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"La "scossa all´economia"? Dopo due mesi il nulla", di Massimo Giannini

Annunciavano una «scossa», e invece è stata una truffa. Oggi, a due mesi esatti dal varo del famoso «Big bang della ripresa», i nudi fatti dimostrano che il pacchetto «scossa all´economia», approvato a Palazzo Chigi il 9 febbraio scorso, è stata una banale operazione di marketing politico, una volgare «televendita», un puro diversivo. L´Italia è ferma, e il governo è immobile. È un giudizio basato sull´evidenza, non un pregiudizio dettato dall´ideologia. E non lo inficia il grande attivismo di Giulio Tremonti, sulle nomine nelle public utilities, sul ribaltone alle Generali e ora sulla nascita del Fondo salva-imprese da 20 miliardi, che nascerà lunedì sulle fondamenta della Cassa depositi e prestiti e che (anche se il ministro lo nega) somiglia tanto all´Iri del Terzo Millennio.
Queste sono altre «partite»: riguardano il potere dell´establishment, non la crescita del Paese. La partita della crescita la stiamo perdendo. Per la semplice ragione che il governo non la sta giocando. «Per tornare a crescere dobbiamo dare una forte scossa all´economia. Forse la più forte che ci sia mai stata». Era il 2 febbraio, e Silvio Berlusconi, in un´intervista al Tg1 delle otto rassicurava così gli italiani, fiaccati da una lunga crisi economica, da una crescita zero del Prodotto lordo, da una disoccupazione giovanile al 30%. Una settimana dopo, il 9 febbraio appunto, ecco l´atteso «elettroshock». Consiglio dei ministri straordinario a Palazzo Chigi, per varare il pacchetto «scossa all´economia». In conferenza stampa, con la parata dei ministri al gran completo e un Tremonti silenzioso (e palesemente conscio dell´effetto-raggiro della messinscena) il presidente del Consiglio annunciava entusiasta: «Siamo a un punto di svolta. Con questa scossa rilanceremo l´economia. Siamo sicuri che ci saranno sviluppi positivi, con un impatto sul Pil dell´1,5%. L´obiettivo è raggiungere una crescita del 3%, e perché no, anche del 4% nel giro di 5 anni».
Un trionfo. Salutato con toni celebrativi dall´intero circuito mediatico berlusconiano. Quel mercoledì 9 febbraio, il governo dava il «colpo d´ala» e il premier usciva finalmente dall´angolo, dopo settimane di stillicidio giudiziario con il tribunale di Milano e di quasi suicidio politico dentro la maggioranza. La «scossa» per far ripartire l´economia ruotava intorno a quattro «stimoli». La riforma dell´articolo 41 della Costituzione, per recidere lacci e lacciuoli dello Stato regolatore. Il riordino degli incentivi alle imprese, per renderli veloci e selettivi. Un provvedimento sulla semplificazione, per snellire procedure e adempimenti. Il Piano Sud, rilanciato per la quinta volta in un anno e mezzo. Il Piano Casa, ripresentato per la terza volta dalla vittoria elettorale del 13 aprile 2008.
A sessanta giorni esatti dai proclami del premier, il pacchetto si è dissolto nel nulla. Non uno di quei cinque punti spacciati come «rivoluzionari» all´opinione pubblica si è tradotto in norma di legge. Non uno di quei «miracoli» venduti alle parti sociali si è tradotto in atti concreti. Non c´è nulla. Non solo di varato, ma neanche di discusso, alla Presidenza del Consiglio, nei ministeri competenti, in Parlamento, negli enti locali. Nulla. A dispetto delle emergenze degli italiani e delle urgenze delle imprese.

L´articolo 41 di Tremonti
«È permesso tutto ciò che non è espressamente vietato». Questo era il nuovo «dogma» liberal-liberista, con il quale il governo aveva presentato la riforma dell´articolo 41 di una Costituzione considerata «sovietica» dal premier. Tremonti l´aveva preannunciata da almeno un anno, indicandola come un formidabile propellente per lo spirito d´impresa. Il 9 febbraio il provvedimento viene annunciato dal Consiglio dei ministri. Cambiano tre articoli della Costituzione: non solo il 41 (sulla funzione sociale dell´impresa), ma anche il 97 (con l´introduzione del «merito» nella Pubblica Amministrazione) e il 118 (che si modifica attribuendo allo Stato e agli enti locali il compito di «garantire l´autonoma iniziativa dei cittadini sulla base del principio di sussidiarietà»). Il ministro del Tesoro, che dovrebbe gioire, in conferenza stampa glissa e se ne va quasi subito, per prendere il treno che lo porterà nel Mezzogiorno insieme a Bonanni e Angeletti, in quello che è stato subito ribattezzato come «il viaggio della speranza». Ma riporre speranze salvifiche nel nuovo articolo 41 è fallace. Intanto perché è una revisione costituzionale, che ai sensi dell´articolo 138 richiede quattro lettura parlamentari e un eventuale referendum confermativo. Poi perché in 63 anni le imprese italiane sono nate e cresciute libere anche senza questa «revisione», di cui si fa fatica a comprendere l´impatto. E infine perché quel testo (rubricato alla Camera come n. 4144) è già affondato nel mare degli oltre 120 ddl di riforma costituzionale depositati e mai esaminati neanche in commissione. Nonostante questo, durante la conferenza stampa del 9 febbraio il ministro del Welfare Sacconi non risparmia i soliti toni epici: «Questa è una riforma storica». Come tutto quello che da due anni questo governo annuncia. Ma non fa.

