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"Il processo non è breve", di Gabriella Monteleone

Troppi pasticci del Pdl, e il blitz sull’ennesima legge ad personam fallisce: ecco il film della giornata a Montecitorio.
Si doveva chiudere ieri sera, ora di processo breve se ne riparlerà la prossima settimana, ma non si sa quando. Non si può escludere un’altra clamorosa forzatura della maggioranza.
Si vedrà. Intanto l’inversione dell’ordine dei lavori di mercoledì è già fallita su tutti i fronti, complice quello che la rude saggezza di Bossi chiama «l’errore strategico» di La Russa con il suo «vaffa» a Fini che ne ha fatto slittare l’esame. Senza l’accordo in capigruppo infatti, si è tornati al calendario precedente: martedì si voterà prima sul conflitto di attribuzione per il caso Ruby, poi su altri tre provvedimenti solo dopo arriverà il processo breve.
Per due giorni l’esame “forzato” di quel testo ha messo in fibrillazione parlamento e istituzioni, scatenando insulti, lanci di giornali, gesti plateali di stizza di ministri – costretti pure a “correre” da palazzo Chigi per votare – mentre fuori da Montecitorio continua la protesta dell’opposizione e del Popolo viola contro l’ennesima legge ad hoc che mette in salvo Berlusconi dai processi Mills e Mediatrade e ne butta al macero altre decine di migliaia. Il blitz della maggioranza era pure congegnato bene – con la contemporanea missione di Berlusconi a Lampedusa e tv al seguito – ma non è bastato.
A mettere a nudo divisioni, incertezza e confusione nella maggioranza, soprattutto sulla sua tenuta, è bastato il gesto inconsulto («vaffa») del ministro La Russa nei confronti di Fini con la frenata conseguente del dibattito. Troppi errori. Uno dei tanti, che mette bene a fuoco il punto di degrado raggiunto, è stata l’esortazione di Polledri (Lega) e Napoli (Pdl) all’assistente della deputata del Pd, Ileana Argentin, di non permettersi di battere le mani: peccato che lei sia disabile e non può applaudire da sola.
Alla fine Pdl e Lega, ieri, si sono resi conto di doversi fermare. «Se hanno problemi vengano in aula a chiedere di rinviare quello stesso provvedimento che hanno voluto anticipare a tutti i costi» intimava Franceschini, (che chiedeva il rinvio ma in commissione).
Così è stato: la maggioranza con il Pdl Baldelli voleva tentare, però, di prendere giusto il tempo (fino a martedì) per far decantare la tensione salita ormai ad un livello intollerabile dopo l’altro duro scontro consumatosi ad avvio di seduta, con la maggioranza battuta nella mancata approvazione del processo verbale perché non conteneva il duro scambio di battute della sera precedente tra La Russa e Fini. Alla ripresa, Pdl e Lega riuscivano a far votare sì il rinvio a martedì del processo breve senza tener conto, però, che sarebbe stata poi la conferenza dei capigruppo a decidere l’ordine dell’esame dei provvedimenti. E qui il presidente Fini ha deciso per il ripristino del calendario precedente.
Se la parola d’ordine era di liberare il campo da tutto il resto, la débâcle è su tutti i fronti.
Forse non a caso Giancarlo Lehner, l’ex falco di Forza Italia ora tra i Responsabili, chiedeva al governo di rompere gli indugi: «Uccida le sue colombe bianche e chieda la fiducia sul processo breve». Facile, ma solo a dirsi. Napolitano storcerebbe certo il naso e non solo per la frequenza con cui il governo ricorre a questo strumento, ma anche perché su un tema come la giustizia non smette di chiedere il confronto. E poi regna l’incertezza anche sul numero delle votazioni necessarie: cinque? Una per ogni articolo? Rischiosissimo per una maggioranza così precaria con i ministri costretti a restare inchiodati al pulsante. Oppure un solo voto su un maxiemendamento del governo? Sarebbe anomalo per una legge d’iniziativa parlamentare. Con Berlusconi, però, mai dire mai.

da Europa Quotidiano 01.04.11

La disabile pd insultata dalla Lega "Mi sono sentita violentata", di Giovanna Vitale

