Latest Posts

"Impedire il voto è un abuso di potere" Giuristi e intellettuali difendono il referendum, di Carmine Saviano

Da Zagrebelsky a Rodotà un appello sul sito del Comitato sì acqua pubblica per difendere il diritto dei cittadini ad esperimersi sui beni comuni e il nucleare. Un abuso di potere. Con governo e maggioranza parlamentare “schierati militarmente” per impedire il voto ai referendum su acqua pubblica e nucleare. Parte da qui la denuncia del comitato “Sì Acqua Pubblica”. Che ha diffuso in rete un “Appello per i referendum”. In calce le firme di giuristi ed esponenti del mondo dell’economia e della cultura. Da Stefano Rodotà a Gustavo Zagrebelsky, da Ugo Mattei a Grande Stevens. Sotto accusa la cortina fumogena creata dal governo con l’annuncio di una legge ad hoc per acqua pubblica e servizio idrico. Un “escamotage avvilente che dà la misura del loro dilettantismo giuridico e della loro miserabilità politica”.

La posta in gioco è alta. E ha a che fare con i beni comuni. Ovvero: con le risorse a cui ogni cittadino deve poter accedere senza nessun tipo di restrizione. “E’ la prima volta che si fa una battaglia giuridica e politica su questi temi”, dice a Repubblica.it Ugo Mattei, professore di diritto civile a Torino. “Abbiamo la possibilità di invertire la rotta, di fermare le privatizzazioni ideologiche sponsorizzate dal governo. In Italia c’è una possibilità straordinaria”. Un’occasione data dalla fisionomia stessa della campagna referendaria. Una battaglia che, grazie al lavoro congiunto di accademici ed esponenti dei movimenti, ha raggiunto “maturità politica e competenza tecnica”.

Il no all’election day. Il dito è puntato contro le manovre
del governo. “Quali che siano le forme tecniche che si porranno in essere, è del tutto evidente che il solo scopo di questa iniziativa è scongiurare un voto popolare che si teme ampiamente a favore dell’abrogazione definitiva di ogni piano nucleare e delle norme di legge relative alla così detta privatizzazione dell’acqua”. Ed è per controbattere a queste manovre che il Comitato ha chiesto di vigilare sul corretto comportamento del governo e sull’effettivo accesso alla conoscenza del referendum.

Ecco il testo dell’appello, che i cittadini possono sottoscrivere sul sito del Comitato 1

“Le recenti manovre del governo volte ad evitare il voto referendario attraverso l’affrettata predisposizione di atti aventi forza di legge in materia di nucleare e di acqua costituiscono un caso di scuola di abuso del potere della maggioranza ai danni del pronunciamento diretto tramite referendum del corpo elettorale. Quali che siano le forme tecniche che si porranno in essere, è del tutto evidente che il solo scopo di questa iniziativa è scongiurare un voto popolare che si teme ampiamente a favore dell’abrogazione definitiva di ogni piano nucleare e delle norme di legge relative alla così detta privatizzazione dell’acqua. Oltretutto la forma del decreto legge, resa necessaria dai tempi ormai prossimi del voto, mancherebbe dei requisiti costituzionali della necessità e dell’urgenza, oltreché della tempistica necessaria per la sua conversione, aggiungendo un ulteriore vulnus costituzionale a questo triste attacco alla democrazia diretta. Il governo, non pago di aver rifiutato l’election day confidando in tal modo di poter scongiurare il realizzarsi del quorum referendario, sperperando centinaia di milioni di euro in violazione del precetto costituzionale di imparzialità e buona amministrazione, cerca con ogni mezzo di impedire il legittimo esercizio del pronunciamento popolare richiesto da oltre due milioni di cittadini che hanno firmato per i referendum. Indipendentemente dalla nostra posizione sul merito dei quesiti, riteniamo che il fine perseguito dal governo sia così palesemente in contraddizione con lo spirito delle richieste referendarie da rendere giuridicamente impercorribile questo escamotage.

I primi firmatari: Ugo Mattei, Franzo Grande Stevens, Luca Nivarra, Gianni Ferrara, Gaetano Azzariti, Alberto Lucarelli , Giangiacomo Migone, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, Elisabetta Grande, Giacomo Marramao, Livio Pepino, Nerina Boschiero, Laura Pennacchi, Cristina Trucco, Giorgio Parisi, Eva Cantarella, Pietro Rescigno, Elena Paciotti, Lorenza Carlassarre, Marcello Cini, Luigi Ferrajoli, Guido Martinotti, Elsa Fornero.

www.repubblica.it

Modena, tutti i tagli della scuola

I parlamentari modenesi interrogano la Gelmini. Sulle gravissime difficoltà della scuola pubblica provocate dai tagli del governo prendono posizione ancora una volta i parlamentari modenesi del Pd che oggi hanno depositato un’interrogazione al ministro Gelmini, sia alla Camera che al Senato. Ecco la loro dichiarazione.
«Le cifre parlano da sole: a Modena i docenti in meno sull’organico di diritto saranno 121, di cui 70 alle superiori, 42 alle medie e 11 alla primaria. Ci saranno 2 docenti in più solo nella scuola dell’infanzia, nonostante la richiesta di 16 posti aggiuntivi. Decisioni ingiustificate, soprattutto se si considera l’aumento della popolazione studentesca, con 382 alunni in più nelle superiori, 266 bambini e 7 classi nella scuola primaria. A fronte di tale dato i posti assegnati in organico di diritto sono, rispetto all’organico di fatto dell’anno scorso, 11 in meno.

Nella scuola media gli alunni crescono complessivamente di 421 unità, di cui 275 solo nelle classi prime, ma i posti assegnati in organico di diritto sono, rispetto all’organico dell’anno scorso, 42 in meno: una delle riduzioni più pesanti a livello regionale. Per la scuola superiore i posti assegnati in organico di diritto sono, rispetto all’organico di fatto dell’anno scorso, 70 in meno: il taglio più pesante in assoluto rispetto a tutte le altre province della Regione Emilia Romagna.

