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Pd: venerdì 8 aprile la notte bianca della scuola e della democrazia. La manifestazione in diretta web e satellite

Moltissimi gli ospiti a Bologna, Milano, Torino, Roma e Napoli tra cui Bice Biagi, Sergio Staino, Massimo Valerio Manfredi, Antonio Cornacchione, Flavio Oreglio, Beppe Braida, Antonio Scurati, Don Antonio Palmese. Testimonianze video di Ennio Morricone, Tullio De Mauro, Dacia Maraini, Corrado Augias, Riccardo Iacona, Gianrico Carofiglio, Daniele Luchetti. Si svolgerà Venerdì 8 Aprile, la notte bianca della scuola e della democrazia promossa dal partito Democratico. A Milano, Torino, Bologna, Napoli, e Roma il Partito Democratico promuove un grande momento di incontro e confronto aperto con tutto il mondo della Scuola e con tutti i cittadini interessati alla salvaguardia della democrazia, per riaffermare insieme il valore dell’istruzione pubblica italiana, quale istituzione fondamentale per il futuro del Paese e dei giovani, per denunciare le distorsioni che il governo intende promuovere nel sistema della giustizia, per manifestare a favore della legalità.

Anche in molte altre parti d’Italia, le organizzazioni territoriali del partito stanno preparando momenti di mobilitazione, di approfondimento e di iniziativa a sostegno della manifestazione.

Si tratta dunque di un grande appuntamento a cui partecipare direttamente o da seguire sul web, sul sito del PD o su www.lanottebiancadellascuola.it e in tv, su Youdem.tv (Sky 813). Saranno molti i siti e le tv private che manderanno in onda la manifestazione.

La maratona partirà già dal tardo pomeriggio, quando, alle 18, ad aprire l’evento sarà la web-radio dedicata, Radio Notte Bianca, in diretta streaming e video.

Dalle 21, si potranno seguire le dirette dalle cinque città: la notte bolognese, cui parteciperanno il segretario nazionale del PD Pier Luigi Bersani e il candidato sindaco Virginio Merola, sarà ospitata nel Teatro Testoni Ragazzi. A condurre l’evento ci sarà il giornalista Rai Santo Della Volpe. Con lui, fra gli ospiti, il direttore de l’Unità Concita De Gregorio, il disegnatore satirico Sergio Staino che illustrerà la serata con le sue vignette, lo scrittore Valerio Massimo Manfredi, Bice Biagi, il Coro dei bambini dell’Anpi e, per chiudere, gli irriverenti Skiantos. Per il PD saranno presenti anche la responsabile Scuola della segreteria nazionale Francesca Puglisi, la capogruppo PD in commissione Cultura e Istruzione della Camera dei Deputati Manuela Ghizzoni. Per il PD bolognese, interverranno anche il segretario provinciale Raffaele Donini e Maurizio Cevenini.

A Milano a fare da sfondo alla serata sarà il Palazzo delle Stelline in Corso Magenta 61. Oltre a Giuliano Pisapia, candidato sindaco di Milano, tra gli ospiti che parteciperanno alla serata ci saranno il pianista Roberto Cacciapaglia, gli artisti Antonio Cornacchione e Flavio Oreglio, lo scrittore Antonio Scurati e l’insegnante Marco Rossi Doria. La voce del PD sarà quella del presidente del gruppo democratico alla Camera, Dario Franceschini, e delle

parlamentari Marilena Adamo, Emilia De Biasi. Per i democratici milanesi, saranno presenti anche Stefano Boeri, capolista Pd Comune di Milano; Roberto Cornelli, segretario Pd Milano.

Alla Fabbrica delle E di Corso Trapani 95 a Torino, invece, la serata sarà presentata dal duo comico I Mammuth e vedrà protagonisti, tra gli altri, insieme al candidato sindaco Piero Fassino, il rettore del Politecnico Francesco Profumo e il prorettore dell’Università Sergio Roda, l’ex calciatore Massimo Mauro, gli scrittori Alessandro Perissinotto e Younis Tawfik, gli artisti Marco Bertone e Beppe Braida. Parteciperanno alla Notte torinese, anche il presidente del Forum Istruzione e deputato PD Giovanni Bachelet e la senatrice PD Mariangela Bastico.

Nella splendida cornice della Galleria Principe di Napoli (di fronte al Museo Archeologico Nazionale), l’attrice Rosaria Di Cicco e il candidato sindaco di Napoli Mario Morcone, la consigliera regionale Angela Cortese e la presidente del PD Rosy Bindi saranno in compagnia di personalità del mondo della cultura, della politica e dello spettacolo come gli attori Gaetano Amato e Adriano Pantaleo, la scrittrice Clara Sereni, Geppino Fiorenza e don Tonino Palmese dell’associazione antimafie “Libera”.

A Roma l’iniziativa, che parlerà anche del mondo della ricerca, si svolgerà nella Casa delle Culture, a Trastevere (via San Crisogono, 45), con testimoianze, video, musica. Tra gli altri vi prenderanno parte il premio Oscar Vincenzo Cerami e i deputati Pd Walter Tocci, Marianna Madia, Maria Coscia, il segretario di Roma Marco Miccoli e il direttore di Europa, Stefano Menichini. La serata si aprirà alle ore 19 con una fiaccolata che partirà dalla scuola Regina Margherita (Via Madonna dell’Orto, 2), la più antica di Roma, per arrivare fino al Ministero dell’Istruzione, dove verranno spente le fiaccole a simboleggiare come questo governo faccia di tutto per spegnere la scuola pubblica italiana.

Nelle cinque sedi saranno proiettate video testimonianze di Ennio Morricone, Tullio De Mauro, Dacia Maraini, Corrado Augias, Riccardo Iacona, Gianrico Carofiglio, Daniele Luchetti.

Le città saranno collegate fra loro dalla tv del Partito Democratico YouDem con una diretta trasmessa sul sito web www.youdem.tv e sul canale satellitare 813 di Sky che partirà alle ore 21. Saranno molti i siti e le tv private che hanno già dato la disponibilità a trasmettere in diretta l’evento.

