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Prof precari, incubo per il governo. 60 parlamentari scrivono alla Gelmini", di Salvo Intravaia

I ricorsi si moltiplicano dopo le sentenze di risarcimento e pende la più grande class-action. Il blocco dei trasferimenti travolge i deputati meridionali (di tutti i partiti) che si attivano. Riunione d’emergenza con Tremonti: a rischio oltre 4 miliardi. Monta la polemica politica sull’aggiornamento delle liste provinciali dei supplenti. Sessanta deputati di tutti gli schieramenti politici chiedono al ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, di investire il Parlamento della complessa questione dei precari della scuola. Mentre la maggioranza è intenta a cercare una soluzione per evitare di essere travolta dalle richieste di risarcimento danni e di immissioni in ruolo forzose imposte dai giudici del lavoro di mezza Italia. In ballo ci sono 4 miliardi di euro, ma forse anche sei. Tre giorni fa, per cercare una via d’uscita, si è svolta una segretissima riunione tra quattro ministri e un rappresentante sindacale. Ma non è trapelato nulla della discussione.

“Egregio ministro – scrivono i 60 deputati alla Gelmini – in queste ultime settimane, ognuno di noi è stato interessato da una problematica che riguarda il dicastero da Ella presieduto. Si tratta della, ormai nota, vicenda dell’aggiornamento delle graduatorie dei docenti e dei trasferimenti degli stessi in una provincia diversa da quella di provenienza”. La questione sta letteralmente facendo impazzire i parlamentari meridionali, pressati dalle migliaia di supplenti in servizio al Nord che fra qualche settimana saranno costretti a fare le valigie alla volta di casa, restando senza lavoro e stipendio.

Tra i firmatari, spiccano i nomi di quasi tutti i deputati del Pdl eletti nelle circoscrizioni meridionali. “L’argomento interessa, da tempo, il Parlamento e gli ultimi due governi che si sono succeduti. Recentemente continua la missiva – è intervenuta anche una sentenza della Corte costituzionale e l’autorevole intervento del Presidente della Repubblica, in occasione del ‘milleproroghe’. Ovviamente, la questione non è semplice né di facile soluzione. Per tale ragione – scrivono piuttosto infastiditi i rappresentanti del popolo – siamo convinti della necessità di un pieno coinvolgimento parlamentare volto ad istruire al meglio il percorso”.

Migliaia di supplenti, forse 20/30 mila, temono che la strada tracciata dal ministero per il prossimo aggiornamento delle graduatorie dei precari sia proprio quella delineata nella lettera inviata due giorni fa dai tecnici del ministero all’Avvocatura dello stato per un parere legale. L’ipotesi è quella di aggiornamento del punteggio nella sola graduatoria di merito, senza possibilità di trasferimento di provincia, e cancellazione delle cosiddette graduatorie di “coda”, dichiarate illegittime dalla Corte costituzionale. Ma la complessa decisione, oggi, si intreccia con le migliaia di richieste di stabilizzazione e risarcimento danni avanzate dai supplenti.

Non ultima la megaclass-action di 40 mila precari di scuola e università annunciata dal Codacons. A fare drizzare letteralmente i capelli al ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, la sentenza del giudice del lavoro di Genova che ha condannato il ministero a pagare quasi mezzo milioni di euro a titolo di risarcimento danni in favore di soli 15 precari. Ma anche le centinaia di richieste di assunzione avanzate ai giudici per il semplice fatto di essere stati in servizio continuativo per tre anni. E le richieste di integrazione di ore di sostegno da parte dei genitori degli alunni disabili. Per disinnescare la bomba ad orologeria accesa dai giudici, che secondo calcoli ministeriali riguarda almeno 65 mila precari, il ministero ha ipotizzato un piano di assunzioni.

C’è chi parla di 50 mila immissioni in ruolo diluite in quattro/cinque anni, chi si spinge fino a 65 mila e c’è chi ne chiede almeno 30 mila da settembre. Ma salterebbero i vincoli di bilancio. Per prendere tempo, viale Trastevere intenderebbe impugnare i provvedimenti dei giudici del lavoro, ma il problema verrebbe spostato soltanto di alcuni mesi. Intanto, i precari pressano. E si sono creati due partiti: i favorevoli all’inserimento a pettine e al trasferimento di provincia e i contrari a tale ipotesi. In gioco c’è il posto di lavoro per i prossimi due anni. Due supplenti su 3 iscritti nelle graduatorie provinciali sono meridionali, ma la maggior parte dei posti vacanti è nelle regioni settentrionali.

