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"L'Europa e il fallimento dell'austerità", di Giorgio RUffolo e Stefano Sylos Labini

Le elezioni europee hanno certificato il fallimento dell’austerità che ha fatto aumentare i disoccupati e ha prodotto nuovi poveri alimentando rabbia e disperazione nella maggior parte dei Paesi dell’Euro.
I Partiti Socialisti europei non hanno sfondato poiché si sono appiattiti sulla politica del rigore promossa dal Partito Popolare, che ha subito un netto ridimensionamento. E così sono cresciute, anche se molto al di sotto delle clamorose previsioni, le forze nazionaliste e le forze favorevoli a un’altra Europa federale e solidale. I gruppi fortemente critici dell’Europa dell’austerità a guida tedesca hanno ottenuto quasi il 20 percento dei seggi, contro il 9 percento del 2009, e, sebbene non riusciranno mai a costruire un fronte unico, hanno, però, la possibilità di sabotare le politiche economiche del blocco di maggioranza costituito da popolari e socialisti. Questi due grandi partiti ora dovranno governare insieme come accade in Germania, e bisognerà vedere se i rapporti di forza cambieranno e se il Partito Popolare Europeo sarà costretto a promuovere nuove politiche economiche per lo sviluppo e l’occupazione.
Il crollo del Partito Socialista francese è impressionante, ma non è affatto sorprendente: la Francia si trova da anni in una crisi da cui non accenna a riprendersi. Hollande ha tradito tutte le promesse che aveva fatto nella campagna elettorale del 2012 e cioè la riforma della Banca Centrale Europea sul modello della Federal Reserve
americana e il lancio degli Eurobond. All’epoca Hollande aveva dichiarato: «È inverosimile — che la Bce inondi il mercato di liquidità, con le banche che si finanziano all’1 percento e poi prestano agli Stati al 6 percento. A un certo punto simili posizioni di rendita non sono più accettabili. Sarebbe più giudizioso, più efficace, più rapido che la Bce diventi prestatore di prima e ultima istanza. Com’è peraltro il caso negli Stati Uniti e in Gran Bretagna». E ancora, Hollande era a favore della mutualizzazione del debito pubblico mediante obbligazioni europee considerate come l’unico modo per sostenere i Paesi in difficoltà e per far tornare la fiducia degli investitori internazionali negli Stati più a rischio. Nulla di tutto questo si è realizzato, ma, fatto ancora più grave, non c’è stato neppure l’impegno a sostenere una battaglia su questi fronti.
Ora l’Europa si trova di fronte ad un bivio: o diventa uno Stato realmente federale e adotta politiche espansive con l’obiettivo di una piena occupazione equamente retribuita oppure le forze antieuropeiste sono destinate a crescere mettendo a rischio la sopravvivenza della moneta unica.
Per questo motivo il semestre di Presidenza italiana rappresenta una grande occasione: il successo delle forze critiche dell’Europa dell’austerità potrebbe rappresentare uno stimolo prezioso se sarà utilizzato per attuare una svolta radicale nella politica del Vecchio Continente.

