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L'Aquila anno zero "Così ci hanno rubato la città", di Jenner Meletti

Mario Ianni, 75 anni, sta passeggiando con il suo Rocky. “È una fortuna, avere un cane. Almeno sei costretto ad uscire di casa. Gli altri anziani stanno tutto il giorno davanti alla tv. E che dovrebbero uscire a fare? Qui è tutta una desolazione”. New town di Bazzano, quasi duemila abitanti. È vero, alla mattina – dopo la partenza di chi ha la fortuna di avere ancora un lavoro – in giro ci sono solo anziani che fanno fare la passeggiata al loro amico. “Io ho sempre vissuto in mezzo alla gente: per 37 anni ho avuto una bancarella in piazza Duomo. Abitavo in via Pastorelli. Ci sono tornato l’altro giorno: sulle scale e sui letti ci sono ancora i mattoni rotti, come il 6 aprile 2009. Dieci mesi in albergo a Pineto, poi un letto nella caserma Campomizzi. Da agosto sono qui, con mia moglie. In hotel e in caserma almeno stavi in compagnia. Qui devo prendere la macchina anche per andare a bere un caffè o a comprare il pane. La desolazione è grande perché non sai quando tutto questo finirà. Alla mia età, non credo che riuscirò a tornare a casa mia”.

Tristezza e depressione. Sono queste le parole che raccontano questo secondo anniversario del terremoto (nella notte tra il 5 e il 6 aprile ci sarà una fiaccolata per ricordare le 309 vittime, compresa Giorgia, che avrevve dovuto nascere proprio il giorno del sisma) molto diverso dall’anno scorso, quando c’erano ancora rabbia e speranza. E nella “città dell’infelicità” – così la

chiama l’assessore Stefania Pezzopane – sono arrivati anche gli insulti di Forum, contro gli aquilani che “hanno tutti la villetta con giardino e garage” o vivono a sbafo negli hotel.

La realtà – purtroppo molto diversa – è quella fotografata dall’indagine Microdis – l’Aquila, finanziata dalla Comunità europea e realizzata dalle università di Firenze, delle Marche e de L’Aquila. Con quindicimila contatti, si è scoperto che per il 71% degli aquilani “la comunità è morta assieme al terremoto”, che il 68% vorrebbe lasciare la propria abitazione attuale, e che il 43% della popolazioni soffre di stress, una percentuale che arriva al 66% per le donne. Il 73% denuncia “una totale mancanza di posti di ritrovo per la comunità”, il 50% l’assenza di servizi essenziali.

Il sindaco Massimo Cialente non è sorpreso da questi numeri. “La comunità sta morendo perché il sisma ha distrutto la città, non pezzi di città. In tanti non l’hanno capito. Se non si adottano misure eccezionali – come è successo nel primo anno, quando il governo ci è stato vicino – si commetterà un omicidio: quello di un’intera comunità. Nei primi mesi, in 65 giorni, siamo riusciti a costruire i Musp, i moduli provvisori ad uso scolastico e ad aggiustare 60 scuole. Poi il nulla. Da quando, 14 mesi fa, è stata dichiarata la fine dell’emergenza, con la partenza della Protezione civile, ci sono tanti commissari e sub commissari che però affrontano i problemi in modo “normale”, senza deroghe. E così abbiamo perso 14 mesi e l’Aquila non riesce a riavere la questura e altri palazzi pubblici indispensabili, 1.200 famiglie sono ancora fuori dalle case popolari perché per avviare i lavori ci vogliono gli appalti … Io sono pronto ad assumermi la responsabilità politica, morale e anche giuridica di un colpo di acceleratore, perché se la città muore davvero, dopo potremo avere solo rimpianti. Fino ad oggi non è arrivato un euro per il rilancio economico, la ricostruzione pesante – quella vera – non è ancora partita. Io venti giorni fa mi sono dimesso, volevo che la città ricevesse una scossa. Commissari e sub commissari, a nome del governo, erano per il Comune un muro di gomma. La mia stessa maggioranza non aveva capito che la città era in agonia. Ora sono tornato in Comune perché il governo ha promesso che ci si metterà tutti attorno a un tavolo per discutere le cose da fare, con lo stesso spirito che c’era nei primi giorni. Speriamo sia vero”.