"Italiani e tedeschi preparano l’atlante delle stragi naziste", di Antonio Carioti

Nel nostro Paese non se ne parla da tempo, ma la commissione storica italo-tedesca sulla Seconda guerra mondiale, istituita nel marzo 2009, ha lavorato sodo. E presenterà i risultati raggiunti oggi a Milano, in un incontro pubblico presso l’Ispi, in via Clerici 5, a partire dalle 16. La commissione è stata istituita dai governi di Roma e Berlino per dare un «contributo alla costruzione di una comune cultura della memoria» , in seguito al contenzioso sollevato da parenti di vittime di stragi naziste e da militari italiani internati nel Terzo Reich (gli Imi). La vicenda ha fatto discutere, per l’accavallarsi tra esigenze politiche e lavoro degli studiosi. Mostra perplessità sul concetto di «memoria comune» lo stesso Paolo Pezzino, storico dell’ateneo di Pisa e membro della commissione: «Secondo me bisogna parlare piuttosto del riconoscimento dei rispettivi punti di vista nel quadro di una storia complessa, fatta di relazioni non solo conflittuali tra Italia e Germania nel periodo 1940-45. Nel documento finale, da presentare nel marzo 2012, vogliamo mettere in luce le differenti ragioni degli italiani e dei tedeschi, ma anche le interazioni tra gli uni e gli altri» . A tal scopo la commissione ha avviato un vasto lavoro di ricerca: «Abbiamo esplorato per la prima volta il fondo delle richieste che gli internati militari italiani facevano al Tesoro per fini pensionistici: oltre 200 mila fascicoli. Poi abbiamo vagliato la memorialistica degli Imi e i verbali degli interrogatori cui erano sottoposti al ritorno dalla Germania. Inoltre stiamo completando un atlante delle violenze contro i civili compiute dai nazisti in Italia. E abbiamo consultato dei fondi, finora inesplorati, contenenti le lettere dei militari tedeschi di stanza nella penisola» . Ne scaturiranno varie pubblicazioni: con tutte le riserve che si possono nutrire sul mandato della commissione, di certo la sua opera sarà utile agli studiosi.

Il Corriere della Sera 06.04.11

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“Un convegno per costruire una memoria comune su nazismo e fascismo. Se Italia e Germania ristudiano la storia”, di Vanna Vannuccini

Lo studioso di Monaco: “Stiamo raccogliendo le testimonianze dal basso. Da noi come da voi c´è stata, a lungo, una percezione blanda dei crimini commessi”.L’immagine di una Wehrmacht dalle mani pulite, non coinvolta nei massacri della popolazione civile, ha resistito in Germania fino alla metà degli anni ´90, quando 5 milioni di tedeschi visitarono la mostra itinerante Crimini della Wehrmacht 1941-44 e la verità nota agli storici cominciò a farsi strada tra l´opinione pubblica. Quella mostra riguardava il fronte orientale, dalla Serbia a Stalingrado. Sul fronte italiano, invece, la memoria di una Wehrmacht che si è “comportata bene” non è mai stata seriamente compromessa. I ricordi collettivi di occupanti e occupati restano divergenti, nonostante i fatti. Come trovare denominatori comuni di memoria? Una coscienza storica europea che si proietti nei libri di scuola è lontana. La memoria resta nazionale. Ne parliamo con Thomas Schlemmer, uno dei componenti della Commissione storica italo-tedesca che su incarico dei due governi presenta in questi giorni le conclusioni di tre anni di indagini sull´occupazione tedesca in Italia: «Che la guerra della Wehrmacht sia stata una guerra criminale la storiografia lo aveva elaborato da tempo – dice – ma c´è voluto fino agli anni ´90 perché questo si affermasse nella coscienza collettiva. Ed è successo anche perché la generazione dei veterani sta scomparendo. Anche in Italia c´è difficoltà a riconoscere il ruolo dell´esercito nella guerra fascista e i crimini nei territori occupati».
Il metodo di lavoro della commissione si basa sui racconti dei singoli, attraverso lettere, documenti: «La Erfahrungsgeschichte, o storia delle esperienze vissute, è il tentativo di coniugare la storia dal basso con quella dall´alto», spiega Schlemmer. «Sulla grande scala di migliaia di vite vissute, raccontate e interpretate si rispecchiano i preconcetti indotti dalla propaganda, i condizionamenti provocati dagli stereotipi. Sugli italiani ad esempio pesava lo stigma del “doppio tradimento”. In tante lettere dal campo si vede che l´idea del tradimento provocava desideri di vendetta. Sul fronte orientale invece fu decisivo il convincimento che obiettivo dei russi fosse lo sterminio del popolo tedesco e lo stupro delle loro donne. Insomma questo metodo permette di cogliere i collegamenti tra la Grande Politica, la propaganda, e l´azione delle unità militari; e di capire come venissero plasmati i modelli mentali che strutturavano la percezione e condizionavano l´agire. Accanto all´ordine dall´alto c´è quasi sempre un piccolo margine di manovra individuale, quello che ti fa scegliere tra uccidere sul posto il disertore o fingere di non vederlo».
Attraverso le nuove fonti, si è cercato di guardare dietro l´immagine generalizzante de “i tedeschi” o della Wehrmacht, e de “gli italiani” o dei “partigiani”. Continua il professore: «Abbiamo elementi che modificano alcune percezioni rispetto alla guerra contro i partigiani; così le ricerche di Amedeo Osti ci riservano molte sorprese sui rapporti tra forze armate tedesche e fasciste, ad esempio le Brigate nere: la politica del non fare prigionieri era fortemente voluta dai fascisti, e sono stati spesso gli ufficiali tedeschi a dire basta. Insomma la complessità dei rapporti tra cittadini e truppe occupanti viene fuori con maggiore chiarezza».
Le testimonianze sono state tratte da lettere dal campo, che erano censurate e quindi sono state interpretate, e poi da diari e fotografie: «Abbiamo messo un appello su uno di quei giornali gratuiti, letti soprattutto dagli anziani, che si trovano sui treni metropolitani o sugli autobus, che ha avuto grande risonanza. Abbiamo esaminato diari di soldati che avevano allora 17 anni e che parlano di una “mamma italiana” che gli dà da mangiare dicendogli: “ho un figlio soldato e spero che trovi anche lui là dov´è una mamma che lo aiuti”».