Gli incentivi alle imprese di Romani
Altro ingrediente forte della «scossa», il neo-ministro dello Sviluppo Paolo Romani lo descrive così: «Con questo provvedimento eliminiamo le norme esistenti e riordiniamo gli incentivi in tre categorie: 1) rendiamo più semplice l´accesso agli incentivi automatici; 2) lanciamo nuovi bandi per il finanziamento di programmi organici; 3) snelliamo le procedure negoziali per il finanziamento dei grandi progetti d´investimento». Il testo riscrive «la disciplina della programmazione negoziata e degli incentivi per lo sviluppo del territorio, degli interventi di reindustrializzazione delle aree di crisi, degli incentivi per la ricerca e l´innovazione, di competenza del ministero dello Sviluppo a norma dell´articolo 3 della legge 99 del 23 luglio 2009». Ma c´è un primo problema: come recita il comunicato di Palazzo Chigi del 9 febbraio, il Cdm quel testo non l´ha varato affatto, ma si è limitato ad approvare «lo schema, rinviando ad un apposito decreto legislativo» da esaminare in un successivo Consiglio. C´è un secondo problema: anche quel decreto legislativo non ha mai visto la luce, perché nel frattempo in Parlamento sono scaduti i tempi per esercitare la delega. Quindi si ripartirà da zero. Se mai si ripartirà.

La semplificazione di Calderoli
Il terzo movimento della «frustata» incide sul rapporto tra Stato e mercato. Lo spiega ai cronisti il ministro competente, il leghista Roberto Calderoli: «Si tratta di norme semplificatorie che riguardano campi diversi, contratti pubblici, riqualificazione urbana, immobili di interesse culturale, volte a conferire celerità e snellezza delle procedure». Ma già dalla lettura del comunicato ufficiale di Palazzo Chigi del 9 febbraio, si capisce che la propaganda sta correndo più veloce della realtà. Anche in questo caso, il Consiglio dei ministri non ha approvato nulla, ma «ha avviato l´esame di un pacchetto di norme», e successivamente «ha rinviato a un tavolo di concertazione tra i numerosi ministri interessati la stesura definitiva del provvedimento, che sarà successivamente approvato in una prossima seduta». Da allora, non è stato messo in piedi alcun «tavolo», non c´è stata alcuna «stesura definitiva», non è stata convocata nessuna «prossima seduta». Non basta: il 9 marzo, un mese dopo l´annuncio della «scossa», lo stesso Calderoli ferma clamorosamente le macchine: «Il provvedimento sulla semplificazione slitta a dopo Pasqua». La motivazione riflette il caos entropico e la debolezza politica della coalizione forzaleghista: «Serve prima riportare la maggioranza nelle commissioni, a partire dalla Bilancio». Dunque, anche sulla semplificazione nulla di fatto. Se ne riparlerà a maggio. Salvo ulteriori rinvii.

Il Piano Sud di Fitto
Che sia un probabile bluff si capisce già il mercoledì della «scossa». Il Piano Sud era stato presentato e rilanciato già quattro volte. Ma in conferenza stampa il ministro per le politiche regionali Raffaele Fitto annuncia che entro il primo marzo arriverà la delibera Cipe e dichiara: «Si conferma l´impianto di novembre 2010, ed entro il 30 aprile sarà avviato il pacchetto di provvedimenti di attuazione». Il primo marzo è passato, e la delibera Cipe non si è vista, Al 30 aprile mancano tre settimane, ma non si è mossa una foglia. Lo ha ammesso malvolentieri lo stesso ministro, rispondendo in Senato a un parlamentare dell´opposizione: «La situazione è abbastanza preoccupante per le quantità di risorse rispetto agli obiettivi del piano… Entro marzo, e comunque non oltre aprile, il governo completerà l´iter approvativo… Quanto al Cipe, è chiaro che il riferimento al primo marzo era per segnare un periodo entro il quale completare questa fase… «. Come dire: è una scadenza buttata lì a caso, ma non conta niente e non vincola nessuno. Infatti la scadenza è passata, e niente è accaduto.

Il Piano Casa del Cavaliere
È il progetto sul quale il presidente del Consiglio ha dovuto già innescare due imbarazzanti retromarce. Non pago, il 9 febbraio ci riprova. «Riparte il Piano Casa, in uno dei prossimi Consigli dei ministri vareremo un decreto legge per rimuovere tutti gli ostacoli burocratici». Due mesi dopo, nessun Consiglio dei ministri riunito sul tema, nessun decreto legge varato, nessun ostacolo burocratico rimosso. Il Piano Casa resta una delle peggiori truffe mediatiche di questi ultimi anni. Le Regioni che possono vanno avanti da sole, con misure parziali ed episodiche che aiutano qualche piccola ristrutturazione, ma non danno certo «carburante» alla ripresa. Finora tredici governatori (dal Lazio alla Lombardia, dall´Emilia al Piemonte) hanno varato Piani Casa locali. Da Palazzo Chigi tutto tace.
La parabola del «pacchetto scossa» è tutta qui. La più colossale operazione di propaganda politico-economica mai costruita da un governo nella storia repubblicana. La più inquietante «arma di distrazione di massa» mai concepita da una maggioranza occupata soltanto a risolvere i problemi giudiziari del premier. Solo una domanda, cruciale: di fronte a questi imbrogli evidenti e fraudolenti, l´establishment no ha nulla da dire? Dov´è la Confindustria, raggirata sugli incentivi e sulla sburocratizzazione? Dove sono Cisl e Uil, ingannate sul fisco e sul Mezzogiorno? In attesa di risposte, non resta che aspettare il 12 aprile: entro martedì prossimo, Tremonti dovrà consegnare alla Ue il nostro Piano Nazionale di Riforme. Sarà il momento della verità. A Roma puoi anche barare, a Bruxelles non te lo permettono.

