Latest Posts

"I professionisti del precariato", di Eleonora Voltolina

In teoria sono freelance, in pratica dipendenti senza alcuna tutela. Una ricerca della Cgil racconta il dramma dei lavoratori autonomi. il 25% guadagna meno di 10mila euro all’anno. Per entrare nel mondo del lavoro ci sono tre strade. La prima è quella standard: cercare un posto da dipendente, sempre più raro. La seconda, mettersi in proprio creando un business e trasformandosi in imprenditori, malgrado il sistema bancario non offra facilmente credito ai giovani senza la garanzia degli indispensabili, onnipresenti genitori. La terza è inserirsi nel mercato come “freelance”, offrendo le proprie competenze a chi ne abbia bisogno e sia disposto a pagarle. Per chi sceglie, o viene costretto a scegliere, quest’ultima strada – un elenco sterminato ed eterogeneo: dagli avvocati ai commercialisti , dai consulenti ai promotori, dagli architetti ai geometri, e poi ancora psicologi, musicisti, pubblicitari, traduttori, giornalisti… – si apre un futuro di autonomia, senza l’obbligo di timbrare il cartellino o di concordare le ferie, ma soprattutto di rischio, perchè il guadagno di ogni mese dipenderà da quanto i propri servizi saranno richiesti, quanto puntuali i pagamenti, quanto fedeli i clienti.
UN FUTURO oggi caratterizzato da grande incertezza e dal pericolo che il lavoro autonomo diventi uno altro bacino di precari: come conferma la ricerca “Professionisti: a quali condizioni?”, appena svolta dall’Ires – l’Istituto ricerche economiche e sociali – su un campione di quasi 4 mila persone.
Tra gli autonomi i ricercatori dell’Ires individuano tre sottoinsiemi: quelli a rischio di precarietà, i liberi professionisti con scarse tutele e quelli affermati. Peccato che nell’ultima fascia finisca solamente il 20 per cento degli intervistati, con una spiccata quanto ovvia prevalenza di maschi over 45, lasciando il restante 80 per cento in una situazione quantomeno difficile. Si legge nella premessa, curata dal responsabile professioni della Cgil Davide Imola, che in Italia esistono quasi 9 milioni di partite Iva, di cui 6 milioni e mezzo attive. Ogni anno se ne aprono 200 mila, e secondo l’Isfol quelle false, che mascherano cioè un lavoro subordinato, sono ben 400 mila. Le partite Iva rappresentano oltre due terzi del campione: la ricerca ne è quasi una radiografia, da cui emerge che nella maggior parte dei casi si è autonomi per forza o per esplicita richiesta del datore di lavoro. I freelance per scelta sono infatti meno della metà. Lavorano più dei subordinati, quasi nove ore al giorno, sono più sotto pressione e guadagnano troppo poco: uno su quattro porta a casa meno di 10mila euro all’anno.
LE PROSPETTIVE retributive si fanno via via più cupe a seconda del settore – i professionisti della cultura e dello spettacolo sono quelli messi peggio – e la soglia dei 30 mila euro, che significa almeno 2.500 euro al mese, viene superata solo dal 17,2 per cento dei professionisti. A questo si aggiunge una disparità nella relazione con i committenti: spesso la contrattazione non esiste, e o si accettano le condizioni proposte o si resta senza lavoro.
Altro punto dolente, il tempo incredibilmente lungo che si impiega per cominciare: si arriva alla professione a 28 anni e mezzo, dopo ben quattro anni di gavetta costellati di “fasi di studio, disoccupazione, praticantato, tirocini e stage”. E prima di riuscire a ottenere un compenso si lavora gratis in media quasi un anno: la gerontocrazia comincia proprio qui, quando centinaia di migliaia di giovani lavorano senza potersi però rendere indipendenti e autonomi.
Insomma in Italia la terza strada è accidentata da un canale d’ingresso troppo lungo e pieno di insidie, prospettive di guadagno deprimenti, costante necessità di essere aiutati dai genitori (oltre la metà degli intervistati ammette di ricevere aiuti), preoccupazione per un futuro previdenziale dai contorni fumosi (per uno su sette non è addirittura versato alcun contributo pensionistico), e un’altissima probabilità che il “professionista autonomo” lo sia per scelta di qualcun altro e non sua.
C’è dunque urgenza di un’azione forte non soltanto rispetto alla definizione di standard retributivi (i giornalisti sono in testa nel richiederli, e a ragione: alcune testate pagano vergognosamente meno di dieci euro per articolo) ma anche rispetto all’accesso, al welfare e alla pressione fiscale. Un’altra grande sfida che sindacati, ordini professionali e associazioni di categoria non possono più esitare a raccogliere.