Ileana Argentin: “Gridavano: non fate parlare quell´handicappata del cazzo”. “Erano anni che non mi succedeva, un insulto tanto più offensivo perché detto alla Camera”. “Avevo chiesto al mio operatore di applaudire poiché io sono paralizzata”. È ancora scossa, Ileana Argentin. «Erano anni che non mi sentivo dare dell´handicappata», sospira la deputata del Pd. «Un insulto tanto più offensivo perché pronunciato in un luogo sacro come il Parlamento».
Ci racconta com´è andata?
«Eravamo in aula, la maggioranza era in forte fibrillazione perché non era riuscita a far passare il processo verbale e Fini aveva sospeso la seduta. Quando l´ha riaperta, è stata data la parola ai vari capigruppo. Durante l´intervento di Italo Bocchino ho chiesto al mio operatore di applaudire perché stava dicendo cose che condividevo».
Poteva farlo?
«Naturalmente. Francesco è un ragazzo di 24 anni che mi accompagna sempre: oltre a votare per me, svolge tutte quelle mansioni che mi sono precluse perché sono paralizzata, muovo a stento la mano sinistra e basta. Faccio persino fatica a sostenere la testa».
E a quel punto cosa succede?
«Mi si avvicina il collega del Pdl Osvaldo Napoli e con il dito alzato, in modo minaccioso, mi fa: “Gli devi di´ a questo che non deve applaudire, hai capito?”. Col leghista Polledri che urlava: “Ha ragione, ha ragione”. Io non ci ho visto più e ho chiesto a Fini di intervenire per denunciare il fatto che, non potendo muovere le mani, avevo il diritto di scegliere chi far applaudire al posto mio. È allora che dai banchi del Carroccio qualcuno ha gridato: «Non gli date la parola a quell´handicappata del cazzo!». Ma non so chi è stato, sono solo sicura che venisse da lì».
Cos´è che le ha fatto più male?
«Mi sono sentita quasi violentata perché ho dovuto denunciare il mio limite, che pure è visibile a tutti. C´è questo di vergognoso: che mi abbiano costretta. Perciò ho rispedito indietro, senza neppure leggerlo, il bigliettino di scuse che Napoli mi ha fatto recapitare tramite un commesso».
Perché?
«Doveva pensarci prima. Ma lui non ha desistito, quando sono uscita dall´aula mi ha raggiunta e, peggiorando la situazione, mi ha detto: “Io non ti ho mai guardato, quindi non lo sapevo che non muovi le mani”. Mi ha fatto una gran pena».
Lui che fa pena a lei?
«Sì perché questi sono così. Anche la destra ha eletto un disabile, un colonnello che a Nassirya è rimasto in carrozzina, però lui è visto come un eroe, mentre io sono una sfigata. E per giunta comunista. È difficile far politica con questa maggioranza: loro si fermano a ciò che sei esteriormente, non si confrontano sulle idee, specie se a esprimerle è una donna».
Come si sente adesso?
«Orgogliosa di ciò che sono. Affetta da amiotrofia spinale sin dal nascita, ho preso due lauree, convivo con un uomo da tanti anni e mi ritengo una donna felice. Faccio politica perché ci credo, sono stata 13 anni consigliere comunale e ora faccio anche il dirigente del Pd, delegata per i diritti dei disabili. Incarico che Bersani ha voluto darmi nonostante sia mariniana».

La Repubblica 01.04.11

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“Diversamente”, di Massimo Gramellini

Fra le tante manifestazioni di beceraggine verificatesi alla Camera nelle ultime 48 ore, ce n’è una che rappresenta un salto di qualità. Durante l’intervento in aula della parlamentare diversamente abile Ileana Argentin, un suo collega diversamente intelligente ha gridato: «Fate stare zitta quella handicappata del czz». L’episodio non può essere liquidato con la solita alzata di spalle con cui ogni giorno cerchiamo di proteggerci dalle aggressioni al buongusto perpetrate dai nostri rappresentanti. L’insulto a una donna in sedia a rotelle esorbita dal dibattito ideologico, perché attiene a una dimensione prepolitica e semplicemente umana della convivenza. Per questo tacerò il partito a cui appartiene chi ha pronunciato quelle parole, seguite da scuse frettolose che confermano lo scarso peso che l’autore attribuisce al suo gesto. Rivelarlo qui sposterebbe l’attenzione del lettore, innescando la solita rissa fra fazioni che, dopo averci annebbiato il cervello, sembra averci sterilizzato anche il cuore.