Nel 2007, con l’intento di eliminare il precariato della scuola, l’allora ministro della Pubblica istruzione Giuseppe Fioroni trasformò le graduatorie “permanenti” in graduatorie “ad esaurimento”, bloccando i trasferimenti di provincia e, al contempo, varando un megapiano di 150 mila assunzioni in tre anni. Quando a Palazzo della Minerva arrivò la Gelmini e in via XX settembre Tremonti, il piano di stabilizzazione dei precari venne cancellato, mentre il blocco dei trasferimenti di provincia restò in vigore.

Per addolcire la pillola alle migliaia di precari meridionali alla disperata ricerca di una cattedra e uno stipendio, la ministra di Leno inventò le graduatorie “di coda”: una specie di lista secondaria, che seguiva la cosiddetta graduatoria di merito. Due anni fa i precari della scuola ebbero la possibilità di aggiornare il punteggio – per il biennio 2009/2010 e 2010/2011 – nella provincia in cui si trovavano inseriti ai tempi di Fioroni e, in più, poterono scegliere altre tre province in cui inserirsi in “coda”. La trovata consentì a migliaia di insegnanti delle regioni del Sud di lavorare al Nord. Ma il mese scorso i giudici della Consulta hanno dichiarato illegittime “le code”.

“In attesa della risposta dell’Avvocatura – osserva Maristella Curreli, presidente nazionale dei Comitati insegnanti precari – la situazione dei precari della scuola è di fatto bloccata”. “Il ministero – spiega – ora si propone di avviare l’aggiornamento delle graduatorie considerando solo un’iscrizione e facendo decadere l’opzione per le altre tre province. Ripeto attualmente ‘non sappiamo di che morte morire'”. “Per fronteggiare una pioggia di ricorsi – conclude – il ministero sta pensando a una soluzione che prevede anche un piano di assunzioni. Per ridurre al massimo i ricorsi – rimarca la Curreli – sarebbe meglio che il ministero facesse una bella immissione in ruolo”.

Mentre la Flc Cgil ribadisce “che le sentenze e le direttive vanno applicate e non ‘aggirate’ per nascondere l’incapacità e l’inadeguatezza del ministro di turno”. Cisl e Uil scuola, affiancate dallo Snals, chiedono al governo “una soluzione politica della questione di precari della scuola”. Mentre l’Anief chiede l’inserimento a “pettine” da subito dei precari nelle diverse liste provinciali. Intanto, i bene informati sono certi che il governo per uscire dal guado opterà per un decreto-legge, possibilmente condiviso anche dalle opposizioni. Ma su tutta la partita vigila il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, già intervenuto poche settimane fa sul tema, costringendo l’esecutivo ad espungere dal Milleproroghe il congelamento biennale delle graduatorie.

www.repubblica.it

Immigrazione: piano del PD per emergenza

Accordi con la Tunisia. Applicazione della direttiva 55 dell’UE. Abbandonare la strategia delle tendopoli e gestire l’accoglienza con Regioni, Enti locali, associazioni di volontariato e Protezione civile.
Video Bersani Tg3

