Latest Posts

"Le clausole “segrete” tra Pdl-Bossi e Tunisia", di Francesco Lo Sardo

Maroni in missione dall’altra parte del Mediterraneo per trovare una soluzione facile a un problema difficile.
Tempo, serve tempo: cioè mesi. E serve molta discrezione, zero pubblicità, anzi silenzio: è questa la prima condizione posta da Tunisi. Niente dichiarazioni sopra le righe. E questo è il punto più debole dell’intesa tra Roma e Tunisi che, per le sue caratteristiche, assomiglia più a un patto segreto.
Dove per Roma deve intendersi in questo caso non già un governo, non una maggioranza: ma un patto di potere tra due contraenti, tra Bossi e Berlusconi, che si ricattano l’un l’altro. Ecco perché può saltare tutto. Basta che le teste calde della Lega, anche casi isolati, comincino a battere la grancassa della propaganda e che le Ong tunisine per i diritti umani contro i rimpatri di massa, per reazione, si scatenino contro il fragile governo provvisorio di Tunisi e nel paese nordafricano sarebbe il finimondo. Ma la Lega, alla fine, manterrà il patto o invece farà come lo scorpione della celebre fiaba di Esopo trasportato dalla rana-Pdl e non resisterà alla tentazione di infilzarlo? Riuscirà o vorrà Bossi, così come ha giurato due sere fa a Berlusconi, trattenersi dal gridare in campagna elettorale che – grazie alla linea dura della Lega – i tunisini sbarcati in Italia saranno «rimpatriati in massa» e che «solo pochissimi avranno un permesso temporaneo» che, ripete un insinuante tam-tam di maggioranza in queste ore, servirà a farli ricongiungere ai loro parenti in Francia e Germania, levandoceli così di torno? L’accordo trovato è un ordigno esplosivo. Basta nulla per farlo saltare. è un puzzle composto di molti pezzi. Soldi per aiutare la Rivoluzione tunisina, certo. E ne serviranno molti. Poi cooperazione e soprattutto mezzi navali per pattugliare le coste nordafricane, che però non saranno disponibili se non alla fine di aprile, rivelano a Europa fonti della Farnesina. I pezzi più difficili da gestire sono due. I rimpatri in deroga agli accordi Roma-Tunisi che consentano di far rientrare gruppi di 40-50 tunisini al giorno e non soltanto 4-5. E poi i permessi temporanei per quanti riescono a dimostrare di avere parenti in altri paesi europei cui ricongiungersi per «alleggerire la pressione» dei numeri.
Due meccanismi che però richiedono tempo: l’Italia non sarà «svuotata» dai tunisini in quattro e quattr’otto, come vorrebbe strombazzare la Lega.
Zero enfasi e zero campagne razziste e xenofobe, pretende Tunisi. Berlusconi ha detto di sì, ora sta alla Lega ingoiare il rospo.
Il guaio del Carroccio è che i tunisini resteranno in Italia per un po’ e la querelle sui campi di accoglienza e su quali regioni debbano ospitarli resta lì, alimentando fratture nella Lega: tra lombardi, veneti e piemontesi e anche al loro interno.
Le tensioni, nel Carroccio, sono fortissime. Ieri il capo dei leghisti in regione Lombardia Boni minacciava addirittura l’apertura di «una crisi di governo » se l’emergenza non si risolverà presto: «Il nostro elettorato è furioso e quando Bossi dice “Fora di ball” si riferisce a una tensione vera della nostra gente ». Boni poi ha smentito, ma il sentire della pancia leghista è esattamente quello. «L’assenso ai permessi temporanei dimostra che la Lega è un alleato prezioso e un’autentica forza di governo », dice il Pdl per adulare lo stato maggiore del Carroccio.
Ma la “base” reggerà? E quali conseguenze avrà sull’elettorato leghista alle amministrative il patto Pdl-Lega-Tunisi? Si vedrà. Certo che, se mai si salveranno dalla catastrofe emergenza migranti creata ad hoc per i cinici calcoli elettorali di Bossi e Maroni – su cui la Lega e il Pdl avrebbero continuato a scannarsi in piena campagna elettorale – quelli della maggioranza dovranno dire grazie alla legge Turco-Napolitano sulle misure di protezione temporanea per rilevanti esigenze umanitarie: è lì che nascono i permessi di soggiorno temporanei.