Mi interessa di più vedere se quel partito avrà il coraggio morale di punire il suo indegno soggetto. E mi interessa comprendere quando la nostra rassegnazione supererà il livello di guardia. Quando cioè cominceremo a stufarci di pagare lo stipendio a dei ceffi che sarebbero tollerati a stento in una curva di ultrà. Certe frasi sputate in un momento di irritazione non vengono dal nulla. Incubano, magari per anni, in una palude di pensieri facili e brutti. Quanti elettori si sentono parte della palude? Io spero nessuno di noi. Altrimenti avrebbero ragione loro.

La Stampa 01.04.11

"Tutti contro il piano tendopoli di Maroni", di Vincenzo Ricciarelli

La tregua è durata meno di ventiquattro ore. Dopo aver siglato l’accordo con il Viminale sul piano di accoglienza dei profughi, gli enti locali sono di nuovo sul piede di guerra con il ministro Maroni che ieri, in conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri straordinario, ha spiegato che il piano messo a punto per accogliere i migranti sbarcati a Lampedusa prevede una «disponibilità di diecimila posti, in tutte le regioni italiane ad eccezione dell’Abruzzo».

Il piano, che prevede anche la realizzazione di alcune tendopoli, verrà illustrato questa mattina alle Regioni e agli enti locali in una riunione al Viminale ma anche se manca ancora l’ufficialità sui siti individuati per l’accoglienza dei migranti partiti da Lampedusa governatori sono già sul piede di guerra. Proteste che non sembrano interessare troppo Roberto Maroni «Atteggiamenti di rifiuto – ha spiegato il ministro – non possono essere giustificati: è un’emergenza grave che richiede il concorso di tutte le regioni». La lista, si diceva, è ancora top secret ma secondo indiscrezioni oltre alla tendopoli di Manduria prevederebbe siti in allestimento a Potenza, Santa Maria Capua Vetere, Pisa, in Veneto, in Liguria, Trentino e Valle d’Aosta.

Questa volta, però, l’unanimità registrata soltanto mercoledì sul piano profughi sembra un miraggio. Il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, è netto: «le Regioni non condividono le questioni relative alle tendopoli per gli immigrati irregolari: quella è una scelta unilaterale del Governo. Avevamo avanzato alcune proposte ma il governo che ci ha chiesto di intervenire solo sui profughi, e che sul resto avrebbe deciso lui». «L’impegno assunto riguarda l’emergenza profughi, non l’eventualità di allestire tendopoli per gli immigrati clandestini», dice senza esitazioni la governatrice del Lazio, Renata Polverini. «Siamo molto preoccupati dalle parole del ministro Maroni. Si concordano alcune cose e poi, il giorno dopo, dal governo ne vengono dette altre che sono al di fuori di qualunque intesa», sbotta il presidente della Basilicata, Vito De Filippo. Anche il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, ricorda che al Viminale si è sempre parlato di profughi. Non dunque degli immigrati irregolari finora arrivati in Italia, soprattutto dalla Tunisia. «Questo – sottolinea Formigoni – è un problema che attiene integralmente al ministero dell’Interno, così come alla politica internazionale di tutti i paesi. A noi Regioni è stato chiesto di dare una mano solo e soltanto sulla questione dei profughi».

Duro anche il governatore della Regione Siciliana Raffaele Lombardo: «Così non si va da nessuna parte. La Sicilia dice no con forza alle scelte imposte dal governo nazionale e si dice invece pronta a dialogare su scelte condivise». E contro l’assenza di una adeguata concertazione nell’individuazione dei siti ha puntato il dito anche Lorenzo Guerini, sindaco di Lodi e rappresentante dell’Associazione nazionale dei Comuni nelle riunioni con il Viminale. «L’Anci ha fatto inserire una clausola per quanto riguarda l’individuazione dei siti dove dovranno essere ospitati i clandestini – spiegava ieri – La clausola prevede che gli Enti locali siano “sentiti” nella fase di individuazione degli stessi siti. Avevamo chiesto di riaprire la discussione per giungere a un accordo, registrando però la totale indisponibilità del governo».

L’ultima parola sulle tensioni questa mattina a Palazzo Chigi dove si riunirà la cabina di regia sull’immigrazione alla presenza dei ministri Roberto Maroni e Raffaele Fitto insieme ai rappresentanti delle Regioni, delle Province e dei Comuni. Sarà in quella sede che, con ogni probabilità, sarà anche fornito alle autonomie localil’elenco dei siti in cui accogliere chi arriverà in Italia.