Ci sono ancora i soldati, a presidiare il centro storico pieno di macerie. “Non siamo più cittadini – dice Stefania Pezzopane – ma inquilini. C’è chi pensa che città significhi un insieme di case e garage. Ma anche per chi ha un tetto – ci sono comunque 36.000 persone in attesa di tornare a casa loro – non c’è più quel “vivere assieme” che è l’essenza della città. La cosa che fa più male è che anche i giovani se ne vogliono andare via. Gli studenti del liceo Domenico Cotugno, che era a fianco del Comune, hanno detto che dopo il diploma o la laurea partiranno tutti. Ora il liceo è in periferia, vorrebbero almeno studiare in centro, al pomeriggio, anche per potersi incontrare fuori da un supermercato o dai pub di via Croce Rossa. Per loro stiamo preparando un prefabbricato, davanti alla basilica di San Bernardino”.

C’erano 850 attività commerciali, nel centro storico. I negozi riaperti sono 20 in tutto. “Altri 70 potrebbero alzare la serranda – dice l’assessore Pezzopane – ma non lo fanno perché in centro non ci sono abitanti. Ormai le insegne più famose dei bar e dei negozi sono state messe nelle baracche di legno che circondano il centro ed hanno occupato ogni spazio libero. La città senza città pone problemi anche al Comune: abbiamo 26 milioni da spendere per il ripristino della rete sociale, per costruire centri per gli anziani e luoghi per i bambini ed i ragazzi. Dove li costruiamo? Nel centro senza abitanti o nelle new town piene di gente e senza nessun servizio? Dobbiamo riflettere. Se investiamo lontano dalle antiche mura, nel cuore della città potremo tornare solo per quelle che noi chiamiamo le passeggiate del dolore”.

C’erano 6.000 persone, nelle “domeniche della carriole” del febbraio e marzo dell’anno scorso. Ventimila ad occupare l’autostrada a luglio. Meno di cento persone nell’ultima iniziativa dei comitati l’altra settimana, per togliere l’erba dalla scalinata di San Bernardino. “L’Aquila – dice Eugenio Carlomagno, direttore dell’Accademia di belle arti – più che sconfitta è rassegnata. Da due anni chi vuole tornare a vivere nella propria casa in centro si scontra con i ritardi, la burocrazia e l’assenza di scelte politiche. In centro sarà necessario costituire fra i 300 ed i 400 consorzi per la ricostruzione, fino ad oggi ne sono nati solo 15 e ancora oggi non sappiamo a chi presentare la domanda di finanziamento. La rassegnazione non può stupire nessuno”.

Oggi il sindaco Cialente incontrerà la stampa estera a Roma, anche per ricordare gli impegni assunti dai Grandi al G8 e in gran parte non mantenuti. Chiese e monumenti “adottati” sono ancora orfani. Fra le poche eccezioni, il Giappone. Il sindaco ha inviato un messaggio al governo giapponese, per esprimere il lutto per il terremoto che ha colpito quel paese, e i giapponesi hanno ringraziato, aggiungendo che manterranno il proprio impegno di costruire – dopo la nuova sede del conservatorio – anche un nuovo palazzetto dello sport.
Massimo Casacchia, professore di psichiatria all’ateneo e responsabile dei servizi psichiatrici all’ospedale San Salvatore, conosce la tristezza della città sia come medico che come abitante di una new town. “In questi ultimi mesi stanno aumentando lo scoraggiamento, la rassegnazione, la tristezza. In termini clinici, questa si chiama depressione. Né è colpito il 40% della popolazione, forse la metà. Sono persone che hanno bisogno di colloqui con il loro medico o qui all’ospedale. Io vivo nella new town di Pagliare di Sassa. Un tetto, il caldo e nulla intorno. Se hai il tuo lavoro, te la cavi. Chi resta qui tutto il giorno non riesce a trovare un punto di incontro con gli altri, quasi tutti sconosciuti perché il terremoto è stato come una bomba che dal centro ci ha buttati in periferia e anche più lontano. Nelle frazioni invece delle new town hanno fatto i Map, moduli di abitazione provvisoria. Qui almeno hai come vicini di appartamento quelli che abitavano accanto a te, le relazioni rinascono subito. E sappiamo che il vero antidoto al disturbo e alla malattia mentale è la rete sociale”. Anche nella sua new town, al tramonto, si vedono solo uomini con cani al guinzaglio.

La Repubblica 02.04.11

Prescrizione breve, il Pd di Modena incontra De Marco e Zincani

Una delegazione dei democratici modenesi si recherà lunedì mattina in Tribunale. Dalle 15 presidio in piazza Torre. Interrogazione sui processi a rischio.
Una delegazione del Pd incontrerà lunedì mattina in Tribunale il Presidente del Tribunale Eleonora De Marco e il Procuratore della Repubblica di Modena Vito Zincani. Della delegazione faranno parte il segretario provinciale Davide Baruffi, il sen. Giuliano Barbolini, l’on. Manuela Ghizzoni, l’on. Giulio Santagata. Un gesto simbolico che intende riaffermare l’impegno dei parlamentari modenesi “a favore di una riforma vera della giustizia che risponda alle esigenze dei cittadini e non di un solo uomo”.