da Europa Quotidiano

******

“Niente tendopoli, la Toscana fa scuola”, di Fabrizia Bagozzi

Il governatore Rossi la spunta sul ministro e dà la linea sull’accoglienza degli immigrati in fuga.
Manduria contro Firenze.
Tendopoli da 2000 persone contro piccoli numeri dislocati in strutture degli enti locali, della Caritas, del volontariato che in tutta Italia si sono messe in campo per fronteggiare l’emergenza.
Di fronte alle forzature di Maroni – inclusa la distinzione fra profughi e clandestini e il conseguente interminabile cordone sanitario attorno a Lampedusa – che hanno prodotto i megacampi delle fughe di massa, il governatore della Toscana Enrico Rossi ha messo le mani avanti contrapponendo una sorta di accoglienza dal volto umano. E più sicura.
Cinquecento immigrati – 300 sono arrivati la scorsa notte – da ospitare in 14 centri in 7 province da Livorno a Grosseto. A Firenze addirittura in pieno centro storico, nella casa per stranieri e indigenti gestita dal comune a San Frediano (12 persone) e nella villa Pieragnoli della Caritas, che ha messo a disposizione anche una sua piccola casa a Sesto Fiorentino (30 ospiti). Dislocazioni che, mentre procedeva il piano di trasferimento del Viminale nei grandi campi ( 700 tunisini a Trapani, 500 a Santa Maria Capua a Vetere, 680 a Civitavecchia, 500 a Caltanissetta) si sono svolte ieri senza particolari problemi con l’eccezione di Calambrone (Pisa), dove dovevano arrivare in 50 che, dopo proteste inscenate da residenti e albergatori, sono stati dislocati altrove.
Pieno centro storico a Firenze e senza barricate. Una cosa impensabile nel Nord a trazione leghista dei Cota e degli Zaia.
Basti pensare che nella Padova guidata dal democratico Flavio Zanonato, responsabile immigrazione dell’Anci, alla sola ipotesi di allestimento della caserma Romagnoli – che anche grazie al pressing di Zaia non si farà – sono riusciti a fare fuoco e fiamme nella forma contro il sindaco, nella sostanza contro il proprio ministro dell’interno a cui si deve l’idea. Intanto Zanonato ribadisce che «le tendopoli sono la soluzione peggiore», e ricorda che per l’Anci il modello è quello toscano. «La regione si fa carico del numero di immigrati che gli spetta e poi il governatore ragiona con enti locali e volontariato per trovare il modo di accogliere senza traumi». A Padova niente grandi campi, semmai piccoli numeri proporzionati alla popolazione, e in centri compatibili.
E il modello Toscana fa scuola fra gli altri governatori.
Nelle Marche, in Liguria, ma anche nelle regioni di centrodestra.
Renata Polverini ha già annunciato che i tunisini verranno distribuiti con la collaborazione delle congregazioni religiose e che il megacentro di Civitavecchia è una soluzione transitoria in vista di «sistemazioni più adeguate». Rimane da vedere come si muoveranno la Campania di Caldoro, la Lombardia di Formigoni o la Sicilia di Lombardo e se il Piemonte di Cota, obtorto collo, seguirà gli auspici del sindaco di Torino Chiamparino, che ha fermato la tendopoli della Continassa non per bloccare l’accoglienza ma per capire meglio chi – immigrati con protezione umanitaria o clandestini ? – e quanti arriveranno in città. Di questo si parlerà oggi, ad accordo siglato e dunque con molte certezze in più su numeri e status giuridico degli immigrati, nella cabina di regia post-Tunisi di palazzo Chigi.
Con la protezione umanitaria sarà tutto più semplice.
Ovunque è in campo il volontariato.
Nell’ultima settimana a Lampedusa la Croce Rossa ha assistito 1000 persone. E Caritas italiana ha messo a disposizione 2.500 posti sparsi in 93 diocesi: due terzi al Nord (Lombardia, Liguria, Emilia Romagna, Veneto), un terzo al Sud con epicentro a Piana degli Albanesi e Trapani, dove gestisce due strutture da 200 posti. Fin dall’inizio dell’emergenza la Caritas ha ribaditola sua disponibilità insistendo, però, sull’importanza della protezione umanitaria per un’accoglienza decorosa, anche perché i suoi centri non sono né possono essere utilizzati come Cie. E considerando le tendopoli come extrema ratio.

da Europa Quotidiano 06.04.11

"10 anni di precariato, tutti i dati", da Tuttoscuola

Precari. Quel tabù del rapporto tra organico di diritto e organico di fatto. Mediamente ogni anno, se pur con attenuazione negli ultimi tempi, vengono nominati circa 100 mila docenti precari (nomina annuale o fino al termine delle attività) e circa 50 mila Ata (nomine annuali o fino al termine delle attività).
Chi è fuori dal mondo della scuola non riesce a capire come sia possibile una quantità così elevata, e ripetuta nel tempo, di fabbisogno di nomine per personale precario e può pensare che tutto possa dipendere dalla mancanza di assunzioni regolari in ruolo del personale (per concorso o per graduatorie).

In minima parte la ragione è questa della mancata assunzione, ma nella maggior parte dei casi tutto dipende dalla non coincidenza tra organico di diritto e organico di fatto.

Il primo (il diritto) è quello ufficiale che individua chiaramente posti e classi con determinazione puntuale del personale da utilizzare; il secondo (il fatto) è la situazione vera e reale del fabbisogno di posti e classi con effettiva individuazione all’inizio dell’anno scolastico di tutto il personale che serve per garantire il servizio. E la differenza tra diritto e fatto è ogni anno sempre notevole.

Ma, mentre sui posti di diritto, può andare soltanto il personale titolare (quasi tutto di ruolo), succede che sui posti di fatto istituiti in più vadano soltanto precari.

Il costo che la scuola sostiene ogni anno è quello di fatto, non quello di diritto.

Poiché tutti gli anni si ripete questa storia di un organico teorico soppiantato da quello reale, il tema di oggi (e di ieri, come Tuttoscuola va dicendo da anni) è perché non infrangere questo tabù e stabilizzare tutto il personale (di ruolo e non) che assicura effettivamente il funzionamento della scuola?

Tradotto in soldoni: perché non assumere tutto il personale che di fatto serve, visto che già, comunque, lo si paga?

10 anni di precariato confermano una patologia stabile

Se si confrontano i dati di organico di fatto del 2000-01 con quelli del 2009-10 (gli ultimi pubblicati dal Miur) si può rilevare che nel corso di un decennio il precariato docenti è rimasto sostanzialmente stabile: un aspetto patologico duro a morire.

Tra docenti con contratto annuale o fino al termine delle attività erano 117.685 i precari nel 2000-01; dieci anni dopo sono risultati 116.973, con un calo soltanto di 712 unità (circa mezzo punto in percentuale in meno).

Mentre il numero complessivo è rimasto sostanzialmente stabile, vi sono state, tuttavia, variazioni interne non da poco tra i settori scolastici e tra i territori.

La scuola dell’infanzia ha registrato un calo dell’1% del numero di docenti precari, mentre la scuola primaria, al contrario, ha avuto un aumento di quasi il 7%.

È andata peggio per la scuola secondaria di I grado che ha registrato dopo un decennio un incremento della precarietà che ha sfiorato il 12% (11,7%), mentre il numero di professori precari della secondaria superiore ha avuto una flessione del 10%.

Le variazioni più significative si sono, tuttavia, registrate nei territori con un andamento fortemente contrapposto tra centro-nord e mezzogiorno. Vi sono state regioni come la Toscana dove, a distanza di dieci anni, si sono registrati quasi 3mila precari in più, con un incremento pari al 51,7%, e l’Emilia-Romagna dove l’aumento ha superato complessivamente le 3.500 unità, con un incremento del 46,3%.

Per contro, nelle regioni del Mezzogiorno il numero di docenti precari, dieci anni dopo, è risultato inferiore di oltre 13 mila unità, facendo segnare percentuali significative di decremento in Sardegna (-40,4%), in Basilicata (-43,1%), in Campania (-35,1%), in Sicilia (-33,7%).

