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Processo breve rinviato. Il PD vince la sua battaglia

Dopo il rinvio alla Camera, la discussione riprenderà la prossima settimana. Con l’iniziativa parlamentare e la mobilitazione dei nostri militanti e simpatizzanti, il Pd ha battuto la maggioranza. Bersani : “Abbiamo più fisico di Berlusconi e dobbiamo resistere un giorno di più”. Letta: “la maggioranza non è in grado di reggere una normale attività legislativa”. Franceschini “il Paese ha diritto di avere un Governo che governa e che non dà la priorità solo ai problemi processuali del loro capo”. Il blitz del governo è fallito miseramente. L’obiettivo di far approvare l’ennesima legge salva premier puntando i riflettori mediatici solo sotto la luce dell’emergenza di Lampedusa ha prodotto tanto rumore per nulla. Con l’iniziativa parlamentare e la mobilitazione dei nostri militanti e simpatizzanti, il pd ha battuto la maggioranza: la discussione sul processo breve, dopo la bagarre dentro e fuori l’Aula di Montecitorio, è stata rimandata al prossimo 5 aprile. E’ una nuova sconfitta per il governo Berlusconi.

Da queste due frenetiche giornate parlamentari il segnale politico più marcato sta nel fatto che le opposizioni sono riuscite ad evitare lo “strappo” progettato da Berlusconi. Il segretario del PD, Pier Luigi Bersani ha sollecitato di nuovo le opposizioni a fare fronte: “è un anno che dico che Berlusconi porterà a uno strappo istituzionale, politico e sociale, per questo chiedo all’opposizione unità e tenuta. Abbiamo più fisico di lui e dobbiamo resistere un giorno di più”.

In una lettera con cui Bersani si rivolge ai leader dell’opposizione parlamentare si legge: “mi sembra evidente che il governo sta predisponendo un’ulteriore stretta sul sistema dell’informazione, a partire dai telegiornali, così da oscurare le opposizioni e da condizionare la fase politica e il prossimo appuntamento elettorale”.

“C’è dunque aperta – continua il leader democratico – una vera questione democratica che, a mio parere, deve essere affrontata dalle opposizioni parlamentari con un’iniziativa comune, pur nel pieno riconoscimento delle differenze politiche. Vi propongo quindi di realizzare uno strumento di controllo sull’equilibrio politico in particolare dei telegiornali e dei programmi di intrattenimento per presidiare, in modo incisivo e tempestivo, questa delicatissima fase”.

“Se convenite – conclude Bersani nella missiva inviata a Pierferdinando Casini, Antonio Di Pietro, Italo Bocchino e Francesco Rutelli – questa iniziativa può essere già messa a punto nel corso dell’incontro dei nostri responsabili dell’informazione, già previsto per il 7 Aprile”.

Per Rosy Bindi, presidente dell’Assemblea nazionale del PD “il rinvio alla prossima settimana del processo breve è una sonora sconfitta dell’arroganza di questo governo e questa maggioranza”.

“E’ stata premiata la determinazione delle opposizioni e la fermezza della battaglia condotta dal PD nell’Aula di Montecitorio e con la mobilitazione dei cittadini in difesa della Costituzione e della legalità. La nostra battaglia continuerà, noi non ci fermiamo e non ci saranno più settimane ordinarie di lavori parlamentari”.

Dello stesso parere anche Enrico Letta, vicesegretario del PD. “Il dato politico di oggi è che questa maggioranza non arriva, non dico al 2013, ma neanche al 2012. Evidentemente la benzina, l’ossigeno dell’operazione Responsabili è terminato e la maggioranza non è in grado di reggere una normale attività legislativa. Pur convocando tutti i ministri, loro reggono al massimo una fiducia al mese”.

Nel suo intervento in Aula, Dario Franceschini ha dichiarato “In questi due giorni abbiamo assistito a uno spettacolo indecoroso”.