La Repubblica 17.06.14

"L’incubo della maturità l’esame che non finisce mai", di Massimo Recalcati

La febbrile attesa della vigilia, il sonno agitato, l’angoscia di prestazione, l’attesa opprimente dei genitori, il volto severo dei commissari, la ripetizione dei programmi a voce alta recitata come un mantra, la febbrile attesa della vigilia, le fantasie di annebbiamenti e smarrimenti clamorosi durante il colloquio, la sfrontatezza temeraria del bluff o la memorizzazione disciplinata e compulsiva, il calcolo ansioso dei giorni, la liberazione finale. L’esame di maturità e il suo corteo di ricordi continua a riapparire per molti nei sogni, spesso nella forma dell’incubo. Esso tende a diventare la matrice di tutte le prove, di tutte le verifiche, di tutti i giudizi, assumendo l’aura epica dell’esame degli esami. L’esame di maturità ha delle gambe e ci insegue. Perché avviene? Perché è un uscio che si apre su di una terra ignota, perché sancisce la fine del mondo del figlio-studente e l’inizio del tempo delle scelte che faranno il nostro destino.
Il problema è che questa apertura non è mai automatica: esige una prova soggettiva. Dobbiamo prendere la parola in prima persona di fronte all’Altro. Si tratta di prendere la parola in prima persona di fronte a un Altro che esprimerà su di noi un giudizio definitivo immodificabile. In numeri che si scolpiranno nei nostri curriculum vitae e nella nostra memoria. In questo esame si è tenuti a parlare rompendo lo specchio dell’uno a uno a cui si era abituati nelle verifiche in classe. Si parla per la prima volta a una Commissione in una sessione aperta al pubblico. Si prende la parola pubblicamente. Ecco la prova più difficile: sono davvero autorizzato (e da chi?) a parlare a mio nome? Sappiamo come i bambini nelle scuole si prodighino per compiacere (o deludere) le attese dei loro genitori e delle loro maestre. Non parlano mai in prima persona, non parlano per sostenere un proprio discorso, ma innanzitutto per rispondere al discorso dell’Altro. Con l’avvento dell’adolescenza questo schema si rompe clamorosamente perché la giovinezza separa il soggetto dal recinto familiare e lo spalanca al mondo. La mia soddisfazione non coincide più con quella dell’Altro, ma esige una sua misura singolare. Nell’esame di maturità si conclude allora un primo tempo della formazione: la certezza della terra dell’infanzia finisce
e inizia l’instabilità avventurosa del mare.
Gli psicoanalisti conoscono bene l’importanza talvolta drammatica di questo passaggio. Lacan lo ha teorizzato con rigore: ogni qualvolta il soggetto è chiamato a rispondere con la propria parola a un appello simbolico dell’Altro — accade anche con la chiamata alle armi, con un matrimonio, con il parto, con una nomina professionalmente rilevante — c’è sempre il rischio di cadere, di frantumarsi come avviene nel caso delle scompensazioni psicotiche. Il soggetto chiamato a parlare in prima persona non sopporta il peso della prova e crolla. Ecco perché tutti coloro che non sono crollati, restano tuttavia sempre un po’ legati a quella esperienza riproducendola nei propri sogni. Questo significa che in ogni prova c’è sempre il rischio de crollo, come dell’ebbrezza della libertà. Senza l’appoggio dell’Altro la nostra parola è, insieme, una esperienza di angoscia e di libertà. Questa è la vera posta in gioco dell’esame degli esami. La prova non consiste nel parlare di fronte ad una commissione, ma nel fare esperienza che nessuno può sostituirci, che, nel momento in cui ci assumiamo la responsabilità della parola, nessuno potrà prendere il nostro posto.
Ricordo il volto disorientato di un’allieva che chiamata alla cattedra dalla commissione per sostenere il colloquio d’esame volse il suo sguardo all’amica del cuore chiedendole teneramente: «Vieni anche tu?». Impossibile: la prova della maturità ci separa dai nostri appoggi abituali e ci espone al rischio del fallimento. Nessuno può parlare al nostro posto, nessuno può venire al nostro fianco a tenerci a mano. Ecco un’altra verità palesarsi: non siamo forse tutti sempre insufficienti, impreparati, immaturi, per affrontare la prova della vita? Com’è possibile allora farcela, “passare”, essere promossi, superare l’esame? Ogni volta che nei nostri sogni ripetiamo l’angoscia della “maturità” ritorniamo su questa insufficienza, sull’impossibilità di superare una volta per sempre, definitivamente, la prova della vita. Niente e nessuno potrà mai garantire l’esito della mia parola. riuscirò a dire quello che so, sarò convincente, credibile, capace di trasmettere qualcosa della mia vita? Non esiste alcuna commissione in grido di giudicare la nostra maturità. Perché se davvero esistesse saremmo in realtà tutti più tranquilli e meno angosciati. La vera angoscia è sempre nei confronti della nostra libertà e del nostro desiderio.
È l’inesistenza di questa commissione, non la sua esistenza, che ci angoscia profondamente e che ci sospinge ogni volta a farla esistere nuovamente nei nostri incubi! Il mistero più profondo di ogni processo e di ogni giudizio — come ha mostrato in modo insuperabile Kafka — è che non esiste alcun tribunale in grado di assolverci o condannarci. È per questo che gli esseri umani non cessano di proiettare in cielo e in terra tribunali di ogni genere capaci di emettere un verdetto definitivo sul senso della loro esistenza. Anche il timore (anti-cristiano) di Dio sorge da questa proiezione. Eppure questo timore — come il timore di ogni giudizio emesso dall’Altro — è in realtà un rifugio di fronte alla ben più cruda e difficile constatazione che siamo, come diceva Sartre, «soli e senza scuse».