La Repubblica 09.04.11

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“Economia, la grande assente dall’agenda”, di Michele Dau

Le famiglie italiane stanno diventando più povere: alla diminuzione del potere d’acquisto reale del -3,1% nel 2009 si aggiunge quella del -0,6% nel 2010. Di conseguenza cala anche dal 2008 la capacità di risparmio, ovvero quella virtuosità che ha sempre dato un po’ di sicurezza e di coesione sociale. L’inflazione sta rapidamente alzando la testa, trainata dai costi della benzina e dei trasporti. I tassi di interesse della Banca centrale continueranno a salire, frenando l’afflusso di denaro dalle banche alle imprese, accrescendo il costo del nostro debito pubblico e i tassi sui mutui immobiliari.
Il lavoro scarseggia, l’andamento dell’economia è asfittico: questi temi sono però scomparsi dall’agenda di governo, dopo gli annunci delle prime settimane dell’anno. I messaggi di propaganda ripetono come un mantra che non corriamo rischi finanziari perché i nostri conti pubblici sarebbero a posto. Su questo punto si è davvero esagerato nel darne atto a chi ha la guida della cassa: se il rigore finanziario diventa cilicio permanente la società non cresce ma si dissangua, specie nelle fasce medie e in quelle deboli.
Negli ultimi dieci anni la nostra economia è andata indietro, salvo una breve tonicità nel biennio 2006-07. Oggi, con il pil all’1% e l’inflazione che corre oltre il 2% annuo, siamo strutturalmente entrati in un ciclo di crescita reale negativa.
Perché non parlare di questa situazione con franchezza, senza demagogia e senza fuochi pirotecnici? Il settore delle costruzioni, tradizionale volano per la crescita, presenta previsioni fosche. L’Ance ha calcolato una diminuzione degli investimenti nel 2010 pari al 6,4%, e prevede un ulteriore calo del 2,4% nel 2011.
Nel quadriennio 2008-2011 la perdita totale sarà così del 17,8% negli investimenti, pari a 290 mila posti di lavoro. Il quadro del mercato del lavoro è involutivo: solo le sanatorie di badanti e colf stanno tenendo fermo il tasso di disoccupazione. Infatti il numero di lavoratori italiani nell’ultimo trimestre del 2010 è diminuito ancora di 166 mila unità a fronte di una crescita del lavoro degli stranieri di 179 mila unità. La condizione dei giovani è sconfortante: un terzo è senza lavoro e più del 40% lavoricchia precariamente fino a quasi 40 anni. Qual è il futuro per queste generazioni? Quando potranno inserirsi nella vita sociale con piena autonomia e responsabilità? Che pensioni avranno al termine della loro vita lavorativa?
È chiaro che stiamo accumulando un nuovo debito occulto sostanziale perché i governi nei prossimi decenni dovranno intervenire con ingenti sussidi sociali per offrire adeguata tutela a chi non avrà reddito.
La spesa pubblica corrente prosegue senza un vero controllo e con tagli lineari da suicidio. Solo una selezione qualitativa può produrre risparmi veri nei capitoli dove si spende male, per finanziare così interventi mirati ed efficaci. Il debito dello Stato verso le imprese è di circa 80 miliardi di euro. Come può l’economia reale sopravvivere in queste condizioni? Il livello effettivo delle tasse è ai massimi storici.
Anche i costi della politica hanno ripreso a crescere, dopo i timidi tagli del biennio 2006-2008.
L’Italia ha bisogno di segnali veri e di provvedimenti incisivi. La green economy è da noi uno slogan per convegni illuminati. Il potenziamento delle reti di comunicazione e di innovazione tecnologica è rinviato lontano nel tempo. Il miglioramento della qualità ambientale, lo smaltimento produttivo dei rifiuti in tutto il territorio nazionale è un tema solo per le emergenze. Il trasporto urbano e metropolitano dei pendolari e di tutti i cittadini, non trova alcuna attenzione.
Il sostegno alla ricerca, alla logistica, all’organizzazione delle nostre reti di piccole imprese è oggetto di studi accademici, perché ormai anche tutte le associazioni delle imprese hanno da tempo detto tutto in materia.
Nessun paese europeo è così assente dal dibattito sulla crescita economica come il nostro. Secondo i recenti accordi europei, a breve il governo dovrà presentare all’Unione il Programma nazionale di riforme (Pnr) per accelerare la crescita.
Forse qualcuno in segreto sta studiando qualcosa da dire. Forse. È paradossale che non se ne parli, che i principali settori governativi non anticipino valutazioni e indicazioni. Si dovrebbe chiamare il parlamento a un confronto serio e impegnativo. Ma parlare di queste cose in pubblico, nelle istituzioni deputate, equivarrebbe ad ammettere che i problemi ci sono tutti, facendo così sparire quella coltre spessa di propaganda e di omertà mediatica.
Il fatto è che i cittadini, la gran parte dei quali ragiona con la testa propria, cominciano a constatare che le cose non vanno bene e che la prospettiva a medio periodo non è buona. Siamo in una democrazia ancora solida. Se chi governa non vuole parlare di queste cose sarà bene che gli elettori diano loro una scossa alla prima occasione utile.

da Europa Quotidiano 09.04.11

"La Lega tratta e perde sui migranti. Permessi adieu, débâcle con Parigi", Francesco Lo Sardo

