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Informazione, Bersani ai leader opposizione: "Governo vuole oscurarci"

Aperta questione democratica. Il 7 aprile incontro responsabili informazione Udc, Idv,Fli e Api. “Mi sembra evidente che il governo sta predisponendo un’ulteriore stretta sul sistema dell’informazione, a partire dai telegiornali, così da oscurare le opposizioni e da condizionare la fase politica e il prossimo appuntamento elettorale. C’è dunque aperta una vera questione democratica che, a mio parere, deve essere affrontata dalle opposizioni parlamentari con un’iniziativa comune, pur nel pieno riconoscimento delle differenze politiche.” Lo scrive il segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani in una lettera inviata oggi ai leader dei partiti di opposizione presenti in Parlamento.

“Vi propongo quindi, continua Bersani, di realizzare uno strumento di controllo sull’equilibrio politico in particolare dei telegiornali e dei programmi di intrattenimento per presidiare, in modo incisivo e tempestivo, questa delicatissima fase. Se convenite, conclude Bersani nella missiva inviata a Casini, Di Pietro, Bocchino e Rutelli, questa iniziativa può essere già messa a punto nel corso dell’incontro dei nostri responsabili dell’informazione, già previsto per il 7 Aprile.”

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Processo breve: uno spettacolo indecoroso

Il blitz del governo è fallito miseramente. L’obiettivo di far approvare l’ennesima legge salva premier puntando i riflettori mediatici solo sotto la luce dell’emergenza di Lampedusa ha prodotto tanto rumore per nulla. La discussione sul processo breve, dopo la bagarre dentro e fuori l’Aula di Montecitorio, è stata rimandata al prossimo 5 aprile, evidenziando ancora una volta una sconfitta per il governo Berlusconi.

Da queste due frenetiche giornate parlamentari il segnale politico più marcato sta nel fatto che le opposizioni sono riuscite ad evitare lo “strappo” progettato da Berlusconi. Il segretario del PD, Pier Luigi Bersani ha sollecitato di nuovo le opposizioni a fare fronte: “è un anno che dico che Berlusconi porterà a uno strappo istituzionale, politico e sociale, per questo chiedo all’opposizione unità e tenuta. Abbiamo più fisico di lui e dobbiamo resistere un giorno di più”.

In una lettera con cui Bersani si rivolge ai leader dell’opposizione parlamentare si legge: “mi sembra evidente che il governo sta predisponendo un’ulteriore stretta sul sistema dell’informazione, a partire dai telegiornali, così da oscurare le opposizioni e da condizionare la fase politica e il prossimo appuntamento elettorale”.

“C’è dunque aperta – continua il leader democratico – una vera questione democratica che, a mio parere, deve essere affrontata dalle opposizioni parlamentari con un’iniziativa comune, pur nel pieno riconoscimento delle differenze politiche. Vi propongo quindi di realizzare uno strumento di controllo sull’equilibrio politico in particolare dei telegiornali e dei programmi di intrattenimento per presidiare, in modo incisivo e tempestivo, questa delicatissima fase”.

“Se convenite – conclude Bersani nella missiva inviata a Pierferdinando Casini, Antonio Di Pietro, Italo Bocchino e Francesco Rutelli – questa iniziativa può essere già messa a punto nel corso dell’incontro dei nostri responsabili dell’informazione, già previsto per il 7 Aprile”.

Per Rosy Bindi, presidente dell’Assemblea nazionale del PD “il rinvio alla prossima settimana del processo breve è una sonora sconfitta dell’arroganza di questo governo e questa maggioranza”.

“E’ stata premiata la determinazione delle opposizioni e la fermezza della battaglia condotta dal PD nell’Aula di Montecitorio e con la mobilitazione dei cittadini in difesa della Costituzione e della legalità. La nostra battaglia continuerà, noi non ci fermiamo e non ci saranno più settimane ordinarie di lavori parlamentari”.

Dello stesso parere anche Enrico Letta, vicesegretario del PD. “Il dato politico di oggi è che questa maggioranza non arriva, non dico al 2013, ma neanche al 2012. Evidentemente la benzina, l’ossigeno dell’operazione Responsabili è terminato e la maggioranza non è in grado di reggere una normale attività legislativa. Pur convocando tutti i ministri, loro reggono al massimo una fiducia al mese”.

Nel suo intervento in Aula, Dario Franceschini ha dichiarato “In questi due giorni abbiamo assistito a uno spettacolo indecoroso”.

“Ieri con un atto di arroganza parlamentare avete fatto la richiesta di inversione dell’ordine del giorno” sul processo breve e “dopo 24 ore c’è una resa incondizionata” del centrodestra sullo stesso provvedimento.

In due giorni “siete riusciti solo a scatenare risse nel Parlamento e altre tensioni” e quindi “è ora di finirla. Non dimenticate che il Paese nella situazione in cui è ha diritto di avere un Governo che governa e che non dà la priorità solo ai problemi processuali del loro capo”.

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Giustizia: continua il presidio del PD contro il processo breve. Bersani: “Fare insieme fronte comune contro lo sfregio alla Costituzione e alla democrazia italiana.

Bindi: “Siamo in una dittatura della maggioranza”. Oggi la maggioranza è andata di nuovo sotto sulla votazione del processo verbale contenente gli insulti del ministro La Russa. La giornata parlamentare di oggi è ricominciatancora più calda di quella di ieri. Lo scontro tra opposizione e maggioranza è ripreso su questioni procedurali: dal processo verbale della seduta in Aula, ieri erano stati escluse le cordiali parole con cui il ministro La Russa aveva insultato le opposizioni (“conigli”) e il Presidente della Camera (“vaff…”)

Il PD ha chiesto di correggere il processo verbale. Fini ha replicato “che pur con le osservazione fatte, e di cui si prenderà debita nota, il processo verbale si intende approvato”. Dopo una prima sospensione dei lavori in Aula di 5 minuti per la lettura del verbale, alla ripresa, il Pd, Udc e l’Idv sono tornati a ribadire la richiesta di riscrittura del processo verbale con la conseguente rettifica. La votazione che ne è scaturita e il voto di parità ha fatto respingere l’approvazione del processo verbale. Una nuova sconfitta per la maggioranza.

