiom, hanno infatti votato un documento, prima dell’inizio della consultazione, in cui si chiedeva ai lavoratori di votare sì al piano di investimento previsto da Fiat per lo stabilimento. Il piano della azienda, che prevede un investimento da 500 milioni per portare la produzione della Maserati, è infatti condizionato all’intesa con il sindacato.

Il piano prevedeva l’adozione dello stesso contratto di primo livello applicato da Fabbrica Italia Pomigliano. L’accordo ha avuto l’ok di Fim-Cisl, Uilm, Fismic e Uglm ma la Fiom, che a Grugliasco è la sigla largamente maggiorataria, non ha firmato. Per questo l’accordo è stato sottoposto a referendum tra i lavoratori. All’assemblea di fabbrica prima del voto tuttavia è arrivata la svolta dei metalmeccanici della Cgil.
Pino Vola, delegato Fiom delle Rsu della ex Bertone, ha spiegato l’indicazione con il fatto che «i lavoratori delle carrozzerie sono sottoposti a un evidente ricatto, ma non si devono dividere. Non possiamo accettare che la Fiat scarichi la responsabilità di fare l’investimento sui lavoratori». La Rsu ha anche chiesto una rielezione dei delegati visto che si era lavorato per un accordo diversoAll’assemblea era presente anche il numero uno della Fiom Maurizio Landini che, della battaglia contro i contratti separati ha fatto una battaglia anche in tribunale. «Rispettiamo la posizione delle Rsu – ha detto – in quanto si tratta di una sorta di legittima difesa, che evidenzia l’inganno dietro una ipocrita libertà di scelta. La Fiom non firmerà comunque questo accordo per coerenza, in quanto un conto è il ruolo delle Rsu e un conto quello della Fiom, che intende andare avanti con i ricorsi». Il riferimento di Landini è alla presa di posizione di Sergio Marchionne che, qualche settimana fa, ha posto i sindacati un aut aut: o c’è l’accordo o non ci sarà la produzione di Maserati a Gugliasco.

«Se domani il referendum si chiuderà con una vittoria dei sì la Rsu firmerà l’accordo con la Fiat» ha dichiarato invece Pino Viola, delegato della Fiom alla ex Bertone. «Questa volta – spiega – la situazione è diversa rispetto a Mirafiori e Pomigliano perchè il referendum è stato indetto non solo da Fim, Uilm e Fismic, ma da tutta la Rsu».

Il Sole 24 Ore 03.05.11

"Primo Maggio, la lunga e faticosa strada dell'unità", di Giuseppe Vespo

Prima le Officine di Grugliasco. Poi lo sciopero generale della Cgil del sei maggio. Superati questi «scogli», i sindacati confederali potranno tentare il riavvicinamento auspicato dal presidente Napolitano e rilanciato dai segretari di Cgil, Cisl e Uil, dal palco di Marsala.
PUNTI DI CONTATTO: Fisco e rappresentanza saranno i temi sui quali riprendere il confronto. Del resto, anche a rileggere le dichiarazioni del primo Maggio, si capisce che al momento sono questi gli unici argomenti che vedono qualche punto di contatto tra le sigle. Soprattutto il fisco: «La prima riforma da fare in Italia », ha detto Susanna Camusso nel suo intervento siciliano. «Una riforma necessaria perché ci vuole maggiore equità e giustizia». Per questo, e per richiedere al governo una nuova politica economica, il sindacato di Corso Italia ha indetto lo sciopero generale di venerdì. E sempre sul fisco Cisl e Uil riuniranno i loro delegati e mobiliteranno i lavoratori sabato 21 maggio. Più impegnativa invece la «convergenza » sul tema della rappresentanza. Anche in questo caso il presupposto è «ripartire dalle regole» che ci uniscono, ha detto sempre dalla Sicilia la Camusso. Su questo fronte lo spartiacque è il tavolo del 2008: punto di riferimento per Cisl e Uil, meno per la Cgil che ha presentato una nuova proposta. Un punto di «contatto» da cui partire potrebbe essere l’intesa raggiunta unitariamente dalla categoria dei bancari. Agostino Megale, segretario dei bancari Cgil ( Fisac- Cgil) – «irriducibile della ricostruzione unitaria», come si definisce – la spiega così: «Stabilisce che, quando nelle trattative emergono punti di disaccordo, la coalizione sindacale che rappresenta il 60 per cento degli iscritti certificati prosegua nell’ipotesi di intesa con la controparte. Il risultato verrà presentato ai lavoratori insieme alle ragioni dei contrari e poi rimesso al voto dei lavoratori, che decideranno se rendere l’accordo valido o meno». Percorsi possibili? Prima di tutto c’è da chiudere definitivamente la partita delle ex carrozzerie di Grugliasco. E in questo senso un contributo l’ha dato l’invito della rsu Fiom ai lavoratori della fabbrica, ai quali è stato suggerito di votare sì al referendum sul contratto aziendale in stile Pomigliano d’Arco.