L’iniziativa rientra nella più generale mobilitazione del Pd sui temi della giustizia, con particolare riferimento alla proposta di legge del governo sull’accorciamento dei termini di prescrizione per gli imputati incensurati. Sulle possibili ricadute di una sua approvazione sul territorio modenese il capogruppo del Pd in Consiglio comunale Paolo Trande ha già presentato un’interrogazione urgente. Trande chiede “quanti reati/processi rischiano la prescrizione nel territorio modenese (di competenza del Tribunale di Modena)”; quali sono “i tipi di reati a rischio di prescrizione e la loro quantità per tipologia”; “quali effetti sono ipotizzabili sulla sicurezza della nostra popolazione”.

Il capogruppo del Pd ricorda tra l’altro che la prescrizione breve “consentirebbe all’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri di vedere prescritto il Processo Mills che lo vede imputato per corruzione (prescrizione ai primi di giugno 2011 invece di fine gennaio 2012)”.

Sempre lunedì, dalle 15 alle 17, è previsto un presidio con volantinaggio in piazza Torre. Già da ieri sono stati allestiti banchetti nei principali centri della provincia per informare e sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi della giustizia, illustrare le proposte dei democratici e denunciare l’attacco del centrodestra “ai fondamentali principi di equità e di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge”. Un banchetto è stato allestito oggi, per tutto il giorno, sotto i portici del Collegio. La mobilitazione proseguirà lunedì 4 aprile, alla vigilia della ripresa della discussione alla Camera.

Bersani e Casini d'accordo: «Meglio votare subito», di Simone Collini

Al voto. Pd, Idv, Udc e Fli: tutte le forze d’opposizione presenti in Parlamento chiedono di andare ad elezioni anticipate. Il canale di comunicazione tra Pier Luigi Bersani e Pierferdinando Casini in queste ore è costantemente aperto. Così come quello tra il leader centrista e Gianfranco Fini. La valutazionecomuneè che il governo sia più debole ora del 14 dicembre, quando ottenne la fiducia per un pugnodi voti.Eche nonostante il rimpasto e l’acquisto di Scilipoti e soci, anche sul piano numerico sia troppo difficile per il centrodestra garantire una maggioranza alla Camera. A meno di tenere costantemente in Aula ministri e sottosegretari. Per questo Bersani torna a dire che di fronte a un governo che «non c’è» ogni scenario alternativo è preferibile, «elezioni comprese». Un ragionamento condiviso da Futuro e libertà, che attraverso il quotidiano on-line “il futurista” chiede al premier di andare al voto «se ne ha il coraggio». E da Casini: «Le uniche preoccupazioni del governo sono quelle di trovare nuovi posti di sottosegretari e le ossessioni giudiziarie di Berlusconi. Davanti a una paralisi completa e a un Paese che rischia lo sfascio, è meglio andare a votare evitando una lunga agonia».

ASSE PD-TERZO POLO
L’asse tra il leader del Pd e quello dell’Udc sulla necessità di andare alle urne non si porta dietro come conseguenza diretta la certezza di un’alleanza tra progressisti e moderati, come vorrebbe Bersani. Ma se nei giorni scorsi la minoranza interna al Pd sosteneva che la fase dell’«emergenza » è archiviata e che bisognava rivedere la strategia delle alleanze sostenuta dal segretario, dopo le risse in aula, le diverse votazioni in cui il governo è andato sotto e la ricognizione avviata dal Quirinale, ai vertici del partito ora si fa notare che è tutt’altro che scontato che la legislatura andrà a scadenza naturale.

MODEM E AVENTINO
E non è un caso che ieri Movimento democratico abbia spostato l’obiettivo, criticando la maggioranza del partito per aver «dato l’impressione di divisioni e crepe – hanno scritto in una lettera Walter Veltroni, Beppe Fioroni e Paolo Gentiloni annunciando che rinvieranno una riunione di Modemprevista per martedì – su un punto fondamentalecomequello del ruolo di una forza di opposizione». Parole riferite alla proposta di Rosy Bindi di dare un segnale forte, anche abbandonando l’Aula, e alle quali risponde la stessa presidente del Pd: «Se qualcuno ha trasformato una franca discussione in divisione, tanto più facendo la caricatura di una posizione dovrebbe essersi già ricreduto, proprio alla luce dell’unità che abbiamo dimostrato nella battaglia sul processo breve».