Nonostante i tempi lunghi per la votazione, il governo si è lamentato di avere avuto tempo sufficiente per partecipare al voto.

“Non ho mai visto una votazione così lunga. Il Parlamento non può aspettare i comodi dei ministri che arrivano a uno a uno a votare, lasciando il Consiglio dei ministri. Non si azzardino a lamentarsi”. Così Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, in Transatlantico ha commentato le prime proteste della maggioranza per la votazione sul processo verbale.

“Erano assenti anche alcuni dei nostri” spiegano i deputati Pd. Mentre Dario Franceschini definisce “uno spettacolo indecoroso” la scena dei ministri che “lasciano il consiglio dei ministri per votare il processo verbale. L’opposizione ha il dovere di restare in aula a fare le proprie battaglie, le giornate di ieri e di oggi lo dimostrano chiaramente”.

“Finché io sarò capogruppo – ha affermato Franceschini rispondendo ai tanti che nel Pd chiedono un Aventino – noi staremo qui a fare le nostre battaglie”.

“Quanto sta avvenendo alla Camera, con ministri che abbandonano precipitosamente il CdM in cui si stanno discutendo temi importanti legati alle emergenze sull’immigrazione solo per tappare con il loro voto i vuoti della maggioranza nella discussione su una legge ad personam per il premier, può essere descritto solo con due aggettivi: ridicolo e penoso. Sono inutili gli show a Lampedusa e i comizi a reti unificate se poi la situazione della maggioranza è questa. Speriamo che gli italiani se ne rendano conto al più presto”. Così Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del PD.

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“E’ una vergogna. Faccio appello a tutte le forze dell’opposizione per fare fronte comune contro lo sfregio alla Costituzione italiana e alla democrazia”. In piedi su una scaletta e con un megafono in mano, il segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani, ha parlato oggi pomeriggio alla folla riunitasi di fronte a Montecitorio per protestare contro il tentativo della maggioranza di approvare in fretta e furia la prescrizione breve. Il sit in era stato convocato dallo stesso Pd in mattinata dopo che la maggioranza aveva votato l’inversione dell’ordine del giorno dei lavori della Camera per imporre l’immediata discussione sul cosiddetto processo breve.

“E’ una vergogna -ha ripetuto ancora Bersani -che quelli della Lega che predicano rigore e moralità poi votino provvedimenti destinati a lasciare in libertà molti delinquenti. Andremo in tutti i luoghi del Nord per denunciare questo comportamento. Combatteremo fino alla fine con tutti gli strumenti parlamentari, faremo opposizione dentro e fuori il Parlamento”.

In piazza vi sono stati anche momenti di tensione. La polizia ha lasciato che i manifestanti si avvicinassero al portone di Montecitorio. Vi sono state polemiche con la sottosegretaria Daniela Santanché e con il ministro Ignazio La Russa. Il leghista Gianluca Bonanno è uscito dal portone e si è recato presso i manifestanti in un moto di sfida. E’ stato accolto con un lancio di monetine. Il presidente del gruppo parlamentare della Camera, Dario Franceschini, ha sollevato il sospetto che “i contestatori siano stati fatti arrivare fino all’ingresso di Montecitorio”. “Di solito chi protesta rimane dietro le transenne. Chi ha disposto questo?”, ha chiesto polemicamente Franceschini.

“È giusto dar vita a mobilitazioni permanenti perché siamo in una dittatura della maggioranza”, ha dichiarato Rosy Bindi arrivando al sit-in di protesta. “In questo momento la situazione ha passato ogni limite – ha detto la presidente del Pd – perciò è giusto che il movimento partito con le donne il 13 febbraio non si fermi”.
“Però – ha avvertito Bindi -dobbiamo dire no al lancio delle monetine, non dobbiamo prestarci a forme di strumentalizzazione. Serve correttezza in questo sit-in permanente, comportamento ineccepibile anche nelle Aule. L’obiettivo è di andare a elezioni per voltare pagina perché, ormai siamo in una dittatura della maggioranza che piega le leggi a favore di Berlusconi. Non è possibile consentire all’imperatore, al tiranno di calpestare la dignità del Paese – ha aggiunto Bindi – noi faremo opposizione dura a questo provvedimento”.

Anche il vicepresidente del Senato e Commissario del Pd Lazio, Vannino Chiti, ha parlato contro “le modifiche al disegno di legge sul processo breve, che rischiano di avere effetti devastanti sulla giustizia italiana e sul territorio di Roma e del Lazio”, come ha evidenziato anche il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti. “A causa di questo provvedimento che manderà in prescrizione migliaia di processi, molti imputati di reati violenti – ha aggiunto Chiti – potrebbero evitare di essere giudicati, tornando liberi di continuare a delinquere. La destra a parole dice di battersi per la sicurezza dei cittadini ma si ha la conferma che non e’ vero. Ciò che le preme salvaguardare, ancora una volta, sono le esigenze di Berlusconi”.
Mentre in piazza si svolgeva la protesta, in Aula alla Camera si è verificato un duro scontro tra il ministro La Russa e il presidente della Camera, Gianfranco Fini, tanto da indurre il presidente Fini a sospendere fino a domani i lavori dell’Aula.

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Costituzione, addio «Si viola il principio costituzionale di eguaglianza», di Felice Diotallevi