Chiediamo con forza, a tutela della qualità della scuola modenese, che ha già fatto tanto in termini di più’ efficace utilizzo delle risorse, che il Governo ascolti il grido d’allarme lanciato dagli enti locali e dal mondo della scuola. Riveda le sue politiche sull’istruzione, assegnando le risorse necessarie per assicurare alla scuola la possibilità di lavorare con serenità e garantire ai ragazzi adeguati livelli di apprendimento».

"Si fa troppo presto a dire (sì o no, alla) valutazione…", di Giancarlo Cerini (1)

Non c’è progetto politico o culturale che, nell’evocare un futuro migliore per la nostra scuola , non inserisca la “valutazione” tra le parole “forti” per costruire gli auspicati nuovi scenari educativi. L’esigenza è talmente ovvia, da rasentare il “politically correct”, magari per giungere, una volta tanto, a soluzioni condivise per una auspicata vera riforma della scuola(2). Non sarebbe un risultato da poco, visto che da ormai un quindicennio il confronto sulla scuola appare aspro e senza possibilità di intesa: quasi uno scontro di “civiltà”. Oggi, però, la società politica, ed ancor più quella civile, sembrano concordi nel chiedere di introdurre dosi massicce di valutazione nel sistema educativo. L’approvazione praticamente all’unanimità della legge 176/2007, che introduce le rilevazioni generalizzate degli apprendimenti, è un fedele termometro di questo sentimento che associa la parola valutazione a responsabilità, autonomia, qualità.
Ma è sul fronte “interno” che si manifestano le maggiori diffidenze, tra gli insegnanti e le loro rappresentanze professionali e sindacali, a partire dalla diffusa ostilità nei confronti delle prove Invalsi. Queste resistenze non possono essere liquidate chiamando in causa la tradizionale autoreferenzialità (quasi riottosità) degli addetti ai lavori, che sarebbero da sempre refrattari (e non solo in Italia) nei confronti di strumenti valutativi considerati eccessivamente invasivi. Evidentemente c’è dell’altro, e occorre chiarire meglio i termini della questione, per costruire una cultura della valutazione sufficientemente condivisa anche all’interno della scuola, oltre che dall’opinione pubblica.

Una deontologia della valutazione

Prima ancora degli strumenti, delle scelte tecniche, è però necessario definire il “senso” della valutazione, perché la si vuole rendere più incisiva e affidabile. Almeno per sgomberare il campo dall’idea che valutazione coincida con controllo, sanzione, giudizio, quindi con un significato negativo, quasi minaccioso, certamente non amichevole. La valutazione degli allievi assume talvolta una funzione “espulsiva” (si pensi al valore non solo simbolico della bocciatura)(3), ma deve soprattutto consentire di migliorare l’insieme delle azioni di tutti i soggetti e fattori implicati nella relazione educativa (gli allievi, gli insegnanti, ma anche l’organizzazione, le strutture, l’amministrazione). Svolge dunque una funzione di regolazione dei processi, introduce momenti di riflessività, stimola il miglioramento, sul piano degli apprendimenti degli allievi, ma anche su quello istituzionale(4) .
In questa stagione di crisi acuta nel rapporto tra scuola e società civile, si deve ammettere che una maggiore trasparenza in fatto di valutazione è un prerequisito per riposizionare la scuola agli occhi dell’opinione pubblica, per ridefinire un patto di reciproca fiducia (risorse in cambio di qualità). A monte dell’intera questione c’è dunque un problema etico, deontologico, prima ancora che docimologico. Forse il ripristino del voto nasce da questo clima, ma rivela anche la debolezza dell’attuale discorso pubblico sulla valutazione, quasi che la (presunta) semplicità del voto fosse in grado di nascondere la complessità dell’azione valutativa, quasi che l’enfasi sui risultati da raggiungere facesse dimenticare la qualità dei processi cognitivi e sociali da promuovere. La valutazione non può essere un blitz docimologico.

Valutare solo l’apprendimento degli allievi?

Ma preliminare è anche delimitare gli oggetti della valutazione: che cosa si dovrebbe valutare? Oggi c’è una forte enfasi sulla valutazione degli apprendimenti degli allievi: prove standardizzate somministrate ad intere leve di allievi del primo e secondo ciclo, introduzione di una prova nazionale strutturata nell’ambito dell’esame di terza media, partecipazione dei quindicenni alle indagini internazionali PISA, richiesta di certificare le competenze lungo tutto il percorso scolastico. Qualche osservatore ha parlato di un vero e proprio accanimento o di ossessione valutativa, paventando gli effetti deleteri sulla vita delle classi, con l’emergere di un conformismo cognitivo a scapito degli aspetti relazionali, operativi, creativi, divergenti dell’apprendimento. Certamente l’impatto simbolico di tali scadenze è rilevante, forse gli effetti pratici lo sono assai meno. Occorre però riequilibrare l’attuale tendenza tutta spostata sulla rilevazione degli apprendimenti e mettere a fuoco altri aspetti determinanti per la qualità di una scuola(5) :
a) gli apprendimenti non compresi nelle rilevazioni strutturate (limitate a italiano e matematica) e comunque osservati anche con procedure non standardizzate;
b) il clima etico-sociale ed i valori promossi a scuola (es.: competizione o cooperazione, inclusione o esclusione, integrazione o separazione?);
c) gli effetti a lunga scadenza (l’outcome), nelle scuole successive, nel lavoro, nella vita;
d) il gradimento degli utenti, della comunità, degli stakeholder;
e) i fattori organizzativi interni, in primis la qualità degli apporti professionali delle diverse componenti, in particolare di docenti e dirigenti.
Il discorso ci porterebbe lontano, ma non possiamo poggiare la valutazione sulle sole spalle degli allievi, senza investire tutti gli elementi del sistema educativo, non fosse altro per arricchire le informazioni di contesto, utili ad apprezzare il “valore aggiunto” prodotto dall’intervento della scuola.