Per il Pd è d’obbligo non divideresi ora che, secondo la convinzione di Bersani, l’«emergenza» è più che mai attuale. E solo un Pd unito, può lavorare a un’alleanza tra progressisti e moderati, che per il leader dei Demcoratici è l’unica che possa garantire nel post-berlusconismo una maggioranza in grado di ricostruire dalle «macerie» istituzionali, economiche e sociali provocate dall’asse Pdl-Lega. Né Bersani è preoccupato dalla reazione dell’Udc a un Pd che continuerà a fare opposizione «in Parlamento e nelle piazze». Anche perché ha visto come i centristi si sono mossi sul processo breve: «In modo convinto e anche aggressivo hanno respinto e rifiutato questo colpo di mano – dice il leader del Pd al Tg3 – poi ognuno fa opposizione a suo modo, ma mi pare che in questa vicenda la destra sia isolata, confusa, divi- Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani sa».

L’Unità 02.03.11

La Tepco annuncia: «Individuata la perdita di acqua radioattiva»

La fuoriuscita fino al mare dal reattore 2 della centrale di Fukushim. Giappone, le radiazioni in mare 3.355 volte superiori alla norma . La Tepco ha reso noto di aver individuato la perdita al reattore n.2 della centrale di Fukushima dalla quale c’è la fuoriuscita di acqua radioattiva che si riversa poi in mare.

I NOCCIOLI – Intanto secondo il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Steven Chu, la situazione nella centrale giapponese di Fukushima sta migliorando. Le informazioni fornite dalle autorità giapponesi indicano che i noccioli di tutti i reattori sono stati nuovamente coperti d’acqua e le vasche di combustibile esausto sono «ora sotto controllo». Eppure almeno due dei noccioli sarebbero stati in parte gravemente danneggiati. Secondo Chu, premio Nobel per la fisica, a subire gravi danni è stato circa il 70% del nocciolo di un reattore e il 30% di un altro. Queste stime secondo Chu sono però solo indicative perché gli alti livelli di radiazioni impediscono al lavoratori di controllare con attenzione le unità. Gli ufficiali della Tepco e dell’agenzia di sicurezza nucleare giapponese non confermano la valutazione.

VISITA DEL PREMIER – Il premier giapponese Naoto Kan si è recato sabato, per la prima volta in tre settimane, nella regione nord-orientale del Paese devastata l’11 marzo scorso dal sisma di magnitudo 9 e dallo tsunami. Kan è arrivato su un elicottero militare nel piccolo porto di Rikuzentakata, nella prefettura di Iwate, dove sono morte circa 1.000 persone e altre 1.300 risultano disperse. Il premier ha incontrato i vigili del fuoco volontari, quindi ha visitato un centro di accoglienza per sfollati. «Una persona che aveva la sua abitazione sulla riva ha chiesto dove potrebbe ricostruire una casa – ha poi raccontato Kan – ho risposto che ‘il governo farà tutto il possibile per aiutarlì». Kan incontrerà più tardi nella prefettura di Fukushima le squadre di soccorso impegnate nella centrale nucleare Fukushima Daiichi. Il premier aveva annullato il 21 marzo scorso la visita in programma nel nord-est del Paese, per le cattive condizioni meteorologiche. Il 12 marzo, all’indomani del sisma e dello tsunami, aveva sorvolato in elicottero la centrale di Fukushima per capire quali danni avesse subito.

www.corriere.it

8 aprile, Notte bianca per la Scuola e la Democrazia

Cinque città da sud a nord ospiteranno l’evento promosso dal PD. La difesa della scuola e della democrazia marciano insieme perché il futuro delle giovani generazioni è anche il futuro del Paese. Attenzione crescente sulla Notte Bianca della Scuola e della Democrazia che si svolgerà venerdì 8 aprile in cinque città italiane: Bologna, Milano, Torino, Napoli e Roma.
La notte bolognese, cui parteciperà il segretario nazionale del PD Pier Luigi Bersani e la responsabile Scuola del PD Francesca Puglisi, sarà ospitata nel Teatro Testoni Ragazzi. A Roma l’iniziativa si svolgerà nella Casa delle Culture, a Trastevere (via San Crisogono, 45), preceduta alle ore 19 da una fiaccolata che partirà dalla scuola Regina Margherita (Via Madonna dell’Orto, 2) per arrivare fino al Ministero dell’Istruzione. A Milano a fare da sfondo alla serata sarà il Palazzo delle Stelline, in corso Magenta 61. A Torino, invece, sarà la Fabbrica delle E di corso Trapani 95, il luogo dell’evento, e a Napoli la splendida cornice della Galleria Principe