Già oggi 150 mila processi evaporano «Sarà un disastro». Situazione drammatica a Roma. L’allarme dei magistrati: «Colpo mortale per la giustizia»
La reazione dei magistrati è stata immediata: «Così si uccide la giustizia». A rischio piccoli e grandi processi, come quello per i morti a Viareggio per l’esplosione del vagone del treno cisterna: furono 31 morti. L’Associazione nazionale magistrati contesta duramente la legge sulla prescrizione breve: «È un colpo mortale inferto al funzionamento della giustizia penale in Italia. Con la riforma oggi in discussione aumenterà a dismisura il numero di casi di denegata giustizia e di impunità per gli autori di gravi reati». «L’ Europa si legge in una nota del sindacato delle toghe ci chiede invano da tempo interventi per assicurare un’effettiva ragionevole durata dei processi e di evitare che i processi si concludano con la prescrizione. La prescrizione breve non riduce la durata dei processi, ma è un incentivo per gli imputati a cercare di far durare più a lungo il processo».
L’allarme dei magistrati è circostanziato da fatti e numeri che il governo finge di non sapere. «Oggi, dopo la riforma del 2005, sono già circa 150mila l’anno prosegue il comunicato i processi che si chiudono con la prescrizione, senza un accertamento della responsabilità dell’imputato e senza una risposta di giustizia alle istanze di chi ha subito un danno dal reato. La prescrizione breve contrasta con le previsioni delle convenzioni internazionali in materia di lotta alla corruzione sottoscritte e ratificate dall’Italia». A giudizio dell’Anm «la prescrizione breve per gli incensurati viola il principio costituzionale di eguaglianza. I cittadini italiani chiedono un processo che si svolga in tempi ragionevoli, ma anche efficacia ed effettività delle decisioni e non vogliono l’impunità dei responsabili dei reati».
FUORI STRUPATORI E RAPINATORI Anche la corrente di sinistra della magistratura, Md, non si sottrae al commento: «Quella sulla prescrizione breve è una norma che invita l’imputato potente a esercitare ogni forma di ostruzionismo per non arrivare alla decisione del processo;per questo motivo la prescrizione breve si muove in direzione ostinata e contraria rispetto al processo europeo». Magistratura democratica, replica così alle affermazioni del presidente del Consiglio sul provvedimento. «È un qualcosa di tecnicamente incomprensibile e di sostanzialmente iniquo», dice il presidente, il gip di Palermo Piergiorgio Morosini. La questione ha subito avuto anche un ricasco nel territorio. L’opposizione ha messo il dito particolarmente sulla questione romana, dato lo stato della procura della Capitale. Sia il “reggente” del Pd regionale, Vannino Chiti che il consigliere comunale Dario Nanni notano come «la prescrizione abbreviata, favorirà anche gli autori di reati gravi, come stupri, aggressioni, rapine e rapimenti. Molti delinquenti, autori di efferati delitti, di cui numerosi registrati a Roma negli ultimi mesi, potranno non essere giudicati in quanto beneficiari di questo provvedimento».
A livello nazionale, il parlamentari Andrea Marcucci e Raffaella Mariani mettono in evidenza come «la prescrizione sarà a beneficio degli incensurati, che potranno essere esclusi dai dibattimenti. Una situazione che riguarda i 38 indagati, tra cui l’ad di Fs Mauro Moretti, per la strage ferroviaria di Viareggio del 29 giugno del 2009».

L’Unità 31.03.11

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“Salvi colletti bianchi e criminali comuni. Così vanno a rischio 150mila cause”, di WALTER GALBIATI

Una miscela esplosiva in grado di distruggere la macchina della giustizia. Il combinato tra prescrizione breve e processo breve, gli ultimi due conigli estratti dal cilindro magico del legislatore italiano, sono un capolavoro a favore di chi è incensurato e dei colletti bianchi che in genere si macchiano di quei reati i cui tempi di prescrizione sono in media al di sotto dei dieci anni, ma i cui effetti sono tra i più odiosi per la comunità. Un popolo vasto che vede tra i suoi componenti soprattutto politici, faccendieri, truffatori, in genere chi dilapida il denaro pubblico, svena le aziende e lascia in braghe di tela i consumatori.
La prescrizione, che colpisce secondo l’Anm 150 mila processi l’anno (e con la riforma questa cifra rischia di raddoppiare), oggi si calcola aggiungendo alla pena massima un ulteriore quarto, per cui se la pena è di otto anni, più un quarto diventa 10 anni. Con il nuovo testo, invece di un quarto si deve aggiungere un sesto. Il che significa che per quei reati la cui prescrizione è già breve, lo sconto sarà minimo, mentre aumenterà per quei reati la cui pena è maggiore. Sconto che ovviamente verrà concesso a tutti gli incensurati dall’entrata in vigore del testo. Ne beneficeranno quindi dallo stupratore, preso per la prima volta, che con gli aggravanti può arrivare fino a 10 anni al rapinatore che usa le armi (fino a 20 anni), ma anche il bancarottiere (fino a 15 anni) o chi turba i mercati finanziari (12 anni).

Il processo breve, invece, rischia di passare, sotto le mentite spoglie di una necessità europea, come la più grande depenalizzazione della storia italiana. Per molti esperti non sarebbe nient’altro che un nuovo colpo di spugna su quelli che si classificano come i reati dei colletti bianchi, in genere puniti con pene inferiori ai dieci anni. Si tratta di truffe, corruzioni, reati ambientali, tutti i reati societari, come il falso in bilancio e il falso in prospetto, quelli tributari, diventati tanto di moda con lo scudo fiscale, la bancarotta preferenziale, la corruzione, l’appropriazione indebita. Si salvano l’aggiotaggio e l’insider trading perché le pene previste superano i dieci anni.

Il processo breve, infatti, si applica quando in dibattimento vengono trattati reati con pene inferiori ai dieci anni. In questi casi il giudizio di primo grado deve arrivare entro tre anni, l’appello entro due e l’eventuale ricorso in Cassazione entro 18 mesi. “Impossibile” dicono in coro magistrati e avvocati, che ogni giorno bazzicano le aule dei Tribunali. Il principale ostacolo alla realizzazione di questi processi sono i tempi ristretti: è difficilissimo, partendo dalla richiesta di rinvio a giudizio, fissare l’udienza preliminare, svolgerla e concludere il dibattimento entro tre anni. A volte passano diversi mesi dal solo rinvio a giudizio alla prima udienza. A Milano, per condannare Calisto Tanzi in primo grado per aggiotaggio, ci sono voluti più di tre anni, da settembre 2005 a dicembre 2008, mentre il parallelo processo alle banche partito nel 2006 arriverà a giudizio non prima di aprile di quest’anno.