Di fronte all’emergenza immigrazione, per incapacità e per esigenze strumentali, il governo ha creato uno stato di confusione e di sbandamento creando tensioni mai viste neppure in situazioni più difficili di questa, che pure il nostro Paese ha saputo affrontare, come nel caso del Kosovo, quando si registrarono circa 50mila arrivi.
Assumendosi le sue responsabilità di fronte al Paese, il Partito Democratico presenta le sue proposte per uscire finalmente da una situazione insostenibile e affrontare l’emergenza.
Innanzitutto, impegniamo il governo a ottenere un accordo con la Tunisia, che preveda in particolare uno stop agli arrivi oltreché una gestione programmata dei rientri.
Secondo, chiediamo l’applicazione dell’articolo 20 del decreto legislativo 286 del 1998 (Misure straordinarie di accoglienza per eventi eccezionali), così da ottenere dall’Unione europea l’applicazione della direttiva 55 del 2001 relativa alla concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e alla cooperazione in ambito comunitario, recepita dal decreto legislativo n.85 del 2003, che rende quindi possibile la circolazione europea e il tempo necessario per organizzare le operazioni di rimpatrio evitando problemi rilevanti di allarme sociale. Si tratta di una scelta ineludibile per garantire la sicurezza e dare certezza a tutto il percorso.
Terzo, sulla base dei precedenti punti, chiediamo al governo di abbandonare la strategia delle tendopoli che stanno già creando tensioni ingestibili. In accordo con le Regioni, gli Enti locali e in collaborazione con le associazioni di volontariato e la Protezione civile, si organizzi l’accoglienza in modo diffuso sul territorio.Il Partito Democratico, in tutti i suoi luoghi di responsabilità, è pronto
sulla base di questo piano a un impegno convinto per uscire dall’emergenza.
Ciò presuppone una radicale correzione da parte del governo dell’impostazione assunta fin qui. In assenza di questa correzione, il governo si assumerà pienamente una grave responsabilità.
Infine, il Partito Democratico esprime una vivissima preoccupazione per la totale assenza del governo sullo scenario del Mediterraneo, che è di fronte a una evoluzione i cui effetti non sono ancora prevedibili. L’Italia chieda la convocazione urgente di una Conferenza sul Mediterraneo per determinare una visione comune e comuni linee di intervento.

da www.partitodemocratico.it

In Italia la disoccupazione a febbraio scende all'8,4%, 9,9% nell'Ue. Senza lavoro il 29,8% dei giovani

Il tasso di disoccupazione a febbraio scende all’8,4%, con una diminuzione di 0,2 punti percentuali rispetto a gennaio e di 0,1 punti su base annua. Lo comunica l’Istat in base a dati destagionalizzati e a stime provvisorie. L’Istituto spiega che il calo avviene in un contesto di ripresa dell’inattività. Il dato è inferiore alla media dell’Eurozona, dove nello stesso mese il tasso di disoccupazione si è attestato al 9,9% (dal 10% rilevato a gennaio).

«Tra i molti dati sull’occupazione che ci consegna l’Istat è doveroso innanzitutto considerare quello più recente di febbraio, mese nel quale sale il numero degli occupati, scende la disoccupazione in generale e in particolare quella giovanile e femminile, così come diminuisce la cassa integrazione – spiega Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali -. Anche i profeti di sventura devono ammettere che si manifesta un netto riverbero positivo della ripresa economica sull’occupazione. La disoccupazione all’8,4% rimane così significativamente più bassa rispetto alla media europea».
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Tasso top dal 2004
Nella media del 2010 il tasso di disoccupazione è balzato all’8,4% dal 7,8% del 2009. Lo rileva l’Istat, sottolineando che è il dato medio annuo più alto dall’inizio delle serie storiche omogenee, ovvero dal 2004.

Quasi il 30% di giovani senza lavoro
Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) nel quarto trimestre del 2010 è pari al 29,8% (era al 27,9% nello stesso periodo del 2009). Lo comunica l’Istat, in base a dati non destagionalizzati. Anche in questo caso si tratta del livello più alto dal 2004.

Aumenti di contratti a termine part-time
«Considerando l’ultimo trimestre dell’anno trascorso rispetto a quello dell’anno precedente, si evidenzia l’aumento dei contratti a termine in uno stock complessivo che rimane comunque caratterizzato dai più alti livelli europei di rapporti di lavoro a tempo indeterminato – sottolinea Sacconi -. Le incerte aspettative e la rigidità in uscita nella nostra regolazione sostengono infatti il ricorso ai contratti a termine. Il nostro impegno, a favore dei giovani, è quello di alzare il livello di impiego dei contratti di apprendistato semplificandoli, rendendo più efficace il contenuto formativo, e incentivandoli».

«La crescita del part-time – prosegue il ministro – per quanto involontario, ha senza dubbio incrementato la componente femminile spesso bisognosa di orari di lavoro flessibili. Nel complesso, la ripresa va accompagnata rendendo sempre più trasparente ed efficiente il mercato del lavoro in modo da favorire l’incontro tra la domanda e l’offerta e da avvicinare le competenze richieste a quelle disponibili».