da Il Fatto quotidiano 28.04.11

"Due leader contro l’Ue", di David Sassoli e Catherine Trautmann

La lettera che Berlusconi e Sarkozy hanno inviato al presidente del consiglio europeo Van Rompuy e al presidente della commissione europea Barroso è una risposta di breve respiro e pericolosa di fronte ad una situazione seria.
Se è giusto considerare che la gestione di un afflusso di immigrati deve essere responsabilità dell’Unione europea, voler modificare gli accordi di Schengen nel modo in cui i due capi di stato propongono testimonia un’interpretazione sbagliata e preoccupante dei poteri dell’Unione europea in materia.
Chiedere, come fanno, di prevedere modifiche degli accordi di Schengen dimostra che fingono di ignorare che tali disposizioni sono già contemplate nel medesimo accordo e non rappresenta la risposta europea che i cittadini si attendono per far fronte alle sfide.
Nel momento in cui esistono tensioni nell’area del mediterraneo, l’Unione europea, deve attivarsi per accompagnare le riforme democratiche richieste dalle popolazioni del Nord Africa, per avviare forme di partenariato più consone alla realtà e per poter gestire insieme i flussi migratori da una parte e dall’altra del Mediterraneo.
Al contrario, il messaggio inviato da Berlusconi e Sarkozy, mira a mostrare che solo il livello intergovernativo è adatto a determinare chi deve agire in occasione di circostanze “eccezionali”. Ravvediamo in ciò una chiara ostinazione a rifiutare la creazione di soluzioni veramente europee delegittimando allo stesso tempo le politiche messe in atto sino ad ora anche dai loro stessi governi.
Non inganniamoci: i due premier sono alle prese con formazioni populiste nei loro rispettivi paesi. Per vincere la battaglia della demagogia elettorale la loro ricetta è semplice: gonfiare artificialmente il pericolo dell’immigrazione e disegnare un’Europa incapace di esprimere politiche comuni. Dal consiglio europeo di giugno ci attendiamo posizioni coraggiose che permettano alla commissione europea di avanzare proposte concrete. Una vera politica europea per l’immigrazione deve prevedere tre obiettivi essenziali: fare rispettare pienamente i diritti dei richiedenti asilo, combattere con determinazione il traffico degli esseri umani e definire i criteri dell’immigrazione regolare in modo giusto, chiaro ed equo.
Questa politica costituisce la base per consentire lo sviluppo economico di quei paesi dell’area mediterranea e dare un futuro a tutti coloro che hanno optato per la democrazia mettendo a rischio anche la loro vita.