Salvo sorprese dell’ultimo minuto, tuttavia il processo breve non verrà applicato ai processi in corso, altrimenti si vedrebbero cancellati dalla storia della giustizia capitoli come quelli della Cirio, Antonveneta, Enelpower, Thyssen, Eternit e lo scandalo rifiuti della Regione Campania. Ma non solo. Si sarebbero trasformati in una bolla di sapone anche tutti i principali processi per i crimini ambientali da quello dell’Ilva di Taranto a quello per la più grande discarica abusiva di rifiuti tossici a Bussi sul Tirino (Pescara). E come in una roulette, sarebbero stati depotenziati, per la prescrizione dei reati con pene inferiori ai dieci anni, i processi della “Clinica degli orrori”, la Santa Rita di Milano, o il processo sui dossieraggi illeciti di Giuliano Tavaroli. Salvati quelli in corso, però, i guai restano per i processi futuri.

La Repubblica 31.03.11

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“Vogliono una giustizia malata”, di Gian Carlo Caselli

L’inefficienza efficiente. Non è un trucco verbale (tipo “processo breve” e altre simili amenità) escogitato per puntellare obiettivi impresentabili. È la chiave di lettura dello stato della giustizia italiana: un malato-cronico, che agonizza da anni, con una folla di medici intorno al suo capezzale, ma nessuna cura adeguata. Nei paesi a noi vicini le cose vanno decisamente meglio. Dovendo escludere l’ipotesi fantasiosa di una damnatio Italiae o di una combinazione astrale mefitica, è impresa davvero ardua spiegare perché soltanto da noi si debba tollerare una situazione di sostanziale denegata giustizia, senza che si faccia nulla o quasi per rimediare allo sfascio. Ci sono riforme a costo zero che produrrebbero immediatamente effetti positivi di grande spessore. Per esempio la revisione della “geografia giudiziaria”, cioè della distribuzione degli uffici giudiziari sul territorio nazionale. Una distribuzione da rottamare, perché pensata quando invece delle auto e dei treni c’erano le diligenze e spostarsi da Pinerolo o Ivrea a Torino era un’impresa complicata.
UNA NUOVA “geografia giudiziaria” consentirebbe di abolire un consistente “pacchetto” di Tribunali oggi inutili, con conseguente recupero di un bel po’ di magistrati e di personale amministrativo da dirottare verso le sedi bisognose di rinforzi. Un’altra riforma a costo zero si potrebbe realizzare intervenendo sulle procedure, oggi afflitte da un bizantinismo barocco che allunga i tempi del processo all’infinito. Per esempio abolendo l’appello, così da recuperare – di nuovo – un imponente numero di magistrati e ausiliari concentrandoli sul primo grado di giudizio, in modo da potenziarlo e abbreviarne i tempi; – prevedendo nel contempo rigorosi filtri che impediscano ricorsi pretestuosi o meramente di-latori in Cassazione capaci di inflazionare il sistema fino alla paralisi. La giustizia italiana, dunque, è un malato grave ma curabile. Nessuno però vuol davvero curarlo. Perché?
Perché l’obiettivo vero della maggioranza politica contingente è aggredire l’indipendenza della magistratura. Ed ecco appunto l’inefficienza efficiente. Se la giustizia non funziona, sarà più facile attaccare i giudici. Chi vorrà mobilitarsi in difesa della indipendenza dell’ordine giudiziario, se persiste la vergogna di un servizio dovuto che invece non c’è? Se va bene, qualche gruppo ancora sensibile ai valori della Costituzione. Ma i più ragioneranno in termini pragmatici: fatemi prima funzionare il servizio che pago come contribuente;- solo dopo, semmai, si potrà parlare anche di indipendenza dei giudici! Dunque, l’inefficienza del servizio giudiziario risulta funzionale all’efficienza delle strategie di attentato all’indipendenza della magistratura. E l’inefficienza è tanto più efficiente quando più si strilla (il massacro mediatico è incessante) che i magistrati sono gli unici che se sbagliano non pagano. Semplificazione idiota e falsa (smontata anche sulle pagine del “Fatto” da un recente intervento di Bruno Tinti), ma comoda e suggestiva.
TRACCIATO lo scenario di fondo della inefficienza-efficiente, si delinea con maggior evidenza anche la strategia binaria dell’attuale maggioranza: risolvere i problemi giudiziari del premier e umiliare la magistratura. Da un lato leggine con effetti “ad personam” (processo breve, prescrizione breve: tutto breve! Come se bastasse, alla moda di Pangloss, aggirare la realtà con qualche artifizio verbale per risolvere i problemi…) e dall’altro riforme “epocali” della giustizia, che in realtà con la giustizia c’entrano come i cavoli a merenda. Alla giustizia italiana che sta affogando nella palude della inefficienza, la sedicente riforma “epocale” non offre neppure un salvagente sgonfio. Si propone unicamente di bastonare i magistrati che già stanno annaspando con l’acqua alla gola, affondandone definitivamente autonomia e indipendenza, con grande sollievo di tutti coloro che temono come la peste i controlli sull’uso illegale del potere.
Completa il quadro l’assordante propaganda (organizzata scientificamente, senza risparmiare né uomini, né mezzi, né argomenti fasulli) sulla irresponsabilità della magistratura a fronte di colpe ed errori che si dipingono come imperdonabili, confondendo disinvolta-mente il presunto errore con la fisiologica legittimità di opzioni interpretative diverse, tutte consentite all’interno del perimetro di legge: per cui è incivile classificare come “errore” (ricollegandovi la possibilità di intimidazioni o rappresaglie contro il magistrato) la semplice scelta di un’opzione, sol perché essa non conviene a tizio o caio ovvero non corrisponde alle sue aspettative. Possiamo però aggiungere al quadro fin qui disegnato una pennellata finale che riguarda l’opposizione. Serpeggia tra le sue file una rassegnata disponibilità ad abbracciare temi cari all’antagonista, quasi una voglia – talora – di appiattirsi sullo pseudo garantismo berlusconiano, che non è veicolo di uguaglianza ma strumento di privilegio e discriminazione, perciò non vero garantismo ma ipocrisia. Per l’opposizione questa scelta comporta una sostanziale rinunzia alla propria identità. E certamente non è un buon segno – per la democrazia – che la dialettica politico-culturale sui temi della giustizia si riduca a melassa che tutto omogeneizza e confonde.