L’Unità 01.04.11

"Nomine, Lega pigliatutto", di Raffaella Cascioli

Il governo alle prese con il rebus della scelta dei vertici delle aziende pubbliche. Ma quali posti nel governo in vista di un imminente rimpasto! La Lega bada al sodo e ha intenzione di occupare il maggior numero di poltrone disponibili nelle aziende pubbliche.
Un’occasione che il Carroccio attende da tempo e che non vuole lasciarsi sfuggire. È per questo che ai suoi il senatur ha impartito ordini precisi: l’occupazione delle società a partecipazione pubblica viene prima di tutto e sopra a tutti. Il che tradotto in lumbard significa che ciascuno può essere sacrificato in vista di quella che appare fin d’ora un’invasione dei gangli vitali del sistema in un momento in cui la fibrillazione e a tratti l’isterismo di molti esponenti di governo fanno addensare molte nubi sulla durata dell’esecutivo.
Archiviato il federalismo con il via libera definitivo del consiglio dei ministri al quinto decreto sulla fiscalità di regioni e province, il Carroccio punta a vincere una partita che invano prova a giocare da almeno un decennio. Quella delle nomine appunto il cui nodo, stando a quello che ha detto ieri il leader della Lega Umberto Bossi, dovrebbe essere sciolto al massimo entro oggi. «Tra oggi e domani – ha assicurato il senatur – ci sarà la quadra sulle nomine nelle aziende pubbliche».
Un accordo di massima è già stato raggiunto al termine di un incontro avvenuto in settimana tra il premier, Gianni Letta e Giulio Tremonti, ma per completare il puzzle occorre ancora inserire qualche tassello. La partita è comunque agli sgoccioli visto che lunedì scade il termine per la presentazione delle liste dei candidati per Eni, Enel e Finmeccanica, mentre per Terna c’è più tempo a disposizione visto che la scadenza è fissata al prossimo 16 aprile. In realtà Bossi attende il rientro del fido Tremonti dalla Cina dove il ministro ha partecipato al G20 finanziario, organizzato dalla presidenza francese. Il rientro del ministro coinciderà con l’ufficializzazione delle liste. Se per Scaroni, Conti e Cattaneo non ci dovrebbero essere problemi sulle riconferme, la partita che si sta giocando in queste ore intorno a Finmeccanica è centrale per capire cosa si sta muovendo nell’universo leghista. Infatti, se Pier Francesco Guarguaglini resiste alla presidenza di piazza Monte Grappa, perderebbe il ruolo di amministratore delegato tenuto in questi anni. Ruolo che sarebbe sdoppiato visto che Guarguaglini, che punta a mantenere la maggior parte delle deleghe, sarebbe affiancato da almeno due manager. La scelta in questo caso dovrebbe ricadere su Giuseppe Orsi, ceo di Agusta Westland e sponsorizzato dalla Lega, e da Alessandro Pansa, condirettore generale sostenuto dal direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli.
Nelle ultime ore si starebbe intensificando il pressing leghista anche sulle presidenze di Enel e Eni: per la prima il nome leghista è quello di Gianfranco Tosi che potrebbe sostituire Piero Gnudi, mentre per la seconda il Carroccio sarebbe lo sponsor di Massimo Ponzellini che potrebbe insediarsi alla presidenza dell’Eni al posto di Roberto Poli. Come si ricorderà il banchiere è dato da tempo vicino al senatur tanto da essere stato invitato alla “Cena degli Ossi” d’inizio anno con commensali del calibro di Bossi, Tremonti e Calderoli.
Se dunque nella spartizione politica delle nomine societarie, da cui evidentemente appare avulso il merito, la Lega la farebbe da padrone, oggi i riflettori sono puntati su un altro giro di nomine: quelle inerenti gli avvicendamenti indicati dal direttore generale della Rai Mauro Masi. Il dossier è arrivato ieri sul tavolo del consiglio di amministrazione che, tuttavia, lo affronterà solo questa mattina: Susanna Petruni dovrebbe andare a dirigere il Tg2, mentre è polemica sull’arrivo da Sky di Franco Ferraro come vicedirettore del Tg1. Una nomina esterna che fa discutere tanto che l’Usigrai si è detto al riguardo pronto allo sciopero.