La Repubblica 17.06.14

Bambini vittime dell’orrore di certe famigliole", di Massimo Gramellini

Il presunto assassino di Yara, incastrato dal Dna, scopre di non essere figlio di suo padre, ma di un uomo defunto di cui porta il secondo nome.
Un padre scopre che suo figlio è accusato di omicidio e che non è suo figlio. Una sorella scopre che suo fratello gemello è accusato di omicidio e che neppure lei è figlia di suo padre.
Un fratello scopre che i suoi fratelli gemelli sono fra tella stri e che uno di loro potrebbe es sere un assassino.

Una moglie scopre che suo marito è accusato di omicidio, che suo suocero non è il padre di suo marito né il nonno dei suoi figli e che la storia di Yara che per anni ha visto alla tv le è appena entrata in casa seminando distruzione.

Una mamma aveva scoperto da tempo che suo figlio era ricercato come presunto assassino, ma era rimasta in silenzio per non scoprirlo e non farsi scoprire: quel figlio lo aveva avuto da un uomo che non era suo marito.

Una vedova scopre che suo marito aveva avuto un figlio illegittimo, ora accusato di assassinio.

Non si tratta di uno scioglilingua e neppure di una fiction uscita dalla fantasia di uno sceneggiatore particolarmente lesso, ma della realtà di una tranquilla e rispettabile famiglia della provincia di Bergamo. Spostandoci di qualche decina di chilometri in direzione di Milano ne troviamo un’altra. Sabato sera, una moglie e due bambini sono stati uccisi in modo barbaro dal tranquillo e rispettabile maschio di casa. Ancora non si conosce il movente del presunto omicida di Yara, benché non occorrano troppi sforzi di immaginazione. Ma la carneficina del Milanese sembra scaturire da una psicologia persino più tortuosa.

L’assassino corteggia una collega di lavoro, ne viene respinto e si convince che la ragione del rifiuto sia la sua condizione di uomo impegnato, con moglie e figli a carico. Potrebbe divorziare o anche solo fermarsi un attimo. Ma la vita gli sembra una prigione e le responsabilità le sbarre di una gabbia. Il divorzio costa troppo, in termini economici e sociali. Così mette a letto i bambini, fa l’amore con la moglie, per sfogarsi o per calmarsi, ma non si sfoga e non si calma. Si alza, invece, e va in cucina a prendere un coltello. I bimbi cadono nel sonno, sacrificati come agnellini, La moglie muore da sveglia e fa ancora in tempo a chiedergli «perché». Bella domanda. Ma lui non risponde. Si lava le mani e va al bar a vedere la partita.

L’avvertenza è d’obbligo: non è che tutte le famiglie siano come quelle che la cronaca nera spinge in avanti come sentinelle del nostro smarrimento. Non siamo diventati all’improvviso un popolo di assassini di ragazzine e sgozzatori di parenti prossimi. Chi varca i confini del delitto è sempre un estremista, però si muove in un contesto sociale che non ci è estraneo. La famiglia: luogo di convivenza forzata, culla e tomba di passioni, ma anche fabbrica di interessi e produttrice inesausta di misteri. Come autore di un romanzo a sfondo familiare mi è capitato di ritrovarmi depositario delle confidenze intime di lettrici e lettori che mi hanno fornito un catalogo impressionante di tutte le meraviglie e gli orrori che la cellula della società umana riesce a produrre: complessi, rancori, scoperte tardive, agnizioni, invidie, gelosie e bugie, tantissime bugie. A fin di bene, a fin di male, a fin di niente. Si vive dentro una bolla di non detti, si accumulano tensioni e illusioni e poi si esplode, per fortuna non sempre con gesti da codice penale, ma in modi comunque feroci che fanno vacillare le certezze. Ad esempio che ci si possa fidare almeno delle persone con cui si condividono le mura di casa.