Il Fatto Quotidiano 31.03.11

Daniele, bacchetta in fuga "Italia, tomba della cultura", di Giuseppe Videtti

Daniele Rustioni a 28 anni dirige l’Aida alla Royal Opera House. E’ stato assistente di Pappano, e l’11 aprile debutterà a Cardiff con “Così fan tutte”. “Qui a Londra sono tutti sconcertati per quel che accade alla cultura in Italia. Non siamo più competitivi su nulla. Quando ho avuto l’opportunità di scappare, ho tirato un sospiro di sollievo”. L’ingresso della Royal Opera House è sovrastato da una splendida immagine del ballerino Rupert Pennefather che vola sulla Senna – con Notre Dame sullo sfondo – in vista di una rappresentazione della Manon di Massenet coreografata da Kenneth MacMillan. Ma ieri sera al Covent Garden si parlava italiana. A dirigere l’Aida di Verdi c’era Daniele Rustioni, subentrato a Fabio Luisi. Il giovane direttore milanese (28 anni appena compiuti), è salito sul podio del prestigioso teatro londinese dove è già stato assistente di Antonio Pappano in tutte le repliche di Anne Nicole, l’opera che il compositore Mark-Anthony Thurnage ha tratto dalla tragica vicenda dell’ex coniglietta texana Anna Nicole Smith.

IL VIDEO 1

“Sto lavorando a tre cose contemporaneamente”, esordisce Rustioni mentre si accomoda al tavolo del ristorante dietro l’angolo, “il preferito di Tony (Pappano)”. Cucina italiana naturalmente. La paura per l’Aida già fugata dagli applausi. “L’altro giorno ho provato a Lugano la Sesta di Beethoven, l’unica che non avevo ancora affrontato. Sto anche studiando Così fan tutte con la quale debutterò a Cardiff l’11 aprile. La giornata è lunga, basta organizzarsi. A me bastano sei ore di sonno. E’ una disciplina che ho appreso nei 15 anni di conservatorio, al Verdi di Milano”.

Era un numero uno in
qualsiasi disciplina negli anni del conservatorio, poi quando stava diventando il nostro direttore più promettente è volato alla Royal Opera House. Un altro cervello in fuga dall’Italia che taglia fondi alla cultura. “A esser sincero io ero proprio un secchione, ho fatto anche due anni di università alla Bocconi, Economia delle istituzioni internazionali e amministrazioni pubbliche”, racconta Rustioni, un bel ragazzo che fuori dal podio, senza la gestualità che gli conferisce quel carisma speciale, potrebbe essere un dinamico stockbroker di Wall Street o un rampante direttore d’azienda. “Mio padre in effetti è un manager, ma io non mi ci vedevo proprio come businessman, anche se i due anni alla Bocconi sono stati utili. I musicisti hanno sempre la testa tra le nuvole, perdono facilmente il contatto con la realtà. Oggi con la politica dei tagli che purtroppo affligge l’Italia avere una mentalità più manageriale aiuterebbe a fronteggiare la crisi”.

Tra le mura della Royal Opera House si muove da padrone. Lo salutano, gli sorridono, lo incoraggiano. Ma la domanda che teme arriva quasi ogni giorno, inevitabile: “Che sta succedendo in Italia?”. “Qui sono tutti sconcertati”, dice. “Noi l’opera l’abbiamo inventata, eppure non sappiamo valorizzare le nostre risorse”. Alla musica ha dedicato la sua infanzia, l’adolescenza e questa giovinezza fatta di precoci trionfi (La cavalleria rusticana nell’allestimento della Cavani a San Pietroburgo, Il barbiere di Siviglia alla Fenice, L’elisir d’amore al Comunale di Bologna, L’occasione fa il ladro alla Scala, dove tornerà nel 2012 per dirigere La Bohème). “Ho dovuto rinunciare a molto. Soprattutto nel periodo delle medie. I compagni di scuola mi vedevano come un alieno, sempre impegnato, ogni giorno alle prese con lo strumento. Mi sentivo escluso da alcuni gruppi. Ma nessun rimpianto; a me la discoteca non è mai piaciuta. L’inquinamento acustico di certi locali è insopportabile”.

Suo padre, che è nato in Argentina, suonava la chitarra in un gruppo di musica leggera, a Buenos Aires. Ma in casa ascoltava Il barbiere di Siviglia e Le nozze di Figaro. Sua madre invece canta ancora nel Coro sinfonico Giuseppe Verdi; fu lei a fargli fare la prima esperienza. “Avevo cinque anni quando mi portò a cantare. Poi ho cominciato a studiare… di tutto. Violoncello, violino, pianoforte, organo, tromba, corno, composizione, direzione di coro, strumentazione per banda, direzione d’orchestra. Ma l’esperienza più importante, da bambino, fu il Coro delle voci bianche alla Scala, quando Muti mi fece fare uno dei tre genietti nel Flauto Magico. Mentre gli altri andavano pazzi Take That, Spice Girls e Britney Spears io idolatravo Brahms. La musica leggera, anche per mia ignoranza, non mi ha mai attratto. Non mi interessa né mi arricchisce. Non mi appassiona. Solo i Beatles mi piacciono tantissimo, li suonavo anche col papà, lui alla chitarra e io al pianoforte”.

Di una cose si accorse altrettanto precocemente, che in Italia per un giovane direttore, pur se di talento, non c’è spazio. “Che dovrei dire? Che ho tirato un respiro di sollievo quando ho avuto l’opportunità di scappare?”, sbotta. “Non voglio far troppe polemiche, ma se oggi ho l’opportunità di dirigere in Italia è solo perché arrivo dall’estero. Qui c’è una meritocrazia che da noi non esiste, e un apparato che permette di arrivare al top della carriera. Quando sono arrivato a Londra non avevo una lira, studiavo e basta, mi davo da fare accompagnando cantanti, facevo letteralmente lo schiavo in teatro per imparare. Ma è anche vero che il primo lavoro mi ha immediatamente garantito l’indipendenza economica”.