NESSUNA VIOLENZA Ieri anche Raffaele Bonanni è tornato a tracciare la via dell’unità sindacale: «È più facile se ciascuno la vuole, ma bisogna prendere le distanze, nettamente, dalle violenze verbali e fisiche», ha ribadito il leader Cisl riferendosi alle contestazioni del Primo maggio al suo sindacato e alla Uil. Le due sigle sono state contestate a Torino e a Milano. Nel capoluogo piemontese tre bandiere della Cisl, sottratte durante il corteo, sono state bruciate da esponenti dell’area antagonista sul palco del comizio, in piazza San Carlo. A Milano invece sono stati fischiati i segretari locali Walter Galbusera (Uil) e Danilo Galvani (Cisl). Per Luigi Angeletti, invece, l’unità dei sindacati «può essere utile ma non è il fine. Quello che vogliamo fare non è l’unità dei sindacalisti ma l’unità dei lavoratori». Perché «la vera emergenza» è affrontare i «veri problemi» di chi lavora.

L’Unità 03.05.11

"Il simbolo abbattuto", di Ezio Mauro

Più di tremila giorni sono passati dall´11 settembre, dieci anni per inseguire e infine colpire l´uomo che ha organizzato e rivendicato l´attacco al cuore degli Stati Uniti e del sistema occidentale. In tutto questo periodo, tra minacce e attentati era cresciuto il mito dell´imprendibilità di Osama bin Laden, il terrorista numero uno che teneva in scacco il mondo democratico, mentre invece Al Qaeda poteva colpire ovunque, come e quando voleva. Oggi questo mito si spezza, Al Qaeda è decapitata e il suo Capo che annunciava morte all´Occidente è stato ucciso. «Giustizia è fatta», dice Obama agli americani festanti, rivelando il peso di un incubo presente ogni giorno per dieci anni.
Noi europei avremmo preferito che Bin Laden fosse stato catturato e processato, perché l´esecuzione ripugna alla nostra cultura, ma l´America – dove vige la pena di morte – aveva bisogno di colpire chi l´aveva colpita così duramente nella potenza del Pentagono, nel simbolo delle Torri gemelle, nelle vite umane innocenti. Cercare Bin Laden, non dimenticare le sue responsabilità, in questi anni ha significato far valere le ragioni della democrazia occidentale, del rendiconto, della giustizia e del diritto.
La vittoria di Obama (che ha voluto condividerla con Bush e Clinton, dando il senso della continuità e dell´unità americana nella lotta al terrorismo) è la miglior risposta a chi – come Trump – gli chiedeva il certificato di nascita sospettandolo di intelligenza con l´islamismo radicale.
Eccolo nei fatti il certificato di Obama, che mette a nudo l´ideologismo primitivo della destra americana.
Naturalmente a un anno dal voto il presidente sa che dovrà fronteggiare la reazione terroristica, con Al Qaeda che agisce ormai più come un preambolo politico e simbolico che come un´organizzazione, e dunque legittima e libera forze spontanee capaci di attacchi autonomi.
Ma la morte di Bin Laden cade in una primavera araba che cambia radicalmente il quadro rispetto a dieci anni fa. Le piazze, dall´Egitto alla Libia, mentre si ribellano agli autocrati rifiutano anche la soggezione ad Al Qaeda. Potremmo dire che è nato un nuovo soggetto politico che assomiglia alla pubblica opinione, e niente sarà più come prima. In questo senso, Bin Laden muore quando il suo mondo ha cominciato a voltargli le spalle.