L’impatto delle rilevazioni nazionali

E’ giusto sottolineare il carattere conoscitivo e non fiscale che le prove Invalsi vengono ad assumere per le classi intermedie, ma è anche evidente che una somministrazione così massiccia e generalizzata (obbligatoria) delle prove per intere leve di popolazione scolastica (tutti gli allievi di tutte le classi seconde e quinte elementari, prime e terze medie, seconde e quinte superiori) finisce con l’assumere un forte rilievo istituzionale. Il fatto poi che le prove strutturate siano state inserite all’interno di una prova d’esame (3^ media) cambia anche il significato delle rilevazioni, intanto per gli effetti legali che producono (6).
Basti pensare al range di difficoltà delle prove: se sono proposte a scopo unicamente conoscitivo si può in via teorica spingere a fondo anche verso l’eccellenza (per esplorare aree di sviluppo potenziale dell’apprendimento), se invece hanno un valore legale occorre maggiore cautela, ad esempio un più chiaro collegamento con gli insegnamenti effettivamente impartiti.
Se ci forniscono informazioni utili a migliorare la qualità della didattica per ogni scuola, è giusto che le prove siano censuarie(7) , controbilanciate però dall’impegno che i dati siano utilizzati in via riservata, in termini tecnico-professionali, solo dagli operatori della scuola interessata. Tali dati, dunque, non possono essere resi pubblici al dettaglio di scuole e di classi. Questo è anche il “patto d’onore” che al momento lega le scuole all’INVALSI(8) , anche se non ci nascondiamo il fatto che molti opinionisti (e forse lo stesso Ministro) spingono per la completa pubblicità di risultati delle prove. Ma autorevoli esperti hanno messo in evidenza che un simile meccanismo provocherebbe un’ulteriore differenziazione tra buone e cattive scuole(9).

La qualità delle prove

Molte delle critiche rivolte all’Invalsi fanno riferimento all’estraneità delle prove rispetto alle pratiche didattiche correnti. Se vige un’ampia autonomia didattica e curricolare, che tiene conto delle caratteristiche degli allievi e dei diversi contesti sociali, come è possibile sottoporre tutti gli allievi alle medesimi prove? E’ evidente che la questione potrebbe essere rovesciata: se la differenziazione tra le proposte didattiche è così accentuata non rischia forse di venire meno il valore unificante della scuola pubblica? E non potrebbero proprio essere gli stimoli forniti da prove nazionali a favorire una maggiore convergenza evitando una totale autoreferenzialità che finirebbe per penalizzare le realtà più deboli? In fondo, anche un sistema nazionale di valutazione fa parte delle garanzie per pari opportunità nell’istruzione (ivi comprese le misure compensative).
La cautela è però d’obbligo, anche tenendo conto delle caratteristiche delle prove: limitate a poche discipline (italiano e matematica), anzi solo ad alcuni ambiti di tali discipline (in italiano solo la comprensione dei testi e le conoscenze grammaticali), in forma di item strutturati (e quindi con una tendenza alla convergenza cognitiva), non sempre coerenti con i quadri curricolari vigenti (ed in assenza di chiari standard dei risultati attesi)(10) .
Si osserva un certo miglioramento tecnico, scientifico e docimologico delle prove elaborate dall’Invalsi; si amplia il circuito degli operatori scolastici ed esperti coinvolti nell’elaborazione dei test; le competenze matematiche e linguistiche (testuali) sottese alle prove sembrano in sintonia con le più accreditate ricerche didattiche sulle due discipline(11) . Al centro sembrano essere non solo elementi e contenuti di conoscenze, isolati da contesti reali di acquisizione, ma processi di argomentazione, di problem solving, di connessione di dati e informazione, indicatori di “mobilità cognitiva” ben lontane dalla povertà mnemonica dei “quiz”(12) .
Vale la pena tenere sospeso il giudizio, ricordando comunque che la rilevazione degli apprendimenti non può fissarsi solo sulle prove strutturate, ma deve tenere aperto il ventaglio delle strumentazioni (prove semistrutturate, esercitazioni tradizionali, valutazione autentica, diari di bordo, compiti di realtà, ecc.). C’è molto altro al di là dei test, ma questi non possono essere demonizzati. Le prove Invalsi impegnano due giorni sui 200 di un anno scolastico e restano 198 giornate per mettere alla prova (con quali strumenti?) apprendimenti di qualità eventualmente superiore (ma è proprio così?). L’autonomia di ricerca, anche in materia di valutazione, è una prerogativa che spetta ai collegi dei docenti, occorre avvalersene. Chiamarsi “fuori” da ogni forma di valutazione esterna non è un buon segnale di professionalità.

La ricaduta sulle pratiche didattiche

Il problema vero diventa dunque quello di evitare il teaching the test (insegnare in funzione della risoluzione dei test) e di migliorare comunque la qualità della didattica, anche utilizzando i sensori delle prove di apprendimento. Si è cercato di fare questo in due ampi progetti di ricerca e formazione svoltisi in questi anni in Emilia-Romagna(13) , a partire dall’analisi intelligente delle tipologie di prove utilizzate in varie occasioni (Invalsi, Ocse, Iea, ecc.) e dalla riflessione sul loro diverso impatto nelle classi. Lavorare sulle prove e non in funzione della soluzione delle prove può produrre alcuni interessanti risultati:
a) riferire con sicurezza le prove a quadri di riferimento, da cui emerge il valore cognitivo delle consegne e dei quesiti proposti;
b) favorire una interpretazione “formativa” delle discipline nei curricoli vigenti, con la descrizione degli apprendimenti effettivamente promossi;
c) analizzare i motivi di criticità di certe prove e riferirle anche alle caratteristiche dell’insegnamento (tempo dedicato, metodologie adottate, sottovalutazione di determinate abilità);
d) far emergere le funzioni cognitive più richieste dalle prove (es. esplorazione dei dati, individuazione di relazioni, produzione di ipotesi, inferenze, argomentazioni, transfer… ecc) e impostare la didattica in modo che gli studenti possano farne esperienza più spesso (non limitandosi a memorizzazioni, ripetizioni, applicazioni di regole o algoritmi appresi);
e) elaborare prime strategie di recupero, attraverso una diversificazione delle consegne, la riformulazione del linguaggio, l’introduzione di elementi di facilitazione (disegni, grafici, esempi, ecc.), vale a dire scoprire l’efficacia della mediazione didattica.
Il feed-back sulla didattica è l’aspetto più interessante che si dovrebbe evincere dall’analisi critica delle prove e dal lavoro di ricerca che ogni scuola dovrebbe autonomamente produrre, senza l’assillo della competizione pubblica (che non ha ragione di essere e che va comunque contenuta).