In ogni città ci saranno personalità del mondo della cultura, della politica e dello spettacolo e in quelle dove si voterà le elezioni amministrative, interverranno i candidati sindaci. Le cinque città saranno collegate fra loro da YouDem con una diretta (trasmessa sul sito web e sul canale satellitare 813 di Sky) che partirà alle ore 21. Il segnale, inoltre, sarà ripreso da alcune tv locali e siti web.

www.partitodemocratico.it

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qui intervista a Manuela Ghizzoni

"Occupazione. E’ ancora profondo rosso", di Amerigo Rivieccio

In certi casi c’è davvero chi gioisce con poco.Oggi l’Istat ha diffuso dati molto preoccupanti sullo stato del lavoro e dell’occupazione in Italia. Le tinte utilizzate dall’Istituto centrale di statistica restano decisamente fosche, con l’occupazione che continua a calare su base annuale, visto che nel mese di febbraio gli occupati sono 22.814 mila unità, 65mila unità meno dello stesso mese dello scorso anno ma 17mila più dello scorso mese. Ed è bastato questo più 17mila per far lanciare il Governo in proclami che disegnano luminosi e radiosi futuri.
Oggetto della querelle anche la lettura da dare al numero dei disoccupati che, pari a 2.088mila, registra una diminuzione del 2% (-43 mila unità) rispetto a gennaio, dato positivo se letto ad occhi bendati e soprattutto senza leggere il dato riportato un rigo dopo nel rapporto Istat, dove si legge che gli inattivi tra i 15 e i 64 anni sono ancora aumentati, stavolta dello 0,1%, ovvero di 21 mila unità rispetto al mese precedente. Il tasso di
inattività, dopo la crescita dei tre mesi precedenti, resta quindi stabile al 38%. In sintesi i disoccupati sono calati di 43mila unità ma per la metà questa variazione è da ascrivere ai 21mila che hanno smesso di cercare lavoro divenendo quindi inattivi.

Un successone. Particolarmente fiero ne è il Ministro Brunetta che in un comunicato al calor bianco afferma: “Il responsabile economico del Pd Stefano Fassina sostiene che la diminuzione del tasso di disoccupazione sia un’illusione statistica” Brunetta inoltre afferma:”I dati resi noti oggi dall’Istat sull’andamento dell’occupazione e della disoccupazione a febbraio 2011 ci dicono innanzitutto che i disoccupati si sono ridotti (-43.000) piu’ di quanto si siano ridotte le forze di lavoro (26.000) e che il tasso di disoccupazione si e’ ridotto quindi dello 0,1% (passando dall’8,5% all’8,4%) e soprattutto che vi e’ stato un aumento di occupati di 17.000 unita’.”
Sul fatto che si sia invertita la tendenza del mercato del lavoro e ci si sia avviati verso una fase di ampliamento dell’occupazione i dubbi restano fortissimi ad esprimerli con fermezza ci pensano il responsabile lavoro e welfare dell’Italia dei Valori, Maurizio Zipponi che in una nota ha dichiarato: “Sui dati della disoccupazione, diffusi oggi dall’Istat, Sacconi ci regala un pesce d’aprile andato a male. La disoccupazione reale, che comprende gli inoccupati e i cassaintegrati in deroga che difficilmente vedranno il ritorno al lavoro, attestano l’Italia all’11% con picchi clamorosi per le donne nel Mezzogiorno, quasi il 50%, e i giovani, mediamente al 30%”.

Anche Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil con delega ai problemi dell’occupazione, è amaro nelle sue riflessioni:”Tre notizie emergono dai nuovi dati Istat: la prima e’ che finalmente la crescita della disoccupazione si arresta pur restando ai livelli massimi dal 2004; la seconda, che rispetto a febbraio 2010, mese in cui la disoccupazione aveva toccato livelli altissimi siamo ancora con 65.000 unita’ di lavoro in meno. Terza notizia: si conferma l’anomalia vera del mercato del lavoro italiano, che il calo dei disoccupati si accompagna alla crescita del numero degli inattivi adesso prevalentemente maschile e quindi il saldo e’ meno positivo di quanto il governo lo vuol far apparire, mentre il dato dell’inattivita’ femminile e’ disastroso”.