Lascio volentieri a sociologi e psicologi il compito di scandagliare gli abissi della comunità e della psiche umana. Il mio pensiero adesso va solo ai bambini: a quelli uccisi dal padre impazzito e ai figli del presunto assassino di Yara, segnati a vita da qualcosa di troppo grande e orribile per loro. Che i sopravvissuti non perdano mai la fiducia nel prossimo, perché gli angeli spuntano dove meno te lo aspetti e una vita passata a guardarsi le spalle è una condanna immeritata per chiunque, figuriamoci per degli innocenti.

La Stampa 17.06.14

"Dostoevskij a Motta Visconti", di Adriano Sofri

Benchè la scena del crimine fosse meticolosamente costruita in modo da far pensare a una rapina “andata a male”, come si dice, era inverosimile che dei rapinatori si prendessero la briga di uccidere un bambino di venti mesi, che non avrebbe potuto testimoniare contro di loro. Questa ragionevole osservazione, pressoché universalmente avanzata, ha una conseguenza: che se è inverosimile che dei rapinatori sgozzino, oltre a una giovane madre e alla figlioletta di cinque anni, il piccolo di venti mesi, è verosimile che lo faccia il loro uomo, marito e padre. Da lui non era ragionevole aspettarsi che risparmiasse nessuno: doveva liberarsi della sua famiglia, dunque di sua moglie e delle due creature che da lei erano venute e con lei dovevano andare. Logica e morale hanno il loro banco di prova in fatti di cronaca nerissima come questo: non è del tutto vero dunque che siano incomprensibili, inconcepibili, pazzeschi.
Il caso è stato risolto rapidamente, come aveva auspicato il capo della procura pavese: nel giorno stesso in cui è stato risolto, a quasi quattro anni di distanza, un altro caso orribile, quello che aveva avuto per vittima Yara Gambirasio. Nel giorno e mezzo che è durato il mistero sul triplice assassinio di Motta Visconti, abbiamo fatto in tempo a sentire un gran numero di testimoni accorati assicurare che quella era una famiglia felice, esemplarmente felice. Ecco un’altra nozione che la cronaca nera dichiara sospetta se non losca: la famiglia felice. Viene voglia di correggere Tolstoj così, che tutte le famiglie felici sono infelici a loro modo. Non è così, naturalmente, e ci sono davvero famiglie felici o semplicemente affettuose, pazienti, rispettose, altruiste. È Dostoevskij, e non Tolstoj, a render conto di un avvenimento come quello del sabato notte di Motta Visconti, la
notte di Italia-Inghilterra. Dostoevskij avrebbe ritagliato la pagina di cronaca e l’avrebbe fatta ripetere tal quale da Ivan Karamazov. Un giovane uomo dalla famiglia felice pensa che la notte della partita inaugurale dell’Italia nei campionati del mondo sia l’occasione per liberarsi dei pesi e rinnovare la propria vita. Prima della mezzanotte, quando la bambina, che andrà a scuola dopo l’estate, dorme nella sua stanzetta, e il piccolo dorme nel letto grande, l’uomo ha “un momen-