Il precariato, insomma, ha cambiato casa ma è rimasto come patologia del sistema.

Un docente ogni 7 è precario

Dieci anni fa i docenti precari (annuali o fino al termine delle attività) in servizio nella scuola statale italiana erano 117.685; l’anno scorso erano 116.973, cioè più o meno la stessa quantità.

Tanti o pochi? Una quantità fisiologica o patologica rispetto al totale dei docenti in servizio?

Nel 2000-01 vi erano in cattedra complessivamente 824.178 docenti, di cui, appunto, 117.685 con contratto a tempo determinato. Il tasso medio nazionale di precarietà era, quindi, del 14,3%, equivalente ad un docente precario ogni sette.

Dieci anni dopo i docenti in servizio erano scesi a 795.342 (circa 29mila in meno), ma il numero di quelli con contratto a tempo determinato, come si è visto, era stato quasi confermato, facendo registrare un tasso di precarietà pari mediamente al 14,7%, confermando il rapporto di un docente precario ogni sette.

Non si tratta, quindi, di una quota fisiologica di precariato, ma di una incidenza patologica. E, visto, che resta confermata nel tempo, si tratta di una patologia strutturale del nostro sistema scolastico, il cui rimedio non può che essere di natura strutturale.

Il dato di un docente precario ogni sette costituisce la media nazionale della precarietà; ma è tutto così nei diversi settori e nei territori oppure la patologia si annida in modo virulento da qualche parte in particolare?

Nel 2000-01 erano sotto la media nazionale del 14,3% le regioni del Sud e del Centro, mentre le regioni del Nord Ovest superavano il 18,5%. Dieci anni dopo, il Mezzogiorno scendeva sotto la media nazionale in modo consistente, mentre nel Centro Nord si accentuava il tasso di precarietà con l’incremento notevole delle regioni del Nord Est che sfioravano quasi il 20% (un docente precario ogni cinque docenti in cattedra).

Infanzia: docenti in aumento con tasso di precarietà critico

Dieci anni fa il tasso di precarietà nella scuola dell’infanzia, con 10.103 docenti non di ruolo, era mediamente dell’11,7% rispetto agli 86.068 docenti in servizio; nel 2009-10, con 10.001 docenti precari, il tasso era sceso all’11%, calcolato sui 91.198 in servizio (5mila in più rispetto a dieci anni prima), rimanendo, quindi, a livelli critici.

Allora era l’Emilia Romagna ad avere la percentuale più elevata di docenti precari (20,2% del totale dei docenti in servizio), seguita dalla Lombardia con un tasso del 19,2%, mentre ben altra era la situazione di precarietà di scuole dell’infanzia di alcune regioni meridionali o centrali, come, ad esempio, quelle della Calabria con il 2,4% di docenti non di ruolo, quelle dell’Umbria con il 4,5% o della Basilicata con il 5,5%.

Nel 2009-10 la precarietà si è spostata ulteriormente nel centro-nord tanto che in quelle aree si sono concentrati i tre quarti dei precari dell’infanzia.

L’Emilia-Romagna ha conservato il negativo primato della percentuale più elevata di docenti precari (19,4%), ma quasi tutte le regioni del Nord e del Centro hanno fatto registrare un tasso di precarietà al di sopra di quello medio nazionale.

La Calabria, con il 3,6% di docenti non di ruolo, è rimasta ai livelli più bassi della precarietà del personale docente delle scuole dell’infanzia, seguita dalla Campania che, con il 3,9%, è rimasta, comunque, sotto il 4% di precarietà.

In questo sostanziale ulteriore spostamento della precarietà dal sud al nord ha avuto, da una parte, un peso considerevole l’aumento di sezioni della scuola dell’infanzia al nord per aumento di iscrizione dei bambini figli di extracomunitari e, dall’altra, la flessione di iscritti (e di sezioni) nei territori meridionali per effetto del decremento demografico.

Percentuale di precarietà ai minimi nella primaria del mezzogiorno

Nel confronto tra i dati del 2000-01 e quelli del 2009-10 della scuola primaria statale emerge una situazione di aumento di quasi duemila docenti precari e un incremento di un punto percentuale del tasso di precarietà.

Dai 25.471 docenti di scuola primaria con contratto a tempo determinato del 2000-01 (9,5% del totale docenti in servizio nel settore) si è passati, infatti, ai 27.241 di dieci anni dopo (10,5%).

Le regioni centrali, con quasi 4 punti di incremento percentuale sono state quelle che hanno subito il peggior andamento della precarietà nel periodo, pur rimanendo quelle del Nord Est e del Nord Ovest ai livelli più elevati rispettivamente con il 19,7% e il 18,7%. Le regioni insulari, che nel 2000-01 avevano sfiorato il 15% di docenti con contratto a tempo determinato, sono scese sotto l’11%.

Tutte le regioni del Mezzogiorno (la Calabria ai minimi con il 2,1% di tasso di precarietà) nel 2009-10 hanno fatto registrare i più bassi livelli di presenza di precari tra i docenti di scuola primaria con percentuali comprese tra il 6,3% e il 2,1%. Con l’eccezione del Molise che nel decennio considerato ha avuto un lieve incremento del tasso di precarietà, tutte le regioni del Mezzogiorno hanno registrato un sensibile abbassamento del tasso di precarietà, favorite indubbiamente anche dalla chiusura di molte classi (e disponibilità conseguente di docenti titolari) a causa del decremento demografico in atto.

L’Emilia Romagna e la Lombardia, rispettivamente con il 17,8% e il 16,7% di docenti precari rispetto alla totalità dei docenti in servizio nelle scuole primarie di quei territori, hanno raggiunto nel 2009-10 i vertici più elevati di questa poco invidiabile classifica della precarietà.

Veneto e Piemonte si sono attestati oltre il 13% di tasso, seguiti da Lazio e Toscana.

La Toscana incrementa di 10 punti il tasso di precarietà tra i professori di scuola media

Nella scuola secondaria statale di I grado il numero di professori precari nel 2009-10 risulta aumentato di oltre tremila unità rispetto a dieci anni prima, passando infatti da 29.243 a 32.677 unità con un incremento di oltre 3 punti in percentuale (dal 14,9% al 18,1%) del tasso di precarietà rispetto al totale dei docenti del settore in servizio.