La Repubblica 03.05.11

"Quel dolore che non si può cancellare", di Mario Calabresi

Giustizieremo i nostri nemici, o li assicureremo alla giustizia. Giustizia sarà fatta», così si concludeva il discorso alla nazione di George W. Bush dopo gli attentati dell’11 Settembre. «Giustizia è fatta», ha detto ieri notte Barack Obama. Tra le due frasi sono trascorsi dieci anni, la guida degli Stati Uniti è passata dai repubblicani ai democratici, la guerra in Iraq è cominciata e poi finita, ma il nemico numero uno dell’America era rimasto lo stesso.

Oggi noi europei possiamo stupirci che il premio Nobel per la Pace abbia usato la stessa frase del suo predecessore, da cui a lungo ha preso le distanze, ma negli Stati Uniti in festa nessuno ha avuto questa sensazione. Così come possiamo provare disagio di fronte a chi grida la sua gioia in piazza alla notizia che un uomo, anche se è il peggiore dei terroristi, è stato ammazzato. L’idea che la mente dell’attacco più sanguinoso della storia andasse eliminata per chiudere una ferita ha però sempre unito destra e sinistra, giovani e vecchi. Perfino l’Obama più idealista, quello che in campagna elettorale prometteva la chiusura di Guantanamo e il ritiro da Baghdad.

L’uomo che teorizzava la fine dell’uso della tortura negli interrogatori, quello che parlava di diritti civili e della necessità di ricostruire l’immagine dell’America, ha sempre messo in cima alle sue priorità la cattura di Osama bin Laden. Ricordo il candidato democratico di fronte a una platea di studenti universitari, che innalzavano cartelli pacifisti, concludere il suo discorso con l’assicurazione che se fosse stato eletto avrebbe preso il leader di Al Qaeda «vivo o morto». Ricordo gli applausi dei ragazzi, l’ovazione per quella promessa.

Proprio i giovani sono stati i primi a scendere in piazza, quella generazione che è cresciuta nella sofferenza dell’11 Settembre, nella sensazione della sconfitta e della paura, che, dopo il crollo delle Torri, ha visto quello della finanza e ora vive la minaccia del sorpasso cinese.

Bin Laden era il simbolo della vulnerabilità dell’America, dell’inizio del tanto discusso declino, dell’incapacità di rialzare davvero la testa. La morte dello sceicco saudita chiude psicologicamente il decennio peggiore della storia recente degli Stati Uniti, al di là di ogni considerazione sul pericolo di nuovi attentati e sul fatto che il terrorismo di matrice islamica non è certo debellato. Tanto che ieri i poliziotti sono tornati a presidiare ogni fermata della metropolitana e i militari nelle stazioni e negli aeroporti.

Ma ogni considerazione e ogni commento sono sterili se non tengono conto del dolore che l’11 Settembre ha creato in tutta l’America, come ha ricordato Obama nel suo discorso, non si è trattato soltanto della cifra ufficiale dei morti ma di tutto quello che non si è visto: «La sedia vuota di una famiglia a tavola, i bambini costretti a crescere senza la madre o il padre, i genitori che non proveranno mai più l’abbraccio di un figlio». La reazione a cui abbiamo assistito ieri era la testimonianza del valore della memoria, del fatto che i quasi tremila morti non sono stati dimenticati.