La Repubblica 06.04.11

"Né vittimismi né allarmismi per affrontare l’emergenza", di Emma Bonino

Caro direttore, affermo in tutta tranquillità che, per ignoranza o per calcolo, il governo ha creato il «dramma» Lampedusa invece di governare il problema in piena legalità (e umanità). Oscillando tra allarmismo e vittimismo, minacce di crisi di governo e dichiarazioni tanto sguaiate quanto irresponsabili di autorevoli ministri, il governo ha ignorato e violato due strumenti che aveva a disposizione per fronteggiare in maniera incisiva la crisi degli sfollati nel Mediterraneo.
Il primo è la direttiva 55/2001 emanata dall’Europa dopo la crisi umanitaria del Kosovo nel 1999. E’ intitolata: «Norme minime per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e sulla promozione dell’equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri che ricevono gli sfollati e subiscono le conseguenze dell’accoglienza degli stessi». Un titolo più calzante alla situazione di oggi è davvero difficile trovarlo. Ma lo è anche nei contenuti perché, con questa direttiva, sono regolate le norme minime per la concessione della protezione temporanea, che vale per un anno e può essere prorogata di un altro, massimo due. La condizione cessa quando è accertata la possibilità di un rimpatrio sicuro. La direttiva – di grande civiltà e buon senso, come si vede – è stata recepita nell’ordinamento nazionale nell’aprile 2003 e, tardivamente e obtorto collo, il governo si sta finalmente muovendo per la sua attivazione.
Il secondo risale addirittura al 1998. In base all’art. 20 del Testo unico delle leggi sull’immigrazione, analoghe misure di carattere eccezionale possono essere attivate a livello nazionale con decreto del presidente del Consiglio dei Ministri, anche senza una preliminare concertazione europea, per «rilevanti esigenze umanitarie, in occasione di conflitti, disastri naturali o altri eventi di particolare gravità in Paesi non appartenenti all’Unione europea».
Di che parliamo, dunque? Parliamo di un governo che ha volutamente ignorato gli strumenti normativi esistenti scegliendo, invece, di fare di Lampedusa un’orrenda vetrina mediatica da strumentalizzare per fini politico-elettorali. Così si è cinicamente scelto di bloccare a Lampedusa migliaia di persone lasciate per giorni senza la minima assistenza, a cominciare da adeguate strutture igieniche e sanitarie, con la palese volontà di esasperare la situazione, costringendoli a una pesantissima coabitazione forzata con gli abitanti dell’isola. A questo si è poi aggiunto l’inspiegabile ritardo di un controverso piano-regioni, con la previsione di tendopoli, senza i dovuti controlli come il caso Manduria ha ampiamente dimostrato. Il tutto, poi, accompagnato da un’assurda e immotivata polemica con i Paesi europei e con l’Ue. Da non tralasciare neppure il capitolo, anche questo poco edificante, della direttiva sui rimpatri del 2008 che non è stata attuata nell’ordinamento italiano entro il termine del 24 dicembre scorso. La principale responsabilità è del ministro Maroni che ha affermato che l’Italia non poteva trasporre la direttiva a causa del reato d’ingresso o permanenza irregolare di stranieri previsto dalla legge n. 94/2009 che, appunto, viola le disposizioni della direttiva, come confermano le numerose pronunce giurisdizionali e le questioni pregiudiziali inviate alla Corte di Giustizia dell’Ue. Sia quindi chiaro a tutti il vero motivo della mancata trasposizione finora. Ma c’è la possibilità di porvi rimedio poiché la legge comunitaria 2010 è tuttora all’esame della Camera dove è stata modificata con l’introduzione della norma sulla responsabilità civile dei magistrati: non ci vorrebbe nulla ad inserire anche il recepimento della direttiva sui rimpatri quando tornerà al Senato.
Se questo è il quadro della situazione ad oggi, occorre capire cosa intende fare il governo a partire da domani. Ed è opportuno fin d’ora avvertire che allontanamenti coercitivi e collettivi sono illegittimi, come stabilito dal Protocollo IV della Convenzione europea sui diritti dell’uomo, e che il blocco navale previsto dalla risoluzione 1973 dell’Onu ha lo scopo di far rispettare l’embargo su forniture al regime di Gheddafi e non di far da barriera a chi cerca di fuggire dalle zone di guerra.
Insomma con tanto ritardo e tanti drammi evitabili, il governo deve «scoprire» che non c’è altra strada se non quella della protezione temporanea. Che non c’è altra strada, cioè, se non quella della legalità e dell’applicazione delle norme.