d’intimità”, dicono gli inquirenti, o forse ha detto lui, con sua moglie: “fanno l’amore”, insomma, nel soggiorno della loro casa. Lui va in mutande in cucina, prende un coltello da cucina, un coltello da uxoricidio, torna e la pugnala alle spalle, poi, mentre lei lo guarda e ancora gli parla, la stordisce e la sgozza. Poi va a fare lo stesso coi due bambini, “nel sonno”, dice, benignamente. Poi mette accuratamente in disordine la casa, come avrebbero fatto, secondo lui, dei rapinatori. Poi va a lavarsi e vestirsi, esce, butta il coltello in un tombino, raggiunge gli amici al bar e si unisce ai festeggiamenti nella notte che torna a essere anche per lui la notte di Italia-Inghilterra. Esulta in modo particolarmente acceso per i gol dell’Italia, si commuove, magari. Torna a casa, si attarda in garage — per non far rumore, per non svegliarli — rientra e scopre il disordine e il sangue e i cadaveri e dà l’allarme. Non si può fare niente di più che raccontare come sono andate le cose, come lui le ha raccontate, il primo racconto e poi il secondo. Non si può esercitarsi a rispondere a domande: perché ha fatto l’amore con lei prima? Perché ha pensato di cavarsela? Perché è arrivato a una simile esaltazione e insieme a una simile freddezza? Bisogna fermarsi alle cose come sono andate. “Perché?” — avrebbe potuto chiederlo solo la sua bambinetta, nell’intervallo fra il sonno e la morte, che lui vorrebbe cancellare. “Perché?” — gli ha chiesto sua moglie, mentre lui l’accoltellava: “Perché mi fai questo?”.
Ivan Karamazov avrebbe raccontato quello che scrivono le cronache, e non avrebbe trovato risposta alla domanda: perché tanto male inflitto ai bambini, perché la sofferenza dei bambini? Noi siamo forse più attenti, o almeno possiamo esserlo, al male inflitto a quella madre e alle donne che gli umini uccidono. Dostoevskij credeva ancora all’inganno tragico degli uomini che uccidono per amore, e il suo Idiota, il sublime principe Myskin, abbraccerebbe forse l’uomo che ha assassinato la sua famiglia come il più bisognoso dei fratelli, senza attenuare perciò il proprio orrore, e anzi scegliendo di uscire di senno per non rassegnarsi a una simile realtà. L’uomo di Motta Visconti — un paese che, come ogni altro, non meritava di farsi un nome così — troverà forse anche lui chi lo abbracci, per generosità o per ottusità. Alla fine della sua confessione, dicono, ha chiesto piangendo: “E ora datemi il massimo della pena”. Frase detestabile, nessun massimo della pena può commisurarsi a quello che ha fatto. Avesse chiesto il minimo della pena, non sarebbe parso più fuori luogo. Ha anche detto, pare, di essere stato indotto a sbarazzarsi della famiglia, a filo di coltello piuttosto che con un comune noioso divorzio, per amore di un’altra donna, peraltro insensibile a lui. Mi è tornato in mente quel marito pakistano di una giovane donna lapidata a Lahore dai suoi famigliari, per essersi sposata “per amore”. A sua volta, l’uomo aveva ucciso la sua prima moglie, per essere libero di sposarla: “per amore”. Tanto vicine sono le infelicità delle famiglie felici, e i loro padri e mariti.