L’aumento del tasso di precarietà è stato favorito non solo dall’aumento in valori assoluti dei docenti con contratto a tempo determinato, ma anche dal contestuale decremento del numero di docenti titolari.

Dieci anni fa la percentuale più alta di docenti precari nel settore della scuola secondaria di I grado era stata registrata nelle regioni del Nord Ovest con una media del 19%; nel 2009-10 sono state le regioni del Nord Est, nel loro complesso, a far registrare la percentuale di precarietà più alta, toccando il 24,3%, un valore superiore di quasi un punto del tasso percentuale del Nord Ovest.

Ancora una volta, come in altri settori, è stata l’Emilia Romagna a trascinare verso l’alto il tasso di precarietà di questi territori, raggiungendo il 26% (era al 18% dieci anni prima), un tasso che corrisponde mediamente ad oltre un professore precario ogni quattro in cattedra.

Veneto, Lombardia e Toscana, aumentando sensibilmente il tasso di precarietà già registrato nelle scuole secondarie di I grado nel 2000-01, hanno superato tutte il 23% di indice di precarietà.

In particolare la Toscana ha fatto registrare il più alto incremento nel tasso di precarietà passando dal 13% del 2000-01 al 23% del 2009-10.

Campania e Puglia, se pur di poco, sono scese al di sotto del 10% nella percentuale di professori precari in servizio lo scorso anno.

Ancora molto alta la precarietà tra i prof delle superiori

Sono diminuiti di oltre 5mila unità i professori con contratto a tempo determinato che nel 2000-01 avevano toccato quota 52.267. Scendendo a 47.054 unità nel 2009-10, i docenti precari degli istituti superiori hanno contribuito a far scendere la percentuale di precarietà in questo settore dal 19,2% al 17,8%. Sono state le Isole, in particolare la Sardegna, a contribuire maggiormente a questo decremento della precarietà che, è bene dirlo, resta comunque alta. Nell’isola sarda la flessione del numero di professori precari in servizio negli istituti di istruzione secondaria superiore, dal 2000-01 al 2009-10, è stata superiore al 10%, attestandosi ora al 14,9% che resta, comunque, ad un livello complessivo abbastanza critico.

Sensibili decrementi si sono avuti anche in Basilicata, in Sicilia e in Piemonte, mentre in alcune regioni, soprattutto del centro-nord, il tasso di precarietà si è comunque innalzato, contribuendo a determinare, anche per gli istituti superiori, una situazione fortemente sperequata tra i territori in ordine alla percentuale di professori precari.

In Toscana vi è stato un innalzamento del 5,7% della percentuale di precari (arrivata l’anno scorso al 22,5%); in Emilia Romagna l’innalzamento in dieci anni è stato del 5,2% raggiungendo l’anno scorso quota 24% che costituisce in assoluto il livello di precarietà più alto tra tutte le regioni per quanto riguarda i professori degli istituti statali di istruzione secondaria superiore.

L’Emilia Romagna con questi dati sui professori precari della secondaria superiore (24%) e con quelli dei professori di scuola media (26%) ha raggiunto nel 2009-10 il non invidiabile primato della più alta precarietà nell’istruzione secondaria del nostro Paese: un professore precario ogni quattro.

Tuttoscuola 06.04.11

******

“Flc Cgil e Snals chiedono soluzioni per il precariato”,
da Tuttoscuola

La questione del precariato può essere affrontata soltanto agendo su più piani. Ne è convinta la Flc-Cgil che propone al ministro Gelmini la sua ricetta per superare una volta per tutte un fenomeno che si trascina da anni. Le direzioni in cui muoversi – dice – sono tre: un piano quinquennale di assunzioni per dare stabilità al personale; un organico funzionale su base triennale in modo da superare la faticosa e dispendiosa chiamata dei supplenti saltuari; la costituzione, nell’ambito della gestione transitoria delle graduatorie a esaurimento, di una sorta di sottolista.

“La nostra elaborazione richiede una forte assunzione di responsabilità da parte del Governo e per questa ragione abbiamo chiesto un incontro con il ministro Gelmini e l’apertura urgente di un tavolo politico” spiega la Flc che lancia questa sua proposta mentre a viale Trastevere è in gestazione una soluzione legislativa per arginare i ricorsi dei precari.

ORGANICI – La Flc ritiene necessario superare la distinzione tra organico di fatto e organico di diritto. Attribuire alle scuole una dotazione di organico funzionale – dice – è meglio sia per la qualità della didattica sia per contenere i costi. Il sindacato propone quindi di determinare gli organici e i finanziamenti su base triennale “per garantire l’erogazione del servizio in modo programmato e stabilizzato”. Il ricorso alle supplenze brevi deve diventare residuale.

ASSUNZIONI – La Flc chiede un piano straordinario di immissioni in ruolo e una programmazione quinquennale di stabilizzazioni in base al turn over. Secondo la Flc ci sono le condizioni per partire con un intervento straordinario di stabilizzazione dei personale. Il prossimo anno scolastico i posti disponibili in cattedra, al netto dei tagli, saranno 61.000 (oltre 38.000 i posti Ata). E nei prossimi tre anni i posti vacanti, tenendo conto delle proiezioni sui pensionamenti, saranno 81.000 per i docenti e 22.500 per gli Ata.

GRADUATORIE – Qualora la soluzione adottata dal ministero rispetto alla sentenza della Corte costituzionale sia quella di non permettere spostamenti di provincia si determinerà – spiega la Flc – una situazione anomala: esisteranno graduatorie affollate e graduatorie esaurite o in via di esaurimento. Per risolvere questo problema, garantendo anche l’accesso al ruolo di personale con maggiore punteggio, si potrebbe ipotizzare – suggerisce il sindacato – la costituzione di una Sub graduatoria nazionale, nella quale includere tutti gli aspiranti delle varie province sulla base del punteggio e delle eventuali precedenze, da utilizzare laddove gli elenchi sono esauriti, al di là quindi dei vincoli territoriali. La rinuncia a una proposta di assunzione dalla graduatoria nazionale comporterà la cancellazione dalla stessa restando quindi soltanto nella graduatoria provinciale.