L’entusiasmo gli si legge negli occhi, nel tremolio delle ginocchia sotto il tavolo, nel fremito delle mani che non riesce a tener ferme mentre descrive le dinamiche di un allestimento complesso come Aida, l’amore per Puccini e la Bohème, l’opera che ha diretto più di frequente, del precoce amore per Brahms e Mahler. “Dirigere è una droga”, sospira, “se si smette si va subito in crisi d’astinenza. Per me dieci giorni di pausa tra una produzione e l’altra sono già un delirio”. E’ chiaro che da un direttore giovane e prestante come Rustioni gli inglesi si aspettino la verve travolgente di cui ieri sera ha dato sfoggio. “Secondo me il gesto deve essere la conseguenza naturale della musica che si dirige, non deve diventare uno show personale”, precisa il maestro. “Il massimo – ma è una delle cose più difficili – è quando fisicità e talento coincidono. Non vorrei assecondare il cliché che vuole il direttore italiano più irruente. L’approccio deve essere proporzionale alle partiture. A volte cerco di frenarmi, perché sul podio quel che conta è la frase musicale, aver assimilato il brano, solo così riesci a dargli il respiro che vuoi”.

Dell’Italia, dice, gli manca tutto. Lo stile di vita, il cibo, il clima. Ma soprattutto il fatto di poter dirigere stabilmente in patria. “Sarebbe fantastico. Rinuncerei anche alle garanzie che mi dà il Covent Garden. Però vedo – e questo mi terrorizza – che la fiamma della musica classica in Italia si sta lentamente spegnendo. A teatro, da noi, vedi solo teste grigie e bianche. Mi chiedono: “Come faceva ad amare Mahler a undici anni?”. Perché no? Odio chi dice: “Ascolto musica classica perché mi rilassa”. Vuol dire che non ha capito niente”.

Si offre di accompagnarci in un breve tour attraverso la Royal Opera House. Una struttura magnifica con auditori, spazi ricreativi, cucine, ristoranti. Da una sala prove si ode la voce di un basso che prova il Requiem di Mozart. Dalle terrazze si gode un magnifico panorama della città. Il foyer, visto dall’alto è spettacolare. L’immenso teatro ormai deserto è più mistico di una cattedrale. Rustioni non tornerà tanto presto in Italia.

La Repubblica 31.03.11

"In Rai cresce solo il debito", di Marco Mele

Al piano terra di Viale Mazzini ci sono «lavori in corso». Si toglie l’amianto, seguendo i protocolli della Asl. L’ingresso principale è sbarrato: si entra dal retro, da via Pasubio. Un’immagine che rende l’idea della situazione che vive l’azienda di servizio pubblico, non da oggi, oltre che a rendere necessaria un’operazione immobiliare a Roma, visti i costi della «ripulitura».
La Rai dà lavoro diretto a oltre undicimila dipendenti a tempo indeterminato, oltre a decine di migliaia con l’indotto ed è fondamentale per la fiction e per il cinema nazionali. Un’azienda, però, i cui ricavi sono eterodiretti dalla politica che non interviene sullo scandalo pluridecennale dell’evasione del canone, ordinario e speciale. I quattro-cinque milioni di famiglie che non pagano il canone sottraggono alla Rai sui 550 milioni. Il canone speciale, evaso da associazioni, partiti, aziende sottrae altri 800-900 milioni.
L’ultima riprevisione sui conti 2010, fatta a dicembre, prevede una perdita di bilancio pari a 118 milioni di euro. Il budget 2011, invece, prevede una chiusura in attivo per venti milioni. Quest’anno, però, non ci sono Olimpiadi e Mondiali di calcio che generano costi supplementari per 130-150 milioni. Non si è raggiunto, insomma, alcun equilibrio strutturale, anzi. L’indebitamento finanziario, inoltre, crescerà dai circa 200 milioni del 2010 ai 320 di fine 2011, a causa soprattutto degli investimenti imposti dal digitale terrestre.
L’esercizio di quest’anno, inoltre, beneficia degli effetti di alcune operazioni di riduzione dei costi degli anni precedenti, come gli esodi incentivati (con risparmi per circa 40 milioni). La circolare del dg Mauro Masi, inoltre, ha bloccato sino al 30 settembre aumenti retributivi, scatti, premi e turnover. Il costo del personale è una delle incognite per il futuro dell’azienda tra contratti e accordi con i sindacati. Il debito è un’altra: cresce di circa 120 milioni nel 2011 sul 2010, ad oggi. Il digitale impone investimenti per almeno 400 milioni senza un rientro immediato, come quelli sul prodotto. Per far fronte a tali necessità è prevista la cessione delle “torri” di RaiWay (non dell’intera società), proprio mentre Mediaset integra le sue “torri” con quelle della DMT, acquisendo il 60% della nuova società.
La governance è un altro punto debole rispetto alla concorrenza. La Rai non fa nomine da metà giugno e sono molte le direzioni scoperte. Effetti pratici: chi lavora a Rai5 o a Rai4 e deve cambiare il toner di una stampante, deve farsi firmare la “pratica” direttamente da Masi.
Due consiglieri, Angelo Petroni e Giovanna Bianchi Clerici, si sono visti bocciare dal presidente della Camera l’emendamento alla legge comunitaria che avrebbe evitato loro la sanzione ricevuta dalla Corte dei conti per la nomina di Alfredo Meocci e minacciano di non partecipare ai prossimi Cda. La politica entra di continuo dall’ingresso posteriore della Rai, dalle nomine agli appalti. Il Piano industriale, intanto, è parzialmente inattuato. Sono rientrate nella Rai “madre”, società come RaiTrade e RaiNet. È stato un buon affare? RaiTrade chiude il 2010 con un utile prima delle imposte di 6,4 milioni (4,9 nel 2009) e un utile netto di 2,7 milioni. RaiNet ha ben lavorato: Rai.tv vale metà dei quasi 10 milioni di utenti unici mensili della Rai – l’altra metà spetta a Rai.it. Il servizio Replay vale il 20% del traffico. Sono state create nuove applicazioni, come quella del Tg3 per l’Ipad. A seguire Tg1, Tg2 e RaiNews24. A maggio sarà lanciato il portale sull’Abruzzo realizzato con l’MTI. L’utile netto 2010 é di 1,4 milioni. Dal primo luglio RaiNet sarà in Raispa, ma non sa dove sarà collocata.
Due altre emergenze pesano sullo sviluppo dell’azienda, oltre a governance e cordone ombelicale con la politica. La prima si chiama «evidenza pubblica». A causa di due sentenze della Cassazione, una del 2008, l’altra del 2009, la Rai, organismo di diritto pubblico, è tenuta all’osservanza delle procedure di evidenza pubblica nell’affidamento degli appalti oltre i 20mila euro. Il tutto a causa di un contenzioso sul servizio di vigilanza con la Mondialpol. Questo la penalizza rispetto alla concorrenza, insieme alle regole sulla trasparenza, compresa quella sui cachet dei conduttori, al di là del giudizio sulla misura.
Un’altra emergenza riguarda il fronte pubblicità e ascolto. Il primo trimestre 2011 si sta chiudendo con il segno “meno” per Rai (il budget 2011 si basa su un +4,5% annuo!) e con quello “più” per Mediaset sul fronte della raccolta. Eppure a gennaio e febbraio, in prima serata, Rai1 perde il 2,38% su base annua, Canale 5 il 2,74%, ma Rai2 e Rai3 sono in crescita mentre perdono Italia1 e Rete4. Sul totale dei canali generalisti e specializzati, a gennaio-febbraio la Rai, in prima serata, perde lo 0,17% ed é al 43,23%. Mediaset perde il 2,43% ed ha una quota del 36,9%, quasi sette punti meno della Rai. Nel 2010 la Rai ha guadagnato lo 0,90% in prima serata, Mediaset ha perso l’1,66%. Ciò nonostante, un inserzionista come Danone nel 2009 dava il 72% del budget a Sipra e l’11,3% a Publitalia. Nel 2010 ha dato il 39,2% alle tv Mediaset e il 21,3% a quelle Rai. Wind investiva 39,9 milioni sulla Rai nel 2009: nel 2010 scende a 33,3. Citroen scende da 17,9 a 13,7 milioni, Toyota dal 10,2 a 7,1, Lottomatica da 3,9 a 1,8. Quello che perde Sipra, in genere, passa a Publitalia.