L’Italia di Berlusconi-Bossi alla berlina. Fallito vertice Maroni-Gueant. Merkel con Sarkò. Di male in peggio. Parigi dice no. Berlino in serata s’associa all’Eliseo. Mentre da Tunisi, affidata a una nota dell’agenzia di stampa di stato Tap, arriva l’ultima mazzata alla campagna di propaganda e disinformazione messa in atto dalla sgangherata cabina di regia Berlusconi-Bossi-Maroni: «Per quel che riguarda i rimpatri, fonti autorizzate del ministero dell’interno tunisino precisano che essi riguarderanno esclusivamente gli emigrati tunisini che si trovavano a Lampedusa al momento della stipula dell’intesa con l’Italia, e cioè 800 migranti clandestini». È il colpo di grazia. Altro che chiudere i rubinetti e svuotare la vasca.
L’Italietta di Berlusconi, Bossi e Scilipoti fa pagare all’Italia il prezzo della sua anomalia: le destre cugine di Francia e Germania le voltano le spalle. Com’era nell’aria, il vertice di ieri a Milano tra il ministro dell’interno leghista Roberto Maroni e l’omologo francese Claude Gueant è stata una rovinosa Caporetto italiana. I francesi ribadiscono che l’Italia può stampare e distribuire ai migranti sbarcati clandestinamente a Lampedusa tutti i permessi temporanei che vuole: ma per poter passare le frontiere italo-francesi i tunisini in fuga dal nord Africa in fiamme dovranno essere in regola con quanto stabilito dall’articolo cinque del trattato di Schengen. Ovvero, tra l’altro, «disporre dei mezzi di sussistenza sufficienti, sia per la durata prevista del soggiorno, sia per il ritorno nel paese di provenienza o per il transito verso un terzo stato nel quale la sua ammissione è garantita».
Schengen parla chiaro. C’è poco da interpretare. Dice anche, il trattato di Schengen, articolo 5 comma 2, che gli stati possono «derogare a detto principio per motivi umanitari». Se volessero derogare, insomma, potrebbero farlo. Ma evidentemente i rapporti con l’imbarazzante governo Berlusconi, da sempre mal sopportato da Nicolas Sarkozy e da Angela Merkel – espressione di destre assai diverse da quella berlusconiana priva di credibilità internazionale e che si compiace di autorappresentarsi in modo buffonesco all’estero – non sono tali da far scattare alcuna solidarietà.
Egoismi, esigenze elettoralistiche certo pesano nella posizione dell’Eliseo e di Berlino. Ma con l’Italia di Berlusconi c’è un problema politico. Questo è il vero punto: con un altro governo sarebbe stata tutta un’altra storia. Anche perché nulla di tutto ciò cui s’è assistito per mesi – cioè la cinica speculazione politica della Lega sulla pelle dei migranti, la campagna di allarme sociale per «l’esodo biblico» verso l’Italia, quella di denigrazione delle istituzioni europee, i piagnistei sui mancati aiuti economici, il doppio, triplo e quadruplo gioco dell’Italia con Gheddafi e l’ostilità all’iniziativa militare di Sarkozy in Libia – sarebbe avvenuto.
«In Tunisia sono arrivate 170mila persone in fuga dalla Libia – ricordava ieri il vescovo di Tunisi Maroun Elias Nimeh Lahham – e a tutti è stato dato da mangiare e sono stati accolti. E questo l’ha fatto un paese in cui c’è appena stata una rivoluzione…». Parole dure, che inchiodano a un profilo di meschinità e volgarità il governo del plurimiliardario Berlusconi, che pur di restare avvitato a palazzo Chigi ha lasciato l’Italia in balia della propaganda del Bossi del “fora di ball”.
Dopo aver giocato col fuoco vellicando i peggiori e più bassi istinti e le paure popolari sugli immigrati e non soltanto su quelli – come nessuna delle altre destre europee di governo si sogna di fare – per la coppia lombarda è arrivato il momento del redde rationem.
Il no di Francia e Germania mette il governo con le spalle al muro. I migranti restano intrappolati in Italia e se avranno i permessi dilagheranno dai campi provvisori del Sud verso il più ricco Nord, così che nella Lega serpeggia la rivolta contro Berlusconi. Ma è anche rivolta rabbiosa contro le mollezze di Maroni e di Bossi – secondo la base del Carroccio inferocita e ormai sfuggita anche al loro controllo – entrambi colpevoli di non aver respinto «a pallottole» i migranti, come dicono i feroci commenti del forum di Radio Padania.
Nel Pdl allo sbando la soddisfazione di vedere finalmente la prepotente e arrembante Lega nelle peste e lacerata al suo interno a sette giorni dall’apertura della campagna elettorale, in gran parte concentrata al Nord, è oscurata dal timore di una catastrofe alle amministrative di maggio.
«Dopo il voto alla Lega c’è solo l’astensione», si usa dire nel Pdl. E il vento forte di astensione che soffia nell’elettorato leghista deluso è foriero di grossi guai.
Una soluzione ci sarebbe, rideva ieri al telefono un leghista di via Bellerio: «Se Berlusconi paga i 62 euro di sostentamento al giorno per sei mesi dei permessi dei tunisini, con 250 milioni di euro li spediamo tutti in Francia e Sarkozy dovrà accettarli per forza…». Ma è una risata amara. Il governo Berlusconi è in trappola. Insieme ai migranti tunisini, purtroppo per loro.

Da Europa Quotidiano 09.04.11

"Un governo sempre in difesa", di Luigi La Spina

Da mesi, ormai, c’è una sola domanda che domina le chiacchiere degli italiani, sia quelli che la politica la osservano da lontano, magari con distacco e sfiducia, sia i tifosi dell’uno o dell’altro schieramento, smaniosi più di vedere nella polvere l’avversario che al potere la propria parte: questo governo Berlusconi arriverà fino alla fine della legislatura?

La risposta sembra variare di giorno in giorno, come gli indici di Borsa, in un’altalena legata ad altre domande, al contrario, del tutto contingenti. Dipenderà, si dice, dal raggiungimento o no della ormai famosa «quota 330», il margine di deputati della maggioranza che il presidente del Consiglio ritiene possa garantire una navigazione parlamentare meno affannosa per i provvedimenti del suo ministero. Dipenderà, si dice ancora, dall’andamento dei suoi processi, un fronte sul quale si svolge una battaglia pornoleguleia del tutto imprevedibile. Oppure, si dice infine, dipenderà dagli umori tellurici di Bossi, scossi tra gli impegni di Stato del suo ministro Maroni e i brontolii di sondaggi, non più così confortanti, sulle opinioni dei suoi elettori. La domanda che, invece, sarebbe più opportuno farsi è diversa: altri due anni di questo governo per fare che cosa?

Certo, al potere si devono anche fronteggiare le emergenze. E di emergenze, a partire da quella immigratoria dopo lo scoppio del cosiddetto «risorgimento arabo», ne abbiamo sotto gli occhi una davvero tragica, dal punto di vista umano, e complicata, da quello politico. È vero che la gestione dell’esistente, quando è difficile come nel nostro mondo globalizzato, è già un incarico impegnativo. Ma l’ordinaria amministrazione, di regola, è compito affidato ai ministri di un governo dimissionario, per assicurare consegne non traumatiche ai colleghi che prenderanno il loro posto. Ma non tra due anni.