I numeri nel dettaglio
L’Istat rileva che a febbraio gli occupati sono 22.814.000 milioni, in aumento dello 0,1% congiunturale, pari a 17mila unità in più rispetto a gennaio, ma in calo dello 0,3% su anno, pari a 65mila unità in meno. Il calo riguarda la sola componente maschile. Il numero dei disoccupati, pari a 2.088.000, registra una diminuzione del 2% congiunturale, pari a 43mila unità in meno, e dell’1% tendenziale con un calo di 21mila unità. Risultano in flessione sia la componente maschile, sia quella femminile. Gli inattivi tra i 15 e i 64 anni aumentano dello 0,1% rispetto a gennaio, apri a 21mila unità, e il tasso di inattività resta stabile al 38%, dopo la crescita dei tre mesi precedenti.

Critiche dalla Cgil
«Tre notizie emergono dai nuovi dati Istat: la prima è che finalmente la crescita della disoccupazione si arresta pur restando ai livelli massimi dal 2004; la seconda, che rispetto a febbraio 2010, mese in cui la disoccupazione aveva toccato livelli altissimi siamo ancora con 65.000 unità di lavoro in meno – dichiara Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil -. Terza notizia: si conferma l’anomalia vera del mercato del lavoro italiano, che il calo dei disoccupati si accompagna alla crescita del numero degli inattivi adesso prevalentemente maschile e quindi il saldo è meno positivo di quanto il governo lo vuol far apparire, mentre il dato dell’inattività femminile è disastroso».

da www.ilsole24ore.com

Franceschini: "Né Aventino né dimissioni. Li battiamo in aula", intervista di Andrea Carugati

“Questi due giorni hanno dimostrato che l`opposizione deve stare in aula, quando c`è lo scontro non si abbandonano i posti di combattimento”.
Una sconfitta totale della maggioranza, una resa incondizionata. Dopo due giorni di fuoco sono stati costretti a rinviare la prescrizione breve. Sono riusciti solo a dimostrare una volta di più qual è la loro vera priorità: Berlusconi e i suoi processi. I problemi del Paese vengono dopo». Dario Franceschini, presidente dei deputati Pd, risponde a l`Unità appena uscito dal Quirinale, dove è stato ricevuto dal presidente Napolitano insieme alla collega Anna Finocchiaro.

Cosa insegna questa due giorni di battaglia parlamentare rispetto al come fare opposizione? E una fase che richiede un di più di intransigenza?

«Non è una fase che richiede modalità diverse: un grande partito deve costantemente tenere insieme una parte propositiva e una di contrasto duro quando si vedono abusi totali come quelli di questi giorni: di fronte a tali violazioni delle regole l`opposizione deve diventare intransigente, senza timore che questo annacqui il messaggio riformista. E questo produce risultati: dopo due giorni di “fuoco” da parte nostra, ieri hanno rinviato le norme sulla prescrizione di cui solo mercoledì era stato chiesta con un voto l`anticipazione. Hanno gettato il Parlamento nel caos, dando al Paese l`immagine di una maggioranza che in cima a tutto mette i processi di Berlusconi: dal conflitto di attribuzione sul caso Ruby fino alla prescrizione. Se c`è tempo poi viene tutto il resto».

Nel Pd si è chiuso il dibattito sull`Aventino, cioè l`idea di abbandonare i lavori del Parlamento?

«È chiuso. Capisco che possa avere un effetto evocativo, ma di Aventino nella storia italiana ce n`è già stato uno, e mi pare che sia bastato. Da lì è partito il Ventennio fascista. Questi due giorni hanno dimostrato che l`opposizione deve stare in aula, quando c`è lo scontro non si abbandonano i posti di combattimento. E se l`opposizione combatte tutta unita, dall`Idv fino a Fli, i risultati arrivano. Se ce ne fossimo andati, Pdl e Lega avrebbero approvato la prescrizione breve in un`ora e mezzo. Finché io sarò capogruppo, il Pd starà in aula a combattere, usando tutti gli strumenti previsti dal regolamento». Esclude anche l`ipotesi di dimissioni di massa? «È un altro argomento evocativo, ma non abbiamo nessuna intenzione di lasciare campo libero a Berlusconi. Non scherziamo, e poi se ci dimettessimo subentrerebbero i non eletti. Siamo stati votati per fare opposizione, non bisogna farsi trascinare da ondate emotive. Di fronte ai rischi che corre la democrazia c`è bisogno sia del nostro lavoro in Aula sia di una mobilitazione civile e pacifica nel Paese. Non sono alternative, sono complementari».