L’uso dei dati valutativi

L’ostilità alle prove che si è diffusa tra gli insegnanti trova alcune ragioni di carattere culturale (evitare che il testing sia l’unico imprinting per l’apprendimento e snaturi la qualità ordinaria dei processi di apprendimento), altre di natura sindacale (per compiti aggiuntivi assegnati implicitamente ai docenti, come la somministrazione delle prove e la tabulazione dei dati, oltre che la loro lettura e interpretazione), altre infine legate al timore di un uso improprio ai fini della valutazione di scuole e insegnanti attraverso i risultati del testing. Il Ministero ha in parte risposto a tali critiche(14) .
La recente sperimentazione avviata dal MIUR, di cui poco si sa, offre il destro a questa preoccupazione. Con qualche doverosa precisazione(15) . La sperimentazione della valutazione dei docenti, limitata a poche scuole in poche province, esula dai risultati dei test Invalsi, essendo basata piuttosto sull’apprezzamento del curriculum/portfolio e sulla reputazione attestata da genitori. Viceversa, la valutazione delle scuole (sempre pochi casi in altre province) tiene in considerazione gli esiti diacronici dell’Invalsi (dalle elementari alle medie) con una qualche stima del “valore aggiunto”, depurato dai fattori di contesto (condizioni sociali e caratteristiche degli allievi), unito però alla osservazione diretta della scuola da parte di equipe esterne.
Ma al di là dei criteri di valutazione, sempre discutibili ma appunto da mettere alla prova, ciò che più fa discutere è il meccanismo competitivo che si vorrebbe introdurre: non sembra importante che insegnanti e scuole si mettano in gioco per migliorare le loro prestazioni, ma la graduatoria di merito che si produce, ove solo una quota (il 20% circa di insegnanti e scuole) alla fine viene considerata meritevole di un premio. E’ questo il nodo che va affrontato, con la ricerca di meccanismi in grado di stimolare in tutti comportamenti virtuosi e miglioramento, attraverso procedure più coerenti con la vocazione collaborativa e disinteressata che dovrebbe contraddistinguere le comunità professionali scolastiche(16) .

Dalla valutazione alla ri-progettazione

Le tormentate vicende della valutazione nel nostro paese ci offrono abbondanti motivi di riflessione. Intanto ci mettono in guardia dalle semplificazioni nazional-popolari (come è stata la reintroduzione del voto), dalle approssimazioni che rischiano di bruciare intuizioni interessanti (come è il caso della certificazione delle competenze), dall’utilizzo improprio delle rilevazioni generalizzate degli apprendimenti (con la ricorrente tentazione di utilizzarle per convalidare un giudizio negativo verso la scuola pubblica), dalla accelerazione sulla valutazione di scuole e prestazioni del personale (da ricondurre ad una logica di effettiva valorizzazione).
C’è bisogno di un buon sistema di valutazione, che sappia fare il suo mestiere con correttezza e sobrietà, che non abbia la pretesa di esprimere giudizi sanzionatori verso chicchessia, che interpreti un ruolo di accompagnamento e di supporto alle scuole.
Occorre ampliare il ventaglio degli oggetti da osservare, trasformare l’azione di valutazione in una azione di contatto, di dialogo, di aiuto alla scuola: osservare l’attività didattica, parlare con i ragazzi ed i genitori, vedere se le professionalità crescono, cogliere la soddisfazione degli stakeholder, imprimere un dinamismo positivo e una nuova credibilità alla scuola. In fondo, la propensione all’autovalutazione va incrociata con elementi di valutazione esterna, in un confronto aperto di sollecitazioni che possono far crescere(17) . Si può parlare correttamente di valutazione se teniamo insieme le funzioni di survey, di supervisione professionale, di auditing, di stimolo al miglioramento.
Le occasioni che la normativa offre (il 30% dei risparmi da destinare al merito, l’incentivazione brunettiana dell’eccellenza, i regolamenti in attuazione dell’ampia delega conferita dal “mille proroghe”(18)) rappresentano altrettante sfide da affrontare con generosità, con la massima apertura al dialogo sociale, con la ricerca di una condivisione tra tutti i soggetti, per il comune obiettivo di rimettere al centro dell’attenzione e della stima del paese una scuola pubblica che sa fare bene il proprio mestiere (e che lo dimostra, anche attraverso la valutazione).