Su tutti i principali temi, la posizione governativa sembra ormai contrassegnata da un atteggiamento difensivo e attendista. In politica estera, come ha dimostrato il caso Libia, l’Italia non ha seguito l’interventismo francese, né il neutralismo tedesco. Ha oscillato tra la condivisione per i dispiaceri di Gheddafi e un tardivo e, forse, ormai inutile riconoscimento diplomatico dei ribelli cirenaici.

In campo economico, il ministro Tremonti ha difeso strenuamente e meritoriamente i conti pubblici, ma, di fronte al perdurare della crisi occupazionale e all’affacciarsi del rischio inflazione, i provvedimenti per lo sviluppo e i progetti di riforma fiscale sembrano ormai rinviati a un futuro che scavalca questa legislatura. Il male profondo, il vero difetto della struttura industriale del nostro Paese, quello che, da circa vent’anni, rallenta drammaticamente la crescita, rispetto alle altre nazioni europee, è, per unanime convinzione, la ridotta dimensione delle imprese. Se questa malattia italiana, ormai cronica e sempre più grave, non viene affrontata con terapie d’urto, per difendere le nostre aziende dalle mire straniere non restano che tardivi provvedimenti difensivi o protezionistici. Di discutibile legittimità e di incerta efficacia.

Ecco perché l’unico impegno governativo per i prossimi due anni pare riservato a quella «epocale» riforma della giustizia che il ministro Alfano ha annunciato, con una solennità forse sproporzionata, e che, ancora ieri, Berlusconi ha invocato per ripristinare «la vera democrazia» in Italia. Peccato che ai provvedimenti superlativi del premier, ormai incline a un crescendo di promesse stupefacenti che non pare aver più freni, seguano iniziative ben più modeste e circoscritte, per lo più, alla personale difesa dagli esiti dei suoi processi. Si capisce, però, perché il presidente del Consiglio riservi sostanzialmente l’ultima parte della legislatura all’offensiva contro i magistrati. Le accuse che lo assillano e le conseguenti sue azioni difensive, nelle aule giudiziarie e in Parlamento, sono l’unica vera garanzia della sopravvivenza del suo governo fino alla fine della legislatura. Costituiscono la migliore blindatura della sua maggioranza. Perché costringono il suo partito, il Pdl, a quella obbligata unità in sua difesa che, altrimenti, si sarebbe disgregata, già da tempo, nella dura lotta alla successione o, meglio, alla spartizione del suo capitale politico ed elettorale. Perché impediscono alla Lega di cedere ai sotterranei, ma tutt’altro che rimossi, impulsi secessionistici, indotti a mascherarsi nel progetto federalista. Perché soffocano qualsiasi ipotesi di una politica alternativa affidata allo schieramento a lui avverso.

Il centrosinistra, ma anche i centristi del Terzo polo, infatti, finché Berlusconi sarà all’offensiva contro i magistrati che lo accusano, dovranno, per necessità, essere forzati a concentrare la loro azione su questo tema. Ancora una volta è il Cavaliere, così, a imporre l’agenda della discussione pubblica. Quella a lui preferita, perché evita il confronto sui temi più importanti dell’attività governativa e, soprattutto, riesce a spostare l’unità dello schieramento avverso dal campo politico a quello giudiziario. Dove si può vincere nella propaganda tv, ma si è sicuramente perdenti in Parlamento. Finché sarà quello il terreno dello scontro, la domanda sulla durata del governo avrà una facile risposta. Così come sarà facile prevedere, purtroppo, quale sorte avranno le riforme che veramente gli italiani aspettano nei prossimi due anni.

La Stampa 09.04.11

"Il ministro dell'istruzione e i miracoli dei dirigenti scolastici", da Scuola Oggi

I dirigenti scolastici ogni giorno tentano, a volte disperatamente, di far funzionare al meglio il servizio pubblico dell’istruzione. Sono per buona parte virtuosi funzionari dello Stato, di uno Stato tutto sommato patrigno, perché li paga meno degli altri, scarica loro addosso i problemi dell’universo mondo e anziché ricevere encomi dai ministri che si succedono, da un po’ d’anni sono oggetto di metaforiche bastonate, ultima (e speriamo veramente ultima) in ordine di tempo sotto forma di furente intervista oggi al quotidiano “La Repubblica”.
E’ vero che il Ministro se la prende, a fine intervista, con gli “incapaci”, ma dopo un sostenuto attacco alle scuole piene di soldi ed ad ai dirigenti che mendicano contributi alle famiglie per fare dispetti al Governo…
Vogliamo sommessamente far presente che la richiesta di contributi non avviene da parte dei dirigenti scolastici, ma sempre con delibera dei Consigli di Istituto (ove sono presenti genitori ed alunni, oltre che il personale scolastico), sulla base delle norme vigenti ed in forma volontaria.
I contributi rappresentano una “critica politica” al Governo?
Ognuno legge le cose come vuole: di fatto le risorse che arrivano dal Ministero sono sempre in diminuzione e quelle che riguardano il funzionamento e il finanziamento dell’autonomia in particolare.
L’ultima grana in ordine di tempo, che rischia di lasciare a secco tutte le casse scolastiche e vanificare i lievi aumenti dei finanziamenti di quest’anno, è rappresentata dal pagamento delle visite fiscali: le scuole sono obbligate a mandarle e a pagarle, per cui i fondi del funzionamento debbono essere usati anche per il servizio sanitario.
Il possibile i dirigenti scolastici lo stanno facendo, l’impossibile spesso pure, per i miracoli qualche problema ancora rimane, vista la grande richiesta… e la penuria di santi!