Una soluzione per il problema del precariato è necessaria anche per il sindacato Snals-Confsal, che chiede al ministro un piano salva precari che si muova sull’onda del provvedimento già varato nel 2009 per tutelare i precari. Il segretario generale Snals, Marco Paolo Nigi, si dice “preoccupato” per il mancato inserimento nel milleproroghe, recentemente approvato dal Parlamento, “di un provvedimento salvaprecari che possa continuare a garantire, dal prossimo 1 settembre, la tutela del personale e la continuità dei progetti in corso attuati d’intesa tra il Miur e le Regioni, che hanno stanziato le risorse finanziarie necessarie”.

Per questo il sindacato ha chiesto al ministro Gelmini di predisporre “un provvedimento salvaprecari, analogo a quello attualmente in atto, da portare quanto prima all’approvazione del Parlamento. L’obiettivo prioritario del sindacato – ha concluso Nigi – rimane quello della stabilizzazione di tutti i precari che hanno titolo all’immissione in ruolo, perché inseriti nelle graduatorie ad esaurimento; nel frattempo è indispensabile garantire agli interessati la continuità lavorativa che è possibile solo con l’approvazione di uno specifico provvedimento analogo al “salvaprecari” attualmente in vigore”.

da Tuttoscuola 06.04.11

"La cig s’impenna:a marzo +45% E i consumi restano al palo", di Laura Matteucci

Cassa integrazione di nuovo in crescita a marzo, consumi sempre al palo, mentre l’Ocse certifica ancora una volta che l’Italia, quanto a crescita, resta il fanalino di coda dei Paesi del G7. La Germania ha preso il volo, nell’eurozona il pil dovrebbe crescere del3%nel primo trimestre e del 2,2% nel secondo, e noi siamo all’1,1%. Ancora indicatori negativi per l’economia, con unforte rimbalzo per la cig – dati Inps – che riguarda tutti gli istituti: sono state richieste e autorizzate 102,5 milioni di ore di cig contro i 70,6 milioni di febbraio con un aumento del 45,1%. Rispetto a marzo del 2010 si registra invece una frenata: -15,8%, pari a 121,8 milioni di ore. I valori cumulati del primo trimestre del 2011 portano a un totale di richieste di cig per 233,4 milioni di ore contro 299,7 milioni dello stesso periodo del 2010 (-22,14%). È soprattutto nelle richieste di cassa integrazione ordinaria per l’industria che si registra il più forte decremento (-54,3%) rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Sostanziale stabilità, invece, nell’edilizia. Dati che per ilPd confermano come «la situazione occupazionale in Italia rimanga critica», dice l’ex ministro Cesare Damiano: «L’Inps vanifica in un solo giorno gli equilibrismi in cui il ministro Sacconi si è prodotto per mesi nel tentativo di far credere che l’Italia fosse il migliore dei mondipossibili per i lavoratori ». Un’impennata che sia la Cgil sia la Cisl giudicano preoccupante, «segnale inequivocabile di una crisi ancora molto grave che colpisce duramente il lavoro»,comericorda il segretario confederale Cgil Fulvio Fammoni. Da sottolineare, secondo Fammoni, soprattutto «il peggioramento della qualità della cig richiesta. La differenza delle quantità dei primi tre mesi con l’anno precedente – dice – è solo in quella ordinaria, cioè sullo strumento che dà certezze di rientro, mentre resta molto alta la straordinaria e vola la cig in deroga. Se non si interviene – conclude – nel 2011 sarà battuto ogni record nel ricorso alla deroga, e aumenterà la possibilità di definitiva espulsione di lavoratori dal processo produttivo ». Per la Cisl «è necessario concludere rapidamente il nuovo accordo tra governo e regioni sugli ammortizzatori sociali per il 2011 per dare certezze sulle risorse disponibili e rafforzare le politiche attive per il reimpiego», dice il segretario generale aggiunto Giorgio Santini. «La ripresa economica ancora fragile e discontinua – precisa – condiziona negativamente i comportamenti delle aziende sul piano occupazionale e non consente un’adeguata ripresa del mercato del lavoro».
CONTRAZIONE DEI VOLUMI Nessuna sorpesa, visto l’andamento occupazionale, se i consumi segnano il passo. Confcommercio sottolinea che – al lordo della vendita di auto – rispetto a gennaio c’è stato un contenuto aumento dei consumi (+0,1%), determinando «una sostanziale stabilità nell’ultimo trimestre ». Nel confronto annuo, invece, c’è un calo dell’1,3%, dopo il -2,4% di gennaio: una dinamica che riflette, «in linea con i mesi precedenti, una netta contrazione dei volumi acquistati dalle famiglie per i beni (-2,3%) e un aumento della domanda di servizi (+1,4%)». «Il quadro congiunturale – spiega Confcommercio – continua a essere caratterizzato da una ripresa economica dai toni contenuti e altalenanti, con limitati effetti sul mercato del lavoro, situazione che continua a produrre un elevato grado di incertezza sulle prospettive a breve e mediotermine dell’economia italiana e condiziona i comportamenti delle famiglie».