La Repubblica 17.06.14

"Coppie gay, stessi diritti del matrimonio. Ma no alle adozioni", da L'Unità

«Alle unioni civili tra persone dello stesso sesso si applicano tutte le disposizioni previste per il matrimonio…» escluso il diritto di poter adottare. È questo il principio fondamentale che regolerà i rapporti fra coppie omosessuali. Principio contenuto nella disciplina che da settembre il Parlamento si troverà ad approvare. Come promesso dal premier.
Renzi le aveva già messe fra i suoi obiettivi alla Leopolda (sia quella delle primarie poi perse contro Bersani che l’ultima vincente). Poi, da segretario Pd, l’aveva chieste (assieme allo ius soli) al governo Letta e, una volta diventato premier, le aveva scritte nel proprio programma spiegando, nel discorso sulla fiducia che andavano fatte ascoltandosi e poi trovando un compromesso. Dunque adesso sembra che il momento delle unioni civili sia arrivato visto che sabato all’assemblea del Pd Renzi ha annunciato che a settembre, chiusa la pratica Italicum, verrà portata in Parlamento e approvata una legge sulle civil partnership. «Dobbiamo realizzare quell’impegno che abbiamo preso durante la campagna delle primarie» ha spiegato il premier spiegando che cercherà ovviamente un accordo «con gli esponenti della nostra maggioranza» e col Parlamento ma ribadendo che non ci sarà spazio per ripensamenti.
Il modello a cui fa riferimento il premier quando parla di civil partnership è quello nato in Gran Bretagna (dove poi è decaduto in quanto il governo Conservatore Cameron ha introdotto il matrimonio gay) e in Germania. Sostanzialmente prevede che la coppia omosessuale che decide di “sposarsi” possa iscriversi all’ufficio dello stato civile in un apposito registro delle unioni civili. Da quel momento sono una coppia ufficiale con tutti i diritti e i doveri simili a una coppia eterosessuale unita in matrimonio. Quindi ad esempio sarà previsto il diritto alla reversibilità della pensione in caso del decesso del compagno/compagna. Il diritto alla successione e quelli in materia assistenziale e penitenziaria. E a cascata tutti quei diritti e doveri che dipendono dalle legislazioni regionali come ad esempio la possibilità di partecipare ai bandi di assegnazione delle case popolari.
Del resto questa normativa, che andrà a modificare il codice civile nel libro primo, quello cioè dedicato a regolare i diritti e doveri della persona e della famiglia, è figlia diretta dell’articolo 2 della Costituzione che riconosce e tutela i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali, tra cui appunto anche la coppia, in cui si svolge la sua personalità. Diritti che oggi a chi voglia vivere in una coppia omosessuale non sono garantiti. E infatti la Corte Costituzionale con due sentenze, la prima del 2010 e la seconda di pochi giorni fa sull’uomo diventato donna e rimasta unita in matrimonio alla moglie, ha sottolineato questo vuoto legislativo invitando il Parlamento a intervenire. Intervento che però non potrà essere l’estensione del vincolo matrimoniale alle coppie gay.
Da qui appunto le unioni civili che forniscono una condizione omologa ma non uguale al matrimonio. La differenza più grande è che la coppia omosex non potrà adottare bambini. Tuttavia verrà introdotto l’istituto della «stepchild adoption» preso dal sistema inglese. Cioè sarà possibile a uno dei soggetti della coppia gay adottare il figlio (anche adottivo) dell’altra parte dell’unione. Potrà portarlo e andarlo a prendere a scuola, accompagnarlo e assisterlo in ospedale e continuare a fargli da padre/ madre nel caso in cui il genitore naturale dovesse venire a mancare. In Germania ad esempio è stata introdotta anche la totale equiparazione fiscale. Il che significa che se in Italia si arriverà al quoziente familiare, come promesso dal premier sabato, riguarderà anche le future unioni civili.
Tutta questa disciplina riguarderà solo le coppie omosex e non le coppie etero che convivono e non si vogliono sposare. Perché la filosofia è che mentre le coppie omosessuali non possono unirsi in matrimonio, le coppie etero possono sposarsi e quindi se non si sposano è perché non lo vogliono fare e quindi non possono essere estesi a loro i diritti ma anche i doveri che discendono dal matrimonio. Per queste coppie (anche dello stesso sesso) sarà prevista un’altra forma, più lieve, di unione: i cosiddetti patti di convivenza. Con doveri (e diritti) meno “pesanti” di quelli matrimoniali.
Al momento, almeno, questa è la strada che hanno imboccato in commissione giustizia del Senato dove le varie proposte avanzate (soprattutto da Lumia, Marcucci eLo Giudice del Pd) i sono state riunite in due testi separati (ma che poi potrebbero ritornare a far parte di un unica proposta di legge) dalla relatrice Daniela Cirinnà. La discussione partita lo scorso marzo, il 6maggio s’è fermata. «Ma i testi sono pronti per andare in aula» sottolinea la democratica Cirinnà che spiega che nel momento in cui il governo deciderà politicamente il via tutta la procedura subirà una accelerazione. Il nodo quindi resta politico. È vero che su questi temi i senatori del Pd hanno trovato sponde anche nei 5Stelle, tuttavia servirà un’intesa col Nuovo centrodestra (in commissione c’è Giovanardi) che nutre dubbi sulla possibilità di far adottare al partner il figlio naturale del proprio/a compagno/a. Perplessità coltivate anche nella parte cattolica del Pd che ritiene anche che i più lievi patti di convivenza non possano riguardare le coppie omosex che già avrebbero a disposizione la più vincolante unione civile.

L’Unità 16.06.14

Per sette italiani su dieci «la corruzione coinvolge tutto il sistema politico», di Nando Pagnoncelli