Oggi nel Pd è riaffiorata l`iidea che con questi numeri il governo non finirà la legislatura…

«Lo diciamo dal 14 dicembre: hanno una maggioranza in grado di reggere solo sui “grandi eventi”, e cioè voti di fiducia e leggi ad personam. Su tutto il resto non sono in grado di garantire la presenza in aula dei membri del governo. Così condannano il Parlamento alla paralisi, non hanno più i numeri per affrontare i problemi del Paese». Si è discusso spesso delle presenze in aula dell`opposizione. A volte le assenze hanno salvato il governo… «Il nostro gruppo ha il record delle presenze, con una media oltre il 95%. Poi ci sono le malattie, o gli eventi imprevedibili. Ma sono orgoglioso di come si comportano i miei deputati. Nella maggioranza invece hanno i nervi a fior di pelle perché hanno capito che non ce le fanno a governare : mercoledì il ministro della Difesa che insulta il presidente della Camera e l`opposizione, ieri il ministro della Giustizia che scaglia il tesserino contro i banchi dell`opposizione…».

Torna a tirare aria di elezioni?

«Non dobbiamo ricominciare a parlare di alleanze. Per il momento basta che le opposizioni si muovano insieme in Parlamento e comincino a fare anche delle iniziative comuni nel Paese, coinvolgendo anche chi sta fuori dal Parlamento come Sel. A Cortona ho parlato di “Patto delle opposizioni”: di fronte ai rischi corre la democrazia deve prevalere l`idea che siamo in emergenza democratica. Cosa deve succedere ancora prima che ce ne accorgiamo?Quali altri abusi? Di fronte a un`emergenza, anche degli avversari, che forse torneranno ad esserlo, devono costruire un percorso comune».

Oggi pomeriggio (ieri, ndr) la Lega è sembrata andare per conto suo sull`ordine del giorno della Camera. Ha colto segni di “sganciamento” dal Pdl?

«Nessuno sganciamento. Nelle vicende fondamentali si dimostrano sempre servitori fedeli del Capo. Erano tutti in aula, compreso Bossi, a votare per una legge che non influisce solo sui processi di Berlusconi, ma sui reati comuni. Un incensurato che commette una rapina, un furto o una violenza carnale avrà uno “sconto” sulla prescrizio- ne. Alla faccia della sicurezza di cui si riempiono la bocca…».

Fine del dialogo sul federalismo fiscale?

«Su quel tema continuerà il nostro lavoro di merito per migliorare i decreti o almeno contenere il danno. Sono regole che riguardano il futuro del sistema Paese, non ci possiamo sottrarre».