“Ieri con un atto di arroganza parlamentare avete fatto la richiesta di inversione dell’ordine del giorno” sul processo breve e “dopo 24 ore c’è una resa incondizionata” del centrodestra sullo stesso provvedimento.

In due giorni “siete riusciti solo a scatenare risse nel Parlamento e altre tensioni” e quindi “è ora di finirla. Non dimenticate che il Paese nella situazione in cui è ha diritto di avere un Governo che governa e che non dà la priorità solo ai problemi processuali del loro capo”.

Per Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria del PD “il tentativo di spallata da parte della destra è stato bloccato. Con l’iniziativa parlamentare alla Camera e con la mobilitazione dei nostri militanti e simpatizzanti il Pd ha battuto una maggioranza che ormai ha perso il senso del limite. La battaglia non è finita e come ha detto il segretario Bersani c’è bisognodi tenuta e di resistenza. Il Partito Democratico continuerà nel Parlamento e nel Paese a battersi contro le leggi ad personam, per la legalità, per riportare nell’agenda politica i problemi veri degli italiani.

A.Dra

www.partitodemocratico.it

"Lo specchio deformato del Paese", di Mario Calabresi

Il presidente Napolitano sta probabilmente vivendo sulla sua pelle la sensazione che assale qualunque italiano che torni a casa dopo una breve vacanza o un viaggio di lavoro. Basta andare all’estero un paio di giorni, dimenticare per un attimo i telegiornali, distrarsi dalla nostra condizione, per essere investiti al rientro da una dose massiccia di sconcerto e di rifiuto. Se poi si hanno ancora negli occhi, come certamente succede al Presidente della Repubblica, le immagini delle folle di Milano, Torino, Roma e Varese, che hanno festeggiato l’Unità d’Italia riempiendo le città di tricolori, allora la reazione di disagio deve essere ancora più forte.

Così ieri sera il Capo dello Stato ha convocato i capigruppo della maggioranza e dell’opposizione al Quirinale, per lanciare loro il suo allarme: il Paese non può e non deve più assistere a questo spettacolo. È passato poco più di un mese da quando Napolitano, dopo aver incontrato Berlusconi, diffuse una nota in cui spiegava che la legislatura era a rischio se non si fossero contenuti gli scontri e le tensioni.

Ieri mattina, in questa prima pagina, Luigi La Spina scriveva che in Parlamento era andato in onda uno spettacolo al di sotto della decenza: si poteva pensare che il fondo fosse stato toccato. Sono bastate poche ore e in molti a Montecitorio si sono affrettati a smentire gli sparuti ottimisti e a confermare ai pessimisti che il fondo sembra non esistere più. Insulti, grida, lancio di giornali, un crescendo di tensione in cui il senso dei gesti e delle parole è ormai completamente logorato. E siamo soltanto all’inizio, le «schermaglie» di questi due giorni possono essere considerate soltanto l’antipasto, non una coda impazzita di vecchie polemiche. La prossima settimana infatti ci regalerà una serie di appuntamenti che promettono di incendiare ulteriormente gli animi. Si dovrà votare il conflitto di attribuzione sollevato dalla Camera sul caso Ruby (il cui processo a carico di Berlusconi comincerà giusto mercoledì prossimo) ma anche la responsabilità civile dei magistrati e il processo breve.

Un mix talmente esplosivo che ci fa capire la ragione dell’allarme lanciato dal Presidente della Repubblica, tanto che tutti gli interlocutori, all’uscita dal Quirinale, avevano la sensazione che Napolitano non sia più disposto ad assistere a questo spettacolo e che una fine della legislatura possa essere tra gli esiti probabili di questa delirante escalation.

Ma si può pensare di andare avanti senza freni, di continuare a non tenere minimamente in conto i disagi, le preoccupazioni e le difficoltà del Paese? Lo scollamento che si percepiva in questi giorni, nel vedere i ministri della Difesa e degli Esteri occuparsi dei problemi giudiziari del premier mentre si sparano missili alle porte di casa nostra, mentre barconi carichi di clandestini sbarcano sulle nostre coste o fanno naufragio nelle nostre acque, non ha precedenti.