******
Note

1 Articolo in corso di pubblicazione in Rivista dell’istruzione, n. 3, maggio-giugno 2011, Maggioli, Rimini.
2 Negli ultimi anni si sono distinte nel delineare prospettive di sviluppo della nostra scuola soprattutto fondazioni e agenzie di studio legate al mondo imprenditoriale, come la Fondazione Giovanni Agnelli, la associazione Treellle, la Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo, la Luiss ecc. che sembrano aver preso il posto dei soggetti tradizionalmente impegnati nell’elaborazione culturale: le forze politiche, le organizzazioni sindacali, i centri studi pubblici, come il Censis, l’Istat. Un segno dei tempi? Una nuova egemonia culturale?
3 La legge 169/2008 nel reintrodurre la valutazione in voti decimali anche nella scuola di base irrigidisce le procedure per l’ammissione alla classe successiva, con la previsione di un voto di sufficienza in ciascuna disciplina (cfr. Dpr 122/2009).
4 In tal senso si esprimono sia le Indicazioni per il curricolo del primo ciclo (DM 31 luglio 2007), sia le Linee guida per l’obbligo di istruzione (DM 22 agosto 2007, n. 139).
5 Cfr. A.Paletta, Scuole responsabili dei risultati. Accountability e bilancio sociale, Il Mulino, Bologna, 2011.
6 Le previsioni del Regolamento in materia di valutazione (DPR 122/2009, riconfermate dalla CM 50/2010), che fanno riferimento alla “media” tra tutte le prove (voto di ammissione, prove scritte ed orali, prova nazionale) hanno portato ad una sovrastima del “peso” della quarta prova che viene a valere quanto il percorso complessivo triennale con cui ci si presenta all’esame, cioè un sesto o un settimo dell’intero punteggio.
7 Le rilevazioni internazionali (es.: OCSE-Pisa, IEA-Pirls) sono rivolte solo a campioni di studenti, e dunque possono essere somministrate con maggiore rigore, il loro uso può essere più controllato (es. la stessa prova, con qualche limitata integrazione, può essere utilizzata per più anni, costruendo una serie storica che permette una lettura diacronica degli andamenti degli apprendimenti) e le interpretazioni/le comparazioni sono certamente più affidabili.
8 Si veda in tal senso l’intervista rilasciata dal presidente uscente dell’Invalsi a Rivista dell’istruzione: P.Cipollone, Se non ci fosse valutazione: una scuola senza bussola e meno equa, in “Rivista dell’istruzione”, n. 2, maggio-giugno 2010.
9 N.Bottani, Insegnanti al timone. Fatti e parole dell’autonomia scolastica, Il Mulino, Bologna, 2002.
10 G.Cerini, Certificazione delle competenze. L’araba fenice, in “Rivista dell’istruzione”, n. 4, settembre-ottobre 2010.
11 G.Bolondi, Prove Invalsi. Matematica e D.Bertocchi, Prove Invalsi. Italiano, in G.Cerini-M.Spinosi (a cura di), Voci della scuola, IX, Tecnodid, Napoli, 2010.
12 L.Salvia, Nei test dell’Invalsi la matematica sarà “argomentativa”, in “Il Corriera della Sera”, 21 aprile 2011.
13 Ci riferiamo ai progetti EMMA (Emergenza matematica) ed ELLE (Emergenza lingua), promossi dall’USR Emilia-Romagna, che hanno visto il coinvolgimento ciascuno di circa 30 tutor senior (docenti esperti della didattica disciplinare) e circa 600 tutor junior (docenti referenti di ogni scuola sulla disciplina interessata).
14 Nota MIUR n. 2792 del 20 aprile 2011: Servizio nazionale di valutazione. Rilevazione degli apprendimenti per l.a.s. 2020-11. Precisazioni.
15 A.Ichino, Perché sperimentare la valutazione è utile e A.Valentino, A proposito delle sperimentazione per la valutazione di docenti e scuole, in “Rivista dell’istruzione”, n. 2, marzo-aprile 2011.
16 Ci sovviene quanto scriveva la Fondazione Giovanni Agnelli nel Rapporto sulla scuola 2009 (Laterza, Bari, 2009), là ove metteva in guardia dall’introdurre meccanismi competitivi all’interno dell’ambiente scolastico (o tra scuole), come forieri di effetti indesiderati nell’attività di insegnamento e nel funzionamento della scuola. Va anche ricordato che la previsione contenuta nel D.lgs 150/2009 (c.d. Brunetta) prevede l’introduzione di meccanismi premiali nella pubblica amministrazione (con incentivi al 25% dei dipendenti migliori), ma rimanda ad un successivo approfondimento normativo l’applicazione di tali principi all’area della docenza, proprio in virtù della sua specificità.
17 M.Castoldi, Valutare le scuole dall’interno o dall’esterno? In “Rivista del’istruzione”, n. 1, gennaio-febbraio 2011,
18 La legge 26 febbraio 2011, n. 10 (di conversione del c.d. decreto legge “mille proroghe” n. 225 del 29 dicembre 2010) conferisce al governo un’ampia delega per rifondare, attraverso appositi regolamenti, il sistema nazionale di valutazione, che verrebbe articolato in tre distinte strutture:
a) il servizio ispettivo indipendente e autonomo, per valutare scuole e dirigenti;
b) l’Invalsi, deputato alla predisposizione del testing e della rilevazione degli apprendimenti;
c) l’Indire, come agenzia di supporto al miglioramento ed allo sviluppo dell’autonomia.

Colombo: "Ogni cittadino si riappropri della Costituzione. Solo così riusciremo a vedere affermati i nostri diritti", di Stefano Corradino

Oltre 7 ore di musica. Cantanti, attori e personaggi dello spettacolo hanno intrattenuto oltre 500mila persone che hanno invaso piazza San Giovanni in una splendida giornata. Giornata di sole, di note e di riflessioni sul lavoro e sui 150 anni della nostra storia. Rock e musica sinfonica in un’amalgama armoniosa. Sul palco anche Gherardo Colombo , ex magistrato, ora impegnato nelle scuole di tutta Italia per parlare agli studenti di legalità. “Se tutti i cittadini si impadronissero della Costituzione le cose cambierebbero…”

Un giudizio a caldo sul concerto del Primo Maggio dopo aver sentito le prime esibizioni sul palco
Una piazza bella, gremita, una splendida atmosfera, tanti giovani, tanta partecipazione, emotiva non solo fisica!

Ha deciso di salire sul palco di piazza San Giovanni. Cosa l’ha spinta?
Mi ha spinto la consapevolezza che il lavoro è fondamentale per la realizzazione della democrazia.