L’Unità 01.04.11

"L'Italia vista da Berselli", di Filippo Ceccarelli

Nei suoi ultimi testi la fantasia reclamava indipendenza e libertà il diritto di svolazzare sopra i luoghi comuni. Colpisce l´estrema varietà dei generi che poi riescono a fondersi grazie alla scrittura
Un volume che raccoglie tutti i libri dell´intellettuale scomparso un anno fa. Il paese raccontato nei suoi vizi e virtù. Quante volte viene da chiedersi cosa avrebbe scritto di Scilipoti, del bunga bunga e della guerra in Libia. Come pure sul nucleare: centrali sì o centrali no? E che mai ci avrebbe regalato su Lampedusa, Saviano, la rivoluzione araba e Mara Carfagna?
Perché la cronaca incalza, com´è nella natura del giornalismo: ma più spesso di quanto s´immagini il punto interrogativo, quella piccola spina che si fa sentire fra cronaca, commenti, cultura e sport, quel mite pungiglione che vivifica la più varia umanità, è come l´avrebbe decifrata, questa cronaca, Edmondo Berselli, che se n´è andato ormai da un anno, ma sembra assai di più, tanto più mancando il suo sguardo e le sue parole.
E a questi dubbi per così dire capitali e professionali, succede che se ne aggiungano altri minori, più generali e in qualche modo proiettivi: avrebbe perso quel suo sardonico buonumore davanti a ciò che torvo e buffonesco va accadendo? Si sarebbe fatto esaurire la pazienza di fronte a quelli che si prendono troppo sul serio e combinano pure guai, o magari avrebbe mollato la cruda attualità per rifugiarsi tra le cose apparentemente più lontane e più “sue”, quelle che salvano l´anima, l´arte, per dire, la musica, la natura?
Com´è abbastanza ovvio, la risposta soffia nel vento. Ma il risultato in fondo pure consolante di tutte queste domande sta proprio nel fatto di non poter rispondere, e questo perché la prima virtù di Berselli resta la sua pura imprevedibilità. Come dire: la sua fantasia e la sua indipendenza.
La seconda, la terza, e le altre virtù del poliedrico scrittore, dello studioso di grave leggerezza, del virtuoso della memoria, dell´inclassificabile polemista, adesso ciascuno può scoprirle o riscoprirle perché la Mondadori ripubblica tutte le sue opere in un volume dal titolo Quel gran pezzo dell´Italia, con un saggio introduttivo di Franco Marcoaldi (1464 pagine, 40 euro).
Il volume racchiude i nove libri scritti da Berselli in questi ultimi 15 anni: e subito colpisce l´intensa varietà dei generi, che pure nella scrittura non rimanevano mai separati, anzi ballavano, flirtavano, non di rado si fondevano l´un l´altro dando vita a quel sorvegliato disincanto sentimentale e autobiografico che è la sua cifra: dal calcio (Il più mancino dei tiri) ai destini della sinistra (Sinistrati, appunto), dalla colonna sonora di una generazione (Canzoni) a L´economia giusta, passando per i felici anni sessanta (Adulti con riserva), l´esito del riformismo geo-etnico della sua terra (Quel gran pezzo dell´Emilia), lo smottamento della modernità (Post-italiani), i tic degli intellettuali (Venerati maestri); fino alla reciproca conquista di Liù, un cane che dà il titolo e anche il senso al libro forse più poetico e anche più sereno di Berselli.
E a risfogliarlo commuove e insieme apre la porta alla speranza il capitolo in cui egli immagina di organizzare una festa in montagna per la sua Marzia che compie gli anni, «Venga chi vuole. È una festa dell´immaginazione, il sogno di un´altra realtà possibile. Come nelle vere iniziative d´epoca, l´importante non è partecipare fisicamente. Ciò che conta è esserci. O anche solo immaginare di esserci». E quel che segue, l´interminabile lista degli invitati, suona come il modo più elegante e sentimentale per congedarsi da questa terra, così li ricorda uno per uno, e li saluta, ma soprattutto sembra dare appuntamento a tutti quelli cui ha voluto bene.
Tanto più prezioso, questa specie di addio, quanto meno Edmondo era un tipo da piagnistei e sdolcinatezze. Al contrario, gli piaceva spargere sulla pagina una lieve, ma irresistibile nuvoletta sulfurea, senza però mai risultare malevolo. Aveva il gusto della parodia e l´amore per il gioco virtuoso dello sfottò, esercitava inoltre uno scetticismo ben temperato, ciò che di fronte alle peggiori e rimbombanti idiozie lo spingeva a «scuotere la testa e a dirsi e a dirgli: ma dai». (Senza il punto esclamativo). E anche a costo di sfidare la banalità e la retorica, che talvolta coincidono, ci si limita a far notare quanto l´odierno discorso pubblico avrebbe bisogno di sintetiche e misurate reazioni – o testimonianze che dir si vogliano.
Specie quando queste ultime scaturivano, com´è nel caso di Berselli, da spontaneo e limpido moto dell´animo, oltre che da profondità d´interpretazione, onnivora ampiezza di letture, attenzione ai processi di lungo respiro, sorpresa di collegamenti, autonomia di giudizio e via dicendo. Per farla breve: sono testi bene invecchiati. Quelli più immediatamente politici (Post-italiani e Sinistrati) acquistano a distanza una maggiore chiarezza e prospettiva. Mentre quelli dedicati al riverbero sociale del calcio e della musica oppure impegnati a sbertucciare il ceto dei colti con i dispositivi del cabaret, si rivelano anticipatori di approcci oggi sempre più necessitati come pure di fertili mescolanze.
Divertenti da rileggere sono le note, veri e propri backstage e insieme porte attraverso cui accedere all´interno di stanze per lo più inesplorate; e con lo stesso stato d´animo, ma con un tocco di nostalgia supplementare, ci si sofferma sui ringraziamenti dai quali viene fuori l´efficacia dell´officina berselliana, quel complesso e amichevole sistema di relazioni e illuminazioni, consulenze, chiacchiere, telefonate notturne, e riletture, dubbi, cortocircuiti, ripensamenti.
Tutto è stato Berselli fuorché un solitario, e infatti non c´è libro che si possa togliere da una dimensione collettiva, a volte perfino corale. Eppure, specie nei suoi ultimi scritti, la fantasia reclamava indipendenza, individualità, libertà, e rivendicava il diritto di svolazzare allegro sopra i vincoli della magniloquenza trombonesca e l´asprezza delle contrapposizioni pregiudiziali. A muovergli le ali, d´altra parte, era un´abbondante dose di buonsenso e una spiccata vena fantastica che a volte gli scappava anche di mano, e allora lo trasportava anche parecchio in alto, e sotto si vedevano le strade con il traffico, i viottoli abbandonati, le scorciatoie, quelle vere, quelle finte, e i dirupi da cui poi era impossibile venir fuori. O almeno, era impossibile risalire la china senza il calore della parola, che una volta lassù, a saperla riconoscere, diventa anche profetica.