Il Parlamento e le classi dirigenti sono lo specchio del Paese? I politologi, i sociologi e gli storici ne dibattono da sempre evidenziando come chi ci rappresenta in fin dei conti finisca per riprodurre i nostri vizi e i nostri difetti. Potremmo anche ricordare che le risse ci sono sempre state, ma dovremmo avere l’onestà di aggiungere che c’erano anche le classi dirigenti che ne prendevano immediatamente le distanze.

Ma siamo sicuri che oggi la classe politica somigli ai cittadini che governa? Questa volta spero proprio di no, e penso che siano rimaste solo piccole minoranze a tifare e a scaldarsi di fronte a chi grida e minaccia in Aula. Così come mi pare simbolica la risicata presenza di cittadini fuori da Montecitorio nella giornata di ieri. Si potrebbe interpretare questa assenza come il segno di una totale assuefazione, io penso invece che sia il risultato del disincanto, che sia un fastidio arrivato a tale livello da spingere la maggioranza dei cittadini a tenersi lontana. Le persone dotate di senso sanno anche che da questa paralisi non si esce andando a lanciare monetine fuori dal Parlamento.

Non conosciamo il destino di questa legislatura, così come non sappiamo dove sia il fondo e cosa ci aspetta ancora, ma se guardo al futuro non posso che augurarmi almeno che la prossima volta ci facciano votare con un’altra legge elettorale. Una legge che ci permetta di tornare a scegliere e giudicare chi ci rappresenta, e magari a dare il benservito a chi insulta un portatore di handicap, o a chi non ha la minima idea di quali siano i nostri bisogni e le nostre fatiche.

La Stampa 01.03.11

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“Il Quirinale: così non si va avanti”, di CLAUDIO TITO

Il livello di allarme ha superato ogni limite. Lo scontro tra maggioranza e opposizione rischia di paralizzare l´attività del Parlamento. Il percorso del governo diventa sempre più accidentato. Giorgio Napolitano è appena tornato dal suo viaggio degli Stati Uniti.