Ma le conclusioni cui giunge Fammoni sono ancor più aspre, il segretario ricorda infatti come il Governo abbia “dato dei dati una lettura unicamente trionfalistica, nascondendo questi problemi e soprattutto nascondendo il fatto che rispetto ai dati Istat del II° trimestre 2008, cioe’ prima della crisi, sono ancora oggi oltre 650.000 le unita’ di lavoro in meno.”
Il dato colpisce ancor di più in quanto coincide proprio con l’inizio dell’avventura dell’attuale Governo, Fammoni conclude infine: “Di questo passo ritorneremo ai livelli pre-crisi non prima di molti anni. Questa e’ la realta’ del lavoro italiano su cui occorre intervenire e che sara’ al centro dello sciopero generale del 6 maggio”.

da dazebao.it

"Se io fossi un tunisino", di Adriano Sofri

Mettiamo che io sia un tunisino di vent´anni su uno spiazzo di Lampedusa. Aspetto di essere imbarcato ma sotto il maestrale il mare urla e biancheggia. La polizia ci ha tolto, uno per uno, le cinture dei calzoni e i lacci delle scarpe. (Dove le metteranno? Ce le restituiranno?)
Perché ce le tolgono? Come potremmo minacciarli con i lacci da scarpa? Forse vogliono impedirci di impiccarci. Ma allora sta per succedere qualcosa di così terribile che vorremo suicidarci? In ogni caso, è davvero umiliante essere spogliati dei lacci e restare coi pantaloni in mano.
Mettiamo che io sia un poliziotto di vent´anni e stia ritirando lacci e cinture a questi tunisini, ragazzi per lo più, che continuano a dire “Italia Italia” e “Libertà libertà”. Mi hanno mandato qua – avrei voluto venirci in vacanza – e da 48 ore stiamo occupandoci, senza dormire e mangiando male, di questi disgraziati che non mangiano e non dormono. Pare che, una volta salpati, li porteremo indietro a loro insaputa in Tunisia. Sarà per questo che gli leviamo cinture e lacci, perché non si impicchino per disperazione. Ma se si immagina che possano farlo, che cos´altro si deve aspettarsi che facciano?
Mettiamo che io sia un abitante di Lampedusa, non so, un pescatore. Non ho niente, davvero, contro questi spiaggiati. Le loro facce mi sono familiari, con tanti di loro ho parlato. So quanti se ne perdono in questo mare di annegati. So che vengono a cercare l´Italia, l´Europa, e l´Europa e l´Italia li fermano qui, a Lampedusa, e la mia isola diventa una zattera alla deriva che affonda sotto il peso dei suoi naufraghi, e nessuno vuole soccorrerla.
Mettiamo che io sia io. Mi è facile (all´inizio, almeno) mettermi nei panni di un ragazzo tunisino o di un poliziotto in trasferta a Lampedusa. Nei panni miei, mi chiedo costernato come siamo arrivati a questo punto. Dopotutto, sono sì e no due mesi. Si è gridato all´invasione, all´Europa indifferente, e si è lasciato che l´alta marea di persone sommergesse Lampedusa, giorno dietro giorno, fino a devastarne la vita quotidiana, e abbandonando all´indecenza i nuovi arrivati. Dapprincipio mi sono detto, ci siamo detti in tanti, che era la scelta deliberata e allegra di un governo alle prese con un mare di guai: era così infatti, e poi la Libia e il Giappone sarebbero arrivati di rincalzo a far da palo a un governo che intanto borseggiava il processo breve e qualche altra porcheria d´interesse privato. Fino al giorno in cui il gioco si è svelato teatralmente sulla doppia scena della visita del capo del governo a Lampedusa, un´esibizione con pochi eguali nella storia del caudillismo contemporaneo, e del parlamento, un parlamento senza eguali nella democrazia contemporanea. Ma intanto si capiva che il cinismo grossolano di quel calcolo si andava ritorcendo giorno dietro giorno contro i suoi autori, e che prendeva il sopravvento la loro insipienza. Hanno detto di tutto – che li pagheremo perché tornino indietro, che gli faremo un campo di tende perché restino nell´isola, che li manderemo a casa della Merkel, che li riporteremo manu militari al loro paese, nolenti loro e il loro governo e le loro acque territoriali: e fatto niente. Il maestrale ha regalato una dilazione di forza maggiore. Ma le scadenze sempre più solenni e ultimative del capo e dei suoi uomini – 24 ore, 48, 