Non c’è newyorchese che non abbia avuto una vittima da ricordare tra gli amici, i parenti, i colleghi di lavoro o i vicini. Nel condominio accanto a quello cui abitavo a Manhattan, ogni anniversario del crollo del World Trade Center, veniva messa all’ingresso la foto di una ragazza che lavorava ai piani alti della Torre Nord, tutte le famiglie lasciavano un biglietto con un loro breve racconto. Chi le comunicava che nella casa negli ultimi dodici mesi c’era stato un nuovo nato, un matrimonio, una laurea o che qualcuno se n’era andato. I foglietti scritti a penna sulla carta dei quaderni non avevano niente di burocratico ma erano pieni di vita e di amicizia.

Per capire la profondità della ferita dell’11 Settembre ho avuto bisogno di conoscere Carrie Lemack, la sua storia mi ha insegnato molto di più delle immagini degli attentati, degli uomini e delle donne che volavano giù dai due grattacieli e dell’odore acre che per settimane aveva invaso New York. La mamma di Carrie si chiamava Judy Larocque, aveva 50 anni e guidava una piccola società di marketing per Internet. Viveva in campagna a mezz’ora di macchina da Boston e, oltre alle due figlie, aveva tre passioni: lo yoga, il suo grande roseto e Naboo, un golden retriever con cui camminava per chilometri ogni giorno intorno a Lake Cochituate, una riserva d’acqua dolce che per oltre un secolo ha dato da bere alla capitale del Massachusetts.

La mattina dell’11 Settembre era salita sul volo numero 11 dell’American Airlines, diretta a Los Angeles, e la sua vita sarebbe finita, insieme a quella di altre 91 persone, alle 8 e 46 nell’impatto con la Torre Nord. Alle figlie non rimase neanche un corpo da seppellire: la spiegazione tecnica fu che era stato vaporizzato dal calore dell’esplosione. Carrie andò ad abitare nella casa con il roseto, che smise di fiorire, si prese cura del cane, dedicò la panchina con la migliore vista sul lago alla madre e diventò una delle più attive sostenitrici della creazione della Commissione d’indagine sugli attentati. Quattro anni fa ricevette una lettera che la invitava a recarsi a New York: nei lavori di ristrutturazione di un palazzo vicino a Ground Zero avevano trovato dei frammenti di una tibia che il Dna aveva stabilito appartenevano proprio a Judy. Le consegnarono una scatola che si tenne sulle gambe nel viaggio di ritorno in treno fino a Boston. La seppellì sotto il roseto. Qualche mese dopo l’ho incontrata e mi ha raccontato che il roseto aveva ripreso a fiorire.

La Stampa 03.05.11

"Sui precari Gelmini ascolti i sindacati invece degli azzeccagarbugli", di Francesca Puglisi

Francesca Puglisi, responsabile Scuola Pd, denuncia come il governo stia preparando l’ennesima truffa ai danni dei precari della scuola, cancellando il limite comunitario del triennio come vincolo delle stabilizzazioni dei contratti di lavoro. Il ministro Gelmini -totalmente succube, e perfino colpevolmente ignara, delle decisioni del ministro Tremonti che, come dimostra il DEF, intende risanare lo Stato a spese della scuola pubblica- per una volta ascolti le richieste che arrivano in modo unitario dai sindacati della scuola e dall’opposizione e apra un tavolo di confronto politico.

Il Partito Democratico ribadisce le proprie proposte:
1- eliminare la terza tranche di tagli prevista per il prossimo anno (19.700 docenti e 14.500 personale ATA), se non si vuol far sparire definitivamente il tempo pieno dalla primaria e far vivere gli studenti delle superiori in classi sovraffollate oltre ogni limite di legge;
2- stabilizzare tutti coloro che stanno lavorando su posti vacanti, per garantire la necessaria continuità didattica, che è grande parte della qualità della scuola;
3- definire un organico funzionale al piano dell’offerta formativa delle scuole.

Il Governo impegni le proprie intelligenze a realizzare questo, piuttosto che trovare rimedi da azzeccagarbugli per aggirare le normative europee cancellando, solo per i lavoratori della scuola, il limite del triennio come vincolo delle stabilizzazioni dei contratti di lavoro.

www.partitodemocratico.it