E subito deve fare i conti con una situazione politica incandescente. La rissa alla Camera con il ministro della Difesa la Russa a far da protagonista. Il blitz della maggioranza per l´ennesima legge ad personam a favore del Cavaliere. L´emergenza immigrati che sta mettendo a repentaglio l´immagine del Paese. Il capo dello Stato è preoccupato. Avverte che il quadro rivela aspetti di gravità senza precedenti.
Chiama al Quirinale tutti i capigruppo e senza giri di parole gli spiega che così non si può andare avanti. Lo fa rispettando il suo ruolo istituzionale. Non vuole forzature. Tant´è che prima di tutto avverte il suo interlocutore diretto a Palazzo Chigi: Gianni Letta. Il sottosegretario viene informato della intenzione di svolgere una «ricognizione diretta». Una procedura “istituzionale” ma inevitabile. Ieri quindi l´incontro con gli esponenti del Pdl, poi con quelli del Pd e infine con quelli dell´Udc. Sfilano Cicchitto, Franceschini con la Finocchiaro, Casini con D´Alia. Oggi, invece, sarà il turno della Lega e di Futuro e libertà.
Una convocazione in tempi rapidi, segno che la preoccupazione sul Colle ha toccato punte altissime. Per Napolitano, del resto, non si tratta di una semplice udienza. Le sue parole non sono mirate solo a comprendere lo stato dei rapporti politico-parlamentari alla Camera e al Senato. Stavolta il presidente della Repubblica vuole avvertire che un clima di questo tipo è dannoso per tutti. Richiama al «senso di responsabilità». Anche se nei tre incontri svoltisi nello studio Alla vetrata, i toni sono ben diversi nei confronti dei rappresentanti della maggioranza e dell´opposizione. Proprio a New York, il capo dello Stato aveva rinnovato un invito alla responsabilità e al dialogo sulle riforme, a cominciare dalla giustizia. Appelli ignorati.
La scenata di La Russa a Montecitorio è stata quindi la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Uno spettacolo indecoroso che per il Quirinale rappresenta in questa fase la prova che così non si può più andare avanti. Cresce il timore che l´esecutivo in questo contesto navighi a vista, nell´impossibilità di affrontare le emergenze: a cominciare da quella che il ministro degli Interni Maroni ha definito l´«esodo di immigrati» fino alla gestione del conflitto libico e all´urgenza che ancora minaccia l´Europa alla luce del pericolo-bailout per il Portogallo. Il capogruppo del Pdl Cicchitto prova a sdrammatizzare e a riversare le colpe sull´opposizione. Ha fatto riferimento all´«aggressività delle manifestazioni di piazza». Ma le argomentazioni non convincono Napolitano.
Sul Colle hanno ancora ben presente i recenti incontri con i rappresentanti del governo sulla riforma della Giustizia e le garanzie fornite sul dialogo e sull´intenzione di non procedere con colpi di mano. Così come non è sfuggita la reazione avuta dal sottosegretario agli Interni Mantovano dopo la decisione del Viminale di trasferire a Manduria, in Puglia, da Lampedusa oltre tremila immigrati. Senza trascurare le indecisioni sulla linea da tenere su Gheddafi e le differenze con la posizione della Casa Bianca emerse proprio durante il suo viaggio negli Stati uniti. Tutti elementi, insomma, che stanno facendo impennare la tensione.
Nei colloqui non è mai stata evocata esplicitamente la possibilità delle elezioni anticipate. Eppure tutti i capigruppo hanno avuto la sensazione che i discorsi di Napolitano fossero simili a quelli messi nero su bianco lo scorso 12 febbraio scorso. Quando la presidenza della Repubblica fu costretta a rilasciare una nota ufficiale per esortare a «uno sforzo di contenimento delle tensioni in assenza del quale sarebbe a rischio la stessa continuità della legislatura».
E in effetti che tutto possa precipitare improvvisamente è diventata di nuovo un´eventualità che nell´agenda di Palazzo Chigi ha preso piede. Berlusconi è infuriato. Ce l´ha con La Russa e con Cicchitto. È scoraggiato per la gestione dei lavori parlamentari. ma vuole andare avanti. «Possiamo arrivare fino alla fine, a Montecitorio supereremo quota 330». Eppure, sebbene il suo progetto primario sia questo, la subordinata sta cominciando a rispuntare. «Se dobbiamo fare figuracce come queste – si è sfogato ieri – allora meglio andare a votare a ottobre». Dopo aver incassato il conflitto di attribuzione sul processo Ruby e la prescrizione breve. Del resto, ammettevano i capigruppo del Pdl dopo l´incontro al Quirinale, «è chiaro a tutti che se le aule di Camera e Senato fossero sempre così, non si potrebbe andare avanti». Ma proprio in vista di questi due appuntamenti, il clima diventerà infuocato. E le manifestazioni di piazza si moltiplicheranno. E il centrosinistra si appresta a scendere in piazza martedì e mercoledì prossimi davanti a Montecitorio per contestare le ultime leggi ad personam della maggioranza.