da Europa Quotidiano 28.04.11

"Perché l´amore omosessuale in Italia è ancora uno scandalo", di Michela Marzano

Gli insulti per strada, le critiche del governo a immagini pubblicitarie dimostrano come nel nostro paese fa fatica ad affermarsi ciò che altrove è normale.
Un´ostilità causata dalla stupidità e dall´ignoranza di pochi, ma soprattutto dall´atteggiamento di certi politici e intellettuali. Che sia in nome della moralità, della natura del diritto o della religione, le nostre classi dirigenti continuano a negare l´evidenza
Camminava per strada ed è stata insultata. A due passi da Montecitorio, nel centro di Roma. Paola Concia stava passeggiando mano nella mano con la sua compagna. Due donne insieme, ecco lo scandalo, per l´omofobo di turno. Che ha urlato che quelle così “devono mandarle nei forni crematori”. Di fronte all´indifferenza generale. Come se il fatto di essere omosessuali fosse una colpa da espiare.
Ma in Italia va così, ennesima prova dell´incapacità della nostra classe dirigente di garantire a tutti i cittadini pari rispetto e pari dignità. Perché l´ostilità nei confronti dell´omosessualità non è solo il frutto dell´ignoranza e della stupidità di pochi, ma viene anche costantemente alimentata dalle dichiarazioni e dagli atteggiamenti di alcuni intellettuali e di una buona parte del mondo politico. Dopo le assurde dichiarazioni del vicepresidente del Cnr sugli “invertiti” che sarebbero stati responsabili della caduta di Roma, ecco il sottosegretario alla Famiglia, Carlo Giovanardi. Che questa volta se la prende con la pubblicità dell´Ikea, definendola offensiva, di cattivo gusto e in contrasto con la Costituzione italiana. Una provocazione “inaudita” quel manifesto che ritrae di spalle due ragazzi che si tengono per mano con lo slogan sfacciatamente eversivo “Siamo aperti a tutte le famiglie”. Mentre, come è ovvio, di famiglia, ne esiste solo una, quella “naturale”…
Che sia fatto in nome della natura, della morale, della religione o del diritto, in Italia si continua a negare l´evidenza. Quella che, per altro, coglie la pubblicità, facendone un chiaro target di mercato. Le coppie gay esistono, sono numerose e hanno diritto di vivere liberamente la propria sessualità, le proprie tenerezze, i propri amori. In Italia come nel resto del mondo. Le canzoni e i film ci raccontano ormai da molti anni le loro storie, non solo drammatiche e sempre più comuni, persino banali nella quotidianità. Si tratta dei nostri amici, delle nostre sorelle, dei nostri figli. Sono come tutti gli altri. Uomini e donne che si innamorano, litigano, vivono in coppia, hanno figli, vanno a fare la spesa: né meglio né peggio degli altri. Solo che in Italia, a differenza di molti paesi europei, esiste una frattura tra il mondo reale e il mondo politico. Si continua a fare “come se” le famiglie gay non esistessero. Come se il fatto stesso di evocarne l´esistenza fosse blasfemo. Perché costringe a riconoscere dei diritti (e dei doveri, ovviamente), ben oltre le pratiche, le trasgressioni e i desideri sessuali, che possono essere diffusi, tollerati e persino accettati, soprattutto quando sono bizzarria da vip.
Non si spiega altrimenti la reazione di Giovanardi. E che, nonostante esista già da tempo un testo unificato che si potrebbe approvare velocemente, non si riesca ancora a far approvare la legge contro l´omofobia. Unico modo per colmare il vuoto legislativo che lascia l´Italia tra i pochi Paesi dell´Ue a non avere alcun tipo di regolamentazione in materia. Ecco perché, anche quando i gay e le lesbiche cercano semplicemente di vivere la propria vita come chiunque altro, c´è ancora chi si permette di offenderli, insultarli o attaccarli fisicamente. C´è come un sentimento di impunità che garantisce chi agisce in questo modo. E che spiega anche perché pochi reagiscano o si indignino.
Anche perché, ai vertici dello Stato, non solo non si fa nulla perché queste violenze cessino, ma si alimenta con battute o affermazioni infondate l´idea di una presunta “inferiorità” dei gay. Il più delle volte in nome di un cosiddetto “ordine simbolico” che, però, non ha più alcun fondamento. Un ordine simbolico retrogrado, che si appoggia su una serie di dicotomie metafisiche e radicali che per secoli sono servite per legittimare le più gravi ingiustizie, come la differenza ontologica tra l´anima e il corpo, l´uomo e la donna, la natura e la cultura, la normalità e l´anormalità. Sono queste le categorie che hanno fin troppo a lungo strutturato il pensiero in modo dicotomico, legittimando l´instaurazione di una gerarchia di valori immutabili ed eterni cui tutti dovrebbero conformarsi. Sono queste stesse categorie che contrappongono l´eterosessualità all´omosessualità, come se, da un lato, ci fosse la norma e, dall´altro, la devianza. Da una parte, la “famiglia naturale”, dall´altra le “unioni innaturali”.
Nell´impossibilità di pensare l´esistenza e di concettualizzarne le sfumature, la logica binaria ha permesso, per secoli, di giustificare la schiavitù come se, per natura, alcune persone fossero inferiori ad altre. Ha relegato le donne al ruolo di madri, come se esistesse, per loro, una necessità biologica di procreare. Ha considerato l´omosessualità come una perversione della natura, come se il desiderio potesse essere codificato. Ma l´esistenza, al contrario dell´essenza, è sempre complessa, molteplice, variegata. Come spiega negli anni 1970 Georges Canguilheim, nella realtà non esiste alcuna norma valida per tutti. Quando si parla degli esseri umani, non ha alcun senso invocare una «normalità naturale».
Si dovrebbe lasciare stare la “natura” ed evitare di tirarla in ballo ogni volta che qualcosa disturba. Si dovrebbe piuttosto prendere atto del fatto che i gay sono come tutti gli altri e che, come chiunque, hanno voglia di fondare una famiglia. Indipendentemente dalla propria appartenenza politica o dal proprio credo religioso, continuare a negare la loro esistenza come individui e come famiglie è assurdo, non concedere loro gli stessi diritti è ingiusto, permettere che alcuni si sentano autorizzati a insultarli è criminale.