60, e tutto sarà risolto! – suonavano vecchie, e mostravano la sostanza. C´è una moltitudine di rifiuti da smaltire, come a Napoli, come all´Aquila. Monnezza a Napoli, terremotati all´Aquila, rifiuti extracomunitari a Lampedusa: e la stessa soluzione, spazzarli qua e là, alla rinfusa, con le cattive o con le buone – le buone, una villa trattata su e-bay, un nobel o un casinò a Chiaiano o Lampedusa o Manduria. Quanto alle cattive, basta un tipo addolcito dalla malattia che biascica “Fuori dalle palle!”, e l´intendenza seguirà. Così la vergogna travolge gli argini, sommerge prima i piani alti, poi i mediani, infine anche i piani bassi e gli scantinati.
In questa combinazione di trivialità, incapacità e inumanità non è facile dire che cosa bisognerebbe fare. È più facile farlo. O almeno, qualcuno lo fa. Ieri monsignor Crociata ha comunicato per conto della Cei che «come Chiesa italiana attraverso le diocesi e le strutture della Caritas, abbiamo individuato 2.500 posti disponibili per accogliere altrettanti immigrati in 93 diocesi italiane». Il presidente della regione Toscana, Enrico Rossi, ha sventato l´ukaz ministeriale che concentrava e recintava nella palude di Coltano (Pisa) centinaia di migranti così da avventarli contro la gente del posto e, capolavoro, i residenti rom, offrendo di ospitare lo stesso numero di persone in strutture di località diverse e in gruppi di poche decine, e «senza filo spinato». Immagino che iniziative così ce ne siano tante e ignorate, a compensare gli smaglianti rifiuti di autorità varie di ogni latitudine – e specialmente delle più alte. Andrebbero censite e messe a frutto, tanto più di fronte alla disfatta di un modo di governo che si nutre propagandisticamente dell´emergenza e nell´emergenza vera soccombe.
Mettiamo dunque che io sia io, nei miei panni, e ciascuno di noi si metta nei suoi panni personali. La cosa ci riguarda? O pretendiamo che la nostra condizione di individui ci esoneri (e ci impoverisca) di una parte di responsabilità? Ci sono tutti questi esseri umani che si mettono in viaggio avventurosamente e dolorosamente in cerca di una vita migliore, che somigli un poco di più alla nostra. Vedete, ogni discorso sull´immigrazione, sui profughi e sui viaggiatori (i “clandestini”!) che non rinunci del tutto alla nostalgia per una fraternità umana, viene tacciato subito di buonismo, cioè di una bontà di maniera. E messo a tacere dalla frase definitiva: “Prenditeli a casa tua!” La frase è cattivista, ma ha una sua utilità, e non è affatto imbattibile. Non solo perché ci sono molte persone che se li prendono, “a casa propria”. Ma mi interessa che cosa fanno gli altri, che cosa facciamo noi altri. Avere una casa propria, e “una stanza tutta per sé”, è ancora un gran privilegio sul nostro pianeta, ma è anche una condizione preziosa di libertà e di civiltà. I privilegi, anche quelli che non implicano una soperchieria diretta sulla povertà altrui, sono a rischio. I nostri pezzi grossi si riempiono la bocca di parole tolte al loro contesto reale. Berlusconi ieri, Dio lo perdoni e non lo sentano a Sendai, ammoniva sullo «tsunami umano» che ci sta travolgendo; e in Tunisia sono entrati 200 mila profughi dalla Libia. Così è per la parola “invasione”: «È una vera e propria invasione!». No, naturalmente. Non è un´invasione vera e propria. Ma le invasioni succedono davvero, sono successe al tramonto di altri imperi, e quando succedono, abbiano una ragione o no (se la fanno, una ragione), entrano senza bussare. Finché dura, assottigliandosi, l´età del nostro privilegio, piuttosto che gridare “Fuori dalle palle!”, conviene versare il nostro modesto contributo supplementare per l´usufrutto del metro quadrato che ci è toccato in sorte. Se non siamo tipi da spartire il mantello col povero che trema, e anzi per tenercelo, il mantello, regalargli un cappotto in saldo, prima che gli venga un´altra idea. Spendere qualche energia e qualche soldo in aiuti, prima di rovinarsi in guardie giurate. Ho detto che conviene: se poi ci riuscisse di farlo con una specie di gioia, sarebbe fantastico.