La Repubblica 01.04.11

"Tremonti, l’equità questa sconosciuta", di Alberto Fluvi

L’albero storto del fisco rischia di piegarsi ancora di più. Eppure, il tema di una riforma di sistema, che poggi sui pilastri della progressività e dell’equità fatica ad imporsi nel dibattito politico. A dir la verità, il ministro Tremonti ha insediato da tempo quattro tavoli di lavoro propedeutici ad una riforma del fisco italiano. L’impressione però è che la maggioranza sia più interessata a disegnare una sorta di manifesto elettorale che non impegnata a gettare le basi per un serio confronto parlamentare.
La tematica fiscale, la distribuzione del carico fiscale, la progressività del sistema tributario rappresentano il collante di una comunità, il filo che tiene insieme tutti i cittadini di uno Stato. Ed è soprattutto in momenti di difficoltà economica, come quello che stiamo attraversando, che il tema del fisco e dell’equità dovrebbero essere al centro del dibattito politico.
Non solo, dovrebbero informare ogni azione di governo. Anche i dati recentemente diffusi dal dipartimento delle finanze sulle dichiarazioni 2010 relative ai redditi 2009 evidenziano, se mai ve ne fosse bisogno, l’urgenza di mettere al centro il tema dell’equità.
Il dipartimento delle finanze ci dice sostanzialmente una cosa: l’Irpef grava quasi esclusivamente sui redditi da lavoro dipendente e da pensioni. Se è vero che il 32,6% del gettito Irpef si ricava dai redditi da pensione ed il 61% da quelli da lavoro dipendente si comprende come la progressività dell’imposizione fiscale, così come definita dall’articolo 53 della Carta costituzionale, riguardi ormai solo una parte dei contribuenti italiani.
La crisi economica e la riforma del Patto di stabilità Ue non fanno certo intravedere, a breve, il terreno favorevole per l’abbassamento delle tasse. Ma alcuni interventi che si pongano l’obiettivo, per esempio, di spostare il carico fiscale dal lavoro alla rendita, di utilizzare i proventi della lotta all’evasione fiscale per raddrizzare l’albero storto del fisco sono possibili anche assumendo il tema dell’invarianza di gettito.
Invece, la maggioranza sta attuando una serie di provvedimenti che rischiano di allargare ulteriormente, anziché ridurre, la forbice delle disuguaglianze.
Con il decreto milleproroghe il parlamento ha approvato la riforma della tassazione dei fondi comuni. Al di là dello strumento usato (che però non è indifferente), erano anni che si attendeva il passaggio dalla tassazione sul maturato a quella sul realizzato. A dire la verità, nella riforma c’è molto di più, tanto da fare dei fondi comuni uno strumento “privilegiato” d’investimento finanziario.
Ma al di là di questo, vediamo qual è la distribuzione fra le famiglie delle attività finanziarie. Leggendo l’indagine della Banca d’Italia su “I bilanci delle famiglie italiane nel 2008” ci rendiamo conto che quasi il 90% delle famiglie possiede una attività finanziaria. Gran parte (il 68,7%) solo depositi, ma solo l’11% delle famiglie possiede obbligazioni e fondi comuni. Se poi andiamo a spulciare le tabelle statistiche vediamo che non siamo di fronte propriamente a “famiglie medie”.
Era questa una riforma attesa da tempo, ma eludere il tema della tassazione delle rendite finanziarie (tassate al 12,5% mentre la prima aliquota Irpef è al 23%) significa fare una scelta ben precisa. Considerazioni simili le possiamo fare sulla “cedolare secca” sui redditi da locazione (21% per i contratti a canone libero e il 19% per quelli a canone concordato), introdotta con il decreto legislativo sul federalismo municipale a partire dal 2011. Se leggiamo la norma al di fuori di un contesto di sistema, niente da dire. Ma anche in questo caso, prendo sempre a riferimento l’indagine della Banca d’Italia, colpisce la distribuzione delle proprietà dalla seconda casa in poi, che ricalca quella relativa al possesso delle attività finanziarie.
Non solo, è appena il caso di ricordare che il vantaggio fiscale della “cedolare secca” sarà tanto maggiore quanto più elevato sarà il reddito del proprietario. Infine, la tassazione sostitutiva rischia di perdere molte delle sue potenzialità avendo rinunciato ad introdurre, attraverso una detrazione per gli affittuari, una sorta di contrasto d’interessi fra proprietario ed inquilino.
Infine, il federalismo fiscale. Con i provvedimenti relativi al federalismo municipale e regionale si sbloccano le addizionali Irpef. Niente da dire. Il tema dell’autonomia e della responsabilità di Regioni ed enti locali è il cuore del federalismo fiscale.
Si comprende però che, se il gettito dell’Irpef proviene per il 93% dai redditi da lavoro dipendente e da pensione, il rischio di amplificare le disuguaglianze attraverso le addizionali comunali e regionali è forte. Un rischio che non è solo teorico, se è vero come è vero che con il dl 78/2010 si sono tagliati a Comuni, Province e Regioni circa 15 miliardi di trasferimenti. Se Regioni e Comuni saranno costretti ad applicare le addizionali per “recuperare” i mancati trasferimenti, ci troveremo davanti non solo ad un “federalismo delle tasse”, ma ad un ulteriore effetto distorsivo del sistema fiscale italiano.
È quindi sempre più urgente aprire un confronto sul sistema fiscale del nostro paese. Equità, progressività, spostamento del carico fiscale dal lavoro alla rendita, utilizzo delle risorse recuperate dalla lotta all’evasione fiscale per raddrizzare l’albero storto, invarianza di gettito, possono rappresentare i confini di un confronto politico che reclama maggiore centralità.