La Repubblica 28.04.11

"Il lavoro manuale fa rima con istruzione qualificata", di Michele Dau

La presa in giro dei giovani prosegue alla grande. Se non trovate lavoro è perché praticate gli studi più sofisticati e scansate ogni lavoro faticoso. È questo il nuovo mantra pasquale di certi ministri berluscones ex socialisti (che quindi si sentono più furbi di tutti). Togliete il lavoro manuale a un senegalese o a un marocchino e sarete a posto. Il messaggio dovrebbe anche rassicurare taluni elettori benpensanti e un po’ razzisti.
Questa propaganda “intelligente” deve essere contrastata con determinazione. Non è vero che i giovani rifiutano il lavoro manuale e operaio perché faticoso e “sporco”: più di un terzo dei lavoratori dipendenti sono operai, e quasi un terzo degli operai sono giovani con meno di 35 anni. Chi lo afferma nega la realtà e offende la dignità dei loro nonni e dei loro padri, spesso operai anche loro.
Le sfide dell’economia moderna suggeriscono invece percorsi più concreti e credibili di quelli evocati dai nostri ministri: manifattura e conoscenza si intrecciano sempre di più, tecnologie e abilità manuali sono interconnesse, esperienze pratiche e nuovi saperi sono indispensabili per rispondere alle domande di innovazione e di qualità presenti in ogni settore.
Queste cose la gran parte dei giovani le conosce molto bene e cerca, in ogni modo, nella precarietà di questi anni, di costruire la propria strada. Contrapporre il diritto costituzionale a una istruzione qualificata, con il diritto al lavoro vuol dire non conoscere la grammatica sociale elementare, non solo a livello costituzionale, ma nel sentire comune delle persone.
Bisogna dare dignità al lavoro manuale e operaio, al lavoro artigiano, al lavoro agricolo, al lavoro tecnico di manutenzione, al lavoro nell’edilizia specializzata e nell’ambiente. In tutti questi casi ci vuole più sicurezza e un miglior salario, come chiedono unitariamente i sindacati. Si tratta di lavori sempre più importanti e preziosi in una società moderna sempre più organizzata e ricca di beni e di servizi avanzati.
Per alzare la quantità dei giovani verso queste linee di attività ci vuole più istruzione, più educazione e più orientamento serio da parte delle strutture pubbliche. Gli esempi e le direttive pubbliche negli ultimi anni sono state devastanti: un ministro lombardo del settore scolastico che va in Calabria a svolgere l’esame di avvocato; un presidente del consiglio che invita le ragazze a fare le veline o a cercare un marito ricco per svoltare, e i ragazzi o i cassaintegrati a cercare lavoretti in nero. Gli effetti di questo “dis-orientamento” si vedono nei fatti. Tra il 2008 e il 2009 gli studenti delle scuole tecniche sono diminuiti del 2,5%.
Mentre gli studenti che hanno partecipato a percorsi di scuola-lavoro sono cresciuti del 50% nel 2006-2008 e solo del 3% nel 2009-2010. Le riforme fatte dal centrosinistra alla fine degli anni novanta, e nella sfortunata legislatura scorsa, erano tutte nella direzione giusta: bisogna ricordarsele queste cose. Negli ultimi anni, purtroppo, il degrado è stato crescente. L’attacco sistematico alla scuola pubblica, all’università, alla ricerca, alla cultura storico-letteraria, alla cultura scientifica: un grottesco universo abitato solo da “comunisti” da abbattere con disprezzo.