Le Associazioni professionali dei dirigenti scolastici ANDIS e DISAL

"Se nel giorno di festa il precario va in piazza", di Tito Boeri

È il giorno della protesta dei lavoratori precari. Chiamati a raccolta su Internet (www.ilnostrotempoeadesso.it) si ritroveranno in almeno 46 piazze italiane e due straniere (Bruxelles e Washington) in un elenco che continua ad allungarsi. Lo fanno di sabato, perché non hanno la forza contrattuale per scioperare. La loro voce si deve far sentire. il dualismo del nostro mercato del lavoro non offre un futuro non solo a chi lo vive sulla propria pelle, ma anche a tutto il Paese. Deve essere ascoltata perché il dualismo è aumentato ulteriormente da quando abbiamo superato la fase più acuta della crisi. Ce lo dicono tutti i dati disponibili. Le indagini sulle forze lavoro dell´Istat certificano che le assunzioni con contratti a tempo indeterminato tra chi ha meno di 40 anni sono calate del 27 per cento rispetto al 2007, l´ultimo anno interamente prima della Grande Recessione. Nel Mezzogiorno i contratti a tempo determinato aumentano del 30 per cento e le prestazioni d´opera occasionali addirittura del 350 per cento, mentre le assunzioni con contratti a tempo indeterminato si riducono di un terzo. Il Ministero del Lavoro dispone di dati molto più dettagliati sulle assunzioni, attraverso le comunicazioni obbligatorie dei datori di lavoro, che permetterebbero un monitoraggio sistematico di come si entra nel mercato del lavoro. Ma non rende i dati disponibili. Per fortuna le Agenzie del Lavoro di cinque regioni e due province autonome del Centro-nord (Piemonte, Liguria, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Marche, Trento e Bolzano) hanno deciso di pubblicare i dati che raccolgono e che poi trasmettono al Ministero. Sono raccolti in una pubblicazione (I mercati regionali del lavoro. Il biennio di crisi), che può essere scaricata dai siti delle varie agenzie.
I numeri sono allarmanti. Ormai solo il 15 per cento delle assunzioni a tutte le età avviene con contratti a tempo indeterminato, dieci punti percentuali in meno rispetto al 2008, già in parte anno di crisi. Tra i contratti temporanei aumenta il lavoro a chiamata (in media 3 giorni al mese) e a somministrazione mentre l´apprendistato, che dovrebbe comunque avere un forte contenuto formativo, non decolla. Anche chi ha contratti formalmente di lavoro dipendente, come i contratti a tempo determinato, fatica a vederseli trasformati in impieghi senza data di scadenza. Si noti che si tratta dei mercati del lavoro più dinamici del nostro Paese. I lavoratori temporanei vengono raramente coinvolti in formazione sul posto di lavoro, l´unica cosa che potrebbe proteggerli davvero dal rischio di perdere l´impiego, perché più difficilmente sostituibili con chi sta fuori. E quando perdono il lavoro non accedono certo alla Cassa Integrazione. Per loro c´è solo la disoccupazione non assistita. Il rischio di perdere intere generazioni di lavoratori che, seppur più istruiti della media dei lavoratori italiani, entrano dalla porta secondaria del mercato del lavoro essendo destinate a frequenti episodi di disoccupazione, non coperti da assicurazioni sociali, è dunque molto elevato. Ed è clamoroso il silenzio della politica su questi temi. Il Ministro Sacconi, oltre a impedire la pubblicazione dei dati, non sembra intenzionato a fare nulla. Neanche più gli annunci gli sono rimasti. E anche l´opposizione, sin qui, non è andata oltre la denuncia.
Bene oggi invece andare al di là della protesta e fare proposte concrete. Contro il dualismo. Non può che essere combattuto oliando il passaggio da mercato del lavoro duale a mercato primario. Oggi questo canale è ostruito. Avviene così che in molti settori – come nel manifatturiero e nel commercio – si registrino cali occupazionali superiori al 5%, quasi interamente ai danni di lavoratori precari, mentre i lavoratori con contratti a tempo indeterminato vedono aumentare i loro salari fino al 3%. Ci deve essere qualcosa di fondamentalmente sbagliato in un mercato del lavoro che fa coesistere licenziamenti in massa con incrementi salariali per chi mantiene un posto di lavoro protetto. Le manifestazioni di oggi sono sostenute dalla Cgil. È un bene che il più grande sindacato italiano si mobiliti su questi temi. Ancora meglio se farà seguire a questo impegno nel dare voce ai precari, proposte in grado di unificare il mercato del lavoro. Perché siano concrete devono essere a costo zero per le casse dello Stato. Soldi in giro ce ne sono pochi e non è con gli incentivi fiscali alla stabilizzazione dei contratti che si risolve il problema, come ampiamente testimoniato dall´esperienza di altri paesi duali, a partire dalla Spagna.

La Repubblica 09.04.11

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Oggi sfila in tutta Italia la “generazione 1000 euro”

Oggi oltre 40 piazze italiane, ma anche due all’estero, a Washington e Bruxelles, si riempiranno di lavoratori precari che sfileranno al grido di «il nostro tempo è adesso, la vita non aspetta». Roma sarà l’epicentro dell’iniziativa per la “generazione mille euro” con una parata che sfilerà fino al Colosseo. E gli organizzatori hanno bandito dalla manifestazione qualsiasi bandiera «che simboleggi un’appartenenza specifica». Hanno aderito molti esponenti della cultura, dell’economia e della scienza- da Franca Rame e Dario Fo a Margherita Hack, da Luciano Gallino a Silvia Avallone.

Ma nella giornata di ieri agli organizzatori è giunta l’inattesa sponda della Cei. Angelo Bagnasco ha fatto sapere che «ci si augura che il precariato sia sempre una fase estremamente transitoria, il più possibile breve per poter diventare lavoro a tempo indeterminato e per dare anche la possibilità di un futuro». Un’attenzione che fa a pugni coil clima che si è respirato ieri al Campus Metis, dove le barzellette di Berlusconi hanno dovuto fare i conti con il gelo della platea di neolaureati. Duro il commento dei promotori della manifestazione: «davvero pensa il presidente del Consiglio che il Milan e i suoi successi personali siano da prendere ad esempio per i giovani italiani?».