da Europa Quotidiano 01.04.11

Inflazione record: + 2,5% per il boom di benzina e gasolio. Ma l'agenda di Berlusconi si occupa di altro

La benzina cresce del 12,7% in un anno e il gasolio del 18,5% ma il governo si preoccupa solo di processi. Lirosi: “Il PD propone un’altra agenda: misure fiscali, politiche industriali, ecoincentivi, liberalizzazioni”. Inflazione record a marzo. I prezzi al consumo, certifica l’Istat, sono saliti dello 0,4% mensile per un incremento tendenziale del 2,5%, il massimo da novembre 2008, quando pochi mesi di governo Berlusconi già facevano sentire il loro peso sulle nostre tasche. Un balzo dovuto soprattutto all’aumento dei carburanti: la benzina è salita del 12,7% rispetto a marzo 2010 e del 3,4% rispetto a febbraio, il gasolio è aumentato del 18,5% su base annua e del 4,3% su base mensile.
Per Antonio Lirosi, responsabili diritti dei consumatori del PD ed ex “mister prezzi” l’inflazione che tocca il picco più alto sotto il governo Berlusconi non fa che aggravare la situazione economica del nostro Paese, in un mix con “PIL quasi fermo, disoccupazione e cassa integrazione in aumento, consumi in forte diminuzione, crollo del risparmio nelle famiglie, pressione fiscale in aumento, divario tra redditi alti e redditi medio bassi che si amplia. Si tratta di una sfilza di record negativi per la politica economica fin qui seguita dal Governo”. Come spiega Lirosi l’aumento dei costi delle materie prime e dei combustibili porta a un’ulteriore riduzione dei margini per le imprese produttive e distributive che già soffrono la domanda interna stagnante. E il rialzo dei prezzi e delle tariffe di beni e servizi di prima necessità eroderà ancora di più il potere di acquisto di famiglie e lavoratori. Insomma “il Paese affonda sul piano economico e sociale mentre il Premier è occupato in acquisto di ville al mare. Ci vorrebbe, invece, con urgenza una nuova agenda. Serve una svolta di politica economica, altrimenti la ripresa dei consumi interni e’ una chimera. Occorrerebbero politiche redistributive con un misure fiscali, sostegni al lavoro, politiche industriali, interventi per la green-economy e liberalizzazioni per la rilanciare la domanda interna e quindi i consumi delle famiglie, senza i quali non ci potrà essere una crescita considerevole del PIL. Insomma tutto quello che è contenuto nel Progetto alternativo per la crescita elaborato dal Pd come contributo al programma nazionale di riforme che il Segretario Bersani ha inviato qualche giorno fa al Ministro Tremonti.”