Riproporre antiche divisioni del lavoro (tra operai e intellettuali) vuol dire tornare indietro di cento anni, quando certi socialisti e i fascisti rivoluzionari intorbidavano insieme le acque del paese. Ma la residua forza del centrodestra in agonia politica non risiede soltanto in questa propaganda primitiva. Bisogna piuttosto guardare alla società corporativa e protetta, alle lobbies commerciali e professionali, a tutti quelli che vivono di grandi e piccole rendite al riparo da ogni ragionevole competizione.
Sistemi di grandi servizi pubblici e privati, reti professionali chiuse ed esose, gruppi di imprese fornitrici sempre privilegiate per i circuiti particolari: sono questi i nemici veri dei giovani e della crescita del paese.
Tornate al “lavoro manuale” detto da questi interessi, e da chi li rappresenta, vuol dire rinunciate a leggere più libri, ad andare a teatro, a commuovervi con la poesia; rinunciate ai vostri diritti, alle vostre speranze, al vostro futuro. E questo i giovani, e tutti lavoratori disoccupati, non possono proprio accettarlo.

da Europa Quotidiano 28.04.11

"Padani senza bussola", di Marcello Sorgi

Accompagnata dai lazzi e dallo scherno di tutti gli altri partiti, scettici già da martedì sull’eventualità che Bossi sulla Libia facesse sul serio, la crisi della Lega è esplosa tutta insieme ieri con un rincorrersi di dichiarazioni che prima sembravano ammorbidire la rottura sui bombardamenti e poi via via l’hanno confermata. Il paradosso è che il capogruppo alla Camera Reguzzoni nel giro di un paio d’ore ha offerto al governo un ramoscello d’ulivo e subito dopo, smentendo se stesso, ha confermato la linea dura ufficializzata dalla Padania, che per l’intera notte, a quanto ha raccontato il direttore Boriani a Paola Saluzzi su Sky, ha potuto usufruire di un collaboratore d’eccezione: il Senatùr in persona, rimasto in redazione a smaltire i fumi di rabbia che la conclusione del vertice italo-francese e la completa acquiescenza di Berlusconi a Sarkozy gli avevano provocato. Ma il sarcasmo di partiti e osservatori non fa purtroppo il conto con le conseguenze del travaglio del Carroccio, in cui si mescolano chiaramente elementi personali oltre che politici. Bossi è ormai un leader più carismatico che esecutivo. Le sua presenza è spesso intermittente, sotto di lui non esiste uomo o struttura che possa esercitare supplenze di alcun tipo. In un sistema politico che richiede continue prese di posizione e reazioni a tempo di Internet, la Lega, in attesa che il leader si pronunci, allinea fin troppo spesso dichiarazioni contraddittorie o alla rinfusa, che richiedono robuste e continue correzioni di rotta. Tra le file inquiete del Carroccio è anche possibile riconoscere, se non proprio correnti, aree diverse: il cerchio magico che circonda il Senatùr, composto dai capigruppo Reguzzoni e Bricolo e dalla vicepresidente del Senato Rosi Mauro, l’ala istituzionale che fa capo a Maroni, al governatore del Veneto Zaia e alla schiera dei sindaci quarantenni, i battitori liberi come Calderoli e, su un piano diverso, Borghezio.