da Europa Quotidiano 01.04.11

"Barbarie a Montecitorio", di Curzio Maltese

Come si sono ridotti così? Prima un po´ alla volta, poi tutto insieme. Il volto, i volti della classe dirigente riflettono ormai la deriva di un´agonia politica. Il ghigno stupefacente di Ignazio La Russa, l´isterico lancio della tessera del guardasigilli Alfano, lo sguardo esterrefatto di Fini, i deputati leghisti che ringhiano «handicappata di merda» alla collega disabile Ileana Argentin.
La malattia degenerativa di una democrazia di colpo assume i modi, le espressioni, i gesti di un´esplosione schizofrenica. Nell´ora dei telegiornali milioni d´italiani assistono attoniti a uno spettacolo di degrado, di squallore definitivo. Dentro l´aula l´impressione era ancora più penosa. Da un momento all´altro ti aspettavi che i leghisti prendessero anche a calci la carrozzella della deputata tormentata dalla distrofia o che qualcuno estraesse all´improvviso un´arma, come in Bowling for Colombine. Ogni tanto bisognava uscire fuori, per strada, fra la folla ordinata e pacifica che contestava in piazza Montecitorio, per respirare un po´ di normalità civile.
Vergogniamoci pure per loro, che non ne sono capaci. Ma perché sono arrivati a tanto? Il fatto è che il governo non esiste, la maggioranza non esiste e lo sa. Non esistono più da tre mesi, dal 14 dicembre scorso, quando il governo avrebbe dovuto essere sfiduciato dalla Camera e invece la scampò per i voltagabbana dell´ultima ora, i dipietristi pentiti Scilipoti e Razzi. Un colpo di coda col quale il premier è riuscito a garantire la propria sopravvivenza, ma niente di più. Il governo, la maggioranza sono comunque morti il 14 dicembre. Non decidono più, non sussistono. Se non all´unico scopo di sfornare leggi in grado di proteggere il premier dai processi. Per il resto, il governo è una nave fantasma, incapace da dicembre di compiere qualsiasi scelta, qualunque cosa accada. Terremoti, tsunami, crisi nucleari, guerre civili alle porte, rivoluzioni a un tiro di missile da casa. Niente. Disoccupazione, inflazione, scalate estere ai gruppi industriali. Silenzio. Uno dopo l´altro, sono spariti dalla scena i ministeri e i ministri, anche i più popolari e decisionisti. Che fine hanno fatto Brunetta, Maroni, Gelmini, perfino Tremonti? Ridotti a comparse. Sulla scena rimane l´ondivago Frattini, il nulla stesso fatto ministro, inventore del situazionismo in politica estera. E l´improvvisatore Ignazio La Russa, che fa notizia soltanto per calci, insulti e gestacci, mai per essere ministro della Difesa della nazione al centro del Mediterraneo in fiamme. Il mondo procede già come se l´Italia non avesse ufficialmente un governo, a prescindere. Perché convocare a un summit sulla crisi libica una sedia vuota?
Libera da ogni altra missione che non sia la salvaguardia di Berlusconi dalla legge, la maggioranza si divide soltanto sulle linee difensive. Oggi il gran dibattito nel centrodestra si svolge fra avvocati di Berlusconi, all´interno dei due principali studi legali. Quello di Gaetano Pecorella, scettico sulla necessità della battaglia per la prescrizione breve, e l´altro di Niccolò Ghedini, ideatore di leggi ad personam sempre più modellate sulle stringenti esigenze di Berlusconi. Con il ministro Alfano e la Lega nel ruolo di arlecchini servitori di due padroni.
È una condizione abbastanza umiliante da spiegare la deflagrazione di rabbia e violenza di questi giorni, il senso d´inutilità che esplode in un misto di rancore e vittimismo. Tanto più da parte di chi, come gli ex An e i leghisti, coltivava l´ambizione di far politica o almeno la pretesa di farlo credere agli elettori. Ma si ritrova imprigionato nella livrea del maggiordomo, scavalcato nella considerazione dall´ultimo venduto, dall´ultimo compagno di merende e compagna di bunga bunga, e allora se la prende con gli avversari, con i manifestanti, con chiunque ancora osi esibire brandelli di dignità, segnali di esistenza. Il governo e la maggioranza non ci sono più. Nella notte si sono svolte trattative fra i collegi di avvocati del premier, in vista della riconvocazione della Camera. Sarà un altro spettacolo d´angoscia. Per fortuna martedì torneranno in piazza anche i manifestanti in difesa della Costituzione, così potremo uscire ogni tanto dal manicomio di Montecitorio a respirare un po´ di civiltà.