Si può dire che il Concertone è un omaggio al primo articolo della Costituzione?
Al primo, al terzo, al quarto, a tutti quegli articoli che tutelano il lavoro come diritto inalienabile dei cittadini.

Quanto siamo lontani dalla piena applicazione di questo diritto?
Molto, per varie ragioni. Anche perchè gli stessi cittadini raramente capiscono qual è l’importanza di osservare le regole che arrivano dalla Costituzione nel suo complesso. Esiste ad esempio una relazione ineludibile tra la difficoltà di trovare lavoro e il non adempimento di alcuni obblighi come quello previsto dall’art.53 della Costituzione di pagare le tasse. Meno soldi ci sono meno possibilità esistono di creare nuovi posti di lavoro; a prescindere poi da altri aspetti che riguardano l’effettiva destinazione del denaro… Credo, in sostanza, che siamo molto indietro, e non sempre, nei fatti, il lavoro è concepito come un diritto.

Gli infortuni sul lavoro, di cui spesso deteniamo il triste primato ne sono un esempio?
Purtroppo sì. I decessi sono diminuiti magari anche in relazione al calo di posti di lavoro, ma la situazione resta grave. Il punto è che troppo spesso si guarda di più al risultato del lavoro piuttosto che alla persona che lavora.

“La Repubblica è fondata sul lavoro”, “il lavoro è un diritto”, i “cittadini sono uguali di fronte alla legge”… Sono tutti principi universalmente accettati eppure c’è chi vorrebbe che la Costituzione fosse modificata, per non dire stravolta
Il pensiero non è unico, e magari non tutti si riconoscono in questa Costituzione. Voglio però restare all’analisi sul ruolo dei cittadini: penso che se tutti la conoscessero, se vedessero cosa ci garantisce, se capissero come le regole che la compongono possono dare a tutti analoghe possibilità, allora le cose che potrebbero cambiare…

Ci sono cittadini più di altri che le regole dovrebbero rispettarle e dare il buon esempio
Purtroppo tanti in questo paese hanno un rapporto difficile con le regole…

Siamo a un mese e mezzo dal referendum del 12 e del 13 giugno. Il referendum è un diritto. Centinaia di migliaia di cittadini hanno raccolto firme per quesiti importanti come l’acqua o il nucleare. Eppure sembra che si stia facendo di tutto per boicottarlo. Media compresi (a parte le solite rare eccezioni)
Il referendum è un momento essenziale per la democrazia. Se c’è un buio totale ciascuno di noi deve trovare la possibilità di aprire le finestre e far filtrare la luce. Anche da questo punto di vista bisogna sfruttare gli strumenti che garantisce la Costituzione. Il problema è che poche persone vogliono impegnarsi fino in fondo. Troppo pochi sono ancora quelli che capiscono quanto sia importante l’impegno individuale, di quanto ogni singola persona possa contribuire a cambiare le cose.

da articolo21.org

"È ancora una festa ribelle da vivere gioiosamente", di Vittorio Emiliani

Chi chiede di rispettare il Primo maggio si prende del retrogrado, oggi non si è moderni se non si rottama qualcosa. Tante lotte e vicende simboliche sono legate a questa data. Roba vecchia? Certo per chi non vuole ricordare chi eravamo e dove vogliamo dirigerci. Ma come? Si continua a scuotere la testa sulla crisi rovinosa dei Valori, ci si mette addirittura a piangere sulla ineluttabile scomparsa dei Valori, ci si conduole pubblicamente ad ogni passo con quanti ancora credono, ingenui, alla esistenza dei Valori, e poi, appena qualcuno pretende di affermare che il lavoro «è un valore», che la sua giornata- simbolo – il 1° Maggio – va rispettata con qualche concessione al consumismo, al turismo, al consumerismo, si prende del «retrogrado», anzi del «regredito» al passato, al primo Novecento, magari all’Ottocento? Non a caso non piace più nemmeno che l’Italia sia, costituzionalmente, una «repubblica fondata sul lavoro» e la si vorrebbe rifondare su altri «valori». Non ha forse detto Silvio Berlusconi che la nostra Costituzione è nata «sovietica»? Del resto l’espressione «fondata sul lavoro» la propose alla Costituente un «comunistello di sacrestia»come Amintore Fanfani che quella denominazione si era meritato insieme a Giuseppe Dossetti e a Giorgio La Pira. Quest’ultimo, da sindaco di Firenze, organizzò una memorabile conferenza internazionale sul Mediterraneo, mentre il suo attuale successore promuove una crociata per tenere aperti tutti i negozi il 1° Maggio.
Visioni un po’ distanti. Ma oggi non si è «moderni» se non si rottama qualcosa, magari anche la Festa del Lavoro (scusate le maiuscole, ma è colpa dell’età).
Il ministro del Welfare, il prode Sacconi Maurizio, che Gianni De Michelis in una perfida intervista sostenne
di aver scoperto su un campo di tennis dove insegnava (Sacconi, non De Michelis), vorrebbe infatti
che si parlasse di “lavori” e non più di “lavoro”. Per cui, frantumato, sminuzzato, parcellizzato in tanti pezzi e pezzetti il lavoro, resolo flessibile, modulabile, adattabile, perché mai si dovrebbe continuare a festeggiarlo? Come valore simbolico? Già, ma di che cosa? Facciamo come i giapponesi che il 1° Maggio non l’hanno (credo) mai celebrato. Mi capitò una volta di arrivare a Tokio un 1° Maggio e tutto funzionava, tutti correvano, pedalavano, producevano, lavoravano come formiche alacri e ubbidienti. Un modello. A me, a noi italiani faceva una certa raggelante impressione.
Ripensavamo alle origini della festa del lavoro, alla grande manifestazione operaia di Chicago, il 1° Maggio 1886, alla polizia che la reprime sparando sulla folla, e la colpa viene rigettata sui soliti anarchici (succede ancora) poi condannati a morte senza prove, uno trovato già cadavere in cella e altri 4 impiccati. Anche in Italia diventa presto una data-simbolo, per rivendicare altri diritti fondamentalicomeil suffragio
universale. Alla fine dell’800 lavoratrici e lavoratori festeggiano 1° Maggio totalmente a loro spese, cioè scioperando, privandosi di un giorno di paga. A Voghera, all’epoca ricca di fabbriche tessili, gli operai costretti dai padroni al lavoro, protestano recandovisi vestiti della festa. Uno scandalo. Tanto più che intonano pure un coro verdiano dell’«Ernani» («Si ridesti il leon di Castiglia») al quale un vivacissimo giornalista locale, Ernesto Majocchi, ha dato nuovi versi: «Su compagni, lasciate le glebe/Questo giorno sacrato alla plebe/Della plebe sarà il redentor/Siamo tutti una sola famiglia/Operaj della penna e del braccio/Su venite correte all’abbraccio»… Una festa gioiosa e ribelle dunque. Che Benito Mussolini subito abolisce. In Romagna, nella stessa natia Predappio, la si continua a festeggiare di nascosto con una minestra allora di lusso, i tortelli. Allora i fascisti locali vanno
nelle case degli antifascisti, i fratelli Cappelli, i Cagnani, i Farneti, e se scoprono che sta bollendo una pentola coi tortelli, rovesciano tutto sul pavimento per spregio. Ma qualche bandiera rossa –mandandoli in bestia – intanto è comparsa lo stesso sulla ciminiera di una fornace, o sull’albero di un viale. Tante altre lotte, tante altre vicende simboliche sono legate al 1° Maggio. Roba vecchia? Roba superata? Certo, per chi non vuole più ricordare chi eravamo, da dove siamo venuti, dove vogliamo dirigerci. Verso una società «bottegaia» di consumatori pilotati e indistinti.
Pilotati dalle tv commerciali. Indistinti perché senza più identità. La mattina del 25 aprile Raitre, meritoriamente, ha trasmesso il più bel film di Florestano Vancini «La lunga notte del ‘43» dal racconto di Giorgio Bassani. Uscito nel 1960, indicava nell’indifferenza rispetto alla propria storia il primo responsabile di una società piatta, soddisfatta di sé e, quella sì, retrograda. Il finale era un pugno nello stomaco. E adesso? Chi osa dire che un popolo senza memoria ha già ucciso anche la storia e quindi non ha più futuro, sia subito ridotto al silenzio e magari rottamato. Non è «moderno», fa danno a sé (pazienza)
e soprattutto agli altri, ai più giovani. I quali (per lor signori) è bene che non ricordino quella festa «ribelle» da vivere gioiosamente.