*Vicepresidente del Senato ed ex commissario europeo

La Stampa 06.04.11

"Radiazioni 7,5 milioni di volte più alte", di Giusi Fasano

È il livello di iodio 131 nel mare della centrale. Possibili restrizioni alla vendita di pesce. È stato un altro giorno nero, ieri, per la Tokyo Electric Power Company. Anticipata da una fuga di notizie, la società che gestisce la centrale di Fukushima ha dovuto ammettere che «sì, è vero. Lo scorso 2 aprile il livello di iodio 131 nell’acqua davanti alla chiusa del reattore numero 2 era 7 milioni e mezzo di volte più alto rispetto al limite legale» . Valore che le rilevazioni di ieri danno in ribasso, «solo» 5 milioni di volte oltre il limite consentito. «Davanti al reattore 2» dice la Tepco, senza specificare un dettaglio che rende ancora più drammatica l’emergenza nucleare già gravissima: che i campioni esaminati sono stati prelevati dall’Oceano e che quindi quei numeri esorbitanti misurano la contaminazione del mare di fronte alla centrale, non quella di una pozza ai piedi dell’edificio. E c’è altro, nel mare di Fukushima: il cesio 137, misurato con valori di un milione di volte oltre la norma. Così per la prima volta dall’inizio della crisi, il governo sta valutando possibili restrizioni sulla vendita del pescato, partendo dai dati in arrivo da Kitaibaraki (prefettura di Ibaraki), dove una partita di konago, pesce molto piccolo che vive in acque poco profonde, è risultata contaminata da cesio e iodio radioattivo. Ma mentre per il cesio nel pesce esiste un livello limite di riferimento, per lo iodio non c’era fino a ieri nessun numero a indicare il tetto massimo consentito. Pressato dalle preoccupazioni della popolazione e dei pescatori, l’esecutivo ha deciso di rimediare. «Applicheremo, in via provvisoria, i tassi indicati per le verdure anche per i pesci e i crostacei» , ha detto il portavoce del governo Yukio Edano, mentre il ministro della Pesca Michihiko Kano annunciava, anche lui, nuovi provvedimenti: moltiplicherà le ispezioni sul pescato, specie nelle prefetture di Ibaraki e di Chiba, a sud dell’impianto. Una buona notizia c’è nella venticinquesima giornata orribile di Fukushima: gli ingegneri della Tepco sono riusciti prima a ridurre e poi a tappare la falla nel locale-turbina del reattore 2, quella da cui acqua altamente contaminata si riversa in mare ormai da giorni. Disperati, dopo aver provato inutilmente con vetro liquido, segatura, fogli di giornale, una miscela speciale di calcestruzzo, sembra siano riusciti a tappare quantomeno una parte della crepa ieri pomeriggio, mettendo assieme più di un materiale di cui non hanno rivelato la natura. Nel frattempo hanno scoperto che sono 60 mila le tonnellate di acqua ad altissima radioattività accumulate nelle pozze, nei locali e nei sotterranei della centrale. E quindi hanno scoperto anche di avere un problema: mancano vasche di contenimento per mettere al sicuro quel «veleno» . Entro dopodomani saranno svuotate nell’Oceano le cisterne che contenevano acqua contaminata 100 volte oltre i limiti («bassa radioattività» secondo la Tepco). Ma lì dentro non ci sta nemmeno un terzo delle tonnellate che servirebbe stoccare, quindi si riproporrà il problema, sarà necessario trovare altre vasche. Proprio sullo svuotamento in mare delle 11.500 tonnellate di acqua a «bassa radioattività» ieri si è fatta sentire con il governo giapponese la Corea del Sud. Cho Byung-jae, portavoce del ministero degli Esteri coreano, ha proclamato una conferenza stampa per protestare e chiedere spiegazioni immediate al Giappone sull’autorizzazione concessa alla Tepco di versare acqua radioattiva nell’oceano Pacifico. «Attendiamo una notifica» ha detto Byung-jae. E da Tokyo la risposta è arrivata dopo un paio d’ore. L’Agenzia giapponese per la sicurezza nucleare (Nisa) si è scusata con la Corea del Sud per «l’operazione» che ha creato «apprensione» nel governo di Seul. «Esprimiamo rammarico per la preoccupazione generata, anche se la decisione è stata una misura d’emergenza» ha spiegato Hidehiko Nishiyama. Nella sede del governo in quel momento il premier Naoto Kan stava ricevendo i sindaci delle città più colpite da sisma, tsunami ed emergenza atomica, ai quali ha confermato i primi aiuti economici. Loro chiedono altri soldi ma, più di ogni altra cosa, vogliono sicurezza dopo la «delusione» di Fukushima e dopo che «in tutti questi anni — come ha detto il sindaco di Tomioka con le lacrime agli occhi — abbiamo creduto ciecamente al mito degli impianti nucleari assolutamente sicuri» .

Il Corriere della Sera 06.04.11

Bersani: è il punto più basso «Umiliati davanti al mondo», di Simone Collini

Gremita la piazza dei Democratici. Tra tante bandiere che sventolano, anche quelle viola. Il segretario: «Banchi del governo strapieni per votare sui processi di Berlusconi». «Governo del fare dei miei stivali», tuona Bersani attaccando Alfano, Frattini e anche il Tg1. «Politica e movimenti devono darsi la mano», dice il leader del Pd, per cacciare questo governo.
Parla una ventina di minuti dal palchetto montato in tutta fretta davanti al Pantheon e fa imbestialire Alfano, Frattini, Minzolini e capezzoni vari. «Quello che la maggioranza ha deciso oggi è che Ruby è la nipote di Mubarak», dice Bersani raccontando ai manifestanti raccolti a poche centinaia di metri da Montecitorio in cosa è stata impegnata la Camera nelle ore precedenti. «Berlusconi così ci mette in una condizione di umiliazione e vergogna davanti al mondo». Vergogna inizia a intonare la piazza. «Sì, è una vergogna», risponde il leader del Pd. Ma il problema non è solo nel Parlamento utilizzato per salvare il premier dai processi, e di fatto «trasformato in un collegio allargato a sostegno degli avvocati di Berlusconi». Il problema non è solo che «ogni giorno ha il suo shopping» (i lib-dem sarebbero passati con la maggioranza) o che, come dice Anna Finocchiaro, «Berlusconi vuole raggiungere quota 330 deputati a tutti i costi, e quando dico “a tutti i costi” lo dico in senso letterale». Il problema è che un governo che non sa affrontare nessun problema reale del paese è costretto a rimanere in Aula per gli interessi privati del capo. «C’erano i banchi della maggioranza e del governo strapieni come nelle grandi occasioni, come per l’elezione del Presidente della Repubblica o per il discorso di un Papa», dice Bersani. «Perché questo pieno? Si discuteva del secondo anniversario del terremoto dell’Aquila? Su come la città aspetta ancora la ricostruzione? Si è parlato dell’emergenza di Lampedusa? Si è parlato di lavoro, disoccupati, inflazione, redistribuzione dei redditi, industria? No. Si è parlato dei processi del premier».
GOVERNO ARROGANTE E SERVILE
Che la presenza dei ministri in aula sia necessaria al centrodestra per ottenere la maggioranza (Franceschini ha gioco facile dopo il voto di ieri nel dire che «330 deputati Berlusconi se li sogna») lo dimostra il voto che si svolge proprio in quei minuti, quando i deputati Democratici rimangono in Aula «per evitare colpi di mano sull’ordine dei lavori» (come spiega Bersani ai manifestanti) e il governo viene battuto su un emendamento del Pd su una legge per i piccoli comuni. Provvedimento poi approvato con voto bipartisan. Ma è un caso più unico che raro. Bersani ribadisce il giudizio negativo sulla cosiddetta riforma della giustizia e sul ministro Alfano, estendendo però la critica all’intero esecutivo: «La politica del governo è fatta di arroganza e servilismo. Perché si lamenta il ministro della Giustizia se lo dico? Stanno confezionando un vestito su misura per Berlusconi».
La piazza davanti al Pantheon è gremita. Sventolano numerose le bandiere del Pd, ma dopo un po’ arrivano anche quelle viola che dal primo pomeriggio sono comparse davanti Montecitorio. I “viola” arrivano cantando l’Inno nazionale e tenendo bene in alto un Tricolore lungo sessanta metri. «L’Italia è nostra e non di cosa nostra», tra gli slogan, e «dimissioni, dimissioni» all’indirizzo del premier. Bersani dice che «politica e movimenti devono darsi la mano» e che «l’opposizione deve essere unita» per mandar via questo governo. Dopo il Guardasigilli, il leader del Pd attacca a testa bassa anche il Tg1 («ce lo invidiano in Bielorussia»), la Lega («altro che federalismo, se vuol sostenere il miliardario lo dica chiaramente perché stavolta la prendiamo di punta davvero») e il ministro degli Esteri Frattini, «che con tutto quel che succede in Libia è stato tutto il giorno in aula ad alzare la mano per difendere il premier».
Le repliche stizzite alle parole di Bersani non tardano ad arrivare dai diretti interessati e dai loro compagni. Ma per il leader del Pd basta la realtà dei fatti a far capire da che parte sia la ragione. «Governo del fare dei miei stivali quasi urla dentro al microfono parlando dell’emergenza immigrati si possono tenere 3mila persone con 5 bagni chimici? Ve li mandiamo noi dalle nostre feste Democratiche un centinaio di bagni chimici. Su questa vicenda il governo ha toccato davanti al mondo il punto più basso».