La Repubblica 01.04.11

"La memoria corta di La Russa", di Michele Brambilla

Ignazio La Russa sta vivendo un momento difficile. Ieri è stato criticato anche dalla stampa amica: il Giornale nel titolo di prima pagina parlava di un «pasticcio» e a pagina 7 di uno «scivolone di La Russa»; quanto a Libero, il vicedirettore Fausto Carioti nell’editoriale gli ha consigliato «un corso di educazione e sopportazione». Inoltre, ha scritto che le escandescenze sono state tali da far pensare che per una volta le parti fossero invertite, e che fosse il ministro a fare l’imitazione di Fiorello. Tutti e due i quotidiani, poi, hanno dato senza alcuna reticenza – e con buona evidenza – la notizia dell’ira di Berlusconi e di gran parte del Pdl contro La Russa.

Il quale è da qualche tempo che perde le staffe. Sul web c’è tutto un florilegio delle sue reazioni sopra le righe. L’ultima era stata forse quella, alla Balotelli, contro un inviato di Annozero. Ma fra tutti questi comportamenti certamente non consoni al ruolo che La Russa riveste, ce n’è uno che colpisce in modo particolare e che dovrebbe far riflettere l’interessato. A ben guardare, nell’invettiva del ministro della Difesa contro Fini il gesto più grave non è stato il «vaffa» ma quel «stai zitto» pronunciato tenendo l’indice appoggiato al naso. Un gesto grave non solo perché rivolto alla terza carica dello Stato, ma soprattutto perché il suo autore dovrebbe ben sapere che cosa rappresenta.

Fino a una ventina d’anni fa Ignazio La Russa era uno sconosciuto politico (consigliere comunale a Milano) che di mestiere faceva l’avvocato penalista. In quegli anni facevo il cronista di giudiziaria e ricordo bene con quale schifato disprezzo molti colleghi lo evitavano anche quando aveva notizie (di processi, non di politica) da portare in sala stampa. Un giorno ce ne offrì una gustosa. Si era scoperto che i carabinieri s’erano inventati una retata in un bar che, a un controllo dei giudici, risultò chiuso nel giorno indicato nel verbale: in pratica saltò il processo e gli imputati furono tutti assolti. Era una notizia buona per le pagine di cronaca, senza alcun risvolto politico, ma in sala stampa alcuni colleghi giornalisti indirono seduta stante un’assemblea al termine della quale fu deciso che le notizie di «un fascista» non andavano pubblicate neanche se vere, punto e stop.

È solo un esempio tra le migliaia, anzi tra i milioni che si potrebbero fare per ricordare l’esilio, la chiusura nel ghetto, la cacciata nelle fogne che fu riservata ai missini per quasi cinquant’anni: dal 1946, quanto il partito fu fondato dalla cosiddetta «generazione che non si è arresa», al 1995 quando si sciolse per diventare Alleanza nazionale e rientrare nel gioco democratico. Furono pochi, pochissimi, in quei cinquant’anni, i non missini che difesero il diritto dei missini a parlare; che reagivano quando qualcuno portava l’indice al naso e diceva «stai zitto» a un esponente del Msi.

Ecco perché La Russa quel gesto non lo dovrebbe mai fare. Per coerenza con il proprio passato. Ma anche per non correre il rischio di un curioso e imprevedibile compimento di una parabola che potrebbe riportare lui, e i vecchi camerati, a rivivere l’emarginazione di un tempo. È una parabola che in qualche modo già si intravede. Perché: che fine hanno fatto gli ex missini ed ex An? Chi è andato con Fini sembra in un vicolo cieco: Fli è un partito senza grandi prospettive elettorali, indeciso su da che parte stare e diviso tra falchi e colombe.

Chi invece è rimasto nel Pdl rischia di scomparire per altri motivi. Da una parte, sta diventando sempre più un corpo estraneo e sgradito a quelli che vengono da Forza Italia. La raccolta di firme per far dimettere La Russa da ministro è partita all’interno del Pdl, non dai banchi dell’opposizione. E il mai dimenticato epiteto usato per indicare al pubblico disprezzo («fascista») è arrivato da Claudio Scajola, oltre che dai deputati d’opposizione.

Dall’altra parte non si capisce bene quale presa possa ancora avere sul suo vecchio elettorato un La Russa come quello dell’altro giorno, scalmanato nel difendere il processo breve. S’è forse dimenticato di quando guidava le fiaccolate pro Mani Pulite? O di quando, ancor prima, il suo fedele collaboratore Riccardo De Corato riforniva la Procura di Milano di esposti contro la corruzione e il malaffare? Forse sì, forse s’è dimenticato, come s’è dimenticato dei tempi infami in cui in nome della democrazia gli intimavano di tacere. E la scarsa memoria è pericolosa. Si fa in fretta a tornare in un angolo dopo aver vissuto una imprevista e insperata stagione di gloria.