L’Unità 01.05.11

"E nessuno pensa alla famiglia", di Daniela Del Boca

Il primo rapporto Ocse sul benessere familiare mette in evidenza tutti i ritardi italiani in fatto di occupazione femminile, tasso di fertilità e tasso di povertà infantile. Non stupisce, vista la cronica assenza di servizi per le famiglie in cui entrambi i genitori lavorano e la rigidità degli orari di lavoro. Ma i rilievi dell’Ocse non sono certo una novità. Il problema è che mentre nel Nord Europa da trent’anni si investe in serie politiche della famiglia, in Italia nessuno sembra preoccuparsi di questi gravi problemi.

È stato diffuso il 27 aprile il primo rapporto Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sul benessere familiare, Doing Better for Families dedicato alle politiche per la famiglia.
Il rapporto mostra come l’Italia sia ben al di sotto della media Ocse rispetto a tre aspetti cruciali: occupazione femminile, tasso di fertilità e tasso di povertà infantile.

DONNE E LAVORO

Mentre l’occupazione femminile nell’area Ocse è aumentata di oltre 10 punti percentuali negli ultimi quindici anni, arrivando a quasi il 60 per cento nel 2009, in Italia il tasso di occupazione femminile è pari al 48 per cento, dato non diverso da quello registrato all’inizio del decennio. I maggiori problemi per le donne italiane nascono, ancora, dalla difficoltà a conciliare lavoro e famiglia. Una difficoltà che mette le donne (e ancora solo loro) di fronte alla scelta tra avere un lavoro e avere dei figli. Il risultato è che sia il tasso di occupazione femminile sia il tasso di natalità continuano a rimanere bassi.
Da ormai un decennio i tassi di fecondità in Italia si sono assestati intorno a 1,4 figli per donna. In attesa di una condizione lavorativa più stabile, i giovani postpongono sempre di più l’età in cui hanno il primo figlio e così la probabilità di non avere figli o di averne uno solo aumenta.
Il terzo nodo cruciale è la povertà infantile, il cui tasso, in Italia, si attesta al 15 per cento. La percentuale sale però al 22 per cento quando solo uno dei due genitori ha un lavoro. Il lavoro delle madri è un importante strumento di protezione dei figli dal rischio di povertà.

Grafico 1. Occupazione della madre e rischio di povertà dei minori

Nei paesi dove le madri lavorano di più, i figli sono meno poveri. L’Italia, come si vede dal grafico 1, è uno dei paesi con più alti tassi di povertà e più bassi tassi di partecipazione. (1)
L’occupazione delle madri, se contribuisce a sostenere i redditi delle famiglie con figli, non sembra avere un effetto negativo sui risultati scolastici dei figli, soprattutto quando è sostenuta da una rete adeguata di servizi per l’infanzia.
Come emerge dai dati Invalsi, c’è una correlazione positiva tra partecipazione al lavoro e risultati scolastici in italiano per la seconda elementare. (2)

Grafico 2. Correlazione tra partecipazione femminile e risultati scolastici in italiano, seconda primaria