L’Unità 06.04.11

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E dopo il voto esplode la rabbia «Vergogna!», di Maria Zegarelli

Sit-in davanti Montecitorio dei movimenti e le opposizioni. «Vergogna» urlano i manifestanti quando l’aula approva il conflitto di interessi. Di Pietro:«Per mandare a casa Berlusconi bisogna andare a votare ai referendum». C’era l’enorme tricolore lungo sessanta metri già sventolato il 12 marzo, la bandiera del Partito comunista e quella di Fli, tante dell’Idv e di Sel insieme alle sciarpe viola. Non c’era quella del Pd che ieri ha scelto un’altra piazza per un altro sit-in nel giorno del Democrazia Day e della notte bianca della Democrazia. Circa trecento persone davanti a Montecitorio per un presidio fuori dal palazzo mentre dentro scorreva veloce il dibattito prima e il voto poi sul conflitto di attribuzione sul caso Ruby. «Vergogna», hanno urlato più e più volte i manifestanti. È Gianfranco Mascia del Popolo Viola che coordina i «lavori» mentre al microfono si alternano persone comuni e politici che fanno spola tra l’Aula e la piazza. Urla e fischi mentre vengono lette una per una le leggi ad personam, trentasette, di Silvio Berlusconi «e la sua cricca»: si deve andare indietro al 1994 con il decreto Biondi, alla Cirami del 2002, l’ex Cirielli del 2005 e via elecando. «Non scappare, fatti processare», «Voglio votare Sandro Pertini» si legge sui cartelli. Furibonda Daniela Rosellini, quattro ore di treno per arrivare qui. «Non me ne frega niente se Berlusconi andava con le prostitute urla dal microfono -, a me interessa avere un governo, un futuro, un lavoro. Le leggi di Berlusconi fanno comodo a tutti, sono tutti uguali dentro quel palazzo. Il problema non è il premier sono gli italiani, siamo tutti noi, un popolo diventato indifferente, egoista». Le telecamere accorrono per intervistarla. Tra la gente Leoluca Orlando, Idv, Franco Giordano, ex segretario Rc, Paolo Ferrero, rispunta anche Marco Ferrando quello che fece tremare il governo Prodi. C’è la terza A dell’istituto per ragionieri “Calvi” di Belluno, in gita a Roma incuriosita dal sit-in. Simone: «Sarebbe giusto processarlo, la legge è uguale per tutti. O no?». Tamara difende il premier e se la prende con Ruby, «lei si prostituiva», Beatrice: «E lui? È il presidente del Consiglio e va con una minorenne?».
Dal microfono intonano “Bella ciao”, poi arrivano per un flash mob gli attori del Teatro dei Colpevoli di Napoli, con nasi e orecchie da maiale che sbeffeggiano la Costituzione mentre un araldo mascherato legge i primi dieci articoli. Antonio Di Pietro applauditissimo: «Se gli italiani il giorno del referendum non andranno a votare si faranno abbindolare ancora una volta da Berlusconi. Abbiamo a portata di mano la soluzione: far cadere il governo con il referendum». L’ex pm avverte: Silvio non si dimetterà mai; il parlamento non lo sfiducerà perché lì dentro «ci sono persone comprate e vendute»; c’è il rischio che la piazza passi «dalle monetine a chissà cos’altro e sarebbe gravissimo», dunque non resta che l’arma delle urne referendarie.
Prende la parola anche Fabio Granata, Fli: «Ciò che sta avvenendo in Parlamento è grave perché riguarda l’Italia al di là degli schieramenti politici. Questa piazza è una speranza per l’Italia perché rappresenta un presidio democratico». Poi, alle 18 tutti in piazza del Pantheon.