La Stampa 01.04.11

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“La Russa, il ministro alla moviola”, di FIlippo Ceccarelli

Battute e pestoni ai giornalisti. Ora il ralenti della Camera per il vaffa a Fini. Aggressivo e litigioso il titolare della Difesa appare sempre sopra le righe, poi si pente. Deve essere stata una scena mica male quella dei tre onorevoli questori di Montecitorio che dopo i tumulti in aula si sono raccolti in qualche ufficio, e lì dentro in gran segreto, comprensibilmente, si sono fatti proiettare il Moviolone per comprendere con scientifica esattezza, sequenza dopo sequenza e con l´indispensabile scrutinio del labiale se il ministro La Russa aveva o no mandato il presidente dell´Assemblea Fini a… alt! (tanto si è capito dove).
E sarebbe bellissimo poter disporre del resoconto stenografico dell´indagine, con le varie ipotesi, le possibili assonanze, le plausibili disarmonie tra il gesto e il logos. Ma il verdetto del ralenti non lasciava adito a dubbi: La Russa ce l´ha proprio mandato. Donde «la più ferma deplorazione per la particolare gravità del comportamento tenuto in aula nei confronti della Presidenza», come si legge nel comunicato emesso dal Collegio dei deputati Questori, da parte dell´«onorevole» La Russa. Ma non – si fa osservare – del «ministro» La Russa.
La questione della titolarità ordinamentale e delle eventuali sanzioni è infatti impicciatissima e come tale rinviata a martedì. Non esistono precedenti in materia, per quanto bassa sia, né francamente si riescono a immaginare Taviani, Andreotti, Lagorio, Andreatta e altri ministri della Difesa che mandano a quel paese, con il dovuto gesto di accompagnamento, altri presidenti della Camera come Leone, Pertini, Ingrao o la Jotti.
E tuttavia, pur in mancanza di antefatti, l´inedita liturgia del Moviolone Labiale e Istituzionale ha dei riscontri, o almeno trova una sua ratio sotto il dominio degli spettacoli perché la scena madre del vaffa, vista e rivista ieri sulla rete e in tv, potrebbe benissimo trovare un posto anche d´onore nel soggetto, nella sceneggiatura, nella proiezione e nella fruizione di un particolare genere di film. Quali?
Ora, sarebbe ingiusto imputare agli onorevoli questori Albonetti (Pd), Colucci (Pdl) e Mazzocchi (pure Pdl) di aver tralasciato o peggio di ignorare un piccolo precedente in materia. Ma è pur vero che l´autunno scorso intervenendo alla radio in una trasmissione chiamata «ComuniCattivo», sul serio, lo stesso ministro La Russa dichiarò di essere stato «in modo insistente» richiesto dal produttore De Laurentis per recitare in un cinepanettone. «Naturalmente – spiegò poi – ebbe un rifiuto». Naturalmente, un corno.
Nel regime delle rappresentazioni La Russa è una risorsa narrativa completamente sfuggita di mano, quindi è perfetto, musica, voce, faccia, parole, gestualità. Perfetto nel senso che nessuno può sapere come può andare a finire, dove può andare a sbattere. Lontanissimi ormai i tempi di Fiorello e dell´«Ignazio jouer» («Acquaragia/ Mutande ragno/ Alabarda»). E sono un pallido ricordo le innocue invenzioni creative e ricreative, i travestimenti da top-gun in tuta arancione, la messa riparatrice, la mini-naja, l´obbligo di cantare il Piave nelle scuole, la ginnastica per gli impiegati del ministero.
Arrivò un giorno, La Russa, a vantare una remota parentela con Dario Fo. E un altro giorno volle lanciare il suo massivo test anti-droga, per amici e colleghi e fotografi, per giunta in competizione con quello – pure discutibile – del povero Giovanardi. Test del capello, oltretutto, alla cui risonanza mediatica non ha corrisposto – come si notava mercoledì sera – altrettanta energia persuasiva.
Ecco, basta: ora è solo l´Ignazio Furioso che un po´ fa ridere e un altro po´ mette paura (anche perché bene o male i missiloni dipendono da lui). L´ideale per ridare smalto alla produzione dei Vanzina o di Neri Parenti. Aggressivo come una tigre, litiga con tutti, allenatori di calcio e generali compresi. Mette le mani addosso. Poi si pente e chiede scusa. Parla di calcio quando non è il caso (morte di due soldati in Afganistan e polemica sul Siena). Dà i pestoni davanti alle telecamere, ride, si commuove, sbraita, canta, spezza le matite in diretta, si prende la testa fra le mani, sbarra gli occhi, grida rauco, e ancora grida, per il 150° ha pure disegnato due gioielli tricolori con smeraldi, zirconi, swaroski.
In costante stato di sovraeccitazione, disposto a perdere le staffe e ad andare sopra le righe ogni due per tre, il Moviolone di Ignazio Benito La Russa testimonia al di là della sua stessa spiccata fantasia i guasti arrecati al discorso pubblico dai profondi processi di personalizzazione del potere – ma un po´ anche l´inesorabile impulso di quest´ultimo a farsi male da solo.