FAMIGLIE ABBANDONATE DALLA POLITICA

Nel nostro paese, si spende solo circa l’1,4 per cento del Pil per le famiglie con bambini, contro una media dei paesi Ocse del 2,2 per cento. Solo il 12 per cento dei bambini al di sotto dei tre anni usufruiscono dei servizi pubbliciall’infanzia, mentre il numero degli asili aziendali è tutt’oggi molto ridotto.
Una volta a scuola, solo il 6 per cento dei bambini tra i sei e gli undici anni è iscritto a servizi di pre e dopo scuola, in parte a causa di finanziamenti ridotti. La flessibilità degli orari di lavoro svolge ancora un ruolo limitato nell’aiutare i genitori a conciliare lavoro e famiglia: meno del 50 per cento delle imprese con 10 o più dipendenti offre flessibilità ai propri dipendenti e il 60 per cento dei lavoratori dipendenti non è libero di variare il proprio orario di lavoro. La situazione è decisamente peggiorata con i tagli determinati dalla riforma della scuola, che ha ridotto sia l’occupazione femminile sia gli orari scolastici.
Con uno scarso accesso a servizi di pre e dopo scuola, per i genitori è complicato avere un lavoro a tempo pieno. L’alternativa è spesso un lavoro part-time, opzione scelta dal 31 per cento delle donne in Italia, ma solo dal 7 per cento degli uomini. Così, le donne finiscono per dedicare al lavoro non retribuito molto più tempo degli uomini: in media, più di cinque ore al giorno le donne e meno di due ore al giorno gli uomini. Si tratta della più ampia disparità di genere nei Paesi Ocse dopo Messico, Turchia e Portogallo.

Ma i dati riportati qui e nel rapporto Ocse non sono certo una novità: sono stati oggetto di molti studi e dibattuti in varie sedi. Proprio la coincidenza di queste tre problematiche era il focus della relazione sulla conciliazione presentato alla Conferenza nazionale della famiglia (a Firenze nel maggio 2007), organizzata dall’allora ministro della Famiglia Rosy Bindi. Da allora, le cose non sono cambiate, se mai, in assenza di interventi pubblici, sono peggiorate.(3)
L’Ocse, alla fine del rapporto, propone una serie di raccomandazioni ai governi dei paesi membri: aiutare le famiglie a conciliare impegni di lavoro e di cura della casa e dei figli attraverso un sistema integrato di congedo, cura e sostegno sul posto di lavoro per i genitori di bambini piccoli; progettare sistemi di congedo parentale che incoraggino anche i padri ad accrescere il loro impegno nelle responsabilità di custodia dei bambini; iniziare a investire nelle politiche per la famiglia; sostenere le famiglie povere con interventi progettati in modo da mantenere gli incentivi al lavoro.
Nella maggior parte dei paesi del Nord Europa si investe da un trentennio nella famiglia, con una visione lungimirante che riconosce le donne come importanti motori dell’economia, dove le famiglie in cui si lavora in due fanno da stimolo alla crescita dei servizi, nella convinzione che bambini meno poveri oggi vuol dire studenti migliori e adulti più preparati domani. In Italia invece nessuno sembra preoccuparsi di questi fenomeni né prendere in considerazione le raccomandazioni dell’Ocse o delle altre istituzioni che da anni raccomandano più interventi a favore delle famiglie. Anche nel Documento di economia e finanza di Tremonti non c’è alcun accenno a misure concrete per invertire queste tendenze così gravi.

(1) Del Boca D. e Mancini A. “Child poverty in Italy”, Collegio Carlo Alberto 2011.
(2) Brilli Y., Del Boca D. e Pronzato C. “Exploring the role of Child Care in Italy”, Collegio Carlo Alberto 2011.
(3) Gli aspetti più importanti delle relazioni sulla famiglia e sui giovani alla Conferenza nazionale della famiglia di Firenze sono stati pubblicati nel volume Famiglie Sole di Daniela del Boca e Alessandro Rosina, Il Mulino 2009.

www.lavoce.info

"Cari Segretari di Cgil, Cisl e Uil…", di Pier Luigi Bersani

Cari Segretari Generali, in occasione della manifestazione nazionale che CGIL, CISL e UIL organizzano a Marsala per la celebrazione del 1˚ Maggio desidero farvi giungere il saluto fraterno del Partito Democratico. Voi sapete con quanto interesse il PD segua le vicende del movimento sindacale consapevole non solo del ruolo che esso ha esercitato per il progresso sociale e democratico del Paese lungo tutto l’arco della sua storia, ma convinto che questo ruolo sia anche oggi decisivo per superare la crisi che stiamo vivendo e a cui il mondo del lavoro paga il prezzo più alto.

Credo che ci muovano preoccupazioni comuni per un’economia che non cresce, per il lavoro che manca per troppe persone , per la precarietà e l’incertezza in cui vivono larghi settori giovanili, per l’impoverimento di molte famiglie e l’indebolimento della coesione sociale. Sono queste, e non altre, le vere priorità del Paese alle quali siamo tutti chiamati a dare risposta, ciascuno nel proprio ambito di responsabilità, ma partecipando di un progetto solidale per il futuro dell’Italia.

Su questi temi e in questo spirito, il PD si propone di continuare e sviluppare il dialogo con voi anche in occasione della Conferenza nazionale per il Lavoro che terremo a Genova il 17 e 18 giugno ed alla quale vi invito fin d’ora ad intervenire personalmente così come mi auguro che i rappresentanti di CGIL, CISL e UIL intervengano nelle conferenze preparatorie a livello territoriale. Cari Segretari Generali, non vi nascondo di aver particolarmente apprezzato la vostra decisione di celebrare anche quest’anno il 1˚ Maggio con una manifestazione nazionale unitaria, malgrado le difficoltà esistenti nei rapporti tra le vostre Confederazioni. Vi leggo un segnale positivo per una ripresa del cammino unitario del sindacalismo italiano, nel pluralismo delle sue storie e delle sue esperienze, nell’interesse dei lavoratori e delle lavoratrici e di tutto il Paese. Con viva amicizia.

l’Unità 01.05.11