L’Unità 06.04.11

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“Il leader alla manifestazione del Pd al Pantheon: su Ruby l´Italia umiliata davanti al mondo”, di Giovanna Casadio

«Politica e Movimenti devono darsi la mano…». Pier Luigi Bersani sul palco di piazza del Pantheon – la “piazza del Pd” – invita all´unità. I Democratici hanno chiamato a raccolta i militanti per marcare la loro strategia: «Sono per la civiltà dell´opposizione – premette il segretario – ma noi siamo in Parlamento e in piazza». Nel giorno in cui, nell´aula di Montecitorio, la maggioranza ha appena votato che Ruby è la nipote di Mubarak; che ben ha fatto Berlusconi a telefonare in Questura a Milano; e quindi va giudicato dal Tribunale dei ministri e non da quello ordinario, ebbene – grida Bersani – «Berlusconi ci mette in condizione di umiliazione e di vergogna davanti al mondo. Solo i disonesti non arrossiscono. Sì, è una vergogna».
«Vergogna-vergogna», gli fa eco la piazza. «Non è questa l´Italia – rincara il segretario – Oggi l´Italia è prigioniera ma si libererà da queste catene e riprenderemo la strada di un paese civile». Piazza del Pantheon è piena; applaude; scandisce «dimissioni, dimissioni»; canta l´inno nazionale. C´è anche il Popolo Viola che ha portato i 60 metri di striscione Tricolore (quello del C-day in piazza del Popolo). Tra i Democratici e il Popolo Viola c´è stata un po´ di maretta, perché nessuno del Pd si è presentato al sit-in pomeridiano dei Movimenti davanti a Montecitorio: il Pd ha una preoccupazione, di non venire meno al richiamo del presidente Napolitano ad avere senso di responsabilità. Ma a piazza Santi Apostoli di sera, riecco l´unità. Al Pantheon, Bersani denuncia la «dose quotidiana di vergogna, e di shopping» di parlamentari. Dice (come anche Anna Finocchiaro) che non ci sarà alcun Aventino, che «noi staremo in Parlamento perché quello è il luogo dei parlamentari» e lì spetta battere il governo. Poi va all´attacco di Bossi, e dalla piazza partono i fischi anti-lumbàrd . «Il Pd prenderà di punta la Lega – assicura il leader democratico – Gridano “Roma ladrona” e votano leggi per quattro ladroni di Roma. Se vogliono sostenere l´insostenibile non ci facciano la lezione sulla morale e il federalismo, e se vogliono sostenere il miliardario noi li prendiamo di punta». Al Nord i Democratici affiggeranno i manifesti con Alberto da Giussano con lo spadone un po´ moscio, «flessibile», lo definisce Bersani. Risate e applausi. Infine il lungo elenco sul governo del fare che non sa fare un bel nulla («Governo del fare dei miei stivali»), neppure fornire più di 5 wc chimici agli immigrati di Lampedusa: «Allora gliene mandiamo altri 100 delle nostre feste Pd…».