L’Unità 06.04.11

"Abuso di Parlamento", di Giuseppe D'Avanzo

Il Parlamento, senza arrossire di vergogna per il degradante disonore che gli viene inflitto, sostiene che Berlusconi davvero crede che Karima El Mahroug («Ruby») sia la nipotina minorenne del rais egiziano Hosni Mubarak. Così, nella notte tra il 27 e 28 maggio 2010, il buon´uomo si muove per evitare al Paese un conflitto internazionale nella sua funzione di premier, primo responsabile della politica estera della Repubblica. È la grottesca frottola che nemmeno un sempliciotto butterebbe giù senza riderne.
Nominati o comprati, i rappresentanti del popolo devono bere l´intruglio per sostenere che il Cavaliere quella notte e nelle conversazioni con il funzionario della questura (il capo del governo chiede l´immediata liberazione della sua giovanissima concubina, accusata di furto) esercita addirittura l´autorità ministeriale. Quindi, se reato c´è stato, è ministeriale e di competenza del Tribunale dei Ministri, conclude l´aula di Montecitorio. Accettato di trangugiare senza turbamento la favoletta buffonesca di un premier sprovveduto e credulone – insomma, uno sciocco di 75 anni che crede alla prima balla che gli racconta una ragazzina di diciassette – il Parlamento deve muovere un passo abusivo: sostenere che è potere esclusivo delle Camere decidere se un reato sia ministeriale o meno. In questo caso lo è – sragiona Montecitorio – e solleva il conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte costituzionale cui la Camera chiede di sottrarre al tribunale di Milano il processo per concussione e sfruttamento della prostituzione contro il Cavaliere.
I giuristi ridono degli sgorbi che vedono raccolti nella decisione di un Parlamento ubbidiente alla volontà e agli interessi del presidente del Consiglio. Lo ha già scritto qui Franco Cordero: «Finché esiste l´attuale Carta, la giurisdizione non ammette interventi esterni». Naturalmente è legittimo porre la questione della competenza del giudice, ma non spetta a un corpo politico sbrogliare la matassa, ma ai giudici e nel processo. Come ha deciso anche recentemente la Cassazione (3 marzo), «rientra nelle attribuzioni dell´autorità giudiziaria verificare i presupposti della propria competenza» e sarà il giudice ordinario a decidere se un reato ha natura ministeriale.
Questi pochi segni liquidano la questione giuridica (la Camera rivendica un potere che non ha) e rivelano la qualità politica della questione o, detto in altro modo, le potenzialità eversive di questa stagione italiana. Berlusconi non può affrontare il processo, non può argomentare e soprattutto provare l´«eleganza» dei convegni di Arcore, la correttezza dei suoi comportamenti, l´invulnerabilità o la non ricattabilità della sua persona. Davvero qualcuno ha creduto che l´uomo che ci governa avrebbe accettato di farsi processare? Come ci è già apparso chiaro a gennaio, Berlusconi deve rinserrarsi nel ridotto di Montecitorio e, protetto dalla sua maggioranza, rifiutare il processo, ricattare le più alte istituzioni dello Stato, scatenare la politica contro la magistratura, gridare al coup d´Etat – addirittura ieri al «brigatismo» delle toghe – perché ogni controllo che lo sfiora è già un colpo di Stato giudiziario che impone, dice, la punizione dei giudici, il castigo per magistratura, la sacralizzazione della sua persona con un´impunità definitiva (sono l´eletto del popolo). Anche a costo di demolire le istituzioni e trascinare il Paese in un conflitto senza vie di uscita, Berlusconi pretende di essere legibus solutus. Il Cavaliere è già al lavoro. Fin d´ora avvelena i pozzi dell´opinione pubblica con cadenza quotidiana e, come sempre, rifiuta ogni domanda e ogni contraddittorio, senza coraggio. Organizza piazze. Ordina figuranti. Sistema il suo esercito mediatico per la manipolazione che, cancellati i fatti e soprattutto la violenza su una minore, dovrà trasformare il «caso Ruby» in uno spettacolino plausibile come il Grande Fratello e il responsabile delle torsioni di un corretto gioco democratico nella vittima di un complotto politico.
È il pericoloso incrocio in cui ci ha portato un premier incapace di controllare la sua vita, determinatissimo a non accettare alcuna responsabilità e giudizio. Ma se ieri, per evitare ogni responsabilità e giudizio, il presidente del Consiglio comprava i giudici (Mondadori) e corrompeva i testimoni (All Iberian), oggi queste manovre non sono più necessarie per allontanarsi dall´incomodo giudiziario. Non ha più bisogno giocare con baratti sotto il banco perché, per cancellare oneri e obblighi, egli può agitare pubblicamente contro l´accertamento dei fatti una politica corrotta, Camere diventate bottega sua, parlamentari diventati servitù. È la partita finale che stringe in un solo nodo tutte le questioni che ha posto al Paese il potere di Silvio Berlusconi. È la stagione che ci dirà se nel nostro futuro ci sarà ancora uno Stato con una pluralità di poteri divisi o ai quattro poteri accumulati oggi dal Cavaliere (esecutivo, legislativo, economico, mediatico) si aggiungerà presto il dominio incontrollato del quinto (giudiziario).

La Repubblica 06.04.11

"Tempo pieno : “Fora di ball “!! -87mila posti docenti", di Pippo Frisone

Con gli organici del 2011/12 si completa il triennio dei tagli voluti dal duo Gelmini-Tremonti : -87mila posti docenti. Nella scuola primaria, i tagli agli organici dovevano restare a totale carico del vecchio modulo tre su due nelle classi a tempo normale.
Tempo scuola quest’ultimo molto diffuso e prevalente nelle scuole del centro-sud.
Di conseguenza le riduzioni di organico sono andate a colpire ,come poi è avvenuto, soprattutto le regioni meridionali, cui si accompagnava congiuntamente un persistente calo della popolazione scolastica.
Gli esiti sono subito sotto gli occhi di tutti.
E’ in quelle regioni che si è formato, quasi subito, un esubero di duemila docenti, destinato ad aumentare, mentre è nelle regioni del nord che, oltre all’assenza di esubero, si concentra la quasi totalità dei posti vacanti e disponibili. E’ stato quest’ultimo dato a spingere la Gelmini a riservare proprio alle regioni del nord le quote più alte dei tagli agli organici. Emblematico è il caso della Lombardia cui tocca sopportare il taglio quantitativo più elevato, nonostante diecimila alunni in più con -2.415 posti in meno, di cui -1.424 previsti solo per la scuola primaria.
E non serve affatto a risollevare il morale sapere che alla fine invece di 1.424, i tagli in Lombardia sono scesi a -1.262, riservandone appena, si fa per dire, 455 a Milano!