Per fare un solo esempio, e per non parlare solo della Libia, il fatto che dopo l’intervista in cui Galan attaccava Tremonti si siano dovute aspettare quarantotto ore per leggere sulla Padania una difesa del ministro che è considerato il punto di riferimento leghista nel partito berlusconiano, e che la stessa presa di posizione non abbia poi trovato grande eco nelle file del Carroccio, la dice lunga sulla confusione che regna all’interno del principale alleato di governo del Cavaliere. Così che la Lega, per com’è messa, non può certo aprire una crisi di governo. Ma neppure essere di grande aiuto a governare.

La Stampa 28.04.11

"Diritto di vivere, diritto di morire", di Adriano Sofri

Ci sono incipit memorabili, come questo nei titoli d’agenzia di ieri: “Il Parlamento accelera sul fine vita”. Svelti, si muore. Cioè, si vota. In realtà era un falso movimento, la simulazione di un’inversione dell’ordine del giorno fra la borsa e la vita: ma la borsa – il “Documento di economia e finanza”- conserva la precedenza, e la vita può aspettare, fino a maggio inoltrato almeno. Votare di maggio ci vuole tanto, troppo coraggio, ma questi ce l’hanno. Ieri, per stare al gioco, Berlusconi ha inoltrato una lettera aperta ai suoi deputati. Chiunque gliel’abbia scritta, ha fatto in modo che trasparisse il carattere apocrifo del testo.

C’è anche un appello ultraweberiano a conciliare l’etica della convinzione con quella della responsabilità, “come sempre” e una propria convinzione assai poco favorevole alla legge. Il risultato fa sobbalzare. Recita la lettera: “Sul ‘fine vita’, questione sensibile e legata alla sfera più intima e privata, non si dovrebbe legiferare e anch’io la penserei così se non ci fossero tribunali che, adducendo presunti vuoti normativi, pretendono in realtà di scavalcare il Parlamento e usurparne le funzioni”.