La Repubblica 06.04.11

"Operazione banalità", di Barbara Spinelli

Oggi si apre a Milano il processo Ruby, e qualcosa di strano sta accadendo, nonostante l´ora sia grave e parecchio miserabile. Un presidente del Consiglio è incriminato per aver abusato del proprio potere, costringendo la questura a rilasciare una ladruncola che gli stava a cuore e non esitando a spacciarla per la nipote di Mubarak. Pende anche l´accusa di favoreggiamento di prostituzione minorile, perché Karima El Mahroug (Ruby) frequentava festini a Arcore, prima della maggiore età.E li frequentava assieme a ragazze che si prostituivano in cambio di soldi, gioielli, appartamenti, carriere. Le prove sono tali che è stato scelto il rito abbreviato. Un dramma insomma, per un uomo che addirittura anela al Quirinale: e tale resta anche se la Consulta approvasse il parere espresso dalla maggioranza dei deputati, secondo cui il premier non è giudicabile da tribunali ordinari. Un´esperienza non invidiabile, quantomeno, e chiunque si sarebbe aspettato dall´imputato, in ore così cupe, un atteggiamento adatto alla circostanza: i latini lo chiamavano gravitas, virtù di chi governa (lo è ancora, nell´articolo 54 della Costituzione). Da sempre, la calamità personale è la verifica dell´attitudine al comando.
Ma nel mondo di Silvio Berlusconi non è così. Se solo proviamo a penetrarlo, vedremo che è un mondo parallelo, in tutto somigliante all´allestimento, al casting, al linguaggio delle televisioni commerciali. La realtà sfuma in irrealtà e viceversa, i protagonisti non parlano ma recitano copioni preconfezionati, il pubblico plaudente è esibito come popolo, qualche comparsa emette fandonie. Questo è il premier, specie in questi giorni: una comparsa buffonesca, che sghignazza su quel che fra poco, anzi oggi, sta per accadergli. L´Italia intera è un suo villaggio Potemkin, fatto di cartapesta colorata per occultare detriti e rovine.
Nel villaggio lui è re, e ride ininterrottamente, di tutti e anche di sé. Il sipario del processo sta per alzarsi ed eccolo che il 2 aprile racconta una delle sue lunghe barzellette. Il pubblico batte le mani, e quest´euforia non è il capitolo meno sinistro del copione. Se Karima ha un nomignolo possiamo darlo anche all´autore della sceneggiatura: chiamiamolo Ubu Re, perché come nel dramma di Alfred Jarry prende il potere per «mangiare più salsicce, comprarsi ombrelli, far soldi»; perché promuove i corrotti, elargisce denaro perché glielo consiglia Mamma Ubu, annienta i nobili e soprattutto i magistrati, condannati a vivere delle multe comminate e dei beni dei condannati a morte.
Le barzellette sul caso Ruby mancano furiosamente di sottigliezza, non di furbizia. Sono pornografia allo stato puro, e la pornografia, si sa, cancella l´oggetto del desiderio facendolo vedere così da vicino che pare troppo vero per esser vero. Succede sempre, con l´osceno: quel che ammalia è il reale in eccesso, è l´iper-realtà (la parte del corpo è ingrandita come da una lente). «L´unico vero fantasma della pornografia non è il sesso ma è la realtà stessa, assorbita in qualcosa che non è reale, ma iper-reale», scrive Baudrillard sulla seduzione. Berlusconi non nasconde nulla di quel che fa ma anzi ne dilata i dettagli, li rende derisori, li evoca anche nei momenti in cui uno magari penserebbe ad altro. Di continuo siamo trascinati nel suo set-universo parallelo dove il reale si dissolve e l´assedio svanisce: perché se è derisorio lui quanto più lo saranno magistrati e giornalisti!
Ha un suo sogno ridicolo e non sottile, l´uomo Berlusconi, ma c´è del metodo e anche una cinica conoscenza delle cose, nel suo architettare villaggi finti: c´è la rappresentazione di una gioventù scombussolata da lavori senza futuro, e di un´Italia ridanciana, indifferente alle leggi perché dalle leggi non protetta. Un´Italia con la quale Ubu s´identifica, e che s´identifica con Ubu. Basta divenire padrone delle parole e delle leggi, per storcere gli eventi e capovolgerli. Risultato: quello di oggi non è un processo per concussione e minorenni prostituite. È un monumentale processo al desiderio, alla simpatia, alla leggerezza, alle risate. L´ironia, la più eccelsa delle arti, è usata come arma micidiale che sminuzza i fatti e li rende irriconoscibili. Niente mi minaccia, se ci rido sopra. Niente m´insidia, se come Napoleone m´impossesso dei sogni di soldati ed elettori. È il sotterfugio offerto sin dall´inizio dalle sue tv, tramite le quali conquistò le menti e l´etere. Lui ri-crea un mondo ma frantumato, e nel frammento vivi bene perché non vedi il tutto, non connetti i fatti tra loro sicché li scordi presto. Robin Lakoff, denunciando i nuovi demagoghi delle destre americane, parla di agenda dell´ignoranza.
Chi non dimentica il tutto, il contesto, è lui, il capo che sui falsi paesaggi ha idee ben chiare. Deve essere un paesaggio di emergenza e caos perenni, dove chi comanda si traveste da vittima, dove il potere continuamente deve essere espugnato, mai esercitato. Il Parlamento merita castighi, perché il leader sia solo davanti al popolo (davvero il premier ha sgradito gli insulti di La Russa al presidente della Camera?). Magistratura e Consulta hanno fame di potere politico, e vanno evirate. La Costituzione è un laccio. La politica non è manovrare, ma rimestare e smistare possibili ricatti. Gheddafi era così: ostile alle istituzioni rappresentative, incarnando il popolo si pretendeva inamovibile. Formalmente non governava lui ma i Congressi popolari. Lui, dietro le quinte, era Papà Ubu.
Resta la stranezza, il mistero. Perché tanto ridacchiare, alla vigilia del processo Ruby e di altri procedimenti? Quale spettacolo sta mandando in onda, di cui noi non siamo che ignoranti comparse? Quali leggi e stratagemmi inventerà Ubu perché ogni processo si spenga? L´obiettivo è la negazione del reale, ma c´è un più di violenza, c´è una tattica bellica preventiva presa in prestito dallo Spirito dei Tempi. Tutto è annuncio preventivo, prima che il reale si avveri, ne abbiamo conferma proprio in questi giorni nella guerra di Libia: anche qui viviamo eventi senza conoscerli, che paiono escrescenze delle tv commerciali. Ci sono stati certamente massacri, da parte di Gheddafi. Ma quanti e dove? I cronisti dicono che ci sono stati, ma non visti perché mancavano le telecamere. La tv commerciale fa legge, prima ancora che le cose avvengano: «Lo dice la televisione», e performativamente il fatto esiste. In un blog intitolato Una Storia Noiosa leggo: «Il fact finding/checking viene sostituito da immagini che non esistono, ma che se esistessero testimonierebbero indubitabilmente la realtà di questi fatti, di cui peraltro il giornalista non è testimone diretto. Vertiginoso. Nasce il genere del “reportage preventivo”. Non so dire se siamo al funerale dell´immagine o al suo trionfo: l´immagine può permettersi di non esistere fisicamente, tanto tutti diamo per buono che rappresenterebbe fedelmente quella che già sappiamo essere la realtà» (http://du57.wordpress.com/).
Nel mondo di Berlusconi, la guerra al reale si fa preventiva. Più precisamente, e in conformità al personaggio: si fa apotropaica (apotropaico è il gesto che allontana e annulla un´influenza maligna: per esempio, toccar ferro). Apotropaico è il modo in cui ha difeso, il 10 marzo, la riforma della giustizia: se si fosse fatta nel ´92-93, Tangentopoli sarebbe proseguita indisturbata, non ci sarebbero state Mani Pulite né «l´invasione da parte della magistratura della politica e l´annullamento di un´intera classe dirigente».
Una risata vi seppellirà. Lo promette Berlusconi, forse dimenticando che furono gli anarchici dell´800 e la sinistra estrema nel ´900 a coniare lo slogan. Fortuna che abbiamo Lao Tzu, che da 2.500 anni dice, della via saggia e giusta: «Quando un dotto di prim´ordine sente parlare della via, la segue rispettosamente. Quando un dotto di mezza levatura sente parlare della via, ora la mantiene ora la perde. Quando un dotto d´infimo ordine sente parlare della via, si fa una grande risata».