In una realtà come quella milanese, dove il tempo pieno è scelto dal 92% delle famiglie, con quasi
7.035 classi (di cui 1.415 classi prime) è facile concludere che i tagli vanno ben oltre i 455
virtuali! L’organico complessivamente assegnato alla provincia di Milano è di 14.080 unità .
L’organico che servirebbe al funzionamento delle 7.035 classi a tempo pieno sarebbe di 14.070.
Siccome bisogna far funzionare anche le altre 700 classi a tempo normale, 9 ospedaliere, 137
speciali, 50 classi a metodo, 99 educazione adulti… ecco che la dotazione assegnata non basta più!
E allora i tagli veri rispetto al fabbisogno reale sono oltre 900 e non 455 come si vuole far credere!!
Ed ecco come si realizza il capolavoro della Gelmini.
Il Tempo pieno che abbiamo conosciuto e apprezzato per anni nella scuola
primaria ( quello con le compresenze, i laboratori, i piccoli gruppi per l’integrazione e il sostegno
ecc…) “ va fora di ball”, non c’è più.
A Milano e nelle altre province della stessa Lombardia è stato proprio il tempo pieno a farsi carico
della pesantezza dei tagli soprattutto nella fase iniziale.
Adesso l’operazione tagli si è fatta più raffinata e sottile , puntando tutto sulla graduale
eliminazione delle compresenze.
Delle 44 ore iniziali per classe non sta rimanendo che il tempo scuola frontale, compresa la mensa.
Dalle 43h si è passati alle 42h del 2010/11, per arrivare alle 41,5h per ogni classe a
tempo pieno nel 2011/12.
Nell’organico d’istituto resterà come si vede ben poco: qualche spezzone orario,le ore d’Inglese non coperte dagli specializzati, 1h o 1,5h del tempo pieno per classe che magari qualcuno penserà di utilizzare per le supplenze perché mancano i fondi!!!
Di quello che era il fiore all’occhiello della scuola primaria, come si vede , resterà ben poco o
niente.
“Fora di ball”, di questo passo ci finirà non solo il tempo pieno, ma data l’insostenibilità
complessiva dei tagli , tutta la scuola italiana e con essa il destino e il futuro dell’intero Paese.

da Scuola Oggi 06.05.11

"Un partito chiamato fascista", di Massimo Gramellini

Cinque senatori del Pdl (più un finiano che si è poi sfilato) hanno depositato un disegno di legge costituzionale per abrogare la dodicesima disposizione transitoria e finale della nostra Carta, quella che vieta «la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista». Il Parlamento è in preda a un’esplosione quotidiana di creatività. Lunedì gli eserciti regionali padani, martedì la ricostituzione dei fasci. Chissà cosa partorirà di audace stamattina. Non azzardo ipotesi, anche se vedrei bene una raccolta di firme per la beatificazione di Lucrezia Borgia. O l’inserimento dell’olio di ricino nella lista dei farmaci mutuabili.

I cinque senatori ricostituenti sostengono di voler abolire un reato d’opinione. Ma la rinascita di un partito chiamato fascista non appartiene al campo delle opinioni, ampiamente garantite dalla presenza degli eredi di Mussolini in ben quattro partiti chiamati in altro modo (Forza Nuova, La Destra, Fli e Pdl). Appartiene a quello dei fatti. E il solo evocarla provoca una reazione collettiva e irrazionale di disgusto, perché va a ferire il subconscio di una comunità, la nostra, che nel secondo dopoguerra si è formata proprio intorno all’antifascismo, inteso come ripudio del razzismo e della violenza politica.

È lo stesso effetto respingente che la parola «comunismo» produce nel cuore di un ungherese o di un lituano, che il comunismo al potere – come noi il fascismo – lo hanno sperimentato sulla loro pelle.

La Stampa 06.04.11

******

“Se dal Pdl si invoca la libertà di fascismo”, di Michele Serra

Una sparuta pattuglia di deputati del Pdl vorrebbe abrogare la norma che vieta la ricostruzione del partito fascista, e le conseguenti leggi penali contro l´apologia del fascismo.
Probabilmente quei deputati sono rimasti di stucco di fronte alla reazione compatta dell´opposizione e, fortunatamente, di settori importanti della maggioranza, a partire dal presidente del Senato. Perché tanto scandalo? Quella proposta anti-antifascista è perfettamente in linea con un clima diffuso e pervasivo che ha la sua vetrina nella pioggia di inserti e gadget mussoliniani dei giornali di destra, il suo nocciolo politico nella lunga egemonia del primo premier repubblicano che non si riconosce nell´antifascismo, la sua officina culturale nella annosa pubblicistica revisionista, che equiparando “esistenzialmente” repubblichini e resistenti finisce per equiparare storicamente e politicamente i due pezzi di Italia che si batterono gli uni per la dittatura e la fedeltà al nazismo, gli altri per una nuova Italia democratica.
L´antifascismo, a quei deputati del Pdl come a una parte probabilmente non piccola del loro elettorato, deve parere ormai un albero morto, del quale rimane solo una vecchia ceppaia da svellere con la definitiva cancellazione del divieto di ricostruire quel Partito Unico che abolì la libertà d´espressione, molte delle garanzie democratiche, e ci portò alla guerra e alle leggi razziali. Quel divieto, nei fatti, è già ampiamente disatteso: di propagande fasciste a vario titolo, e di partitini che al Ventennio si ispirano, c´è robusta traccia nel nostro presente politico e sociale (si pensi alle curve ultras, nonché, e peggio, al supporto attivo che formazioni neofasciste danno alla maggioranza di centro-destra). Si può anche sostenere che questa tolleranza, per quanto irritante, sia un ragionevole compromesso tra il principio e la prassi. Ben altro conto, di fronte a una prassi spudorata e aggressiva, è abolire il principio, cambiando i connotati della Carta (antifascista nella sua genesi storica e nella sua natura culturale) e asportandone un pezzo di Dna.
Un paio d´anni fa loro colleghi ugualmente fiduciosi di non incontrare resistenza proposero, del resto, di concedere la pensione di ex combattenti anche ai reduci di Salò, “servitori della Patria” tanto quanto i caduti di Cefalonia o i volontari della guerra partigiana. Se anche a loro andò male (così come sembra butti male anche per questi nuovi revisori della Costituzione), evidentemente significa che l´antifascismo non è, come credono, una formalità, un involucro disseccato. Non nell´assetto istituzionale, non nel sentimento popolare. Come è emerso – non dico a sorpresa, ma certo con un vigore inaspettato – nelle celebrazioni del Centocinquantenario, durante le quali il nesso tra Risorgimento e Resistenza, tra la Costituzione albertina e quella repubblicana di cento anni dopo, tra i primi moti unitari e la nascita della Repubblica, è riemerso in libri, interventi pubblici, convegni e soprattutto nell´appassionata ricostruzione storica del capo dello Stato.
Quanto all´esigenza di adeguarsi al tempo che passa: l´Associazione nazionale partigiani d´Italia, che anche a sinistra viene considerata un nobile consesso di reduci vegliardi, sta raccogliendo migliaia di iscrizioni tra ragazzi di vent´anni. L´antifascismo, anche anagraficamente, è più giovane del fascismo. E questo fa sperare che l´onda revisionista, prima o poi, appaia perfino a chi la solleva ben più logora, e meno dinamica, dell´antifascismo.