Il Sole 24 Ore 31.03.11

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“Zavoli: inammissibile la norma blocca-talk show”, di Marco Mele

Inammissibili. Sergio Zavoli boccia gli emendamenti di Pdl e Lega Nord che avrebbero equiparato i talk show informativi alle tribune politiche. Oggi si tenterà di trovare una mediazione per approvare in extremis il Regolamento Rai sulla par condicio che scatta da stanotte. Il clima è pesante anche per la proposta che Mauro Masi intende presentare oggi al Cda: nominare Susanna Petruni alla direzione del Tg2 ed allargare le vicedirezioni del Tg1, assumendo da SkyTg24 Franco Ferraro, vicino alla Lega Nord.

L’Autorità per le comunicazioni, intanto, “ordina” a Tg1, Tg4 e a Studio Aperto un «riequilibrio immediato» tra il tempo dedicato alla maggioranza e quello dedicato all’opposizione, evitando la «sproporzione della presenza del governo». Il tutto in relazione all’imminente campagna elettorale. Il Consiglio dell’Agcom regolamenterà i “videomessaggi” al di fuori del periodo elettorale, ricordando che sino al voto del 15 maggio «sono vietati». Milena Gabanelli dovrà dare spazio in Report alla rettifica di Giulio Tremonti.

Il presidente della Vigilanza sottolinea come «una equiparazione esplicita, oltre che di fatto, tra comunicazione politica e programmi d’informazione determinerebbe effetti impropri sull’autonomia della Rai». L’azienda avrebbe «un carico eccessivo di impegni operativi, con una forte limitazione delle libertà di espressione e dell’autonomia dei giornalisti e la sottrazione – aggiunge Zavoli – di spazi a vantaggio di consultazioni elettorali che interessano poco più del 27% dell’elettorato».

Se oggi non si riuscirà ad approvare il regolamento – soprattutto se sarà chiesta la fiducia sul processo breve – la Rai dovrà comunque attuare la par condicio da domani: si baserà sui 15 regolamenti precedenti o sull’ultimo, quello del marzo 2010, sconfessato dal presidente della Vigilanza e dall’Autorità per le comunicazioni? «La dichiarazione di inammissibilità ci coglie di sorpresa – replica Alessio Butti, capogruppo Pdl in Vigilanza. Non abbiamo intenzione di fare ostruzionismo, ma non vorremmo che l’inammissibilità diventasse uno strumento abusato e che tutto ciò che fa la maggioranza non va mai bene». Per un riesame dell’inammissibilità ci vuole l’intervento dei presidenti delle Camere. Il centro-destra l’ha solo ventilato: sarebbe difficili metterli d’accordo.

Ha “spaccato” il Cda la proposta di nominare Susanna Petruni alla direzione del Tg2, lasciata libera da Mario Orfeo per andare a dirigere «Il Messaggero», e il nuovo «pacchetto» di vicedirettori del Tg1, con la promozione di Gennaro Sangiuliano a direttore vicario, la nomina di Filippo Gaudenzi e Fabio Massimo Rocchi a vicedirettori e l’assunzione di Franco Ferraro da SkyTg24 con la qualifica sempre di vicedirettore. Commenta il presidente Paolo Garimberti: «Non mi pare che la soluzione individuata vada nella direzione di una proposta condivisa, come quella che aveva portato alla scelta di Orfeo. Anzi mi sembra che anche le altre proposte siano destinate a spaccare il consiglio». Garimberti aggiunge di essere contrario «ad assunzioni di vicedirettori dall’esterno. In Rai vi sono molte professionalità in grado di ricoprire il ruolo di vicedirettore del Tg1».