La Repubblica 06.04.11

"Quei precari del Bel Canto che fanno vivere Spoleto", di Michele Smargiassi

Dal Lirico Sperimentale fondato da Menotti nel 1947 sono usciti i migliori soprani e tenori italiani Ma ora il teatro fa i conti con stagioni a rischio, tagli al personale e una sede in attesa di restauro. Costa un milione di euro all´anno, nulla rispetto al faraonismo degli “stabili”. Qui lavorano solo cinque dipendenti, dimezzati negli ultimi tempi, più il direttore. «Ecco, noi gerarchicamente veniamo dopo questa buca qui nell´asfalto». La ghiaia crocchia sotto le scarpe nel cortile del duecentesco e malmesso ex convento di Santa Maria della Stella, una vera città nella città. «Qui è tutto provvisorio», sembra scusarsi il direttore Claudio Lepore, «questa sede è in prestito, in attesa del restauro della nostra, in centro, terremotata dal ´97». Forse invece è un moto d´orgoglio, il suo. In fondo è il provvisorio, in Italia, che ha dimostrato di saper resistere meglio dello stabile ai colpi del destino e all´indifferenza dei governi. E il Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto, la scuola da cui è uscito pressoché tutto il bel canto italico dell´ultimo mezzo secolo, resiste, provvisorio e solidissimo, da 64 anni. Per questo, anche se il governo ha ripristinato in extremis i fondi del Fus, il 27 marzo scorso la programmata manifestazione-concerto contro il “divieto di cultura” l´hanno fatta lo stesso. «La crisi non finisce mai, e noi non allentiamo la tensione».
Di Spoleto tutti conoscono il Festival dei due mondi. Ma Gian Carlo Menotti scelse questa rocca umbra consigliato da Adriano Belli, avvocato e musicologo, che già dieci anni prima, nel ´47, con le macerie della guerra ancora agli angoli delle strade, aveva radicato qui la sua utopia didattico-musicale: una scuola «per sperimentare la voce», un allevamento di ugole d´oro, un vivaio di soprani e tenori. Con pochi soldi, molto amore e la fantasia del direttore artistico Michelangelo Zurletti. In archivio c´è ancora il telegramma del giovanissimo ministro Andreotti che annuncia trionfante il primo finanziamento da 500 mila lire. Ogni anno, da allora, i corsi estivi terminano con una piccola intensissima stagione, a settembre, quattro opere e venti giorni di musica, allestimenti originali, sperimentali, controcorrente rispetto al faraonismo degli “stabili”. Costi minimi: il bilancio annuale del “Belli”, che è un´associazione culturale, è di un milione di euro, un ventesimo del costo di un grande ente lirico. Il 60% del bilancio è coperto dai contributi del Ministero, il resto dagli enti locali e da sponsor privati. Quando sembrava che il rubinetto stesse per chiudersi, dai palcoscenici di mezzo mondo gli ex allievi si erano allarmati e mobilitati: ci sono le firme di Renato Bruson, Ruggero Raimondi, Leo Nucci, Sonia Ganassi e di molti altri ancora in calce a un appello accorato al presidente della Repubblica, «il Belli non è un teatro “normale” è una formula, un segno di intelligenza della cultura italiana».
«Siamo salvi grazie alla benzina, il che, lo capirà, è leggermente umiliante. Gli italiani pagano già le tasse per il servizio cultura, perché devono pagarle due volte?». Lepore è uomo di teatro da decenni, ma non è teatrale. È un uomo pratico. «Siamo salvi e siamo contenti. Ma per quanto? Tra un mese cominceranno a discutere la prossima Finanziaria. Cosa ci sarà scritto?». Un anno di emergenza magari si può anche affrontare. Due, tre, forse. La Fondazione Carispo ha fatto uno sforzo, ma il suo presidente Dario Pompili avverte: «Possiamo essere una toppa sul buco, ma non gli eterni tappabuchi». Lepore era già pronto a ridurre la stagione, dimezzare le recite e le produzioni, diminuire le funzioni vitali, per evitare il collasso in attesa della rianimazione. Ma è proprio questo navigare a vista, spiega, che ci costa carissimo, che fa saltare i bilanci. «In Germania si programmano le stagioni con tre, quattro anni d´anticipo. Questo permette ai teatri di strappare cachet bassi anche ad artisti di grande fama, perché si offre loro una continuità. In Italia si programma sempre in affanno, all´ultimo momento, pagando care le ultime disponibilità nell´agenda degli artisti. L´emergenza cronica è una vera e propria sovrattassa».
Eppure si va avanti così da decenni. Un´emergenza strutturale, un´emergenza storica è ancora un´emergenza, o è una condanna perpetua? La sede “provvisoria” dello Sperimentale è un archivio straordinario, tutte le opere realizzate in oltre mezzo secolo sono su nastro, e quelle degli ultimi trent´anni anche su video. Ma qui lavorano solo cinque dipendenti, più il direttore. Dimezzati negli ultimi anni, per risparmiare più che si può. Sono gli unici “stabili” di un esercito di irregolari, i precari del bel canto, centinaia di musicisti, coristi, solisti che prima studiano gratis poi suonano pagati per poche settimane, «quelle appena sufficienti a garantirci la copertura assicurativa e previdenziale», spiega Ivano Granci, corista. Lo spettro dei tagli, per un centinaio di musicisti come lui, significa perdere anche questo, la sicurezza, la pensione. «Siamo i precari di un mondo precario, quello della cultura. Quando si lavora, prendiamo in media 45 euro al giorno lordi, quelli che un idraulico guadagna in un´ora. Ma per qualcuno devono essere ancora troppi. Ogni volta che si parla di finanziamenti alla cultura si capisce che, per questo Paese, chi lavora nello spettacolo non è un lavoratore vero, ma è uno che si diverte, quindi non ha bisogno di essere pagato».
Era nato anche per questo, lo Sperimentale. «Per allevare artisti togliendoli dalle mani di impresari che li facevano sgolare, che li spremevano subito, senza lasciarli maturare, crescere, diventare grandi», spiega Lepore infervorandosi. Un´«alcova», un serraglio protetto, una riserva naturale per un patrimonio nazionale. Finché dura. Al telefono da Zurigo, dove è in scena col Simon Boccanegra, il baritono Leo Nucci quasi si commuove: «Ho debuttato a Spoleto 44 anni fa. Ora sono nonno e penso al futuro delle mie nipotine: potrebbero ancora avere l´opportunità che ho avuto io?». Lo ha scritto di sua mano a Napolitano. Non è una questione dei tagli di un anno, è una questione di emergenza sempiterna. Racconta: «Tra i miei colleghi di stasera il tenore è italiano, il basso è italiano, il direttore è italiano. In questa città svizzera, che non è Parigi o New York, canto in un teatro che fa 265 recite l´anno, un cartellone di 38 titoli di cui 14 produzioni, tutte piene di artisti italiani. Produciamo arte e la regaliamo al mondo. Ma se smettiamo, saranno tenori e baritoni dell´Est a cantare italiano. Questo paese fa leggi speciali per impedire che Alitalia e Parmalat cadano in mano a stranieri, ma non si muove per tenersi l´arte più italiana che c´è. Siamo dei pazzi».

La Repubblica 06.04.11