TUTTI GLI AUMENTI. L’indice core dell’inflazione, depurata dall’andamento degli alimentari e dell’energia, è cresciuto dell’1,8% su base annua contro l’1,7% di febbraio. L’inflazione acquisita per il 2011 è pari all’1,8%. Sul piano tendenziale, la crescita dei prezzi dei beni sale al 2,8%, più 0,2 su febbraio 2011 (+2,6%), mentre quella dei prezzi dei servizi si porta al 2% dall’1,9% del mese precedente. I maggiori incrementi riguardano i Trasporti (+1,4%), i Servizi ricettivi e di ristorazione (+1,0%) e l’Abitazione, acqua, elettricità e combustibili (+0,4%). Mentre sul piano tendenziale i maggiori tassi di crescita interessano le divisioni Trasporti (+5,5%), Abitazione, acqua, elettricità e combustibili (+4,4%), Altri beni e servizi (+3,0%) e Servizi ricettivi e di ristorazione (+2,6%). Quelli più contenuti riguardano le divisioni Servizi sanitari e spese per la salute (+0,9%) e Abbigliamento e calzature (+1,2%). Nel settore dei beni, i prezzi degli Alimentari (incluse le bevande alcoliche) aumentano rispetto a febbraio dello 0,3%, evidenziando un’accelerazione del tasso tendenziale, che sale al 2,2% dal 2,0% del mese precedente. In particolare, i prezzi dei prodotti lavorati crescono dello 0,4% su base congiunturale e dell’1,5% rispetto a marzo 2010 (in accelerazione dall’1,1% di febbraio); i prezzi dei prodotti non lavorati aumentano dello 0,3% sul piano congiunturale e del 3,6% su quello tendenziale (era +3,3% a febbraio).

“Gli italiani si stanno domandando, in queste ore, se con il processo breve ossessivamente voluto da Berlusconi, riusciranno a risolvere anche il drammatico problema dell’aumento del 12,7 % del prezzo della benzina e del 18, 5% di quello del gasolio – aggiunge Cesare Damiano – Mentre il paese reale sta sprofondando nelle sue contraddizioni che colpiscono pesantemente i cittadini e le famiglie, con un’inflazione balzata alla media del 2,5% nonostante la stagnazione economica e il calo dei consumi, il governo è inerte e, a parte le sceneggiate di alcuni ministri alla Camera, non è in grado di produrre nessun intervento efficace per l’economia, per l’occupazione e per il reddito”.

Ma.Lau.
www.partitodemocratico.it

"Il timore che la rissa si prolunghi fino al 2013 – Bagarre sul processo breve", di Stefano Folli

Nella disordinata giornata di ieri a Montecitorio non ci sono vincitori. Semmai c’è un senso di smarrimento diffuso. Con un elemento di certezza: il caos che si è scatenato sulla «prescrizione breve», portata al voto rovesciando l’ordine dei lavori, lascia intendere che non avremo mai (almeno in questa legislatura) alcuna riforma generale e convincente dell’ordinamento giudiziario. Del resto, chi ne dubitava?

Fin dall’inizio è apparso chiaro che in Parlamento mancano ormai tutte le condizioni politiche per procedere a una riforma tanto ambiziosa. E Berlusconi non può non saperlo. C’è invece la possibilità di sfruttare non senza cinismo le lacerazioni tra maggioranza e opposizione e far passare un certo numero di provvedimenti circoscritti. Ad esempio, il processo breve con le nuove norme sulla prescrizione. Una misura senza dubbio utile al premier, ma con conseguenze assai negative sull’amministrazione della giustizia.
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* Processo breve, bagarre alla Camera

Di qui il clima di rissa che ha incendiato Montecitorio, con incidenti piuttosto gravi che hanno visto in un ruolo di primo piano il ministro La Russa, scagliatosi contro il presidente della Camera. Il che è abbastanza singolare, considerando che il responsabile della Difesa dovrebbe essere concentrato solo sulla grave crisi in Libia. Evidentemente ha del tempo a disposizione. E in ogni caso gli avvenimenti di ieri sono la premessa di quello che dobbiamo aspettarci nelle prossime settimane, se il fulcro dell’iniziativa governativa continuerà a ruotare intorno al duello eterno di Berlusconi con i magistrati.