Per Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten, consiglieri d’opposizione, «le proposte di Masi sono un atto di sfida alla volontà di gestione normale di un’azienda e un forte atto di rottura». I due consiglieri annunciano la presentazione di un esposto alla Corte dei Conti «per valutare se l’assegnazione di una vicedirezione esterna sia dovuta alla sua infungibilità».
Anche Rodolfo De Laurentiis (Udc) esprime dissenso rispetto alla «necessità di mettere insieme i pezzi della maggioranza (Ferraro-Lega, ndr), che ha portato a scelte esterne, non tenendo conto dei 1.700 giornalisti presenti in azienda»

Il Sole 24 Ore 31.03.11

"Il Cavalier Laqualunque", di Francesco Merlo

È venuto a svuotare l´isola così come andò a svuotare Napoli. Lì i rifiuti e le lordure furono caricati sui Tir, dispersi via terra con destinazione ignota, e qui sulle navi, onda su onda il mare li porterà al largo dell´Italia degli egoismi regionali e del ricatto secessionista. «Sono lampedusano» dice, e sembra la caricatura di Kennedy a Berlino, «stamattina ho comprato una villa su Internet, si chiama “Le due palme”». Più tardi, a un cronista che lo aspetta sulla sabbia nascosto dietro una delle due palme confesserà compiaciuto: «Ma è tutta da rifare». Le tv mandano ossessivamente l´immagine della facciata, il muro di cinta, e poi sabbia, stoppie, l´intervista ai vicini di casa. Ha già speso due milioni di euro. Il solito vento che, in qualsiasi stagione, qui fa perdere la voce, agita le piante basse e dunque anche Berlusconi, che è gonfio come una mongolfiera, per un momento perde l´equilibro e sembra migrare, lui che vorrebbe migrare lontano da tutte le regole, anche quella di gravità.
Noi italiani sappiamo che Berlusconi si butta sulle disgrazie quando sente di essere in disgrazia. Ma Lampedusa gli serve anche a dissimulare, a tenere occupata l´Italia nel giorno in cui la maggioranza parlamentare, ridotta in servitù, lo sta spudoratamente liberando dei suoi processi. Le promesse ai terremotati furono le sue campagne del grano. Ma questa volta la scenografia lo tradisce. Lampedusa infatti è due volte palcoscenico, due volte finzione: è il solenne e forse fatale teatro espiatorio per attirare e distrarre la più vasta delle platee ma è anche il remake dell´autarchia del “ci penso io” come estrema risorsa per illudersi ancora. Berlusconi fa il palo a Lampedusa, mentre a Roma i suoi scassinano il Parlamento e rubano i pesi della Bilancia.
E però tra il governatore Lombardo e il sindaco De Rubeis, circondato da assessori, imprenditori locali e guardie del corpo che qui non si distinguono dai corpi che hanno in guardia, nel mezzo di una nomenklatura scaltra, truce e goffa, Berlusconi esibisce una fisicità terminale che va ben oltre Cetto Laqualunque. È quella dei dittatori africani e degli oligarchi russi. Ha portato a Lampedusa più Africa lui che gli immigrati.
È atterrato all´ora dei Tg quando i soldati avevano finito di pulire il Porto vecchio, la stazione marittima e la famosa “collina della vergogna”. Il Tg3 documenta la pulizia anche degli slogan di protesta, si vede il sindaco che grida alla folla: «Basta cu ‘sti minchia di cartelli». Ruspe e camion dei netturbini hanno spazzato via la tendopoli proprio come a Napoli spazzarono le strade, e ora le tv mostrano il “com´era” e il “com´è”. Resistono, a testimoniare l´inciviltà della miseria, stracci, bottiglie, escrementi accanto ai ciuffi d´erba di una primavera che a fine marzo a Lempedusa è già estate: domina il giallo che solo al tramonto si tinge di arancione. Berlusconi garantisce che porterà «il colore, come a Portofino». Promette pure il premio Nobel per la Pace, il campo da golf e il casinò che è un vecchio sogno non solo dei lampedusani più eccentrici, vale a dire la risorsa di chi non ha risorse, ma è soprattutto l´aspirazione della malavita intossicata di danaro che ha impiantato in tutti gli angoli della Sicilia le sue bische clandestine, i luoghi sordidi dove si sfogano il bisogno sociale e la pulsione individuale.
Quando Berlusconi scende dall´aereo, i disperati già avanzano sul molo in fila indiana, ciascuno con la mano sulla spalla dell´altro, «una mano sola per evitare l´effetto trenino» mi ha spiegato un funzionario degli Interni. Sono immagini che testimoniano l´umiliazione di uomini ardimentosi. Quasi tutti i primi piani li mostrano con le palpebre semichiuse forse perché non riescono più a vedere lontano. Ai lati, per tenerli in riga, ci sono i poliziotti con i guanti di gomma e le mascherina sulla bocca per proteggersi dal male fisico, per non entrare in contatto con la sofferenza dei corpi che, proprio come aveva ordinato Bossi, si stanno togliendo dalle balle. E mentre Berlusconi si mette in gioco nella più triste di tutte le sue demagogie, giura di cacciare per sempre gli immigrati che ci sono e quelli che verranno, promette aiuti europei e corrimano, vasi di fiori, niente tasse per tutti, una scuola, investimenti turistici, trasmissioni promozionali della Rai e di Mediaset …, mentre, insomma, Berlusconi delira, la nave da crociera sembra una carboniera del diciassettesimo secolo, con la broda sciaguattante di acqua di mare, le zaffate, un equipaggio militare efficiente a bordo e riservato a terra, e quel carico di neri che non sono più profughi, non sono più clandestini, non sono più rifugiati, non sono più immigrati, ma sono solo deportati.
Se si mettono a confronto queste immagini che, comunque la si pensi, sono angoscianti e dolorose, con quelle della piccola folla festante attorno allo Sciamano, si capisce che non c´è solo lo stridore tra la violenza della realtà e la pappa fradicia della demagogia. Qui c´è anche il sottosviluppo di piazza, il sud di Baaria, – «santo Silvio pensaci tu» – la bocca aperta e lo schiamazzo delle feste patronali, il bisogno del voto, del miracolo, del divo: «Silvio!, Silvio!, Silvio!». C´è la tristezza infinita di un Meridione che è ancora e sempre lo scenario naturale degli imbonitori, dello zio d´America come quel Thomas Di Benedetto che ha appena comprato la Roma, del messia e del conquistador, il mito antico dell´uomo che viene da fuori, dell´uomo del cargo che può essere un capopartito, un cantante, un calciatore e non importa chi, purché venga appunto da fuori, perché è all´interno che questo Sud non trova pace. Ed è probabile che questa visita diventi un mito rituale, la chimera di una Lampedusa protagonista, porto franco, una specie di Las Vegas del Mediterraneo, il sogno come variante del sonno. Dev´essere per questo che i miei sciagurati paesani lo hanno applaudito invece di mandarlo. .. alla deriva nel suo cargo.

La Repubblica 31.03.11