La Repubblica 06.03.11

Conflitto di competenza. Il caso Ruby affidato al Tribunale dei Ministri

Castagnetti: “Volete che oggi il Parlamento dica che Ruby è la nipote di Mubarak? C’è un limite per tutto e per tutti che non può essere superato, quello del buonsenso e della responsabilità”. Cosa non si fa per salvare il premier da tutti i processi pendenti a suo carico. Oggi alla Camera la maggioranza ha fatto passare l’ennesimo strappo alle istituzioni dopo il voto sul conflitto di attribuzione tra il Tribunale dei Ministri e quello di Milano sul caro Ruby. Con 314 sì e 302 no, il Pdl, la Lega e i Responsabili hanno blindato Berlusconi dal giudizio dei Pm milanesi lasciando la competenza al solo Tribunale dei Ministri.

Ecco l’intervento di Pierluigi Castagnetti in Aula:

Signor Presidente, ho molto rispetto per il parere espresso a maggioranza dalla Giunta per le autorizzazioni, che ho l’onore di presiedere, ma ciò non mi impedisce di esprimere la mia opinione. La mia, anzi, la nostra opinione è che il provvedimento che la Camera si accinge ad assumere sia totalmente privo dei presupposti di legittimità.

Non è vero, infatti, che Berlusconi ha agito nell’interesse dello Stato, come richiederebbe la legge costituzionale n. 1 del 1989, quando ha telefonato alla questura di Milano o quando ha organizzato le serate di Arcore. Lì c’era di tutto e di più, tranne che l’interesse dello Stato. Non può configurarsi, dunque, alcun conflitto tra Camera e magistratura poiché la competenza a qualificare la ministerialità dei reati è indiscutibilmente posta in capo alla magistratura. Lo dicono gli articoli 96 e 101 della Costituzione, la dottrina e la giurisprudenza consolidata. Basterebbe vedere le sentenze della Corte di cassazione sui casi De Lorenzo, De Michelis, Matteoli e Mastella.

La recente sentenza su quest’ultimo caso, poi, è inequivocabile. La suprema Corte dice infatti «l’affermazione della Corte costituzionale secondo cui all’organo parlamentare non può essere sottratta una propria autonoma valutazione della natura ministeriale o meno dei reati oggetto di indagine giudiziaria, non può essere intesa nel senso di negare all’autorità giudiziaria procedente la potestà esclusiva – lo ripeto, la potestà esclusiva – di qualificare la natura del reato». Se le cose stanno così perché allora, cari capigruppo di maggioranza, avete avanzato questa istanza di conflitto dinanzi alla Corte e volete deliberarla proprio oggi, alla vigilia della prima udienza del processo? Sicuramente per assecondare la strategia difensiva degli avvocati del Presidente Berlusconi: dopo le leggi ad personam per evitare i processi, ora anche i provvedimenti ad defensorem per aiutare il lavoro degli avvocati!

Cari colleghi di maggioranza, state trasformando il Parlamento in una sorta di collegio difensivo allargato. Questa è la violenza che state consumando ai danni di questa istituzione. Pur essendo consapevoli dell’assoluta inconsistenza giuridica di questo atto, volete creare, comunque, le condizioni per un conflitto tra istituzioni di cui, in questo momento, il Paese non sente certo la necessità. Sapete, infatti, che il tribunale di Milano non potrà sospendere il processo e a quel punto sarete pronti ad attivare un’altra polemica contro la magistratura che non rispetta il Parlamento. Create l’incidente appositamente perché volete creare uno stato di conflitto permanente fra le istituzioni.

Ma, di più, non rinunciate a sperare che, per qualche cabala interna alla Corte costituzionale, il processo possa, prima o poi, passare nelle mani del cosiddetto Tribunale dei Ministri, il quale, per procedere, dovrà chiedere l’autorizzazione a questa Camera, autorizzazione che voi negherete. Se non è vero che avete questa riserva mentale, dovete dirlo qui! Diteci che vi basta il cambio del giudice e a quel punto autorizzerete il processo. In effetti è questo che avete in mente: cambiamo il giudice, perché il nuovo giudice deve chiedere l’autorizzazione alla Camera, che la nega e così finisce il processo e Berlusconi potrà dire, ancora una volta, che è stato assolto. Ma non assolto da un giudice, bensì dalla forza dei numeri di quest’Aula.

Ma la forza dei numeri, se non è accompagnata da quella della ragione e della giustizia, come ci ricordano i padri del pensiero liberale e del moderno costituzionalismo, da Coke ad Hayek, sino ai nostri Carnelutti, Mortati e Paladin, la forza dei numeri se non è accompagnata da quella della ragione non crea il diritto, lo offende. Volete che oggi il Parlamento dica ciò che nessun italiano è disposto credere, cioè che la sedicente Ruby è la nipote di Mubarak? Follia! Ma se anche per un solo minuto volessimo stare a questo gioco sconsiderato, dovreste dirci perché mai la nipote di un Capo di Stato straniero, minorenne, denunciata per furto in un tempo che non è il Medioevo, in un Paese che non è lo Zimbabwe dovrebbe essere sottratta all’autorità della polizia e alla magistratura perché mai il suo ignaro zio, in caso contrario, avrebbe dovuto aprire un conflitto internazionale? C’è un limite per tutto e per tutti che non può essere superato, quello del buonsenso e della responsabilità.

www.partitodemocratico.it