La Stampa 09.04.11

"Troppe assenze, nel Pd rimpianti e sospetti", Dario Franceschini risponde al Corriere della Sera

Caro Direttore,
in riferimento a quanto pubblicato questa mattina dal Corriere e più specificamente all’articolo “Troppe assenze, nel Pd rimpianti e sospetti” relativo alla mancanza in Aula di parlamentari tra le file dell’opposizione nelle votazioni alla Camera sul processo breve, per correttezza e completezza di informazione Le faccio presente che, dati alla mano che volentieri allego, il gruppo del Partito democratico è stato in assoluto il gruppo più presente, con una media percentuale del 97,7% con picchi, su singole votazioni, del 99% dei 206 deputati Pd.
Le assenze che si sono registrate , limitatissime e purtroppo inevitabili, sono state motivate da gravi ragioni familiari o di salute che per motivi di privacy non intendo rendere note. I due deputati, Luciano Pizzetti e Livia Turco, citati nell’articolo come assenti, hanno invece partecipato a tutte le votazioni. Su una di queste, il sistema non ha registrato il loro voto e su espressa segnalazione degli stessi, presenti in Aula, la Presidenza ne ha preso atto, come risulta dallo stenografico ufficiale della seduta.
E’ fin troppo evidente, date le percentuali di presenza ed il lavoro parlamentare fatto utilizzando ogni norma regolamentare, quanto il mio gruppo si sia impegnato in Aula in queste settimane, sia durante l’esame delle proposte emendative riferite al processo breve, sia nel dibattito sul conflitto di attribuzione. A questo proposito, vorrei sottolineare come proprio il Corriere del 6 aprile u.s. riportasse, nell’articolo sulle assenze al voto sul caso Ruby, che “il Pd era invece al completo […]”. E la presenza è rimasta pressoché costante in tutte le sedute successive, notturna compresa.
Tale compattezza è frutto del grande senso di responsabilità dei deputati del Pd e della scrupolosa organizzazione degli uffici che hanno fatto diventare il gruppo del Pd, quello costantemente più presente sin dall’inizio della legislatura.
Del resto, come è noto, il voto finale sul processo breve, o meglio prescrizione breve, non si è ancora potuto svolgere proprio in virtù della battaglia parlamentare che ha visto protagonista proprio il gruppo del Pd.

Dario Franceschini

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Dario Franceschini risponde all’articolo del Corriere che riportiamo di seguito dell’8.04.11

Troppe assenze, nel Pd rimpianti e sospetti Tra mercoledì e ieri il governo poteva andare «sotto» , ma i deputati non sono stati precettati
di Maria Teresa Meli

Il lavoro di “filibustering”del segretario del gruppo del Pd Roberto Giachetti è stato senz’altro encomiabile. Grazie alla vecchia scuola d’origine, quella radicale, il deputato del Partito Democratico è riuscito a mandare per le lunghe l’esame del processo breve, nonostante il contingentamento dei tempi. Non solo. Giachetti ha ottenuto anche un altro risultato: quello di far saltare i nervi alla maggioranza di centrodestra, costretta in aula per ore e ore, con i leghisti sul piede di partenza, che smaniavano per raggiungere i loro trolley depositati all’ingresso di Montecitorio. Ma la guerriglia parlamentare non è bastata. Né, probabilmente, basterà neanche la settimana prossima. Certo, sarebbe andata diversamente se non fossero mancati all’appello alcuni deputati delle opposizioni. Già, perché Tra mercoledì notte e la giornata di ieri non sempre la maggioranza era a ranghi completi. In diverse votazioni ci sarebbe voluto poco, giusto una manciata di parlamentari in più, per mandare sotto il centrodestra e bloccare il processo breve. Così non è stato. E qualcuno nel Pd si domanda perché. Domanda retorica, perché nelle file del Partito Democratico germina il sospetto che quelle assenze non siano state casuali. Dopo tanto tuonare contro il provvedimento voluto da Berlusconi, com’è possibile che i deputati delle opposizioni non siano stati tutti precettati? Avrebbero potuto vincere se non la guerra almeno qualche battaglia, e mettere in difficoltà il presidente del Consiglio che è da due giorni che raccomanda ai suoi calma e gesso (oltre che la partecipazione alle votazioni, naturalmente) per non creare incidenti e intoppi che facciano slittare i tempi del processo breve. E’ andata diversamente. «Il massimo risultato ottenuto— commenta amaro più d’uno nel Pd— è stato quello di far slittare di qualche giorno un provvedimento che servirà a Berlusconi tra qualche mese…» . E ora la parola ai numeri di questa due giorni alla Camera. Ma prima è necessaria una premessa: nell’ultima votazione a Montecitorio, quella sul conflitto d’attribuzione per il “caso Ruby”, i deputati delle opposizioni che si sono espressi in aula contro la richiesta della maggioranza sono stati 302. A questa cifra bisogna sottrarre un assente giustificato, il pd Walter Verini, che ha avuto un lutto familiare mercoledì sera. Altro latitante con alibi, almeno per quel che riguarda la giornata di ieri, è stato l’Idv Pierfelice Zazzera. Ebbene, ciò nonostante, i conti non tornano lo stesso. Mercoledì notte, per esempio, durante la votazione di un emendamento i deputati della maggioranza erano soltanto 298. Ma quelli delle opposizioni erano appena 274. Anche il giorno dopo le maglie del centrodestra si sono allargate. Qualche minuto dopo le dodici e mezzo è stato messo in votazione un emendamento del Pd: 298 i deputati della maggioranza (ne mancavano diversi) e 289 quelli delle opposizioni. C’erano assenze sui banchi di Fli e su quelli dell’Udc (non c’era Pier Ferdinando Casini), mancava una deputata dell’Idv e Maurizio Migliavacca (che ha partecipato agli altri scrutini) in quel momento era in “missione”. Una decina di assenti che hanno fatto la differenza. Più tardi, nel pomeriggio, su un emendamento dell’Idv, i parlamentari di Pdl, Lega e Responsabili vari erano 297. Però pure stavolta, alla votazione che si è svolta verso le 16 quelli delle opposizioni non si sono presentati tutti in massa: erano soltanto 289. Ne mancavano due del Partito Democratico (Luciano Pizzetti e Livia Turco), erano assenti un deputato dell’Italia dei Valori, due dell’Udc e una manciata di quelli di Futuro e libertà. Insomma, per farla breve, almeno cinque o sei volte le opposizioni avrebbero potuto battere la maggioranza. «Già — ironizza il leghista Gianluca Buonanno — avrebbero potuto metterci sotto, però non lo hanno voluto fare» . Persino alla votazione dell’articolo 1 del provvedimento, quella che ieri ha fatto registrare le maggiori presenze, vi erano assenti, anche eccellenti, come il capogruppo di Fli Italo Bocchino, ma questa volta, almeno, non sono stati decisivi.