La Repubblica 02.04.11

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“Dal governo troppe chiacchiere senza garanzie niente campi non possiamo rischiare rivolte”. Chiamparino a Maroni: “Non mi piace passare per fesso”, di PAOLO GRISERI

A Torino ho bloccato tutto. Fino a che non sarà fatta chiarezza la nostra disponibilità è sospesa. Cota mi ha detto che è disposto ad accettare clandestini. La demagogia ha le gambe corte. La lite con Maroni? «Non mi piace passare per fesso». Sergio Chiamparino fatica a trattenere la rabbia: «Appena ho detto che Torino era disponibile a fare la sua parte, ad accogliere una parte dei migranti, dalla prefettura sono partiti con i picchetti e le tende. Senza garanzie e senza impegni. Per questo ho bloccato tutto».
Signor sindaco, quali garanzie chiedete?
«Chiediamo che a Torino arrivino profughi e non clandestini da espellere».
Scusi, come si distingue un profugo da un clandestino?
«Lei lo sa? È quel che chiedo anch´io al governo. Sono loro che hanno coniato questa distinzione».
Che cosa le ha risposto Maroni?
«Prima assolutamente nulla. Non rispondeva al telefono».
Poi?
«Dopo l´annuncio che avevamo sospeso la disponibilità ad attrezzare l´area, mi ha telefonato».
Quali garanzie le ha offerto?
«Mi ha detto che nel campo di Torino sarebbero stati mandati dei clandestini da espellere».
Non è d´accordo?
«Come si sa io non sono contrario in via di principio ai centri di identificazione ed espulsione. A Torino ne abbiamo uno».
Qual è il problema allora?
«Che nel centro attuale, sistemato in una caserma, ci sono meno di duecento persone e non è sempre facile mantenere l´ordine».
Teme che non sarebbe così nella tendopoli in costruzione?
«Non sarebbe certamente così. È un´idea folle quella di radunare 1.500-2.000 persone sotto le tende e annunciare loro che verranno presto espulsi e rimandati a casa. La rivolta inizierebbe nel giro di cinque minuti e sarebbe incontrollabile».
Perché allora lei ha dato la disponibilità?
«Ho accolto l´appello del presidente Napolitano affinché ciascuno faccia la sua parte. Se si tratta di accogliere per un periodo limitato migliaia di persone che fuggono da paesi in guerra, dare loro un posto dove dormire, lavarsi e mangiare, Torino è disponibile. Da un posto così nessuno cerca di fuggire e non si creano problemi di ordine pubblico».
Il ministro l´ha rassicurata?
«Ne parleremo martedì alla riunione della cabina di regia. Nel frattempo la nostra disponibilità è sospesa».
Si è bloccata la costruzione della tendopoli?
«Il ministero ha provato a proseguire ma poi ha desistito. Il prefetto voleva andare avanti ma l´ho convinto a smettere. Non è possibile realizzare una struttura di quel genere senza l´accordo di tutti. E senza l´acqua e la luce messe dalla città, la tendopoli non sta in piedi».
Qual è la morale di questa storia?
«Che la politica non si fa con le chiacchiere. E nemmeno con la demagogia. Quando si assiste a scene come quelle di questi giorni a Lampedusa bisogna prendere decisioni anche impopolari. Per rispetto di chi rischia la vita attraversando il mare sui gommoni e per rispetto di chi abita in un´isola che non può sopportare il peso di quell´immigrazione».
Chi fa le chiacchiere?
«Quando Maroni mi ha detto che vuole portare a Torino i clandestini gli ho risposto: “Basta convincere il tuo governatore Cota”».
Come ha reagito il ministro?
«Cinque minuti dopo mi ha chiamato Cota per dire che avevo frainteso, che lui non è contrario a far arrivare i clandestini in Piemonte».
Cota non è contrario a far arrivare in Piemonte i clandestini?
«Così mi ha detto. Evidentemente di fronte ai problemi concreti la demagogia finisce quasi sempre per mostrare le gambe corte».
Le chiacchiere le fa solo la Lega?
«Questo è il momento in cui si misura lo spessore politico, a destra e sinistra. In queste occasioni si distingue tra chi vive di annunci e della politica di corto respiro, del giorno per giorno, e chi invece è in grado di avere uno scatto guardando al problema generale».
Perché dice «a destra e a sinistra»?
«Perché su questi temi si misura anche la capacità dell´attuale opposizione di fare proposte di governo. Del resto in tutta Europa i temi cruciali dei prossimi anni saranno tre: l´ambiente, lo sviluppo e l´immigrazione. Chiunque voglia governare deve saper dire qual è la sua proposta su questi punti».
Alla fine con Maroni avete chiarito?
«Ho capito che non era in malafede ma non ci sto a fare la parte di quello che accetta di accogliere persone in difficoltà per poi scoprire che si vuol fare un centro di espulsione a cielo aperto».

La Repubblica 02.04.11