Gli scandali delle tangenti dell’Expo di Milano e del Mose di Venezia rappresentano un banco di prova molto importante per Matteo Renzi, non tanto per le responsabilità riguardo ai fatti di cui si parla, che non vengono certamente imputate a lui o al suo governo, quanto piuttosto perché la domanda di palingenesi morale è largamente diffusa nell’opinione pubblica e la corruzione rappresenta simbolicamente la massima espressione della distanza tra cittadini e politica. Le inchieste in corso riportano l’Italia indietro nel tempo e tutto ciò potrebbe vanificare quanto sta cercando di fare il governo per modernizzare e trasformare il Paese, facendo prevalere la disillusione e la rassegnazione. L’onestà della politica, tanto reclamata dai cittadini, è una sorta di precondizione all’altrettanto reclamato cambiamento del Paese.
L’opinione pubblica sta reagendo alle vicende in questione con molta severità e cupo pessimismo: il 70% ritiene che si tratti di fatti che riguardano indistintamente tutto il sistema politico, mentre solo il 26% pensa che le responsabilità siano individuali e non sia coinvolta tutta la politica. È un’opinione che prevale nettamente tra tutti gli elettori, anche se tra quelli del Pd la quota di coloro che circoscrivono le responsabilità a casi singoli sale al 44%. E la prospettiva non appare rosea: solo un terzo degli italiani (35%) pensa che in futuro ci saranno meno scandali grazie al ricambio generazionale e all’impegno dei politici più giovani; al contrario, la maggioranza assoluta (61%) ritiene che la piaga della corruzione non potrà essere debellata e i giovani politici in futuro si faranno corrompere. A questo riguardo i più ottimisti risultano gli elettori del Pd (il 56% risulta fiducioso e il 41% è rassegnato), mentre stupisce che quelli del M5s siano i più scettici (76% di pessimisti), tenuto conto della straordinaria presenza di giovani politici nelle file del movimento e soprattutto della battaglia per la trasparenza e l’onestà portata avanti con convinzione e intransigenza. In generale gli atteggiamenti più negativi sono maggiormente diffusi tra gli uomini, nelle classi centrali d’età (tra 30 e 60 anni), tra le persone più istruite e tra gli imprenditori, i dirigenti e i lavoratori autonomi (artigiani e commercianti) che risultano più direttamente a conoscenza delle vicende delle imprese e delle gare pubbliche. A più di vent’anni da Tangentopoli la storia si ripete o, forse, non è mai cambiata e la corruzione suscita indignazione e livore, a maggior ragione in un periodo come quello attuale, nel quale le risorse sono scarse, i cittadini sono chiamati a fare grandi sacrifici, la pressione fiscale rimane elevata, si tagliano le spese e i servizi ma i costi di importanti opere pubbliche lievitano, senza che alcuno ne risponda. La corruzione contribuisce a minare il concetto stesso di contratto sociale e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, soprattutto quando sono coinvolti non solo politici e imprenditori ma anche magistrati e esponenti della Guardia di finanza. In queste circostanze la tendenza alla generalizzazione è largamente diffusa e non tutti hanno le cognizioni per distinguere le responsabilità, districarsi tra le argomentazioni o attribuire le cause all’inefficacia delle norme, dei controlli o delle sanzioni. Che il denaro destinato al sindaco Orsoni sia stato utilizzato dal diretto interessato per fini personali o dal partito che ne ha sostenuto la candidatura, al comune cittadino poco importa. Come poco importa all’opinione pubblica discernere tra il politico che chiede denaro ad un imprenditore a fin di bene (per risanare un’azienda e salvare posti di lavoro, per esempio) o per arricchirsi. Qualunque sia il fine, l’imprenditore prima o poi ti presenterà il conto e chiederà qualcosa in cambio. Di fronte alla riprovazione sociale e all’esasperazione dei cittadini non è facile fare dei distinguo. Oggi appare più premiante, in termini di consenso, essere giustizialisti anziché garantisti.
La decisione di nominare il magistrato Raffaele Cantone a Commissario straordinario dell’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici, conferendogli poteri speciali, tra cui il commissariamento ad hoc di appalti sospetti, indica la volontà del governo di reagire all’ennesimo scandalo delle tangenti, per porre un argine al fenomeno ma anche per non deludere l’aspettativa del cambiamento suscitata dal nuovo esecutivo, non dissipare il credito di cui gode e non sprecare la lieve ripresa di fiducia degli ultimi mesi. Ma tutto ciò non basta, dato che Renzi oltre ad essere premier è anche neosegretario del Pd, nelle cui file vi sono esponenti coinvolti nei fatti in questione e la distinzione tra vecchio e nuovo partito, per quanto utile nell’immediato per mettere in chiaro le responsabilità, alla lunga potrebbe perdere di efficacia. Pertanto non può permettersi di abbassare la guardia, perché bonificare la politica ha una rilevanza decisamente superiore a quella attribuita alle riforme, che pure sono molto importanti per l’opinione pubblica.