La Repubblica 01.04.11

"Deriva pericolosa", di Michele Ainis

Una roba così non era mai successa. Il capo dello Stato che convoca i capigruppo al Quirinale, li mette in riga come scolaretti, gli chiede conto dei fatti e dei misfatti. D’altronde non era mai successo nemmeno il finimondo andato in scena negli ultimi due giorni. Il ministro della Difesa che manda a quel paese il presidente della Camera, quello della Giustizia che giustizia la sua tessera scagliandola contro i banchi dell’Italia dei Valori, quello degli Esteri che lascia la Libia al suo destino per votare un’inversione dell’ordine del giorno in Parlamento. Dall’altro lato della barricata, fra i generali del centrosinistra, contumelie e strepiti, toni roboanti, decibel impazziti. E intanto, nelle valli che circondano il Palazzo, folle rumoreggianti dell’opposizione, lanci di monetine, improperi contro il politico che osa esibire il suo faccione. Diciamolo: la nostra democrazia parlamentare non è mai stata così fragile. Ed è un bel guaio, nel mese in cui cadono i 150 anni della storia nazionale. Perché uno Stato unito ha bisogno di istituzioni stabili, credibili, forti di un popolo che le sostenga. Ma in Italia la fiducia nelle istituzioni vola rasoterra. Per Eurispes nel 2010 le file dei delusi si sono ingrossate di 22 punti percentuali, per Ispo il 73%dei nostri connazionali disprezza il Parlamento. Colpa dello spettacolo recitato dai partiti, colpa del clima di rissa permanente che ha trasformato le due Camere in un campo di battaglia. Le nazioni muoiono di impercettibili scortesie, diceva Giraudoux. Nel nostro caso le scortesie sono tangibili e concrete come il giornale lanciato in testa al presidente Fini. Ma non è soltanto una questione di bon ton, di buona educazione. O meglio, dovremmo cominciare a chiederci per quale ragione i nostri politici siano scesi in guerra. Una risposta c’è: perché sono logori, perché hanno perso autorevolezza, e allora sperano di recuperarla gonfiando i bicipiti. Sono logori perché il tempo ha consumato perfino il Sacro Romano Impero, e perché il loro impero dura da fin troppo tempo. Guardateli, non c’è bisogno d’elencarne i nomi: sono sempre loro, al più si scambiano poltrona. Stanno lì da quando la seconda Repubblica ha inaugurato i suoi natali, ed è proprio il mancato ricambio delle classi dirigenti la promessa tradita in questo secondo tempo delle nostre istituzioni. Da qui l’urlo continuo, come quello di un insegnante che non sa ottenere il rispetto della classe. Perché se sei autorevole parli a bassa voce; ma loro no, sono soltanto autoritari. Ma da qui, in conclusione, il protagonismo suo malgrado del capo dello Stato. D’altronde non sarà affatto un caso se l’istituzione più popolare abita sul Colle: dopotutto gli italiani, nonostante la faziosità della politica, sanno ancora esprimere un sentimento di coesione. E il presidente simboleggia per l’appunto l’unità nazionale, così c’è scritto nella nostra Carta. La domanda è: come raggiungerla? Con un ricambio dei signori di partito, con un’iniezione di forze fresche nel corpo infiacchito della Repubblica italiana. Ci penseranno (speriamo) le prossime elezioni. Quanto poi siano lontane, dipenderà dalla capacità di questo Parlamento di mantenere almeno il senso del decoro.