Le opposte tifoserie sono sempre più agguerrite, sia in aula sia nelle piazze antistanti i palazzi istituzionali. Non è un buon segno per la salute del confronto democratico, ma tant’è. Da un parte una maggioranza risicata e perciò arroccata intorno al suo leader, dall’altro un’opposizione debole e divisa che in questa battaglia trova la sua identità (peraltro sempre più condizionata da Di Pietro e dal «popolo viola»).

È credibile che si vada avanti così ancora per due anni, fino al 2013? Due mesi fa, chi si augurava elezioni anticipate forse aveva visto giusto. Soprattutto perché è sotto gli occhi di tutti che il quadro si va sfilacciando. Le dimissioni del sottosegretario all’Interno, Mantovano, sono apparse un segnale inquietante. Uomo d’ordine e persona seria, Mantovano testimonia con il suo abbandono le ombre in cui sono avvolte le politiche dell’immigrazione. L’emergenza a Lampedusa avrebbe bisogno di un indirizzo chiaro e risoluto. In particolare richiederebbe una forte «leadership» nell’esecutivo. Ma la realtà è piuttosto confusa.

Il filo coerente che dovrebbe unire le scelte del governo centrale, il ruolo delle regioni e la cornice europea ancora non s’intravede. Ieri Berlusconi è arrivato a Lampedusa sull’eco dei giudizi severi pronunciati a New York da Napolitano circa i ritardi del piano d’emergenza. Ha lasciato l’isola dopo aver interpretato ancora una volta se stesso. Un piccolo bagno di folla, un microfono, la tentazione dell’ennesimo «predellino»: promesse scintillanti, un futuro di benessere per i lampedusani (tra i quali lo stesso premier si annovera, avendo annunciato l’acquisto di una villa in loco). Ma proprio le dimissioni di Mantovano rischiano di far cadere il castello di carte. Toccherà al premier dimostrare in fretta che l’emergenza è risolta, che l’Europa non è lontana e che il governo è saldo. Un impegno gravoso.
Il Sole 24 Ore 31.03.11

Fumata nera per la Gambro

Nulla di fatto dall’incontro tra la direzione dell’azienda biomedicale, le Rsu ed i sindacati. Che hanno dunque deciso di proclamare 8 ore di sciopero per venerdì 1° aprile. Questi ultimi hanno
portato al tavolo le proposte presentate e condivise dai lavoratori nel corso dell’assemblea che, venerdì, ha preceduto il consiglio dell’Unione straordinario dedicato alla vertenza. Al contrario di quanto i dipendenti auspicavano (ricordiamo che sono 400 quelli che rischiano il licenziamento) l’incontro con i vertici della Gambro Dasco non ha prodotto nessun concreto avanzamento in merito alla discussione avviata nei giorni scorsi presso il Ministero dello sviluppo economico sul progetto industriale. Rsu e sindacati hanno dunque deciso di proclamare 8 ore di sciopero per venerdì 1° aprile, con presidio davanti ai cancelli dello stabilimento di Medolla. Le parti si rincontreranno lunedì 11 aprile alle 11 presso la sede Gambro.

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GAMBRO: domani i lavoratori si fermano per otto ore!! Stiamo tutti con loro!!! di Palma Costi

Anche questa volta dobbiamo essere a fianco dei lavoratori che domani sciopereranno per otto ore . La decisione è stata presa in modo unitario dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori a seguito delle mancate risposte dell’Azienda alle proposte di continuità produttiva e rilancio della Gambro nell’incontro fatto martedì.Come ha ribadito il Presidente Vasco Errani al consiglio dell’Unione Area Nord le Istituzioni tutte continueranno le azioni per il mantenimento e il rafforzamento della produzione nello stabilimento di Medolla .