Il Corriere della Sera 16.06.14

"Gli chef e il bello dell’Expo", di Michele Brambilla

Se si facesse un rapido sondaggio fra gli italiani chiedendo che cosa viene loro in mente non appena sentono la parola «Expo», quasi certamente la risposta più frequente sarebbe: «Tangenti»; e la seconda «ritardi nei lavori». Se ce ne fosse poi una terza, sarebbe «opere inutili». Di simili risposte i primi responsabili saremmo, ovviamente, noi giornalisti, che dell’Expo raccontiamo esclusivamente gli aspetti negativi.

Ma, più in generale, responsabile sarebbe un’antica – e in questo momento particolarmente vivace – vocazione italiana all’autodiffamazione. Che l’Expo possa essere una straordinaria occasione non solo per creare lavoro nel 2015, ma soprattutto per far conoscere nel mondo le nostre eccellenze, non viene in testa quasi a nessuno. Prova ne sia, fra l’altro, che dell’Expo si continua a parlare come di un evento milanese, senza pensare a quanta parte del Paese si potrebbe coinvolgere.

Qualcuno, per fortuna, reagisce. Sabato e domenica prossimi, 21 e 22 giugno, davanti al Grand Hotel di Rimini verrà inaugurato un grande spazio nel quale ventiquattro grandi chef – dodici emiliani, dodici stranieri – cucineranno i prodotti di quel pezzo d’Italia che è la via Emilia, i 329 chilometri che collegano appunto Rimini alla Milano dell’Expo. L’iniziativa è del sindaco di Rimini Andrea Gnassi, del grande chef modenese Massimo Bottura e dal patron di Eataly Oscar Farinetti: saranno loro tre, sabato 21 alle 11,30, a presentare la kermesse, che si svolgerà in un grande tendone da circo dedicato al capolavoro di Fellini «Otto e mezzo». La manifestazione sarà aperta al pubblico, che potrà assaggiare i piatti dei grandi cuochi e, alle bancarelle sul lungomare, acquistare i prodotti dop dell’Emilia Romagna, che sono trentanove, in attesa che diventino quaranta con la piadina.

La due giorni è intitolata «Al Meni» (le mani, in romagnolo) come una poesia di Tonino Guerra perché, ha spiegato Massimo Bottura, «noi chef manipoleremo i prodotti raccolti e lavorati con le mani da quegli eroi che sono i contadini: sarà una celebrazione dell’artigianato italiano. Noi possiamo rialzarci grazie a queste cose: abbiamo prodotti straordinari e artigiani straordinari. Dobbiamo dire al mondo: venite a vedere che cosa abbiamo!».

«L’Italia», dice il sindaco di Rimini Andrea Gnassi, «è piazzata dal quindicesimo al diciottesimo posto nel mondo per il brand. Dovremmo essere al primo. Solo su quella via Emilia che vogliamo celebrare in questi due giorni, l’Italia ha dato al mondo la Ferrari e la Ducati, il parmigiano reggiano il culatello la mortadella e la piadina, Verdi Fellini e il turismo balneare. Oggi invece buchiamo lo schermo, purtroppo, su altri temi». Al Meni però è nata proprio come reazione a questi altri temi: «L’abbiamo pensata come risposta alle delusioni che poteva dare l’Expo. Sulla riviera romagnola ogni estate trovano ospitalità sedici-diciassette milioni di persone, in buona parte stranieri: perché non cercare di attirarli all’Expo?».

Eppure, finora il Comune di Rimini non è ancora riuscito a ottenere di poter vendere, ai turisti che verranno, i biglietti per l’Expo: strano caso di autolesionismo o, come è di moda dire, di «un Paese che non fa sistema». Anche la presentazione di Al Meni – avvenuta nella nuova sede milanese di Eataly – avrebbe meritato maggior attenzione da parte dei responsabili dell’Expo. Così, anche una rassegna gastronomica diventa specchio della bizzarria di un Paese che avrebbe tutto per ripartire ma che trova sempre qualche pretesto per non farlo. «Dobbiamo smettere», dice Gnassi, «di dire che abbiamo grandi talenti. Dobbiamo usare i nostri talenti».

La stampa 16.06.14