C’è un capo e una coda. Il capo è ragionevolissimo, e ben detto, fino a “non si dovrebbe legiferare” compreso. Qui occorreva far punto, e piantarla lì. Ma la lettera era di Berlusconi, e Berlusconi è uomo d’osservanza alla morale cattolica, nella versione propugnata dalla gerarchia, tanto
più quando si tratti delle “questioni legate alla sfera più intima e privata”. Dunque la coda, “anch’io la penserei così, se non…”. Se non cosa? Uno pensa che non si debba invadere la sfera più intima e privata, addirittura l’ora della nostra morte, e poi trova un argomento minore, una riserva, che lo induce ad accantonare un pensiero così decisivo? E qual è questo argomento? “I magistrati”, diranno subito all’unisono i miei lettori grandi e piccoli, e infatti. Tribunali. Nemmeno più le Procure e i Pubblici Ministeri: Tribunali a carriere riunite. Il riferimento implicito ma fin troppo chiaro è ancora una volta alla ragazza Eluana e all’infinito dolore dei suoi. I tribunali si pronunciarono tante volte e nei modi più diversi su quella vicenda amarissima, che altrimenti sarebbe stata sciolta brevi manu. Un uomo triste e coraggioso volle che fosse riconosciuto il diritto alla scelta che sapeva essere stata di sua figlia. Alla fine di un vero calvario, “i tribunali” lo riconobbero, e anche allora governo e maggioranza parlamentare si accanirono ostentatamente nella gara a disputargli il corpo di sua figlia. Non la volevano, allora, una legge che sancisse ciò che dovrebbe essere la premessa di ogni relazione fra gli umani, il diritto di ciascuno a decidere del proprio corpo, a essere il proprio corpo. Erano gli altri a propugnare la legge, a voler mettere nero su bianco una libertà così elementare e fondativa. Poi, di colpo, la maggioranza si ricordò di essere maggioranza, e di poterne abusare, e scelse euforicamente di battersi lei per una legge alla rovescia, che negasse quel diritto, che mettesse il mondo a testa in giù e proclamasse l’idratazione e l’alimentazione artificiale pratiche obbligatorie per mano dello Stato.

È passato tanto tempo, da allora, e i compiaciuti deliri di questa maggioranza e del governo che la tiene al guinzaglio si sono spinti molto oltre anche nelle dichiarazioni più futili e grottesche.

Ministri e Parlamento vogliono decretare che la nutrizione forzata (avete provato? Io sì) non è una terapia. Hanno decretato che una ragazza cui vanno tutti i miei auguri era, secondo il capo del governo, una nipote d’Egitto. Scherzi da prete, seriamente argomentati e votati da uomini (e donne) adulti e ben pagati: al cui colmo sta lo scherzo da vescovo per il quale la persona non può decidere di sé, della propria nutrizione forzata, della rinuncia a cure non più volute e anzi temute e aborrite. Si è detto mille volte che il risvolto paradossale di questa orrenda prepotenza sta nella diffusa indifferenza al bisogno di aiuto morale e materiale di coloro che, a costo di ogni sofferenza, desiderano continuare a essere curati e a vivere. Si usa come un esorcismo la parola “eutanasia”, facendone il sinonimo del rifiuto dell’accanimento della cura. E si ignora la differenza da chi rivendica una libertà per sé battendosi perché a ciascun altro sia assicurata la stessa libertà, anche quando si traduca in scelte opposte. È questa, oltre alla constatazione di un governo e una maggioranza parlamentare di introvabile ottusità e arroganza, la ragione vera della superfluità di una legge, che non vuole garantire a tutti un diritto, ma solo negarlo ad alcuni (e gli alcuni sono per di più la maggioranza dei cittadini: ma sarebbe lo stesso se si trattasse della minoranza di uno).

Ecco, mi sono di nuovo fatto prendere la mano e scrivere parole solenni, così fuori posto nella tragicommedia in corso. Torniamo alle frasi firmate da Berlusconi, e in particolare a quel piccolo argomento che capovolge il principio, quella minuscola riserva: “Se non ci fossero tribunali…”. Ipotesi sentita, quasi sognante: “Se non ci fossero tribunali”, come sarebbe bella la vita, e il fine vita. La conclusione necessaria della lettera di Berlusconi sarebbe un’ennesima, e appena più drastica e universale, riforma della giustizia: l’abolizione dei tribunali. Ma qui la lettera ha esitato, le è mancato, nonostante tutto, il coraggio. Per questo, i tempi non sono ancora maturi. Dunque accontentiamoci dell’espropriazione dei corpi agonizzanti che la nostra legge, “sintesi e mediazione alta”, consente. “Noi liberali, cristiani, socialisti, riformisti, credenti di fedi diverse e non credenti- scrive la lettera – noi moderati, insomma, siamo convinti che la libertà, bene prezioso, non possa arrivare a negare la vita”. Tutti gli altri, noialtri, neghiamo la vita. Mah. Dirò un’ultima cosa seria a Berlusconi e a chi per lui. Questa legge solleva in tante persone di ogni età e condizione d’animo e di salute una paura, un’offesa e uno scandalo tali che potrà diventare il fomite di decisioni estreme, dettate dalla volontà di sottrarre sé o i propri cari a una violazione e una sofferenza senza riparo. Ci pensi, chi abbia ancora a che fare con la vocina della coscienza.