Il Corriere della Sera 01.04.11

"Precari Ispra, dal tetto al nulla Pronti a protestare ancora", di Luciana Cimino

Strano destino quello dell’Ispra. L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ente vigilato dal Ministero dell’Ambiente, ha sempre più compiti e emergenze da seguire ma ha sempre meno soldi per assumere personale e per svolgere le sue preziose attività di ricerca e controllo. Eppure che la sua funzione sia importante lo dimostrano le vicende degli ultimi mesi: è l’Ispra a gestire la parte italiana dell’emergenza nucleare causata dal terremoto in Giappone, ad aver seguito l’emergenza per lo sversamento di idrocarburi nel nord Sardegna, la vicenda navi dei veleni in Calabria, il monitoraggio della biodiversità nel Canale di Sicilia, tutti gli interventi legati al dissesto idrogeologico del territorio. O meglio sono anche e soprattutto i precari dell’Ispra.

200 persone circa, eccellenze della nostra ricerca, che tra il 2009 e l’anno scorso hanno passato per protesta due mesi sul terrazzo della sede di via Casalotti, a Roma, per difendere il loro lavoro (erano tutti in scadenza) e la dignità della ricerca scientifica. «La protesta sul tetto ha ottenuto visibilità mediatica e politica e allora il ministro Prestigiacomo, dopo averci ignorato – raccontano i precari del coordinamento Usi/Rdb – d’accordo coi vertici dell’ente ci ha promesso il rinnovo dei contratti per un anno e un protocollo d’intesa per risolvere il problema attraverso concorsi pubblici e scorrimento delle graduatorie».

NULLA È CAMBIATO
A distanza di 16 mesi nulla è cambiato, lamentano oggi i precari. «Dicono che l’Istituto non ha soldi per assumere i 90 vincitori di concorso, figuriamoci per regolarizzare gli altri 100 co.co.co, borsisti, assegnisti, tempi determinati». L’amministrazione dell’ente non ha ancora ricevuto trasferimenti sufficienti dal governo e dal ministero dell’Ambiente, «quindi – denunciano i precari riuniti sabato scorso in un sit in sotto la sede di via Curtatone – di non poter andare avanti con le assunzioni previste dal protocollo d’intesa siglato lo scorso anno al termine della lotta del tetto, la cui applicazione integrale consentirebbe finalmente il buon funzionamento dell’Istituto e l’“emersione” di oltre 200 lavoratori che ancora oggi svolgono le stesse attività dei colleghi a tempo indeterminato, senza però ricevere lo stesso trattamento economico e contrattuale».

Monica Targusi, 34 anni, lavora all’Istituto da 8 anni. È risultata idonea al concorso ma delle promesse della Prestigicomo e del presidente dell’Ispra Bernardo De Bernardinis (membro della commissione Grandi Rischi della Protezione Civile durante il terremoto in Abruzzo) non si fida: «Dietro questa mancata regolarizzazione dei precari c’è un evidente tentativo politico di svilire la ricerca scientifica». «L’Ispra infatti esegue funzioni di ricerca e controllo che è importante che gestisca un istituto pubblico che, almeno in teoria, dovrebbe essere imparziale. Immaginiamo per esempio cosa accadrebbe se le ricerche per il nucleare in Italia le facesse un ente con fini di lucro». Umberto Scacco di anni invece ne ha 40 e “scade” tra una settimana. Dopo 12 anni di lavoro ininterrotto per l’Ispra. E dire che al concorso è risultato terzo. «Non posso più essere rinnovato, all’estero in una situazione come la mia, dopo tanti anni di apprendistato, l’assunzione sarebbe automatica, ma in Italia è impossibile». Lui adesso si ritrova a reinventarsi un mestiere, avendo tre figli e un mutuo da pagare, «per noi che siamo cresciuti nella ricerca e con profitto ricollocarci nel mercato del lavoro è difficilissimo, è umiliante dopo tutto questo precariato doverti inventare un mestiere qualsiasi per riciclarti». «I vertici dell’Ispra stanno perseguendo nei fatti, al di là delle promesse, una politica contraria a quella della valorizzazione del personale e della ricerca, non c’è la volontà di creare un polo di eccellenza scientifica. Noi ci chiediamo: c’è una deliberata strategia a confondere le acque per mettere in archivio la parte che fa ricerca di questo istituto?».

Domani la prossima riunione con l’ente. «Vogliamo che mettano nero su bianco un programma di assunzioni altrimenti faremo ripartire una protesta ancora più dura».

L’Unità 01.04.11