OCSE: In Italia servono riforme e la piena attuazione del decreto Bersani

Il rapporto Going for Growth dell’ OCSE punta il dito sull’occupazione, sull’istruzione e la concorrenza. Fassina: Il governo ha fatto arretrare l’Italia nei processi di liberalizzazione messi in atto nella scorsa legislatura dalle “lenzuolate” di Bersani. Il prodotto interno lordo pro-capite e la produttività in Italia “hanno continuato a registrare un calo rispetto alla metà superiore dei Paesi Ocse” e nel quinquennio 2004-2009 c’è stata una diminuzione media annua del Pil pro-capite di 0,2 punti. Questo è quanto si legge dal rapporto Going for Growth del OCSE con riferimento all’Italia. Per l’Organizzazione economica internazionale, nel Belpaese “sono necessarie ulteriori riforme” a partire dalla “piena attuazione e l’estensione del decreto Bersani del 2006”.

Nella nota ha messo in evidenza che ”le azioni adottate per migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione e semplificare la legislazione sono proseguite nonostante ancora non si vedano significativi risultati”. Per l’OCSE tre sono i principali obiettivi che l’Italia deve realizzare sono: a) maggiore attenzione al mercato del lavoro per implementarne la crescita, favorendo l’occupazione ”permanente” e riducendo il ”dualismo” tra i differenti tipi di tutela nell’occupazione; b) migliorare l’efficienza dell’istruzione secondaria e terziaria con una promozione del merito della qualità degli insegnanti; c) ridurre le ”barriere” che ostacolano la concorrenza soprattutto nel mondo delle professioni (liberalizzazioni).

È proprio su questo ultimo punto che l’OCSE richiama il governo italiano “la piena attuazione e l’estensione del decreto Bersani del 2006” per ovviare ai gravi ritardi nelle liberalizzazioni. In Italia “il settore televisivo resta dominato da società statali e da una società privata”. Da qui la raccomandazione “all’Autorità per la Concorrenza di valutare il grado di competitività nei media Tv”. L’Organizzazione di Parigi ritiene ancora “alta” in Italia la presenza dello Stato in alcuni settori con una conseguente riduzione della concorrenza. “Gli interessi dei consumatori non sono sempre la priorità nelle politiche sulla concorrenza”.

Per Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro del PD, “ancora una volta, oggi, l’OCSE segnala la necessità di riaprire in Italia il cantiere delle riforme, chiuso sin dall’inizio della legislatura da un governo e da una maggioranza attenti soltanto a tutelare soffocanti rendite di posizione.

In particolare, ancora una volta, viene evidenziato l’arretramento dell’Italia nei processi di liberalizzazione dei mercati messi in atto nella scorsa legislatura dalle “lenzuolate” di Bersani.

Senza una stagione di riforme per la crescita e il lavoro non si avvia una sostenibile riduzione del debito pubblico. La linea del ministro Tremonti di tagli lineari e ciechi e di aumento di tasse e tariffe a danno dei redditi bassi e medi, oltre a essere iniqua, deprime la domanda interna ed i consumi e colpisce le prospettive delle imprese.

Nei prossimi giorni il ministro Tremonti deve presentare in Parlamento, prima di inviarlo a Bruxelles, il Programma nazionale di riforme. La maggioranza, in un sussulto di dignità e di attenzione agli interessi generali del Paese, si confronti con il Programma Nazionale di Riforme proposto dal Pd.

Abbiamo messo nero su bianco le linee guida per la riforma del fisco, per le liberalizzazioni, per la riqualificazione e la riduzione della spesa pubblica, per la politica industriale. Abbiamo bisogno di una politica economica alternativa.

Altrimenti rimaniamo avvitati nella stagnazione e nell’instabilità di finanza pubblica. Basta processi e prescrizioni brevi. Dobbiamo rimettere al centro dell’agenda della politica il lavoro, le imprese le famiglie.

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Ecco le proposte del PD:

Liberalizzazioni: dal PD 41 norme ad effetto immediato
Ecco la risposta Pd alla propaganda berlusconiana: 35 proposte, da discutere con gli italiani. Non per modificare l’art.41 ma per aiutare i consumatori e le imprese, abbassare i prezzi, sbloccare gli investimenti, creare lavoro.

Fisco 20, 20, 20: la road map per liberare i produttori, la progressività, il federalismo

Europa – Italia, un progetto alternativo per la crescita
Contributo del Pd al Programma nazionale di riforme. Due obiettivi: crescita del tasso di occupazione femminile al 60% in 10 anni (3 milioni di donne occupate in più) e aumento della specializzazione produttiva dell’Italia. Fassina: “Sono proposte per risanare finanze pubbliche e rilanciare la crescita senza patrimoniali”

A.Dra

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