La Repubblica 28.04.11

Il PD al servizio della vittoria del centrosinistra

Presentazione dei candidati per le prossime elezioni amministrative del 15 e 16 maggio. Bersani: “Ci avviciniamo al rush finale di questa campagna elettorale con fiducia, allegria e ottimismo perché il Paese ne ha bisogno”.
Guarda gli interventi di:
Davide Zoggia – Responsabile Enti Locali PD
Salvatore Scalzo – Candidato Sindaco di Catanzaro
Daniele Bosone – Candidato Presidente della Provincia di Pavia
Piero Fassino – Candidato Sindaco di Torino
Giuliano Pisapia – Candidato Sindaco di Milano
Mario Morcone – Candidato Sindaco di Napoli
Micaela Fanelli – Candidata Presidente della Provincia di Campobasso
Claudio Moscardelli – Candidato Sindaco di Latina

*****

“Ci avviciniamo al rush finale di questa campagna elettorale con fiducia, allegria e ottimismo perché il Paese ne ha bisogno. Il Pd è al servizio di una grande avanzata del centrosinistra senza gelosie di partito ma per dare una mano perché vincano energie vere e nuove”. Così il segretario del PD, Pier Luigi Bersani, ha dato il via alla campagna elettorale per le amministrative, riunendo a Roma i candidati del centrosinistra.

Al residence di Ripetta, erano presenti quasi tutti i candidati delle prossime elezioni amministrative, a cominciare da Piero Fassino in pista a Torino, Virginio Merola, candidato a Bologna, Mario Morcone che corre per la carica di sindaco a Napoli e Giuliano Pisapia, che sfida Letizia Moratti a Milano.

“Sarà una campagna molto impegnativa – ha continuato Bersani – perché siamo in un universo politico totalmente diverso da cinque anni fa perché dopo quel momento cominciò la grande promessa e illusione del centrodestra”.

“Abbiamo portato i contenuti a noi più cari: per noi gli enti locali non sono una malattia ma possono essere una medicina mentre per il governo gli enti locali sono stati trattati come puri enti di spesa con un crollo degli investimenti mentre Comuni e Regioni possono essere una frontiera contro l’incombere delle grandi questioni sociali”. Altro caposaldo di queste elezioni “è la partecipazione perché noi non siamo quelli dell’uomo solo al comando ma governiamo con partecipazione. Noi siamo quelli della sobrietà, del rigore e della buona amministrazione e abbiamo come asticella un codice etico molto stringente così come noi siamo quelli dell’ambiente e della crescita sostenibile”.

Il voto amministrativo sarà “un modo per dare un segnale sul piano del nucleare dopo le curiose affermazioni del premier che apertis verbis ha ammesso che il piano è stato bloccato per paura di una bocciatura al referendum ma che lui vuole andare avanti”.

A conclusione dell’incontro il segretario del PD si è dichiarato molto soddisfatto. “C’è una squadra di gente per bene, di gente che non è stata unta dal signore in questo o in quel palazzo romano. Gente che non ha nessun interesse particolare da difendere. Gente che si mette a servizio di un’idea: quella che da una città e dall’impegno diretto possa scaturire l’energia per un’Italia diversa. Questa è la strada da intraprendere, la strada che esce fuori da gente per bene. Non c’è altra strada da seguire”.

www.partitodemocratico.it