La Repubblica 01.04.11

Gelmini e gli insegnanti precari: «L’anno prossimo più assunzioni», di Lorenzo Salvia

Il ministro vuole evitare i ricorsi. La decisione spetta a Tremonti. L’apertura di un tavolo di confronto tra il ministero dell’Istruzione e quello dell’Economia per accelerare l’assunzione a tempo indeterminato degli insegnanti precari. A confermare la notizia è lo stesso ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, rispondendo a un’interrogazione alla Camera. A chiedere chiarimenti era stato il Partito democratico, dopo la sentenza del tribunale del lavoro di Genova che ha riconosciuto un risarcimento di mezzo milione di euro a quindici insegnanti precari. «Credo che responsabilmente, insieme con il sindacato e con tutte le forze politiche presenti in questo Palamento — ha detto il ministro — dovremo certamente accelerare le immissioni in ruolo possibili» e per questo «anticiperemo il numero delle assunzioni che saremo in grado di fare per il prossimo anno» . Un chiarimento importante, questo. Alcune assunzioni sono state fatte ogni anno ma senza coprire il numero dei pensionati e quindi facendo scendere l’organico complessivo visto il taglio di 135 mila posti deciso con la Finanziaria del 2008. Adesso il tentativo è ottenere qualche assunzione in più rispetto a quelle già programmate. Non è un cambio di linea ma il tentativo di mettere i conti pubblici al riparo da un possibile effetto a catena dopo la sentenza della settima scorsa. Il giudice di Genova ha stabilito che il ricorso al precariato viola una direttiva dell’Unione europea che obbliga gli Stati membri a limitare l’uso dei contratti a termine al massimo per tre anni. Se facessero ricorso tutti gli insegnanti nelle stesse condizioni di quelli di Genova, stimati in circa 65 mila, il costo per lo Stato sarebbe di 3 miliardi di euro. Da qui il tentativo di strappare qualche altra assunzione portato al «tavolo di confronto con il ministero dell’Economia» . Mettendo sul piatto quello che i tecnici del ministero hanno suggerito nei giorni scorsi, che sindacati ed opposizione dicono da mesi e che pure il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, pur non parlando del caso specifico della scuola, ha sostenuto qualche tempo fa: in alcuni casi l’assunzione a tempo indeterminato dei precari potrebbe far risparmiare lo Stato. Il «trucco» sarebbe quello di assumere i precari nei posti che già adesso occupano «stabilmente» , coprendo cioè quelle cattedre che non restano scoperte all’inizio dell’anno per le malattie lunghe o per le maternità ma per motivi che si conoscono già da prima, come i distacchi dei politici, dei sindacalisti, o per gli spezzoni di cattedra che non si incastrano fra loro. Sono tanti, quasi 50 mila l’anno e si aggiungerebbero ai 70 mila pensionamenti che dovrebbero arrivare nei prossimi tre anni come ricorda il deputato del Pd Antonino Russo che ha consegnato alla Gelmini una lettera firmata da 60 parlamentari di vari schieramenti per chiederle di investire della questione l’intero Parlamento. Ma l’accelerazione sulle assunzioni dei precari è solo una faccia della medaglia, per altro tutta da verificare nei prossimi mesi visto che l’ultima parola spetta come sempre a Giulio Tremonti. Gelmini ha confermato che presenterà appello contro la sentenza di Genova, ricordando che ci sono state anche sentenze di segno opposto a Viterbo, Venezia e Perugia. Mentre è ormai pronto un emendamento alla legge comunitaria per provare a confermare la specificità della scuola nell’uso dei contratti a termine anche rispetto alle norme comunitarie.

Il Corriere della Sera 01.04.11